
Nino 'Gaspare' Formicola, partner di Andrea Maria Cipriano Brambilla nello storico due 'Zuzzurro e Gaspare', è stato ospite oggi a La volta buona per ricordare l'amico e collega, insieme a Patrizia Aicardi, sorella di Gaspare e vedova di Brambilla, morto il 24 ottobre del 2013 dopo una battaglia contro il tumore ai polmoni.
Tra risate e nostalgia, Formicola ha ricordato anche i battibecchi familiari che si creano dopo il loro matrimonio: "Quando litigavano il problema ero sempre io", ha detto. "Lei mi diceva 'il cretino del tuo socio' e lui 'l'imbecille di tua sorella' e io finivo sempre in mezzo".
La moglie di Zuzzurro ha raccontato com'è nata la loro storia d'amore. All'epoca lavorava con il duo comico-cabarettistico come costumista e ha raccontato che fu proprio lui a corteggiarla con insistenza. "Io lavoravo con loro e lui mi faceva la corte. Poi siamo usciti dopo Natale, e alla fine… siamo andati a cena in un locale, lui arrivò senza telefono. A un certo punto squilla il mio: era il segretario. Gli passo il telefono e la serata finisce lì. Io me ne sono andata", ha raccontato con aria di sfida.
"Lei l’ha messo in riga", ha scherzato Gaspare, puntando sul carattere deciso della sorella.
Nonostante quell'inizio un po' movimentato, tra i due nacque una bella storia d'amore da cui sono nati due figli: "È stato un papà spettacolare", ha raccontato Patrzia Aicardi.
Gaspare ha raccontato un tenero retroscena che racconta molto chi era Andrea: "Stavamo lavorando a Venezia per un tour teatrale. Finivamo intorno a mezzanotte, Andrea partiva subito da Venezia per andare a Milano ed essere lì al mattino per accompagnare i bambini a scuola, e poi ritornava a Venezia per lavorare".

"La nutrizione è un elemento fondamentale nella cura dei pazienti oncologici e dovrebbe essere valutata fin dal momento della diagnosi. Il paziente oncologico può presentare problemi di malnutrizione già al momento della diagnosi e questa condizione tende a peggiorare nel corso della malattia, soprattutto durante le terapie attive". Lo ha spiegato Paolo Pedrazzoli, direttore dell'Oncologia del Policlinico San Matteo di Pavia Irccs e coordinatore del Gruppo di lavoro sulla Nutrizione del paziente oncologico dell'Aiom (Associazione italiana di oncologia medica), nonché coordinatore delle Linee guida nazionali Aiom sulla Nutrizione nei pazienti oncologici in terapia attiva, intervenendo all'incontro stampa 'Prevenzione e screening nutrizionali precoci: un nuovo capitolo per il paziente oncologico', che si è tenuto oggi al Senato.
Secondo l'oncologo, la malnutrizione ha un impatto diretto sull'efficacia delle cure. "Un paziente malnutrito spesso non riesce a sostenere pienamente i trattamenti. Questo comporta un aumento della tossicità delle terapie, più ricoveri ospedalieri e quindi anche maggiori costi sanitari", ha sottolineato. La condizione nutrizionale influisce anche sulla possibilità di seguire correttamente le cure. "Quando il paziente è malnutrito - ha aggiunto Pedrazzoli - diventa più difficile rispettare tempi e dosaggi dei farmaci. Tutto questo incide non solo sulla qualità di vita, ma anche sulla prognosi". Per questo motivo, secondo l'esperto, la presa in carico nutrizionale dovrebbe iniziare subito. "Il mantenimento di uno stato nutrizionale adeguato è associato a risultati clinici migliori. Si stima che circa il 20% dei pazienti oncologici muoia per problematiche legate alla malnutrizione", ha rimarcato.
Negli ultimi anni il tema ha ricevuto crescente attenzione, anche grazie al lavoro delle società scientifiche come Aiom e delle associazioni di pazienti. Tra le richieste rivolte alle istituzioni c'è quella di rafforzare lo screening nutrizionale precoce. "Chiediamo che la valutazione nutrizionale diventi obbligatoria per tutti i pazienti oncologici, fin dal primo accesso in ospedale", ha precisato Pedrazzoli. Alcune Regioni hanno già adottato misure in questa direzione: "La Lombardia, ad esempio, ha introdotto un sistema che penalizza economicamente le strutture che non effettuano lo screening nutrizionale nei pazienti ricoverati". Tra le proposte avanzate dagli specialisti anche quella di garantire l'accesso gratuito ai supplementi nutrizionali orali e di rendere lo screening nutrizionale una pratica sistematica in tutti gli ospedali. "Alle istituzioni chiediamo più attenzione su questo aspetto per troppo tempo sottovalutato", ha concluso l'esperto.

"E' fondamentale individuare precocemente i pazienti oncologici a rischio di malnutrizione per migliorare gli esiti clinici e la tolleranza alle terapie". Lo ha detto Annalisa Mascheroni, segretario della Sinpe (Società italiana di nutrizione artificiale e metabolismo) e direttrice della Struttura di Nutrizione clinica dell'ospedale di Melegnano (Milano), intervenendo all'incontro stampa 'Prevenzione e screening nutrizionali precoci: un nuovo capitolo per il paziente oncologico', promosso dalla senatrice della Lega Elena Murelli (X Commissione del Senato), oggi a Roma.
"Il supporto nutrizionale precoce è essenziale per migliorare gli esiti clinici nei pazienti oncologici - ha affermato - Per intervenire in modo tempestivo è necessario identificare subito i pazienti malnutriti o a rischio di malnutrizione. Questo è possibile grazie a strumenti di screening validati che abbiamo già a disposizione". Una volta individuati i pazienti a rischio, è necessario avviare un trattamento nutrizionale idoneo adeguato. "L’intervento - ha spiegato Mascheroni - può consistere in counseling nutrizionale, supplementi nutrizionali orali oppure nutrizione artificiale, a seconda delle necessità cliniche". Secondo l'esperta, però, in Italia l'accesso a questi interventi non è uniforme. "La situazione è ancora molto eterogenea tra le regioni. In alcune, come la Lombardia da cui provengo, lo screening nutrizionale è stato reso obbligatorio e i pazienti possono accedere a trattamenti nutrizionali orali, come gli Ons. In altre regioni, invece, queste opportunità non sono ancora garantite".
Per quanto riguarda i pazienti più a rischio di malnutrizione, Mascheroni ha indicato alcune tipologie di tumore particolarmente critiche. "Sono soprattutto i tumori del pancreas, dell'apparato gastrointestinale - come esofago e stomaco - i tumori testa-collo e il tumore del polmone. Queste patologie hanno un impatto nutrizionale particolarmente forte, non caso sono 'big killer' dal punto di vista nutrizionale". "Detto questo - ha concluso - tutti i pazienti oncologici dovrebbero comunque essere sottoposti a una valutazione nutrizionale".

"La presa in carico nutrizionale del malato oncologico deve iniziare al momento della diagnosi e non quando le condizioni del paziente sono già talmente compromesse da impedire l’avvio dei trattamenti". Lo ha detto Maurizio Muscaritoli, presidente della Sinuc (Società italiana di nutrizione clinica e metabolismo), intervenendo alla conferenza stampa 'Prevenzione e screening nutrizionali precoci: un nuovo capitolo per il paziente oncologico', promossa dalla senatrice della Lega Elena Murelli (X Commissione del Senato), oggi a Roma. "Lo diciamo chiaramente da anni - ha spiegato Muscaritoli - e lo abbiamo anche pubblicato: i concetti alla base di questa indicazione sono quelli del 'parallel pathway', cioè un percorso di presa in carico metabolico-nutrizionale del paziente oncologico che deve iniziare fin dalla diagnosi e procedere in parallelo al percorso diagnostico-terapeutico oncologico, che è già molto ben consolidato".
Secondo il presidente Sinuc, il supporto nutrizionale non deve fermarsi alla fase di cura: "Come ricordato oggi, questo percorso deve proseguire nel tempo. Anche quando il paziente è in remissione o guarito, infatti, le cicatrici nutrizionali della malattia e dei trattamenti possono rimanere". "Dobbiamo quindi pensare a una presa in carico sul lungo termine - ha aggiunto - per garantire, laddove possibile, anche il completo recupero funzionale di queste persone".
Per Muscaritoli, parlare di screening nutrizionale precoce significa portare alla luce un problema clinico e di salute pubblica spesso trascurato. "Per molto tempo - ha osservato - ci si è concentrati solo sull'eliminazione del tumore, senza considerare tutto ciò che circonda la malattia, cioè il paziente oncologico". Il tema è rilevante anche dal punto di vista terapeutico: "Un malato oncologico malnutrito tollera peggio i trattamenti. Intercettare precocemente la malnutrizione attraverso lo screening significa fare prevenzione terziaria, cioè evitare il progressivo aggravarsi della malattia", ha precisato il presidente Sinuc. "La malnutrizione - ha concluso - è una malattia nella malattia: quando compare in un paziente oncologico peggiora il quadro clinico e si associa a una prognosi molto più sfavorevole".

