
Una scena mozzafiato con lo scontro finale tra Brad Pitt e Tom Cruise che alla fine ha la meglio e uccide il rivale. Sembra l'epilogo di un film d'azione girato a Hollywood e invece è 'solo' una clip realizzata con l'intelligenza artificiale. La sequenza, postata su X da Ruairi Robinson, potrebbe ingannare spettatori distratti e magari anche qualche cinefilo. Per fortuna, i dialoghi - con le voci 'quasi reali' delle due star - chiariscono che si tratta di un prodotto dell'AI.
''Hai ucciso Jeffrey Epstein, animale. Era una brava persona", dice Pitt tra un pugno e l'altro. "Sapeva troppo delle nostre operazioni con la Russia, doveva morire. E' ora muori tu. Epstein era la chiave della nostra operazione, ma nessuno lo saprà mai perché la verità muore qui", 'sentenzia' il finto Tom Cruise prima di estrarre la pistola e uccidere il rivale.
La clip, che pure presenta il logo 'ai generated' in basso a destra, appare estremamente convincente. Secondo l'autore della clip, è stato sufficiente un prompt di due righe per ottenere il risultato: "A Hollywood sono nei guai", uno dei commenti più gettonati di chi vede in pericolo carriere di attori e stuntman. Quando il trucco appare chiaro, l'attenzione si sposta sul contenuto dei dialoghi e sui riferimenti alla morte di Jeffrey Epstein: tra gli utenti americani, si scatena il dibattito sul caso relativo alla morte del finanziere al centro di una rete di traffico di minori e sfruttamento della prostituzione. Le interazioni volano, due piccioni con una fava.

Proteste e polemiche in Bologna-Lazio. Oggi, mercoledì 11 febbraio, la squadra rossoblù ospita i biancocelesti nei quarti di finale di Coppa Italia, in una partita in cui non mancano gli episodi arbitrali. Il primo arriva al 27' quando Maurizio Sarri e i giocatori della Lazio chiedono a gran voce un'espulsione. Ma cos'è successo al Dall'Ara?
Verso la fine del primo tempo, Dele Bashiru viene lanciato verso la porta. Il centrocampista nigeriano riesce a prendere il tempo ai difensori rossoblù, ma viene rimontato da Ferguson, che lo tiene per la maglia e lo butta a terra. L'arbitro Chiffi, lontano dall'azione, lascia correre, mentre tutta la Lazio chiede a gran voce l'espulsione: Dele Bashiru era infatti già in controllo del pallone e stava puntando la porta di Skorupski, prima di venire sbilanciato dalla trattenuta dello scozzese.
Chiffi viene richiamato dal Var, che rivede l'azione al monitor. La revisione però dura pochi secondi, con il contatto tra i due che non viene giudicato chiaro ed evidente errore, e quindi rimane la decisione di campo.

Kurt Cobain non si suicidò, ma fu assassinato a colpi di pistola dopo esser stato costretto a un overdose di eroina. Un team di scienziati forensi privati ha esaminato i dati relativi al decesso e alla scena del ritrovamento del frontman dei Nirvana, concludendo che la causa della sua morte è stata omicidio e non suicidio. L'investigatrice indipendente Michelle Wilkins, che ha lavorato con il team, ha dichiarato al quotidiano britannico Daily Mail che Brian Burnett - un esperto di casi di overdose collegati a ferite da arma da fuoco - ha stabilito che "si tratta di omicidio. Dobbiamo fare qualcosa al riguardo".
Il leader dei Nirvana fu trovato senza vita nella sua casa di Seattle nel 1994. All'epoca si stabilì che Cobain si era suicidato. Burnett ha affermato di esser giunto alla conclusione secondo cui Cobain fu assassinato dopo un esame approfondito dei risultati dell'autopsia, che hanno rivelato segni non compatibili con una morte istantanea da arma da fuoco. Secondo l'esperto, dieci elementi di prova suggerivano che Cobain fosse stato affrontato da uno o più aggressori che lo avevano costretto a un'overdose di eroina per renderlo inabile, prima che uno di loro gli sparasse alla testa, gli mettesse la pistola tra le braccia e lasciasse un biglietto d'addio falso.
