
(Adnkronos) - “Basta, non ce la facciamo piu’ ad inseguire burocrati che nei palazzi di Bruxelles, senza conoscere lanciano idee che noi siamo costretti a scoraggiare e come e’ avvenuto per l’Irlanda a cancellare”. Lo ha detto il ministro dell'Agricoltura Francesco Lollobrigida a Verona, in apertura della 58esima edizione di Vinitaly. “Non esiste criminalizzare le nostre produzioni di qualità difenderemo i nostri prodotti, non perche’ non vogliamo etichette, anzi le vogliamo piu’ informative possibili, noi non vogliamo etichette allarmistiche che condizionano le persone che acquistano e consumano”.

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(Adnkronos) - Un giovane di 21 anni, Antonio Basile, è morto questa mattina in un incidente stradale avvenuto nei pressi di Arnesano, in provincia di Lecce. Si tratta del figlio di Dino Basile, consigliere regionale pugliese del gruppo di Fratelli d'Italia. Era a bordo di una Mercedes. La vettura è andata fuori strada e ha sfondato il muretto di una villetta. Sul posto sono intervenuti i carabinieri. Il giovane viaggiava da solo sulla strada provinciale Lecce-Arnesano.
Il presidente della Regione Puglia, Antonio Decaro, insieme alla giunta, esprime "il più profondo cordoglio" al consigliere regionale Dino Basile per la tragica scomparsa del figlio. “In questo momento di immenso dolore, che nessuna famiglia dovrebbe mai conoscere, l’intera istituzione regionale si stringe con un abbraccio sincero e commosso a Dino e ai suoi cari, offrendo loro tutto il sostegno e la vicinanza possibili”, scrive Decaro. Questa notte il figlio 21enne del consigliere regionale di Fratelli d'Italia è morto in un incidente stradale avvenuto tra Lecce e Arnesano.
“Siamo sconvolti. Una tragedia immane che lascia senza parole. A 21 anni la vita dovrebbe essere tutta davanti, non spezzarsi così. All’amico e collega Dino e a tutta la famiglia Basile un abbraccio sincero e discreto, nel rispetto di un dolore che nessuna parola può colmare", afferma il capogruppo Paolo Pagliaro a nome del gruppo regionale pugliese di Fratelli d'Italia.

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(Adnkronos) - E’ stato arrestato nella tarda serata di ieri il presunto autore dell’omicidio di un 30enne avvenuto nella notte a Induno Olona, a seguito di una violenta rissa scoppiata in strada tra cinque persone, rispettivamente membri di due nuclei familiari. Al termine degli accertamenti condotti dai Carabinieri del Nucleo Investigativo provinciale e dei colleghi della Compagnia di Varese, sotto il diretto coordinamento del Pubblico Ministero della Procura di Varese, si è arrivati ad acquisire concreti e concordanti elementi di responsabilità a carico di un italiano 50enne residente sul territorio. Sarebbe stato lui, secondo gli investigatori, ad aver inferto la coltellata fatale al fianco del 30enne morto durante la rissa. Il 50enne, anche lui ferito, è stato sottoposto a fermo di indiziato di delitto emesso dal Pubblico Ministero incaricato delle indagini, dopo una meticolosa ricostruzione dell’accaduto.
Alla base della violenta rissa vi sarebbe una questione economica, legata ad un debito di poche centinaia di euro. La faccenda aveva portato già nei giorni precedenti a reiterate accese discussioni tra due giovani delle famiglie coinvolte, degenerate nella notte, quando le parti si sono ritrovate faccia a faccia in via Porro di Induno per risolvere la questione. Durante l’incontro gli animi si sono però scaldati, lasciando spazio ad uno scontro fisico nel quale è morto il 30enne. Nel corso del sopralluogo e dei successivi accertamenti sono stati trovati due coltelli, una mazza ferrata e altri oggetti atti ad offendere, alcuni dei quali con evidenti tracce ematiche, che sono stati sequestrati. Nello stesso contesto operativo tutti gli identificati sono stati denunciati a vario titolo per rissa e porto abusivo di armi o oggetti atti a offendere.

(Adnkronos) - Tragico incidente all’alba di oggi, domenica 12 aprile, sulla via Emilia Ovest a Modena: un violento scontro frontale tra un autocarro e un’auto ha provocato tre morti e un ferito grave. L’incidente è avvenuto alle 5.46 di questa mattina e ha richiesto un intervento urgente dei soccorsi, mentre la strada è stata completamente chiusa al traffico.
L'impatto, all'altezza del civico 1700, ha coinvolto un autocarro adibito al trasporto latte e una macchina. Nello scontro frontale, entrambi i veicoli sono usciti di strada terminando la loro corsa in una scarpata. Le squadre di soccorso dei Vigili del Fuoco, intervenute in pochi minuti sul posto, hanno operato con attrezzature idrauliche per estrarre i quattro occupanti intrappolati tra le lamiere della vettura. Nonostante la tempestività dei soccorsi per tre di questi il personale medico non ha potuto far altro che constatare il decesso. Il quarto passeggero, estratto vivo ma in gravi condizioni, è stato affidato ai sanitari del 118 per il trasporto d'urgenza in ospedale. Sul posto anche la Polizia Locale per i rilievi e per la gestione della viabilità. Al momento, la strada risulta completamente chiusa al traffico in entrambi i sensi di marcia per consentire le operazioni di messa in sicurezza dei mezzi e della strada.

