
(Adnkronos) - L’Ordine provinciale di Roma dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri "esprime forte preoccupazione per i tempi di presa in carico, cura e assistenza che emergono dal nuovo 'Piano regionale per la gestione del flusso di ricovero' approvato dalla Regione Lazio". Così in una nota il presidente dell’Omceo Roma, Antonio Magi.
"Il Piano - spiega Magi - contiene indicazioni organizzative importanti e correttamente riconosce che il sovraffollamento non è un problema esclusivo del Pronto soccorso, ma riguarda, come in passato, l’intero ospedale e il rapporto tra ospedale e territorio. Tuttavia, gli stessi obiettivi temporali indicati nel documento descrivono una situazione che non può lasciarci tranquilli". Il documento - riporta la nota Omceo - "prevede una permanenza media fino a 480 minuti dalla visita alla dimissione o alla decisione di ricovero, fino a 720 minuti per il ricovero in Terapia intensiva e Psichiatria e una permanenza media che, per il ricovero, può arrivare a 1.000 minuti. Inoltre, soltanto dopo il superamento delle 12 ore dall’accesso è prevista la presa in carico del paziente da parte del personale dell’unità operativa di destinazione".
"Parliamo di persone malate, spesso anziane - osserva Magi - fragili e con più patologie, molte di queste croniche o multi toniche e che possono rimanere per molte ore in ambienti sovraffollati, in attesa di un posto letto. Il tempo trascorso in Pronto soccorso non è un semplice dato organizzativo: è tempo di cura e di assistenza e può incidere sulla sicurezza, sulla dignità e sugli esiti clinici del paziente. Bisogna potenziare urgentemente la medicina specialistica territoriale per ridurre gli accessi impropri ai Pronto soccorsi".
I dati riportati nel Piano - dettaglia la nota - "confermano la dimensione del problema: nel 2025 i Pronto soccorso del Lazio hanno registrato oltre 1,8 milioni di accessi; quasi 260 mila hanno determinato un ricovero e oltre 61 mila un trasferimento presso un’altra struttura. Quasi la metà dei ricoveri ordinari per acuti riguarda persone con almeno 65 anni".
"Accogliamo positivamente l'obiettivo di superare il cosiddetto boarding", cioè la permanenza dei pazienti in Pronto soccorso in attesa di un posto letto, "e di coinvolgere maggiormente tutti i reparti ospedalieri. Ma nessun modello organizzativo - avverte Magi - può funzionare senza un numero adeguato di professionisti, sia in ospedale sia sul territorio, a partire da medici specialisti e infermieri. Servono inoltre posti letto realmente disponibili, diagnosi tempestive, trasporti efficienti e servizi territoriali in grado di garantire un’assistenza continua e accompagnare in sicurezza i pazienti al momento della dimissione. Non è possibile affrontare il problema affidandosi soltanto alla medicina generale o aumentando le ore di lavoro in ospedale".
L’Omceo Roma chiede pertanto - riferisce la nota - che l’attuazione del Piano "sia accompagnata da risorse professionali e strutturali ospedaliere e territoriali adeguate, da indicatori pubblici e verificabili e da un monitoraggio costante dei tempi effettivi di visita, diagnosi, ricovero, trasferimento e dimissione in ogni struttura". "Non basta trasferire formalmente la responsabilità del paziente dopo 12 ore. Bisogna fare in modo che nessun cittadino debba attendere così a lungo prima di ricevere il livello di cura e assistenza di cui ha bisogno. Occorre intervenire sulle carenze strutturali e di personale, tutelando contemporaneamente i pazienti e i professionisti, che non possono continuare a sostenere da soli il peso delle inefficienze organizzative. Il Piano rappresenta un punto di partenza, ma ora servono prima di tutto confronto con gli operatori dell’ospedale e del territorio, tempi certi, risorse e risultati concreti" conclude Magi.

(Adnkronos) - "Ho appreso con profondo dolore della scomparsa di Alessandro Filippi. Roma perde un grande manager, che con competenza, passione e straordinaria dedizione ha guidato Ama in anni decisivi, contribuendo in modo fondamentale al cambiamento e al rilancio dell’azienda". Così il sindaco di Roma Roberto Gualtieri esprime il suo dolore per la morte del direttore generale di Ama.
"Alessandro ha lavorato senza mai risparmiarsi, con un impegno e un attaccamento al servizio pubblico che non sono mai venuti meno, fino agli ultimi mesi. In questi anni ho avuto modo di apprezzarne, oltre alle grandi qualità professionali, la serietà, la generosità e il forte senso di responsabilità con cui ha affrontato ogni sfida. La sua scomparsa rappresenta una perdita dolorosa per Roma e - sottolinea - per tutti noi. Alla sua famiglia rivolgo il mio abbraccio più affettuoso e il cordoglio di tutta la città, insieme a una particolare vicinanza a tutte le lavoratrici e i lavoratori di Ama che hanno condiviso con lui questi anni di intenso lavoro”.

(Adnkronos) - Un maxi incidente stradale ha causato la morte di 7 persone, tra cui 5 giovanissimi, di età compresa tra 16 e 23 anni, e due agenti di polizia. E' successo nei pressi di Middlesbrough, nel nord-est dell’Inghilterra, sabato scorso intorno alle 3.39 ma le vittime sono state identificate solo nelle scorse ore.
Stando a quanto ricostruito finora, l'incidente è avvenuto dopo che la polizia di Cleveland ha ricevuto informazioni riguardanti numerosi episodi collegati a una Volkswagen Passat, ha dichiarato l'Independent Office for Police Conduct (IOPC) che ha aperto una indagine indipendente su quanto successo, che pare utilizzasse targhe clonate. La polizia, con un gruppo di tre volanti - una volta identificato il veicolo - ha cominciato un inseguimento, durato 7 minuti prima che la vettura si immettesse sulla A66 a South Bank, contromano. A questo punto, l'inseguimento è stato interrotto dagli agenti, che hanno continuato a viaggiare sulla corsia corretta. Appena 10 secondi dopo, però, la Passat si è scontrata con la volante su cui viaggiavano gli agenti Tom Clough, 38 anni, e Matthew Blades, 37 anni, che non erano coinvolti nell'inseguimento, ma che si trovavano nella zona per collaborare alle ricerche. Sono morti sul colpo.
Sono stati inoltre identificati i cinque giovani deceduti che occupavano la Volkswagen Passat che viaggiava contromano: Cole Robert Worthy, 17 anni, Theo Rae, 17 anni, Makai Saddington, 18 anni, e Michael Robert Cahill e Jacob Matusiak, entrambi di 23 anni.
Sotto choc le famiglie dei due agenti. La moglie di Blades ha reso omaggio al suo "amato marito, il mio migliore amico e il padre più devoto". In una dichiarazione rilasciata tramite la polizia di Cleveland, ha affermato che il dolore per la perdita è "indescrivibile", ma che i loro figli cresceranno sapendo sempre che "padre incredibile fosse: ha dato la vita facendo il suo dovere, proteggendo e servendo gli altri con coraggio, dedizione e altruismo."

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(Adnkronos) - C'è una canzone di Emma, 'L'amore non mi basta', uscita nel 2013, che a distanza di oltre 13 anni ha assunto un nuovo significato. Negli ultimi mesi, il brano è tornato virale sui social grazie ai tifosi di Paulo Dybala, l'attaccante della Roma con un passato nel Palermo e nella Juventus. Un percorso calcistico che i tifosi non hanno dimenticato e che ricordano con nostalgia. Proprio per questo, sui social social sono comparsi numerosi video dedicati al calciatore argentino con 'L'amore non mi basta' come colonna sonora.
Il trend ha coinvolto soprattutto i tifosi bianconeri, che hanno associato il brano alle immagini di Dybala con la maglia della Juve, e quelli rosanero, che hanno invece ricordato con nostalgia i momenti più significativi dell'attaccante nel Palermo.
A rendere ancora più speciale questo legame è stato lo scambio di affetto tra Dybala ed Emma. Dopo mesi in cui il trend ha continuato a diffondersi tra i social, il calciatore ha deciso di regalare alla cantante salentina una maglia della Roma con il suo numero 21, autografata e accompagnata dalla dedica: "Per Emma, con affetto". Emma ha condiviso sui social la foto della maglia, ringraziando poi il calciatore.