La malnutrizione oncologica è una condizione spesso sottovalutata, che compromette la tolleranza ai trattamenti e aumenta significativamente i costi sanitari: è quanto emerso oggi a Roma durante l'incontro 'Prevenzione e screening nutrizionali precoci: un nuovo capitolo per il paziente oncologico', promosso da Elena Murelli, membro della X Commissione del Senato. L'iniziativa ha rappresentato un'occasione per ribadire la necessità di dare piena attuazione alle misure previste dalla legge di Bilancio 2026, che ha stanziato risorse dedicate all'introduzione di un programma di screening nutrizionale per i pazienti oncologici, e per promuovere l'inserimento dello screening nutrizionale nei livelli essenziali di assistenza (Lea), garantendo equità e uniformità di accesso su tutto il territorio nazionale.
In apertura, la senatrice Murelli, ha sottolineato le responsabilità della politica nella gestione delle risorse destinate dall'ultima Manovra: "La malnutrizione in oncologia - ha detto - è una condizione che incide in modo determinante sulla qualità di vita dei pazienti. Le istituzioni hanno il dovere di garantire lo stanziamento tempestivo delle risorse previste per l'implementazione dei programmi di screening nutrizionale nei pazienti oncologici. L'introduzione standardizzata di uno strumento di screening rapido ed efficace, come il 'Pronto', nei percorsi di presa in carico permetterebbe di prevenire la malnutrizione, assicurando un efficientamento dell'utilizzo delle risorse pubbliche. Oltre a ciò, per delineare un percorso assistenziale continuativo, è necessario prevedere già da ora la stabilizzazione dei finanziamenti per il futuro".
Relativamente alla necessità di promuovere la centralità della nutrizione clinica nella presa in carico del paziente oncologico, Ugo Della Marta, direttore generale dell'Igiene e della Sicurezza alimentare del ministero della Salute, è intervenuto sostenendo che "è necessario superare le disuguaglianze nel supporto alla terapia nutrizionale. Un primo step è stato fatto in occasione della legge di Bilancio appena approvata, ma un'altra occasione utile in questo senso - ha ricordato - è rappresentata dal Dpcm di modifica dei livelli essenziali di assistenza. E' questo il momento giusto per includere nei Lea gli screening nutrizionali e l'accessibilità uniforme agli alimenti a fini medici speciali, per garantire ai pazienti pari diritti in tutto il territorio nazionale".
Nell'ambito del dibattito relativo ai percorsi di cura in oncologia, Maurizio Muscaritoli, presidente della Società Italiana di nutrizione clinica e metabolismo, ha spiegato che "la malnutrizione rappresenta una delle complicanze più frequenti nel paziente oncologico, con una prevalenza che può arrivare fino all'80% a seconda del tipo e dello stadio di tumore. L'identificazione precoce del rischio nutrizionale può quindi migliorare la tolleranza ai trattamenti e ridurre le complicanze cliniche. In quest'ottica, il 'Pronto', strumento di screening rapido sviluppato con il supporto non condizionato di Abbott, basato sull'evidenza e validato, può incidere positivamente sulla qualità della vita dei pazienti".
Una diagnosi precoce equivale, inoltre, a risparmi ingenti per il Servizio sanitario nazionale: "L'impatto economico della malnutrizione correlata all'oncologia è monumentale - ha evidenziato Annalisa Francesca Mascheroni, segretario della Società italiana di nutrizione artificiale e metabolismo - La malnutrizione aggrava il quadro clinico, rendendo i trattamenti più complessi e onerosi. Queste evidenze sottolineano come investire in programmi di screening nutrizionale precoce e in percorsi di nutrizione non sia soltanto una scelta clinica, ma anche un intervento di contenimento dei costi a medio e lungo termine per il Ssn". Inoltre, intervenire precocemente sullo stato nutrizionale significa tutelare la dignità e la qualità di vita delle persone con tumore: "Per i pazienti la nutrizione non è un aspetto accessorio, ma parte integrante del percorso di cura e un diritto che deve essere garantito in modo uniforme su tutto il territorio nazionale", ha rimarcato Francesco De Lorenzo, presidente del Comitato esecutivo della Favo.
L'iniziativa, realizzata con il contributo non condizionante di Abbott, ha confermato l'urgenza di garantire lo stanziamento delle risorse necessarie all'implementazione dei programmi di screening nutrizionale e dei percorsi di nutrizione clinica per i pazienti oncologici, nonché di ribadire l'importanza della collaborazione tra oncologi e nutrizionisti per assicurare un percorso di cura equo e integrato.

L'insonnia è un disturbo caratterizzato da difficoltà ad addormentarsi, a mantenere il sonno durante la notte oppure da risvegli mattutini precoci che impediscono di riposare in modo adeguato. Le cause possono essere molteplici: stress, ansia, abitudini scorrette, condizioni mediche, variazioni ormonali e fattori ambientali. Per questo è importante riconoscerla e intervenire con strategie adeguate che includono una corretta igiene del sonno, tecniche di rilassamento, supporto psicologico e, quando necessario, trattamenti specifici. In occasione della Giornata mondiale del sonno che si celebra ogni anno il secondo venerdì di marzo, Synlab accende i riflettori sull'insonnia e in particolare sul ruolo del sonno nella salute femminile lungo tutte le fasi della vita. Perché l'insonnia è femmina, sottolineano gli esperti. Le donne - spiega una nota - presentano un rischio più elevato di sviluppare insonnia rispetto agli uomini, una vulnerabilità legata sia a fattori sociali sia, soprattutto, alle oscillazioni ormonali che influenzano in modo diretto i meccanismi fisiologici del riposo. Estrogeni e progesterone, infatti, intervengono direttamente nei meccanismi neurofisiologici che regolano l'addormentamento e la continuità del riposo. Quando la concentrazione di questi due ormoni varia, anche il sonno tende a perdere stabilità diventando più leggero, frammentato e associato a risvegli frequenti.
"Nel corso della vita di una donna i cambiamenti ormonali non hanno un impatto soltanto sul corpo, ma anche sul modo in cui si dorme - afferma Giorgia Chinaglia, neurologa ed esperta del sonno Aims (Associazione italiana di medicina del sonno), responsabile dell'Ambulatorio per i disturbi del sonno, Synlab Data Medica Padova - Durante la gravidanza, ad esempio, le oscillazioni ormonali del primo trimestre possono portare a una sonnolenza o a difficoltà di addormentamento, mentre nel terzo trimestre i cambiamenti fisici, come l'aumento del volume corporeo, rendono il sonno meno continuo". La gravidanza rappresenta uno dei momenti più delicati. In alcuni casi, oltre alle variazioni fisiche e ormonali può insorgere la sindrome delle gambe senza riposo, una malattia caratterizzata da un fastidioso impulso a muovere gli arti inferiori più frequente nelle ore serali, spesso associato a difficoltà ad addormentarsi e risvegli ripetuti, e che durante la gravidanza può comparire in soggetti predisposti a causa della carenza di ferro.
Anche la menopausa e il momento di transizione che la precede rappresentano un periodo in cui la qualità del sonno può deteriorarsi in modo significativo. E' in questa fase, caratterizzata da oscillazioni ormonali irregolari, che molte donne iniziano a sperimentare risvegli più frequenti e un sonno meno stabile, spesso accompagnato da vampate notturne e sudorazioni che interrompono la continuità del riposo. Oltre ai fattori fisiologici, questa frammentazione del sonno può influire sul benessere emotivo, contribuendo a irritabilità, sbalzi d'umore e, nei casi più complessi, alla comparsa o al peggioramento di disturbi depressivi. "La transizione verso la menopausa è un momento particolarmente sensibile per il sonno femminile. Non è tanto l'arrivo della menopausa in sé a creare difficoltà, quanto i mesi o gli anni che la precedono - chiarisce Chinaglia - In questa fase molte donne sperimentano risvegli ripetuti o un sonno frammentato, anche in assenza di un vero problema di addormentamento. La qualità del sonno peggiora e, proprio perché estrogeni e progesterone partecipano alla promozione del sonno profondo, la loro riduzione rende più vulnerabili ai disturbi del sonno".
Accanto all'insonnia - prosegue la nota - un altro disturbo molto diffuso nelle donne, ma spesso sottovalutato, sono le apnee notturne. Nella popolazione generale le apnee sono più frequenti negli uomini, ma nelle donne la condizione è ampiamente sottostimata perché i sintomi si manifestano in modo diverso. Nelle donne, infatti, non sempre c'è un russamento evidente e spesso compaiono piuttosto insonnia, stanchezza diurna, sonno disturbato e risvegli frequenti. Dopo la menopausa, inoltre, l'incidenza nella donna tende ad avvicinarsi a quella maschile, con un impatto significativo sulla salute cardiovascolare e sulla qualità di vita.
Nonostante le terapie disponibili per migliorare la condizione, molte donne continuano a non aderire alla terapia, in particolare all'utilizzo della Cpap, considerata il trattamento più efficace nelle forme moderate e gravi. La scarsa aderenza è legata soprattutto a fattori psicologici e culturali poiché il dispositivo viene spesso percepito come ingombrante, poco estetico e difficilmente conciliabile con l'immagine femminile durante il riposo notturno.
"Nelle donne l'aderenza alla Cpap è ancora troppo bassa, spesso la mascherina viene percepita come poco estetica e difficile da accettare nel contesto della vita di coppia - riferisce Riccardo Drigo, pneumologo ed esperto del sonno Aims - Eppure, nelle forme moderate e severe, questa terapia rimane la più efficace. Per migliorare la compliance stiamo introducendo un nuovo modello di adattamento basato sulle '4 T': telemedicina, supporto dedicato, tracciabilità dell'uso e una personalizzazione sartoriale dei parametri. L'obiettivo è accompagnare le pazienti in un percorso più graduale e accogliente, così da favorire un utilizzo costante e realmente efficace della terapia".