(Adnkronos) - E' degenerata in un acceso fuoriprogramma la presentazione del programma elettorale di Mario Adinolfi, candidato sindaco di Prato per il Popolo della Famiglia, tenutasi sabato 11 aprile. La conferenza stampa si era appena conclusa quando, sul marciapiede, Adinolfi ha incrociato Filippo Roma, inviato del programma televisivo 'Le Iene' di Italia 1.
Tra i due sarebbe nata una discussione che è rapidamente degenerata: secondo quanto documentato anche da riprese amatoriali, il candidato sindaco avrebbe afferrato l’inviato per i capelli, chiedendogli ripetutamente: “Era una figurante o no?”. La scena è proseguita per diversi secondi alla presenza di telecamere e smartphone, prima che Adinolfi lasciasse la presa. Il riferimento del candidato sarebbe legato a precedenti servizi televisivi del programma.
L’episodio ha interrotto bruscamente il clima della presentazione, che si era svolta poco prima all’interno di un hotel e durante la quale Adinolfi aveva illustrato le linee programmatiche e la lista del Popolo della Famiglia.
Nel corso dell’incontro, il candidato ha presentato la capolista Maria Verita Boddi, 62 anni, descritta come malata oncologica in cura chemioterapica. Adinolfi ha collegato la sua candidatura a una critica alle politiche regionali su fine vita e assistenza sanitaria, attaccando il Partito Democratico e definendo la propria proposta politica come alternativa “valoriale” e centrata sulla famiglia. Tra le proposte illustrate figurano un sostegno economico alla maternità, contributi per le giovani coppie e interventi su sicurezza e politiche sociali, oltre a progetti di riqualificazione urbana e culturale per la città. Il candidato ha inoltre invitato i sostenitori del Popolo della Famiglia a mobilitarsi in vista delle prossime elezioni comunali, rivolgendo un appello anche all’elettorato cattolico. La giornata elettorale pratese è quindi stata segnata da un finale ad alta tensione, che ha rapidamente fatto il giro dei social.

(Adnkronos) - "Mentre il mondo globale scivola verso la più inquietante, spaventosa, quasi agghiacciante imprevedibilità, la nostra politica di casa si rifugia nella celebrazione della sua più stanca e ovvia prevedibilità. Tutto sembra svolgersi nel rispetto del copione, come se ogni confronto servisse solo a ribadire il già detto senza che mai un guizzo, una sorpresa, una qualche forma di originalità possa far pensare che dietro le parole ci sia stata una riflessione capace di scompaginare le finte certezze del giorno prima e di quello prima ancora.
Certo fa paura l’altalena altrui. E quel fiume in piena di esternazioni e manovre trumpiane che seguono il filo (il)logico della sua abominevole follia comprensibilmente induce le persone con un po’ di sale in zucca a cercare di presidiare quel che resta delle proprie certezze. E dunque si può capire che non appena si accendono i riflettori i vari Meloni, Schlein, Conte e chi più ne ha più ne metta siano portati a evitare di salire anche loro sull’ottovolante dei colpi di fantasia. Non si invoca il situazionismo, certo no. E però si vorrebbero ascoltare discorsi meno scontati di quelli pronunciati nei due confronti parlamentari dei giorni scorsi. Giusto quel tanto che basta a dar l’idea che chi ha redatto quei testi ci ha pensato almeno un po’ e magari non si è affidato ciecamente alla luce dell’intelligenza artificiale.
E invece, senza voler mancare di rispetto né ai relatori né ai loro eventuali e diligenti amanuensi, sembrava che tutto dovesse scorrere lungo binari prestabiliti. Ognuno pronto a issare le proprie bandiere secondo i codici dell’ovvio. Una premier che non spende una parola per guardare in faccia una sconfitta clamorosa e imprevista. E uno stuolo di oppositori che sembrano ancora affacciati sui palchi di qualche giorno prima. Come a dire che la crisi globale che sconvolge il mondo di oggi può solo trovare le sue soluzioni nelle parole d’ordine appena pronunciate -e testardamente ripetute, una in fila all’altra. Quasi che l’inventiva apparisse a questo punto troppo rischiosa per essere sperimentata.
Temo che sarà questo il copione della campagna elettorale. Peccato che essa sia prevista per l’anno prossimo, e che nel frattempo noi si corra il rischio di cantare la stessa canzone, con reciproca monotonia, per un anno e più. Il punto è che una politica ridotta alla infinita ripetizione di se stessa svela nel frattempo tutta la profondità della sua crisi. E non riesce mai a tener dietro al vorticoso agitarsi del mondo appena al di là dei nostri confini.
Questo modo di interpretare se stessi sta diventando ormai una deriva. Comincia dalle dichiarazioni rilasciate ogni sera ai telegiornali, laddove ogni leader e leaderino si esprime con lo stesso gergo, immancabilmente rivolto a promettere e a invocare risorse rivolte “alle imprese e alle famiglie” (formula di rito, ormai). E prosegue a questo punto anche nella solennità delle aule parlamentari, laddove non si sente più il vibrare di una sorpresa, di uno scarto, di una parola inattesa. E’ una vera e propria deriva. Che costringe i protagonisti a radicalizzare sempre più le proprie posizioni, poiché solo la demonizzazione dell’avversario e il trionfalismo di se stessi produce il carburante che serve alla propria campagna. Cristallizzando così il discorso pubblico nelle forme più canoniche e sempre meno convincenti.
Non c’è mai un ripensamento critico di se stessi, un annuncio di copioni meno prevedibili, un piccolo segno che si voglia tentare -almeno tentare- di uscire dai propri schemi, di oltrepassare le proprie trincee. Vorrebbe essere un tentativo di infondere sicurezza ai propri cari sulla forza delle leadership in campo. E invece temo sia solo la conferma che nessuno sente di potersi avventurare oltre le frontiere dell’ovvio. Laddove la politica, celebrando le sue ragioni di parte (solo quelle, o quasi) , si arrende a una realtà globale che sempre più tende a cancellarne ogni traccia di originalità e di coraggio". (di Marco Follini)

(Adnkronos) - La tregua di Pasqua in Ucraina è durata poche ore prima di trasformarsi in un nuovo fronte di accuse incrociate. Secondo Kiev e Mosca, il cessate il fuoco sarebbe stato violato migliaia di volte lungo tutta la linea del fronte di oltre 1.200 km, riaccendendo la tensione nel conflitto.
In particolare l'esercito ucraino ha accusato le forze russe di aver violato 2.299 volte la tregua. Alle 7 del mattino "erano state registrate 2.299 violazioni del cessate il fuoco, ovvero: 28 attacchi nemici, 479 bombardamenti di artiglieria, 747 attacchi con droni d'attacco ('Lancet', 'Molniya') e 1.045 attacchi con droni FPV", ha dichiarato lo Stato Maggiore ucraino in un rapporto pubblicato su Facebook. "Non ci sono stati attacchi missilistici, attacchi con bombe guidate o attacchi con droni tipo Shahed", ha aggiunto.
Da parte sua, l'esercito russo ha accusato le forze ucraine di aver violato 1.971 volte il cessate il fuoco. "Sono state registrate complessivamente 1.971 violazioni del cessate il fuoco da parte di unità delle forze armate ucraine" tra le 16 dell'11 aprile e le 8 del 12 aprile, ha dichiarato il Ministero della Difesa russo, secondo quanto riportato dall'agenzia di stampa TASS.

