
"Non è una decisione facile, ma sento che è quella giusta". Anna Tatangelo ha annunciato sui social il rinvio delle date del tour 'Tatangeles'. "Mancherebbe poco, ma ho bisogno di chiedervi ancora un po' di pazienza", ha scritto la cantante, diventata mamma lo scorso 3 gennaio della piccola Beatrice.
Alla base della sua decisione c'è proprio la maternità: "In questo momento della mia vita ho imparato quanto sia importante fermarsi. Come madre oggi sento il bisogno di dedicare tempo alla mia famiglia, soprattutto alla mia piccolina, con la stessa verità e presenza che ho sempre messo la musica", ha continuato.
Tuttavia si tratta solo di uno stop temporaneo, le date sono state riprogrammate per l'autunno. "Sento una grande responsabilità nei vostri riguardi. Per me queste due date rappresentano qualcosa di importante e unico. Ci tengo a creare uno spettacolo che vi somigli, che vi ripaghi dell’amore e della fiducia che mi regalate ogni giorno da anni".
Tatangelo ha sottolineato l'esigenza di prendersi del tempo "per recuperare energie e preparare tutto come meritate" e "curare tutto nei minimi dettagli". I concerti di Milano e Napoli, inizialmente previsti per il 9 e il 17 aprile, si terranno rispettivamente il 19 novembre a Milano e il 17 novembre a Napoli.
A Elmas crolla un muro, allagamenti a Quartu...
Confermati Alberto Mura e Lucia Anna Mameli...
Sul posto il personale dell'Anas...
Criticità ordinaria sino alle 9 di domenica 1 febbraio... 
E' passato un mese dall'incendio di Capodanno al locale 'Le Constellation' di Crans-Montana, in Svizzera. Negli occhi ancora le immagini della tragedia che ha coinvolto ragazzi giovanissimi, tra cui gli italiani feriti, trasportati nei giorni successivi all'ospedale Niguarda di Milano per affrontare la prima difficile fase: una lotta per la vita, per gran parte di loro (uno dei pazienti è stato sottoposto anche a trattamento Ecmo, la macchina 'riposa-polmoni', al Policlinico di Milano). Adesso che i giorni dell'emergenza più acuta sono quasi alle spalle, c'è spazio per un bilancio positivo: "I primi momenti sono stati molto complessi. La preoccupazione di tutti all'inizio era proprio giorno per giorno, ora per ora, i tempi erano contingentati, si doveva garantire la sopravvivenza e la stabilizzazione" dei feriti. "Ora stiamo entrando in una fase più tranquilla da un punto di vista chirurgico, dove gli aspetti da trattare sono funzionali ed estetici, che sono altrettanto importanti". A regalare tempo prezioso e fare da 'ponte' fra queste due fasi è stato un elemento: la pelle donata e custodita in una biobanca del Niguarda, spiega all'Adnkronos Salute Giovanni Sesana, responsabile Banca dei tessuti e terapia tissutale della struttura sanitaria meneghina.
"Nei primissimi giorni, che sono stati i più importanti e intensi, abbiamo impiegato circa 15mila centimetri quadrati di cute e poi ne è servita altra a distanza, non più con picchi così alti. Fra tutti i pazienti" ad oggi "siamo sui 30-35mila centimetri quadrati di cute utilizzata per tutte le varie fasi", riepiloga l'esperto. "Siamo tutti molto contenti, perché questi ragazzi stanno uscendo dalla fase acuta, anche se siamo consapevoli che avranno ancora una bella battaglia. Le loro Olimpiadi iniziano adesso e, se le affronteranno così come hanno risposto finora le vincono, pur se ci sarà da lottare parecchio", dice Sesana. E c'è emozione nelle sue parole nel ricordare "la bella risposta da parte di tutto il sistema sanitario e di tutto il Niguarda per questi ragazzi. L'ospedale si è mosso anche per far sì che non fossero soli, è stato attento al fatto di trasferirli insieme, e lasciarli sempre insieme e questo - il fatto di potersi vedere l'un l'altro, pur sofferenti - spero e credo abbia aiutato".
Per la banca dei tessuti, continua Sesana, "la risposta immediata è stata facile, perché abbiamo potuto disporre di una buona quantità di cute come nostra riserva, grazie proprio al fatto che l'anno scorso abbiamo avuto 125 donazioni, cioè 125 persone che, in maniera gratuita, hanno detto sì" a questo gesto solidale post mortem, "senza sapere a cosa sarebbe servita, e noi siamo riusciti a mettere in banca la cute che poi si è rivelata un salvavita per i ragazzi di Crans. Io lo dico sempre: è un dono veramente importante. E in questo caso è stato utilizzato in maniera inaspettata, perché nessuno poteva prevedere un evento di questo genere. Nella tragedia che ha rappresentato Crans, è stato molto bello vedere che il dono di tante persone ha permesso poi a distanza di tempo un intervento così importante nei confronti di ragazzi così giovani, che sono il nostro futuro".
E' proprio perché il senso di tutto questo ritorni alle famiglie dei donatori che il network del Centro regionale trapianti scrive poi delle lettere di ringraziamento. "E' un grazie importante a coloro che hanno donato", riflette Sesana. Quei centimetri di pelle sono cruciali, ripete l'esperto. "La cute, fra tutti i tessuti, è l'unico salvavita, nel senso che in momenti come questo, immediatamente posteriori a delle ustioni di grandissima quantità di superficie corporea, permette la sopravvivenza dei pazienti. Il primo grazie lo si deve agli specialisti che sono intervenuti, quindi alla rianimazione da una parte e alla chirurgia plastica dall'altra". E, "insieme alla bravura dei rianimatori e dei chirurghi plastici, la cute è il materiale che ha permesso la sopravvivenza dei pazienti in quei primi giorni".
Cute che "viene usata nei primi giorni in grande quantità e rimane come copertura per 10-14 giorni. Poi, il passaggio successivo è che può essere necessario un altro utilizzo" di questi tessuti donati, "oppure si va verso altre soluzioni più chirurgiche, fino - più avanti nel tempo - agli interventi definitivi per i quali si ricorre anche all'autotrapianto, cioè si preleva la cute dello stesso paziente per andare a rimodellare delle parti", prosegue lo specialista. "Un po' di risultati belli ci sono già, alcuni pazienti sono usciti dalla fase più acuta e c'è chi è già andato in riabilitazione. Nei prossimi mesi si affronteranno gli aspetti funzionali ed estetici" con gli esperti della chirurgia plastica. "Noi con la cute donata serviamo invece proprio nella fase dell'emergenza", in cui la pelle da sostituire "è tanta. La cute donata ha due grosse capacità - spiega Sesana - protegge dalle eventuali infezioni, dà una copertura. Ma è anche uno stimolo alla ricrescita degli strati più profondi, cioè la cute manda proprio dei messaggi, per cui l'organismo sa che è coperto e quindi inizia a riprodurre dal profondo tutte le cellule che poi ricrescono piano piano".
Adesso, continua il medico, "c'è ancora un po' di preoccupazione per qualche paziente dal punto di vista respiratorio. Ci sono stati i primi giorni difficili, in cui la rianimazione ha fatto dei salti enormi, ottenendo dei buoni risultati". Per i chirurghi plastici si è trattato di "vedere quanta cute doveva essere tolta e quanta poteva essere lasciata perché potesse essere ricostruita. Quindi la prima fase è proprio quella della pulizia e della demolizione chirurgica, della stabilizzazione per far sì che il paziente possa essere trasportato in sala operatoria per subire degli interventi che possono essere anche molto lunghi. Adesso inizierà una parte del percorso meno concitata e più serena dal punto di vista chirurgico. Il fatto che i pazienti fossero ragazzi - giovani e senza patologie, se non questo evento traumatico - dal punto di vista clinico ha fatto la differenza, nonostante la preoccupazione legata alla giovane età" per gli aspetti psicologici e di resilienza.
