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col Como...
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Secondo i dati riportati dall'Aifa (Agenzia italiana del farmaco) gli ultraottantenni italiani assumono quotidianamente tra le 10 e le 15 pillole. Cercare di ridurre questo fenomeno, rendendo quindi sostenibile il Servizio sanitario nazionale attraverso corretti stili di vita e sottolineando l'importanza per i cittadini di un'alimentazione sana, è uno degli obiettivi del convegno 'Alimentazione e salute: la prevenzione come pilastro di longevità e benessere', promosso oggi dall'Ordine dei medici chirurghi e degli odontoiatri di Roma presso il ministero della Salute. Presenti il ministro dell'Agricoltura Francesco Lollobrigida e il sottosegretario alla Salute Marcello Gemmato.
Prevenzione e dieta mediterranea sono state indicate come strumenti fondamentali per favorire il benessere e promuovere un invecchiamento in salute, contribuendo allo stesso tempo alla sostenibilità del nostro Ssn. Nel contesto sanitario contemporaneo - è stato evidenziato - l'alimentazione riveste un ruolo centrale nella promozione della salute pubblica, nella prevenzione delle principali malattie croniche e nel mantenimento di un adeguato livello di benessere lungo tutto l'arco della vita. L'evoluzione epidemiologica degli ultimi decenni ha mostrato un progressivo aumento delle malattie non trasmissibili (Mnt, tra cui patologie cardiovascolari, tumori, diabete di tipo 2 e malattie neurodegenerative) spesso correlate a errate abitudini alimentari, sedentarietà e stili di vita non salutari. In questo quadro l'alimentazione non può più essere considerata soltanto un mezzo di sostentamento, ma una vera e propria determinante di salute, in grado di interagire con fattori genetici, ambientali e sociali. La ricerca scientifica ha dimostrato che una dieta equilibrata, ispirata ai principi della dieta mediterranea, riduce significativamente l'incidenza di molte patologie croniche, contribuendo a migliorare aspettativa e qualità della vita. L'alimentazione è una 'medicina quotidiana', elemento fondante della salute e leva strategica anche per la sostenibilità del sistema sanitario. In questa prospettiva la prevenzione, intesa come investimento sul capitale umano e sulla qualità della vita, deve rappresentare uno dei cardini delle politiche sanitarie future.
Al dibattito hanno partecipato anche il presidente dell'Omceo Roma Antonio Magi e la consigliera dell’Ordine e organizzatrice dell'incontro Maria Grazia Tarsitano. "La salute nel nostro Paese - ha sottolineato Magi - la salvaguardiamo grazie al nostro Ssn, che c'è e che dobbiamo mantenere a tutti i costi. E' un impegno che devono condividere istituzioni, Ordini professionali e cittadini, oggi più che mai, anche alla luce dell'aumento dei costi legato ai farmaci innovativi e alle cure sempre più specialistiche. La prevenzione inizia dalla bocca, quindi dall'alimentazione e dagli stili di vita sani. Prevenire significa anche rendere più sostenibile il Ssn: se riduciamo i costi legati alle malattie evitabili, possiamo preservare questo bene che abbiamo nel nostro Paese. Spesso non ci rendiamo conto che il nostro sistema sanitario è un valore unico, indispensabile come l'aria e la libertà", ha ammonito. "Come ente - ha aggiunto Tarsitano - siamo qui oggi per avviare una nuova serie di attività di supporto concreto con i due ministeri di riferimento, Salute e Agricoltura. Se la prevenzione si svolge quotidianamente, mantenendo informazione e formazione continua su quelli che sono i pilastri più importanti, si possono ottenere risultati reali che incidano positivamente sullo stato di salute della popolazione".

Il dolore spesso non viene riconosciuto né creduto per chi soffre di endometriosi. È uno dei risultati che emergono da un sondaggio nazionale su oltre 830 testimonianze di donne - oltre la metà (52%) del Nord; il 23% del Centro; il 13,6% del Sud; il 6% dalle Isole, con alcune residenti all’estero - promosso dalla Fondazione italiana endometriosi e diffuso in occasione della campagna di sensibilizzazione dedicata al tema della normalizzazione del dolore femminile. L’iniziativa prevede una serie di installazioni visive nelle metropolitane italiane con l’obiettivo di rendere visibile un fenomeno spesso invisibile: il modo in cui il dolore femminile viene ridotto d’importanza, minimizzato nella società, nelle relazioni quotidiane e, talvolta, anche nei contesti sanitari.
Uno dei dati più significativi dell’indagine, condotta in forma anonima, riguarda l’età di insorgenza dei sintomi dolorosi che, nel 57% dei casi, compaiono già durante l’adolescenza, mentre circa il 20% li sperimenta tra i 18 e i 25 anni. Quote più ridotte riferiscono l’insorgenza tra i 26 e i 35 anni (circa il 17%) o dopo i 35 anni (circa il 5%). Questo dato - riporta una nota - suggerisce che “molte donne iniziano a convivere con i sintomi fin dall’età scolastica”. Il questionario rivela che il 66% delle partecipanti dichiara di essersi sentita “spesso non creduta quando parlava dei propri sintomi”, mentre un ulteriore 23% afferma che questo è accaduto ‘almeno qualche volta’. Solo una minoranza molto ridotta dichiara di non aver mai vissuto questa esperienza.
Uno degli aspetti più critici riguarda il rapporto con il sistema sanitario. Alla domanda su come sia stato trattato il proprio dolore in ambito sanitario, “il 45,7% afferma che è stato minimizzato, il 18,2% che è stato messo in dubbio e il 14,2% che è stato ignorato”. Solo circa una donna su cinque (21%) dichiara di essersi sentita “pienamente creduta dai professionisti sanitari”. Un altro dato particolarmente rilevante riguarda la normalizzazione del dolore mestruale. Il 91% delle partecipanti afferma di essersi sentita dire almeno una volta che il dolore del ciclo è ‘normale’, mentre l’87% riferisce di aver ricevuto, esplicitamente o implicitamente, il messaggio che ciò che stava vivendo fosse qualcosa di fisiologico.
Quando si analizza l’origine di questo messaggio, emerge che “nel 34,9% dei casi proviene dal medico, nel 20,9% dalla famiglia, nel 7,1% dagli amici, nel 4,8% dal contesto lavorativo e nel 3% dall’ambiente scolastico”. Il dato suggerisce che la banalizzazione del dolore femminile - si legge nella nota - può essere alimentata da diversi contesti sociali e istituzionali. Le conseguenze di queste dinamiche influenzano anche il modo in cui le pazienti raccontano i propri sintomi. Dopo essersi sentite dire che il dolore era “normale”, il 30,5% dichiara di aver cambiato medico, il 18,4% di aver ridotto il modo in cui raccontava i propri sintomi, mentre circa il 18% ha cercato informazioni o conferme online. Una quota più ridotta afferma invece di aver smesso del tutto di parlarne.
Un altro elemento emerso dal sondaggio riguarda la psicologizzazione del dolore femminile. Il 26,9% delle partecipanti afferma che il proprio dolore è stato associato a una presunta instabilità mentale, mentre il 24,4% dichiara che questo è accaduto almeno occasionalmente. Il sondaggio mette in luce anche una dimensione culturale più ampia. Alla domanda se l’idea che una donna sia ‘abituata a sopportare il dolore’ faccia parte del pensiero collettivo, il 93% delle partecipanti risponde affermativamente. Infine, l’indagine evidenzia alcune dinamiche nelle relazioni sociali: il 51% delle partecipanti indica, paradossalmente, che sia stato più difficile far comprendere il proprio dolore ad altre donne, mentre il 42% indica gli uomini, suggerendo come la normalizzazione del dolore femminile possa essere interiorizzata anche all’interno dello stesso contesto femminile.
Nel complesso, i risultati del sondaggio restituiscono l’immagine di un fenomeno che non riguarda solo la medicina, ma anche la cultura. Molte delle testimonianze raccolte mostrano come il dolore femminile venga ancora frequentemente minimizzato o interpretato come qualcosa che una donna dovrebbe semplicemente imparare a sopportare. Questa dinamica può contribuire a ritardare il riconoscimento dei sintomi e a rendere più difficile per molte pazienti ottenere ascolto e diagnosi. L’endometriosi, che colpisce oltre 1,8 milioni di donne in Italia, diventa così anche il simbolo di una disuguaglianza più ampia: una malattia reale, ma spesso invisibile nello sguardo sociale e sanitario.
