
Era un incontro programmato da tempo quello fra Donald Trump e il cancelliere tedesco Friedrich Merz, questo martedì 3 marzo, alla Casa Bianca. Tuttavia questo faccia a faccia – il primo del presidente americano con un leader straniero dall’inizio della guerra israelo-americana contro l’Iran – ha assunto un valore completamente nuovo, finendo per essere dominato dalle discussioni sugli attacchi. Va sottolineato come il governo tedesco abbia ricevuto solamente quella che è equivalsa a una chiamata di cortesia poco prima che le forze americane e israeliane lanciassero la loro operazione, mentre, in generale, gli alleati europei sono stati lasciati all’oscuro delle intenzioni di Washington fino a sabato scorso. "Siamo sulla stessa lunghezza d'onda per quanto riguarda l'eliminazione di questo terribile regime di Teheran”, ha affermato Merz nello Studio Ovale. "Speriamo tutti che questa guerra finisca il prima possibile", ha aggiunto. "Quindi, speriamo che l'esercito israeliano e quello americano stiano facendo la cosa giusta per porre fine a tutto questo e per avere, davvero, un nuovo governo in carica, che torni alla pace e alla libertà". Secondo Merz, la necessità è una: elaborare una strategia per l'intera regione del Medio Oriente. “Siamo molto interessati a un approccio comune, a un lavoro comune e a cosa possiamo fare. E questo è importante, non solo per gli americani. È estremamente importante per l'Europa ed estremamente importante per Israele e la sua sicurezza. Quindi non vediamo l'ora di trovare il modo di affrontare il giorno dopo”.
Trump: "Se non avessimo attaccato lo avrebbero fatto prima loro"
Trump, da parte sua, ha dichiarato di aver preso la decisione di entrare in guerra per prevenire gli attacchi iraniani. "Stavamo negoziando con questi pazzi, e pensavo che ci avrebbero attaccato", ha detto. "Ci avrebbero attaccato se non lo avessimo fatto". Allo stesso tempo, il presidente americano, parlando con i giornalisti, ha assicurato che Israele e il primo ministro Benjamin Netanyahu non lo abbiano forzato ad unirsi nella campagna contro Teheran. "No, forse ho forzato io la loro mano", ha detto Trump. "Al massimo, forse io ho forzato la mano di Israele, ma Israele era pronto, e noi eravamo pronti, e abbiamo avuto un impatto molto, molto potente”, ha ripetuto poco dopo. Un’affermazione che contrasta con ciò che ha detto il Segretario di Stato Marco Rubio ai legislatori del Congresso, questo lunedì, spiegando che gli Stati Uniti si sono trovati di fronte a una minaccia imminente dato che Israele stava per attaccare l'Iran e che l'Iran era pronto a reagire contro le forze statunitensi. Nel primo faccia a faccia con i giornalisti in cui ha risposto alle loro domande dall’inizio della guerra, Trump ha spiegato che "quasi tutto è stato distrutto" nel Paese.
"Non hanno la Marina. È stata messa fuori uso. Non hanno l'Aeronautica. È stata messa fuori uso. Non hanno il rilevamento aereo, è stato messo fuori uso. Il loro radar è stato messo fuori uso. E praticamente tutto è stato messo fuori uso". Interpellato sul possibile scenario peggiore del conflitto, Trump è stato molto schietto: "Immagino che il caso peggiore sarebbe che, dopo aver fatto questo, poi prendesse il potere qualcuno che sia cattivo quanto il precedente leader, giusto?”. E alla domanda su chi vorrebbe che prendesse il potere, ha dato una risposta secca: "Oggi c'è stato un altro colpo alla nuova leadership e sembra che sia stato piuttosto sostanziale. La maggior parte delle persone che avevamo in mente sono morte”, ha reiterato l’americano.
E per quanto riguarda un possibile passaggio di potere in Iran, Trump ha minimizzato l’ipotesi che l'attivista iraniano in esilio Reza Pahlavi – figlio dell'ultimo scià dell'Iran – possa assumere la guida del Paese, affermando di preferire che qualcuno dall'interno dell'Iran se ne occupi. "Alcune persone lo apprezzano, e non ci abbiamo pensato molto", ha detto Trump. "Mi sembra che qualcuno dall'interno sarebbe forse più appropriato".
Le critiche a Spagna e Regno Unito
Trump ha approfittato della riunione nello Studio Ovale per elogiare l’aiuto di alcune nazioni Nato come la Germania: "Non stiamo chiedendo loro di mettere gli stivali sul terreno". E per criticare la posizione di Paesi come il Regno Unito: il governo di Keir Starmer ha dichiarato che non vuole partecipare attivamente al conflitto, ma solo in maniera difensiva, senza permettere agli Stati Uniti di usare una loro base nell’isola Diego Garcia, ubicata nell’arcipelago Chagos dell’Oceano Indiano. “Il Regno Unito è stato molto, molto poco collaborativo con quella stupida isola che hanno ceduto e preso in affitto per 100 anni, forse a causa del fatto che gli indigeni rivendicano l'isola senza mai averla mai vista prima. Cos'è tutto questo? E rovinano i rapporti. È un peccato”. "Non abbiamo a che fare con Winston Churchill”, ha aggiunto.
In particolare, Trump ha criticato duramente la Spagna, definita dall’americano come terribile, in quanto non ha permesso agli Stati Uniti di usare le proprie basi per gli attacchi e non vuole aumentare al 5% la sua spesa militare all’interno dell’Alleanza Transatlantica. “Potremmo usare le loro basi se volessimo. Potremmo semplicemente volare lì e usarle. Nessuno ci dirà di non usarle. Ma non siamo obbligati a farlo. Ma sono stati ostili”, ha detto. Tanto che Trump ha ordinato al segretario del Tesoro Scott Bessent d’interrompere ogni rapporto con il Paese. “La Spagna non ha assolutamente nulla di cui abbiamo bisogno, a parte persone fantastiche. Hanno persone fantastiche, ma non hanno una grande leadership”, ha detto il repubblicano. “Interromperemo ogni commercio con la Spagna. Non vogliamo avere niente a che fare con la Spagna.