Di questa esperienza, conclude Sesana, "porto con me la consapevolezza dell'importanza di un progetto che la Regione Lombardia porta avanti da tempo, quello di una Banca unica regionale qui al Niguarda. Vuol dire avere una banca con tutti i tessuti, all'interno di un ospedale dove ci sono dei professionisti che li usano. Noi con i chirurghi plastici lavoriamo insieme tutti i giorni, sanno che cosa possiamo dare loro e noi sappiamo di cosa loro hanno bisogno. Anche in questo evento la vicinanza è stata perfetta". E poi "c'è l'aspetto più personale, sul fatto che qualcosa di positivo nonostante la tragedia resta, in un sistema che ha funzionato bene. Nella risposta si è vista la competenza clinica, ma anche l'affetto del sistema sanitario nei confronti dei pazienti. La migliore risposta possibile che potevamo dare" e che include anche il dono, "quelle belle azioni fatte dai cittadini. Quando è successo l'evento di Crans avevamo in banca fra i 50 e i 55mila centimetri quadrati di cute, poi sono scesi e adesso li stiamo recuperando, stiamo tornando ad avere una scorta come prima, perché le donazioni continuano". Nell'immediatezza dell'emergenza, però, "avevamo pronti anche dei contatti con le altre banche italiane per poter ricevere cute. Ce l'abbiamo fatta da soli, però il sistema rete era lì, pronto a darci una mano".
(Adnkronos) - E' passato un mese dall'incendio di Capodanno al locale 'Le Constellation' di Crans-Montana, in Svizzera. Negli occhi ancora le immagini della tragedia che ha coinvolto ragazzi giovanissimi, tra cui gli italiani feriti, trasportati nei giorni successivi all'ospedale Niguarda di Milano per affrontare la prima difficile fase: una lotta per la vita, per gran parte di loro (uno dei pazienti è stato sottoposto anche a trattamento Ecmo, la macchina 'riposa-polmoni', al Policlinico di Milano). Adesso che i giorni dell'emergenza più acuta sono quasi alle spalle, c'è spazio per un bilancio positivo: "I primi momenti sono stati molto complessi. La preoccupazione di tutti all'inizio era proprio giorno per giorno, ora per ora, i tempi erano contingentati, si doveva garantire la sopravvivenza e la stabilizzazione" dei feriti, che nel momento di massima presenza hanno raggiunto quota 12. "Ora stiamo entrando in una fase più tranquilla da un punto di vista chirurgico, dove gli aspetti da trattare sono funzionali ed estetici, che sono altrettanto importanti". A regalare tempo prezioso e fare da 'ponte' fra queste due fasi è stato un elemento: la pelle donata e custodita in una biobanca del Niguarda, spiega all'Adnkronos Salute Giovanni Sesana, responsabile Banca dei tessuti e terapia tissutale della struttura sanitaria meneghina.
"Nei primissimi giorni, che sono stati i più importanti e intensi, abbiamo impiegato circa 15mila centimetri quadrati di cute e poi ne è servita altra a distanza, non più con picchi così alti. Fra tutti i pazienti" ad oggi "siamo sui 30-35mila centimetri quadrati di cute utilizzata per tutte le varie fasi", riepiloga l'esperto. "Siamo tutti molto contenti, perché questi ragazzi stanno uscendo dalla fase acuta, anche se siamo consapevoli che avranno ancora una bella battaglia. Le loro Olimpiadi iniziano adesso e, se le affronteranno così come hanno risposto finora le vincono, pur se ci sarà da lottare parecchio", dice Sesana. E c'è emozione nelle sue parole nel ricordare "la bella risposta da parte di tutto il sistema sanitario e di tutto il Niguarda per questi ragazzi. L'ospedale si è mosso anche per far sì che non fossero soli, è stato attento al fatto di trasferirli insieme, e lasciarli sempre insieme e questo - il fatto di potersi vedere l'un l'altro, pur sofferenti - spero e credo abbia aiutato".
Per la banca dei tessuti, continua Sesana, "la risposta immediata è stata facile, perché abbiamo potuto disporre di una buona quantità di cute come nostra riserva, grazie proprio al fatto che l'anno scorso abbiamo avuto 125 donazioni, cioè 125 persone che, in maniera gratuita, hanno detto sì" a questo gesto solidale post mortem, "senza sapere a cosa sarebbe servita, e noi siamo riusciti a mettere in banca la cute che poi si è rivelata un salvavita per i ragazzi di Crans. Io lo dico sempre: è un dono veramente importante. E in questo caso è stato utilizzato in maniera inaspettata, perché nessuno poteva prevedere un evento di questo genere. Nella tragedia che ha rappresentato Crans, è stato molto bello vedere che il dono di tante persone ha permesso poi a distanza di tempo un intervento così importante nei confronti di ragazzi così giovani, che sono il nostro futuro".
E' proprio perché il senso di tutto questo ritorni alle famiglie dei donatori che il network del Centro regionale trapianti scrive poi delle lettere di ringraziamento. "E' un grazie importante a coloro che hanno donato", riflette Sesana. Quei centimetri di pelle sono cruciali, ripete l'esperto. "La cute, fra tutti i tessuti, è l'unico salvavita, nel senso che in momenti come questo, immediatamente posteriori a delle ustioni di grandissima quantità di superficie corporea, permette la sopravvivenza dei pazienti. Il primo grazie lo si deve agli specialisti che sono intervenuti, quindi alla rianimazione da una parte e alla chirurgia plastica dall'altra". E, "insieme alla bravura dei rianimatori e dei chirurghi plastici, la cute è il materiale che ha permesso la sopravvivenza dei pazienti in quei primi giorni".
Cute che "viene usata nei primi giorni in grande quantità e rimane come copertura per 10-14 giorni. Poi, il passaggio successivo è che può essere necessario un altro utilizzo" di questi tessuti donati, "oppure si va verso altre soluzioni più chirurgiche, fino - più avanti nel tempo - agli interventi definitivi per i quali si ricorre anche all'autotrapianto, cioè si preleva la cute dello stesso paziente per andare a rimodellare delle parti", prosegue lo specialista. "Un po' di risultati belli ci sono già, alcuni pazienti sono usciti dalla fase più acuta e c'è chi è già andato in riabilitazione. Nei prossimi mesi si affronteranno gli aspetti funzionali ed estetici" con gli esperti della chirurgia plastica. "Noi con la cute donata serviamo invece proprio nella fase dell'emergenza", in cui la pelle da sostituire "è tanta. La cute donata ha due grosse capacità - spiega Sesana - protegge dalle eventuali infezioni, dà una copertura. Ma è anche uno stimolo alla ricrescita degli strati più profondi, cioè la cute manda proprio dei messaggi, per cui l'organismo sa che è coperto e quindi inizia a riprodurre dal profondo tutte le cellule che poi ricrescono piano piano".