Tra le frasi più usate per normalizzare il dolore nell’endometriosi (circa il 14% delle testimonianze) comprendono: ‘È normale’; ‘Capita a tutte’; ‘Il ciclo fa male a tutte le donne’. Un altro 6–7% riducono il problema a semplice dolore mestruale, con affermazioni come ‘È solo il ciclo’ oppure ‘Sono solo dolori mestruali’. Circa il 5% delle testimonianze riguarda invece frasi che ridimensionano la percezione del dolore o mettono in dubbio l’intensità dei sintomi, con espressioni come ‘Stai esagerando’ o ‘Sei troppo sensibile’. Nel 4–5% dei casi, il dolore viene attribuito a fattori emotivi o psicologici, con frasi come ‘È solo stress’ oppure ‘È tutto nella tua testa’. Circa il 4% fa riferimento alla maternità come presunta soluzione ai sintomi, con frasi tipo: ‘Fai un figlio e passerà’ o ‘Dopo una gravidanza starai meglio’. Infine, oltre il 65% comprende una grande varietà di frasi diverse che rientrano nello stesso schema culturale di minimizzazione del dolore: ‘Succede a tutte le donne’; ‘È una fase’; ‘Devi solo sopportare’ o ‘Vedrai che passa con il tempo’.
Nel loro insieme, queste testimonianze restituiscono un quadro molto chiaro: accanto alla dimensione clinica dell’endometriosi, molte donne raccontano di essersi confrontate con una narrazione sociale che tende a normalizzare o ridimensionare il dolore femminile, con possibili conseguenze sul riconoscimento dei sintomi e sul percorso verso la diagnosi. In questo contesto, la campagna prevede, nelle installazioni visive, l’inserimento di alcune delle frasi che molte donne con endometriosi dichiarano di essersi sentite dire nel corso della loro vita che contribuiscono a ridimensionare o banalizzare i sintomi. Tra le frasi riportate nella campagna: ‘Sei una donna, è normale per te provare dolore’; ‘Fai un figlio che ti passa’ e ‘Sei stressata’.
Attraverso questa campagna - conclude la nota - la Fondazione intende stimolare una riflessione pubblica in occasione del mese dell’endometriosi su quanto sia importante ascoltare e riconoscere i sintomi, favorendo una maggiore consapevolezza sull’endometriosi e sulle difficoltà che molte donne incontrano nel percorso verso la diagnosi.

Dietro ogni trapianto c'è una storia di vita che continua, ma anche un sistema complesso fatto di competenze, tecnologie e protocolli rigorosi che rendono possibile il percorso della donazione. E' il tema al centro dell'evento 'Insieme per la donazione: una sinergia tra professioni sanitarie, istituzioni e cittadini', in programma il 10 aprile a Roma nella Sala Mechelli del Consiglio regionale del Lazio. "La donazione di organi rappresenta una delle espressioni più alte di solidarietà e responsabilità civile. Dietro questo gesto ci sono competenze altamente specialistiche e un lavoro di squadra che coinvolge numerose professioni sanitarie tecniche. Far conoscere ai cittadini questo impegno quotidiano significa rafforzare la fiducia nel sistema sanitario e promuovere una cultura della donazione sempre più consapevole", afferma Andrea Lenza, presidente dell'Ordine Tsrm e Pstrp di Roma e provincia. L'iniziativa nasce con l'obiettivo di accendere i riflettori su un aspetto spesso poco conosciuto: il contributo delle professioni sanitarie tecniche nelle diverse fasi che portano dalla diagnosi di morte encefalica al trapianto e al monitoraggio dei pazienti.
Il convegno - spiega una nota - metterà al centro il lavoro dei professionisti che intervengono nel processo della donazione, garantendo sicurezza e qualità nel rispetto delle procedure. Tra questi i tecnici di neurofisiopatologia, impegnati nell'accertamento della morte encefalica; i tecnici sanitari di laboratorio biomedico, che svolgono indagini fondamentali nelle fasi pre e post trapianto; i tecnici sanitari di radiologia medica, coinvolti nelle procedure diagnostiche e di monitoraggio; e i tecnici della fisiopatologia cardiocircolatoria e perfusione cardiovascolare, figure centrali nelle procedure legate all'espianto e al trapianto. Professionisti che operano all'interno di un sistema altamente regolamentato, basato su evidenze scientifiche, normative e protocolli condivisi. Uno degli obiettivi dell'incontro sarà evidenziare anche la complessità organizzativa che accompagna il percorso della donazione. Il corretto funzionamento del sistema richiede infatti procedure precise, coordinamento tra strutture e una pronta disponibilità del personale tecnico. In questo contesto diventa fondamentale sviluppare protocolli e procedure condivisi a livello regionale, capaci di garantire rapidità di intervento, qualità delle prestazioni e continuità operativa nei momenti più delicati del processo. Grande attenzione sarà dedicata anche al tema dell'informazione. Conoscere nel dettaglio come funzionano le procedure di accertamento, espianto e trapianto è infatti uno degli strumenti più efficaci per rafforzare la fiducia dei cittadini. Una comunicazione chiara e trasparente permette di superare dubbi e timori e favorire scelte consapevoli, contribuendo a diffondere la cultura della donazione come gesto di solidarietà e responsabilità collettiva.
La giornata sarà articolata in sessioni scientifiche dedicate alle diverse fasi del percorso di donazione e trapianto, affiancate da momenti di confronto tra professionisti sanitari, istituzioni e associazioni impegnate nella promozione della cultura del dono. "L'obiettivo è far conoscere il lavoro delle professioni sanitarie tecniche coinvolte nel percorso della donazione e del trapianto, un contributo fondamentale, ma spesso poco visibile - sottolinea Claudia Parisi, presidente della Commissione d'Albo dei tecnici di neurofisiopatologia dell'Ordine Tsrm e Pstrp di Roma e provincia e responsabile scientifico dell'iniziativa - Parliamo di attività altamente specialistiche che si svolgono seguendo protocolli estremamente rigorosi. Raccontarle significa anche rafforzare la fiducia dei cittadini e promuovere una cultura della donazione attraverso scelte sempre più consapevoli".

Contro il diabete di tipo 1, nel quadro dei progressi scientifici, l'obiettivo non è più sopravvivere, ma la nuova sfida è la libertà dall’insulina. A tracciare gli scenari prossimi venturi nella cura e nell'approccio a questa malattia - in un ampio editoriale pubblicato su 'The Lancet' - è Lorenzo Piemonti, direttore Istituto ricerca sul diabete del San Raffaele di Milano e già coordinatore scientifico della Società italiana di diabetologia (Sid), che racconta cosa c'è dietro l’angolo per le persone con diabete di tipo.
"Oggi ci poniamo sfide molto più ambiziose rispetto a qualche decennio fa, perché abbiamo già risolto alcuni problemi fondamentali. Il primo: quello della sopravvivenza delle persone con diabete di tipo 1 che, fino alla scoperta dell'insulina, avvenuta negli anni '20 dello scorso secolo, morivano anche a 3 mesi dalla diagnosi", ricorda Piemonti. La scoperta dell'insulina, continua, "ha cambiato la storia di queste persone trasformando il diabete di tipo1 da malattia 'acuta' a 'cronica degenerativa'. Abbiamo dunque trasformato questa patologia, ma non l'abbiamo 'guarita', un po' come accade con tante malattie oncologiche". Le persone con diabete di tipo 1 oggi vivono a lungo, ma non sono state 'liberate' dalla malattia, che richiede un'attenzione totalizzante h24, con delega totale della gestione al paziente, rispetto alla tempistica e alla dose della terapia. Il tutto con il rischio costante di sbagliare, che può portare a conseguenze potenzialmente mortali. “Questa enorme responsabilità addossata al paziente - sottolinea lo specialista - è un unicum in tutta la medicina. Non esiste un'altra malattia nella quale deleghiamo ogni minuto le decisioni terapeutiche di un farmaco (che può anche uccidere se si sbaglia) al paziente".
Per superare tutto questo, prosegue l'analisi, "molto è stato fatto negli ultimi anni. Sono cambiate le tipologie di insulina (analoghi, insuline settimanali, ecc.) e anche la tecnologia ha dato un gigantesco aiuto nella gestione del quotidiano di questi pazienti". Nel tempo queste innovazioni hanno portato a un miglioramento del compenso glicemico e a una riduzione delle complicanze classiche legate al diabete (nefropatia, retinopatia, neuropatia e in parte le complicanze cardiovascolari). "Ma allo stesso tempo - riflette Piemonti - hanno trasformato i bisogni correlati alla malattia, di pari passo con l'evoluzione degli ecosistemi, della società e dei valori che contraddistinguono i concetti di salute e di benessere. L'obiettivo attuale non è più quello di cronicizzare la malattia e di portarla a una gestione tale da ottimizzare il controllo glicemico, ma di poterlo fare in maniera sempre più compatibile non solo con il 'sopravvivere', ma con il 'vivere', che è sinonimo di benessere non solo fisico, ma anche psicologico ed economico. Non potremo dire di aver guarito la malattia, se non avremo risolto tutte queste esigenze".