(Adnkronos) - Un uomo di 47 anni è morto nella notte tra sabato 11 e domenica 12 aprile a Massa, in seguito a un’aggressione avvenuta intorno all’una in piazza Felice Palma, nel centro cittadino e a breve distanza dal Municipio.
Secondo una prima ricostruzione, la vittima sarebbe stata accerchiata da quattro o cinque persone non ancora identificate. Nel corso dell’aggressione l’uomo sarebbe caduto a terra, battendo violentemente la testa. L’impatto avrebbe provocato un arresto cardiaco. Con lui, al momento dei fatti, ci sarebbe stato anche il figlio di 11 anni. Sul posto sono intervenuti i sanitari del 118, che hanno effettuato a lungo le manovre di rianimazione senza esito. L’uomo è deceduto sul luogo dell’aggressione. Presenti anche i carabinieri, che hanno avviato le indagini per chiarire la dinamica e risalire ai responsabili.
L’episodio si inserisce in un contesto di recenti tensioni nel centro cittadino. Circa dieci giorni fa, sempre nelle ore notturne, si era verificata una violenta lite tra gruppi di giovani nella zona tra via Giardini, via Guidoni e via del Tribunale, con lancio di bottiglie e alcuni feriti.

(Adnkronos) - Dopo giorni di alta pressione e un anticipo d’estate su gran parte d’Italia, il tempo cambia improvvisamente. Da oggi, domenica 12 aprile, una profonda area di bassa pressione riapre la strada all’instabilità atmosferica, segnando la fine della fase stabile e l’arrivo di un nuovo peggioramento diffuso.
Federico Brescia, meteorologo de iLMeteo.it, conferma che la genesi di questo peggioramento è dovuta a un vortice in approfondimento tra il Nord Africa e il Mediterraneo occidentale. Questa configurazione attiverà un potente richiamo di correnti di Scirocco, che nella giornata di oggi faranno lievitare ulteriormente le temperature. Si tratterà di un caldo intenso per il periodo ma temporaneo prima del calo, con picchi che tra Toscana e Lazio potrebbero raggiungere i 27-29°C, rendendo la giornata quasi estiva prima dell'arrivo delle piogge.
Con l'inizio della nuova settimana, tra lunedì e martedì, l’instabilità si estenderà al resto del Nord, alla Toscana e localmente al nord del Lazio, coinvolgendo anche la Sardegna e le Marche. Al Sud la situazione sarà decisamente migliore, anche se non mancheranno brevi episodi instabili proprio in apertura di settimana, in un contesto comunque più asciutto rispetto al Settentrione.
Attenzione perchè essendo ormai in pieno contesto primaverile e il calore a disposizione è decisamente più elevato, non sono esclusi episodi temporaleschi e grandinigeni, specie per quanto riguarda la aree interne e i rilievi nelle ore pomeridiane.
Una delle caratteristiche salienti di questo richiamo sciroccale sarà il ritorno del pulviscolo sahariano. Le correnti provenienti direttamente dal deserto trasporteranno ingenti quantità di polvere fin verso le nostre latitudini, rendendo i cieli opachi e dal caratteristico colore giallognolo. Attenzione soprattutto in caso di precipitazioni: il rischio di "piogge sporche" è molto alto, con il pulviscolo che si depositerà al suolo e sulle superfici durante i rovesci.
La ventilazione sarà l'altra grande protagonista dei prossimi giorni. I venti ruoteranno attorno al minimo barico con intensità notevole, soffiando in particolare di Scirocco lungo lo Ionio e l'Adriatico tra domenica e lunedì. Le raffiche potrebbero creare disagi alla navigazione e causare un sensibile aumento del moto ondoso, con mari che risulteranno molto mossi o localmente agitati su tutti i bacini esposti al flusso meridionale.
NEL DETTAGLIO
Domenica 12. Al Nord: peggiora al Nordovest con piogge nel corso del pomeriggio/sera. Al Centro: sole e caldo. Al Sud: poco nuvoloso.
Lunedì 13. Al Nord: piogge diffuse. Al Centro: molte nubi con pioggia su molti settori. Al Sud: variabile ma piuttosto asciutto.
Martedì 14. Al Nord: instabilità sparsa, specie al Nord-Est. Al Centro: piogge in Toscana al mattino, dal pomeriggio temporali sui rilievi. Al Sud: fenomeni tra Campania e Puglia, instabile dal pomeriggio in Sicilia.
Tendenza: migliora al Nord, instabilità ancora prevalente al Centro-Sud.

(Adnkronos) - Gout Gout stupisce ancora. Il 18enne australiano vola nei 200 metri e con il tempo di 19”67 (1,7 metri di vento a favore) stabilisce il nuovo record mondiale Under 20. Gout Gout dà spettacolo ai campionati nazionali, fissando ovviamente il nuovo primato della competizione e anche il nuovo record nazionale. Per dare l’idea della prestazione, Usain Bolt alla stessa età di Gout Gout correva in 19”94.
"Mi sento molto più leggero sapendo di aver corso con limiti di vento regolare e di avere la velocità e il fisico per ottenere tempi del genere", ha dichiarato Gout ai giornalisti dopo la gara. "Quindi mi sento davvero bene e pronto per altro. Ci ho pensato per tutto l'anno, negli ultimi due mesi, sono davvero contento di esserci riuscito. Per tutta la settimana continuavo a ripetermi: 'Correrò in 19.75', e ovviamente con 19.67 … non si può che essere contenti”.