Adesso, continua il medico, "c'è ancora un po' di preoccupazione per qualche paziente dal punto di vista respiratorio. Ci sono stati i primi giorni difficili, in cui la rianimazione ha fatto dei salti enormi, ottenendo dei buoni risultati". Per i chirurghi plastici si è trattato di "vedere quanta cute doveva essere tolta e quanta poteva essere lasciata perché potesse essere ricostruita. Quindi la prima fase è proprio quella della pulizia e della demolizione chirurgica, della stabilizzazione per far sì che il paziente possa essere trasportato in sala operatoria per subire degli interventi che possono essere anche molto lunghi. Adesso inizierà una parte del percorso meno concitata e più serena dal punto di vista chirurgico. Il fatto che i pazienti fossero ragazzi - giovani e senza patologie, se non questo evento traumatico - dal punto di vista clinico ha fatto la differenza, nonostante la preoccupazione legata alla giovane età" per gli aspetti psicologici e di resilienza.
Di questa esperienza, conclude Sesana, "porto con me la consapevolezza dell'importanza di un progetto che la Regione Lombardia porta avanti da tempo, quello di una Banca unica regionale qui al Niguarda. Vuol dire avere una banca con tutti i tessuti, all'interno di un ospedale dove ci sono dei professionisti che li usano. Noi con i chirurghi plastici lavoriamo insieme tutti i giorni, sanno che cosa possiamo dare loro e noi sappiamo di cosa loro hanno bisogno. Anche in questo evento la vicinanza è stata perfetta". E poi "c'è l'aspetto più personale, sul fatto che qualcosa di positivo nonostante la tragedia resta, in un sistema che ha funzionato bene. Nella risposta si è vista la competenza clinica, ma anche l'affetto del sistema sanitario nei confronti dei pazienti. La migliore risposta possibile che potevamo dare" e che include anche il dono, "quelle belle azioni fatte dai cittadini. Quando è successo l'evento di Crans avevamo in banca fra i 50 e i 55mila centimetri quadrati di cute, poi sono scesi e adesso li stiamo recuperando, stiamo tornando ad avere una scorta come prima, perché le donazioni continuano". Nell'immediatezza dell'emergenza, però, "avevamo pronti anche dei contatti con le altre banche italiane per poter ricevere cute. Ce l'abbiamo fatta da soli, però il sistema rete era lì, pronto a darci una mano".
Procuratore generale di Cagliari, 'in Sardegna operano associazioni
mafiose'...
Intervento endovascolare con posizionamento di uno stent per
riaprire il vaso...
Onde altee3-4 metri davanti alle coste meridionali...
Risultato non tracciabile è stato affidato a un canile...
Spanu, 'riforma non deve distogliere attenzione dai problemi reali
della giustizia'...
Inaugurazione anno giudiziario a Cagliari, 'troppe carenze negli
organici'... 
"Sei anni fa", il 30 gennaio 2020, "l'Organizzazione mondiale della sanità dichiarò l'epidemia di nuovo coronavirus", poi battezzato Sars-CoV-2, "un'emergenza di interesse internazionale (Pheic), il livello di allarme più alto previsto dal diritto sanitario internazionale all'epoca. Questa pandemia ha cambiato per sempre la salute globale". A ripercorrere la crisi del Covid, e tutto quello che è venuto dopo, è una delle esperte Oms che è stata da subito in prima linea, l'epidemiologa Maria Van Kerkhove, direttrice ad interim del Dipartimento Epidemic and Pandemic Threat Management. La sua è una riflessione su quanto è stato fatto, su cosa si è riusciti ad imparare da questa emergenza storica, e su come il mondo si sta preparando per il futuro. "Il mio messaggio per il 2026 è semplice: non abbandoniamoci alle minacce che affrontiamo".
"Alcuni sostengono ancora che l'Oms sia stata 'troppo lenta' a dichiarare una Pheic - osserva in un lungo post su X - Gran parte di questa retorica riflette pregiudizi retrospettivi e politicizzazione. Le decisioni furono prese sulla base delle informazioni disponibili al momento dell'evolversi degli eventi e il contesto è importante". Van Kerkhove ripercorre la timeline dell'epoca, ricordando alcune date cruciali, da quel 31 dicembre 2019 in cui l'Oms riceve un alert da Wuhan, la metropoli cinese dove si scoprì in origine la presenza di Sars-CoV-2, il primo fronte di quella che diventerà una pandemia globale.
Scorrere quella timeline è rivivere il film dell'emergenza affrontata. I giorni scorrono fino al 13 gennaio 2020 quando si rileva il primo caso fuori dai confini cinesi, al 20 dello stesso mese quando il direttore generale Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus, annuncia la convocazione di un Comitato di Emergenza ai sensi del regolamento sanitario internazionale (ai tempi i casi segnalati fuori dalla Cina erano 3). Il 26 gennaio, una delegazione senior dell'Oms guidata dal Dg va in Cina per saperne di più in prima persona sull'epidemia e incontrare alti dirigenti cinesi, il 30 gennaio il nuovo coronavirus diventa un'emergenza internazionale (i casi erano meno di 100 fuori dalla Cina). Ma l'Oms, assicura Van Kerkhove, "prende sul serio le critiche e apporta modifiche. Numerose revisioni indipendenti hanno guidato le riforme, tra cui un Regolamento sanitario internazionale rafforzato e un nuovo livello di allerta: 'emergenza pandemica', e l'adozione dell'Accordo sulle pandemie. I sistemi si evolvono perché impariamo".
Sei anni dopo, continua Van Kerkhove, "Covid-19 non è scomparso. Il virus Sars-CoV-2 continua a circolare a livello globale, evolversi, reinfettare e causare gravi malattie e Long Covid. Tutti noi sentiamo ancora gli impatti più ampi di questi 6 anni. Nel tempo, i miei messaggi si sono evoluti con l'evolversi della situazione: il 2020-2021 è stato un anno di risposta alle emergenze, il 2022-2023 di transizione e avvisi, il 2024-2025 di vigilanza e preparazione. All'inizio della pandemia, abbiamo visto quanto velocemente un nuovo virus possa diffondersi, ma anche quanto possano essere potenti, quando sono allineate, la scienza, la collaborazione e la condivisione dei dati. Allo stesso tempo, le disuguaglianze hanno rallentato i progressi e causato perdite di vite umane. La fine dell'emergenza nel 2023 non ha significato la fine della minaccia". Oggi però "esistono strumenti efficaci per il Covid e altri patogeni con potenziale epidemico e pandemico: vaccini aggiornati, trattamenti efficaci, sistemi di sorveglianza, misure di prevenzione. Tuttavia, l'adesione, soprattutto tra i soggetti più a rischio, rimane troppo bassa in molti luoghi", avverte l'esperta.
La strategia aggiornata dell'Oms per il Covid si concentra su protezione, integrazione e preparazione, integrando la prevenzione e la cura" di questa patologia "nei sistemi sanitari di routine, non trattandolo come un problema del passato". Per l'esperta, "la sorveglianza delle malattie e la condivisione delle informazioni sono davvero importanti. La riduzione dei test e delle segnalazioni ha creato crescenti lacune nei dati, rendendo più difficile rilevare precocemente i cambiamenti e agire rapidamente. Non dovremmo smantellare i sistemi che abbiamo costruito, dovremmo rafforzarli", esorta. "Una parte critica dei 6 anni di Covid è la sindrome post-virus, "il long Covid. I sintomi a lungo termine colpiscono milioni di persone e devono essere centrali nel modo in cui valutiamo l'impatto, la ripresa e la preparazione. Le evidenze attuali suggeriscono che circa il 10-20% delle persone sperimenta una varietà di effetti a medio e lungo termine dopo la guarigione iniziale".