(Adnkronos) - Prezzi dei carburanti praticamente stabili oggi dopo i continui rialzi degli ultimi giorni. Infatti il Ministero delle Imprese e del Made in Italy rende noto che, in base agli ultimi dati rilevati dall’Osservatorio sui prezzi dei carburanti del Mimit, oggi il prezzo medio in modalità ‘self service’ lungo la rete stradale nazionale è pari a 2,010 euro/l per la benzina e 2,131 euro/l per il gasolio.
Sulla rete autostradale, invece, il prezzo medio self è di 2,088 euro/l per la benzina e 2,204 euro/l per il gasolio.
"L'aumento del gasolio e della benzina non dipende dal governo italiano, dipende dalla situazione internazionale. Dobbiamo lavorare per costruire la pace in Medio Oriente, la chiave è lì. Stiamo facendo grandi sacrifici per abbattere le accise, sono dei costi enormi che il bilancio dello stato affronta. Cercheremo sempre di aiutare i cittadini, ma finchè non si risolve la questione mediorientale, in particolare la questione dello stretto di Hormuz, gli aiuti sono palliativi. Stiamo facendo tutto ciò in nostro potere per far sì che si risolva il problame mediorientale, è un tema che va affrontato a livello globale", ha detto il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, intervenendo a 'Rtl 102.5'.
"La proroga al 26 agosto dello sconto sul gasolio è una vergogna. Una decisione imbarazzante che suona come una beffa. Significa voler stangare gli automobilisti che hanno scelto di rientrare dalle vacanze all'inizio della settimana per evitare il traffico del weekend", afferma Massimiliano Dona, presidente dell'Unione Nazionale Consumatori. "E' ora di piantarla, poi, di buttare la palla nell'altro campo, cercando di dare la colpa all'Europa. Il fatto che la flessibilità Ue non riguardi le accise non significa che il Governo non possa trovare le risorse senza aggravare il deficit, sia perché l'extragettito Iva era inatteso e quindi non crea un buco di bilancio sia perché non è mai stata fatta una seria spending review. Senza contare la possibilità di passare il fumo o gli extraprofitti di compagnie petrolifere ed energetiche", prosegue Dona.
"Ma il punto vero è che è ora di piantarla con la bufala dei soldi che non ci sono. Come abbiamo fin dall'inizio denunciato, il meccanismo delle accise mobili inventato dal Governo Meloni è una colossale truffa. Non solo perché interviene tardivamente, ma perché nasconde i soldi incassati grazie al caro carburanti. Le risorse per abbassare le accise, infatti, ci sono eccome e sono già stati pagati dagli automobilisti in questi mesi, da febbraio a oggi - afferma Dona - Il Governo, insomma, ha incassato milioni in più che non ha mai ridato agli italiani che viaggiano. Infatti, l'extragettito Iva non viene calcolato dal Mef in relazione al prezzo industriale alla pompa effettivamente pagato dagli automobilisti, ma con un meccanismo contorto si considera l'andamento del greggio sui mercati internazionali rispetto a un prezzo gonfiato indicato nella Nadef, non conteggiando le speculazioni sul mercato interno, che sono quelle che poi fanno decollare il prezzo finale alla pompa. Non per niente abbiamo sempre denunciato il meccanismo della doppia velocità tra petrolio e carburanti. Il Mef ci dica quanti milioni ha incassato sulle accise da marzo a luglio del 2025 e quanti da marzo a luglio 2026 e poi ridia quel surplus agli italiani. Insomma, è ora di finirla di prenderci in giro: serve uno sconto sulle accise serio, pari a 30 cent sul gasolio e a 14 sulla benzina".

(Adnkronos) - Una petroliera ha preso fuoco dopo essere stata colpita da un "proiettile non identificato" al largo della costa saudita del Mar Rosso, ha riferito un'agenzia marittima britannica. "Il responsabile della sicurezza della compagnia ha segnalato che una petroliera è stata colpita da un proiettile non identificato, provocando un incendio sul ponte principale. Tutto l'equipaggio è sano e salvo e non si segnalano impatti ambientali", ha dichiarato l'United Kingdom Maritime Trade Operations (Ukmto). L'incidente è avvenuto a 63 miglia nautiche a ovest della città saudita di Yanbu, ha precisato l'agenzia.
L'Iran ha rivendiato il "diritto" di colpire le basi e le infrastrutture messe a disposizione di chi conduce azioni militari contro la Repubblica islamica. Lo ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baghaei, rispondendo a una domanda sulle possibili basi statunitensi in Europa che potrebbero essere prese di mira in caso di una ripresa del conflitto e sulla partenza dalla Bulgaria di alcuni aerei cisterna americani KC-135.
"È diritto dell'Iran colpire l'origine e la fonte di qualsiasi atto di aggressione contro la Repubblica islamica dell'Iran", ha affermato Baghaei, citato dall'agenzia Irna. Il portavoce ha quindi richiamato la posizione già espressa da Teheran sulla Bulgaria, sostenendo che la messa a disposizione di basi e infrastrutture agli Stati Uniti e a Israele per operazioni contro l'Iran costituisce, secondo il diritto internazionale, "un atto di aggressione".
Baghaei ha quindi esortato i Paesi che hanno fornito aiuto logistico agli Stati Uniti e a Israele ad adottare le misure necessarie. "Nessun Paese ha motivo di preoccuparsi per noi, a meno che non abbia fornito basi, strutture e attrezzature agli aggressori", ha aggiunto, assicurando che l'Iran non mostrerà "alcuna clemenza" nella difesa del Paese.