Merz, da parte sua, ha provato ad avere un tono più distensivo sulla questione Spagna: “Stiamo cercando di convincere la Spagna a raggiungere il 3% o il 3,5% concordato in seno alla NATO. E come ha detto il Presidente, è corretto, la Spagna è l'unica che non è disposta ad accettarlo, e stiamo cercando di convincerla che questo fa parte della nostra sicurezza comune, che tutti dobbiamo rispettare queste cifre. E questo è il 3,5% per le forze armate e un altro 1,5% per le nostre infrastrutture militari”.
Sulla questione del programma nucleare iraniano, Trump ha affermato che l’attacco dello scorso giugno era necessario per impedire a Teheran di ottenere un’arma atomica nel giro di un mese. E ha criticato l’accordo che l’ex presidente Barack Obama aveva siglato con il Paese mediorientale: “L'altra cosa è che Barack Hussein Obama ha fatto forse il peggior accordo che abbia mai visto, perché ha dato tutto il potere in Medio Oriente all'Iran. È andata esattamente nella direzione opposta. E io l'ho rescisso. Se non avessi rescisso quell'accordo, tre anni fa si sarebbero ritrovati con un'arma nucleare di grandi dimensioni, che sarebbe già stata usata almeno contro Israele, e anche contro altri paesi". Parlando delle eventuali proteste della popolazione iraniana contro il governo, Trump è stato categorico: è ancora troppo presto. "Se avete intenzione di uscire a protestare, non fatelo ancora. È molto pericoloso là fuori. Stanno sganciando molte bombe", ha detto.
Al di là della questione Iran, i due leader hanno parlato della guerra in Ucraina, che secondo Trump rimane in cima alla lista delle sue priorità. Merz ha affermato che c'è un forte interesse per un approccio comune quando si dovrà affrontare il team del "day after", una volta che la guerra sarà finita. Il tycoon di New York pensava che sarebbe stato molto più facile trovare un accordo di quanto non sia, ma ha riconosciuto come vi sia un "odio tremendo" tra Volodymyr Zelenskyy e Vladimir Putin. “Tutto quello che si può fare è fare del proprio meglio. Per ballare il tango ci vogliono due persone, e devono andare d'accordo. Devono riuscire a parlarsi. Si odiano molto. Questo ha un impatto. Davvero un impatto. È un male per entrambi”. “In media, dai 25.000 ai 30.000 soldati muoiono ogni mese in quella stupida guerra, e mi piacerebbe vederla finire. È la peggiore guerra dai tempi della Seconda Guerra Mondiale”, ha aggiunto Trump. Alle parole di Trump, hanno fatto eco quelle di Merz, sottolineando l’importanza di trovare una soluzione in Ucraina: “Ci sono troppi cattivi in questo mondo, in realtà. E questo è un problema di cui dobbiamo parlare, perché tutti vogliamo che questa guerra finisca il prima possibile. Ma l'Ucraina deve preservare il suo territorio, e ci sono interessi di sicurezza e beh, ne parleremo”. (di Iacopo Luzi)
Escono Ivano Cuccu e Carmen Murru, Oristano al Centro lascia la
maggioranza... Trump contro la Spagna dopo il 'no' sull'Iran: "Governo Sanchez terribile, stop accordi commerciali"

Dopo l'attacco all'Iran, Donald Trump coglie l'occasione di un punto stampa con il Cancelliere tedesco Merz per 'bacchettare' in diretta quei Paesi europei che hanno apertamente rifiutato di offrire sostegno all'operazione Usa o 'rei' di non collaborare abbastanza nelle prime fasi dei raid. Nel mirino del tycoon finiscono così la Spagna ma anche la Gran Bretagna, con una stoccata in particolare al premier Keir Starmer.
Nei primi giorni dell'operazioni militare contro l'Iran, alcuni Paesi "sono stati d'aiuto, altri no", le parole di Trump, che ha iniziato dagli elogi prima di passare alla 'lista nera': "La Germania è stata ottima. Altri sono stati molti bravi. Il capo della Nato, Mark Rutte, penso sia fantastico" ma "altri europei sono stati terribili...".
La dura risposta dopo il 'no' della Spagna
Ed è così che, davanti ai giornalisti, il leader Usa ha quindi annunciato lo stop agli scambi commerciali con la Spagna, il cui "terribile" governo di Pedro Sanchez ha rifiutato di consentire agli aerei statunitensi di utilizzare le sue basi per attaccare l'Iran e si è opposto all'aumento dei fondi per la difesa nell'ambito della Nato. "La Spagna si è comportata in modo terribile. Ho detto a Bessent di interrompere il commercio con la Spagna. Non vogliamo avere nulla a che fare con loro", l'attacco di Trump.
L'attacco a Starmer
Trump si è poi scagliato contro il premier britannico Keir Starmer per il rifiuto iniziale a concedere l'utilizzo di basi militari britanniche nell'operazione militare in Iran. "Non sono contento del Regno Unito - ha detto Trump parlando ai giornalisti -. Ci sono voluti tre o quattro giorni per capire dove potevamo atterrare. Non abbiamo certo a che fare con Winston Churchill".
Perché Trump bacchetta Spagna e Gb
Già dopo le prime ore dei raid, la Spagna si era smarcata del tutto dagli Usa, rifiutando apertamente il sostegno all'operazione voluta da Trump con Israele. "Ogni Paese prende le proprie decisioni di politica estera. La Spagna ha una posizione molto chiara: la voce dell'Europa deve essere in questo momento una voce di equilibrio e moderazione, lavorare per la de-esclation e perché si torni al tavolo negoziale", aveva spiegato il ministro degli Esteri spagnolo, Jose Manuel Albares. "Una logica di violenza come quella che stiamo vivendo porta ad una spirale di violenza e azioni militari unilaterali fuori dalla Carta delle Nazioni Unite, fuori da qualsiasi azione, nessuno ha un obiettivo chiaro. L'Europa deve difendere il diritto internazionale, la de-escalation e i negoziati".
La posizione della Spagna di non sostenere gli attacchi all'Iran ha spinto il Pentagono a ritirare una decine di aerei cisterna KC-135 dispiegati nella base di Moron de la Frontera, e, in misura minore, a Rota, usati per il rifornimento in aria dei caccia, ha confermato la ministra della Difesa, Margarita Robles, sottolineando che gli accordi di cooperazione, che stabiliscono le regole per la permanenza delle truppe americane in Spagna, prescrivono che queste "devono operare nell'ambito della legalità internazionale" mentre ora sono impegnate in azioni unilaterali, senza il sostegno di organizzazioni multinazionali, come Onu, Nato e Ue.
