
Una rabbia interiore e una 'mancanza di rispetto totale per la propria vita' - tra tentativi di suicidio, casi di autolesionismo, disturbi alimentari - e quella degli altri, in una sorta di 'disinvestimento affettivo'. In questo contesto, il gesto violento appare svuotato del suo peso specifico. E' quanto emerge nei racconti dei ragazzi raccolti nel rapporto 'Dis(armati). Un’indagine sulla diffusione della violenza giovanile, tra percezione e realtà', realizzata dal Polo Ricerca di Save the Children con il sostegno di Fondazione Iris Ceramica Group Ets. “In quel momento sei come in un videogame, vuoi solo finire il livello”, spiega un ragazzo. Anche davanti ai magistrati, come emerge dalle interviste realizzate per la ricerca, il racconto dei minori resta spesso frammentato, infantile, privo di una reale percezione della gravità del reato commesso. L’assunzione di alcuni tipi di sostanze psicotrope, inoltre, rischia di avere un effetto moltiplicatore della violenza, trasformando la rabbia in azione e abbassando la soglia di percezione del rischio fino ad azzerarla.
“Questi ragazzi non cercano la violenza per il gusto di farla. Cercano un posto nel mondo e spesso lo trovano dentro dinamiche violente: in questo modo, qualcuno li vede, li riconosce. Molti di loro non hanno una prospettiva di futuro, ma hanno un presente molto esigente” spiega un operatore. Lo raccontano anche i ragazzi seguiti dai servizi di giustizia: “Se non reagisci, perdi rispetto e sei finito. Meglio passare per pazzo che per debole”.
Prendendo in considerazione i dati sul numero di minorenni di 14-17 anni denunciati o arrestati si registra un aumento di 14-17enni segnalati per rapina: 3.968 nel 2024, più del doppio rispetto al 2014, in crescita in quasi tutte le regioni del centro e del nord Italia, in particolare in Valle d’Aosta (+3 ogni mille abitanti nella fascia 14-17 anni), Emilia-Romagna (+2,65 ogni mille), Friuli Venezia-Giulia (+2,42 ogni mille) e Liguria (+2,34 ogni mille), con le sole eccezioni di Piemonte (-0,39 ogni mille) e Lazio (-0,54 ogni mille). Il dato del primo semestre 2025 (2.364) conferma il trend in aumento, con un’incidenza maggiore in Emilia-Romagna (3,06 ogni mille abitanti), Lombardia (1,7 ogni mille), Liguria (1,44 ogni mille) e Toscana (1,38 ogni mille). Sempre nel primo semestre 2025, tra le città metropolitane spiccano: Milano (294 minorenni denunciati o arrestati), Roma (124), Bologna (103) e Torino (85).
Sono 4.653, invece, i minori denunciati o arrestati per lesioni personali (di cui 592 ragazze), quasi il doppio rispetto a dieci anni prima, in crescita costante in tutte le regioni, come indicano anche i 2.425 casi del primo semestre 2025. L’incidenza maggiore in Friuli-Venezia Giulia (2 ogni mille abitanti nella fascia 14-17 anni), Emilia-Romagna (1,89 ogni mille) e Valle d’Aosta (1,63 ogni mille) e, tra le città metropolitane, sempre nel 1° semestre 2025, Milano (129 minorenni denunciati o arrestati), Roma (75), Torino (83) e Bologna e Napoli (73).
I minorenni denunciati o arrestati per rissa registrano un aumento che sfiora il 100% tra il 2019 e il 2024, con 1.021 segnalazioni, di cui 955 ragazzi, con un’incidenza maggiore in Molise (1,21 ogni mille abitanti nella fascia 14-17 anni). Nel primo semestre 2025 sono 507 i minorenni segnalati, in linea con l’anno precedente. Le città metropolitane più coinvolte nello stesso periodo sono: Milano (33 minorenni segnalati), Genova (32) e Palermo (31).