"Ci sono elementi nell'autopsia che dicono, 'beh, questa persona non è morta così rapidamente per un colpo d'arma da fuoco'", ha detto la Wilkins, indicando i danni agli organi associati alla mancanza di ossigeno. "La necrosi del cervello e del fegato si verifica in caso di overdose. Non si verifica in caso di morte per arma da fuoco".

Dopo 10 ore di camera di consiglio, la Corte d'Appello di Perugia ha condannato a due anni i dipendenti della Regione Abruzzo Carlo Visca, Pierluigi Caputi e Vincenzo Antenucci per la tragedia dell'hotel Rigopiano di Farindola, in provincia di Pescara, avvenuta il 18 gennaio 2017 e in cui morirono 29 persone, tra dipendenti della struttura alberghiera e clienti.
Assolti invece i loro colleghi Sabatino Belmaggio, Emidio Rocco Ernesto Primavera e Carlo Giovani. L'ex sindaco di Farindola Ilario Lacchetta è stato assolto dalla Corte di Appello di Perugia perché "il fatto non costituisce reato". Prescritta invece la posizione del dirigente comunale di Farindola Enrico Colangeli e dei due funzionari del settore viabilità della provincia di Pescara, Paolo D'Incecco e Mauro Di Blasio.
"La sentenza ci dice che l’inettitudine della pubblica amministrazione può uccidere. La Corte d’Appello di Perugia si è uniformata alla decisione della Cortei di Cassazione, con una decisione che sarà una pietra miliare per l’Italia, perché da oggi ogni pubblico funzionario sa che l’inerzia di fronte alla legge non lo esonera dalle responsabilità dei propri incarichi". A dirlo è l'avvocato Romolo Reboa, legale di alcune famiglie delle vittime del crollo.
"Auspico ora - conclude l'avvocato - che tutti i consiglieri della Regione Abruzzo, maggioranza e opposizione, convergano in una rettifica del bilancio dell’ente per risarcire immediatamente le famiglie delle povere vittime".
"Ci dispiace che per diversi imputati sia scattata prescrizione, perché sotto quell'albergo, che lì non doveva stare tra l'altro, sono morti in 29, in circostanze drammatiche, aspettando inutilmente di poter lasciare quel luogo che, ora dopo ora, si è trasformato in trappola infernale. Sentire parlare di prescrizione di ha fatto imbestialire. Per i morti non dovrebbe esistere la prescrizione. Assolto pure l'ex sindaco Lacchetta e questo non ci è piaciuto. Ci sono responsabilità precise per quanto accaduto. Se ognuno degli enti interessati avesse fatto il proprio dovere non sarebbe successo il disastro che da anni piangiamo e raccontiamo. Giustizia ottenuta? Nì. Almeno, alla fine, c'è stato il riconoscimento della responsabilità dei funzionari regionali e almeno questo l'abbiamo ottenuto. Ma i nostri figli, genitori, familiari... non ce li ridarà mai nessuno". Così all'Adnkronos Mariangela Di Giorgio, mamma di Ilaria di Biase, di Archi (Ch), morta a 22 anni, all'Hotel Rigopiano, dove lavorava come cuoca. "Per venire qui - aggiunge - abbiamo fatto 350 chilometri".
“Accogliamo la sentenza sul processo relativo alla tragedia di Rigopiano con rispetto e con il profondo senso di responsabilità che spetta alle Istituzioni. Questa decisione non può che suscitare sentimenti di dolore e di partecipazione verso i familiari delle vittime e i superstiti di quella terribile notte del 18 gennaio 2017. Nessuna decisione giudiziaria potrà mai restituire le vite perdute, né cancellare la ferita profonda che quella tragedia ha lasciato nella comunità abruzzese e nel cuore di tutto il Paese. Come rappresentanti delle Istituzioni abbiamo il dovere di accogliere e rispettare le decisioni del giudice con equilibrio e senso civico. Attendiamo ora la pubblicazione delle motivazioni per poter esprimere una valutazione più completa su quanto stabilito. Rinnovo infine la mia più sincera vicinanza alle famiglie delle vittime e a tutti coloro che, in questi anni, hanno cercato giustizia e verità con coraggio e dignità", ha dichiarato il presidente della Regione Abruzzo, Marco Marsilio.