E poi c'è il capitolo operatori sanitari, scienziati, soccorritori, i professionisti che hanno affrontato l'onda d'urto della pandemia. "Hanno portato un peso straordinario, spesso a caro prezzo. Dobbiamo loro più che ringraziamenti". E c'è un'immagine che tormenta Van Kerkhove. E' la foto della mano di un paziente Covid in terapia intensiva, stretta fra due guanti di gomma che un'infermiera aveva riempito di acqua calda per simulare il contatto umano impossibile per la necessità dell'isolamento. "Questa immagine - confida l'esperta - mi spinge a fare di più ogni giorno. "Sei anni dopo, ciò che sappiamo è chiaro: il Covid non è scomparso, i vaccini riducono la malattia grave, la sorveglianza fa risparmiare tempo e vite umane, e la preparazione e la prontezza devono essere continue". Da qui le richieste per il 2026: "Proteggere le persone più a rischio, mantenere una sorveglianza rigorosa e la condivisione delle informazioni, investire nella ricerca e nell'assistenza per il Long Covid, prepararsi prima della prossima crisi, non dopo. Il lavoro continua".

Un angelo con il volto di Giorgia Meloni, in una basilica in pieno centro a Roma: a San Lorenzo in Lucina, dove è in corso un importante restauro, il volto della premier è apparso in una cappella della basilica, vicino alla sagrestia: su un muro, con al centro il busto di Umberto II, l’angelo di sinistra tiene in mano la corona reale, mentre l’angelo di destra, con un volto che assomiglia a quello del presidente del Consiglio[1], tiene fra le mani una pergamena, su cui è raffigurata l’Italia: “La vollero i monarchici”, racconta monsignor Daniele Micheletti, responsabile della basilica.
“A me pare proprio la Meloni. Il restauro di questa cappella, i cui disegni sono stati realizzati nel 2000, è stato curato da Bruno Valentinetti e si è concluso verso Natale scorso, c'erano delle infiltrazioni dalle fondamenta e dal tetto. È venuto proprio bene, anche se la parte migliore della cappella sono i disegni sul soffitto, dove non c’è nessuna Meloni. I disegni sono stati rifatti prendendoli dalla cappella speculare della Madonna, che adesso non posso mostrarvi”, in quanto sottoposta a restauro.
“Per me - prosegue il monsignore - non è un problema avere un angelo con il volto della premier. Fra Meloni e Schlein chi avrei preferito? Nessuna delle due. Se ci sarà una crescita nei fedeli di destra non è un problema: li aspetto domani a messa”, conclude scherzando.
Pittalis, 'primi fondi per il maltempo, ma ne arriveranno altri'... 
Il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha scelto il Palazzo di giustizia di Milano per assistere all'inaugurazione dell'Anno giudiziario, una cerimonia segnata quest'anno dalla novità della riforma della giustizia e dal dibattito intorno al referendum previsto a fine marzo. Oltre al Guardasigilli, presenti anche il presidente del Senato Ignazio La Russa, il sindaco di Milano Giuseppe Sala, e alte cariche civili e militari.
L'intervento di Nordio a Milano
"Questa riforma non avrà e non deve avere effetti politici. Se dovessero prevalere i no accetteremo con grandissimo rispetto la volontà popolare, se dovessero prevalere il sì lungi dall'avere intenti persecutori, come qualcuno dice, inizieremo subito il giorno dopo un dialogo con la magistratura con l'avvocatura e con il mondo accademico per la seconda parte che è quella delle norme attuative". E' uno dei passaggi dell'intervento del ministro. La riforma "non è fatta contro nessuno o a favore di qualcuno, non è fatta per punire la magistratura o per rafforzare il governo che non ne ha bisogno" aggiunge.
Tutti i criteri del sorteggio, spiega il ministro Nordio, "sono in fieri: su quelli un dialogo può essere trovato. La stessa possibilità di ricorrere per Cassazione contro la decisione dell'Alta Corte disciplinare può essere oggetto di discussione. Non è vero come hanno detto alcuni che sia precluso il ricorso per Cassazione, l'articolo che istituisce l'alta Corte disciplinare dice che in seconda istanza si può andare davanti al plenum, ma non dice affatto che sia escluso l'articolo 111 della Costituzione".
Il Guardasigilli all'inizio e alla fine del suo intervento rimarca l'importanza del confronto. "Abbiamo avuto la possibilità di iniziare un dialogo, sia pure da posizioni spesso molto diverse, che dovrebbe continuare fino al momento del referendum; cioè un dialogo pacato, razionale, fondato sulle argomentazioni giuridiche, costituzionali, politiche se vogliamo, ma non su emotività sfrenate che possono portare anche ad atteggiamenti e affermazioni impropri" spiega Nordio.
"Davvero voi credete - chiede - che con questa riforma il Parlamento voglia porre la magistratura requirente e giudicante sotto il potere esecutivo? Ieri ho usato il termine blasfemo, lo ripeto e lo confermo[1], veramente trovo blasfemo, irriverente verso il Paramento - che ritengo un'istituzione sacra - aver voluto attribuire una volontà che nessuno ha mai avuto". Quindi "lungi dal voler sottoporre al potere esecutivo sotto il potere esecutivo la magistratura, noi abbiamo enfatizzato quella che è l'autonomia e l'indipendenza".
"Nessuno ha mai preteso - continua - che questa riforma potesse incidere sull'efficienza e sulla rapidità dei processi. Incide su altre cose, non su questo. Noi abbiamo fatto molto e stiamo facendo molto".
L'intervento di Mantovano a Napoli
"Auspico che in vista del voto referendario la demonizzazione lasci il posto al confronto civile proprio di una vera democrazia. La Sacra scrittura ammonisce a stare vigili perché non conosciamo né il giorno né l'ora dunque non vi è alcuna certezza che il 24 marzo 2026 non si scateni l'apocalisse, ciò di cui sono certo è che se ciò si dovesse verificare non sarà a causa della conferma referendaria della riforma della giustizia", afferma quindi il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, alla cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario 2026 nel distretto della Corte d’Appello di Napoli.
"La proposta che mi permetto di avanzare - sottolinea - è la seguente: oggi è il 31 gennaio. Proiettiamoci per un momento al 24 marzo. Qualunque sia l’esito del voto referendario, parlamento, governo e magistratura dovranno riprendere o proseguire il lavoro di leale collaborazione fra istituzioni, ciascuna per la sua parte, in questo territorio come in tutta Italia".
"Se prevalesse il 'sì', si prospetta una complessa messa a terra, che avrà un peso quanto meno pari al contenuto della riforma: la legge attuativa - continua - dovrà regolamentare un organismo nuovo, quale la Corte di giustizia disciplinare, un organo che si rinnoverà sdoppiandosi, come il Csm, le modalità di accesso all’una e agli altri, i concorsi per l’ammissione alle funzioni requirente e giudicante, la scuola di formazione, i consigli giudiziari, e tanto altro ancora".
"Il governo non ha la pretesa di proporre al parlamento le norme attuative senza un confronto tecnico e di merito con la magistratura e con l’avvocatura, come ieri in Cassazione ha sottolineato il ministro della Giustizia - sottolinea Mantovano - Ovviamente, dandoci dei tempi che permettano di costituire i nuovi Csm con le nuove regole".