"Le basi non daranno appoggio, a meno che non sia necessario dal punto di vista umanitario", ha aggiunto, sottolineando che fino a quando "non ci sarà una soluzione, il trattato non sarà applicato".
Dal canto suo, il premier britannico Keir Starmer nelle scorse ore aveva già confermato alla Camera dei Comuni che la Gran Bretagna non prenderà parte alla fase iniziale degli attacchi. "Riteniamo che il modo migliore per andare avanti nella regione e per il mondo sia una soluzione negoziale in cui l'Iran accetti di rinunciare a qualsiasi aspirazione a sviluppare armi nucleari e di cessare le sue attività destabilizzanti nella regione", aveva dichiarato il premier, precisando che la sua è "la posizione che hanno da tempo i successivi governi britannici". "Il presidente americano Donald Trump ha espresso il suo disaccordo con la nostra decisione di non essere coinvolti con gli attacchi iniziali. Ma spetta a me decidere cosa è negli interessi nazionali britannici. Ed è quello che ho fatto e a cui mi attengo".
Dg Maschio, 'sostegno reale durante la fase più complessa
dell'emergenza'... 
"Proteggere i bambini alla loro prima stagione di Rsv-virus respiratorio sinciziale, è fondamentale. Significa proteggerli da una" infezione "grave che, quando colpisce i bambini più piccoli, determina patologie respiratorie come la bronchiolite", che li porta "all’ospedale. I bambini vengono ricoverati, hanno bisogno di essere intubati, hanno bisogno dell'ossigeno e della terapia intensiva. Proteggerli da questo, con i mezzi che abbiamo, significa dare ai bambini un'opportunità di salute molto importante". Lo ha detto Chiara Azzari, professoressa ordinaria di Pediatria dell'università di Firenze, in occasione dell'evento 'Road to immunity' organizzato da Sanofi oggi e domani a Roma, che riunisce rappresentanti delle istituzioni, società scientifiche, clinici ed esperti di sanità pubblica per un confronto sul ruolo delle strategie di prevenzione nelle malattie respiratorie. Al centro dell'incontro c'è l'evoluzione dello scenario epidemiologico e il valore delle nuove soluzioni preventive, dai vaccini innovativi agli anticorpi monoclonali a lunga durata d'azione. "Il monoclonale che stiamo utilizzando adesso, per tutti i bambini - sottolinea Azzari - ha cambiato la storia dell'Rsv poiché è in grado di proteggere oltre il 90% dei bambini: le famiglie lo accettano tutte molto volentieri. Questo fa sì che il numero delle ospedalizzazioni si riducano del 90%: se in ospedale prima di questa terapia ricoveravo 30 bambini, adesso ne devo ricoverare solo 3. E' un grande guadagno in termini di salute".
Aggiunge Eugenio Baraldi, professore ordinario di Pediatria dell'università di Padova: "Da anni sappiamo che l'infezione da virus respiratorio sinciziale, soprattutto nei primi anni di vita, può portare a delle conseguenze a lungo termine. In particolare, all'insorgenza del broncospasmo ricorrente o dell'asma. Quello che stiamo osservando, dopo l'avvento dell’anticorpo monoclonale, è che evitando l'infezione nei primi mesi di vita si può prevenire la complicanza. L'immunoprofilassi - precisa - va ben oltre il fatto di prevenire l'infezione acuta: abbiamo dati preliminari che ci dicono che possiamo ridurre la prevalenza dell'asma".
Attualmente "l'Rsv è sicuramente uno dei casi paradigmatici in cui si vede come la programmazione e l'intervento sanitario in prevenzione è assolutamente costo-efficace e, in alcuni casi, addirittura 'cost saving'", quindi fonte di risparmi, osserva Andrea Marcellusi, presidente Ispor (International Society for Pharmacoeconomics and Outcomes Research) Italy Rome Chapter. "Le evidenze che abbiamo a disposizione sono tantissime ormai - chiarisce l'esperto - Oggi abbiamo dati 'real world' che sono in grado di dimostrare come l'intervento sanitario di nirsevimab abbia generato riduzioni di spesa e una gestione ottimale delle risorse sanitarie, riducendo ospedalizzazioni e garantendo efficienza gestionale di questi pazienti, oltre a migliorarne la qualità di vita".
Todde, 'previsto un incentivo di 2.000 euro mensili'... Non è solo una guerra di missili e deterrenza. È una partita di obiettivi non dichiarati, di consenso interno fragile e di alleanze regionali in bilico. Nelle ore successive all’operazione americana contro l’Iran, la domanda centrale non è tanto se gli Stati Uniti abbiano la capacità militare di sostenere lo sforzo, quanto quale sia l’obiettivo politico. L'Adnkronos ne ha parlato con Alissa Pavia, che a Washington è senior fellow dell’Atlantic Council, esperta di Nord Africa e Medio Oriente, direttrice dell’area Mena di Geopolitica.info. Dalla confusione sugli obiettivi dell’amministrazione Trump al nodo del regime change, dal ruolo dei proxy iraniani alla postura dei Paesi del Golfo, emerge un quadro fluido in grado di ridisegnare l’intero Medio Oriente.
Negli Stati Uniti l’operazione contro l’Iran viene percepita in modo diverso rispetto alla narrazione europea, spesso molto critica verso Trump?
È ancora presto per dirlo con certezza. Un primo sondaggio indica che una parte consistente degli americani non è entusiasta di una politica interventista. Il Midwest e quella che viene definita “Mainland America” hanno espresso più volte frustrazione per le questioni economiche interne e non vedono necessariamente un intervento militare come un beneficio diretto per il Paese. Allo stesso tempo, la morte di Khamenei viene percepita da molti come un fatto positivo. C’è un elemento di contraddizione: alcuni di coloro che oggi criticano l’interventismo erano gli stessi che solo pochi mesi fa chiedevano un’azione forte per fermare la repressione in Iran.
C’è chiarezza sugli obiettivi strategici dell’amministrazione americana?