Aveva 1 anno e mezzo Francesco, figlio del vincitore di Sanremo 2026 Sal Da Vinci, quando venne colpito dalla meningite. Una malattia che ancora oggi fa paura. Cause diverse, alto tasso di mortalità, sintomi inizialmente sfuggenti e un decorso che può diventare rapido e difficile da fermare. Non a caso, per l'Organizzazione mondiale della sanità "rimane una delle principali sfide globali per la salute pubblica". Perché la patologia - su cui si sono riaccesi i riflettori in Italia sull'onda del racconto di famiglia del cantante - può essere "devastante" e in grado di determinare "gravi complicanze a lungo termine". Epidemie di meningite se ne registrano in tutto il mondo, ricordano gli esperti, i microrganismi che possono causarla variano da batteri a virus, funghi, parassiti. A preoccupare in particolare medici e autorità sanitarie, per via del grave impatto, è la meningite batterica: circa 1 persona su 6 che contrae questo tipo di meningite muore e 1 su 5 presenta gravi complicazioni (da perdita dell'udito a difficoltà di linguaggio, memoria e comunicazione), segnala l'Oms in un focus, evidenziando che "il modo più efficace per fornire una protezione duratura" è ricorrere ai "vaccini" esistenti, che sono "convenienti e sicuri".
Come si manifesta la malattia e quali rischi comporta? La meningite, spiegano gli esperti, è l'infiammazione dei tessuti che circondano il cervello e il midollo spinale; può essere fatale, come testimonia anche la cronaca, e richiede cure mediche immediate. I sintomi più comuni sono rigidità del collo, febbre, confusione o stato mentale alterato, mal di testa, sensibilità alla luce, nausea e vomito. Ma le caratteristiche cliniche dei pazienti variano a seconda della causa, del decorso della malattia (acuto, subacuto o cronico), del coinvolgimento cerebrale (meningoencefalite) e delle complicanze sistemiche (sepsi). Anche ferite, tumori e farmaci causano un piccolo numero di casi. Ma è la meningite batterica il tipo pericoloso più comune e può purtroppo portare a decesso in poco tempo dalla scoperta dei sintomi, anche 24 ore. Colpisce persone di qualsiasi età, compreso i neonati che spesso presentano sintomi diversi rispetto agli adulti (i piccoli possono avere un comportamento insolito, essere meno attivi e difficili da svegliare, irritabili, avere un pianto debole e continuo, alimentarsi male e a fatica). Contro alcune delle principali cause batteriche esistono trattamenti e vaccini efficaci, ma "la meningite rimane una minaccia significativa in tutto il mondo", ribadisce l'Oms.
La maggior parte dei batteri che la causano è presente nel naso e nella gola e questi microrganismi si diffondono da persona a persona attraverso goccioline respiratorie o secrezioni faringee. Esistono 4 cause principali di meningite batterica acuta: meningococco (Neisseria meningitidis), pneumococco (Streptococcus pneumoniae), emofilo (Haemophilus influenzae), streptococco di gruppo B (Streptococcus agalactiae). Questi batteri sono responsabili di oltre la metà dei decessi dovuti a meningite a livello globale e causano altre malattie gravi come sepsi e polmonite. Importanti cause di meningite sono anche altri batteri come Mycobacterium tuberculosis, salmonella, listeria, streptococchi e stafilococco, ma anche virus come enterovirus e parotite, e ancora funghi (soprattutto il cryptococcus) e parassiti come l'ameba.
Chi è più esposto al pericolo? I bambini piccoli, senz'altro, ma non solo. I neonati sono maggiormente a rischio di streptococco di gruppo B, i bambini di meningococco, pneumococco e Haemophilus influenzae. Gli adolescenti e i giovani adulti sono particolarmente a rischio di malattia da meningococco, mentre gli anziani di malattia da pneumococco.
In Italia nel 2007 è stata attivata una sorveglianza nazionale delle malattie batteriche invasive. Nel complesso, secondo gli ultimi dati disponibili nel rapporto dell'Iss (Istituto superiore di sanità) pubblicato a ottobre 2025, in Italia nel 2024 l'incidenza dei casi di malattia invasiva da meningococco è stata pari a 0,20 casi/100.000 abitanti, 3,35/100.000 per pneumococco e 0,57/100.000 per emofilo. Rispetto alla diminuzione nel numero di segnalazioni per i 3 patogeni registrata nel biennio 2020-2021, influenzato dall'emergenza pandemica per Covid-19, nel triennio 2022-2024 le incidenze per questi 3 patogeni hanno mostrato tutte un incremento progressivo, si legge sul portale Epicentro. Relativamente ai tassi di segnalazione per Regione/Provincia autonoma, si evidenzia una variabilità interregionale, con un gradiente decrescente da Nord a Sud del Paese. Complessivamente in Italia i casi segnalati nel 2024 di malattie invasive da Neisseria meningitidis, Streptococcus pneumoniae, Haemophilus influenzae e di meningiti da altri batteri sono stati in totale 2.632 (erano stati 2.399 nel 2023 e 1.473 nel 2022). Nel complesso, per i 3 patogeni si osserva un tipico andamento stagionale, con un maggiore numero di casi segnalato durante il periodo invernale.
Nonostante i significativi progressi compiuti a livello mondiale negli ultimi decenni, la meningite rimane una malattia molto temuta, per le gravi conseguenze e il notevole impatto emotivo, sociale ed economico sulle persone, le famiglie e le comunità. Per questo l'Oms insieme ai partner e agli esperti coinvolti nella prevenzione e nel controllo della meningite ha sviluppato una roadmap globale per sconfiggerla entro il 2030. Tre gli obiettivi ambiziosi a cui si punta: eliminazione delle epidemie di meningite batterica; riduzione del 50% dei casi di meningite batterica prevenibile con vaccino e del 70% dei decessi; riduzione della disabilità e miglioramento della qualità della vita dopo meningite dovuta a qualsiasi causa.

Carlos Alcaraz batte
Arthur Rinderknech a Indian Wells
e vola agli ottavi di finale del Masters 1000 in
California.
Poi, dopo il match vinto in rimonta, commenta così la grande
prestazione del suo avversario: "A volte mi stanco di
giocare contro Roger Federer a ogni turno. Sembra proprio
che tutti stiano giocando a un livello pazzesco. Non so se lo sto
vivendo nel modo giusto, ho però la sensazione che succeda sempre
contro di me. Se giocassero a quel livello in ogni partita,
dovrebbero essere più in alto nel ranking. Mi preoccupa,
quando gioco ci penso".
Il fuoriclasse spagnolo, numero uno al mondo, ha aggiunto: "Tutto quello che posso fare è accettarlo, andare avanti e cercare di fare cose diverse durante la partita, cercare di non permettergli di essere aggressivo o di giocare con proprio stile, cercare di imporre il mio stile, il mio tennis, il mio livello nella partita e provare a ribaltare la situazione. Cerco di fare questo".

“Verona sta vivendo un momento molto particolare della sua storia, specialmente nell'ambito della logistica, confermando la volontà di essere un punto di riferimento costante, ben oltre la durata di questo evento. La nostra città si sta preparando a due grandi sfide infrastrutturali: il completamento del tunnel del Brennero e la nuova progettualità legata alla mobilità sull’A22. Sebbene i tempi per l'attraversamento del nuovo tunnel possano sembrare lontani, sono in realtà molto più vicini di quanto si pensi, e il territorio si sta attrezzando per gestire questi investimenti strategici”. Lo ha detto il primo cittadino del Comune di Verona, Damiano Tommasi, intervenendo oggi nella città veneta all’inaugurazione di LetExpo 2026, la kermesse punto di riferimento per i trasporti, la logistica, i servizi alle imprese e la sostenibilità, organizzata da Alis Service in collaborazione con Veronafiere e promossa da Alis - Associazione logistica dell'intermodalità sostenibile. L’evento, giunto alla quinta edizione, resterà a Veronafiere fino al 13 marzo.
Il sindaco di Verona porta all’attenzione della platea e delle istituzioni presenti a LetExpo “un elemento critico che necessita di una riflessione nazionale”: “Chi amministra le città e chi ha la responsabilità delle organizzazioni di categoria deve oggi affrontare il tema dell'abitare: anche il comparto della logistica sta soffrendo per un vulnus sociale in cui gli stipendi spesso non bastano più a coprire i costi di una casa”, fa sapere. “Oggi riscontriamo difficoltà nel reperire lavoratori e lavoratrici perché i costi di trasferimento superano i benefici salariali. È un problema che avvertiamo chiaramente qui a Verona, dove si concentra un alto numero di aziende, specialmente quelle legate all'ultimo miglio”, dice.
Se in passato sono stati fatti “grandi passi avanti sulla formazione attraverso gli ITS, che restano una risorsa fondamentale - fa notare il sindaco - oggi emerge con forza l'esigenza di un ragionamento nazionale su sgravi fiscali, incentivi o risorse dedicate al tema della casa per chi lavora. Non parliamo solo di emergenza abitativa in senso stretto - conclude - ma della dignità di chi, pur avendo un impiego, non può permettersi un'abitazione vicina al proprio luogo di lavoro”.

“Questa è la quinta edizione di una manifestazione che ha saputo crescere negli anni in maniera incredibile, facendo passi da gigante. La fiera si presenta oggi con numeri da record: oltre 550 espositori e un profilo sempre più internazionale, un dato fondamentale sottolineato dal 25% in più di presenze dall'estero”. Lo ha detto il presidente di Veronafiere, Federico Bricolo, intervenendo questa mattina a Verona all’inaugurazione di LetExpo, la manifestazione fieristica organizzata da Alis Service in collaborazione con la stessa Veronafiere.
“Con 60mila metri quadri espositivi e 5 padiglioni interamente occupati - evidenzia Bricolo - è stato fatto un lavoro straordinario da parte di Alis Service e di Alis nell'organizzare un evento che è riuscito a crescere in modo sorprendente. Chi si occupa di fiere sa bene che una manifestazione ha bisogno di tempo per radicarsi e crescere. Eppure - osserva - questa realtà è riuscita a inserirsi subito nel calendario internazionale, diventando un punto di riferimento assoluto per il mondo dei trasporti e della logistica sostenibile. Non si tratta solo di un'area espositiva all'interno del quartiere fieristico - si sofferma - ma di un vero e proprio hub di confronto diretto con il mondo delle istituzioni e con tutti gli stakeholder del settore. Abbiamo oltre 100 relatori per entrare nel merito di tutte le sfide che questo comparto sta affrontando in questo momento”.
Sfide, come le guerre, le crisi internazionali geopolitiche e le varie tensioni, che condizionano inevitabilmente i settori coinvolti nella fiera, “ma la forza di Alis - incalza il presidente di Veronafiere - è anche quella di essere un punto di riferimento nelle istituzioni. Per questo - aggiunge - vedrete in questi giorni molti dibattiti con gli interlocutori più importanti, tra cui sottosegretari, viceministri, ministri, rappresentanti di porti, interporti e aeroporti, oltre ai direttori generali dei vari ministeri. Sono tutti qui a Verona per interagire con gli operatori del settore e trovare le soluzioni necessarie”. Il primo ad essere presente nel giorno dell’inaugurazione è il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Matteo Salvini. “La sua presenza è molto importante e richiesta da tutti gli operatori - dice Bricolo - avere un ministro che ci mette la faccia anche nei momenti meno facili, offrendo il supporto e l'appoggio di tutto il Governo a un settore che deve rimboccarsi le maniche e dare il massimo, è un segnale di estrema rilevanza”, conclude.