(Adnkronos) - Il Napoli torna in campo in Serie A. Oggi, domenica 12 aprile, gli azzurri sono impegnati in trasferta al Tardini contro il Parma. La squadra di Antonio Conte arriva dal grande successo nel big match di campionato contro il Milan, mentre gli emiliani hanno pareggiato contro la Lazio nell'ultimo turno. Ecco orario, probabili formazioni e dove vedere la partita in tv e streaming.
Ecco le probabili formazioni di Parma-Napoli, in campo oggi alle 18:
Parma (3-5-2) Suzuki; Delprato, Circati, Valenti; Britschgi, Bernabé, Keita, Sorensen, Valeri; Strefezza, Ondrejka. All. Cuesta.
Napoli (3-4-2-1) Milinkovic-Savic; Juan Jesus, Buongiorno, Olivera; Politano, Lobotka, Anguissa, Spinazzola; McTominay, De Bruyne; Hojlund. All. Conte.
Parma-Napoli sarà disponibile su Dazn, ma anche su Sky per gli abbonati con Zona Dazn (canale 214). Partita visibile in streaming sull'app di Dazn.

(Adnkronos) - L'Inter torna in campo in Serie A. Oggi, domenica 12 aprile, i nerazzurri affrontano il Como nel posticipo della 32esima giornata di campionato. La squadra di Chivu arriva dal successo nell'ultimo turno contro la Roma, mentre gli uomini di Fabregas sono reduci dal pareggio contro l'Udinese. Ecco orario, probabili formazioni, dove vederla in tv e streaming.
Ecco le probabili formazioni di Como-Inter, in campo stasera alle 20:45:
Como (4-2-3-1) Butez; Smolcic, Ramon, Kempf, Valle; Da Cunha, Perrone; Diao, Nico Paz, Baturina; Douvikas. All. Fabregas
Inter (3-5-2) Sommer; Akanji, Acerbi, Bastoni; Dumfries, Barella, Calhanoglu, Zielinski, Dimarco; Esposito, Thuram. All. Chivu
Como-Inter sarà disponibile su Dazn, ma anche su Sky per gli abbonati con Zona Dazn (canale 214). Partita visibile in streaming sull'app di Dazn.

(Adnkronos) - Nuovo appuntamento oggi 12 aprile con 'Domenica In', il programma condotto da Mara Venier affiancata da Tommaso Cerno, Teo Mammucari ed Enzo Miccio, dalle 14.00 su Rai 1 in diretta dagli Studi Fabrizio Frizzi di Roma.
Tra cinema, spettacolo, musica e attualità, saranno tanti gli ospiti in studio: Riccardo Scamarcio interverrà per presentare il film “Alla festa della rivoluzione”, al cinema dal prossimo 16 aprile per la regia di Arnaldo Catinari. Ambra Orfei, figlia di Nando e nipote della storica Moira, si racconterà tra carriera e vita privata. E poi Maurizio Ferrini, noto anche per il suo amatissimo personaggio “La Signora Coriandoli”, presenterà il suo nuovo romanzo “A carnevale ogni omicidio vale”.
Malika Ayane si esibirà con “Animali notturni”, il brano presentato all’ultimo Festival di Sanremo. E ancora, Pierluigi Diaco, al timone del programma “BellaMa’”, su Rai 2, sarà protagonista di un’intervista sulle tappe più significative della sua carriera di opinionista e conduttore televisivo.
Per lo spazio attualità, Mara Venier e Tommaso Cerno affronteranno il tema della dipendenza dai cellulari per i minori insieme a Serena Bortone, Salvo Sottile e al professor Vittorio Occorsio.
Enzo Miccio racconterà quindi la storia d’amore tra Nino Manfredi e la moglie Erminia, mentre Teo Mammucari condurrà il gioco telefonico “La cassaforte di Domenica In”. La puntata si concluderà con un collegamento da Piazza del Popolo, a Roma, in occasione del 174° anniversario della Polizia di Stato.

(Adnkronos) - Una donna allenatore in Bundesliga. L’Union Berlino affida la guida della prima squadra a Marie Louise Eta, che diventa la prima donna ad allenare una squadra del massimo campionato tedesco. Il club della capitale ha annunciato l’esonero del tecnico Steffen Baumgart dopo la 29esima giornata. L’Union Berlino, con 32 punti, è ancora relativamente lontana dalla zona retrocessione. Toccherà a Eta, che sinora ha allenato l’Under 19 e guiderà la squadra femminile nella prossima annata, condurre in porto la stagione.
“Considerato il distacco in classifica nella parte bassa, la nostra permanenza in Bundesliga non è ancora assicurata”, ha dichiarato Eta in vista delle ultime partite della stagione. “Sono felice che il club mi abbia affidato questo incarico impegnativo. Uno dei punti di forza dell'Union è sempre stata, e rimane, la capacità di fare fronte comune in situazioni come questa. E, naturalmente, sono convinta che conquisteremo i punti cruciali con la squadra”.

(Adnkronos) - Francesca Fialdini torna oggi, domenica 12 aprile, con un nuovo appuntamento di 'Da noi... a ruota libera', in onda alle 17.20 su Rai1. Tra gli ospiti di oggi, Barbara Bouchet - interprete del cinema nazionale e internazionale - che, dal 9 aprile, è tornata protagonista sul grande schermo con il film 'Finale: allegro'.
A seguire Leo Gassmann, tra i protagonisti dell’ultimo Festival di Sanremo e ora nel sabato sera di Rai1 con 'Canzonissima', che ha da poco pubblicato il singolo 'Oltre', incluso nell’album 'Vita Vera Paradiso', uscito il 10 aprile.
Poi Francesco Arca e Miriam Dalmazio, tra gli interpreti della nuova serie di Rai 1, 'La Buona Stella', in onda dal 13 aprile in prima serata. Infine Max Laudadio, una carriera tra tv, radio e teatro, che ha recentemente pubblicato il libro “Il Cantico delle formiche dove, ispirato dai versi de 'Il Cantico delle creature', racconta del suo cambio vita alla ricerca della felicità autentica, trovata nelle piccole cose.