No, assistiamo a una certa confusione. Si è parlato di regime change, ma il regime change è cosa diversa dalla decapitazione militare. Inizialmente Trump aveva evocato un cambiamento totale della leadership e dell’assetto politico. Poi ha citato il Venezuela come possibile modello, ma lì non c’è stato un vero cambio di regime. Questa ambiguità crea incertezza nell’opinione pubblica e anche tra i membri dell’amministrazione. È significativo che nessun segretario sia andato nei talk show domenicali per spiegare la linea ufficiale: segno che non c’è una narrativa condivisa.

Dal punto di vista militare, la missione è sostenibile?
Il dibattito qui non si concentra tanto sulla capacità militare. Gli Stati Uniti, insieme a Israele, sono chiaramente più forti dell’Iran. La vera preoccupazione è la durata. L’Occidente tende a indebolirsi politicamente con il protrarsi delle guerre. Il consenso interno può erodersi rapidamente se non sono chiari gli obiettivi. Inoltre, le dichiarazioni contraddittorie sul possibile invio di truppe di terra aumentano l’incertezza. Se l’obiettivo fosse davvero un regime change, sarebbe difficile immaginarlo senza presenza fisica sul territorio.
È realistico immaginare che l’opposizione iraniana possa prendere il potere?
È il problema cruciale. Trump ha incitato il popolo iraniano a ribellarsi. Se questo accadesse, potrebbe presentarlo come una vittoria politica personale, rafforzando la sua legacy. Ma resta il nodo di chi governerebbe dopo. La diaspora iraniana è enorme, ma non è mai riuscita a esprimere una figura unitaria. Si è parlato di Reza Pahlavi, che non ha un vero sostegno interno. Se il regime repressivo crollasse senza una struttura alternativa pronta, il rischio sarebbe un caos endemico. Gli iraniani hanno una storia di sommosse popolari, ma trasformare una rivolta in governo stabile è un’altra cosa.
Esiste un piano americano per il “day after” iraniano? Un possibile “piano Marshall”?
Di sicuro non è il petrolio l’obiettivo primario. Gli Stati Uniti oggi sono esportatori netti di energia e non hanno la stessa dipendenza di vent’anni fa. L’obiettivo sembra piuttosto indebolire l’Iran, ridurre la minaccia dei missili balistici e ottenere un negoziato sul nucleare più favorevole all’Occidente. Un eventuale governo ad interim filo-occidentale potrebbe aiutare a gestire lo Stretto di Hormuz e stabilizzare il commercio internazionale. Ma non mi sembra che l’obiettivo sia “estrarre petrolio”, come spesso si sostiene in Europa.
Cosa accade alla rete dei proxy iraniani?
Hezbollah ha mostrato divisioni interne prima di intervenire. Questo dimostra quanto dipendano dall’Iran per la direzione strategica. Il rischio maggiore è la frammentazione: milizie più autonome e meno coordinabili sono anche più difficili da contenere. Se viene meno un comando centrale forte, si possono creare situazioni ancora più instabili, come già accaduto in Yemen.
Il conflitto può ridisegnare il Golfo?
Dipende tutto dagli obiettivi e dai risultati. Gli Emirati hanno lasciato intendere di essere pronti a sostenere un’azione risolutiva contro il regime iraniano, ma non vogliono mezze misure. I Paesi del Golfo temono di essere lasciati esposti. Nel 2019, dopo gli attacchi agli impianti sauditi, la mancata risposta americana fu percepita come un tradimento. Se oggi si ripetesse una percezione simile, il Golfo potrebbe rafforzare ulteriormente i legami con Cina e Russia. La sicurezza del Golfo si basa sulla protezione americana. Se questa appare incerta, l’intero assetto regionale potrebbe cambiare. (di Giorgio Rutelli)

Oltre 7 milioni di italiani soffrono di problemi d'udito, di cui circa 112.000 under 14. In occasione della Giornata mondiale dell'udito che si celebra oggi, Stefano Di Girolamo, presidente della Società di otorinolaringoiatria pediatrica, fa il punto con l'Adnkronos Salute su quali rischi oggi corre la salute uditiva dei grandi e dei piccoli. "Fortunatamente - spiega - per i bambini abbiamo lo screening universale per le ipoacusie e questo permette di non avere zone d'ombra dove ti perdi i piccoli sordi. In più abbiamo gli impianti cocleari che ci permettono di sopperire alla mancanza di un organo di senso. Ma ci sono dei punti da migliorare, ad esempio la gestione delle otiti ricorrenti che possono causare anche danni seri. Quindi c'è la necessità di aumentare l'attenzione e di avere un maggior coinvolgimento dei pediatri". La salute dell'udito è spesso messa a repentaglio "in età adolescenziale dall'esposizione cronica a un'intensità sonora forte. Pensiamo alle discoteche o ai concerti, quando si esce con l'orecchio ovattato vuol dire che c'è stato un stimolo eccessivo, ma penso anche all'uso illimitato e a volume alto delle cuffie e degli auricolari".
Sono 3 i rischi da non sottovalutare, indipendentemente dall'età: "Quello legato a motivi professionali e ludici - avverte lo specialista - poi le otiti ricorrenti nel bambino e infine, poco noto, gli effetti di radio e chemioterapia che ci fanno sopravvivere di più in caso di tumore, ma causano danni collaterali e anche perdita dell'udito".
Il messaggio della Società di otorinolaringoiatria pediatrica in occasione della Giornata mondiale dell'udito è "la prevenzione ad ogni età anche nella terza", suggerisce il presidente che aggiunge: "C'è ancora uno stigma sugli apparecchi acustici che invece sono un dispositivo importantissimo anche in funzione anti-demenza. Se non senti non capisci cosa ti accade intorno e ti isoli dalla società e dalla famiglia, con la conseguenza che sopraggiunge un calo delle capacità cognitive e la depressione". Se ci sono i primi sintomi di un deficit uditivo "occorre una visita specilistica, un esame audiometrico e iniziare una riabilitazione uditiva in grado di mantenere la capacità di ascoltare", conclude Di Girolamo.