Oggi, 10 marzo, mancano esattamente 100 giorni alla Maturità 2026. Inizia per migliaia di studenti del quinto anno delle scuole superiori il countdown al 18 giugno, data in cui si svolgerà la prima prova dell'esame di Stato.
La tradizione di celebrare i 100 giorni prima dell'Esame di maturità è fortemente radicata nella cultura studentesca: non solo un simbolo di passaggio, ma anche un'occasione per festeggiare, confrontarsi e – tra riti scaramantici e momenti di convivialità – affrontare l'ansia pre‑esame con una carica di energia positiva.
Le origini della tradizione risalgono all’Ottocento, quando l’espressione piemontese 'mach pì cent' (ovvero "Ne mancano cento") — derivata dal gergo militare — veniva usata dai cadetti dell’Accademia Militare di Torino per indicare il tempo che mancava alla fine del corso. Con gli anni, l’usanza si è trasformata e diffusa in tutte le scuole superiori italiane.
Tanti i modi per festeggiare e scaricare la tensione insieme ai propri compagni: ci sono classi che si ritrovano per una cena, chi organizza gite oppure chi compie gesti simbolici come scrivere sulla sabbia il voto desiderato.
Ci sono anche tradizioni locali in luoghi iconici, come il rito dei 100 giri in Piazza dei Miracoli a Pisa, ed eventi organizzati ad hoc. A Roma quest'anno, Alice nella Città affianca l’evento speciale di 'Notte prima degli esami 3.0', invitando gli studenti degli ultimi anni di tutta Italia a vivere insieme il primo grande appuntamento ufficiale che dà il via al countdown verso l'Esame di Stato. Stasera, 10 marzo alle ore 19.15, allo scoccare dei 100 giorni che precedono la Maturità, il film sarà presentato a Roma al Cinema Adriano, in una speciale premiére evento alla presenza del cast, trasmessa in diretta streaming in simultanea in 100 cinema di tutta Italia.

"Sono felice di aprire la quinta edizione di LetExpo e lo faccio ringraziando le istituzioni, i partner, gli espositori e i relatori. Oggi qui si contano 550 espositori, il 10% in più rispetto al 2025, numeri che confermano questa fiera come punto di riferimento per il settore logistico e dei trasporti". Così Guido Grimaldi, presidente di Alis - Associazione logistica dell'intermodalità sostenibile, alla giornata inaugurale dell’edizione 2026 di LetExpo, la kermesse punto di riferimento per i trasporti, la logistica, i servizi alle imprese e la sostenibilità , in svolgimento a Verona fino al 13 marzo.
Poi spiega ancora: “Nata cinque anni fa come un progetto ambizioso, oggi LetExpo è una manifestazione di rilievo europeo, con una forte collaborazione con le Forze armate italiane e, per la prima volta, con il Corpo nazionale dei vigili del fuoco. A loro si aggiunge la presenza di numerose autorità nazionali ed europee, più giornalisti di spessore che moderano i dibattiti e che completano il quadro”.
Entrando più nel dettaglio attuale, Grimaldi afferma: “Il contesto internazionale odierno evidenzia conflitti e tensioni in Medio Oriente, attacchi tra Usa, Israele ed Iran, ed un rischio importante per il traffico energetico nello Stretto di Hormuz, da cui passa circa il 20% del petrolio mondiale; le conseguenze principali sono l’aumento dei costi energetici, l’aumento del prezzo del gasolio, e il deciso impatto su trasporti marittimi, aerei e sulla logistica globale”. Secondo Alis ci sono necessità specifiche: “Servono politiche europee coordinate su sicurezza, energia e infrastrutture, una valorizzazione della posizione strategica dell’Italia nel Mediterraneo, e una maggiore stabilità internazionale per sostenere commercio e logistica”.
Nonostante le difficoltà, però, emergono segnali positivi per l’Italia. Lo stesso presidente di Alis spiega come il Belpaese sia tra i primi 6-7 esportatori al mondo e secondo in Europa solo alla Germania, con un export in rialzo che entro il 2027 toccherà quota 700 miliardi di euro; nel 2026 il Pil crescerà di circa +0,8%, mentre il record turistico nel 2025 è stato di 476 milioni di persone; bene il tasso di occupazione, è record con il 62,7%. Ma alla luce di questi discorsi e di queste cifre, qual è il ruolo della logistica e di Alis? “Alis rappresenta oltre 2500 aziende associate, 511 mila lavoratori, 160 miliardi di euro di fatturato aggregato, sostenendo così l’import-export, l’industria e generando occupazione”, sottolinea ancora Grimaldi.
Non mancano, però, le criticità, che il numero uno di Alis segnala: “Il sistema EU Emissions Trading System (Ets) nel trasporto marittimo rischia di ridurre la competitività dei porti europei, spinge verso un aumento dei costi sia per imprese che per consumatori, e riporta inevitabilmente migliaia di camion sulle strade. Le proposte per ovviare a queste dinamiche sono quelle di reinvestire nel settore marittimo i proventi dell’Ets e di rafforzare gli incentivi all’intermodalità come Sea Modal Shift e Ferrobus con almeno 100 milioni di euro annui ciascuno”. Intanto l’evoluzione prosegue anche in questo settore. Digitalizzazione, automazione, intelligenza artificiale, sono elementi chiave nel progresso, un progresso che comunque abbraccia numerose opportunità di lavoro tra cui marittimi, autisti di mezzi pesanti, operatori di bordo, controllori di volo, tecnici e specialisti digitali.
Poi conclude: “Questa fiera crea connessioni tra imprese, istituzioni, territori e giovani, ponendo attenzione anche sul sociale con il padiglione dedicato al terzo settore. Per me guidare Alis è un grande onore ma anche una responsabilità consapevole del fatto che il futuro del settore dipende dalla collaborazione tra imprese, istituzioni e lavoratori, ecco che allora LetExpo diventa un luogo ancora più essenziale dove poter costruire insieme innovazione, sostenibilità e competitività”.

"Io faccio appello a tutti i cittadini che hanno sofferto sulla propria pelle. Votate sì, ci togliamo di mezzo la magistratura che sono plotoni di esecuzione". E' polemica per le parole sul referendum e sui magistrati espresse dalla capo di gabinetto del ministero della Giustizia, Giusi Bartolozzi, intervenuta sabato scorso alla trasmissione 'Il Punto' sull'emittente siciliana Telecolor. Dichiarazioni "inaccettabili" per le opposizioni e da più parti arriva la richiesta di dimissioni.
Il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, intervenuto già ieri, oggi si è nuovamente espresso sulla questione, interpellato in merito a margine di un evento a Torino sul referendum. "La stessa dottoressa Bartolozzi ha chiarito il suo punto di vista che non si riferiva assolutamente a tutta la magistratura ma soltanto a quella piccola parte minoritaria che ha definito politicizzata", ha dichiarato il Guardasigilli.
"Sicuramente, come ho già detto, sono certo che la dottoressa Bartolozzi si scuserà per un'espressione che può essere stata interpretata in modo improprio, ma che conoscendola anche come magistrato non rappresenta certamente il suo pensiero", ha affermato Nordio, che ha aggiunto: "Alla magistratura alla quale mi sento ancora di appartenere perché una volta magistrato sei sempre magistrato tutta ovviamente la mia solidarietà anche se militiamo in questo momento in posizioni diverse per quanto riguarda il referendum non con tutti i magistrati ma con una parte di loro".
"Comunque il dissenso è il sale della democrazia e quindi io auspico che i toni vengano tenuti sempre bassi, secondo i saggi suggerimenti del presidente della Repubblica", ha detto ancora il ministro. E a chi gli domandava se Giusi Bartolozzi dovrebbe dimettersi, Nordio ha risposto: "No, queste sono considerazioni che in questo momento non vengono prese".
La Giunta esecutiva centrale dell'Associazione nazionale magistrati (Anm) ribadisce di non voler rispondere agli attacchi. "In queste ultime settimane abbiamo deciso di non rispondere mai agli attacchi ricevuti a più riprese da esponenti politici, anche di altissimo profilo. L'appello all'abbassamento dei toni che è stato rivolto a tutte le parti in causa dalla più alta carica dello Stato era, e ancora di più oggi, è assolutamente opportuno - sottolinea l'Anm - Per cui, anche se il tono e le argomentazioni contro la magistratura italiana sono oramai giunte a un livello inaccettabile per chi auspica la rispettosa collaborazione tra le istituzioni del nostro Paese, continueremo a mantenere inalterata la nostra linea".