(Adnkronos) - Settant’anni e un ruolo che ancora oggi lo definisce: Vincent Mancini, il nipote illegittimo di Don Vito Corleone, l’erede designato da Michael nel capitolo finale della saga. Con 'Il padrino - Parte III', Andy García entra nella storia del cinema: sguardo di fuoco, eleganza carismatica, una presenza scenica che gli vale la candidatura all’Oscar e lo consacra come uno degli interpreti più magnetici della sua generazione.
Ma la sua storia comincia molto prima, all’Avana, dove nasce il 12 aprile 1956. Nel 1961 la famiglia fugge da Cuba dopo l’avvento di Fidel Castro e si stabilisce a Miami. Andy è un bambino che parla poco inglese e molto spagnolo, spesso preso di mira dai coetanei. Le cose cambiano quando il padre riesce a costruire una florida attività di importazione di profumi e il giovane García diventa una promessa del basket, popolare e ammirato. Finché una grave epatite e una mononucleosi non lo costringono ad abbandonare ogni ambizione sportiva. È allora che scopre il teatro, quasi per caso, e capisce che quella sarà la sua strada.
Si iscrive alla Florida International University, recita nelle compagnie locali, poi fa ciò che fanno i determinati: parte per Los Angeles, fine anni Settanta, senza soldi e con un sogno. Lavora come cameriere, facchino, tuttofare. Nel 1981 arriva la prima parte, nel pilot di 'Hill Street Blues'. È l’inizio, ma il salto vero arriva nel 1986, quando Hal Ashby lo sceglie per '8 milioni di modi per morire'. Brian De Palma lo vede, resta colpito, e lo vuole per 'Gli Intoccabili' (1987). García punta però più in alto: non vuole fare lo scagnozzo di Al Capone, vuole essere George Stone, il poliziotto italoamericano che entra nella squadra di Eliot Ness. E ottiene il ruolo.
Da lì, una galleria di personaggi memorabili: il detective di 'Affari sporchi' accanto a Richard Gere, il poliziotto di 'Black Rain' diretto da Ridley Scott, il marito vulnerabile di Meg Ryan in 'Amarsi'. E poi Terry Benedict, l’antagonista elegante e implacabile della trilogia di'Ocean’s Eleven', che gli restituisce la dimensione del grande cinema popolare.
Accanto ai ruoli da attore, c’è il García regista e produttore, profondamente legato alle sue radici cubane. Nel 1993 firma il documentario 'Cachao… Como Su Ritmo No Hay Dos', omaggio a un musicista connazionale. Nel 2005 dirige 'The Lost City', film ambientato nella Cuba pre e post rivoluzione, attraversato da nostalgia, musica e disillusione: un’opera personale, quasi un atto d’amore verso la sua terra, che gli vale l’Imagen Foundation Award per miglior regia e miglior film.
Lontano dai riflettori, García è l’opposto della star hollywoodiana: vita privata blindata, matrimonio solido con Maria Vittoria 'Marivi' Lorido dal 1982, quattro figli, una quotidianità divisa tra la San Fernando Valley e la Florida. Nessuna mondanità, nessun eccesso, nessuna esposizione superflua.
Politicamente conservatore, critico feroce del regime castrista, non ha mai nascosto la sua avversione per il comunismo cubano. Dopo la morte di Fidel Castro dichiarò: "Voglio esprimere il dispiacere che provo per tutti i cubani che hanno sofferto le atrocità e le repressioni causate da Fidel Castro e dal suo regime totalitario".
A 70 anni, Andy García resta un attore di altri tempi: rigoroso, intenso, capace di trasformare ogni ruolo in un frammento di identità. Da Vincent Mancini a Terry Benedict, passando per poliziotti tormentati e uomini in bilico tra luce e ombra, ha costruito una carriera fatta di scelte coerenti e interpretazioni che resistono al tempo. Un gentiluomo del cinema, con lo sguardo di chi non ha mai dimenticato da dove viene.

(Adnkronos) - Verissimo torna oggi, domenica 12 aprile, con il secondo appuntamento del weekend. Tra gli ospiti di oggi Claudio Amendola, in attesa del grande ritorno de 'I Cesaroni'.
Silvia Toffanin accoglierà, con la sua lunga carriera, Cristiano Malgioglio, tra i super giudici del serale di Amici.
E ancora, a Verissimo il periodo delicato che sta vivendo Raffaella Fico e la storia di Ibiza Altea, concorrente uscita da Grande Fratello Vip.
Infine, in studio Manuela Bianchi, nuora di Pierina Paganelli, pronta a raccontare la sua verità sul caso della 78enne uccisa il 3 ottobre 2023. Una vicenda dai contorni complessi che la vede coinvolta anche per essere stata l’amante di Louis Dassilva, attualmente unico indagato per la morte della donna.