E' morto James van der Beek. Il decesso dell'attore, 48 anni, viene annunciato oggi 11 febbraio dalla famiglia con un post su Instagram. L'attore, protagonista della serie Dawson's Creek, era malato da tempo. Nel 2024 aveva reso nota la diagnosi di cancro al colon.
"Il nostro amato James David Van Der Beek se n'è andato serenamente questa mattina. Ha affrontato i suoi ultimi giorni con coraggio, fede e grazia. C'è molto da condividere riguardo ai suoi desideri, al suo amore per l'umanità e alla sacralità del tempo. Quei giorni arriveranno. Per ora chiediamo un po' di serena privacy mentre piangiamo il nostro amato marito, padre, figlio, fratello e amico", il post della famiglia. Van der Beek era sposato con Kimberly Brook ed era padre di 6 figli.
Nato l’8 marzo 1977 a Cheshire, nel Connecticut, in una famiglia benestante di lontane origini olandesi, Van Der Beek era figlio di Jim, ex giocatore professionista di baseball che aveva militato anche nei Los Angeles Dodgers, e di Melinda, ballerina di Broadway. La passione per la recitazione sbocciò presto: a soli tredici anni interpretò Danny Zuko in una produzione locale di 'Grease', nella sua città natale.
Dopo i primi passi a teatro, nel 1993 si trasferì a New York per sostenere provini e prese parte a produzioni off-Broadway come 'Finding the Sun' e 'Shenandoah'. Il debutto cinematografico arrivò nel 1995 con 'Angus', ma la vera svolta giunse nel 1998 con il ruolo da protagonista nella serie adolescenziale 'Dawson’s Creek'. Per dedicarsi completamente al progetto, che lo rese celebre a livello internazionale, lasciò l'università, la Drew University, dove studiava grazie a una borsa di studio. La serie, andata in onda fino al 2003, lo consacrò come icona televisiva di fine anni '90. Il suo Dawson, sensibile e idealista, divenne il simbolo di una generazione di adolescenti alle prese con i primi amori, le amicizie e le inquietudini della crescita.
Il forte vento ha anche causato alcuni blackout...
Proposta approvata dal Consiglio comunale... 
"Prima di arrivare a un centro multidisciplinare molte persone" con lupus "affrontano un percorso a ostacoli" che può portare "a un peggioramento delle condizioni cliniche. Garantire un accesso equo e tempestivo alle cure dovrebbe essere l'obiettivo fondamentale". Così Rosa Pelissero, presidente Gruppo Les Italiano, commenta i risultati del progetto di ascolto 'Italian Systemic Lupus Erythematosus (Sle) Patients: Overview of Their Quality of Life and Unmet Needs', pubblicato sul 'Journal of Clinical Medicine'.
"Il lupus - prosegue Pelissero - interessa soprattutto donne giovani, tra 15 e 40 anni, una fase in cui l'adattamento in ambito lavorativo è molto difficile perché spesso si perde il lavoro oppure la carriera viene bloccata: chi vive con la malattia deve fare il doppio della fatica per dimostrare di essere ancora capace, mentre la patologia resta invisibile e in pochi comprendono la fatica cronica, una stanchezza profonda che accompagna il paziente anche nei periodi di remissione". A pesare sono anche le differenze territoriali. "Persistono profonde disuguaglianze tra le regioni - sottolinea Pelissero - con pazienti costretti ai viaggi della speranza per ottenere cure adeguate". Una presa in carico tempestiva, invece, può scongiurare conseguenze gravissime. "Un lupus che colpisce un rene deve essere visto subito, altrimenti si arriva al trapianto - precisa - Ma cruciale, data anche la giovane età delle pazienti, è anche la gestione della gravidanza, che deve avvenire in un centro multidisciplinare, con un lavoro congiunto tra reumatologo, nefrologo e specialisti dell'area ostetrica".
Anche sotto un profilo economico, Pelissero insiste sul valore di una presa in carico precoce. "Il malato di lupus costa, ma spendendo qualcosa in più subito e garantendo l'accesso tempestivo alle cure - conclude - la persona riesce a svolgere la sua vita lavorativa senza pesare sui costi sanitari, perché la relazione tra costi e benefici risulta un vantaggio non solo per il paziente, ma anche per la società".