(Adnkronos) - E' un caldo pomeriggio di metà luglio. Daniel Kessler degli Interpol arriva all’appuntamento con l'AdnKronos in un hotel a due passi dalla stazione di Bologna, il giorno dopo il concerto di Firenze con i My Chemical Romance. Tra poche ore la band guidata da Paul Banks salirà sul palco del Sequoie Music Park da headliner. Con Kessler, chitarrista e membro fondatore del gruppo, parliamo del nuovo album ‘This Mirror Weights A Ton’, in uscita il 28 agosto ma anche di New York e di cosa significhi continuare a scrivere musica insieme dopo quasi trent’anni. Il nuovo album, il primo per Partisan Records, anticipato dai singoli 'This Mirror Weighs a Ton' e 'See Out Loud' e 'Iron City', arriva a quattro anni dall’ultimo lavoro. Prodotto da Andrew Wyatt e mixato da David Fridmann, il disco è stato registrato nello studio di Wyatt nel Lower East Side di Manhattan e segna il ritorno della band a New York per la realizzazione di un album dopo oltre un decennio.
Il suono è allargato con archi, fiati, chitarre acustiche, armonie vocali e soluzioni di sound design, senza abbandonare l’impronta tipica della band. Un cambiamento, racconta Kessler, arrivato durante la scrittura e che è diventato parte naturale del disco. Al centro c’è anche il significato del titolo, nato da una frase di Paul Banks e legato al peso dell’introspezione e al rapporto con il presente. Nel frattempo, gli Interpol hanno continuato a suonare in tutto il mondo, arrivando anche a oltre 200mila spettatori a Città del Messico e presentando alcuni dei nuovi brani al Coachella. Ora, mentre il tour si prepara a fare tappa nelle venue indoor, Kessler racconta come è nato questo nuovo capitolo e perché, dopo tanti anni, la cosa più importante per gli Interpol continua a essere sorprendere, prima di tutto, sé stessi.
‘This Mirror Weights a Ton’ è un titolo evocativo perché suggerisce da una parte una sorta di autoriflessione e, allo stesso tempo, il peso di qualcosa. Cosa significa per te?
“Credo che abbia a che fare con il peso dell'introspezione. Paul ha scritto il testo della canzone da cui è tratta quella frase, che poi è diventata il titolo dell'album, e mi ha colpito immediatamente. È una di quelle espressioni che sembrano allo stesso tempo familiari e originali. Ogni volta che ne parlo con qualcuno, quella frase viene sempre citata. Credo che racchiuda qualcosa in cui le persone si riconoscono, con cui riescono a entrare in sintonia e che comprendono istintivamente. Penso anche che abbia molto a che fare con la realtà contemporanea e con il mondo di oggi, sempre più immerso nella tecnologia. Non sto dicendo che questa fosse necessariamente l'intenzione di Paul quando l'ha scritta ma credo che sia una sensazione che tutti, in qualche modo, condividiamo. E poi c'è anche una dimensione più personale: la riflessione su chi sei, sul punto in cui ti trovi nella tua vita e sul percorso che stai seguendo".
L’album introduce anche diversi elementi nuovi nella musica degli Interpol, come archi, basso, chitarre acustiche. Allo stesso tempo, però, non perdete l’identità della band. È stata una sfida scegliere questa nuova strada?
"Non proprio, perché all'inizio non ci eravamo prefissati obiettivi specifici. Tutto si è sviluppato in modo spontaneo durante il processo di scrittura. Le idee sono nate quasi come rami che crescono naturalmente e ognuna di esse ci sembrava interessante. Le abbiamo accolte con entusiasmo e ci siamo sentiti subito a nostro agio nel lavorarci. In passato avevamo già utilizzato archi e tastiere ma era passato parecchio tempo da allora. Nel terzo e nel quarto album, ad esempio, se ne possono trovare alcune tracce ma nulla di paragonabile a quanto presente in questo disco. Inoltre, abbiamo lavorato con un nostro caro amico, Andrew Wyatt. Paul aveva già collaborato con lui in passato per un brano del suo album realizzato insieme a RZA, quindi lo conoscevamo già bene. Quando abbiamo iniziato a valutare l'idea di coinvolgerlo nel progetto, eravamo consapevoli del suo straordinario talento come pianista e tastierista".
Perché avete scelto proprio Wyatt?
"Una delle ragioni principali per cui desideravo lavorare con lui era proprio ciò che immaginavo potesse apportare alla nostra musica o almeno quello che speravo potesse portare: atmosfere particolari, arrangiamenti d'archi e altri elementi di questo genere. Ogni nuovo spunto ci appariva interessante e stimolante; non c'è mai stato un momento in cui abbiamo pensato 'questa è la direzione sbagliata'. È stato uno di quei casi in cui il disco si è scritto quasi da solo. Non ci è voluto molto tempo, perché tra noi c'era una grande sintonia e la chimica funzionava davvero bene".
Paul ha parlato di un “flusso di coscienza” durante la scrittura di questo album. E' stato lo stesso anche per te?
"In realtà tutto il processo è stato molto spontaneo, quasi magico. Ogni cosa che accadeva ci sembrava giusta e ci entusiasmava. Credo che la differenza stia nel modo in cui affronti certe idee. Puoi considerarle dei limiti oppure trasformarle in punti di forza, in elementi capaci di aprire nuove possibilità per una canzone. E penso che gran parte di ciò che è successo durante la lavorazione di questo disco abbia avuto proprio quell'effetto: ha aperto nuove strade ai brani e ci ha permesso di esplorarli in modi inaspettati. Per questo è stato un processo così emozionante".
Questo è anche il primo album che avete registrato a New York dopo un decennio. Com’è cambiato negli anni il rapporto con la vostra città?
“È stato davvero bello registrare il disco lì. Era da molto tempo che non lavoravamo a New York, e non per una scelta particolare. Semplicemente, negli ultimi anni le persone con cui volevamo collaborare si trovavano a Londra o nello Stato di New York, quindi finivamo per spostarci dove erano loro. Con Andrew, però, la situazione era diversa. È un newyorkese e, prima di tutto è un mio amico; solo in un secondo momento è diventato qualcuno con cui volevamo lavorare professionalmente. Per questo aveva perfettamente senso realizzare il disco a New York. Inoltre, abbiamo registrato durante l'inverno, e questo ha contribuito a creare un'atmosfera molto particolare. Non amo quella stagione e cerco di trascorrere il meno tempo possibile a New York in quel periodo dell'anno ma questa volta la città aveva davvero un'aria da Gotham City. Ogni giorno attraversavo Manhattan per raggiungere lo studio, passando per Chinatown e Little Italy fino al Lower East Side. Quel tragitto mi faceva sentire profondamente immerso nella città. Era come assorbirne l'energia prima ancora di iniziare a registrare. Non saprei dire quanto tutto questo abbia influenzato concretamente il disco ma una cosa è certa: mi è sembrato l'album giusto da realizzare a New York”.
New York continua a mantenere una propria identità, mentre gli Stati Uniti stanno vivendo un momento molto particolare della loro storia. Pensi che sia ancora vero oggi che New York abbia una sua identità?
"Credo di sì. Gli Stati Uniti sono un Paese enorme, composto da realtà molto diverse tra loro, e sotto molti aspetti è sempre stato così. New York, però, ha sempre rappresentato un mondo a sé. E non mi riferisco soltanto a Manhattan ma a New York City nel suo insieme. È una città popolata da persone provenienti da ogni parte del mondo. Per strada senti parlare decine di lingue diverse e questo fa sì che non possa essere definita da una sola identità. È un insieme di culture, esperienze e prospettive differenti, ed è proprio questa la sua forza. È una città incredibilmente diversificata e credo che abbia conservato questa caratteristica nel tempo. Inoltre, segue un ritmo tutto suo. Quello che accade negli Stati Uniti o nel resto del mondo entra inevitabilmente nelle conversazioni. I newyorkesi sono molto attenti e consapevoli di ciò che succede intorno a loro. Allo stesso tempo, però, la città continua ad andare avanti seguendo la propria energia, il proprio movimento".
Come è cambiata la città dal tuo punto di vista?
"Non posso dire che sia la stessa New York in cui mi trasferii anni fa, ma non c'è nulla di sorprendente in questo. New York è sempre stata una città in costante trasformazione. Vive di cambiamento. Non è il tipo di luogo che rimane uguale a sé stesso e, in fondo, è proprio questa la sua natura. Se ci si ostina a combattere ogni cambiamento, si finisce solo per rimanerne frustrati, perché New York non smetterà mai di trasformarsi. Per me è un po' come stare su un'onda: conviene lasciarsi trasportare piuttosto che cercare di opporvisi, perché è una forza impossibile da fermare. Ed è anche per questo che continuo ad amare trascorrere del tempo lì".
Il nuovo disco, oltre alla produzione di Andrew Wyatt, è stato mixato da Dave Fridmann. Hanno personalità molto diverse e anche un modo diverso di lavorare. Che cosa hanno visto negli Interpol che forse voi non avevate ancora riconosciuto pienamente?
"Con Dave avevamo già condiviso un percorso importante: insieme abbiamo realizzato il nostro sesto album, quindi avevamo alle spalle molto tempo trascorso a lavorare fianco a fianco. Andrew, invece, come dicevo, era già un mio caro amico e una persona con cui passavo molto tempo ma non avevamo mai fatto musica insieme. A dire il vero, non parlavamo nemmeno così spesso di musica. Una persona incredibilmente creativa e di grande successo. Quando però decidi di lavorare a un progetto con un amico, non puoi mai sapere come andrà. Può essere un'esperienza fantastica oppure trasformarsi in qualcosa di complicato. Per questo è stato davvero bellissimo scoprire quanto bene abbia funzionato la nostra collaborazione e vedere fin dove si sia spinta. Credo che abbia arricchito non solo il nostro lavoro ma anche la nostra amicizia. Ha aggiunto una quantità enorme di sfumature e dettagli che, da un lato, si integrano perfettamente nel mondo sonoro degli Interpol e, dall'altro, introducono qualcosa di nuovo. È riuscito ad ampliare il nostro linguaggio musicale senza mai snaturarlo, ed è una delle cose che più apprezzo del suo contributo al disco".
Nell'album ci sono anche dei riferimenti cinematografici. Ce ne sono di specifici?
"No, non ci sono stati riferimenti specifici. Non ci siamo mai detti: 'Sarebbe bello fare qualcosa che assomigli a questo o a quello'. Però il cinema è probabilmente la mia influenza più grande e lo è sempre stato. Gran parte di ciò che scrivo nasce mentre guardo film, quindi per me è stato naturale che questo disco assumesse una dimensione più cinematografica. Questa, però, è una riflessione che faccio a posteriori. È come un dipinto: prima lo realizzi, poi inizi a coglierne connessioni e significati. Mi riesce molto meno partire dall'idea opposta e dire: 'Facciamo qualcosa che suoni come questo'. Moltissime band ragionano in questo modo, fissano un obiettivo estetico preciso e poi lo perseguono. Semplicemente, per me non ha mai funzionato. Credo che noi, come band, tendiamo piuttosto a lasciare che le cose prendano forma da sole e solo dopo a osservarle con un po' di distacco e introspezione, cercando di capire cosa sia successo. Non pianifichiamo tutto nei dettagli, ed è proprio questo che rende il processo così speciale. È quasi come una tavola Ouija: tutti appoggiano le mani sullo stesso oggetto e, a un certo punto, sembra che inizi a muoversi da solo. Mi piace quando la creatività funziona così, quando hai la sensazione che stia accadendo qualcosa che va oltre le intenzioni individuali di ciascuno. E credo che sia anche una delle ragioni per cui siamo ancora una band dopo tutti questi anni: abbiamo ancora quella chimica, quella capacità di sorprenderci a vicenda e di creare qualcosa insieme che nessuno di noi avrebbe potuto prevedere da solo".
In una recente intervista hai detto che stare in una band e scrivere musica insieme aiuta a liberarsi dall’angoscia e dalla depressione. È stato lo stesso per questo nuovo disco? Hai provato la stessa sensazione?
"Penso che, in fondo, sia proprio così. Amo scrivere musica e non ho mai smesso di amarla. Lo faccio da quando ero adolescente e, per me, è ancora incredibile poter continuare a farlo oggi. Non sono più quel ragazzo, eppure provo ancora la stessa emozione, lo stesso entusiasmo per qualcosa che mi fa pensare: 'Sì, è esattamente questo che voglio fare della mia vita'. Non lo vivo come uno sforzo, come un lavoro o un obbligo. È qualcosa che desidero fare ogni giorno, e questo non è mai cambiato da quando ero molto giovane. Per questo la musica continua a essere una parte fondamentale di me e che amo profondamente. Allo stesso tempo, trovo straordinario che io e Paul continuiamo ad avere questa sintonia quando scriviamo insieme. È un aspetto che non si può mai dare per scontato. Credo che molte band, con il passare degli anni, finiscano per perdere quel tipo di connessione creativa. Noi, invece, abbiamo ancora quella chimica, e penso che ciò dipenda anche dal fatto che entrambi teniamo enormemente a quello che facciamo".
Hai parlato del fatto che oggi viviamo tempi molto difficili. Quanto di ciò che stiamo vivendo ha influenzato l’album e anche i temi di cui parlate nei testi? Affrontante, per esempio, quelli dell’intelligenza artificiale, della guerra e così via. Quanto ha pesato tutto questo?
"I testi sono scritti da Paul, quindi non posso davvero parlare al posto suo. Dal punto di vista musicale, però, credo che sia già molto significativo il fatto che certi temi compaiano nelle sue parole. Evidentemente sono aspetti della realtà che lui ha osservato e sentito il bisogno di affrontare, cosa che forse in passato accadeva meno apertamente. Non siamo mai stati una band politica e non credo che lo siamo oggi. Nel corso degli anni possono esserci stati riferimenti indiretti, spunti legati alla politica o a questioni sociali trattati in modo più astratto, ma in questo disco alcuni richiami sembrano decisamente più espliciti. Dopotutto, è difficile ignorare la realtà o fare finta che nulla stia accadendo quando ci troviamo di fronte a così tanti eventi insoliti, complessi e, per certi versi, fuori dall'ordinario. Credo che questo abbia inevitabilmente trovato spazio anche nella scrittura".
Siete considerati anche una delle band più importanti del post-punk. Non so se ti piaccia questa definizione. Ma, dopo quasi tre decenni come band, senti ancora il bisogno di sorprendere il pubblico o pensi sia meglio sorprendere voi stessi con la vostra musica, con la musica nuova?
"Le etichette non mi hanno mai preoccupato particolarmente, quindi non è qualcosa che mi dà fastidio. Alla fine, però, tutto è sempre partito dal cercare di sorprendere noi stessi, perché è lì che deve iniziare il processo creativo. Quando abbiamo cominciato a scrivere musica insieme, lo abbiamo fatto perché avevamo qualcosa da esprimere artisticamente. E credo che il motivo per cui le persone hanno reagito al nostro primo album sia proprio questo: erano canzoni che ci rappresentavano, che ci piacevano e che sentivamo il bisogno di realizzare. Non ho mai scritto una canzone pensando a quanto potesse funzionare commercialmente o a quanto successo avrebbe potuto avere. Semplicemente non è questa la ragione per cui ho voluto far parte di una band. Sarebbe un approccio completamente estraneo al mio modo di vivere la musica. Non ho mai avuto particolari ambizioni legate al successo o alle classifiche. Il fatto che siamo ancora qui, dopo tutti questi anni, e che continui ci sia un pubblico disposto a venire ai nostri concerti, per me è qualcosa di straordinario. Quando riesci a scrivere una canzone o a creare qualcosa che ami davvero, la sensazione è meravigliosa. Per certi aspetti la paragonerei all'innamoramento: è un'emozione intensa, difficile da spiegare e profondamente personale".
Siete in tour questa estate e tornerete a novembre, in Europa e nel Regno Unito, con altre date. Cosa dovrebbero aspettarsi i fan dagli Interpol di oggi?
"Adoro suonare dal vivo e lo considero un aspetto fondamentale di quello che faccio. Ogni volta che saliamo sul palco voglio che sia un'occasione speciale. Non mi interesserebbe mai fare concerti per pura routine. Sul palco emerge una parte di me che difficilmente trova spazio nella vita di tutti i giorni. Sono una persona piuttosto timida e introversa, ma quando suono davanti a un pubblico succede qualcosa di diverso. C'è una parte di me che prende vita e si esprime in un modo che altrimenti non saprei nemmeno di possedere. Per questo vivo ogni concerto come uno spettacolo nel senso più pieno del termine. Voglio che sia qualcosa di memorabile, sia per noi sia per chi viene ad ascoltarci. Per quanto riguarda il prossimo tour, credo che suoneremo molte canzoni del nuovo album ma cercheremo anche di costruire una scaletta che rappresenti l'intero percorso della band, pescando qualcosa da ciascuno dei nostri dischi".