'Con le attuali conoscenze biologiche e biotecnologiche ulteriore salto in avanti è a portata di man'
Oggi siamo alla vigilia di un ulteriore salto in avanti. E con le attuali conoscenze biologiche e biotecnologiche questo è a portata di mano. "Ma prima - ammonisce l'esperto - dobbiamo cambiare alcuni parametri con i quali interpretiamo la malattia e i risultati della terapia. Se la metrica continua ad essere solo l'emoglobina glicata, non riusciamo ad inquadrare la multidimensionalità del problema. 'Guarire', in questo contesto, significa liberare i pazienti dalle somministrazioni di insulina". In futuro avremo sempre più strategie in grado di rallentare o di bloccare l'evoluzione della malattia prima che diventi insulino-dipendente. "Questo significa - spiega Piemonti - agire nella fase 'immunologica' della malattia, quella che precede la comparsa dell'iperglicemia (il diabete di tipo 1, prima di essere una malattia metabolica è una malattia immunologica). Per ora abbiamo a disposizione solo il teplizumab, ma in futuro avremo sempre più strumenti per intervenire in questa fase della malattia".
"Per le persone che non risponderanno a queste terapie 'immunologiche' o che non saranno state intercettate nella fase adeguata per somministrarle - prospetta lo specialista - potremo agire con la sostituzione e di rigenerazione delle cellule che producono insulina. I primi prodotti cellulari derivati da cellule staminali sono oggi in sperimentazione clinica avanzata e potrebbero aprire la strada alle prime terapie disponibili nei prossimi anni. L'impianto di queste cellule in una prima fase prevederà ancora uno stato di immunosoppressione, ma gradualmente si passerà ad una scarsa o 'transiente' immunosoppressione e in una terza fase all'assenza di immunosoppressione. Non parliamo più del 'se' questo accadrà, ma di 'quando'".
Il nodo oggi non è più solo scientifico, ma riguarda come integrare l'innovazione nel modo in cui il diabete di tipo 1 viene ancora interpretato e gestito dal punto di vista medico, sociale e soprattutto regolatorio ed economico. "Il valore di queste nuove terapie, che potrebbero rendere le persone con diabete di tipo 1 indipendenti dall'insulina, è immediatamente evidente per pazienti e clinici, molto meno per i sistemi di rimborso e per i payer, che tendono ancora a valutare le terapie principalmente in base al raggiungimento del target di emoglobina glicata, al minor costo possibile", osserva l'esperto. Eppure l'indipendenza dall’insulina rappresenta qualcosa di molto più ampio di un semplice parametro metabolico: "Il suo valore, in termini di qualità della vita, autonomia quotidiana e benessere complessivo del paziente, non è ancora stato pienamente quantificato e non ha ancora trovato una traduzione economica nei modelli di valutazione sanitaria".
"Oggi la scienza ci offre la concreta possibilità di raggiungere l'indipendenza dall'insulina - rimarca ancora Piemonti - Il passo successivo è tradurre questo progresso in modelli di valutazione economica e sanitaria adeguati. Non è una questione teorica: dobbiamo trasformare questo valore in numeri, integrando nei modelli di Health Technology Assessment indicatori che includano non solo i parametri metabolici, ma anche gli esiti riportati dai pazienti, la qualità della vita e la riduzione del carico decisionale quotidiano legato alla gestione della malattia". Solo attraverso questa evoluzione dei modelli di valutazione sarà possibile rendere concretamente accessibili ai pazienti le innovazioni che la ricerca sta rendendo disponibili.
"La medicina - commenta Raffaella Buzzetti, presidente della Sid - è riuscita a prolungare la vita delle persone con diabete di tipo 1. Oggi dobbiamo trovare il modo di restituire loro la pienezza della vita. Libertà significa poter dormire senza paura di una crisi ipoglicemica. Significa lavorare, viaggiare, fare sport senza dover fare calcoli continui. Significa non dover pensare alla malattia ogni minuto e al terrore delle ipoglicemie. Un secolo fa l'insulina ha trasformato il diabete di tipo 1 da condanna a morte a condizione cronica. Il prossimo passo, quello che ci aspetta ora, è più ambizioso: fare in modo che le persone con diabete di tipo 1 tornino ad un'esistenza il più possibile normale. La Sid - conclude la presidente - rinnova il proprio impegno affinché ricerca, innovazione e politiche sanitarie convergano tutte in questa direzione: garantire alle persone con diabete di tipo 1 non solo più anni di vita, ma riempire di vita tutto il tempo guadagnato".

I fronti di guerra, dall'Ucraina all'Iran, con la conseguente instabilità economica e geopolitica, stanno contribuendo a un aumento significativo delle problematiche psicologiche nella popolazione, in particolare tra le giovani generazioni. Ansia, depressione, stress cronico e nuove forme di disagio legate alla percezione della crisi ambientale stanno emergendo come una delle principali sfide sanitarie e sociali del nostro tempo. Secondo l'Accademia italiana di biofilia (Aib), "il principio della biofilia - il legame innato tra esseri umani e natura descritto dal biologo Edward O. Wilson - rappresenta oggi una delle chiavi più promettenti per affrontare la crescente crisi psicologica contemporanea. Attraverso strumenti come progettazione biofilica degli ambienti, educazione ambientale esperienziale, programmi di riconnessione con la natura e prescrizioni di natura (nature prescriptions), è possibile promuovere benessere psicologico, prevenzione del disagio mentale e maggiore resilienza sociale".
"Viviamo un momento storico in cui l'esposizione continua a notizie di guerra, crisi ambientali e instabilità globale genera paura e incertezza, soprattutto tra i giovani - sottolinea all'Adnkronos Salute Rita White, presidente Aib - La scienza ci mostra però, con sempre maggiore chiarezza, che esiste una direzione positiva: ricostruire il rapporto tra l'essere umano e la natura. Il contatto con ambienti naturali riduce stress e ansia, migliora il benessere psicologico e rafforza la resilienza emotiva. In un'epoca dominata dall'incertezza, la natura rappresenta uno dei pochi elementi capaci di restituire stabilità, orientamento e fiducia nel futuro. Per questo l'Accademia italiana di biofilia si rende disponibile a collaborare con il mondo della scuola, con le istituzioni e con il ministero dell'Istruzione e del Merito come interlocutore scientifico qualificato per sviluppare programmi educativi basati sull'evidenza scientifica che integrino biofilia e psicologia ambientale nei percorsi formativi delle nuove generazioni. Investire nella relazione tra persone e natura significa investire nella salute mentale, nella qualità della vita e nel futuro delle nostre società".
Secondo l'Organizzazione mondiale della sanità, i disturbi mentali rappresentano oggi una delle principali cause di disabilità nel mondo, con una perdita di produttività globale stimata in oltre 1.000 miliardi di dollari l'anno. "Tra i giovani la situazione appare particolarmente rilevante - ricorda l'Aib - Uno studio internazionale pubblicato su 'The Lancet Planetary Health', condotto su 10.000 giovani tra i 16 e i 25 anni in 10 Paesi, evidenzia che l'84% dei giovani è preoccupato per il cambiamento climatico, il 59% si dichiara molto o estremamente preoccupato e il 45% afferma che queste preoccupazioni influenzano negativamente la propria vita quotidiana. Anche in Europa l'impatto della crisi ambientale sulla salute mentale è sempre più evidente. Secondo l'European Environment Agency, la riduzione dell'accesso alla natura nelle aree urbane contribuisce significativamente allo stress psicologico e alla riduzione del benessere percepito. La ricerca scientifica dimostra che il contatto con ambienti naturali produce effetti misurabili sulla salute psicologica e cognitiva".
L'Accademia italiana di biofilia cita una metanalisi pubblicata su 'Environmental Research' nel 2018, basata su oltre 140 studi scientifici: "Mostra che l'esposizione alla natura è associata a una significativa riduzione dei livelli di stress, a una riduzione del rischio di depressione e a un miglioramento generale del benessere psicologico". Ancora: "Uno studio pubblicato su 'Nature Scientific Reports' (2019) dimostra inoltre che trascorrere almeno 2 ore a settimana in ambienti naturali è associato a livelli significativamente più elevati di salute e benessere percepiti".
"Gli effetti positivi della natura non riguardano soltanto la salute mentale - precisa l'Aib - ma producono anche impatti economici concreti. Numerosi studi internazionali sull'applicazione della biofilia negli ambienti di lavoro e negli spazi di vita evidenziano che ambienti progettati con elementi naturali possono generare un aumento della produttività fino al 56%, una riduzione dell'assenteismo fino al 58%, una riduzione del turnover fino al 60% e un aumento dell'engagement dei lavoratori fino al 76%". Parallelamente, "secondo la Commissione europea e l'European Environment Agency, gli investimenti in infrastrutture verdi urbane generano ritorni economici stimati tra 4 e 11 volte l'investimento iniziale, grazie ai benefici sulla salute pubblica, sulla qualità della vita e sulla riduzione dei costi sanitari. L’accesso a spazi naturali nelle città è inoltre associato a miglior rendimento scolastico nei bambini, maggiore coesione sociale, riduzione della criminalità e migliore salute mentale nelle comunità urbane", conclude l'Accademia italiana di biofilia.