Gli amori fanno giri immensi e, a volte… tornano. A 'Scherzi a Parte'. È quello che è accaduto a Selvaggia Lucarelli e Max Giusti: dopo una relazione durata circa sette anni, tra i due è rimasto un legame fatto di affetto e stima reciproca.
Lo hanno dimostrato ieri sera nella seconda puntata dello storico programma di Mediaset in onda su Canale 5. Lui alla conduzione, lei vittima di uno scherzo “bastardo”. In studio, tra battute e sorrisi, i due non hanno nascosto il loro passato sentimentale.
Giusti, con il tono ironico che lo contraddistingue, le ha chiesto di essere “buona” con gli altri ospiti presenti, tra cui Ermal Meta e Matteo Bassetti. La replica di Lucarelli, come spesso accade, è arrivata puntuale e tagliente: “Ma tu lo sai… anzi, tu lo dovresti proprio sapere – ha sottolineato tra le righe - quanti anni ho impiegato per farmi questa brillante reputazione da stronza?”.
Ma il botta e risposta non è finito qui. Poco dopo, quando Max Giusti l'ha chiamata "dottoressa", Lucarelli ha colto l'occasione per un'altra stoccata: "La ringrazio per il dottoressa. Ma non ti ricordi manco più i miei titoli... non sono dottoressa".
Giusti l'ha invitata ad accomodarsi su uno sgabello per farle indossare, in anticipo, i panni di opinionista del Grande Fratello Vip. "Partiamo da me, così ti sciogli", ha scherzato il conduttore. "Devo andare molto ma molto lontano indietro negli anni, devo andare a pescare negli anni '90".
A metterci del suo, anche Filippo Bisciglia ospite in studio, con un eloquente: "Eh...". "Sta già pensando al falò di confronto", ha rilanciato Giusti, facendo riferimento al noto programma condotto da Bisciglia, Temptation Island.
"Non ti ricordi? Mi stai rinnegando?", ha continuato Lucarelli il suo discorso, rivolgendosi all'ex. "C'è mia moglie a casa, devo tornarci eh...", ha replicato tra le risate del pubblico. Poi la rivelazione: "Siamo stati insieme 8 anni", ha ammesso Giusti. Lucarelli non si è fatta sfuggire l'ultima battuta: "Guarda che fiore che sei diventato, sei proprio migliorato". E ha concluso con l'ennesima stoccata: "Una qualità tua non mi viene in mente, ma qualcosa di buono c'ho visto se sono stata insieme con te 8 anni dai".
Oggi entrambi hanno preso strade diverse. Lucarelli è legata allo chef Lorenzo Biagiarelli e i due sembra siano prossimi al matrimonio. Giusti, invece, è sposato con Benedetta Bellini con la quale ha avuto due figli. Eppure c’è stato un tempo, tra la fine degli anni ’90 e l’inizio dei 2000, in cui i due hanno condiviso un pezzo di vita professionale e sentimentale.
A raccontare come tutto ha avuto inizio è stato lo stesso Giusti, ospite di Gianluca Gazzoli nel podcast Passa dal BSMT. Un incontro quasi casuale, e per certi versi ‘galeotto’.
Quella sera Lucarelli era uscita con Teo Mammucari e proprio in quell’occasione conobbe Giusti, che all’epoca era single. “Vedevo che era molto diversa da Teo… tra l’altro Teo ha rosicato un po’. Se gliel’ho fregata? Non stavano insieme, era la prima volta che uscivano, non è che ci fosse chissà cosa. E quella sera non è successo niente”, ha raccontato il conduttore.
Secondo il suo ricordo, fu proprio un momento apparentemente banale a far scattare la scintilla: Mammucari si allontanò per andare in bagno e lui e Lucarelli iniziarono a parlare. “Mi ha colpito molto. All’epoca faceva scuola di teatro, viveva a Civitavecchia in un appartamento con un’altra ragazza e condividevano la stanza, come fanno gli studenti. Mi piaceva molto la sua testa”.
Da quella conversazione nacque la relazione che si è conclusa dopo circa sette anni. Senza drammi. “Altrimenti saremmo rimasti insieme”, ha spiegato l’attore. “Ma ho sempre avuto molta stima di lei: è una che si è presa la propria vita sulle spalle e si è costruita un percorso”.
Per un lungo periodo i due hanno smesso di frequentarsi, salvo poi ritrovarsi anni dopo a Ballando con le stelle: lei nelle vesti di giurata, lui ospite per una sera. Nessuna ruggine, solo la consapevolezza che il sentimento di allora si fosse trasformato in qualcosa di diverso.
Un epilogo che, in fondo, non sorprende chi conosce la vita di Lucarelli. La giornalista mantiene infatti ottimi rapporti anche con l’ex marito Laerte Pappalardo: i due si sono sposati nel 2004 e si sono separati nel 2007, ma hanno continuato a condividere un legame di stima e amicizia, crescendo insieme il figlio Leon, nato nel 2005.
Perché a volte le storie finiscono, ma non necessariamente i rapporti. E certe complicità, anche quando cambiano forma, restano.

L'Agenzia italiana del farmaco (Aifa) ha approvato il rimborso di seladelpar per il trattamento della colangite biliare primitiva (Primary Biliary Cholangitis, Pbc) in combinazione con acido ursodesossicolico (Udca) negli adulti che hanno una risposta inadeguata al solo Udca o in monoterapia nei casi in cui Udca non è tollerato. Lo annuncia Gilead Sciences in una nota.
La Pbc - si legge - è una malattia epatica cronica autoimmune e colestatica che colpisce principalmente le donne fra i 45 e i 65 anni. In Italia la prevalenza della patologia è stimata in 27,9 casi per 100mila abitanti, con un'incidenza annuale di 5,31 casi ogni 100mila abitanti. La malattia può evolvere progressivamente verso fibrosi avanzata, cirrosi, fino a rendere necessario il trapianto di fegato. I sintomi più comuni riportati sono l'affaticamento e il prurito cronico. Quest'ultimo risulta particolarmente difficile da trattare tanto da compromettere profondamente la qualità di vita, interferendo con il sonno, il benessere psicologico, la vita lavorativa e le attività quotidiane.
Attualmente non esiste una cura per la colangite biliare primitiva e i trattamenti hanno come obiettivo il rallentamento della progressione della malattia e la riduzione dei sintomi correlati alla colestasi, come il prurito. L'efficacia del trattamento è misurata principalmente con il miglioramento dei test biochimici epatici, tra cui la normalizzazione dei livelli di fosfatasi alcalina (Alp), un importante marcatore di progressione della malattia. Nonostante l'impiego consolidato dell’acido ursodesossicolico come terapia di prima linea, una proporzione di pazienti non raggiunge la risposta biochimica desiderata, con un conseguente rischio aumentato di progressione della malattia.
Come evidenziano i risultati dello studio di fase 3 Response - riporta Gilead - il 62% dei partecipanti che assumevano seladelpar ha raggiunto la risposta biochimica composita al mese 12 (endpoint primario), rispetto al 20% dei partecipanti che assumevano placebo. Il trattamento con seladelpar ha portato inoltre alla normalizzazione dei livelli Alp nel 25% dei partecipanti, un parametro altamente predittivo degli outcome a lungo termine nella Pbc. Questa variazione non è stata osservata in nessuno dei partecipanti allo studio che assumevano placebo. I pazienti trattati hanno dimostrato anche una riduzione statisticamente significativa del prurito rispetto al placebo. Dopo 6 mesi di trattamento con seladelpar, i partecipanti che hanno iniziato lo studio con prurito da moderato a grave hanno riscontrato un miglioramento di 3,2 punti su una scala di valutazione numerica del prurito da 0 a 10, un miglioramento clinicamente significativo rispetto a una diminuzione di 1,7 punti con il placebo. I dati di sicurezza mostrano un profilo favorevole e una buona tollerabilità, con un'incidenza contenuta di eventi avversi.
"Questo importante risultato rappresenta un ulteriore passo avanti verso un cambio di paradigma nella gestione della colangite biliare primitiva", afferma Carmen Piccolo, Executive Country Medical Director di Gilead Sciences. "Non si tratta infatti di agire solo sui parametri biochimici - sottolinea - ma di avere un'attenzione concreta alla qualità di vita dei pazienti. Con questo traguardo si conferma il nostro impegno nell'area delle malattie del fegato, dove siamo in prima linea da anni: un impegno che ha contribuito a cambiare la storia nella gestione delle epatiti virali e che ci auguriamo possa fare la differenza anche nella colangite biliare primitiva. Oggi, con l’arrivo di seladelpar - conclude Piccolo - confermiamo ancora una volta lo spirito con cui Gilead affronta le sfide: sviluppare soluzioni che trasformino la vita delle persone".

La Fondazione Aidr esprime le proprie congratulazioni al professor Eugenio Maria Mercuri, direttore del Dipartimento di Scienze della Salute della Donna e del Bambino del Policlinico Universitario A. Gemelli Irccs, insignito del Premio per teoria e tecnica della medicina nell’ambito della neuropsichiatria infantile conferito dalla Fondazione Nicola Irti durante la cerimonia svoltasi presso l’Aula Brasca del Policlinico Gemelli di Roma. Il riconoscimento "valorizza una carriera scientifica e clinica dedicata allo studio e alla cura delle patologie neurologiche dell’età evolutiva, molte delle quali rare e caratterizzate da percorsi assistenziali complessi che coinvolgono non solo i piccoli pazienti ma anche le loro famiglie".
Da anni la Fondazione Aidr collabora con il reparto di Neuropsichiatria infantile del Policlinico Gemelli e con il team guidato dal professor Mercuri, promuovendo iniziative di sensibilizzazione e sostegno rivolte ai bambini affetti da patologie complesse, spesso rare e con un forte impatto sociale a causa della cronicità e del grado di compromissione. Secondo i dati del Policlinico Gemelli, oltre 5.000 bambini sono seguiti ogni anno nei reparti pediatrici e più del 50% proviene da altre regioni d’Italia o dall’estero, una mobilità sanitaria che comporta un significativo impatto economico, organizzativo e psicologico sulle famiglie.
"Il professor Mercuri rappresenta oggi uno dei principali punti di riferimento della neuropsichiatria infantile a livello internazionale – dichiara Mauro Nicastri, presidente della Fondazione Aidr – Proprio per questo, già nel 2016 abbiamo voluto istituire l’Osservatorio Sanità Digitale AIDR, guidato dal cardiologo interventista Andrea Bisciglia, consapevoli che la trasformazione digitale della sanità non fosse più una prospettiva futura ma una necessità concreta per migliorare l’efficacia delle cure e la qualità della vita dei pazienti". Nicastri richiama inoltre il valore del progetto 'Casa dei Bambini – Trenta Ore per la Vita', nato dalla collaborazione tra Fondazione Policlinico Gemelli, associazione Trenta Ore per la Vita, Casa Ronald McDonald Italia e Istituto Giuseppe Toniolo. L’iniziativa prevede la realizzazione di una struttura dedicata ad accogliere bambini e famiglie durante i percorsi di cura, offrendo un ambiente sicuro e accogliente progettato per garantire ospitalità dignitosa, continuità assistenziale e un maggiore supporto alle famiglie che affrontano lunghi percorsi terapeutici.