(Adnkronos) - Vent'anni fa un giovane avvocato aderì alla protesta anti-corruzione guidata dall'allora leader dell'opposizione, Viktor Orban, creando un gruppo di assistenza legale chiamato "non abbiate paura". Ed ora Peter Magyar sta usando lo stesso slogan, 'non abbiate paura', per lanciare, da ex insider, la sfida elettorale più temibile che il premier nazionalista ungherese si trova ad affrontare da quando ha assunto il potere nel 2010.
"E' una grande storia, il principe giovane, Davide contro Golia, ognuno si può identificare con lui", dice al Financial Times del 45enne leader di Tisza, Balint Ruff, stratega e direttore di uno show politico in Ungheria. In realtà, Magyar è un Davide particolare, cresciuto in una famiglia dell'establishment intellettuale cristiano democratico post comunista, dove sin da piccolo sentiva di discussioni di politica a cena, tra il padre avvocato e la madre alto funzionario della Corte Suprema, il nonno, Pal Eross, commentatore politico e tra i parenti Ferenc Madl, che è stato presidente tra il 2000 e il 2005.
Entrato nella Fidesz di Orban nel 2003, Magyar ha sposato nel 2006 la collega di partito Judit Varga e poi si sono trasferiti per diversi anni a Bruxelles, lui con un incarico diplomatico e lei come assistente di un europarlamentare. La coppia, che intanto aveva avuto tre figli, torna in Ungheria nel 2018, e l'anno seguente Varga viene nominata ministro della Giustizia. Secondo Miklos Sukosd, politologo dell'università di Copenhagen intervistato da Politico, l'ascesa politica della moglie è fonte di frustrazione per Magyar a cui sarebbero negati incarichi importanti proprio perché "troppo ambizioso e indipendente".
L'ascesa di Varga conosce però una brusca battura d'arresto: durante la campagna elettorale per le Europee del 2024 viene investita dallo scandalo, che travolge anche l'allora presidente Katalin Novak, per la grazia concessa, quando era ministro della Giustizia, ad un ex funzionario coinvolto in una vicenda di pedofilia. Novak è costretta a dimettersi e Varga a rinunciare alla candidatura, e Magyar, che intanto aveva divorziato dalla moglie, coglie l'occasione di cavalcare il movimento di protesta provocato dallo scandalo: lascia Fidesz e accusa Orban di "nascondersi dietro le gonne delle donne", offrendo Novak e la sua ex moglie come capri espiatori di un sistema più ampio di corruzione e declino morale.
"Per molto tempo ho creduto nell'ideale di un'Ungheria patriottica e sovrana, ma negli ultimi anni ho realizzato che non è altro che un prodotto politico, la perpetuazione del potere e l'accumulo di un enorme ricchezza", scrisse nel febbraio 2024, lanciando la sfida da ex insider al granitico potere di Orban. Dopo una manifestazione a marzo con 50mila persone, Magyar inizia a costruire un team di imprenditori e figure pubbliche per un movimento anti-corruzione. E non esita a pubblicare una registrazione audio in cui l'ex moglie parla di un tentativo di insabbiamento di accuse di corruzione di alcuni alti funzionari vicini ad Orban, in particolare il suo capo di gabinetto, Antal Rogan.
Per partecipare alle elezioni europee di giugno, il gruppo si appoggia a un partito poco conosciuto, appunto Tisza, che con un campagna elettorale di pochi mesi, puntata tutta sulla presenza digitale e reti di contatti locali gestite da migliaia di volontari, ottiene il 29,6%, con Fidesz che scende al 44,8%, il risultato più basso mai ottenuto. Tisza così ha 7 eurodeputati che entrano nel gruppo del Ppe, il Partito popolare europeo che Fidesz ha lasciato nel 2021 dopo che da anni i rapporti si erano fatti sempre più tesi a causa dei principi dichiaratamente illiberali di Orban.
A differenza di altri leader dell'opposizione che in questi anni hanno cercato di sfidare Orban, Magyar ha dalla sua il fatto che viene visto come "un insider che aveva un posto in prima fila nel sistema di Orban, che comprende il sistema ed è capace di batterlo", spiega a Politico Katalin Cseh, deputata ungherese indipendente.
Per aggirare lo stretto controllo di Orban sui media ungheresi, Magyar inizia a percorrere il Paese, letteralmente: nel maggio del 2024 cammina 250 chilometri da Budapest alla regione di Oradea, nel nord ovest della Romania, per cercare il sostegno delle minoranze ungheresi, tradizionale bacino di Fidesz, nei Paesi confinanti. E anche negli ultimi giorni di campagna elettorale prima del voto di domenica, ha continuato a fare tappa in almeno sei località al giorno.
Fondamentale, ovviamente, l'uso dei social media, in particolare Facebook, per raggiungere gli elettori, tanto che il governo ungherese accusa Meta di favorire Magyar, dal momento che il suo "algoritmo fondamentale sta lavorando contro i partiti governativi", ha dichiarato a Politico il portavoce di Orban Zoltan Kovacs. "Magyar ha qualcosa che è molto raro oggi in politica, parla il linguaggio dell'algoritmo, ma costruisce anche una fiducia personale", sintetizza il capo degli affari europei di Tisza Marton Haijdu.
Non manca, comunque, chi descrive Magyar come una figura polarizzante, che in pochi mesi ha imposto all'interno di Tisza, una cultura "tossica", che ricorda quella di Fidesz: "la cultura interna al partito è simile, basata sulla fedeltà e non sui risultati", racconta Deszo Farkas, imprenditore che è stato tra i primi nel 2024 a rispondere all'appello per la creazione della nuova formazione politica che poi ha lasciato dopo le Europee.
Lo stesso Magyar ammette di avere un carattere difficile e descrive il partito come "un one-man show": lui è l'unico che può concedere interviste, lasciando agli altri esponenti solo brevi dichiarazioni, mentre sostenitori e volontari non parlano con la stampa, come ha osservato ancora Politico. Per i sostenitori questa disciplina è necessaria per non dare alla stampa filogovernativa munizioni e mantenere il partito concentrato sull'obiettivo centrale di battere Orban.
"Non ci sono stati veri scandali che lo hanno bruciato, forse perché lui ha avvisato sempre in tempo la sua base elettorale", commenta Peter Kreko, consulente elettorale ungherese. In realtà la scorsa estate, Varga, che è rimasta fedele ad Orban ma è uscita dalla politica avviando una società con il suo nuovo partner, ha accusato l'ex marito di abusi fisici e verbali, anche di averla chiusa a chiave in una stanza. Accuse che Magyar sostiene essere una mossa della 'propaganda' di Orban.
Ma con i sondaggi che continuavano a dare Tisza in testa anche alla vigilia del voto, per molti Magyar è diventato qualcosa che esula la sua persona e il suo messaggio politico: è la prima vera chance in 16 anni di rimuovere un premier dichiarato sostenitore di una democrazia illiberale. "Noi non votiamo per Tisza, noi votiamo contro Fidesz, è questa la cosa centrale, gli ungheresi votrerebbero per una capra a questo punto se questa sfidasse Orban", sintetizza Timea Szabo, deputata verde che ha ritirato la sua candidatura per favorire il candidato del partito di Magyar.