Ancora un giorno di guerra in Iran e nuova impennata dei prezzi del petrolio, con le minacce dopo la chiusura dello Stretto di Hormuz a pesare in particolare sui mercati internazionali. Ed è così che - a partire dagli Usa e passando per l'Ue - il mondo corre ai ripari mettendo in campo nuove misure per contrastare gli effetti dell'aumento provocato dall'attacco a Teheran. Nella giornata in cui il costo del petrolio sale a 90 dollari al barile, funzionari statunitensi sostengono che l'Iran abbia posizionato mine a Hormuz e il Regno Unito ha denunciato l'attacco a diverse navi mercantili colpite da proiettili nei pressi dello Stretto, i 32 Paesi membri dell'Agenzia Internazionale per l'Energia - tra cui l'Italia - hanno intanto "deciso all'unanimità di lanciare il più grande rilascio di scorte petrolifere di emergenza mai effettuato" nella storia dell'agenzia.
Ad annunciarlo è stato il direttore esecutivo Fatih Birol. "I paesi dell'Aie metteranno a disposizione del mercato 400 milioni di barili di petrolio... per compensare la perdita di approvvigionamento dovuta all'effettiva chiusura dello Stretto", le parole di Birol in un messaggio trasmesso in diretta sul sito web dell'agenzia.
Aie: "400 milioni di barili sul mercato contro la crisi"
La decisione di intraprendere un'azione collettiva di emergenza, si legge in una nota ufficiale, "è stata presa in seguito a una riunione straordinaria dei governi membri dell'Aie tenutasi ieri, convocata dal direttore esecutivo dell'Aie per valutare le condizioni di mercato nel contesto del conflitto in Medio Oriente e valutare le opzioni per affrontare le interruzioni dell'approvvigionamento".
"Le sfide che stiamo affrontando sul mercato petrolifero sono di portata senza precedenti, quindi sono molto lieto che i Paesi membri dell'Aie abbiano risposto con un'azione collettiva di emergenza di dimensioni senza precedenti", ha dichiarato Birol . "I mercati petroliferi sono globali, quindi anche la risposta alle principali perturbazioni deve essere globale. La sicurezza energetica è il mandato fondante dell'Aie e sono lieto che i membri dell'Agenzia stiano dimostrando una forte solidarietà nell'intraprendere insieme azioni decisive".
Le scorte e l'immissione sul mercato: cosa succede ora
Come spiega l'agenzia, le scorte di emergenza saranno messe a disposizione del mercato in un arco di tempo adeguato alle circostanze nazionali di ciascun Paese membro e saranno integrate da ulteriori misure di emergenza da parte di alcuni Paesi.
I membri dell'Aie detengono scorte di emergenza per oltre 1,2 miliardi di barili, a cui si aggiungono altri 600 milioni di barili di scorte industriali detenute sotto obbligo governativo. Il rilascio coordinato delle scorte è il sesto nella storia dell'Aie, creata nel 1974. Precedenti azioni collettive sono state intraprese nel 1991, 2005, 2011 e due volte nel 2022.
Il conflitto in Medio Oriente, iniziato il 28 febbraio 2026 - si legge ancora -, ha ostacolato i flussi di petrolio attraverso lo Stretto di Hormuz, con volumi di esportazione di greggio e prodotti raffinati attualmente inferiori al 10% rispetto ai livelli pre-conflitto. Ciò sta costringendo gli operatori della regione a chiudere o ridurre una parte sostanziale della produzione.
Nel 2025, una media di 20 milioni di barili al giorno di petrolio greggio e prodotti petroliferi hanno transitato attraverso lo Stretto di Hormuz, pari a circa il 25% del commercio mondiale di petrolio via mare. Le possibilità per i flussi di petrolio di bypassare lo Stretto di Hormuz sono limitate.
L'Aie fornirà a tempo debito ulteriori dettagli sulle modalità di attuazione di questa azione collettiva. Continuerà inoltre a monitorare attentamente i mercati globali del petrolio e del gas e a fornire raccomandazioni ai governi membri, ove necessario.
La linea Usa sugli aumenti
Il Segretario degli Interni statunitense Doug Burgum ha intanto ribadito oggi la posizione dell'amministrazione Trump secondo cui l'aumento dei prezzi del petrolio legato alla guerra con l'Iran rappresenta solo un'interruzione temporanea, ma ha osservato che "ci sono opzioni" per garantire che "l'energia continui a seguire l'economia globale".
In un'intervista con Fox News, Burgum ha indicato che l'amministrazione potrebbe prendere in considerazione l'utilizzo delle riserve petrolifere nazionali, se necessario.
"Questi sono i momenti in cui queste riserve vengono utilizzate", ha affermato. "Abbiamo un problema di transito, che è temporaneo, e quando si verifica un problema di transito lo stiamo risolvendo diplomaticamente, cosa che possiamo e risolveremo, il momento perfetto per pensare di liberarle per allentare la pressione sui prezzi globali".
"Faremo scendere i prezzi con la pace e la stabilità nel mondo e il Presidente Trump farà in modo che ciò accada", ha promesso, suggerendo che gli alleati degli stati del Golfo potrebbero in definitiva trarne benefici a lungo termine.
La Casa Bianca ritiene di poter tollerare ancora per settimane un aumento dei prezzi del petrolio, prima che diventi un problema politico serio. Secondo fonti vicine all’amministrazione citate da Politico, il team del presidente Trump considera gestibile per tre o quattro settimane un eventuale rialzo delle quotazioni energetiche senza la necessità di modificare la propria strategia militare nel conflitto con l’Iran.
All’interno dell’amministrazione prevale l’idea che gli attuali picchi siano temporanei. Il petrolio è sceso ieri intorno agli 80 dollari al barile, dopo aver toccato circa 120 dollari nel fine settimana, rafforzando la convinzione che le oscillazioni del mercato siano momentanee e non richiedano cambiamenti immediati nella politica statunitense. Un ex funzionario dell’amministrazione ha spiegato che prima di rivedere l’approccio serviranno "diverse settimane di dati coerenti" sull’andamento dei prezzi: "Queste piccole oscillazioni temporanee non sono ciò su cui baseranno la politica". Secondo le fonti, l’aumento delle quotazioni non è stato preso in considerazione come motivo per cambiare la strategia militare, anche se la rapidità dell’impennata registrata domenica sera ha sorpreso la Casa Bianca.
Cosa fanno Ue e Italia
Gli Stati membri dell'Ue devono mantenere scorte di emergenza di petrolio sufficienti per "novanta giorni" e ora i depositi "sono pieni", ha assicurato la portavoce della Commissione Europea per l'Energia Anna-Kaisa Itkonen, a Bruxelles, precisando che "domani è prevista una riunione del comitato" per discuterne il possibile utilizzo.

“L’Italia è leader nell’innovazione del sistema elettrico e con oltre due milioni di punti di generazione e più di 700 mila sistemi di accumulo sul territorio nazionale è essenziale per il nostro paese assicurare una gestione intelligente della rete elettrica, anche attraverso l’impiego dell’Intelligenza Artificiale”. Ad affermarlo è l’amministratore delegato Rse, Franco Cotana, in occasione della conferenza stampa che si è tenuta oggi a Roma, con i saluti istituzionali del Presidente del Gse Alfredo Maria Becchetti, per il ritorno in Italia, dopo oltre dieci anni e sotto il coordinamento mondiale di Rse, dell’Executive Commette di Isgan.
“In uno scenario in cui la domanda di energia elettrica annuale crescerà a livello italiano dagli attuali 315 TWh a oltre 650 TWh al 2050 è fondamentale identificare e implementare le soluzioni necessarie al sistema. Grazie alla collaborazione internazionale in contesti come Isgan, che Rse ha l’onore di presiedere, si valorizzano al meglio risorse e competenze, si condividono esperienze e risultati al fine di accelerarne lo sviluppo e l’implementazione pratica a livello globale. Solo così si riusciranno a mantenere i nostri sistemi efficienti e a contenere i costi dell’energia nella bolletta dei cittadini”, questo il messaggio condiviso da Cotana, che ha aggiunto: “Infrastrutture di rete moderne, digitali e intelligenti sono il vero abilitatore della transizione energetica in corso. Continuare a investire in innovazione è la chiave per mantenere il sistema elettrico ed energetico sicuro, flessibile e resiliente, in grado di integrare sempre maggiori quantità di energia da fonte rinnovabile intermittente, come solare ed eolico, ridurre le congestioni di rete e garantire nel tempo costi dell’energia più contenuti per imprese e cittadini”, sottolinea Cotana.
Fondata da Italia, Stati Uniti e Corea del Sud nel 2011 nell’ambito del Clean Energy Ministerial e formalmente riconosciuta come Technology Collaboration Programme (Tcp) dell’Agenzia Internazionale per l’Energia (Iea), Isgan è un’iniziativa globale che riunisce attualmente 26 membri, tra cui 25 governi nazionali e la Commissione Europea, distribuiti su cinque continenti. Obiettivo: favorire la cooperazione internazionale nello sviluppo, diffusione e integrazione di reti elettriche più efficienti, sicure e sostenibili a livello globale.