"Non hanno una marina militare, non hanno un'aeronautica, non hanno sistemi di rilevamento aereo, i loro radar sono stati distrutti. Di fatto tutto è stato distrutto". Così il presidente americano Donald Trump nel corso del bilaterale con il cancelliere tedesco, Friedrich Merz alla Casa Bianca.
"Dal punto di vista militare - ha continuato - li abbiamo colpiti in maniera durissima, stanno usando i missili che hanno costruito nel corso degli anni. Li stanno usando in maniera massiccia, molti sono stati distrutti da noi".
Trump ha quindi respinto l'ipotesi secondo cui Israele avrebbe "forzato la mano", spingendolo ad attaccare l'Iran. "No. Potrei essere stato io a costringerli - ha detto nello Studio Ovale - Secondo me, quei pazzi avrebbero attaccato per primi".
"Sulla base dei colloqui - le parole di Trump -, ho ritenuto che avrebbero attaccato per primi, erano pronti a colpire Israele e non volevo che succedesse. Israele era pronto, noi eravamo pronti: abbiamo avuto un impatto notevole. L'Iran sta finendo i missili, ha colpito paesi neutrali: è stata una sorpresa. E ora tutti questi paesi stanno combattendo duramente contro l'Iran. Si sono ritrovati sotto i missili all'improvviso".
Lo scenario peggiore che potrebbe emergere dall'operazione statunitense in Iran, sarebbe "colpire e poi avere al potere qualcuno più malvagio del precedente", la guida suprema Ali Khamenei, ha continuato il leader Usa. "Potrebbe succedere. Chi vorremmo come leader? Molte delle persone che avevamo in mente sono morte", ha poi sottolineato.
"C'è stato - ha poi aggiunto senza fare riferimenti espliciti al recente attacco missilistico contro la sede dell'Assemblea degli Esperti a Qom - un altro attacco alla nuova leadership. Sembra sia stato piuttosto sostanziale". E ancora: "Abbiamo eliminato il leader, oggi abbiamo colpito la nuova leadership in maniera molto dura. Molte persone chiedono l'immunità, finiranno per deporre le armi: intanto, noi andiamo avanti".
Il figlio dell'ultimo Shah dell'Iran, Reza Pahlavi, potrebbe essere un'opzione per la guida del Paese, ma una figura "dall'interno" sarebbe più appropriata, ha poi sottolineato il presidente degli Stati Uniti durante il punto stampa. Alla richiesta di commentare la possibilità che Pahlavi possa essere il futuro leader dell'Iran, Trump ha dichiarato: "Credo che possa esserlo, alcune persone lo apprezzano", aggiungendo però che, a suo avviso, "qualcuno dall'interno potrebbe essere più adatto".
Trump si è poi scagliato contro il premier britannico Keir Starmer per il rifiuto iniziale a concedere l'utilizzo di basi militari britanniche nell'operazione militare in Iran. "Non sono contento del Regno Unito - ha detto Trump parlando ai giornalisti -. Ci sono voluti tre o quattro giorni per capire dove potevamo atterrare. Non abbiamo certo a che fare con Winston Churchill".
Il leader Usa ha quindi annunciato lo stop agli scambi commerciali con la Spagna, il cui "terribile" governo di Pedro Sanchez ha rifiutato di consentire agli aerei statunitensi di utilizzare le sue basi per attaccare l'Iran e si è opposto all'aumento dei fondi per la difesa nell'ambito della Nato. "La Spagna si è comportata in modo terribile. Ho detto a Bessent di interrompere il commercio con la Spagna. Non vogliamo avere nulla a che fare con loro", l'attacco di Trump.
Per quanto riguarda invece la questione energetica, "anche se i prezzi del petrolio rimangono leggermente alti per un po', non appena questa situazione finirà, i prezzi scenderanno, credo addirittura ai livelli più bassi mai visti", ha assicurato Trump.

Il Gruppo Ferrero rafforza la propria governance, con nuovi ruoli di leadership a partire dal 1 settembre 2026 con diretto riporto a Giovanni Ferrero, presidente di Ferrero International. In particolare, Alessandro Nervegna diventerà ceo di Ferrero Core, con il mandato di guidare la crescita delle categorie core del Gruppo e l’attuale ceo Lapo Civiletti, continuerà a ricoprire la carica di vicepresidente di Ferrero International e assumerà il ruolo di presidente di Ferrero Ice Cream e Wk Kellogg. Nel suo ruolo di presidente di Ferrero International, Giovanni Ferrero continuerà a guidare la crescita del Gruppo, concentrandosi sulla visione strategica, di lungo periodo, e sull’innovazione, mantenendo la continuità con la cultura e i valori che contraddistinguono l’azienda.
“La nuova governance è pensata per consolidare la propria competitività nel settore dei prodotti dolciari confezionati”, spiega una nota ricordando che “nel corso dell’ultimo decennio, il Gruppo Ferrero ha intrapreso un percorso di espansione e di crescita da azienda focalizzata sul confectionery a leader globale nel settore dei prodotti dolciari confezionati. Un risultato che riflette lo spirito imprenditoriale del Gruppo e una gestione rigorosa, sostenuta da acquisizioni strategiche e da un costante impegno nel portare innovazione nei marchi iconici e nelle nuove categorie di prodotto” In linea con l’evoluzione del business, pertanto, Nervegna, attualmente Chief Strategy & Innovation Officer, assumerà il ruolo di ceo di Ferrero Core, con la responsabilità delle categorie core del Gruppo, tra cui Confectionery, Biscotti e Prodotti da Forno, e il segmento Better-For-You. “La sua visione strategica, il forte orientamento al business e il rigore manageriale - commenta Giovanni Ferrero - garantiranno al Gruppo Ferrero di proseguire nel proprio percorso di crescita, rafforzando ulteriormente la nostra posizione di leader nel settore dei dolci confezionati.”
Sotto la guida di Civiletti "e grazie alla sua capacità di trasformare la visione in risultati concreti, l’obiettivo di raddoppiare le dimensioni del business in meno di dieci anni è diventato realtà. Ha costruito un team manageriale solido, capace di garantire risultati costanti e pronto a cogliere le opportunità future”, conclude Giovanni Ferrero.

Con la morte del leader supremo iraniano Ali Khamenei, ucciso nell’attacco israelo-americano su Teheran, si apre una delle questioni finanziarie più esplosive del XXI secolo: chi controllerà uno dei patrimoni privati più vasti e più oscuri del mondo, accumulato mentre il popolo iraniano sprofondava nella povertà?