E ancora: "In una dinamica di dialettica civile, agli argomenti a favore della riforma dovrebbero opporsi quelli contrari: non slogan secondo cui con la riforma i giudici 'dipenderanno dalla politica', la giustizia sarà 'controllata dal governo', il 'governo pretende l’impunità'. Perché sappiamo che non c’è un solo rigo nel testo sottoposto a referendum che va in tali direzioni. Rilanciare questi slogan è poi, a mio avviso, particolarmente grave se a farlo è chi nella vita quotidiana rende giustizia nel caso concreto".
"Vi chiedo se l’asprezza della contesa debba far scadere il dibattito al punto da evocare il rischio che, una volta approvata la riforma, anche in Italia ci saranno innocenti uccisi dalle forze di polizia come accade a Minneapolis - prosegue - O da lanciare allarmi su presunte attività di spionaggio in danno dei magistrati italiani per un programma, risalente a sette anni fa, che ha sistemi di aggiornamento automatici, e fa adoperare la videocamera solo su impulso dell’interessato, come avviene per ogni collegamento web".
"O, per stare all'ultima perla, da sostenere, in modo incommentabile, che la riforma compromette il contrasto alla criminalità mafiosa - conclude - Di questa deriva è sempre più consapevole una parte significativa della magistratura, che - in modo crescente e pubblico – se ne sta dissociando, nonostante gli ostracismi e le interdizioni".
Roma
"Il ruolo delle corti e dei giudici è più che mai centrale e determinante, e tuttavia mai come oggi le corti appaiono fragili e vulnerabili, esposte alle censure di un senso comune che le descrive come una minaccia e una trappola per l’esercizio dei pubblici poteri, invece che come un insostituibile regolatore della complessità sociale". Così il presidente della Corte di Appello di Roma Giuseppe Meliadò nella relazione in occasione dell'inaugurazione dell'anno giudiziario.
"Il Paese si sta dividendo in questi giorni sui temi della giustizia, ma i problemi veri della giustizia hanno altre coordinate, non riguardano il modello di magistrato, che la Costituzione ha voluto indipendente, senza timori e senza speranze e che tale dovrebbe restare, ma interpellano chi governa il Paese su come assicurare un servizio giustizia efficiente, perché solo attraverso un servizio efficiente si può garantire la credibilità delle istituzioni e la fiducia verso la magistratura", sottolinea.
"A Roma - continua - un numero sparuto di magistrati contrasta una criminalità dilagante e migliaia di processi saranno a rischio se non interverranno seri provvedimenti organizzativi per rafforzare la magistratura del distretto, in modo che la stessa possa contribuire a rendere il rischio penale un reale deterrente per una criminalità che, nelle più svariate forme, sempre più si espande a Roma e nel Lazio".
"Nulla rappresenta meglio la realtà criminale del territorio della situazione dell’ufficio gip/gup di Roma presso il quale, lo scorso anno, sono affluiti 254 procedimenti in materia di criminalità organizzata, quasi uno al giorno, festivi esclusi, dei quali ben 27 con oltre 30 imputati, con un aumento nel biennio del 30%, e 144 con un numero di imputati ricompreso fra 11 e 30, con un aumento del 10,8%. Con il dato della criminalità organizzata, che si conferma - ha sottolineato - presente nella città di Roma, ma anche nei circondari di Velletri, Latina, Frosinone e Cassino, si intrecciano i reati in materia di stupefacenti, che meritano una particolare menzione per la qualità del fenomeno criminale e per le forme del tutto nuove con cui si realizzano. Per come confermano le più recenti investigazioni, Roma è assediata dal traffico della droga e, attraverso il traffico degli stupefacenti, è assediata dalla criminalità".
"Il disagio è nato e si rafforza ogni momento perché il dialogo è stato solo promesso, ma è rimasto lettera morta. Lo sforzo è stato solo quello di arrivare alla approvazione della riforma, con testo bloccato, senza intoppi e nel più breve tempo possibile. Tanto è vero che tante iniziative normative, pur importanti, sono state messe su un binario morto, proprio con l’intento di privilegiare, senza se e senza ma, la separazione delle carriere. Questo è indubbiamente mortificante per la categoria", spiega il procuratore generale della Corte di Appello di Roma Giuseppe Amato, nella relazione dove ha evidenziato "il senso di disagio complessivo che suscita l’iter della riforma. È un disagio forte, cui si accompagna anche una preoccupazione per chi crede ad un ruolo alto della magistratura requirente".
"Una categoria mortificata è una categoria che può correre il rischio di chiudersi in se stessa e che, proprio perché separata, può finire con il perdere il senso proprio della posizione di 'parte imparziale'", ha sottolineato.
"La separazione delle carriere può porre, a nostro giudizio, il rischio di avere pubblici ministeri 'che cercano la ribalta della notorietà e l’effetto politico degli indizi, piuttosto che la valutazione obiettiva dei comportamenti dei cittadini': pubblici ministeri, cioè, che vedano il momento dell’iscrizione e dell’esercizio dell’azione penale come momento di affermazione di un ruolo di potere, anziché come doveroso e rigoroso adempimento di un servizio", ha spiegato ancora
"Non temiamo, allora, che la separazione possa portare alla dipendenza dall’esecutivo del pubblico ministero, anche se è fatto notorio che in molti Paesi dove le carriere sono separate l’accusatore, come è stato detto, 'soggiace' in varie forme a collegamenti con il potere politico. E non lo temiamo perché il Presidente della Repubblica sarà sempre il Presidente del Csm 'separato' dei pubblici ministeri. Ma temiamo il rischio dell’autoreferenzialità della categoria 'separata' dei pubblici ministeri, dimentica dei principi propri della 'cultura della giurisdizione', espressiva di una visione eticizzante del proprio lavoro, e appiattita nell’attività da una malintesa, sempre possibile, distorta applicazione dei principi propri della gerarchia, della vigilanza, della sorveglianza", ha evidenziato.
"Come allora non leggere con preoccupazione la scelta del sorteggio per i componenti togati dei Consigli superiori separati. È una scelta, certamente mortificante ma, soprattutto pericolosa perché il sorteggio, con la sua intrinseca causalità, non è in grado di selezionare figure in grado di approcciarsi con autorevolezza, autonomia e indipendenza, ad un ruolo delicato, che implica scelte ordinamentali che non possono improvvisarsi. Un buon magistrato non è detto che sia un buon consigliere: per passione, conoscenze ordinamentali, interesse, autorevolezza", ha aggiunto.
Per quanto riguarda l'Alta Corte "il vero problema è costituito dalla previsione che le decisioni dell’Alta Corte possono essere impugnate non più in Cassazione, come nella disciplina attuale avverso le sentenze della Sezione disciplinare del Consiglio superiore della magistratura, ma solo dinanzi alla stessa Alta Corte, 'che giudica senza la partecipazione dei componenti che hanno concorso a pronunciare la decisione impugnata. È un grave vulnus in punto di tutela delle garanzie, perché decisioni che possono riflettersi incisivamente sulla vita professionale del magistrato sono private della possibilità di censura davanti ad un giudice indipendente, quale la Corte di cassazione", ha concluso Amato.
Milano
Non un giudizio politico, ma una risposta tecnica: i giudici sono già imparziali e non appiattiti al pubblico ministero. Lo sostiene con vigore il presidente della Corte d'Appello di Milano Giuseppe Ondei in occasione dell’inaugurazione dell'anno giudiziario che si tiene alla presenza del ministro della Giustizia Carlo Nordio, oltre che alle principali figure politiche, civili e militari della città.