L'assunzione a lungo termine di caffè e tè è associata alla riduzione del rischio di demenza e, in generale, mantiene più a lungo la salute del cervello? A porsi la domanda è una ricerca pubblicata su 'Jama' secondo la quale un consumo moderato di caffeina può ridurre il rischio di demenza e rallentare il declino cognitivo. Lo studio osservazionale condotto da un gruppo di ricercatori di Harvard ha analizzato le abitudini di consumo di caffè e tè nel lungo periodo. I medici anti-fake news del portale 'Dottore, ma è vero che...?', curato dalla Fnomceo (Federazione nazionale degli Ordini dei medici), alla domanda 'se caffè e tè proteggono dalla demenza?' rispondono che "dalle notizie circolate sembrerebbe di sì. Ma, come molto spesso accade quando si cercano e si valutano correlazioni tra alimenti e malattie, è necessario analizzare lo studio nei suoi dettagli e con obiettività".
Diversi esperti - ricordano i medici anti-bufale - hanno sollevato alcuni punti critici: la tipologia dell'indagine, gli stessi risultati (che mostrano un'associazione e non un rapporto di causa-effetto tra consumo di caffè e demenza) e la natura della patologia considerata, complessa da prevenire perché multifattoriale. Lo studio inoltre è di tipo osservazionale: i ricercatori non hanno assegnato ai partecipanti una dosa di caffè da bere quotidianamente, ma si sono limitati a raccogliere informazioni sulle loro abitudini nel tempo attraverso questionari.
La ricerca randomizzata ha coinvolto oltre 130.000 partecipanti di 2 coorti statunitensi formati da donne e uomini che non soffrivano di demenza né di altre patologie gravi. I partecipanti sono stati seguiti per un lungo periodo (follow-up fino a 43 anni) e ogni 2-4 anni, tramite un questionario, hanno riferito al team di ricerca dati sulla propria salute cognitiva e sull'abitudine di bere caffè (non decaffeinato) e tè.
Lo studio conclude che un maggiore consumo di caffè o tè è stato associato a un minor rischio di demenza e a una funzione cognitiva leggermente migliore, con l'associazione più pronunciata a livelli di assunzione moderati: 2-3 tazze di caffè oppure 1-2 tazze di tè al giorno. Coloro che mantenevano per anni questa abitudine, secondo gli esiti del lavoro, presentavano una minore prevalenza di declino cognitivo rispetto a coloro che assumevano un decaffeinato o il tè deteinato.
"La parola chiave - fanno notare gli esperti Fnomceo - è 'associazione'. Nello studio "non si afferma che bere quelle dosi di caffè e tè sicuramente protegge dalla demenza. Si è semplicemente osservato che i due fenomeni, così come riferito dai partecipanti, sono talvolta associati".
Il cardiologo elettrofisiologo John Mandrola, sulle pagine del blog 'Sensible Medicine', ha spiegato ancora una volta il rischio che i risultati di "studi osservazionali non randomizzati su prodotti come caffè, quinoa, cioccolato, saune e mirtilli" confondano le idee ai cittadini. I cosiddetti 'fattori di confondimento' restano un limite strutturale degli studi osservazionali: nel caso dello studio in questione, le persone che bevono caffè ogni giorno, ad esempio, potrebbero anche fare più attività fisica, seguire un'alimentazione più varia, fumare meno o avere un livello di istruzione più elevato. Abitudini e condizioni che sappiamo possono proteggere dal rischio di soffrire di demenza.
Sebbene i ricercatori che hanno condotto lo studio affermino di aver corretto i fattori di confondimento noti, "non possono essere intervenuti su ciò che lo studio stesso non ha misurato: le informazioni individuali non raccolte tramite il questionario restano quindi invisibili all'analisi. Per questo motivo, il metodo più affidabile per stabilire un rapporto di causa-effetto - sottolineano da Fnomceo - è sempre quello di condurre uno studio randomizzato, che nel campo della nutrizione è però molto difficile da realizzare per ragioni sia pratiche sia etiche".
Forse il caffè non fa così male come crediamo? "L’espresso (così come una tazza di tè) contiene caffeina, una sostanza stimolante che in dosi moderate riduce la stanchezza, aumenta la vigilanza e migliora i tempi di reazione". Una panacea? "Non proprio - evidenziano i medici anti-fake news - Come si sa un abuso di caffè incide negativamente sulla pressione arteriosa: in alcuni soggetti potrebbe causare danni al sistema cardiocircolatorio. Dosi elevate di caffè non aiutano le persone ansiose, disturbano il sonno e possono peggiorare le condizioni di chi soffre di reflusso gastroesofageo".
Allora, cosa possiamo fare per prevenire la demenza? Yu Zhang, primo autore dello studio - concludono i medici anti-bufale - ha specificato che "mantenere uno stile di vita sano, fare regolarmente esercizio fisico, avere una dieta equilibrata e dormire bene sono tutti fattori importanti per migliorare la salute del cervello".
Secondo le principali revisioni di studi sulla prevenzione della demenza - la cui incidenza aumenta con la longevità della popolazione, globalmente - la diagnosi precoce è un fattore positivo per il successo dei (pochi) trattamenti disponibili. Le prove attualmente disponibili fanno inoltre pensare che circa la metà dei casi di declino cognitivo possa essere prevenuta o ritardata seguendo uno stile di vita sano.

Il pisolino troppo lungo può non essere un buon segno. Quando si parla di ictus cerebrale, "la maggior parte delle volte l'attenzione si concentra sull'evento acuto: inatteso, drammatico, capace di cambiare la vita in pochi istanti. Tuttavia, nella maggior parte dei casi, l'ictus non nasce all'improvviso, ma è piuttosto il risultato finale di un lungo e silenzioso processo che si sviluppa nel corso degli anni e che mette insieme numerosi fattori di rischio. Tra questi, lo stress cronico e le alterazioni del sonno - sia notturno sia diurno - stanno emergendo come elementi sempre più rilevanti per la salute cerebrovascolare".
A fare il punto, in vista della Settimana mondiale del cervello che si celebra dal 15 al 22 marzo, sono gli esperti di Alice Italia Odv (Associazione per la lotta all'ictus cerebrale), impegnata da quasi 30 anni nella prevenzione, nella divulgazione scientifica e nel supporto alle persone colpite da ictus e alle loro famiglie. "Accanto al sonno notturno, la ricerca scientifica si sta concentrando anche sul sonno diurno, in modo particolare sulle pennichelle lunghe e non intenzionali. Se un breve riposino programmato può aiutare il recupero mentale e la memoria, i sonnellini prolungati e involontari sembrano causare un aumento del rischio cerebrovascolare", rimarcano gli specialisti.
"Lo stress - spiega Alice Italia - fa parte della vita quotidiana ed è, di per sé, una risposta fisiologica utile: il problema nasce quando questo stato di allerta non si spegne mai davvero. In presenza di stress cronico, infatti, l'organismo mantiene attivi in modo persistente i principali sistemi di risposta allo stress, con una produzione prolungata di ormoni come il cortisolo e una costante attivazione del sistema nervoso simpatico. Nel tempo questa condizione può determinare un aumento stabile della pressione arteriosa, una maggiore rigidità dei vasi sanguigni e uno stato infiammatorio cronico di basso grado, tutti meccanismi che favoriscono la progressione dell'aterosclerosi e la formazione di trombi".
Sottolinea Valeria Caso, responsabile Struttura complessa Uo Neurologia Stroke Unit Polo ospedaliero Saronno (Varese): "Lo stress cronico non va considerato solo come un problema emotivo o psicologico. E' uno stimolo biologico persistente che, nel tempo, modifica profondamente l'equilibrio cardiovascolare. Quando questi meccanismi restano alterati a lungo, il rischio di eventi cerebrovascolari, come l'ictus, aumenta in modo significativo". Le persone esposte a stress cronico presentano dunque una maggiore incidenza di ipertensione e di eventi cardiovascolari, due dei principali fattori di rischio per l'ictus cerebrale.
Quanto al sonno, non è un semplice momento di 'spegnimento' dell’organismo - precisa l'associazione - ma al contrario rappresenta una fase attiva di regolazione e recupero. "Durante il sonno fisiologico, la pressione arteriosa tende a ridursi di circa il 10-20%, l'attività del sistema nervoso simpatico diminuisce e i processi infiammatori vengono modulati. Quando il sonno è insufficiente, oppure risulta frammentato o disturbato, questa finestra di protezione si chiude. Studi osservazionali mostrano infatti che dormire meno di 5-6 ore per notte o più di 8-9 ore è associato a un aumento del rischio di ictus, rispetto a una durata di sonno considerata ottimale", evidenziano gli esperti.
"Un ruolo particolarmente rilevante - proseguono gli specialisti - è svolto dall'apnea ostruttiva del sonno, una condizione spesso non diagnosticata che interessa una quota importante della popolazione adulta. Le ripetute pause respiratorie notturne causano ipossia intermittente e, allo stesso tempo, brusche oscillazioni della pressione arteriosa, contribuendo a un danno vascolare progressivo. Le persone con apnea ostruttiva del sonno presentano un rischio di ictus circa doppio rispetto a chi non ne soffre".
Occhio anche ai sonnellini prolungati e involontari, che sembrano causare un aumento del rischio cerebrovascolare. Una revisione di studi osservazionali pubblicata su 'Sleep Medicine Reviews', che ha coinvolto oltre 600.000 persone (di cui circa 16.000 andate incontro a ictus), ha evidenziato una relazione tra durata del sonnellino diurno e probabilità di ictus. In particolare: i sonnellini brevi (fino a 30 minuti) mostrano un impatto minimo o nullo sul rischio; i riposini superiori ai 90 minuti sono associati a un aumento del rischio fino a circa l'80% rispetto a chi non dorme di giorno; i sonnellini non programmati e involontari sono associati a un rischio ancora più elevato, riporta Alice Italia. "Ovviamente il riposino non va demonizzato - precisa Massimo Del Sette, direttore Uoc Neurologia Policlinico San Martino di Genova - ma è necessario riconoscere come la sonnolenza diurna frequente e non voluta possa essere un segnale di un sonno notturno non ristoratore o di disturbi come l'apnea ostruttiva del sonno, che sappiamo aumentare il rischio di ictus. Il rischio aumentato è stato osservato per tutte le principali tipologie di ictus: ischemico, emorragico e subaracnoideo".
"L'ictus arriva all’improvviso, ma il rischio si costruisce spesso molto prima - conclude Andrea Vianello, presidente di Alice Italia Odv - Imparare ad ascoltare segnali apparentemente banali, come la stanchezza persistente o la tendenza ad addormentarsi durante il giorno, significa fare prevenzione. Prendersi cura del sonno e dello stress vuol dire invece prendersi cura del proprio futuro". Per Alice Italia la prevenzione dell'ictus non si limita al solo controllo dei fattori di rischio più noti, come ipertensione, diabete o fumo, ma deve includere anche la qualità del sonno, la gestione dello stress e l'attenzione alla sonnolenza diurna. L'invito dell'associazione è quindi a non sottovalutare pennichelle frequenti, prolungate o involontarie, soprattutto se recenti o in aumento, e a parlarne con il medico per una valutazione complessiva del rischio cardiovascolare e dei disturbi del sonno. Perché il cervello, spesso, lancia segnali molto prima che l'ictus si manifesti.