(Adnkronos) - Da giovane leader liberale che nel 1989 invocava in piazza la rottura con Mosca a campione della democrazia illiberale e della destra globale, migliore amico di Vladimir Putin, e Donald Trump, in Europa. E' questa la parabola di Viktor Orban, coriaceo 63enne premier ungherese, che con i suoi 16 anni interrotti al potere è il più longevo leader europeo - escluso il dittatore bielorusso Alexander Lukashenko - che oggi, domenica 12 aprile, affronta, per la prima volta, le elezioni in Ungheria in una posizione di netto svantaggio nei sondaggi.
"Se noi crediamo nella nostra forza, se siamo capaci di portare alla fine la dittatura comunista, se siamo abbastanza determinati, dobbiamo riuscire a costringere il partito di governo a libere elezioni", disse l'allora 26enne Orban nel discorso, pronunciato il 16 giugno del 1989 in occasione della sepoltura solenne dei resti di Imre Nagy, premier durante la rivolta del '56 ucciso dai sovietici, un discorso che lanciò la sua carriera politica.
Orban era allora tra i co-fondatori del'Alleanza dei giovani democratici, organizzazione di studenti anti-comunisti di ispirazione liberal che si sarebbe poi trasformata in Fidesz, che aveva tra i suoi principali finanziatori George Soros, l'imprenditore americano di origine ungherese allora lungi dall'essere il nemico numero uno della destra globale, e nemico della nazione come l'ha poi definito Orban.
Basti pensare che subito dopo la laurea in giurisprudenza, il futuro vate del sovranismo chiese una borsa di studio alla Open Society Foundation di Soros, ora da lui e dall'estrema destra globale considerata crogiolo di tutti i mali della globalizzazione, per finanziare una sua ricerca ad Oxford sui movimenti di base, nella convinzione che "uno dei principali elementi della transizione democratica", scriveva il giovane Orban, potesse essere "la rinascita della società".
Nelle elezioni del 1990, Orban fu uno dei 22 membri di Fidesz eletti in Parlamento, diventando il presidente del partito su cui velocemente impose il suo controllo totale, escludendo chiunque mettesse in discussione la sua autorità o le sue decisioni. E un gruppo lasciò definitivamente il partito quando nel 1994 Orban impose una brusca sterzata dal liberalismo europeista al nazionalismo conservatore. "Quelli che rimasero in Fidesz erano i più omogenei e fedeli a lui, da allora la storia del partito e di Orban sono diventate una cosa sola", racconta la 'fuoriuscita' Zsuzsanna Szelenyi, una degli studenti della prima ora che nei giorni scorsi ha spiegato a Politico le varie fasi del percorso politico di Orban, fino alla "sorprendente" involuzione filorussa.
Dopo un primo mandato come premier tra il 1998 e il 2002, Orban ha poi condotto per otto anni un'accanita opposizione al governo di socialisti e liberisti, fino alla prima vittoria elettorale del 2010, seguita poi da quelle del 2014, 2018 e 2022. Un saldo controllo del potere, ottenuto negli anni anche con una serie di controverse riforme costituzionali, riduzioni delle leggi che garantiscono i 'check and balances', l'indebolimento delle libertà di stampa e dell'indipendenza della magistratura, che in questi anni hanno spinto l'Unione Europea ad avviare numerose procedure di infrazione contro l'Ungheria per violazioni sistemiche del diritto dell'Unione.
Per quanto riguarda il riorientamento verso la Russia, un momento chiave viene considerato l'accordo del 2014 con il quale Orban ottenne un massiccio finanziamento per espandere l'impianto nucleare Paks II. Un allineamento di interessi non solo economici, se solo sei mesi dopo Orban annunciò per la prima volta di puntare alla realizzazione di uno "Stato illiberale", basato su valori nazionali e tradizioni cristiane, esplicitamente citando come modello la Russia di Vladimir Putin. La stessa Russia che solo nel 2007 Orban accusava di essere "fondamentalmente un impero, che vuole trattare male i Paesi vicini e di cui non ci si può mai fidare", ricorda Szelenyi.
E come lo spostamento da posizioni liberali a nazionaliste era stato determinato dal desiderio di trovare uno spazio politico dove imporre più facilmente una smodata ambizione politica, così anche la sua amicizia con la Russia riflette delle ambizioni internazionali. "Orban non può allargare di nuovo l'Ungheria, ma pensa di poterla rendere di nuovo grande", spiega Peter Molnar, compagno di università del premier e anche lui uno dei deputati che lasciarono Fidesz nel 1994, notando come ad ogni scontro tra Budapest e Bruxelles le relazioni con Putin sono diventate più strette.
Non solo i vecchi sodali pensano che l'ambizione sia il vero motore delle scelte politiche di Orban. "Credo che sia affascinato dal potere di per sé, credo che questa sia la cosa che lo guida maggiormente, se vivessimo in un tempo in cui il liberalismo fosse in ascesa, sarebbe liberale", ha scritto nella biografia di Orban pubblicata nel 2021 il giornalista Pal Daniel Renyi, secondo il quale negli anni '90 il premier "ha capito che essere nazionalista, conservatore gli avrebbe dato più libertà nel governare" e l'essere tradizionalista più presa politica, senza contare che in quel momento "c'era un enorme partito socialista, un forte partito liberale mentre quello conservatore tradizionale era a pezzi".
In questi lunghi 16 anni Orban è riuscito a mantenere il potere non solo grazie alle citate controverse riforme che gli hanno permesso di avere il controllo sul Paese, ma anche facendo presa sull'elettorato attraverso l'individuazione di un costante, anche se in evoluzione, nemico, preferibilmente esterno, che costituisce una minaccia alla cultura e la sovranità ungherese, a difesa delle quali si erge Orban.
Nella galleria dei nemici si annoverano il citato Soros, le Ong che favoriscono il multiculturalismo e l'immigrazione, i migranti appunto contro i quali Orban ha costruito un muro sul confine serbo, ancora prima che il suo grande alleato ideologico Trump venisse eletto nel 2016 con la promessa di costruirne uno sul confine con il Messico, la comunità Lgbt, contro la quale nel 2021 viene approvata una legge condannata dalla Ue come anti-gay. Nel 2025 poi raddoppia con una un'altra legge per dichiarare illegali i Pride, misura che però si è poi rivelata una sorta di boomerang politico: lo scorso giugno il Budapest Pride, che il sindaco ecologista Gergely Karacsony ha autorizzato sfidando l'incriminazione, si è trasformato in una grande manifestazione anti-governativa con centinaia di migliaia di partecipanti, tra i quali decine di politici di diversi Paesi della Ue.
E l'Unione rimane il nemico costante della narrativa politica di Orban, in particolare la sua "elite liberal" che "tradisce la volontà del popolo" e detta legge all'Ungheria. Ma in questa campagna il nemico numero uno designato è stata l'Ucraina e la sua pretesa di entrare nella Ue, con Orban che ha descritto Kiev non come la vittima dell'aggressione russa, ma una fonte di pericolo per l'Ungheria.