(Adnkronos) - "Non dimenticheremo mai la notte del 24 agosto 2016" che ha avviato una "drammatica sequenza sismica che per mesi ha sconvolto il Centro Italia, distruggendo interi borghi e colpendo un pezzo vastissimo del nostro territorio nazionale.Oggi rendiamo omaggio alla memoria delle 299 vittime del terremoto e torniamo a stringerci ai loro cari, in questa giornata di ricordo e commemorazione". Lo scrive la premier Giorgia Meloni in un post sui social in cui osserva come "in questi dieci anni sono state tante le difficoltà. Troppi rinvii e false partenze hanno impedito che la ricostruzione potesse procedere rapidamente. Il Governo ha raccolto questa responsabilità e ha lavorato, con costanza e determinazione, affinché potesse concretizzarsi un deciso cambio di passo. I dati testimoniano che la direzione è cambiata, sia per quanto riguarda i contributi concessi e già liquidati per la ricostruzione privata, sia per quello che concerne la ripresa degli investimenti per la ricostruzione pubblica, per troppo tempo rimasta bloccata".
Nella ricostruzione seguita al sisma del 2016 "molto è stato fatto, ma altrettanto resta da fare. E, per questo, non abbiamo intenzione di fermarci. Dando ancor più forza e continuità a quel grande lavoro di squadra che, in questi anni, ha visto protagonisti tutti i livelli istituzionali nazionali e locali, insieme al tessuto economico, sociale e produttivo e ha permesso di raggiungere risultati inizialmente impensabili". La premier Giorgia Meloni ribadisce che "l’obiettivo rimane comune e condiviso: vincere la sfida della rinascita dell’Appennino centrale".
La premier ricorda che "sono tornati a splendere anche alcuni dei simboli più significativi e identitari del territorio. Come la Basilica di San Benedetto a Norcia, quasi completamente distrutta dalla scossa del 30 ottobre 2016. Altrettanto incessante l’impegno per sostenere la ripresa economica e sociale, essenziale per garantire che i borghi e le città colpiti dal terremoto possano continuare ad essere vivi e vitali".
In una nota il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella ricorda: "La notte del 24 agosto di dieci anni addietro, il violento terremoto che ebbe epicentro tra Accumoli e Arquata del Tronto, nel cuore dell’Appennino centrale, colpì numerosi comuni tra Lazio, Marche, Umbria e Abruzzo, a cui seguirono ulteriori sequenze sismiche fino agli inizi del 2017. Con il suo bilancio di 299 morti, 365 feriti e più di 40.000 sfollati, quel terremoto – delle cui devastazioni Amatrice è divenuta simbolo – costituisce una pagina drammatica della storia della Repubblica e funge da monito costante sulla necessità continua di potenziare i meccanismi di prevenzione e intervento da attuare al verificarsi dei fenomeni sismici a cui è soggetto il nostro Territorio".
"I volontari accorsi da tutta Italia - prosegue Mattarella - , il loro prezioso e generoso operato, insieme alla prontezza degli interventi delle Autorità di primo soccorso sono stati veicolo di aiuti e assistenza, portando anche un segnale di speranza e di ripartenza con cui si è dato inizio a un processo di ricostruzione. Così come in occasione delle altre catastrofi naturali che si sono registrate nel nostro Territorio, lo spirito di solidarietà che unisce il popolo italiano si è rivelato un efficace strumento di resilienza e contenimento dinanzi a calamità di così ampia portata e violenza".
"Il risanamento è un percorso, non privo di complessità, che richiede l’impegno di essere ultimato nel più breve tempo possibile ed è un richiamo alla responsabilità collettiva di ripristinare quella normalità che è stata spezzata nei territori colpiti da questa tragedia. In questo giorno di memoria - conclude il Capo dello Stato - , mi unisco al dolore di coloro che hanno subito la perdita di familiari ed esprimo la mia vicinanza ai feriti e a quanti si sono ritrovati improvvisamente in condizioni di grande difficoltà".
Il ministro dell'Interno, Matteo Piantedosi, ha scritto su X: "Il 24 agosto del 2016 un terribile terremoto colpì il Centro Italia, devastando i borghi di Amatrice, Accumoli e Arquata del Tronto. A dieci anni dal sisma ricordiamo le vittime e i feriti, e quanti rimasero sfollati. In questa giornata di memoria e rinnovato dolore, voglio esprimere la più profonda gratitudine ai nostri vigili del fuoco e a tutti coloro che fin dai primi istanti lavorarono senza sosta tra le macerie per salvare vite e prestare soccorso alla popolazione. Il Paese vi è immensamente grato".
Quelle che serve oggi "è un bilancio serio" su quanto è stato fatto e su quanto resta da fare, evitando "propaganda e demagogia". Lo dice in un'intervista al direttore dell'Adnkronos Davide Desario il vice premier e ministro degli Esteri Antonio Tajani, in occasione del decimo anniversario del sisma, il cui primo pensiero va "alle 299 vittime: 237 ad Amatrice, 11 ad Accumoli e 51 ad Arquata del Tronto". "È da loro che bisogna partire. Quel terremoto non ha soltanto distrutto case, strade e monumenti: ha sconvolto la vita di migliaia di persone e ferito l’identità di intere comunità. Sono scomparsi campanili, chiese, piazze, luoghi che custodivano la memoria collettiva. Dieci anni dopo - è il monito di Tajani - abbiamo il dovere di ricordare, ma anche di fare un bilancio serio di quello che è stato fatto e di quello che resta ancora da fare, senza cadere nella tentazione di fare propaganda o demagogia sulla pelle di chi ha sofferto, e ancora soffre, le conseguenze del sisma".
Tajani parla quindi del "ricordo e del legame fortissimi" con le terre colpite: "Allora ero parlamentare europeo eletto proprio nella circoscrizione del Centro Italia e, quando nel gennaio 2017 fui eletto presidente del Parlamento europeo, dedicai la mia elezione alle vittime del terremoto. Ai sindaci feci una promessa molto semplice: non vi lasceremo soli. Sul mio telefonino avevo uno sticker con scritto “I love Norcia”. Può sembrare un particolare, ma per me rappresentava la volontà di riscatto di quelle comunità".
Il ministro spiega come quella promessa si tradusse in concreto: "Il 24 marzo del 2017 convocai a Norcia una riunione straordinaria dei vertici del Parlamento europeo, cioè l’Ufficio di presidenza e la Conferenza dei Presidenti. Volevo che le istituzioni europee toccassero con mano, di persona, la gravità della situazione. Volevo che non calasse l’attenzione. Ricordo ancora la commozione del sindaco Nicola Alemanno quando glielo comunicai. Pochi mesi dopo, luglio 2017, annunciai lo stanziamento di 1,2 miliardi di euro dal Fondo di solidarietà europeo: il più grande mai concesso fino ad allora a uno Stato membro".
La risposta dell'Europa al terremoto nel centro Italia di dieci anni fa dimostrò che "quando vuole l'Ue può essere davvero presente". Lo sottolinea in un'intervista al direttore dell'Adnkronos Davide Desario il vice premier e ministro degli Esteri Antonio Tajani, nel decimo anniversario del sisma. E "rispose - rivendica - perché l’Italia seppe chiedere con forza e credibilità. L’Europa come la intendiamo noi di Forza Italia nel solco di Berlusconi dev’essere questo: non un palazzo lontano, ma una comunità che interviene quando cittadini e territori vengono colpiti. Quella vicenda dimostrò che, quando l’Europa vuole, può essere davvero presente. E molto concreta".
"Aggiungo che dopo il sisma - ricorda poi il ministro - grazie a una nostra iniziativa e con il consenso di tutte le forze politiche, per diversi anni i risparmi del bilancio interno della Camera dei deputati sono stati destinati alla ricostruzione. Dal 2016 al 2021 sono stati complessivamente 387 milioni di euro: 47 milioni nel 2016, 80 nel 2017, 85 nel 2018, 100 nel 2019, 40 nel 2020 e 35 nel 2021. È la dimostrazione che, davanti a tragedie di queste dimensioni, la politica può e deve sapere mettere da parte le divisioni".
Tajani parla poi di come è proseguito il suo rapporto con le zone colpite: "Quando re Felipe VI di Spagna mi assegnò il premio Carlo V per il mio impegno europeo, decisi di dedicarlo alle popolazioni terremotate. Il premio prevedeva anche 30mila euro, che ho devoluto interamente ai Comuni di Arquata del Tronto, Norcia e Accumoli. Ho cercato, nei diversi incarichi che ho ricoperto, di mantenere l’impegno preso allora".
Sulla ricostruzione post terremoto "si può sempre fare di più", ma il governo di centrodestra "ha cambiato passo e impresso una forte accelerazione". In un'intervista al direttore dell'Adnkronos Davide Desario in occasione del decimo anniversario del sisma in centro Italia, il vice premier e ministro degli Esteri Antonio Tajani rivendica quanto fatto negli ultimi anni dal governo, affermando che "il 70% degli otto miliardi erogati è arrivato dopo il 2023".
"Si può sempre fare di più - ammette Tajani - ma questo non significa che non sia stato fatto tanto. Vanno considerate pure le dimensioni del sisma, si è intervenuti su un territorio vastissimo e complesso, inoltre per troppo tempo procedure e burocrazia hanno rallentato tutto. Ma proprio negli ultimi anni abbiamo cambiato passo. Il governo di centrodestra, attraverso il commissario alla ricostruzione, i parlamentari e gli amministratori del territorio, ha impresso una forte accelerazione. E i numeri lo dimostrano".
"Parliamo di oltre 500mila persone che vivono nell’area del cratere - snocciola le cifre il ministro - Per la ricostruzione privata sono stati concessi più di 12 miliardi di euro e ne sono già stati erogati 8. Un dato è particolarmente significativo: circa il 70 per cento di queste risorse è stato erogato dopo il 2023 cioè con questo governo. Dal 2022 a oggi sono tornati nelle proprie abitazioni quasi 5.500 nuclei familiari su circa 14 mila, con un aumento del 38,4 per cento rispetto al 2022. Vuol dire che l’accelerazione c’è stata ed è stata forte".
Dieci anni dopo il terremoto nel centro Italia, arriva "la parte decisiva: completare la ricostruzione e soprattutto impedire lo spopolamento. Ricostruire le case non basta: dobbiamo impedire che si svuotino i paesi". E' l'impegno riaffermato dal vice premier e ministro degli Esteri Antonio Tajani in un'intervista al direttore dell'Adnkronos Davide Desario in occasione del decimo anniversario del sisma. I problemi sono risolti? "Assolutamente no. Sarebbe sbagliato e persino offensivo nei confronti di chi ancora aspetta di tornare nella propria casa - riconosce Tajani - Abbiamo accelerato, ma non possiamo accontentarci. Adesso viene la parte decisiva: completare la ricostruzione e soprattutto impedire lo spopolamento. Ricostruire le case non basta: dobbiamo impedire che si svuotino i paesi".
Per il ministro, il rischio più grande è di "ricostruire perfettamente un borgo e poi scoprire che non ci vive più nessuno. Per questo bisogna accompagnare la ricostruzione materiale con lavoro, infrastrutture, servizi, attività economiche, turismo. L’Appennino centrale non può diventare un museo a cielo aperto. Deve continuare a essere un luogo nel quale le persone scelgono di vivere, lavorare e crescere i propri figli. Per questo è fondamentale incentivare soprattutto i giovani a non lasciare i paesi o in ogni caso a tornarci".
Tajani insiste molto anche sul valore culturale e spirituale di questi territori, "perché non stiamo parlando soltanto di una questione locale. Norcia è la città di San Benedetto, patrono d’Europa. La storia benedettina appartiene all’intera civiltà europea. E poi ci sono Cascia con Santa Rita, Tolentino con San Nicola, Leonessa con San Giuseppe. Umbria, Marche, Lazio e Abruzzo custodiscono un patrimonio storico, culturale e spirituale che appartiene all’Italia e all’Europa. Salvare questi luoghi significa salvare una parte della nostra identità, italiana ed europea".
"Nessuno deve essere abbandonato". Dieci anni dopo il terremoto in centro Italia, il vice premier e ministro degli Esteri Antonio Tajani rinnova la promessa, "la stessa di allora", in un'intervista al direttore dell'Adnkronos Davide Desario. "Solo chi vuol fare demagogia nega che molto sia stato fatto - rivendica Tajani, in occasione del decimo anniversario del sisma - Certamente noi abbiamo cambiato passo, ma non molleremo finché la ricostruzione non sarà completata e queste comunità non avranno ritrovato pienamente, insieme ai fasti del passato, anche nuova vita nel loro futuro".
Tajani insiste quindi sulla necessità di "continuare ad accelerare: meno burocrazia, tempi certi, cantieri più veloci e una strategia per riportare famiglie e imprese nei territori". "Noi di Forza Italia continueremo a stare in prima linea - assicura - Dieci anni dopo il terremoto, il modo migliore per onorare le vittime non è soltanto ricordare ciò che è accaduto: è mantenere fino in fondo la promessa fatta alle loro comunità. Non considerarsi mai liberi da questo impegno, come se fosse stato già fatto tutto il possibile. Lo dico con umiltà: c’è ancora tanto lavoro da fare".