Un simile andamento, ma con valori più elevati, riguarda i minori denunciati o arrestati per il reato di minaccia, che aumentano significativamente dopo il 2019 fino a raggiungere i 1.880 casi nel 2024 (988 nei primi sei mesi del 2025), di cui 303 ragazze, con un’incidenza maggiore, anche in questo caso, in Molise (1,62 ogni mille abitanti nella fascia 14-17 anni), mentre l’aumento più significativo tra il 2014 e il 2024 si è registrato in Friuli Venezia-Giulia (+1,5 ogni mille abitanti nella fascia 14-17 anni). Tra le città metropolitane, nel 1° semestre 2025, svettano Roma (49 minorenni segnalati), Milano (41) e Torino (28). Diminuisce, invece, il numero di minori denunciati o arrestati per associazione per delinquere, 109 nel 2024 (erano 406 nel 2014), in particolare nel Lazio (-0,46 ogni mille abitanti nella fascia 14-17 anni, nel decennio considerato). I principali dati di analisi dello scenario, sottolinea Save the Children, si basano sulle denunce, ma occorre tenere presente che non sempre queste, dopo il vaglio dell’autorità giudiziaria, si trasformano in processi a carico dei minorenni segnalati.
“Puntare su punizioni e misure repressive può sembrare una risposta immediata, ma non funziona. La violenza giovanile nasce spesso in un vuoto educativo e sociale: è lì che bisogna intervenire. Prevenire significa investire in contesti che offrano ai ragazzi opportunità, ascolto, relazioni rispettose e alternative positive. Serve sostenere le famiglie nelle sfide dell’adolescenza, promuovendo modalità di comunicazione basate sul rispetto reciproco. Nelle scuole è urgente rafforzare i percorsi di educazione alla non violenza, il supporto al benessere psicosociale e attivare presidi di ascolto e intervento precoce. Accanto a questo, è fondamentale investire stabilmente nell’educativa di strada e di comunità, e garantire spazi pubblici dove i giovani possano incontrarsi, esprimersi e partecipare in modo positivo. La via educativa è cruciale anche per accompagnare i giovani in percorsi di responsabilizzazione rispetto alle proprie azioni perché comprendano le conseguenze dei loro comportamenti. Le competenze emotive e sociali devono supportare nella presa di consapevolezza delle proprie azioni e di come possono impattare, a volte in modo tragico, su altri coetanei e sulla comunità più allargata. Per riuscire a fare tutto questo serve un’alleanza forte tra scuole, famiglie, servizi sociali, terzo settore e istituzioni locali”, spiega Giorgia D’Errico, direttrice Relazioni Istituzionali di Save the Children.

I social sono ambienti tipici di espressione dell’adolescenza e, quando questa espressione è violenta, diventano anche luogo dove la violenza viene messa in scena, “certificata” e amplificata: molti episodi vengono filmati e condivisi perché il bisogno di apparire prevale anche sul rischio di essere scoperti. Il 13,4% di ragazzi tra i 15 e i 19 anni ha assistito a scene di violenza che venivano filmate, a fronte di un 8,4% delle ragazze. In alcuni casi, anche se più ridotti, i ragazzi dichiarano di avere filmato loro stessi scene di violenza con il proprio cellulare, il 4,5% dei maschi e il 2% delle femmine “Almeno fare paura significa essere visti”, dice un ragazzo. La violenza diventa così una performance identitaria in cui il bisogno di visibilità e l’esaltazione delle azioni rappresentano elementi necessari. E' quanto si legge nel rapporto 'Dis(armati). Un’indagine sulla diffusione della violenza giovanile, tra percezione e realtà', realizzata dal Polo Ricerca di Save the Children con il sostegno di Fondazione Iris Ceramica Group Ets e diffuso oggi
In questo scenario, la musica svolge un ruolo significativo: trap, rap e, in alcuni contesti, il neomelodico sono linguaggi con cui esprimere rabbia, marginalità e desiderio di riscatto. Per molti adolescenti, la musica è un modo per essere ascoltati in un mondo adulto che probabilmente li considera già irrecuperabili.