Né nuovo asse Italia-Germania, né schiaffo alla Francia. L'ex ambasciatore italiano a Berlino e rappresentante all'Ue, Piero Benassi, diffida delle semplificazioni che in questi giorni esaltano il rapporto tra Giorgia Meloni e Friedrich Merz - definita la nuova "coppia di potere" nell'Ue sintetizzata nella crasi 'Merzoni' - e sottolineano la fine dello storico asse franco-tedesco con l'isolamento di Emmanuel Macron.
"Cominciamo con il togliere l'enfasi - dice Benassi all'Adnkronos, alla vigilia del summit dei 27 nel castello di Alden Biesen, preceduto da un prevertice convocato dalla premier e dal cancelliere tedesco - Sin dall'arrivo di Merz alla cancelleria c'è stata una buona convergenza tra Roma e Berlino[1] su due punti importanti per entrambi: la spinta dell'industria ad attenuare il Green deal e la tendenza del cancelliere, anche per non perdere voti a destra a favore dell'Afd, a guardare con interesse all'atteggiamento di severità della Meloni sull'immigrazione".
Questi due temi su cui si è creata una convergenza politica "si innestavano già su una cooperazione industriale da sempre fondamentale per l'Italia e importantissima per la Germania e su altre questioni che hanno analogamente colpito i due Paesi - spiega Benassi - dai costi dell'energia alle difficoltà dell'export per i dazi di Trump e l'aggressività della Cina fino alla sicurezza che adesso occorre che gli europei paghino da sé".
Dunque, è l'analisi dell'ex ambasciatore a Berlino, "una serie di fattori positivi e negativi hanno fatto coincidere interessi e difficoltà di Italia e Germania, insieme dentro un quadro politico percepito come non dissimile: Merz è ancora al primo anno di legislatura, quindi ha davanti a sé un mandato lungo, e la Meloni, in carica da tre anni, appare stabile". "In tale congiuntura vengono a mancare un po' di appigli francesi, a cominciare dalla stabilità politica", sostiene ancora Benassi, secondo il quale "l'unione tra Parigi e Berlino è ancora condizione necessaria anche se ora non più sufficiente" per far avanzare l'Europa. "Come si fa a pensare di fare a meno della Francia, per fare cosa?, domanda polemicamente l'ambasciatore.
Tra Roma e Berlino non c'è alcun asse che possa sostituire il motore franco-tedesco, piuttosto "una significativa convergenza non priva di punti interrogativi sul medio e sul lungo periodo". Tali interrogativi, secondo il diplomatico che è stato anche rappresentante all'Ue, riguardano tutta una serie di dossier relativi ai cosiddetti beni pubblici europei (dalla transizione digitale a quella ecologica fino all'energia e alla difesa) che necessitano di consistenti investimenti pubblici e privati. "Quelli pubblici - spiega Benassi - non possono che essere garantiti o dagli Stati membri (e non tutti hanno spazio fiscale), o dagli eurobond o dall'aumento di risorse proprie del bilancio dell'Ue. In ognuno di questi casi non vedo al momento grandi convergenze tra Roma e Berlino". Il tutto va accompagnato dal decisivo sforzo volto a convogliare i risparmi verso i necessari investimenti privati. Obiettivo dell’atteso salto di qualità nel mercato dei capitali.
"Il vero problema dell'Europa - sottolinea ancora l'ambasciatore - a parte la mancanza di leadership politica è che un sovranismo palesemente antieuropeo ha esaltato un tempo la Brexit, nella speranza che ci sarebbe stato un effetto domino. Questo non è avvenuto e gli stessi britannici se ne sono pentiti. Da qui la decisione del sovranismo - nel frattempo cresciuto sensibilmente nel continente - di restare dentro l'Europa per corroderla dall'interno".