Un impero stimato fino a 200 Miliardi
Le stime sul patrimonio controllato da Khamenei oscillano tra i 95 e i 200 miliardi di dollari. La fonte più documentata rimane un'inchiesta di Reuters del 2013, che stimò il valore del conglomerato Setad (formalmente noto come "Sede per l'Esecuzione dell'Ordine dell'Imam Khomeini") attorno ai 95 miliardi di dollari, di cui circa 52 miliardi in immobili e 43 miliardi in investimenti societari. A distanza di oltre un decennio, con la crescita patrimoniale e l'inflazione, la cifra reale è significativamente superiore.
Il Setad nacque ufficialmente per gestire i beni abbandonati dopo la Rivoluzione del 1979, ma si trasformò in una macchina di accumulazione sistematica: proprietà appartenenti a minoranze religiose, espatriati e cittadini comuni vennero confiscate con la scusa dell'abbandono e assorbite nel portafoglio dell'organizzazione. Una grande holding che ha operato in settori strategici come energia, telecomunicazioni, media, sanità e istruzione, con decine di organizzazioni formalmente caritatevoli che, secondo i critici del regime, fungevano da veicoli di profitto indiretto.
Il Setad garantiva a Khamenei un'autonomia finanziaria totale dal parlamento e dal bilancio statale, proteggendolo dalle turbolenze politiche interne. Per dare un’idea, il solo valore stimato di questa istituzione supera del 40% le esportazioni petrolifere annuali dell'Iran.
Le fonti
Le fonti che attestano questa ricchezza sono parziali ma significative. Oltre all'indagine di Reuters, un'inchiesta durata un anno di Bloomberg News, pubblicata a gennaio 2026, ha rivelato come Mojtaba Khamenei, secondo figlio maschio del leader supremo, che i media iraniani descrivono come “in ottima salute” e per niente morto negli attacchi, abbia costruito un impero immobiliare globale del valore di oltre 100 milioni di sterline solo nel Regno Unito. I fondi provengono principalmente dalle vendite di petrolio iraniano e sono stati fatti transitare su conti in banche britanniche, svizzere, del Liechtenstein e degli Emirati Arabi Uniti, tramite società fantasma registrate a Saint Kitts and Nevis e nell'Isola di Man.
Tra le strutture più documentate figura una villa su The Bishops Avenue a Londra - la cosiddetta "Billionaire's Row" - acquistata nel 2014 per 33,7 milioni di sterline. Il portafoglio si estende ad hotel di lusso a Francoforte e Maiorca, una villa nel "Beverly Hills di Dubai" e beni in precedenza detenuti a Toronto e Parigi. Nessuno di questi asset è intestato direttamente a Mojtaba: il suo nome non compare in nessun documento, sostituito da intermediari fidati e scatole cinesi. L'uomo chiave identificato da Bloomberg è il banchiere iraniano Ali Ansari, sanzionato dal governo britannico nell'ottobre 2025 per aver finanziato i Guardiani della Rivoluzione.
Il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha sanzionato Mojtaba già nel 2019, ma le sanzioni non hanno impedito all'impero di espandersi, sfruttando le lacune nei sistemi di trasparenza sulla proprietà effettiva dei beni in molte giurisdizioni occidentali.
I sei eredi Khamenei
Khamenei e sua moglie Mansoureh hanno avuto sei figli: quattro maschi - Mostafa, Mojtaba, Masoud e Meysam - e due femmine, Boshra e Hoda. Ognuno di loro avrebbe accumulato patrimoni considerevoli, stimati in 3 miliardi (per Mojtaba) e centinaia di milioni di dollari per gli altri, tranne il primogenito, di cui si parla molto poco.
Cosa succede ora?
Con la caduta fisica del leader supremo e l'Iran in piena crisi istituzionale dopo gli attacchi, il destino del tesoro di Khamenei è tutt'altro che scontato. Una parte delle risorse è formalmente legata al Setad, un ente statale che opera sotto l'autorità della Guida Suprema: con la morte di Khamenei, il controllo su questa holding passerà presumibilmente al suo successore istituzionale, non necessariamente alla famiglia.
Il patrimonio personale e familiare, invece, è frammentato in strutture opache e distribuito in decine di Paesi. Mojtaba, già al centro dell'attenzione internazionale prima ancora della morte del padre, è il candidato più probabile a mantenere il controllo su questa rete finanziaria. Ma le sanzioni occidentali, la pressione delle intelligence e la potenziale implosione del regime rendono ogni scenario incerto.
Quello che è certo è il paradosso: un uomo che si definiva austero, che citava I Miserabili di Victor Hugo come libro preferito e che predicava la semplicità al suo popolo, ha lasciato dietro di sé uno dei più vasti e opachi imperi finanziari mai costruiti da un leader politico negli ultimi cento anni.

(EMBARGO ALLE 00.30 DI DOMANI) - Dopo tante ore di studio l'esame di maturità si chiude con un voto deludente? Potrebbe non essere solo colpa di una preparazione traballante. E se qualche alunno ha pensato che la disfatta fosse nell'aria, non è lontano dal vero. Il nemico di una buona performance scolastica potrebbe essere invisibile e nascondersi proprio lì, nell'aria, complice la bella stagione. Parola di scienziati. Secondo un nuovo studio l'esposizione al polline è legata a risultati peggiori agli esami di fine scuola secondaria, con effetti particolarmente evidenti nelle materie che coinvolgono la matematica, tra cui fisica e chimica. La ricerca è pubblicata online sul 'Journal of Epidemiology & Community Health'. Gli esperti spezzano una lancia a favore di studenti che potrebbero essere solo apparentemente svogliati. E avvertono: è necessario il riconoscimento degli effetti negativi delle fluttuazioni dei livelli di polline sul rendimento scolastico e del potenziale impatto sulle prospettive future di un allievo.