Nei primi sei mesi del 2025 i minori denunciati o arrestati per associazione mafiosa sono 46, a segnalare un aumento rispetto al 2024, quando sono stati 49. Dei 46, quasi la metà si registrano a Catania e a Napoli. Ad allarmare anche l’aumento, in alcuni territori, dei minori denunciati o arrestati per omicidio (passati da 102 nel 2014 a 193 nel 2024), con un’incidenza maggiore in Campania (0,15 ogni mille abitanti tra i 14 e i 17 anni) e con 27 minorenni segnalati a Napoli nel primo semestre 2025 (erano stati 28 in tutto il 2024). E' quanto emerge dal rapporto 'Dis(armati). Un’indagine sulla diffusione della violenza giovanile, tra percezione e realtà', realizzata dal Polo Ricerca di Save the Children con il sostegno di Fondazione Iris Ceramica Group Ets e diffuso oggi.
"L’affiliazione criminale nasce spesso dalla povertà educativa: nei vuoti di opportunità, l’illegalità offre ai ragazzi fragili appartenenza e protezione - si legge nel rapporto - Senza alternative, spesso costretti a scelte obbligate che si intersecano con le attività criminali della famiglia e da contesti relazionali e sociali complessi, in territori privi di opportunità e servizi, attratti da logiche di potere, denaro e riconoscimento sociale, i minorenni entrano precocemente in contatto con le armi per affermarsi all’interno del gruppo o del quartiere. Ma occupandosi esclusivamente dell’arma o del reato, invece che del minore, si corre il rischio di consegnarli alla cultura criminale. Per i ragazzi coinvolti in contesti di criminalità organizzata, la difficoltà a interrompere la condotta delinquenziale e, quindi, la probabilità di commettere più di un reato è di 3,48 volte superiore rispetto ai coetanei che non sono coinvolti in questi contesti".

La quasi totalità (97%) delle persone che convive con una malattie infiammatoria cronica intestinale (Mici) vorrebbe ricevere un supporto psicologico al momento della diagnosi, e il 60% anche durante il ricovero e dopo le dimissioni: ma 2 pazienti su 3 non hanno mai ottenuto alcun tipo di sostegno emotivo. È quanto emerge dall’indagine nazionale 'Sunrise' che è stata presentata nel corso dell’evento realizzato nell’ambito della campagna 'Colite ulcerosa, io esco', promossa da Alfasigma in collaborazione con Amici Italia e con il patrocinio di Ig-Ibd. Nonostante circa il 65% dei pazienti dichiari di essere in remissione, la malattia continua a essere vissuta come un’esperienza ‘non solo fisica’: si rivelano diffusi livelli di nervosismo (53%), preoccupazione per le proprie condizioni di salute (50,9%), mancanza di energie (46,8%) e un significativo senso di solitudine.
"Ansia, depressione, paura della recidiva, senso di incertezza verso il futuro e stigma sono componenti strutturali dell’esperienza di malattia, che influenzano direttamente l’andamento clinico e la risposta alle terapie. Quando questi bisogni non vengono intercettati e accompagnati, il rischio è quello di una presa in carico parziale: pazienti che faticano ad aderire alle cure, che vivono con maggiore stress le fasi di riacutizzazione, che si sentono soli nei momenti di transizione più delicati, come il passaggio dall’età pediatrica a quella adulta o l’eventualità di un intervento chirurgico – afferma Salvo Leone, presidente International federation of crohn's & ulcerative colitis associations (Ifcca) e direttore generale Amici Italia – Un paziente seguito anche sul piano emotivo tende ad avere un decorso più stabile, a ricorrere meno ad accessi impropri in urgenza e a utilizzare in modo più appropriato le risorse disponibili. Questo si traduce in migliori esiti clinici, in una riduzione dei costi indiretti legati a ospedalizzazioni, assenze dal lavoro o dalla scuola e, più in generale, in una maggiore sostenibilità dei percorsi di cura".