E in questo contesto si inserisce anche l'approccio che si vuole tenere con Donald Trump, premesso che quanto successo con la Groenlandia "ha dimostrato che è stato sufficiente un irrigidimento dei leader europei" contro le mire del presidente americano perché facesse retromarcia sulle minacce di invasione dell'isola. Sicuramente Meloni e Merz temono "un brusco distacco dagli Stati Uniti", ma i punti di partenza della premier e del cancelliere sono diversi: "Per la prima c'è un'affinità ideologica più marcata accompagnata da una dinamica interna alla sua maggioranza di governo che finora l'ha costretta a più di un’acrobazia", il secondo "ha l'atteggiamento pragmatico dell’uomo d'affari che non si scandalizza, non ha il puritanesimo della Merkel". "Merz - chiosa Benassi - non può del resto non tenere conto della natura tedesca e della storia recente della Germania; della vicinanza geografica della Russia. Lui sa che in questo passaggio epocale per Berlino, con le spinte al riarmo che creano diffidenza, non può permettersi di avere allo stesso tempo una Russia che bombarda alle sue porte, una Cina che aggredisce economicamente a tutto campo e un'inimicizia strutturale con Trump".

La sezione Antiterrorismo della Procura di Milano indaga sul'incendio avvenuto la scorsa notte ad Abbadia Lariana, in provincia di Lecco. Dopo gli accertamenti della Digos e della Polizia ferroviaria di Lecco, ora gli approfondimenti sul posto sono affidati alla Digos di Milano.
Si valuta se la scorsa notte sono state usate le medesime tecniche di sabotaggio delle linee ferroviarie che, nei giorni scorsi, hanno colpito le linee ferroviarie di Bologna e Pesaro[1].
Il presunto attentato incendiario potrebbe essere stato realizzato con una molotov che avrebbe incendiato sette cavi di una centralina di scambio (i cavi sono danneggiati per 64 centimetri) della linea ferroviaria che porta fino a Bormio e Livigno, due delle più famose località sciistiche al centro delle gare dei Giochi olimpici di Milano-Cortina 2026.
La Digos di Milano guidata da Antonio Marotta sta valutando tutti gli elementi sulla scena del presunto sabotaggio non ancora rivendicato nei blog legati all'area anarchica. La prudenza è la parola più usata in questo momento da chi indaga. Una volta che la relazione sarà completa, la Procura di Milano presieduta da Marcello Viola potrà aprire un fascicolo con le corrette ipotesi di reato sull'episodio.
Sono in corso le indagini della polizia anche sui cavi tranciati la sera dell’8 febbraio lungo la linea ferroviaria della cintura di Bologna, che viene percorsa da treni merci senza passare per la stazione centrale. Gli investigatori, che indagano a 360 gradi, stanno cercando di capire se l'episodio sia collegato ai sabotaggi avvenuti sabato scorso, che hanno provocato pesanti disagi alla circolazione ferroviaria.
Un caso si è verificato lungo i binari all’altezza di Castel Maggiore (Bologna) dove erano stati posizionati due ordigni incendiari: uno è esploso, mentre l'altro è stato recuperato inesploso. Nella stessa giornata un altro sabotaggio è stato messo in atto a Pesaro. Per quanto accaduto sabato a Castel Maggiore, la Procura di Bologna ha aperto un fascicolo per associazione con finalità di terrorismo e attentato alla sicurezza dei trasporti. Gli accertamenti si sono indirizzati sugli ordigni alla ricerca di tracce che possano dare indizi utili a identificare gli autori, anche tramite il confronto con episodi registrati in passato.
Il lavoro di analisi coinvolge anche i testi diffusi dopo i sabotaggi. Nei giorni scorsi sono apparsi prima un messaggio sul sito di area anarchica sottobosko.noblogs e poi la 'Rivendicazione del sabotaggio incendiario della linea ferroviaria contro i Giochi olimpici (Pesaro, 7 febbraio 2026)' sulla pagina web 'La Nemesi'.

"Complimenti. Terza olimpiade, terza medaglia. Domani assisterò alla sua gara, state raccogliendo una grande quantità di medaglie, abbiamo una bella squadra". Così il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, incontrando Sofia Goggia. La sciatrice azzurra, che domani mattina gareggerà sulla leggendaria Olimpia delle Tofane di Cortina per puntare a un'altra medaglia nel SuperG, ha già vinto la medaglia di bronzo nella discesa a Cortina.
"Occorrerebbe far capire ai tifosi e telespettatori che cosa c'è dietro la vostra preparazione", ha aggiunto il capo dello Stato oggi a Cortina per seguire alcune gare delle Olimpiadi.
"Siamo tutte onorate che sia qui a vederci e a tifarci. Porto i suoi saluti a tutta la squadra", ha sottolineato Goggia rivolgendosi al presidente della Repubblica.