A proposito della riforma della giustizia, "A ben vedere nei fatti questa separazione c'è già essendo assai limitato legislativamente il passaggio da una funzione all'altra e essendo questo passaggio praticato ogni anno da circa lo 0,3% dei magistrati". Per Ondei si parte da un presupposto errato, "ossia quello che i giudici oggi non sono sufficientemente terzi e imparziali perché sarebbero appiattiti sulle richieste del 'collega' pubblico ministero. Questa affermazione non e accettabile. Se fosse vera vi sarebbe una grave emergenza per lo Stato di diritto. La realtà è che la magistratura italiana è un ordine dello Stato sano, composto per lo più da persone ispirate da un alto senso del dovere che ogni giorno svolgono in silenzio il loro lavoro" aggiunge. Parole accolte da un applauso in aula.
"Nel settore civile, dove il Pubblico Ministero di fatto non opera diventa arduo trovare una giustificazione a tale sospetto, mentre nel settore penale lo stesso numero di assoluzioni in primo grado - pari a circa il 25% delle sentenze - rappresenta plasticamente e rende anche apparente la totale autonomia e terzietà del giudice" conclude il presidente della Corte d'Appello di Milano.
Una riforma inutile e punitiva a fronte di carenze di personale e di strumenti. E' il giudizio che la procuratrice generale di Milano Francesca Nanni pronuncia in occasione della celebrazione. A fronte di carenze di organico e di strumenti, “l'unica riforma proposta e approvata è quella sulla separazione delle carriere fra magistrati giudicanti e requirenti, indicata come la panacea di tutti i mali mentre ritengo sia ininfluente rispetto alle disfunzioni attuali, alcune delle quali, come l'acritica, eccessiva adesione del pubblico ministero alle ipotesi formulate dalle forze dell'ordine, circostanza spesso segnalata dai difensori, sono destinate probabilmente ad aumentare” dice.
"Dalla sostanziale inutilità della riforma in oggetto a correggere le attuali pesantissime carenze deriva il dubbio che si tratti di un intervento con un carattere prevalentemente punitivo che, viste le condizioni in cui la quasi totalità degli uffici di Procura è stata costretta a lavorare negli ultimi anni, sinceramente non ci sentiamo di meritare" sottolinea.
"Stiamo sprecando tempo e risorse, senza contare il clima di gravissima tensione che porta a radicalizzare le posizioni e che ostacola un sereno dialogo ed un corretto svolgimento del lavoro, a scapito di altre riforme, volte ad esempio a una equilibrata opera di semplificazione e armonizzazione delle procedure, a una migliore organizzazione degli uffici oltre a un potenziamento degli strumenti necessari per garantire l'effettività della pena intesa innanzitutto come possibilità di fornire risposte definitive in tempi certi e adeguati e di assicurarne l'esecuzione" spiega la pg Nanni.
"Già le primissime, limitate applicazioni della intelligenza artificiale nel nostro settore hanno evidenziato notevoli rischi e necessità di attento controllo: pensiamo a che cosa può accadere con il ricorso all'uso massiccio e incontrollato della Ia non correttamente implementata nella redazione degli atti processuali", sostiene la pg.
"Le prospettive sono incerte soprattutto in mancanza di un orizzonte di senso, nel nostro caso un limite comune riconosciuto e accettato dai vari operatori, particolarmente utile per muoversi in una società complessa e disordinata che non può essere ridotta ad un codice binario nel tentativo di semplificare il reale" aggiunge. "Concretamente occorre poi domandarsi anche se i magistrati italiani siano preparati a interpretare e applicare i rapidi progressi della scienza e della tecnologia, con il rischio di finire ostaggi, o addirittura vittime del sapere tecnico e scientifico e gravi ripercussioni sui diritti degli imputati e, di nuovo, sulla credibilità del processo" spiega.
"Di fronte a queste temibili sfide nel breve periodo vedo proporre solo separazioni e tensioni mentre tutti gli operatori dovrebbero essere impegnati a rinnovare l'idea della giustizia come valore, in quanto tale in grado di superare la semplice idea di piacere o convenienza dei singoli e capace di costituire un parametro orientativo utile a contrastare lo smarrimento contenutistico che caratterizza il nostro periodo", conclude.
Genova
"È ancora a saldo altamente negativo, il ricambio tra i giudici prossimi al pensionamento e quelli subentrati e va detto che, senza un apporto di adeguate risorse, la prospettiva di portare alla vita un'effettiva programmazione del lavoro, che possa superare le emergenze quotidiane, è destinata ad affievolirsi". Così la presidente della Corte d'Appello di Genova Elisabetta Vidali all'inaugurazione dell'anno giudiziario. "Un dato ostico per la giurisdizione - prosegue - è rappresentato dalla sempre maggiore frammentarietà delle norme, disorganiche e spesso inconciliabili tra loro per un modo disordinato ed involuto di legiferare, troppo spesso determinato dall'insana spinta verso una legislazione principalmente mediatica".
"In oggi - scrive Vidali -l'ipertrofica produzione normativa riguarda anche il settore secondario, poiché circolari, direttive e regolamenti spingono ad una sempre più eccessiva burocratizzazione del ruolo del magistrato, che si trova stretto tra standard di produttività, disciplina interna ipertrofica, e desertificazione della dialettica processuale, rappresentata da aule deserte che non echeggiano più dell'aspetto sublime, l'oralità della discussione, dell'attività dei giuristi". "Ci troviamo inoltre a combattere con un gap informatico che assume in certi giorni il sapore di un'autentica débâcle", conclude.
Palermo
“Si utilizza strumentalmente il nome di Giovanni Falcone che aveva posto il tema della separazione delle carriere tra quelli di rilievo nel quadro della diversa professionalità richiesta alla magistratura requirente dal nuovo codice di procedura penale, ancorché contrariamente a quanto attribuitigli con disinvoltura dai sostenitori della riforma, egli non ne fosse apodittico sostenitore ma l’avesse posta all’attenzione degli addetti ai lavori come argomento sul quale confrontarsi, analagomemte a quello altrettanto spinoso della obbliga dell’azione penale”. E’ la denuncia del presidente della corte d’appello di Palermo Matteo Frasca all’inaugurazione dell’anno giudiziario.
"Ancor prima che nel merito la riforma presenta forti criticità nel metodo attraverso il quale è stata approvata. La Costituzione è di tutti i cittadini, è la struttura portante del Paese e le sue modifiche richiedono ponderazione, riflessione, confronto. La Costituzione non può essere piegata a strumento di lotta tra contrapposte forze politiche per contingenti esigenze di potere", ha continuato.
Frasca ha sottolineato come "in sede parlamentare non vi è stato alcun confronto reale e il testo normativo, caso unico nella storia delle riforme costituzionali, è rimasto blindato nella sua versione originaria proposta dal governo, approdando alla definitiva approvazione in appena nove mesi. E così alla capacità persuasiva delle idee si è sostituita la forza dei numeri: la maggioranza ha eluso il confronto con la minoranza senza cercare un percorso condiviso per un intervento di così grande rilievo. L'iter parlamentare si è trasformato in un semplice passaggio obbligato verso il referendum".
"Ciò che desta particolare perplessità sulla finalità della riforma è il fatto che già la Corte Costituzionale con sentenza del 2000 aveva affermato che per prevedere la separazione delle carriere non è necessaria una riforma della Costituzione, potendosi provvedere con legge ordinaria. Sorge spontaneo quindi l'interrogativo sulle reali ragioni di una riforma costituzionale", le parole del presidente della Corte d'appello di Palermo parlando della riforma Nordio.