Proprio con riferimento al vissuto psicologico della malattia, 'Io esco' propone l’adozione, nei Pdta di queste patologie, di valutazioni strutturate del benessere psicologico, finalizzate a orientare tempestivamente i pazienti verso i supporti adeguati, nonché l’istituzione di percorsi gestiti da professionisti delle Ibd Unit con interventi psicologici volti a sostenere l’elaborazione emotiva e migliorare così l’aderenza del paziente alle terapie. Contestualmente, un’altra indagine – promossa da Elma Research – su pazienti con colite ulcerosa conferma che 1 paziente su 2 manifesta il bisogno di una presa in carico più efficace. Inoltre, il 47% vorrebbe essere informato e coinvolto rispetto alle scelte terapeutiche, il 38% vuole servizi di supporto socio-assistenziale e il 37% è interessato ad accedere a terapie complementari (supporto psicologico, nutrizionale e terapie integrate). Il 43% dei pazienti si dichiara in remissione, ma l’84% di questi continua a manifestare sintomi extraintestinali che ne minano la qualità di vita; un sostanziale disallineamento tra il vissuto del paziente e la valutazione clinica che denota il bisogno di strategie condivise che mirino ad un esito di cura soddisfacente dal punto di vista della qualità di vita.
"Il paziente con Ibd è affetto da una patologia gastrointestinale, spesso aggravata da problematiche extra-intestinali che comprendono possibili manifestazioni articolari, cutanee, epatiche e oculari, problemi nutrizionali, stanchezza cronica – speiga Edoardo Vincenzo Savarino, associato di Gastroenterologia Dipartimento di Scienze chirurgiche, oncologiche e gastroenterologiche, Università degli Studi di Padova, segretario generale Ig-Ibd Italian group for the study of inflammatory bowel disease – Pertanto, non basta soltanto stadiare oggettivamente la malattia, ma dobbiamo occuparci anche delle problematiche nutrizionali del paziente, che hanno sì un impatto significativo sulla qualità di vita, ma anche sulla risposta alle terapie farmacologiche o chirurgiche; e di tutto quello che riguarda la sfera psicologica. È necessario promuovere un approccio multidisciplinare con il coinvolgimento di diversi specialisti, quali gastroenterologo, nutrizionista, radiologo, chirurgo e psicologo". Un’affermazione, questa, in linea con la proposta di 'Io esco' - riprota una nota - di rafforzare formalmente il ruolo delle Ibd unit definendone standard minimi organizzativi, tecnologici e professionali. In particolare, valorizzare la multidisciplinarietà all’interno del Pdta, incentivando il coinvolgimento di diversi specialisti, quali gastroenterologo, nutrizionista, radiologo, chirurgo, psicologo, nonché di definire indicatori strutturati per l’identificazione precoce, la stratificazione del rischio e il monitoraggio dell’andamento della malattia. L’obiettivo è favorire il raggiungimento di una remissione duratura e completa, libera da corticosteroidi e un miglioramento significativo e sostenibile della qualità di vita del paziente.
Fondamentale, nel percorso di cura, l’appropriatezza terapeutica, che non vuol dire solo "scegliere il farmaco giusto", ma fare la cosa giusta, al momento giusto, per quel singolo paziente. "In pratica – evidenzia Alessandro Armuzzi, presidente eletto della European crohn’s and colitis organisation (Ecco) e ordinario di Gastroenterologia e direttore Ibd unit presso Humanitas Research Hospital e Humanitas University – significa prevedere un inquadramento iniziale strutturato definendo estensione e severità, fattori prognostici, comorbidità, preferenze del paziente, e valutare da subito rischio di progressione di malattia; dare obiettivi condivisi e misurabili, cioè concordare obiettivi clinici e obiettivi 'di vita' (lavoro, sport, viaggi, sonno); monitorare costantemente in modo oggettivo e soggettivo, integrando sintomi con biomarkers e strumenti (ad esempio calprotectina fecale, ecografia, endoscopia), per evitare undertreatment o overtreatment; scegliere e sequenziare tra le varie opzioni terapeutiche sulla base di profilo di rischio, rapidità d’azione attesa, comorbidità, stile di vita, desiderio di gravidanza, aderenza; fornire strumenti pratici".
'Io esco' - prosegue la nota - sostiene l’importanza di favorire l’adozione di strumenti di intelligenza artificiale per un’analisi avanzata dei dati clinici, amministrativi e informazioni riportate dal paziente, intercettando precocemente mancate risposte, difficoltà di aderenza o bisogni insoddisfatti. Da questi dati potrà essere sviluppato un set aggiornato di indicatori innovativi per misurare appropriatezza, personalizzazione e qualità di vita del paziente, garantendo un monitoraggio dinamico del percorso clinico e supportando decisioni terapeutiche basate su evidenze. L’utilizzo di strumenti di AI potrà permettere di analizzare in modo integrato questi indicatori, rendendo possibili scelte più appropriate e contribuendo a percorsi di cura sostenibili.