L'Iran ha scelto il leader sbagliato. Donald Trump boccia la nomina di Mojtaba Khamenei a Guida Suprema ma rifiuta di considerare il figlio dell'ayatollah Ali Khamenei un 'dead man walking'. "Ha un bersaglio sulla schiena? Non voglio dirlo, sarebbe inappropriato", frena il presidente degli Stati Uniti nella conferenza stampa tenuta a Miami per fare il punto sull'operazione Furia Epica. "La guerra è praticamente finita", dice Trump, ribadendo che l'apparato militare di Teheran è stato distrutto. Per la chiusura della missione "mancano giorni, succederà presto", risponde, escludendo però che il sipario possa calare questa settimana.
Alla soddisfazione per i risultati dell'offensiva si accompagna la delusione per la nomina del figlio dell'ayatollah Ali Khamenei. "Sono rimasto deluso, perché pensiamo che porterà problemi simili per il paese. I leader sono morti o, se non lo sono, contano i minuti che mancano all'eliminazione...", dice con tono minaccioso. Dal tono delle risposte, Trump sembra considerare Mojtaba Khamenei una figura transitoria. "Devono avere un leader che sia in grado di agire per la pace. Mi piace l'idea di una leadership 'interna', come in Venezuela. In Iraq sono stati licenziati tutti, non era rimasto nessuno ed è venuto fuori l'Isis. Non vogliamo che accada questo in Iran. Un candidato interno funziona bene. Voglio dire, penso che l'abbiamo dimostrato in Venezuela", ripete.
Se Trump rifiuta di 'mettere una taglia' su Khamenei, è decisamente più netta la posizione di Israele. "Mojtaba Khamenei è un tiranno come suo padre", dice il ministero degli Esteri israeliano Gideon Sa'ar. "Tale padre, tale figlio. Le mani di Mojtaba Khamenei sono già macchiate dal sangue che ha caratterizzato il governo di suo padre. Un altro tiranno destinato a continuare la brutalità del regime iraniano", afferma, convinto che la Guida Suprema proseguirà le "politiche estremiste e folli" del predecessore. Il nuovo leader è un "falco antiamericano e antioccidentale, è chiaro che gli estremisti continuano a dettare la linea a Teheran". Alla domanda se il nuovo leader supremo possa diventare un obiettivo per Israele, il ministro risponde sibillino: "Dovrete aspettare e vedere".
La nuova Guida Suprema riceve il sostegno dei partner storici di Teheran. La Cina si dice contraria a qualsiasi azione contro la nuova leadership affermando che la sua nomina è ''una scelta interna'' all'Iran, afferma il portavoce del ministero degli Esteri Guo Jiakun in una conferenza stampa. "La Cina si oppone all'ingerenza negli affari interni di altri paesi con qualsiasi pretesto e la sovranità, la sicurezza e l'integrità territoriale dell'Iran devono essere rispettate", sottolinea.
Da Mosca, arriva il messaggio del presidente russo Vladimir Putin che si congratula per la nomina a nuova Guida Spirituale dell'Iran. Putin è fiducioso che Khamenei continuerà l'opera del padre "con onore" e unirà il popolo iraniano "di fronte a prove difficili". La Russia continuerà a sostenere l'Iran, con la volontà di "confermare il suo incrollabile sostegno a Teheran e la sua solidarietà con i nostri amici iraniani". "In un momento in cui l'Iran si trova ad affrontare un'aggressione armata - dice Putin rivolgendosi a nKhamenei - il tuo mandato in questa posizione d'alto rango richiederà senza dubbio grande coraggio e dedizione".

Aprile dolce dormire, recita un detto popolare. Ma perché molte persone dicono di sentirsi così stanche a primavera? Un team di scienziati ha indagato sulla cosiddetta 'spring fatigue', per capire se esista veramente questa sindrome chiamata in causa dalle sue 'vittime' proprio quando le giornate ricominciano ad allungarsi e la natura si risveglia dopo un lungo inverno. Ci sono prove, a parte i cenni frutto della saggezza contadina? L'equinozio di primavera e il 21 marzo, data che convenzionalmente dà inizio alla bella stagione, si avvicinano.
E Christine Blume, ricercatrice esperta di medicina del sonno, sa che il suo telefono comincerà a squillare più spesso. All'altro capo della cornetta sempre più persone le chiederanno della fatica primaverile. Finora la scienziata ha sempre risposto che non ci sono studi sul fenomeno. "Ma - ammette - l'ho sempre trovato insoddisfacente". Per questo motivo Blume, che è una ricercatrice del Centro di cronobiologia delle Cliniche psichiatriche universitarie e dell'università di Basilea (Svizzera), ha deciso di collaborare con il collega Albrecht Vorster dell'Inselspital dell'università di Berna per condurre uno studio che approfondisse il tema, verificando se le persone siano effettivamente più stanche in primavera rispetto ad altri periodi dell'anno.
I risultati sono pubblicati sul 'Journal of Sleep Research'. Il lavoro si è basato su un sondaggio online in cui i partecipanti sono stati contattati ogni 6 settimane per 1 anno a partire dall'aprile 2024. I ricercatori hanno valutato le risposte di 418 persone che hanno dovuto dichiarare quanto si fossero sentite esauste nelle ultime 4 settimane. E' stato anche chiesto loro se avessero sonno durante il giorno e se avessero dormito bene. Il sondaggio è stato ripetuto per coprire diverse stagioni. All'inizio dello studio, circa la metà dei soggetti arruolati aveva dichiarato di soffrire di stanchezza primaverile. "Questo avrebbe dovuto essere evidente anche nella valutazione dei dati del sondaggio", afferma Blume, responsabile della ricerca. Tuttavia, non è stato così. Tanto da spingere gli autori a ipotizzare in conclusione che si tratti più di un fenomeno culturale che biologico misurabile.
"In primavera, le giornate si allungano rapidamente. Se la spring fatigue fosse un vero fenomeno biologico, dovrebbe manifestarsi durante questa fase di transizione, ad esempio perché il corpo deve adattarsi", ragiona la ricercatrice. Nei dati, però, la velocità con cui la lunghezza del giorno cambiava non ha avuto un ruolo nella spossatezza dei partecipanti. Allo stesso modo, non sono state riscontrate differenze tra i singoli mesi o stagioni. I ricercatori interpretano la discrepanza tra la percezione soggettiva e i dati misurati come un'indicazione che la stanchezza primaverile è più un fenomeno influenzato dalla cultura locale che una vera e propria sindrome stagionale. Poiché esiste un termine consolidato per questo fenomeno, molte persone prestano maggiore attenzione a quanto si sentono stanche in primavera e interpretano di conseguenza in questa chiave i sintomi di sfinimento. Quindi, il fenomeno si 'auto-perpetua' ancora e ancora.
"In primavera potremmo anche sentire il bisogno di essere più attivi e di approfittare del bel tempo. Se non ci riusciamo, le nostre aspettative e il nostro livello di energia soggettivo possono risultare molto diversi", afferma l'esperta. Spiegare o addirittura giustificare il gap con la stanchezza primaverile è utile. "E' una spiegazione pienamente accettata dalla società", osserva Blume.
Generalmente, molte persone si sentono più stanche e dormono un po' di più durante i mesi più bui dell'anno. Questo è stato confermato da esami cronobiologici e si riflette anche nei dati forniti dai partecipanti allo studio. Una ragione potrebbe essere che la notte 'biologica', regolata dall'orologio interno del corpo, dura un po' più a lungo nei mesi invernali. "Ma questo significa anche che dovremmo sentirci più in forma quando le giornate tornano ad allungarsi", afferma la scienziata. Ciò è particolarmente evidente in estate, come evidenzia l'analisi dei dati. "Molte persone generalmente dormono meno in estate - fa notare Blume - le giornate sono lunghe e ci si ritrova con gli amici per godersi le serate". Nonostante la riduzione del sonno, questo non aumenta la stanchezza, come conferma anche lo studio.
Che la spring fatigue esista oppure no (come sembra emergere dai primi dati empirici), l'esperta raccomanda in ogni caso a chiunque si senta letargico in primavera di trascorrere più tempo possibile alla luce del giorno, di mantenersi fisicamente attivo e di assicurarsi un sonno adeguato.