E' noto che la rinite allergica, causata da una reazione allergica agli irritanti nasali come polvere, peli di animali domestici, muffe e polline, può minare il benessere e compromettere la salute cardiovascolare, la qualità del sonno, la concentrazione e l'umore, spiegano i ricercatori. Questi effetti, avvertono, possono essere amplificati dall'inquinamento atmosferico e da condizioni meteo estreme, che alterano la crescita delle piante, la produzione di polline e il potenziale allergenico. Ma non è chiaro se l'esposizione al polline possa anche influenzare il rendimento scolastico. Per approfondire questo aspetto, i ricercatori hanno analizzato i dati di tutti i 92.280 studenti che hanno sostenuto l'esame di 'immatricolazione' nazionale delle scuole superiori nelle aree metropolitane di Helsinki e Turku nel sud della Finlandia tra il 2006 e il 2020. Gli esperti hanno recuperato i risultati da Statistics Finland, concentrandosi sui voti ottenuti in finlandese, storia e studi sociali, matematica, fisica e chimica per vedere se sono cambiati in relazione all'esposizione al polline durante questo periodo. Età media degli studenti che hanno sostenuto l'esame: 19 anni, ma il range variava da 16 a 77 anni. Durante il periodo d'interesse, sono stati poi monitorati i conteggi regionali giornalieri di polline di ontano (Alnus spp) e nocciolo (Corylus avellana), piante che in Finlandia fioriscono e rilasciano grani di polline intorno al periodo degli esami di immatricolazione primaverile. I livelli erano espressi come grani di polline per metro cubo d'aria e classificati come bassi (1-10), moderati (10-100) o abbondanti (100+). I dati sull'inquinamento atmosferico (Pm2.5, ozono, biossido di azoto) e sul tempo sono stati ottenuti dall'Istituto meteorologico finlandese. Il numero medio giornaliero massimo di pollini di ontano era di 521 granelli di polline per metro cubo di aria in un giorno d'esame; quello di nocciolo era di 57/metro cubo d'aria.
In tutto nell'analisi sono stati inclusi 156.059 punteggi degli esami e il team ha mostrato che i punteggi sono scesi notevolmente nei giorni con livelli di polline sia bassi che alti, rispetto ai giorni in cui non c'era polline nell'aria. Un aumento ambientale medio di 10 grani di polline di ontano e nocciolo è stato associato a un calo del punteggio standardizzato dell'esame di 0,0034 e 0,0144 in media. Ciò corrisponde a una riduzione dei punti rispettivamente di 0,042 e 0,17 (su una scala di 0-66). Il calo è risultato ancora maggiore dopo aver tenuto conto della temperatura, dell'inquinamento atmosferico ambientale e delle precipitazioni durante le ore d'esame. Tendenze simili sono state osservate per entrambi i sessi, anche se un aumento di 10 granelli di polline di ontano è stato associato a un calo statisticamente significativo dei punteggi d'esame solo tra le femmine, corrispondente a una riduzione di 0,0652 punti. Non solo. L'impatto risulta essere più duro per certe discipline: ogni ulteriore aumento di 10 granelli di polline dell'ontano è stato associato a un calo statisticamente significativo dei punteggi di materie matematiche, forse perché - suggeriscono gli autori - richiedono un maggiore livello di precisione e concentrazione. D'altra parte, va precisato che l'esposizione al polline di nocciola era associata a un calo dei punteggi matematici solo tra i maschi.
Questo, puntualizzano gli esperti, è uno studio osservazionale e, come tale, non è possibile trarre conclusioni definitive su causa ed effetto. I ricercatori inoltre riconoscono di non avere informazione su chi, tra gli studenti, fosse allergico al polline, ma circa 1 su 5 nelle scuole secondarie soffre di rinite allergica, rimarcano. "Per questo motivo, è probabile che il calo dei punteggi d'esame osservato sia in gran parte spiegato dai sintomi indotti dal polline tra gli studenti che erano allergici. Chi soffre di allergie potrebbe avere un calo superiore alla media", osservano. "Questo è rilevante per il futuro dello studente perché i punteggi degli esami hanno un valore di peso ragionevolmente importante quando si fa domanda per un ulteriore ciclo di istruzione, così come per il collocamento nella vita lavorativa e il reddito", aggiungono.
Per gli autori è dunque utile approfondire ed "è importante essere consapevoli che l'esposizione al polline può compromettere il successo nelle situazioni di test. Per creare condizioni di prestazione più paritarie - concludono - dovremmo trovare soluzioni per ridurre l'esposizione al polline e ai suoi effetti dannosi (ad esempio, programmare esami al di fuori della stagione clou), migliorare la preparazione (ad esempio, informazioni sul polline più accurate e accessibili), o ancora iniziare i farmaci in modo tempestivo (ad esempio, aumentare la consapevolezza degli operatori sanitari e delle persone allergiche)".
Cuccureddu, 'la Germania si conferma primo mercato per arrivi
turistici'...
Progetti PeDESS e PLUREs per la valorizzazione dell'educazione
plurilingue... 
Il giorno in cui le bombe hanno colpito il compound di Pasteur Street, a Teheran, Israele sapeva già quasi tutto. Sapeva dove parcheggiavano le auto le guardie del corpo più fidate della Guida Suprema, Ali Khamenei, quali turni facevano, quali percorsi seguivano per andare al lavoro e, soprattutto, chi erano incaricate di proteggere. Sapeva a che ora l'ayatollah sarebbe arrivato nel suo ufficio e chi avrebbe partecipato alla riunione quel sabato mattina. È quanto emerge da un'inchiesta del Financial Times che ricostruisce nei dettagli il piano che ha portato all'uccisione della Guida Suprema iraniana in un raid aereo israeliano.
Telecamere hackerate, algoritmi e interferenze
Secondo due fonti citate dal quotidiano britannico, per anni quasi tutte le telecamere del traffico di Teheran sarebbero state hackerate: le immagini criptate e inviate a server in Israele. Una in particolare offriva un'angolazione preziosa sul complesso ultravigilato, consentendo di costruire quello che gli 007 definiscono un 'pattern of life': abitudini, orari, relazioni, routine.
A questo si aggiungeva l'analisi di miliardi di dati attraverso algoritmi e strumenti di social network analysis, capaci di individuare centri decisionali nascosti e nuovi bersagli. Un lavoro sistematico, condotto dall'unità di intelligence militare 8200, dal Mossad e da una rete di fonti umane, che nel tempo ha prodotto un flusso continuo di informazioni operative.