Ad aprire l’incontro è stato Giorgio Mulè, vicepresidente della Camera, che ha ospitato l’iniziativa alla Camera, portando l’attenzione sui bisogni dei pazienti emersi dalle indagini presentate nel corso dell’evento e sulle proposte istituzionali della campagna 'Colite ulcerosa, Io esco' che si propongono come obiettivo quello di realizzare una concreta innovazione dei modelli di presa in carico dei pazienti con Ibd. "Ospitare alla Camera un momento di confronto come quello promosso dalla campagna 'Io esco' – le parole di Mulè – significa riconoscere il valore di un’interlocuzione sinergica e virtuosa tra Istituzioni, comunità scientifica e Associazioni di pazienti. Al contempo, significa anche comprendere quanto sia importante ascoltare la voce delle persone che ogni giorno si confrontano con la complessità delle Ibd. Le evidenze emerse dalle ricerche presentate oggi mostrano chiaramente come la qualità della presa in carico non possa limitarsi alla sola dimensione clinica, ma debba includere attenzione alla persona e ai suoi bisogni psicologici, sociali e relazionali. Personalizzazione, umanizzazione e innovazione sono i tre assi lungo i quali i modelli di presa in carico sono chiamati ad evolvere. In tal senso le istanze presentate da 'Io esco' e tese a promuovere Pdta per le Ibd aggiornati ed omogenei, a istituire un approccio multidisciplinare alle IBD integrando il supporto psicologico, ed a riconoscere il ruolo dei centri Ibd sul territorio, rappresentano un atto di indirizzo fondamentale per il nostro lavoro di referenti istituzionali, il cui unico obiettivo è promuovere politiche sanitarie sempre più funzionali e capaci di rispondere ai reali bisogni dei pazienti".
La Campagna - dettaglia la nota - è nata nel 2024 con l’obiettivo di sostenere l’empowerment del paziente e la sua consapevolezza nel percorso di cura grazie ad un ecosistema che integra eventi formativi nei Centri, strumenti digitali e canali social. "Mettere la vita al centro della cura significa prendersi carico del paziente in maniera olistica e accompagnarlo verso una migliore qualità di vita. L’impegno di Alfasigma è favorire questo approccio grazie al confronto strutturato tra pazienti, clinici e centri specializzati in Ibd, e oggi siamo orgogliosi di apire il dialogo alle Istituzioni – commenta Massimo Giorgio Visentin, Global Chief Commercial Officer di Alfasigma – Le malattie infiammatorie croniche sono per noi un’area di primario interesse. Con campagne come “Io esco' offriamo una piattaforma di informazioni e servizi fortemente orientata alla collaborazione con il sistema".

Poste Italiane prosegue il proprio percorso di innovazione al servizio dei cittadini, rafforzando l’offerta e semplificando l’accesso ai servizi della Pubblica Amministrazione. A partire dal 10 marzo 2026, salgono a 6.007 gli uffici postali in cui è possibile richiedere il rilascio o il rinnovo del passaporto, tra uffici presenti Comuni con meno di 15.000 abitanti e quelli dei grandi centri urbani, ampliando ulteriormente la rete di prossimità su tutto il territorio nazionale. Il servizio è particolarmente gradito dai cittadini visto che sono quasi 173 mila le richieste di rilascio e rinnovo del passaporto presentate presso gli uffici postali italiani. Il mese di febbraio 2026 ha fatto registrare il record di 15.940 passaporti erogati (+36% vs febbraio 2025). Il precedente massimo era stato raggiunto nel mese di gennaio 2026 con 15.686 passaporti rilasciati.