Isgan affronta tematiche fondamentali per l’evoluzione e la sicurezza del sistema energetico, infatti, grazie alla progressiva implementazione di soluzioni smart grid, il sistema elettrico diventa più sicuro e resiliente, ma anche più efficiente nello sfruttare l’infrastruttura esistente: il monitoraggio in tempo reale e l’automazione consentono di ottimizzare i flussi di energia, ridurre le congestioni e limitare le perdite sulla rete, posticipando o limitando la necessità di nuovi investimenti, pur continuando a connettere nuova generazione da fonte rinnovabile. “Le sfide sono per tutti i Paesi molto simili, se non addirittura esattamente le stesse: massiccia integrazione di generazione da fonte rinnovabile non programmabile e spinta verso una profonda digitalizzazione dei sistemi energetici pur mantenendo elevatissima stabilità, disponibilità e sicurezza. Il momento che stiamo vivendo oggi è strategico per raggiungere gli obiettivi climatici al 2030”, ha dichiarato Luciano Martini, Direttore del Dipartimento Tecnologie di Generazione e Materiali di Rse e Chair dell'Executive Committee di Isgan dal 2019. “Il ruolo di Rse nello scenario mondiale che va delineandosi è di grande rilievo e siamo felici di ospitare in Italia, dopo oltre dieci anni, la 31° riunione del Comitato Esecutivo, con la partecipazione confermata di ben 20 rappresentanti dei Paesi membri”, ha continuato Martini.
“Per la sua diffusione capillare e la forte spinta verso l’elettrificazione di buona parte dei consumi finali, il ruolo del sistema elettrico nella transizione energetica è destinato a crescere ulteriormente. Isgan ha l’obiettivo di informare i decisori politici sulle soluzioni tecnologiche più innovative e best practice disponibili e implementate nei diversi Paesi membri in maniera tale da poterle adottare e replicare su larga scala. La scorsa riunione del ExCo si è tenuta a Dublino presso la Sustainable Energy Autority of Ireland, ed è stato motivo di orgoglio apprendere che l’Irlanda ha valutato attentamente il lavoro di Isgan prima di prendere la decisione finale a riguardo dei contatori elettronici avanzati o Ami (Advanced Metering Infrastructure), più noti come smart meter da installare. L’attività di Isgan si svolge nei suoi 6 Gruppi di lavoro, ma recentemente abbiamo lanciato il Lighthouse project – un’attività alla quale contribuiscono tutti i GdL - sulla pianificazione a lungo termine delle reti di distribuzione intelligenti, considerando le forti incertezze nell’evoluzione del sistema e il necessario coordinamento tra tutti i vari attori coinvolti”, ha sottolineato Martini.
L'evoluzione delle reti di distribuzione intelligenti è soggetta a dinamiche politiche, economiche, tecnologiche e sociali, nonché alla necessaria interazione tra attori con ruoli e interessi diversi: dai gestori dei sistemi di distribuzione e dai comuni agli enti regolatori, ai fornitori di tecnologia e agli utenti finali. Infatti, la pianificazione e l'implementazione di rete spesso richiedono di considerare molteplici necessità e priorità e in condizioni di incertezza legate a politiche e aspetti regolatori che evolvono nel tempo. L’iniziativa del Lighthouse project promuove la collaborazione internazionale, lo scambio di conoscenze e l'innovazione di sistema, attraverso un approccio di lungo respiro e condiviso.
In questo scenario di trasformazione dei sistemi elettrici si inserisce prepotentemente non solo la forte spinta alla sua ulteriore digitalizzazione, ma anche le possibili applicazioni dell’Intelligenza Artificiale in questo settore. A tale riguardo, durante i lavori Isgan a Roma verranno condivise alcune anticipazioni sulla "Strategic Roadmap for digitalisation and AI in the energy sector", di imminente pubblicazione da parte della Commissione Europea, che punta ad accelerare l’adozione dell’Ai nel sistema energetico affrontando al tempo stesso le sfide che questa tecnologia comporta per il sistema elettrico europeo in termini sia di sicurezza sia di con- sumi energetici. Secondo la Commissione Europea “As AI drives energy demand, the Roadmap will include actions in order to better integrate data centres in the energy system, making them part of the solution and delivering on the digital needs of the European economy”. La Roadmap europea esplorerà in particolare come l’Ai può supportare la trasformazione del sistema energetico e come sfruttare al meglio le enormi moli di dati per lo sviluppo di servizi energetici smart come, ad esempio, la gestione flessibile dalla domanda e i rischi che l’Ai può comportare per le infrastrutture energetiche critiche, promuovendo la cooperazione internazionale per diffondere soluzioni di intelligenza artificiale affidabili e sicure per il settore energetico.
Nell'ambito dell'innovazione dei sistemi elettrici, a livello europeo Rse coordina anche il Joint Programme on Smart Grids (Jp Sg) dell’European Energy Research Alliance (Eera) che promuove la collaborazione inter- disciplinare tra 33 organizzazioni di ricerca di 18 Paesi europei. Quest’anno il Jp Sg ha lanciato il premio per studenti di dottorato che si sono distinti per qualità, originalità e rilevanza del loro percorso di ricerca nel settore delle smart grid. Il premio valorizza i talenti emergenti della comunità Eera favorendo lo scambio di conoscenze e idee. Tra i vincitori di un "Silver Award" una dottoranda dell'Università di Napoli Federico II per la sua ricerca su soluzioni per sfruttare il potenziale di flessibilità ed efficienza di sistemi industriali decarbonizzati e interattivi con la rete.
Il ruolo di leadership internazionale di Rse, attraverso la presidenza dell’Executive Committee di Isgan e il dialogo con gli altri Stati membri e la Commissione Europea, conferma dunque il posizionamento strategico dell’Italia tra i principali attori globali nel campo dell’innovazione delle reti elettriche intelligenti e nella definizione delle politiche per la transizione energetica

TonyPitony senza maschera o Matteo Salvini? Una foto diventata virale sui social avrebbe svelato l'identità del cantante siracusano, reduce dal successo dopo l'ospitata al Festival di Sanremo 2026 al fianco di Ditonellapiaga.
Nell'immagine, condivisa su X e rilanciata da numerosi utenti, si vede un uomo seduto su una panchina che indossa una giacca, mentre sorride. Secondo molti si tratterebbe proprio dell'artista che si esibisce con la maschera di Elvis Presley e che, almeno per ora, non avrebbe alcuna intenzione di toglierla.
Tuttavia, a molti utenti non è sfuggita una certa somiglianza tra l'uomo nella foto e Matteo Salvini, ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti. Lo stesso Salvini ha commentato la vicenda con ironia: "Stop sending me this" ("Smettete di mandarmi questa foto"), ha scritto accompagnando il messaggio su X con un emoticon sorridente.
Il mistero al momento resta: non esistono conferme sull'identità della persona immortalata nello scatto e non è possibile stabilire se sia o no TonyPitony. Del resto lo stesso artista siciliano, ospite di Gianluca Gazzoli nel podcast 'BSMT', aveva spiegato il motivo della sua scelta: "La maschera mi protegge dalle rotture. Non sopporterei mai l’idea di essere guardato al ristorante, ad esempio. Non fa per me".

“Ho ascoltato il grido di dolore relativo ai numeri”, ancora bassi sia rispetto al corrispettivo italiano maschile che alla media europea, delle laureate in materie Stem. “È vero, bisogna incrementare il numero, ma quanto a qualità siamo a posto. Secondo me, le donne scienziate sono ormai anche più brave degli uomini, perché si impegnano di più, sono più eclettiche, sanno cogliere non soltanto l'essenza della loro professione, ma anche l'umanità, che non si discosta mai dalla capacità di fare bene il proprio lavoro”. Così il presidente del Senato, Ignazio La Russa, intervenendo a Roma durante l’inaugurazione della mostra fotografica “Una vita da scienziata – I volti del progetto #100esperte” di Fondazione Bracco, collocata nel prestigioso Corridoio dei Busti del Senato.
“Quindi grazie davvero, per quello che fate, per quello che siete, per quello che rappresentate e grazie per avere dato al Senato l'opportunità di poterlo sottolineare e ribadire - aggiunge - Conosco bene la dottoressa Diana Bracco e sono molto orgoglioso di poter ospitare un lavoro che, in qualche modo, è frutto della sua lungimiranza”.
Il presidente del Senato ha voluto infine ringraziare chi “questa mostra l'ha realizzata, Il fotografo, ma soprattutto la ‘materia prima’, le scienziate. Senza di loro non ci sarebbero state le fotografie e non ci sarebbe stata la mostra”.

“Stiamo attraversando una serie di sfide transnazionali, siamo di fronte a un salto tecnologico, con contingenze e contesti geopolitici molto complessi. In questo contesto, il tema delle competenze non è né elitario né voluttuario ma è strategico, per la comunità e per la nazione”. Lo ha detto Marta Schifone, deputata della Repubblica e promotrice della mostra fotografica “Una vita da scienziata – I volti del progetto #100esperte” di Fondazione Bracco presentata al Senato a Roma.