(Adnkronos) - Si allarga l'indagine epidemiologica dell'Asp di Palermo sulla morte della piccola Anna Rosa, la bambina di 4 anni affetta da una sospetta difterite. Sarebbero almeno dieci i tamponi risultati positivi alla difterite tra i familiari della piccola. Ma le persone risultate positive al batterio, si tratta soprattutto di minori, stanno bene perché vaccinati. Anche se dovranno restare in isolamento.
Nei giorni scorsi era risultato positivo alla difterite anche il cuginetto della bimba. La conferma era arrivata dal direttore sanitario dell’azienda ospedaliera Arnas Civico di Palermo Domenico Cipolla. “E' in osservazione e isolamento e controlliamo ogni funzionalità clinica”.
La positività ai test per la difterite di 10 familiari della bambina morta a Palermo "rivela di una situazione di forte rischio, soprattutto in alcune Regioni italiane, dove la copertura vaccinale è insufficiente. E visto che i germi continuano a circolare, c'è la possibilità sempre più concreta di riemergenza, in questo caso della difterite. Ma io sono anche preoccupato anche per la poliomielite, perché è lo stesso tipo di fenomeno", ha commentato all'Adnkronos Salute, Walter Ricciardi, docente di Igliene all'università Cattolica di Roma. "La poliomelite è ancora presente in alcuni Paesi: di eradicato al mondo c'è soltanto il vaiolo. Gli altri patogeni sono stati ridotti, in certi casi eliminati, ma non certamente eradicati. Questo significa che continuano a circolare e chiaramente quando trovano il terreno fertile, che è quello dei non vaccinati, il contatto si traduce in caso".
"Con il calo delle vaccinazioni per germi circolanti è chiaro che abbiamo un numero di persone che possono essere esposte a malattie gravissime e che possono essere, come in questo caso, anche mortali", aggiunge Ricciardi ricordando il morbillo prima "rimosso" poi "tornato in maniera eclatante".
Il caso era scoppiato nei giorni scorsi dopo la morte della piccola. Sono stati iscritti nel registro degli indagati, con l'accusa di omicidio colposo, i genitori della bambina. La mamma e il papà, entrambi no vax, non avrebbero mai vaccinato la figlia così come gli altri quattro figli.
"Non sto qui a perdere tempo con certa gentaglia, perché il dolore è mio e solo mio ma vi auguro di non avere a che fare mai e dico mai con medici incompetenti che hanno sottovalutato mia figlia, quando mia figlia è stata portata diverse volte al pronto soccorso. E ci sono carte che parlano, non stupide bocche che pur di fare hype stanno sparando minc... e sentenze. Noi genitori non abbiamo scambiato la difterite per tonsillite, la causa della morte di mia figlia ancora non si conosce perché ancora nulla è confermato. E' un sospetto", aveva scritto la mamma della bambina su Facebook dopo la tragedia.
Intanto, sarà eseguita mercoledì prossimo, 26 agosto, presso l'Isituto di medicina legale del Policlinico, l'autopsia sul corpo di Anna Rosa. L'inchiesta è coordinata dalla procuratrice aggiunta Laura Vaccaro.