Il servizio di rilascio e rinnovo del passaporto è stato avviato nei piccoli centri e nelle aree più remote nell’ambito del progetto Polis, l’iniziativa che prevede la trasformazione di quasi 7.000 uffici postali, situati in comuni con meno di 15 mila abitanti, in sportelli unici di prossimità in grado di offrire numerosi servizi della Pubblica Amministrazione. Successivamente, grazie all’estensione dell’accordo con il Ministero dell’Interno, il rinnovo e il rilascio dei passaporti è stato reso disponibile anche nelle grandi città. Oltre a semplificare la burocrazia, l’iniziativa contribuisce a ridurre il divario tra aree urbane e territori meno serviti, portando un contributo rilevante agli abitanti delle località più isolate d’Italia. Ne è un esempio Terranova di Pollino, in provincia di Potenza, dove i cittadini erano costretti a percorrere fino a 150 chilometri per ottenere il passaporto. Attualmente è possibile richiedere il passaporto in 5.586 uffici postali Polis e in 421 uffici postali di grandi città distribuiti in centri urbani come Bologna, Verona, Roma, Cagliari, Firenze, Vicenza, Monza, Venezia, Perugia, Ferrara, Milano e Napoli.
Il progetto, avviato poco più di 18 mesi fa, nasce con l’obiettivo di valorizzare la capillarità della rete degli uffici postali per rendere i servizi pubblici più vicini e accessibili ai cittadini. I risultati confermano il successo dell’iniziativa: finora sono state presentate 172.618 richieste di rilascio e rinnovo del passaporto, di cui 128.697 presso i 5.143 uffici Polis attivi nei comuni con meno di 15.000 abitanti, e 43.921 negli altri 421 uffici postali presenti nei grandi centri urbani. Tra i comuni che fanno parte del progetto Polis spiccano per numeri di richieste quelli della provincia di Verona (13.504), Vicenza (12.349), Bergamo (9.254) e Monza (8.677).
Il procedimento per richiedere il passaporto presso gli uffici postali è semplice e veloce. È sufficiente presentare un documento di identità valido, il codice fiscale, due fotografie e corrispondere l’importo di 42,70 euro, oltre al contrassegno telematico da 73,50 euro. L’importo va versato utilizzando i canali messi a disposizione da Poste Italiane presso gli uffici postali e sulle piattaforme online, oppure mediante i diversi Prestatori di Servizi di Pagamento (Psp) che aderiscono al servizio.
In caso di rinnovo, è necessario consegnare anche il vecchio passaporto o la denuncia di smarrimento o furto. Gli operatori degli uffici postali raccolgono i dati biometrici (impronte digitali e foto) e inviano la documentazione all’ufficio di Polizia competente. Nelle grandi città il servizio è disponibile su prenotazione che può essere effettuata registrandosi sul sito di Poste Italiane. Il servizio prevede la possibilità di consegna a domicilio del passaporto: una scelta effettuata dall’80% dei cittadini nei piccoli centri e dal 32% dei residenti nelle grandi città.

Offrire alle donne vittime di violenza opportunità concrete di formazione e reinserimento attraverso borse di studio dedicate. È uno degli obiettivi del protocollo di intesa “Ricomincio da me”, siglato tra l’Università degli Studi Guglielmo Marconi e la Fondazione Doppia Difesa, come spiegato dal direttore generale dell’ateneo Marco Belli in occasione dell’incontro dedicato al tema della violenza di genere “Violenza di genere, tutela delle vittime, prevenzione e percorsi di sostegno”, organizzato in collaborazione con la Fondazione Doppia Difesa Onlus nell’ambito delle iniziative dedicate alla Giornata Internazionale della Donna. “Quello di oggi è un importante incontro istituzionale, organizzato insieme alla Fondazione Doppia Difesa con cui abbiamo siglato nel gennaio di quest’anno un protocollo di collaborazione”, ha dichiarato Belli.
Grazie all’accordo, l’università metterà a disposizione borse di studio rivolte alle donne assistite dall’associazione. “Abbiamo voluto offrire il nostro contributo mettendo a disposizione alcune borse di studio per le donne che hanno subito violenza e sono seguite dalla Fondazione, così da garantire loro una possibilità concreta di riscatto e reinserimento”, ha spiegato.
Accanto al sostegno diretto alle vittime, l’intesa punta anche a rafforzare le attività di sensibilizzazione all’interno dell’ateneo. “Un secondo obiettivo fondamentale è sensibilizzare la nostra comunità studentesca su una tematica così grave come la violenza di genere, non solo per parlarne ma anche per cercare soluzioni e fare, come università, la nostra parte”, ha concluso Belli.