Frasca avanza il sospetto "che le ragioni della riforma siano altrove e, in particolare, risiedano nelle altre norme costituzionali modificate, rispetto alle quali la separazione delle carriere si sta rivelando come una vera e propria arma di distrazione di massa o, peggio, la testa d'ariete per fare breccia sull'assetto complessivo della magistratura e sull'equilibrio dei poteri".
Lungo applauso e standing ovation al termine della relazione che ha aperto la cerimonia.
Bari
"Il rischio paventato è che i due Csm che si vogliono introdurre, uno per i magistrati giudicanti uno per gli inquirenti, saranno di fatto controllati dalla politica attraverso la presenza di una componente laica coesa, a fronte di una componente togata fatta di individualità sole, ciascuna delle quali rappresentativa solo di sè stessa. E la vera ferita è che i magistrati ordinari sono gli unici cui sarà sottratto l’elettorato attivo, un vulnus che si rinnoverà ad ogni nomina di Csm, ove il referendum dovesse dare esito favorevole alla riforma". Lo ha detto il presidente della Corte di Appello di Bari, Francesco Cassano, nella relazione letta in occasione dell'inaugurazione dell'anno giudiziario. "La riforma costituzionale del Csm - ha aggiunto - vorrebbe introdurre il sorteggio per la nomina dei componenti togati, cancellando ogni forma di responsabilità del sorteggiato verso il corpo giudiziario, dissociando i sorteggiati tra loro e rendendoli soli, e come tali deboli. Infatti, mentre i componenti togati saranno selezionati attraverso un sorteggio secco, i componenti di nomina parlamentare saranno individuati tramite un sorteggio effettuato nell’ambito di liste di aspiranti preventivamente decise dalla politica. La disparità tra i due modelli di investitura è difficilmente giustificabile sul piano della coerenza costituzionale - ha sottolineato Cassano - e foriera di pericoli per la stessa autonomia e indipendenza della magistratura, ove appena si consideri la ricorrente tentazione della politica di scegliere, quali membri ‘laici’, persone caratterizzate da forte collateralismo politico. Fissando il principio della elettività dei componenti del Csm - ha spiegato Cassano - il Costituente sin qui ha fondato la nomina su base fiduciaria, consapevole che l’autogoverno della magistratura richiede nei componenti attitudini che non appartengono necessariamente a tutti i giudici, giacchè amministrare è cosa diversa dal giudicare. Nel contempo, la Costituzione ha disegnato il Consiglio superiore come un’istituzione rappresentativa di idee, di prospettive, di orientamenti su come si effettua il governo della magistratura, su come si organizza il servizio giustizia, e sul ruolo della magistratura nella società, in cui la presenza di sensibilità culturali diverse, le cosiddette correnti, è garanzia indispensabile per lo stesso buon funzionamento dell’organo".
"Se si esclude il caso Tortora, sul quale la magistratura ha avuto colpe mai veramente emendate, deve dirsi che i temi della giustizia hanno finito spesso per costituire terreno di scontro politico per motivazioni non sempre nobili, che poco avevano a che vedere con i reali problemi della giustizia. Oggi il cerchio si chiude e il Ministro della giustizia può ricordare spensieratamente che lo scopo della riforma non è di risolvere i problemi della giustizia ma di contenere l’azione, indebita, della magistratura", ha poi aggiunto

Rafa Nadal sarà uno degli ospiti d'onore della finale degli Australian Open 2026. Domenica 1 febbraio l'ex tennista spagnolo assisterà alla sfida della Rod Laver Arena, in cui Carlos Alcaraz affronterà Novak Djokovic, che ha eliminato Jannik Sinner in semifinale, nell'ultimo atto dello Slam di Melbourne. Ma chi tiferà Nadal?
Nessun dubbio per Rafa, vincitore per due volte in carriera degli Australian Open: "Se dovessi fare il tifo per qualcuno in finale, sceglierei Carlos", ha detto ai media spagnolo, confidando così la sua preferenza per Alcaraz, "ho un buon rapporto con lui, abbiamo condiviso le Olimpiadi, abbiamo condiviso la nazionale spagnola... ma se vince Novak, sarò felice anche per lui perché, in un certo senso, quello che sta facendo è spettacolare".

Paolo Bertolucci 'difende' Jannik Sinner. Dopo la sconfitta del tennista azzurro nella semifinale degli Australian Open 2026, in cui si è arreso in cinque set e oltre quattro ore di gioco a Novak Djokovic, Sinner sta ricevendo qualche critica di troppo che non è piaciuta all'ex giocatore azzurro, oggi opinionista tv. A 24 ore da un ko per molti inaspettato, Bertolucci ha pubblicato un tweet sul proprio account X con un messaggio piuttosto chiaro: "Avviso ai naviganti! Sinner ha reso scontato qualcosa di eccezionale. Nello sport come nella vita esistono le vittorie ma anche le sconfitte".
Un pensiero espresso anche all'Adnkronos: "Djokovic ha sfoderato una prestazione monumentale, ha dimostrato ancora una volta di essere un campione straordinario. Peccato per Jannik che ha avuto tante occasioni nel quinto set e non è riuscito a sfruttarle. Se devo trovare un difetto alla partita dell'azzurro è che forse è stato un po' troppo attendista ma è stato anche costretto dalla grande prova dell'avversario", ha detto l'ex capitano azzurro di Coppa Davis.
"Avendo visto giocare Djokovic mercoledì contro Musetti penso che nessuno gli avrebbe dato una chance contro Sinner, invece oggi in campo è stato un altro giocatore, sembrava ringiovanito di 5-6 anni", ha continuato Bertolucci, "Sinner saprà fare tesoro di questa sconfitta, è dura da digerire ma non è tutto da buttare. In questo torneo ha dimostrato una crescita al servizio notevole. Lo aspettiamo al Roland Garros".

Stasera, sabato 31 gennaio, andrà in onda un nuovo appuntamento di 'The Voice Kids', alle 21.30 su Rai 1 con l'ultimo capitolo delle 'Blind Auditions'.
Alla conduzione, Antonella Clerici che accompagnerà il pubblico alla scoperta delle storie, dei talenti e dei sogni dei nuovi piccoli protagonisti. Al suo fianco, nel ruolo di coach Loredana Bertè, Arisa, Nek, Clementino e Rocco Hunt.
Nelle tradizionali 'audizioni al buio', i coach di spalle ascolteranno i piccoli concorrenti senza poterli vedere. Sarà solo la loro voce a doverli conquistare e, in quel caso, il coach potrà voltarsi per aggiudicarsi il concorrente in squadra. Se più coach si volteranno, invece, sarà il concorrente a decidere a chi affidare il proprio percorso.
Nel corso delle quattro puntate di 'Blind Auditions' ciascun coach potrà, anche quest’anno, avvalersi del 'Super Pass', ovvero garantire ad un concorrente particolarmente talentuoso l’accesso diretto alla finale, e del 'Super Blocco', con cui impedire ad un altro coach di scegliere un concorrente.
Al termine della fase di audizioni, ogni coach avrà una squadra formata da nove concorrenti: il titolare del 'Super Pass' volerà direttamente alla finale, mentre gli altri otto si contenderanno il posto nelle sfide della puntata successiva. Al termine di questa, scopriremo quali saranno i tre giovani concorrenti per ciascun team che – insieme ai titolari del 'Super Pass' - si esibiranno nel gran finale, in onda sabato 14 febbraio, sempre in prima serata su Rai1, dove verrà decretato il vincitore della quarta edizione di 'The Voice Kids'.