(Adnkronos) - Il diabete di tipo 2 non è più una malattia che colpisce solo le persone di mezza età o gli anziani, ma colpisce sempre di più anche i giovani. In Usa negli ultimi 20 anni la sua incidenza è crescita di 10 volte nella fascia d'età under 20. L'allarme per la diffusione precoce della patologia arriva da una nuova ricerca realizzata negli Stati Uniti che sarà presentata al congresso annuale dell'Associazione europea per lo studio del diabete (Easd) a Milano (28 settembre - 2 ottobre). Il lavoro evidenzia "un netto aumento dell'incidenza di nuovi casi di diabete di tipo 2 a partire dall'inizio del secolo, un trend che ha continuato ad accelerare negli ultimi anni". Lo studio è stato condotto da Tessa Crume della Colorado School of Public Health insieme ai suoi collaboratori. Negli Stati Uniti, l'incidenza del diabete di tipo 1 e di tipo 2 a insorgenza giovanile è in costante aumento da diversi decenni, comportando un significativo carico di morbilità e mortalità correlate alla malattia. In questo nuovo studio, gli autori hanno esaminato le tendenze a lungo termine del diabete di tipo 1 e di tipo 2 a insorgenza giovanile in Colorado (Usa) nel periodo compreso tra il 2002 e il 2023.
Dal 2002, il Colorado Diabetes Registry conduce continua analisi annuali a livello di popolazione sull'incidenza del diabete tra i giovani di età inferiore ai 20 anni, coinvolgendo i sistemi sanitari dello Stato e utilizzando codici diagnostici, risultati di laboratorio e dati relativi ai farmaci. I partecipanti inclusi nello studio sono persone non appartenenti alle forze armate o istituti, residenti in Colorado al momento della diagnosi. I dati di popolazione utilizzati come denominatori sono stati ricavati dai censimenti. Per stimare le tendenze nel tempo è stato utilizzato un modello statistico: I tassi di incidenza sono stati calcolati per 100.000 giovani di età inferiore ai 20 anni per il diabete di tipo 1 e per 100.000 giovani di età compresa tra i 10 e i 19 anni per il diabete di tipo 2 (dato che i casi di diabete di tipo 2 nei bambini di età inferiore ai 10 anni sono estremamente rari).
"Tra il 2002 e il 2023, a 8.094 bambini e adolescenti di età inferiore ai 20 anni è stato diagnosticato per la prima volta il diabete di tipo 1, mentre 1.560 giovani tra i 10 e i 19 anni hanno ricevuto una diagnosi di diabete di tipo 2 di nuova insorgenza. L'incidenza del diabete di tipo 1 - riporta lo studio - è aumentata lievemente, passando da 25,07 casi per 100.000 abitanti nel 2002 a 27,39 nel 2023. Si è osservato un andamento stabile dell'incidenza del diabete di tipo 1 nel periodo 2002-2014; seguito da un trend in crescita tra il 2015 e il 2023. Al contrario, l'incidenza del diabete di tipo 2 tra i giovani di età compresa tra i 10 e i 19 anni è aumentata di quasi dieci volte, passando da 2,37 casi per 100.000 abitanti nel 2002 a 22,30 nel 2023. L'incidenza del diabete di tipo 2 è cresciuta del 3,8% nell'intero periodo 2002-2023, con un incremento annuo del 2,92% tra il 2002 e il 2013 e un aumento ancora più marcato, pari al 4,72% annuo, tra il 2014 e il 2023".
"Nell'arco di oltre due decenni a partire dall'inizio degli anni 2000, l'incidenza del diabete di tipo 2 di nuova insorgenza tra i giovani è aumentata di quasi dieci volte - sottolineano gli autori dello studio - a fronte di un lieve incremento dell'incidenza del diabete di tipo 1. Tali risultati documentano una popolazione crescente di giovani a rischio di complicanze legate al diabete nel corso della vita e sottolineano l'importanza di una sorveglianza costante e a lungo termine".
Secondo Tessa Crume, autrice principale del lavoro, "fino a una generazione fa, il diabete di tipo 2 negli adolescenti era così raro che molti pediatri potevano trascorrere gran parte della loro carriera senza mai vederne un caso; si trattava di una malattia dell'età adulta. In Colorado, abbiamo assistito a un aumento di quasi dieci volte dell'incidenza tra i giovani nell'arco di soli due decenni, e tale crescita sta accelerando anziché rallentare. Non si tratta di un'anomalia locale - avverte - nello studio statunitense 'Search for Diabetes in Youth', il diabete di tipo 2 tra i giovani sta aumentando a un ritmo più che doppio rispetto a quello di tipo 1 e, tra gli adolescenti più grandi, i nuovi casi di tipo 2 hanno già superato quelli di tipo 1. Il diabete di tipo 2 - una malattia che un tempo consideravamo esclusiva dell'adulto - sta ora superando la forma classica di diabete infantile: il tipo 1".
Gli autori spiegano che "l'aumento dei tassi di obesità tra i bambini rende ormai impossibile distinguere con certezza tra diabete di tipo 1 e di tipo 2 in un adolescente di nuova diagnosi; le due condizioni presentano quadri clinici sempre più sovrapponibili". Un adolescente con un Indice di massa corporeo elevato e iperglicemia potrebbe essere affetto sia da diabete di tipo 1 che di tipo 2. "Per distinguerli è necessario ricercare gli autoanticorpi specifici del diabete, indicatori del processo autoimmune tipico del tipo 1, e valutare la resistenza all'insulina, caratteristica del tipo 2. Poiché la classificazione determina la terapia - osservano gli autori dello studio - è fondamentale stabilire un percorso diagnostico che garantisca una diagnosi corretta". La riflessione della dottoressa Crume è che "i servizi necessari non devono limitarsi a gestire un numero crescente di giovani pazienti; devono garantire che ogni bambino con diabete di nuova insorgenza venga sottoposto agli opportuni esami metabolici e alla ricerca di autoanticorpi, anziché essere classificato sulla base di una semplice impressione clinica".
"Vent'anni fa, un endocrinologo pediatrico avrebbe potuto mostrare perplessità di fronte a un adolescente con diabete di tipo 2; oggi, invece, si tratta di una condizione ormai frequente e in costante aumento nella pratica clinica. Lo stupore - prosegue Crume - persiste ancora nell'ambito della medicina di base e sul territorio, dove il diabete di tipo 2 infantile può essere sottovalutato o non diagnosticato a causa della convinzione, ormai superata, che si tratti di una malattia tipica dell'adulto. Il rischio reale, quindi, non è tanto lo shock dei medici, quanto piuttosto la possibilità che il diabete di un giovane passi inosservato o venga trattato in modo inadeguato".
"Il pericolo è notevole, ed è proprio per questo che tali tendenze rivestono un'importanza cruciale. Il diabete di tipo 2 insorto in giovane età è una malattia più aggressiva rispetto alla stessa diagnosi formulata in un adulto di mezza età. Le cellule pancreatiche produttrici di insulina subiscono un deterioramento più rapido, il controllo della glicemia risulta più complesso e le complicanze a carico di reni, occhi, nervi e cuore possono manifestarsi nel giro di pochi anni anziché nell'arco di decenni. Un ragazzo a cui viene diagnosticata la malattia a 14 anni rischia di dover affrontare tali complicanze già nella prima età adulta; inoltre, il diabete di tipo 2 a insorgenza giovanile è associato a una riduzione dell'aspettativa di vita", conclude Crume.