Mattarella ha anche sentito per telefono Arianna Fontana, regina dello short track e atleta azzurra più medagliata di sempre alle Olimpiadi invernali (VIDEO[1]). "Congratulazioni, sei Olimpiadi, sei successi. E' stata una gara formidabile, complimenti, ovviamente anche agli altri, è stata una squadra formidabile", le ha detto Mattarella che ha incontrato anche il presidente del Coni Luciano Buonfiglio (VIDEO[2]). "Siamo riusciti a mantenere la calma ed è stata quella la formula vincente", ha aggiunto la campionessa azzurra al telefono. "Per chi guarda in tv in quella formula, per chi non se ne intende, è difficile capire come si svolge, e la calma deve essere fondamentale", ha proseguito Mattarella.
"La staffetta mista è molto corta e veloce, capisco che non può essere così intuitiva la prima volta che si guarda, ma abbiamo mantenuto la calma e stiamo riusciti a portare a casa un oro che vale tantissimo", ha proseguito la Fontana e Mattarella ha ribattuto: "quest'oro vale veramente moltissimo, complimenti e per le prossime gare non dico nulla, a presto", ha concluso con il sorriso Mattarella.
Progetto con 15 centri isolani presentato alla Bit a Milano...
Assessora Laconi a Commissione Ambiente, 'la stima è quasi 300
milioni di euro'... 
Sturla Holm Laegreid ha confessato di aver tradito la fidanzata. L'atleta norvegese ha chiesto perdono davanti alle telecamere, alla fine della 20 km di biathlon alle Olimpiadi di Milano Cortina 2026. Le lacrime dell'atleta, però, non hanno sortito l'effetto sperato. Perdonato? No, per niente. L'ex compagna di Laegreid è stata intercettata dal tabloid VG. "Non ho scelto io di trovarmi in questa posizione e fa male. Abbiamo avuto contatti, lui sa quali sono le mie opinioni in merito", ha detto la ragazza, che chiede l'anominato. Quindi, la sentenza: "E' dura perdonare". I ringraziamenti vanno "alla mia famiglia e ai miei amici che mi hanno sostenuto in questo periodo e a tutte le persone che hanno mostrato vicinanza nei miei confronti pur senza conoscermi".
Laegreid, con dichiarazioni che - in un certo senso - entrano nella storia delle Olimpiadi, ha fatto mea culpa davanti e telecamere e microfoni. "Sei mesi fa ho conosciuto l'amore della mia vita e 3 mesi dopo ho tradito questa persona", ha detto tra lacrime e singhiozzi.
La confessione pubblica non è stata propriamente gradita nemmeno all'interno del team norvegese, che avrebbe voluto celebrare degnamente il trionfo di Johan Olav Botn e invece si è trovato a dover gestire la vicenda privata di un atleta. "Ho sbagliato il momento, posso solo dire che spero di non aver rovinato la giornata a Johan. È il giorno di Johan ed è un peccato che io riceva così tanta attenzione", ha detto Laegreid dopo aver mandato in tilt i media nazionali. Petter Northug, totem dello sci nordico in Norvegia, ha stigmatizzato il comportamento del 'fedifrago': "C'era un'impresa da celebrare e si è parlato di altro...".

L'amministrazione Trump ha rimosso la bandiera arcobaleno del Pride dal Stonewall National Monument di New York, il primo monumento per i diritti Lgbt degli Stati Uniti. Per togliere il simbolo del Pride da quello è che è considerato il luogo di nascita del movimento per i diritti della comunità Lgbt negli Usa, l'amministrazione Trump si è appellata ad una direttiva, firmata a gennaio dalla direttrice interna del servizio dei National Park Jessica Parks, che impone che vengano issate nei monumenti solo bandiere americane, militari o delle nazioni tribali.
Le reazioni
Immediata la reazione del sindaco di New York, Zoharn Mamdani che si è detto "oltraggiato" dalla rimozione della bandiera. "New York è il luogo di nascita del moderno movimento per i diritti Lgbtq+ e nessun atto di cancellazione potrà mai cambiare o silenziare questa storia", ha scritto Mamdani su X. Di oltraggio parla anche il leader dei senatori dem, Chuck Schumer, eletto a New York: "Se c'è una cosa che so di questo nuovo tentativo di riscrivere la storia, di provocare divisioni e discriminazioni, è questo, la bandiera tornerà, i newyorkesi faranno in modo che torni".