"Con questo progetto, si riescono a garantire due diritti fondamentali: quello alla salute e quello allo studio. Gli studenti più fragili, che hanno un Isee basso e quindi vivono in situazioni economiche difficili, hanno infatti la possibilità non solo di curarsi con le visite che vengono effettuate in questi ambulatori, ma anche di avere gratuitamente degli occhiali per migliorare il proprio campo visivo. Il Consiglio regionale non poteva mancare nel sostegno a questa importantissima iniziativa e alle tante altre che verranno poi messe in campo insieme all’università di Tor Vergata e all’azienda Policlinico Tor Vergata". Lo ha detto Antonello Aurigemma, presidente del Consiglio regionale del Lazio, alla presentazione di ‘Campus visivo’, la clinica oculistica temporanea allestita presso l’università romana, fino al 27 marzo. L’iniziativa, che gode del patrocinio della Regione e del ministero dell’Università e della ricerca (Mur), evidenzia l'importanza della prevenzione in una fase della vita caratterizzata da un forte stress visivo dovuto allo studio e all'uso di dispositivi digitali, avvalendosi del supporto operativo dei volontari di EssilorLuxottica.
“È un progetto molto importante - spiega Aurigemma - che vede la messa in rete di istituzioni ed enti fondamentali che sono gli attori principali del sistema salute il mondo accademico, la sanità pubblica e soprattutto il privato che investe nel sociale. 'Campus visivo' riesce quindi a racchiudere i protagonisti principali per dare risposte concrete in un momento particolare del nostro sistema economico, che purtroppo è afflitto da congiunture internazionali e da guerre che si perpetuano nel corso del tempo e che comportano naturalmente un aggravio della spesa per le famiglie e per i giovani, spesso costretti a fare rinunce”, conclude.

"Campus visivo è un’iniziativa che unisce due programmi in uno: è al tempo stesso un programma sanitario, perché prevede la donazione di visite oculistiche e di occhiali da vista, ma ancor di più è un programma di natura sociale, perché contribuisce a rimuovere un ostacolo importante alla costruzione del futuro di tanti giovani. Saranno fino a mille gli studenti di Tor Vergata che riceveranno non solo visite oculistiche, ma anche un’opportunità per costruire meglio il proprio futuro". Lo ha detto Andrea Rendina, segretario generale OneSight EssilorLuxottica Italia, partecipando a Roma al lancio di 'Campus visivo', la clinica oculistica temporanea allestita presso l'università Tor Vergata, fino al 27 marzo. Il progetto, realizzato in collaborazione con l'ateneo e rivolto a studenti in condizioni di fragilità economica, nasce per contrastare il fenomeno della rinuncia alle cure oculistiche per motivi economici, garantendo il diritto alla prevenzione visiva e allo studio attraverso la donazione di occhiali da vista.
“Insieme alle istituzioni, all’università, ai professionisti della vista e al terzo settore abbiamo creato una vera e propria rete solidale della vista dedicata agli studenti - afferma Rendina - Un vero esempio di sussidiarietà circolare che andiamo a presentare a tutti gli altri atenei italiani perché, se vorranno, potranno adottarlo. Noi certamente li supporteremo al riguardo”.

"Riteniamo che la possibilità di verificare lo stato visivo degli studenti e di fornire loro il presidio oculistico e gli occhiali per la correzione possa essere fondamentale per migliorare la loro qualità della vita all’interno dell’Ateneo e far vivere l’esperienza di studio in tranquillità, senza ansie e preoccupazioni legate al tema della vista". Così Carlo Nucci, prorettore vicario, professore di malattie dell’Apparato visivo e direttore della Scuola di specializzazione in Oftalmologia dell’università degli Studi di Roma Tor Vergata, presente a Roma presso gli spazi dell'ateneo dove è stata allestita la clinica oculistica temporanea di 'Campus visivo'. L'attività clinica, coordinata dal professore e supportata dallo staff del dipartimento di Oftalmologia del Policlinico universitario Tor Vergata, permetterà di effettuare circa 50 visite al giorno, con l'obiettivo di raggiungere mille studenti entro la fine del mese.