La mostra fa parte di “100 donne contro gli stereotipi”, un progetto avviato nel 2016 con l’obiettivo di combattere discriminazioni e stereotipi e dare voce alle donne in settori strategici quali la scienza, l’economia, la politica internazionale e le istituzioni culturali. Nata sette anni fa, la galleria fotografica, con gli scatti di Gerald Bruneau, è stata portata in numerose sedi italiane e internazionali, da Washington a Praga, da New York a Città del Messico, da Israele al Brasile.
“Non ci possiamo permettere di perdere talenti - prosegue - anzi, dobbiamo coltivarli. Esiste un profondo divario di genere nella scelta delle materie tecnico scientifiche, le cosiddette materie Stem. Il rafforzamento della partecipazione femminile al mercato del lavoro e a questi ambiti è cruciale. C'è quindi bisogno di far passare questo messaggio: la scienza, oltre ad essere bellissima, è anche carica di opportunità nel mondo del lavoro, per un futuro di soddisfazione anche dal punto di vista reddituale”.
“Queste esperte sono dei simboli che vogliono lanciare un messaggio alle giovani donne, affinché possano sentirsi ispirate a scegliere queste carriere” conclude.

Il cervello è il centro della nostra persona, ciò che ci permette di esprimere noi stessi ogni giorno, eppure - secondo gli ultimi dati raccolti nell'indagine 'Salute mentale e salute del cervello nella concezione della salute degli italiani', realizzata dal Censis in collaborazione con Lundbeck Italia - meno del 10% degli italiani è ben informato sulle numerose malattie che lo possono colpire. In occasione della Brain Awareness Week 2026, Lundbeck Italia accende così i riflettori su questo straordinario organo promuovendo - insieme a BrainCircle Italia e con la collaborazione del Comune di Brescia - la rassegna gratuita e aperta alla cittadinanza 'Il cervello in scena', in programma nel terzo weekend di marzo.
"In Italia sono almeno 20 milioni le persone colpite da patologie neurologiche e almeno 10 milioni sono quelle colpite da disturbi mentali. E' importante ricordare che molti di questi disturbi trovano spazio di sviluppo nella vita quotidiana - afferma Alessandro Padovani, past president Sin - Parliamo di cefalea ed emicrania, disturbi del sonno e cognitivi, ictus, epilessia, Parkinson, traumi cranici, ma anche di sclerosi multipla e malattie neuromuscolari, depressione, ansia, dipendenze, disturbi di personalità. Molte di queste patologie possono essere prevenute o comunque possiamo cercare di limitare l'impatto. Quando sonno e alimentazione non sono ottimali, l'attività fisica è nulla, l'ambiente che ci circonda non è sano e le relazioni sociali che intratteniamo non sono sufficienti a soddisfare il bisogno individuale e a offrire la giusta attivazione cognitiva, la salute del cervello e la salute mentale ne possono risentire. Negli ultimi anni è aumentata l'attenzione agli stili di vita per quanto riguarda l'insorgenza di malattie come i tumori, ma è importante tenerla in considerazione anche quando si parla di cervello. Promuovere stili di vita sani significa prendersi cura di uno dei nostri organi più importanti e contribuire concretamente alla prevenzione di molte malattie. Attraverso la rassegna vogliamo dialogare con la comunità per far comprendere, attraverso il linguaggio del teatro e dell'arte, quanto sia importante preservare la salute del cervello. Parlarne è essenziale per diffondere consapevolezza e aiutare le persone a compiere scelte quotidiane migliori".
"La prevalenza di disturbi mentali in Italia è sempre più elevata: basti pensare che secondo l'Oms 1 persona su 7 nel corso della vita presenta problemi di questa natura, dalle più semplici ansia e insonnia fino alle patologie più gravi - sottolinea Antonio Vita, presidente Sip (Società italiana di psichiatria) - Per ridurre lo stigma e la diffidenza rispetto a queste patologie è importante riconoscerle come sempre più curabili, e ricordare il collegamento diretto con le neuroscienze e la neurologia: si tratta infatti di disturbi in cui la parte biologica si coniuga con aspetti psicologici legati alla storia della persona e al contesto sociale in cui vive, che può rivelarsi determinante e talvolta anche protettivo. Rompere lo stigma, avvicinarci a chi li vive è un elemento di inclusione e facilitazione. Per questo è importante partecipare alla rassegna 'Il cervello in scena' di Brescia: la vita delle persone che soffrono di questi disturbi è molto ricca e questo verrà dimostrato proprio attraverso lo spettacolo teatrale in cui saranno attori con disabilità a recitare. Il giorno successivo alla messa in scena svolgeremo un dibattito con una valenza importante, perché parleremo del ruolo dell'arte: sia il teatro che il mezzo artistico sono infatti attività parte di molti programmi di riabilitazione psichiatrici e possono rivelarsi veri e propri strumenti di cura, oltre che di avvicinamento ai cittadini".
Il programma della rassegna - informa una nota - prende il via venerdì 20 marzo al Teatro Sociale di Brescia con lo spettacolo teatrale 'Pinocchio, una favola alla rovescia'. La Compagnia Stabile del Teatro Patologico - fondata e diretta da Dario D'Ambrosi e composta da attori con disabilità fisiche e psichiche - porterà in scena una rilettura del capolavoro di Carlo Collodi trasformando la storia di Pinocchio in una metafora del rapporto tra diversità-unicità, fragilità e società. Nello spettacolo il racconto si aprirà là dove solitamente finisce: dal ventre del Pescecane. Un'inversione narrativa che diventa anche inversione di sguardo, capace di mettere in discussione ciò che consideriamo normale. Lo spettacolo sarà preceduto dai saluti delle autorità e da un breve dibattito introduttivo con Padovani e Vita. Sabato 21 marzo, a partire dalle 17.30 a Palazzo Martinengo delle Palle sarà invece la volta di 'NeuroArt - Quando l'arte accende il cervello', un incontro aperto in cui scienza e arte siedono allo stesso tavolo per esplorare una domanda semplice e universale: che cosa succede nel nostro cervello quando incontriamo un'opera d’arte? Attraverso il dialogo tra Padovani e Vita, Luigi Serafini (artista, designer e architetto italiano) e Umberta Gnutti Beretta (collezionista d'arte contemporanea), il talk accompagnerà il pubblico in un viaggio tra neuroscienze, storia dell'arte ed esperienza personale, per mostrare come l'arte non sia solo oggetto da osservare, ma esperienza che coinvolge il cervello, la mente, le emozioni e la relazione con gli altri.
"Come Amministrazione comunale riteniamo fondamentale contribuire a diffondere una maggiore consapevolezza sul tema della salute del cervello, che rappresenta una componente essenziale del benessere complessivo delle persone e delle comunità - dichiarano Marco Fenaroli, assessore al Welfare e alla Salute, e Raisa Labaran, consigliera con delega ai temi della sanità del Comune di Brescia - I dati che emergono dalle ricerche più recenti ci ricordano quanto sia ancora limitata l'informazione su queste tematiche e quanto sia necessario continuare a investire in momenti di confronto, divulgazione e sensibilizzazione rivolti a tutta la cittadinanza. Per questo il Comune di Brescia ha scelto di collaborare alla rassegna Il cervello in scena, un'iniziativa che unisce linguaggi diversi, dalla scienza all'arte, dal teatro al dialogo pubblico, per avvicinare le persone a un tema spesso percepito come distante o complesso. Portare questi argomenti in luoghi culturali aperti alla città significa favorire una riflessione collettiva, contrastare lo stigma che ancora accompagna i disturbi neurologici e psichiatrici e promuovere una cultura della prevenzione. La salute del cervello, infatti, si costruisce anche attraverso gli stili di vita, le relazioni sociali, la qualità dell'ambiente e le opportunità culturali. Iniziative come questa rappresentano un'occasione preziosa per ricordare che prendersi cura del proprio benessere mentale e cognitivo è una responsabilità condivisa, che coinvolge istituzioni, comunità scientifica e cittadini".
"Come azienda che da oltre 70 anni si dedica esclusivamente alle neuroscienze, sentiamo la responsabilità di promuovere una vera cultura della salute del cervello, fondata su un’alleanza tra scienza, istituzioni, associazioni e comunità - conclude Tiziana Mele, amministratore delegato di Lundbeck Italia - Con la rassegna 'Il Cervello in scena', patrocinata da Sip e Sin, vogliamo dimostrare che l'arte e il teatro non sono solo strumenti di espressione per le persone che convivono con una malattia del cervello o con disturbi mentali, ma anche potenti occasioni di dialogo e inclusione per la cittadinanza. Tutte le iniziative promosse in occasione della Brain Awareness Week nascono con un obiettivo preciso: trasformare la consapevolezza in azione, affinché ciascuno di noi possa coltivare, ogni giorno, la salute del proprio cervello".
Venerdì 20 marzo visite guidate e laboratori...
Tariffe sino al 30 aprile, sui viaggi a/r con partenza dalliIsola...
Aumento del +9% rispetto al 2025 e un network di 173 collegamenti... 