"Se il nemico fa un errore, senza dubbio questo metterà in pericolo la sua sicurezza, la sicurezza della regione e la sicurezza del regime sionista". Così il capo dell'esercito iraniano, Amir Hatami, oggi ha messo in guardia gli Stati Uniti e Israele da un eventuale attacco, affermando, una dichiarazione riportata dall'Irna, che le forze armate iraniane "sono completamente pronte in assetto difensivo e militare".
"La scienza e la tecnologia nucleare dell'Iran non può essere eliminata, anche se gli scienziati e i figli di questa nazione vengono uccisi", le parole di Hatami che arrivano dopo che Donald Trump ha posto due condizioni per evitare un'azione militare contro l'Iran[1]: "Numero uno, no nucleare. Numero due, stop alle uccisioni dei dimostranti".
Intanto gli Stati Uniti hanno avvisato l'Iran che "non tollereremo azioni non sicure" nello Stretto di Hormuz[2], dopo che Tehran ha annunciato due giorni di esercitazioni militari in questa zona. "Qualsiasi comportamento non sicuro e non professionale nelle vicinanze di forze Usa, dei partner regionali o imbarcazioni commerciali, aumenta il rischio di collisioni, escalation e destabilizzazione", recita una dichiarazione del Comando Centrale Usa, il Centcom, responsabile delle forze in Medio Oriente, riferendosi a manovre come sorvoli sulle navi da guerra americane o anche approcci con i motoscafi veloci delle forze iraniane.
"Le forze Usa hanno le forze meglio addestrate e più letali del mondo e continueranno ad operare al massimo livello di professionalità e rispettare le norme internazionale. I Guardiani della Rivoluzione iraniani devono fare la stessa cosa", conclude la dichiarazione. E' previsto per domani l'inizio dell'esercitazione delle forze iraniane nello Stretto di Hormuz.

Il capo del Dipartimento della Protezione Civile, Fabio Ciciliano, ha firmato un'ordinanza relativa ai primi interventi urgenti di protezione civile in conseguenza degli eccezionali eventi meteorologici che hanno colpito il territorio della fascia costiera della regione Calabria, della regione autonoma della Sardegna e della regione Sicilia.
Tra le diverse disposizioni, l’articolo 17 dell’ordinanza riguarda la frana di Niscemi[1]: il testo prevede la realizzazione di una analisi del rischio idrogeologico nel territorio del comune di Niscemi, la realizzazione di un programma di indagini geognostiche, geotecniche e di monitoraggio strumentale finalizzato ad accertare le cause del dissesto idrogeologico e la predisposizione di un sistema di sorveglianza. Intanto la procura della Repubblica di Gela, Caltanissetta, come apprende l'Adnkronos ha aperto un procedimento penale[2] per disastro colposo e danneggiamento seguito da frana. Il procedimento è assegnato a due pm oltre che al Procuratore Capo e è, allo stato, a carico di ignoti.
Primi interventi dell'Esercito a Niscemi
Intanto, a seguito dello smottamento del terreno che ha causato la profonda frana sullo sperone dove si trova l’abitato di Niscemi, la prefettura di Caltanissetta ha chiesto l’intervento dell’Esercito, interessando il Comando Territoriale Sud della Forza Armata. Nelle zone colpite dall’evento geologico che sta provocando il crollo di un lungo fronte sulla collina di Niscemi verso la piana di Gela, l’Esercito è intervenuto con il 4º reggimento Genio della Brigata Aosta per cominciare a migliorare la viabilità delle strade vicinali di collegamento tra le Provinciali 10 e 12, realizzando un bypass per evitare l’isolamento dell’abitato siciliano, considerata l’impraticabilità delle principali direttrici cittadine. Inoltre, il personale dell’Esercito, grazie alle macchine operatrici del Genio, trasformerà in strade carrabili le piste agricole, in parte asfaltate, attorno a Niscemi per permettere alla popolazione di transitare, anche a supporto dell’economia locale.
Il monitoraggio satellitare
La cittadina siciliana recentemente colpita dal ciclone Harry è attualmente al centro di un complesso piano di monitoraggio geologico. Il movimento franoso in atto, stimato in circa 350 milioni di metri cubi, ha attivato l’intervento delle tecnologie spaziali dell’Agenzia Spaziale Italiana (ASI). In qualità di centro di competenza del Dipartimento della Protezione Civile, l’ASI sta fornendo dati radar per potenziare la sorveglianza del territorio e prevenire ulteriori rischi per la popolazione.
L'efficacia della sorveglianza si basa sulla disponibilità din vasto archivio storico che consente di confrontare la situazione attuale con i rilievi degli anni precedenti. Nell’arco di sole 24 ore, l’ASI ha reso disponibili circa 400 immagini d'archivio provenienti dalla costellazione COSMO-SkyMed. Queste acquisizioni, che coprono un'area di 40x40 chilometri con una risoluzione di 3 metri, sono state raccolte a partire dal 2010 nell'ambito del piano MapItaly, un progetto dedicato esclusivamente al monitoraggio del territorio nazionale.
I dati sono stati trasferiti al Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università di Firenze, centro di competenza incaricato dell’analisi tecnica. Attraverso l’elaborazione di immagini radar ad apertura sintetica (SAR), è possibile individuare cambiamenti strutturali millimetrici e valutare se vi siano accelerazioni nei movimenti del suolo.
Altri articoli …
- Sinner perde, Alcaraz in finale: come cambia il ranking dopo Australian Open
- Operazione antidroga dei carabinieri a Guasila, due arresti
- Manifestazioni anti-Ice a Minneapolis e nel resto degli Usa, migliaia in protesta
- Usa, inizia lo shutdown: niente fondi Ice nel bilancio approvato al Senato
- Cacciatori uccisi nel bosco, oggi l'autopsia sui tre cadaveri
- Thais Wiggers oggi a Verissimo, l'incidente in montagna e la separazione da Teo Mammucari
- Verissimo, sabato 31 gennaio: gli ospiti e le interviste di oggi
- A Venezia oggi inizia il Carnevale tra zone rosse e metal detector
- Storie al bivio, oggi sabato 31 gennaio: gli ospiti di Monica Setta
- Tari non pagata, ecco dopo quanti anni va in prescrizione
- Visite ed esami nel Lazio, da 1 febbraio cambia la validità delle prescrizioni
- Australian Open, oggi finale Sabalenka-Rybakina: orario tv e streaming
- Sciopero del trasporto aereo oggi 31 gennaio, chi si ferma e quando
- Ucraina, la 'diga' rischia di cedere: Kiev in difficoltà, l'analisi
- Iran, Trump e il giallo dell'ultimatum. Teheran: "Sì a negoziati sul nucleare"
- Lazio-Genoa 3-2, pioggia di rigori nell'Olimpico deserto
- S&P conferma rating Italia a BBB+ e outlook migliora. Giorgetti: "Il lavoro paga"
- Epstein file, spunta la mail di Musk: "Quando posso venire sulla tua isola?"
- Lazio-Genoa, rigori e gol: decisivo il Var, cosa è successo
- "Le Constellation brucia, i miei amici sono morti", 171 telefonate ai soccorsi nella strage di Capodanno - Audio
Pagina 80 di 125