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La prima di campionato sorride al Cagliari, la squadra di Pisacane
sbanca il Tardini con un gran gol di Romano. Parma affondato e
primo scatto salvezza per i sardi. Sotto lo sguardo del Ct azzurro
Roberto Mancini, seduto in tribuna al fianco di Leonardo Bonucci,
Cuesta lancia due debuttanti reduci dal campionato primavera: per
Konate e Lontani (il migliore tra i ducali nel primo tempo) è la
prima in serie A. Il tecnico spagnolo deve fare a meno di Britschgi
squalificato e propone un 4-1-4-1 con Bernabè a destra e Tourè
vertice alto.
(Adnkronos) - Il neopromosso Venezia fa il suo esordio nella Serie A 2026-2027. Oggi, domenica 23 agosto, i lagunari ospitano il Lecce tra le mura amiche dello stadio 'Pier Luigi Penzo'. Nello scorso campionato i veneti hanno vinto il campionato di Serie B, mentre i salentini hanno conquistato la salvezza per il secondo anno di fila nell'ultimo giornata. Sono 6 i precedenti di Venezia-Lecce in Serie A, con tre vittorie giallorosse e tre pareggi.
Ecco le probabili formazioni di Venezia-Lecce, in campo alle 18.30:
VENEZIA (3-5-2): Stankovic; Bella-Kotchap, Schingtienne, Moreno; Hainault, Basic, Busio, Kike Perez, Haps; Adams, Yeboah. All. Stroppa.
LECCE (4-3-3): Falcone; D. Veiga, Gaspar, Siebert, Gallo; Maleh, Ngom, Coulibaly; Pierotti, Geubbels, N'Dri. All. Di Francesco.
Sarà possibile assistere a Venezia-Lecce in diretta streaming sulla piattaforma Dazn e in pay tv sul canale Sky Zona Dazn (214), Sky Sport Calcio, Sky Sport 4K, Sky Sport 252 e in streaming su NOW.

(Adnkronos) - Dopo il primo impegno ufficiale della stagione, l’Atalanta è pronta all'esordio in Serie A davanti al suo pubblico. Alla New Balance Arena di Bergamo i nerazzurri di Maurizio Sarri affrontano il Sassuolo di Alberto Aquilani oggi, domenica 23 agosto, nella prima giornata di campionato. Ecco orario, probabili formazioni e dove vedere la partita in tv e streaming.
Ecco le probabili formazioni di Atalanta-Sassuolo, in campo oggi alle 20:45:
ATALANTA (4-3-3): Carnesecchi; Zappacosta, Kossounou, Scalvini, Ahanor; Samardzic, Gaetano, Ederson; De Ketelaere, Krstovic, Raspadori. All. Sarri.
SASSUOLO (4-3-3): Muric; Missori, Walukiewicz, Idzes, Doig; Bakola, Matic, Adzic; Volpato, Bowie, Laurienté. All. Aquilani.
La partita di campionato tra Atalanta e Sassuolo sarà visibile in diretta e in esclusiva su Dazn e in streaming sull'app di Dazn.

(Adnkronos) - Cento anni dopo la sua morte, Rodolfo Valentino non ha ancora smesso di sedurre. Anzi: il tempo sembra aver lavorato per lui. Rodolfo Pietro Filiberto Guglielmi, morto a New York il 23 agosto 1926, fu molto più di un attore del cinema muto. Fu uno dei primi grandi divi internazionali del cinema, un fenomeno di massa capace di trasformare un volto, un gesto e uno sguardo in una leggenda, consacrando sul grande schermo la figura del latin lover. A un secolo dalla morte, il nome di Valentino continua a evocare un'epoca in cui Hollywood stava costruendo il proprio immaginario e il cinema imparava a trasformare gli attori in icone. La sua parabola, breve e vertiginosa, lo portò dall'Italia agli Stati Uniti, dai lavori più umili alle luci di Hollywood, fino alla consacrazione come amante latino e simbolo di un nuovo ideale maschile.
Rodolfo Guglielmi nacque a Castellaneta, in provincia di Taranto, il 6 maggio 1895. Dopo la morte prematura del padre, ex ufficiale di cavalleria e veterinario, studiò in collegio a Sant'Ilario Ligure, dove nel 1912 conseguì il diploma in agraria. Ma quella vita non gli bastava. Cercò fortuna prima in Francia e, nel dicembre 1913, emigrò negli Stati Uniti. A New York svolse diversi lavori prima di entrare nel mondo dello spettacolo. Fu giardiniere, poi taxi dancer, il ballerino che veniva pagato per accompagnare le clienti nei locali alla moda. Fu proprio la danza a offrirgli la prima occasione per farsi conoscere. Con il nome di Rodolpho di Valentina si esibì accanto a ballerine celebri come Bonnie Glass e Joan Sawyer. La sua permanenza a New York fu tutt'altro che tranquilla e alcuni problemi con la polizia lo spinsero infine a lasciare la città. La destinazione successiva fu Hollywood.
All'inizio arrivarono soprattutto ruoli secondari e parti da antagonista. Tra il 1918 e il 1920 il suo nome comparve nei titoli di diversi film, mentre la grafia oscillava ancora tra Rodolpho di Valentina, Rodolfo di Valentini e Rodolpho Valentino. La svolta arrivò nel 1921, quando la sceneggiatrice June Mathis lo volle come protagonista de "I quattro cavalieri dell'Apocalisse", diretto da Rex Ingram e tratto dal romanzo di Vicente Blasco Ibáñez. Valentino interpretava Julio Desnoyers, aristocratico, libertino e seduttore, destinato a redimersi attraverso il sacrificio. Il film trasformò l'attore in una star. Il tango che Valentino ballava sullo schermo, la sua eleganza, il modo di muoversi e soprattutto i primi piani del suo volto crearono un'immagine completamente nuova dell'uomo cinematografico. Nello stesso anno arrivò il nome con cui sarebbe entrato nella storia: Rudolph Valentino.
La consacrazione definitiva arrivò con "Lo sceicco", diretto da George Melford e uscito nel 1921. Nei panni dello sceicco Ahmed Ben Hassan, Valentino incarnò l'amante esotico, misterioso e dominante, capace di unire sensualità e romanticismo. Il successo fu enorme. Le spettatrici americane trasformarono l'attore italiano in un idolo e Hollywood comprese di avere davanti un fenomeno che andava ben oltre il cinema.
Nel 1922 arrivarono "Sangue e arena" e altri titoli destinati a rafforzarne la popolarità. Valentino era ormai l'incarnazione dell'amante latino: straniero, elegante, sensuale e lontano dall'immagine dell'uomo americano tradizionale. Il suo fascino, però, non conquistava tutti. Una parte della stampa maschile lo derideva, considerandolo un simbolo di una mascolinità troppo raffinata e ambigua. Gli vennero affibbiati soprannomi sprezzanti e caricaturali. Ma quelle polemiche contribuirono, paradossalmente, ad alimentare la sua fama.
La vita privata di Valentino fu quasi altrettanto movimentata della sua carriera. Nel 1922 sposò la scenografa e attrice Natasha Rambova, donna sofisticata e ambiziosa che ebbe una forte influenza sulle sue scelte artistiche. Il matrimonio arrivò prima che fosse legalizzato il divorzio dall'attrice Joan Acker e Valentino fu accusato di bigamia. La vicenda alimentò ulteriormente l'attenzione dei giornali. Rambova cercò di indirizzarlo verso un cinema più raffinato e meno commerciale. Il tentativo si scontrò però con gli interessi degli studios e con l'immagine che il pubblico aveva ormai costruito di Valentino. Dopo l'insuccesso de Il giovane rajah, l'attore entrò in conflitto con la produzione e rimase lontano dal cinema per quasi due anni. Durante quella pausa continuò comunque a essere una celebrità. Si esibì come ballerino insieme alla moglie, pubblicò poesie, incise canzoni italiane, prestò il proprio volto alla pubblicità e pubblicò persino un manuale dedicato alla forma fisica. Valentino non era più soltanto un attore: era diventato un marchio.
Dopo un viaggio in Europa e il ritorno in Italia, Valentino rientrò negli Stati Uniti e tornò sul grande schermo. Nel 1924 interpretò "Monsieur Beaucaire", mostrando anche un inatteso talento per la commedia e una certa capacità di ironizzare sulla propria immagine. Il matrimonio con Rambova terminò nel 1925. Nello stesso periodo Valentino chiese la cittadinanza statunitense, una scelta che gli attirò critiche anche dall'Italia fascista, che lo accusò di aver rinnegato la patria d'origine. La carriera, intanto, riprese quota. Con "L'aquila nera", diretto da Clarence Brown, Valentino tornò a conquistare il pubblico. Ma il suo ultimo grande trionfo fu "Il figlio dello sceicco", diretto da George Fitzmaurice e distribuito nel 1926. Il film era quasi una celebrazione consapevole del personaggio costruito negli anni precedenti. Valentino interpretava due ruoli, padre e figlio, e tornava a vestire i panni dell'uomo del deserto, del seduttore selvaggio e romantico. Era l'apoteosi del mito.
Poi arrivò la tragedia. Il 15 agosto 1926 Valentino fu ricoverato a New York dopo un improvviso malore. Le sue condizioni peggiorarono rapidamente e il 23 agosto, a soli 31 anni, morì per una peritonite. La notizia provocò una reazione senza precedenti. Migliaia di persone si riversarono davanti alla struttura dove era esposto il corpo. Le cronache raccontarono scene di disperazione collettiva, svenimenti, disordini e persino episodi di autolesionismo. Il funerale divenne un evento di massa. Decine di migliaia di persone vollero rendere omaggio all'attore e il viaggio della salma attraverso gli Stati Uniti assunse i contorni di un pellegrinaggio. Hollywood aveva perso una delle sue stelle più luminose. Ma, senza saperlo, aveva appena guadagnato un mito destinato a durare molto più a lungo di qualsiasi carriera cinematografica.
La morte di Valentino non chiuse la sua storia: la trasformò. Gli studios cercarono nuovi attori capaci di raccoglierne l'eredità, ma nessuno riuscì davvero a sostituirlo nell'immaginario del pubblico. Il suo volto continuò a comparire in libri, film, spettacoli teatrali e celebrazioni. Nel 1977 Ken Russell gli dedicò "Valentino", interpretato dal ballerino Rudolf Nureyev. Nello stesso anno Gene Wilder ne propose una versione parodistica in "Il più grande amatore del mondo". Anche in Italia il personaggio tornò più volte sulla scena, fino a essere interpretato da Marcello Mastroianni nella rivista "Ciao, Rudy".
Ma il vero lascito di Valentino non è soltanto cinematografico. È culturale. Prima di lui, una star poteva essere popolare; con lui nacque qualcosa di diverso: il divo come fenomeno collettivo, capace di occupare contemporaneamente lo schermo, le pagine dei giornali, la pubblicità e la fantasia del pubblico. A cento anni dalla sua morte, Valentino continua dunque a rappresentare una domanda ancora attuale: quanto di una celebrità appartiene alla persona e quanto, invece, all'immagine che il pubblico costruisce intorno a lei? Rodolfo Guglielmi morì a 31 anni. Rodolfo Valentino, invece, non è mai morto davvero. Il suo ultimo film arrivò pochi mesi dopo la sua scomparsa, ma il personaggio che aveva creato non ha mai smesso di recitare. E ancora oggi, a un secolo di distanza, quel volto dagli occhi scuri continua a sedurre. (di Paolo Martini)