Si è conclusa oggi la seconda edizione di Itir summit, il convegno annuale del Centro di ricerca Itir, 'Institute for transformative innovation research', Università di Pavia. Intitolato 'Bagliori rossi', l’evento ha riunito oltre 700 partecipanti tra scienziati, ricercatori internazionali e vertici aziendali per discutere la responsabilità della scelta in aree come energia, salute, longevità, innovazione e intelligenza artificiale. I tre bagliori – salute, energia e passione – hanno dato vita a tre atti che, pur esplorando traiettorie differenti, convergono su un’unica domanda: che forma vogliamo dare al nostro futuro? I lavori sono stati aperti dal professore Stefano Denicolai, presidente del Centro di ricerca Itir cui hanno fatto seguito i saluti istituzionali di Michele Lissia (sindaco di Pavia), Alessandro Reali (rettore dell’Università di Pavia) e Tommaso Rossini (presidente Assolombarda Pavia).
“L’intelligenza artificiale è oggi al centro delle trasformazioni che attraversano ricerca, imprese e società, ponendo nuove sfide di governo e direzione”, ha commentato il presidente Denicolai. “Itir summit nasce proprio per favorire il confronto tra accademia e società civile, trasformando il dialogo in azioni capaci di cogliere le opportunità del cambiamento mitigandone i rischi”.
Presentata da Stefano Denicolai e realizzata dallo stesso Itir, la ricerca 'Oltre la linea rossa? Governo e diffusione dell’intelligenza artificiale' analizza l’adozione dell’IA nelle imprese italiane di medio-grandi dimensioni, considerando le differenze fra servizi e manifattura, fra comparti a bassa e alta intensità di innovazione. I risultati mostrano una realtà complessa: l’uso individuale corre veloce, mentre le strategie aziendali faticano a tenere il passo, creando un vuoto di governo che traccia una linea rossa tra efficienza e rischio. Tale confine delimita la capacità delle organizzazioni di assorbire l'innovazione senza smarrire il controllo sui processi chiave. Il dato più evidente riguarda la velocità di penetrazione: nel 2020 Eurostat rilevava un’adozione dell’AA del 7%; oggi la ricerca di Itir segnala come il 59,8% dei lavoratori utilizza abitualmente strumenti di IA. La spinta parte anche dai vertici: il 91,2% dei top manager e l’89,7% degli expert (coloro che si dichiarano esperti di IA) dichiarano di farne uso, segnale della comprensione del potenziale trasformativo dell’AI. Seguono i lavoratori più giovani (71,9%) e quelli in imprese ad alta performance (67,7%). Tuttavia, questa diffusione è spesso solo apparente, in quanto di fatto rappresenta per lo più sperimentazioni e progetti pilota: solo nel 13,3% delle imprese si registra un qualche impatto effettivo sul vantaggio competitivo.
Il survey evidenzia l’emergere dello shadow IT: il 6,5% dei dipendenti finanzia autonomamente abbonamenti a tool di IA, con maggiore incidenza tra i profili senior (>45 anni) rispetto ai più giovani (7,9% contro 5,5%), questo per ottimizzare le performance lavorative e la risoluzione di specifiche esigenze operative. I dati evidenziano un paradosso strategico: il massimo investimento emotivo e d'uso si concentra sui modelli generativi, mentre le soluzioni convenzionali — ritenute le più efficaci per il vantaggio competitivo — restano ancora meno diffuse, seppur disponibili da più tempo.
La ricerca individua tre principali aree di apprensione tra lavoratori e manager, diverse dalla temuta perdita del posto di lavoro: 1. Passivizzazione cognitiva (61,6%) – timore che l’uso pervasivo dell’IA riduca autonomia di giudizio e competenze critiche. 2. Sicurezza dei dati e privacy (56,2%) – incertezza sulla gestione e protezione di informazioni sensibili. 3. Bias insiti nei modelli IA (45%) – rischio che l’IA produca decisioni distorte, non allineate ai valori aziendali o non etiche, senza supervisione umana trasparente.
La ricerca evidenzia che l’adozione dell’IA non coincide con una reale trasformazione. Nonostante l’elevato utilizzo tra i manager, solo il 17,4% dei lavoratori la considera 'molto importante' per il lavoro quotidiano, segno che le imprese si trovano ancora in una fase di efficienza marginale più che di innovazione radicale. La ricerca evidenzia che il principale ostacolo all’uso efficace dell’IA non è tecnologico ma organizzativo: solo il 13,27% delle imprese registra un impatto significativo sul proprio vantaggio competitivo, percentuale che sale al 42,99% nelle aziende che hanno creato unità organizzative dedicate all’intelligenza artificiale.
“Finché l’IA rimarrà delegata all’iniziativa del singolo (Shadow IT) o usata solo per ‘scrivere mail più velocemente’ - avverte Denicolai - il rischio di deskilling dei lavoratori supererà i benefici economici,” . “La vera sfida per il 2026 non è adottarla, ma governarla attraverso una formazione non solo tecnica ma anche critica, per evitare che la ‘linea rossa’ diventi un punto di non ritorno per la capacità intellettuale delle nostre imprese.” La rilevazione dei dati è stata effettuata dal Centro di ricerca Itir, Università di Pavia, che da giugno 2025 a febbraio 2026 ha raccolto 5294 osservazioni in modalità Cawi su un campione rappresentativo dipendenti (impiegati, dirigenti, etc) di aziende medio-grandi, con almeno 50 dipendenti.
Atto 1 - Longevità al bivio: sfida scientifica o scelta politica? Il primo atto di Itir summit 2026 ha riunito il Parlamento della Longevità, coinvolgendo esperti internazionali per discutere il futuro dell’invecchiamento e superare la contrapposizione tra chi investe nella ricerca genetica e chi invoca maggiori risorse per l’assistenza. Scienziati e imprenditori si sono confrontati sulle implicazioni di una società in cui l’età media continua a crescere, ponendo interrogativi urgenti sulla sostenibilità dei sistemi sociali e sanitari. Nel dibattito, Nicola Palmarini, direttore del Nica UK e nominato Ministro dell’Eternità Biologica, ha illustrato alcuni risultati delle ricerche sulla longevità e su come, integrando le tecnologie oggi disponibili, il superamento dei 100 anni non dovrebbe più essere un’eccezione per pochi fortunati, ma un traguardo accessibile per una larga parte della popolazione. L’obiettivo non è però semplicemente 'aggiungere anni', ma ridefinire l'architettura stessa dell'esistenza umana.
Sul tema si sono confrontati anche Christina Röcke (Università di Zurigo), Hellas Cena (Università di Pavia) e Alexey Strygin, pioniere nell’uso dell’intelligenza artificiale per il monitoraggio dell’età biologica, spostando il dibattito verso la dimensione sociale della longevità. Gli interventi hanno evidenziato come il benessere non dipenda solo da genetica e nutrizione, ma anche dalla qualità delle relazioni e dalla progettazione delle città. Dal confronto è emersa la necessità di governare una trasformazione che coinvolge medicina predittiva, robotica avanzata, silver economy ed energia, con l’obiettivo di rendere il traguardo dei cento anni una opportunità sostenibile per l’intera società.
"Il tema - ha spiegato Denicolai - non è più quanto vivremo, ma come vivremo e chi potrà permetterselo. Un mondo di centenari non è un costo insostenibile solo se siamo in grado di trasformare la longevità in una risorsa energetica, economica e sociale. A Pavia abbiamo preso una posizione chiara, anche di fronte alle Istituzioni: la longevità è una responsabilità anche politica, non solo un esito clinico".
Atto 2 - Il dilemma energetico: tra 'forze impossibili' e fusione nucleare. Il secondo atto di Itir summit ha visto l’intervento del professore Andrea Salvini, direttore del Lena dell’Università di Pavia, che ha evidenziato come la crescita dei fabbisogni energetici legati all’IA e al quantum computing stia mettendo sotto pressione i sistemi energetici attuali. In questo scenario, le sole fonti rinnovabili rischiano di non essere sufficienti a sostenere la trasformazione digitale, rendendo necessario esplorare anche le cosiddette red energy. Oggi l’attenzione dei grandi operatori energetici si concentra in particolare sulla fusione nucleare magnetica, considerata una possibile fonte di energia a basso impatto ambientale e inesauribile per il carico di base (baseload). Si tratta però di una soluzione realizzabile solo nel medio periodo. Nel frattempo, diventa necessario gestire una fase di transizione con tecnologie capaci di colmare il divario tra domanda e produzione energetica.
Tra queste rientrano gli impianti a fissione nucleare, che in prospettiva evolveranno verso sistemi più avanzati, in grado, cioè, di ridurre la pericolosità delle scorie radioattive ad alta attività e lo sviluppo dei sistemi di accumulo dell’energia prodotta dal solare, che dovranno però dimostrare livelli adeguati di economicità, affidabilità e sostenibilità ambientale. Nel suo intervento, Nicola Armaroli, dirigente del Cnr e direttore scientifico di Sapere, ha voluto ricordare che la gestione del presente non può essere messa in pausa in attesa di una rivoluzione futura. La sfida energetica è diventata dunque una questione di equilibrio tra la scommessa sulla fusione nucleare e l'implementazione immediata di soluzioni esistenti, per evitare di restare inattivi mentre il clima cambia. L’Università di Pavia, con il suo centro Lena, si candida ad hub della red energy italiana, grazie all'unico reattore nucleare universitario pienamente operativo 24 ore su 24, asset centrale per formare la nuova classe dirigente e il personale qualificato che la sovranità energetica necessità.