(Adnkronos) - E' massima l'attenzione globale sulle elezioni di oggi, domenica 12 aprile, in Ungheria dove un'eventuale conferma dei pronostici che indicano la possibile sconfitta di Viktor Orban rappresenterebbe uno scacco sia per Mosca che per Washington, dal momento che il coriaceo premier, che da 16 anni mantiene il potere con la forza del suo pugno illiberale, è il beniamino sia di Donald Trump che di Vladimir Putin. A sfidare Orban è Peter Magyar, ex membro del suo partito Fidesz, oggi a capo di Tisza, che negli ultimi due anni è emersa come forza principale di opposizione. I seggi saranno aperti dalle 6 del mattino alle 7 di sera, con le prime proiezioni verso le 20.
Di fronte ai sondaggi negativi per Orban, gli Stati Uniti di Trump da mesi si sono impegnati a sostenere a tutti i costi il leader di Fidesz, considerato il principale alleato in Europa dell'ideologia nazionalista, di estrema destra cristiana che si è riunita sotto la bandiera Maga. A febbraio c'è stata la visita del segretario di Stato Marco Rubio e all'inizio della settimana, a pochi giorni dal voto quindi, è arrivato a Budapest JD Vance che non ha esitato a salire sul palco di un comizio di Orban.
"Prima di iniziare a parlare, voglio chiamare un ospite speciale", ha detto il vice presidente al comizio, chiamando Trump che ha rivolto poi alle migliaia di sostenitori di Fidesz un nuovo endorsement per Orban. "Lui fa il suo lavoro, non ha permesso alle persone di invadere il vostro Paese come hanno fatto altri che hanno fatto rovinare i propri Paesi, ha mantenuto buono il vostro Paese, ha lasciato gli ungheresi nel Paese", ha detto riferendosi alla comune posizione anti-immigrati, con un nuovo affondo agli altri Paesi della Ue.
Gli appelli a stelle e strisce in favore di Orban sono continuati: "Il giorno delle elezioni è domenica 12 aprile 2026. Ungheria: andate a votare per Viktor Orban", ha scritto l'altro ieri notte su Truth il tycoon, assicurando che il premier nazionalista "non deluderà mai il grande popolo ungherese. Sarò con lui fino alla fine!".
Anche Mosca è mobilitata, anche se in modo meno pubblico, per scongiurare la sconfitta dell'alleato di ferro, che in tutti questi anni ha assicurato una presenza strategica all'interno di Nato e Ue ed è ora cruciale per ritardare o bloccare le misure della Ue in favore dell'Ucraina. Una vera e propria linea diretta, stando alle rivelazioni delle telefonate che il ministro degli Esteri ungherese, Péter Szijjártó, avrebbe effettuato regolarmente durante le pause delle riunioni dell’Unione Europea per aggiornare il suo omologo russo, Sergei Lavrov, "in tempo reale su quanto discusso" e sulle possibili soluzioni. "Grazie a queste telefonate, ogni singola riunione dell’Ue negli ultimi anni ha praticamente avuto Mosca seduta al tavolo", diceva un funzionario europeo al Washington Post.
E sempre il giornale americano ha rivelato che l'intelligence estero russo (Svr) avrebbe pianificato di inscenare un tentativo di assassinio contro Orban per influenzare il voto, secondo un piano, chiamato "Gamechanger" teso a "cambiare radicalmente il paradigma della campagna elettorale", spostando l’attenzione dalle difficoltà economiche che sta attraversando il Paese a temi più emotivi come sicurezza e stabilità. Il Cremlino ha respinto le accuse, definendole disinformazione e non ci sono stati attentati alla vita del premier.
Ma il timore di operazioni di manipolazione da parte della Russia delle elezioni in Ungheria, insieme a quelle di intimidazione e coercizione degli elettori da parte del governo, è stato espresso da un gruppo di europarlamentari che nei giorni scorsi hanno scritto alla Commissione Europea in cui si cita un rapporto di Vsquare secondo il quale il Cremlino avrebbe inviato un team per manipolare le elezioni in Ungheria, un'operazione che sarebbe supervisionata da Sergei Kiriyenko, il primo vice capo dello staff di Putin, che è stato accusato di aver orchestrato una campagna simile anche in Moldova.
Secondo quanto rivelato però venerdì da Meduza, anche al Cremlino in queste ultime ore si sta ammettendo la possibilità che Orban non riuscirà a vincere per la quinta volta di seguito le elezioni. "All'inizio c'era la speranza che Orban e i suoi strateghi politici riuscissero a rovesciare le cose e vincere con le liste di partito, poi la vittoria con i distretti uninominali è diventata lo scenario preferito, ora non si esclude che questo non avverrà", hanno detto due fonti del blocco politico vicino al presidente russo citate dal portale indipendente russo.
Il riferimento è al fatto che in Ungheria 106 dei 199 seggi del Parlamento sono aggiudicati con l'uninominale secco, vince chi ha più voti, mentre gli altri 93 sono aggiudicati con il proporzionale, divisi tra i partiti che hanno superato lo sbarramento del 5%. Poi c'è la questione del voto all'estero, tradizionalmente una solida base elettorale di Orban che si potrebbe rivelare cruciale in caso di testa a testa. Quest'anno un numero record di elettori all'estero, quasi mezzo milione di persone in maggioranza in Serbia e Romania, hanno fatto richiesta della scheda per votare per posta.
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