Non solo. Israele sarebbe stato in grado di interferire con alcune torri di telefonia mobile nell'area, facendo risultare occupati i telefoni e impedendo che eventuali allarmi raggiungessero la scorta di Khamenei. Già molto prima che cadessero le bombe, "conoscevamo Teheran come conosciamo Gerusalemme", ha dichiarato un funzionario dell'intelligence israeliana.
L'occasione irripetibile e i missili di precisione
Quando Israele e Cia hanno stabilito che l'86enne ayatollah avrebbe tenuto una riunione nel suo ufficio, l'occasione è apparsa irripetibile: eliminare lui e parte della leadership iraniana prima che un conflitto aperto li spingesse nei bunker sotterranei, fuori dalla portata delle bombe.
Per un obiettivo di tale valore, la dottrina militare israeliana impone una doppia conferma indipendente sulla presenza del bersaglio. In questo caso, oltre all'intelligence elettronica, gli Stati Uniti avrebbero fornito una fonte umana diretta. Solo dopo queste verifiche, i jet israeliani - in volo da ore per trovarsi nel punto giusto al momento giusto - hanno lanciato fino a 30 munizioni di precisione.
A differenza del leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, che aveva trascorso anni nascosto sottoterra prima di essere ucciso nel 2024, Khamenei non viveva in clandestinità permanente. In tempo di guerra adottava precauzioni, ma quel sabato mattina non si trovava in uno dei due bunker a sua disposizione. Se vi fosse stato, riferiscono le fonti, Israele non avrebbe potuto raggiungerlo con gli ordigni disponibili.
Tra ospiti Georges Daccache, Arturo Stàlteri, Fabio Mureddu,
Anna-Lou Toudjian...
Tra ospiti Georges Daccache, Arturo Stàlteri, Fabio Mureddu,
Anna-Lou Toudjian...
Ces, 'numeri e dati senza nessun reale fondamento'... 
Il tumore del colon-retto è una malattia che spesso si sviluppa in silenzio, ma che può essere individuata in tempo grazie a un semplice esame. E' da questa consapevolezza che prende il via 'marzo blu', la campagna di sensibilizzazione con cui la Fondazione Policlinico universitario Campus Bio-Medico di Roma rinnova il proprio impegno nella lotta a una delle neoplasie più frequenti a livello nazionale, sia nelle donne che negli uomini. Per l'intero mese, la Fondazione mette a disposizione 500 test gratuiti per la ricerca del sangue occulto nelle feci presso il Poliambulatorio Campus Bio-Medico di Porta Pinciana, nel centro della Capitale. Per tutti i pazienti con referto positivo è prevista poi una visita specialistica senza alcun costo aggiuntivo e, se necessario, la successiva prenotazione della colonscopia. Una volta terminati i 500 screening gratuiti, sarà comunque possibile effettuare l'esame in Tariffa amica a un costo puramente simbolico, sempre con visita gratuita in caso di valori alterati, dando continuità così al programma di prevenzione. Il 6 marzo presso la sede del Policlinico Campus Bio-Medico a Trigoria, in vista della Giornata internazionale della donna, saranno inoltre messi a disposizione 50 test gratuiti per il sangue occulto riservati esclusivamente alle donne, grazie alla collaborazione con l'AS Roma - di cui il policlinico è Official Medical Partner - con l'obiettivo di promuovere la diagnosi precoce in una fascia di popolazione sempre più interessata da questa patologia. A supporto dei cittadini sono stati attivati una pagina web dedicata e il numero verde 800.93.13.43, strumenti pensati per fornire informazioni, orientamento e assistenza prima, durante e dopo lo screening.
"La prevenzione è davvero efficace quando risulta alla portata di tutti", afferma l'amministratore delegato e direttore generale del Policlinico Campus Bio-Medico, Paolo Sormani. "Gli screening gratuiti, il numero verde e le iniziative sul territorio - sottolinea - rappresentano un modo per essere vicini ai cittadini, accompagnarli nella diagnosi precoce e superare quelle barriere che troppo spesso rallentano l'adesione ai controlli. La nostra missione è chiara: ampliare l'accesso alle cure a favore di un numero sempre maggiore di persone, con un'assistenza che coniuga competenza clinica, ascolto e attenzione ai bisogni di ciascuno".
Questo impegno non si esaurisce nel mese di marzo. La prevenzione prosegue infatti durante tutto l'anno grazie al servizio di ambulatorio open, attivo presso la sede del policlinico a Trigoria tutti i mercoledì dalle 10 alle 12 e dedicato ai pazienti con sospetto diagnostico. Un accesso diretto, gratuito e senza necessità di prenotazione, con la sola impegnativa del medico curante, che garantisce continuità e tempestività nella presa in carico.
"Il tumore del colon-retto è una patologia che nella maggior parte dei casi si sviluppa lentamente e che proprio per questo può essere identificata in anticipo - evidenzia Marco Caricato, direttore dell'Unità operativa complessa di Chirurgia colo-rettale del Policlinico Campus Bio-Medico - Il test per la ricerca del sangue occulto nelle feci è uno strumento semplice ma fondamentale per identificare eventuali sanguinamenti microscopici, spesso il primo campanello d'allarme. Quando il percorso diagnostico viene avviato subito è possibile intervenire in modo mirato e con trattamenti meno invasivi, riducendo in maniera significativa i rischi legati all’evoluzione della malattia".
Accanto agli screening, la campagna di quest'anno si estende sul territorio attraverso i circoli di padel della Capitale con il progetto 'Play Your Prevention', che utilizza lo sport come canale di sensibilizzazione e distribuzione di materiali informativi, invitando i cittadini ad aderire ai programmi di prevenzione. In parallelo, è prevista anche un'attività di comunicazione dedicata ai medici di base, tramite una newsletter informativa e la disponibilità a incontri con i membri dell'équipe chirurgica. Infine, per tutto il mese, le strutture della Fondazione - dal Policlinico di Trigoria alle sedi di Porta Pinciana e Longoni - saranno allestite con il colore blu, un segno visibile per ricordare l'importanza della diagnosi precoce e tenere alta l'attenzione su una patologia che si può affrontare efficacemente solo con controlli regolari e consapevolezza diffusa.