(Adnkronos) - Esordio stagionale per il Milan. Oggi, domenica 23 agosto, i rossoneri affrontano in trasferta il Torino allo stadio Olimpico-Grande Torino in un match valido per la prima giornata di Serie A 2026/2027. C'è curiosità per vedere all'opera la squadra del nuovo tecnico Amorim che punta a tornare in Champions League, dopo aver fallito la qualificazione negli ultimi due anni. Il Milan ha conquistato due vittorie nelle ultime due partite di campionato contro il Torino, tante quante nelle precedenti sette sfide, con tre vittorie granata e due pareggi. Ecco orario, probabili formazioni e dove vedere la partita in tv e streaming.
Ecco le probabili formazioni di Torino-Milan, in campo alle 20.45:
TORINO (3-4-2-1): Mascardi; Comuzzo, Coco, Comert; Pedersen, Fitz-Jim, Gineitis, Cacciamani; Njie, Vlasic; Simeone. All. Abate.
MILAN (3-4-2-1): Maignan; Gila, De Winter, Pavlovic; Chukwueze, Modric, Musah, Estupinan; Cissè, Loftus-Cheek; Goncalo Ramos. All. Amorim.
Torino-Milan, domenica 23 agosto, sarà trasmessa in diretta su Dazn. Gli abbonati potranno seguire l’incontro attraverso l’app della piattaforma su smart TV e dispositivi compatibili oppure in streaming tramite computer, smartphone e tablet. La partita sarà visibile anche su Sky per gli abbonati al pacchetto che comprende la Serie A. La diretta sarà disponibile pure in streaming su NOW.

(Adnkronos) - Dopo la cronometro inaugurale si corre la seconda tappa del Vuelta di Spagna. Oggi, domenica 23 agosto si disputa la seconda frazione con partenza dal Principato di Monaco e arrivo a Manosque dopo 214,3 chilometri, la tappa più lunga della corsa iberica. Un percorso accidentato e con un paio di salite impegnative ma lontane dal traguardo.
La seconda tappa propone un dislivello superiore ai 3000 metri. Sono due le salite in programma: l’Alto Châteauneuf-Grasse, 12,7 chilometri al 3%, seguito dal Col de Saint-Andrieu, 4,3 chilometri al 5,2%. Nel finale ci sono altri brevi tratti in salita, compreso uno di 2,8 chilometri al 6,2% a una cinquantina di chilometri dall’arrivo.
La diretta integrale della Vuelta di Spagna è su Eurosport 1 e in streaming su discovery+ e HBO Max, oltre che sui pacchetti che includono i canali Eurosport (Dazn, Timvision e Prime Video Channels). La tappa partirà a mezzogiorno per arrivare intorno alle 17.30.

(Adnkronos) - I funghi champignon, conosciuti anche come prataioli bianchi, sono tra i funghi commestibili più coltivati al mondo, "il cui consumo è da tempo collegato a diversi effetti benefici sulla salute. Forti evidenze sono state riscontrate nella prevenzione dei tumori, in particolare alla prostata, ma finora i ricercatori non avevano completamente compreso quale fosse il loro preciso meccanismo anti-cancro. Un gruppo di ricercatori ha esaminato i dati preclinici e i primi risultati di una sperimentazione clinica di fase 2, attualmente in corso, in cui si sta valutando l’efficacia di un integratore a base di funghi prataioli bianchi nel trattamento dell’adenocarcinoma prostatico". Lo sottolinea con un post su Instagram l'infettivologo e divulgatore scientifico Matteo Bassetti.
"I funghi champignon Agaricus contengono alcuni composti bioattivi in grado di ritardare e prevenire la progressione del tumore alla prostata: queste sostanze sono in grado di regolare la risposta immunitaria nei confronti delle cellule cancerose, ovvero esercitano un effetto immunomodulatore che sfrutta le risposte del sistema immunitario per contrastare la crescita dei tumori stessi", prosegue Bassetti.
Secondo gli studiosi, che non hanno ancora condotto un’analisi volta a identificare quali specifici composti naturali esercitino questa azione, "ad avere un ruolo significativo nell’attività immunomodulatoria potrebbe essere il ß-glucano, un polisaccaride presente nella parete cellulare dei funghi. Al momento non esistono prodotti adeguati, quindi evitate di comprare prodotti a base di funghi o estratti online, perché non sono approvati dalle agenzie che si occupano di regolamentazione dei prodotti alimentari e farmaceutici. Speriamo - conclude il medico - di avere presto nuovi dati e di poter disporre di integratori adeguati".

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(Adnkronos) - "Le voci di mercato su Yildiz? Io la vivo tranquillamente, il calciatore è Yildiz. Dal mio punto di vista è facile, possono offrire quello che vogliono ma io lo voglio mettere in campo. E lui è il ragazzo perfetto per far questi discorsi da persona matura, sa benissimo che non deve affrettare niente". Il tecnico della Juventus Luciano Spalletti, alla vigilia della prima giornata di campionato contro il Frosinone, ha parlato così delle voci di mercato sul futuro della stella bianconera Kenan Yildiz, accostato all'Arsenal negli ultimi giorni.
Spalletti ha aggiunto: "Il suo futuro è importante già nella Juventus. Yildiz non è importante perché c'è un club che può spendere 100 milioni per lui. Lui è già nel club che offre 100 milioni per lui. Siamo tutti tranquilli e vogliosi di far vedere le potenzialità di un fenomeno del calcio. Anche i tifosi hanno lo stesso pensiero".
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