Anche il presidente del borough di Manhattan, Brad Hoylman-Sigal, ha promesso che sta lavorando per far sventolare di nuovo, già domani forse, la bandiera del Pride: "Potremo essere bloccati, ci potranno essere agenti federali ad impedircelo, ma certamente lo faremo nello spirito di Stonewall".
I precedenti
La rimozione della bandiere non è il primo attacco dell'amministrazione Trump allo storico bar gay di New York, oggetto nel 1969 di un raid della polizia che provocò la reazione, la resistenza e le proteste che durarono giorni da parte della comunità Lgbtq ponendo così le basi per il movimento dei diritti Lgbt, che Barack Obama nel 2016 designò come monumento nazionale, sottolineando che "i nostri parchi nazionali devono riflettere a pieno la storia del nostro Paese, la ricchezza e la diversità e l'unicità dello spirito americano che ci ha sempre definito, cioè l'essere più forti se uniti".
Nel febbraio dello scorso anno, il servizio dei parchi tolse ogni riferimento a persone transgender e queer dalla pagina web del Stonewall monument, che comprende anche il parco intorno al vecchio Stonewall Inn nel Greenwich Village.
Assessora Manca, 'continuiamo a investire sui giovani sardi'... 
"Ministro, presidente, noi sottoscritti, rappresentanze studentesche di università Mercatorum, università telematica Pegaso e università San Raffaele Roma (atenei facenti parte del gruppo Multiversity, che raccoglie circa 200.000 studenti, su oltre 300.000 iscritti ad un'università telematica in Italia), con una lettera pubblica e aperta alla sottoscrizione di tutta la comunità studentessa (e quindi di qualsiasi ateneo, telematico e tradizionale), desideriamo portare alla vostra attenzione una questione che sta generando incertezza reale e preoccupazione diffusa tra tutti gli studenti delle università telematiche: il futuro delle modalità di svolgimento degli esami, e in particolare la possibilità di svolgerli online". E' quanto si legge in una lettera aperta al Mur e al ministro Bernini.
"Scriviamo -continua la nota- con rispetto delle Istituzioni e con spirito costruttivo. Non per rivendicare eccezioni o scorciatoie, ma per chiedere finalmente una scelta politica e di sistema coraggiosa, organica e definitiva sul tema didattica in remoto ed esami online, che preservi la qualità e allo stesso tempo garantisca a tutti certezza e trasparenza. con un dibattito pubblico, aperto e costruttivo che coinvolga tutte le componenti dell'università (e in primis noi studenti), e che non finisca per restringere l'accesso effettivo allo studio universitario di una parte significativa (e sempre più maggioritaria) di studenti e studentesse per prese di posizioni perlopiù ideologiche e strumentali", spiegano.
"Siamo pienamente consapevoli (e anche gli atenei del gruppo Multiversity sono sempre stati chiari su questo) che le Linee generali di indirizzo relative all’offerta formativa a distanza (D.M. n. 1835 del 6 dicembre 2024) prevedano, come regola, lo svolgimento in presenza delle verifiche di profitto e dell'esame finale, ammettendo deroghe puntuali e contemplando la possibilità che tali fattispecie possano essere integrate in base all'evoluzione delle tecnologie disponibili", continuano gli studenti.
"Comprendiamo anche la ratio: garantire integrità delle prove, uniformità e credibilità, con controlli adeguati. È una finalità che condividiamo. Lo diciamo con chiarezza: la qualità dell'assessment non è negoziabile. Proprio per questo, riteniamo essenziale evitare che la discussione si riduca a un'alternativa impropria tra "rigore" e "flessibilità". Il vero obiettivo dovrebbe essere un altro: stessi standard, più accesso. In coerenza con l’idea (più volte espressa pubblicamente anche dal Ministero) che la qualità debba essere assicurata 'a prescindere dalle modalità di erogazione' e che il sistema debba avere regole comuni", si legge nella lettera.
Iniziativa Università. Assessora Portas, 'nasce un importante
presidio culturale'...
Vittima dell'incidente sul lavoro un macedone di 27 anni...