Atto 3 - Intelligenza artificiale: il laboratorio delle emozioni aumentate. Le emozioni rappresentano l’ultimo confine dell’IA o sono semplicemente il prossimo baluardo destinato a cadere? La distinzione tracciata durante il Summit è cruciale: l’intelligenza artificiale genera contenuti basandosi su modelli di probabilità statistica, limitandosi a simulare la scintilla emotiva senza esperirla. In questo scenario, l’approccio human-in-the-loop è emerso come l’architrave del futuro: l'intervento umano non deve essere ridotto a un mero controllo di qualità, ma deve agire come garanzia di coscienza e "impronta identitaria". Spetta all’uomo il compito di orchestrare la potenza generativa dell’algoritmo, mettendoci quell'unicità che deriva esclusivamente dall’esperienza vissuta.
Sul palco del Teatro Fraschini si è confrontata l’attualità: analisti geopolitici, manager, imprenditori e scienziati – Alessandro La Volpe (ad, IBM Italia), Fabio Melisso (ceo, Fineco asset management), Dario Scotti (ceo, Riso Scotti) e Fiorenzo G. Omenetto (Tufts University) – hanno discusso, partendo dall’attuale scenario di guerra in Medio Oriente e della geopolitica dell’innovazione, della necessità che il principio di responsabilità, le nuove geografie del potere tecnologico e la tensione tra libertà di ricerca e innovazione scientifica siano governate con equilibrio, interrogandosi non solo su ciò che siamo in grado di creare, ma anche su quanto sia giusto spingersi, per evitare che il progresso diventi una minaccia esistenziale o comprometta la ricerca di maggior equità.

Il ministro dello sport iraniano Ahmad Donyamali ha escluso la partecipazione della nazionale maschile ai Mondiali di quest'anno negli Stati Uniti a causa della guerra in corso. Gli Stati Uniti e Israele hanno condotto attacchi aerei contro l'Iran dal 28 febbraio, durante i quali è stato ucciso il leader supremo dell'Iran, l'ayatollah Ali Khamenei. "Da quando questo governo corrotto ha assassinato il nostro leader, non ci sono più le condizioni per partecipare alla Coppa del Mondo", ha dichiarato Donyamali in un'intervista televisiva.
"A causa delle misure dolose adottate contro l'Iran, ci sono state imposte due guerre nel giro di otto o nove mesi, e diverse migliaia di nostri connazionali sono stati uccisi. Pertanto, non abbiamo assolutamente alcuna possibilità di partecipare in questo modo".
Iran verso 'no' ai Mondiali 2026
L'Iran si è qualificato per la Coppa del Mondo che si terrà dall'11 giugno al 18 luglio negli Stati Uniti, in Messico e Canada. La squadra dovrebbe giocare le tre partite della fase a gironi contro Belgio, Egitto e Nuova Zelanda in città statunitensi. Anche il presidente della Federazione calcistica iraniana, Mehdi Taj, ha accennato a un boicottaggio dopo gli eventi che hanno coinvolto la squadra femminile durante la Coppa d'Asia in Australia. Sei giocatori hanno deciso di rimanere in Australia dopo aver ottenuto visti umanitari dal governo locale. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump aveva affermato che avrebbero concesso tali visti se gli australiani non l'avessero fatto.
"Quale persona sensata manderebbe la propria nazionale negli Stati Uniti se la Coppa del Mondo fosse un evento politico come quello australiano?", ha detto Taj. Il presidente della Fifa, Gianni Infantino, ha dichiarato su X di essere stato informato da Trump, in un incontro di martedì, che la nazionale iraniana "è, ovviamente, benvenuta a partecipare al torneo negli Stati Uniti" nonostante la guerra. Ai tifosi provenienti dall'Iran era già stato vietato l'ingresso negli Stati Uniti nella prima versione del divieto di viaggio annunciato dall'amministrazione Trump. "Abbiamo tutti bisogno di un evento come la Coppa del Mondo Fifa per unire le persone ora più che mai", ha affermato Infantino, aggiungendo di ringraziare Trump "per il suo sostegno".
All'inizio di questa settimana, il direttore operativo della Coppa del Mondo della Fifa, Heimo Schirgi, ha dichiarato che il torneo era "troppo importante" per essere rinviato a causa dei disordini globali causati dalla guerra tra Stati Uniti e Israele e l'Iran. Ha affermato che la Fifa continua a monitorare attentamente la guerra in Iran. "Fondamentalmente affrontiamo la situazione giorno per giorno e prima o poi troveremo una soluzione", ha affermato Schirgi. "E la Coppa del Mondo ovviamente si svolgerà, giusto? La Coppa del Mondo è troppo grande e speriamo che tutti coloro che si sono qualificati possano partecipare".
Iran non partecipa ai Mondiali? Cosa cambia per l'Italia
Cosa potrebbe cambiare (anche per l'Italia) verso i Mondiali? Le ultime squadre ammesse saranno definite dai playoff, che in Europa coinvolgono anche gli Azzurri di Gattuso, a caccia del pass per il torneo. L'Iran, che ha conquistato la qualificazione diretta sul campo, dovrebbe debuttare a Los Angeles contro la Nuova Zelanda il 15 giugno. Quindi, dovrebbe giocare ancora nella città californiana il 21 giugno contro il Belgio e affrontare l'Egitto a Seattle il 26 giugno. Non solo: perché se la nazionale dovesse chiudere al secondo posto il suo girone e se accadesse la stessa cosa agli Stati Uniti, le due squadre potrebbero affrontarsi a Dallas il 3 luglio in una sfida a eliminazione diretta. Scenario, ad oggi, molto complicato ma comunque da tenere in considerazione. Così come possibilità alternative legate all'ipotesi del boicottaggio da parte dell'Iran. Se tale passo dovesse concretizzarsi, resterebbe un vuoto nel tabellone dei Mondiali. Come verrebbe colmato? Si aprirebbero prospettive di 'ripescaggio' per nazionali sin qui escluse? I contorni sono al momento da chiarire.
Il regolamento Fifa (articolo 6.7) non dà indicazioni precise in questo senso e si limita a dire che "la Fifa deciderà sulla questione a propria esclusiva discrezione e adotterà qualsiasi misura ritenuta necessaria. La Fifa potrà decidere di sostituire la federazione partecipante in questione con un'altra associazione". In caso di mancata vittoria ai playoff, la prima squadra in corsa per i ripescaggi potrebbe però essere l'Iraq, possibile prima esclusa asiatica. Il 31 marzo si giocherà la partita tra l'Iraq e la vincitrice di Bolivia-Suriname.

La giudice per le indagini preliminari di Milano Sara Cipolla ha accolta la richiesta di archiviazione avanzata dalla Procura - sostituta Tiziana Siciliano e pubblico ministero Luca Gaglio - nei confronti di Marco Cappato indagato per aiuto al suicidio.
In particolare, il tesoriere dell’associazione Luca Coscioni era accusato per aver accompagnato in Svizzera due persone non tenute in vita da trattamento di sostegno vitale: Romano, 82enne residente a Peschiera Borromeo, affetto da una grave forma di Parkinson ed Elena Altamira, 69enne veneta, malata terminale di cancro accompagnata in una clinica a Basilea. Per quella "disobbedienza civile" Cappato era stato indagato, ma dopo l'ultima sentenza della Corte di Cassazione arriva l'archiviazione della giudice milanese.
Nel provvedimento di archiviazione si fa riferimento alla sentenza della Cassazione del 2025, numero 66 che precisa il requisito dell'essere "tenuti in vita mezzo di trattamenti di sostegno vitale". La giudice riconosce che l'alimentazione forzata per il signor Romano e un nuovo ciclo di chemioterapia per la signora Elena sono un "accanimento terapeutico", in quanto "inutile" per pazienti con una patologia irreversibile "e da entrambi ritenuto non dignitoso secondo la propria sensibilità e percezione".
Nel settembre del 2023 era stata la stessa procura di Milano a chiedere l'archiviazione nei confronti di Cappato per l'aiuto al suicidio di Elena Altamira e Romano N., accompagnati in Svizzera, rispettivamente nell'agosto e nel novembre 2022, dove avevano programmato, in apposite strutture autorizzate, di porre fine alla loro vita.
Per i pubblici ministeri tra i casi di "non punibilità" devono rientrare quelli in cui il paziente "rifiuti trattamenti che - sì - rallenterebbero il processo patologico e ritarderebbero la morte senza poterla impedire, ma sarebbero futili o espressivi di accanimento terapeutico secondo la scienza medica, non dignitosi secondo la percezione del malato, e forieri di ulteriori sofferenze per coloro che lo accudiscono". Un'idea ora condivisa, dopo la pronuncia della Corte Costituzionale, dalla giudice Cipolla.