Nel mondo anglosassone li chiamano gli 'hasslers', i fastidiosi. Sono quei conoscenti, parenti, colleghi o amici che creano sempre problemi o rendono la vita più difficile. E, secondo la scienza, fanno invecchiare più in fretta. Quasi il 30% delle persone riferisce di averne almeno uno nel proprio entourage. Se è vero che le relazioni sociali sono fondamentali per la salute umana, è anche vero che all'interno delle nostre reti i legami negativi non sono rari, anzi. Sono elementi pervasivi e poco studiati, che possono accelerare l'invecchiamento biologico. Parola di scienziati. Trascorrere del tempo con una persona complicata può avere un impatto nefasto sull'umore nell'immediato, ma col tempo queste interazioni sociali difficili potrebbero anche avere un effetto sulla salute fisica, secondo quanto suggerisce una nuova ricerca.
Lo studio, finanziato dallo statunitense National Institute on Aging e pubblicato su 'Pnas' (Proceedings of the National Academy of Sciences), ha indagato proprio su questo aspetto finora poco esplorato. Mentre le relazioni positive sono da tempo collegate a una vita più sana e lunga, i soggetti fastidiosi sembrano avere l'effetto opposto: aumentano lo stress cronico e innalzano i biomarcatori epigenetici associati all'invecchiamento. Lo studio ha anche evidenziato che questi legami negativi sono vissuti in modo sproporzionato da chi già affronta maggiori vulnerabilità sociali e sanitarie, ma anche dalle donne rispetto agli uomini. Gli autori dello studio rilevano persino un effetto 'cumulativo': ogni persona fastidiosa in più nel proprio giro corrisponde a un ritmo di invecchiamento più rapido di circa l'1,5% e a un'età biologica più avanzata di circa 9 mesi. In generale i risultati, riassumono gli studiosi, evidenziano il ruolo cruciale - in negativo - degli hassler e la necessità di interventi che riducano le esposizioni sociali dannose per promuovere percorsi di invecchiamento più sani.
Una cosa è certa: "Non tutti i legami sociali sono di supporto", come evidenzia il professore associato di Sociologia alla New York University e autore principale dello studio, Byungkyu Lee, nell'approfondimento pubblicato online sul Washington Post. Alcune amicizie possono essere ambivalenti e dal sapore 'dolceamaro', portando luci e ombre. Altre, osserva la coautrice Brea Perry, associate director dell'Irsay Institute for Sociomedical Sciences Research e docente di Sociologia dell'Indiana University a Bloomington, sono "esclusivamente stressanti". Per capire quanto queste relazioni negative possano influenzare l'invecchiamento biologico - la velocità con cui le cellule cedono ai segni del tempo, che non sempre coincide con l'età cronologica di una persona - Lee e colleghi hanno raccolto dati da oltre 2mila persone in una survey condotta in Indiana. Oltre a domande sulle relazioni sociali e autovalutazioni sullo stato di salute generale, ai soggetti coinvolti è stato anche chiesto di fornire campioni di saliva che sono stati analizzati per individuare cambiamenti nel Dna che indicano invecchiamento biologico. L'analisi ha permesso poi di confrontare i tassi di invecchiamento di chi aveva hassler nella propria rete e di chi invece non ne aveva.
"Anche piccoli effetti in termini di invecchiamento biologico possono accumularsi", avverte Perry, il che può contribuire a un'insorgenza precoce di malattie croniche. Lo studio, puntualizzano gli autori, non dimostra un rapporto di causa-effetto. "Non sappiamo se i molestatori siano effettivamente la causa dell'invecchiamento" accelerato, chiarisce Lee. "Quello che osserviamo è una sorta di associazione tra la presenza di elementi fastidiosi e problematici" nel proprio network sociale "e il ritmo di invecchiamento".
Perché alcune persone sono più inclini a finire nell'orbita degli hassler? Parlando delle donne, osserva Perry, "non sorprende tanto che possano avere più persone complicate nella loro vita, in parte perché sono probabilmente più propense a percepire i problemi degli altri, a sentirli e viverli come stress". Chi ha problemi di salute, continua, "potrebbe aver bisogno di assistenza, e questo tipo di relazioni possono diventare unilaterali e difficili da negoziare". Chi ha avuto un'infanzia difficile, poi, "tende ad essere più vulnerabile agli stress cronici e agli eventi negativi della vita, e quindi potrebbe esserlo anche ai soggetti fastidiosi". Lo studio ha poi rilevato che "molti di questi elementi fastidiosi sono membri della famiglia", nota Perry, "persone radicate" nella vita di chi le subisce "in modalità difficili da rinegoziare o a cui sfuggire". Nelle relazioni non familiari i partecipanti hanno riferito che colleghi, coinquilini e in misura minore vicini di casa avevano maggiori probabilità di essere molesti rispetto ai loro amici. Come i familiari, questi gruppi spesso implicano obblighi e la necessità di gestire spazi condivisi, osservano gli autori dello studio.
Come proteggere la propria salute dai fastidiosi? Il consiglio più ovvio, segnala Lee, è di valutare attentamente le relazioni, evitando chi ci importuna quando possibile, e tagliando i ponti se si percepisce che qualcuno sta aggiungendo molta negatività e stress alla propria vita, anche se questa può essere una decisione incredibilmente difficile. In realtà, però, sottrarsi a ogni relazione problematica probabilmente non è realistico, avvertono gli scienziati. Ci si potrebbe sentire obbligati a mantenerne alcune, come quelle con i familiari, prosegue Lee. Altre relazioni potrebbero aggiungere qualche aspetto positivo alla vita, oltre a un certo grado di difficoltà. E allora, quando ci si trova in compagnia di un hassler, potrebbe essere utile limitare il tempo trascorso con quella persona o prendere in considerazione la terapia per migliorare aspetti difficili della relazione, suggerisce Perry.
Un'ancora di salvezza sono eventuali 'cuscinetti sociali', cioè investire costantemente in relazioni positive e che offrano supporto. "Se ne avete abbastanza nella vostra rete o nel vostro ambiente", evidenzia Lee, "potreste avere qualche effetto calmante sul vostro invecchiamento", anche se questo specifico aspetto non è stato indagato. Ciò è particolarmente importante, perché avere una compagnia è associato a molti benefici per la salute. "Per me - conclude Debra Umberson, direttrice del Center on Aging and Population Sciences all'università del Texas Austin, non coinvolta nello studio - uno degli aspetti più sorprendenti, in quanto studiosa dell'argomento, è l'isolamento sociale". L'Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha pubblicato un rapporto globale che ha collegato la solitudine a 871mila decessi ogni anno. "E' molto importante avere delle relazioni. Non vorrei si trascurasse questo aspetto", chiosa Umberson.

L'Iran è pronto a riaprire lo Stretto di Hormuz, snodo cruciale in particolare per il passaggio delle petroliere, sin da oggi. Ma pone una condizione ben precisa. Il transito sarà concesso senza alcuna limitazione a qualsiasi paese arabo o europeo che espellerà gli ambasciatori di Israele e Stati Uniti dal proprio territorio. Secondo la tv iraniana IRIB, come riferisce la Cnn, le Guardie Rivoluzionarie hanno stabilito che il "pieno diritto e la piena libertà" di transitare attraverso lo Stretto di Hormuz spetta ai paesi che interromperanno i rapporti diplomatici sia con Israele che con gli Stati Uniti. Attraverso Hormuz passa il 20% del petrolio mondiale e la guerra, iniziata il 28 febbraio, ha provocato un'impennata dei prezzi fino a superare quota 100 dollari al barile.
"Non permetterò a un regime terroristico di tenere in ostaggio il mondo e tentare di interrompere l'approvvigionamento globale di petrolio. Se l'Iran farà qualcosa in tal senso, subirà un contraccolpo molto, molto più duro", dice Donald Trump, presidente degli Stati Uniti, durante la conferenza stampa tenuta a Miami. "Lo Stretto di Hormuz resterà sicuro, porremo fine a queste minacce una volta per tutte. Il risultato saranno prezzi più bassi per petrolio e gas", aggiunge il numero 1 della Casa Bianca senza però fornire elementi concreti. La priorità è diffondere tranquillità e placare i mercati, che reagiscono positivamente all'annuncio di una "guerra praticamente finita". "Mi aspettavo che i prezzi sarebbero aumentati, ma credevo sarebbero saliti di più", dice provando a disinnescare l'allarme.
"Nelle ultime settimane il regime e i gruppi che agiscono per loro procura - aggiunge Trump - hanno attaccato il commercio internazionale", ma tra poco finirà la guerra "e il petrolio scenderà". "Stiamo agendo per il bene gli altri paesi, anche per la Cina, in modo che il petrolio possa continuare ad andare in Cina - rivendica - Stiamo proteggendo il resto del mondo". L'America ha congelato le sanzioni contro alcuni paesi: "Lo faremo finché non sarà riaperto lo Stretto". "Lanceremo delle operazioni di scorta navale laddove fosse necessario: abbiamo le più grandi capacità per dragare le mine e libereremo il mare. Se gli iraniani giocheranno con noi li colpiremo con una forza mai vista", avverte.
In questo quadro i Paesi del G7 - Canada, Francia, Germania, Giappone, Italia, Regno Unito e Stati Uniti - stanno valutando di ricorrere alle riserve strategiche di petrolio per contenere l'effetto sui mercati, come spiega il ministro delle Finanze francese Roland Lescure, a Bruxelles, al termine della riunione in videoconferenza dei ministri delle Finanze dei Sette e prima dell'Eurogruppo. "Non ci sono problemi con le forniture di petrolio o gas, né in Europa né negli Stati Uniti. Tuttavia, esamineremo attentamente come possiamo stabilizzare tutti i flussi, l'intero mercato, studiando tutte le misure, incluso, perché no, lo svincolo delle scorte strategiche", dice.
Qual è la situazione attuale a livello di scorte? I paesi membri dell'Agenzia internazionale dell'energia "detengono attualmente oltre 1,2 miliardi di barili di scorte petrolifere pubbliche di emergenza, con ulteriori 600 milioni di barili di scorte industriali detenute in base a obblighi governativi", dice il presidente dell'Iea, Fatih Birol, presente alla riunione dei ministri delle finanze del G7.
L'uragano globale diventa un potenziale assist per la Russia di Vladimir Putin, che va a caccia del passepartout per uscire dall'angolo. "Se le aziende e acquirenti europei decidono all'improvviso di riorientarsi a una cooperazione sostenibile di lungo periodo, esente da pressioni politiche, si può partire. Non ci siamo mai rifiutati", dice il leader del Cremlino, che prova a riportare al centro del mercato il petrolio russo. "Siamo disposti a lavorare con gli europei ma abbiamo bisogno di segnali da loro, segnali sulla loro prontezza a lavorare con noi per assicurare la stabilità e la sostenibilità che chiediamo", aggiunge descrivendo un quadro potenzialmente favorevole a Mosca: "Lo Stretto di Hormuz è di fatto chiuso. L'equilibrio tra domanda e offerta nel mercato degli idrocarburi sta cambiando a causa del conflitto in Medio Oriente. Questo porterà a una nuova realtà dei prezzi, sostenibile". E favorevole per Mosca, è l'auspicio di Putin.
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