Si tratta di un presidio importante per gli studenti che, in questa specifica fascia d’età, sono esposti a “un rischio significativo di sviluppare difetti della vista, in particolare la miopia - sottolinea Nucci - C’è inoltre un rischio concreto che, nel corso degli anni di studi universitari, questi difetti possano peggiorare o aggravarsi”. Per il professore, "avere la possibilità di usufruire di un’adeguata correzione e di ricevere informazioni su quelli che possono essere i fattori di rischio di un’eventuale ulteriore progressione dei difetti visivi o di altre patologie correlate - osserva - può essere di estremo supporto per lo studente, non solo in questa fase di studio ma anche come prevenzione per gli anni successivi".
Verificare lo stato visivo degli studenti e di fornire loro il presidio oculistico di ‘Campus visivo’ costituisce un valido supporto per i giovani che, altrimenti, a causa dei difetti visivi (in particolare la miopia), vivrebbero poco serenamente l’esperienza di studio. Ciò eviterà di "compromettere la loro capacità di impegnarsi e di svolgere specifiche attività, come l’analisi al microscopio o il lavoro con grafici e tabelle", conclude il professore.

Il trattamento di prima linea con l’inibitore del recettore degli androgeni (Ari) enzalutamide in combinazione con radio-223 dicloruro determina un beneficio significativo in termini di sopravvivenza globale (Os), riducendo il rischio di morte del 24% rispetto al solo enzalutamide negli uomini con carcinoma prostatico metastatico resistente alla castrazione (mCrpc) e metastasi ossee. Sono i risultati finali dello studio di Fase III Peace-3 - riporta una nota - presentati in una sessione orale all’American Society of Clinical Oncology Genitourinary Cancers Symposium (Asco GU) 2026 (Oral astract #15 del 26 febbraio 2026) e pubblicati contemporaneamente su ‘Annals of Oncology’.
“Nonostante i recenti progressi nella cura del carcinoma prostatico, molti uomini con tumore della prostata metastatico resistente alla castrazione e metastasi ossee continuano a fare i conti con una prognosi sfavorevole e con un alto rischio di progressione della malattia”, ha spiegato Franco Nolè, direttore dell’Oncologia medica Urogenitale e cervico facciale dell’Istituto europeo di oncologia di Milano, sperimentatore e autore dell’articolo dello studio Eortc 1333/Peace-3 pubblicato in Annals of Oncology. “I risultati di Peace-3 mostrano che iniziare enzalutamide in combinazione con radio-223 dicloruro, assieme alle strategie terapeutiche che proteggono la salute dell’osso, può aiutare i pazienti a vivere più a lungo, supportandoli a preservare la funzionalità e conservare la propria indipendenza più a lungo”.
Al momento dell’analisi finale della sopravvivenza globale (Os) - riferisce la nota - gli uomini trattati con enzalutamide in combinazione con radio-223 hanno mostrato un miglioramento statisticamente significativo della Os rispetto a quelli trattati con il solo enzalutamide, con una riduzione del rischio di morte del 24%. La Os mediana è stata di 38,2 mesi con enzalutamide più radio-223 rispetto a 32,6 mesi con il solo enzalutamide. Il beneficio in termini di Os è risultato generalmente coerente nella maggior parte dei sottogruppi predefiniti. Questi risultati finali di Os si aggiungono all’analisi primaria, pubblicata su Annals of Oncology, che ha mostrato un miglioramento significativo della sopravvivenza libera da progressione radiologica (rPsf) con la combinazione rispetto al solo enzalutamide (19,4 vs 16,4 mesi rispettivamente).
“Peace -3 è un esempio significativo di come la ricerca cooperativa accademica possa favorire progressi in malattie complesse come il carcinoma prostatico metastatico”, ha sottolineato Denis Lacombe, amministratore delegato dell’Organizzazione europea per la ricerca e il trattamento del cancro (Eortc) che riunisce esperti di ricerca clinica sul cancro di tutta Europa per coordinare e condurre ricerche traslazionali e cliniche a livello internazionale. “Questi dati di Fase III - continua Lacombe - forniscono importanti indicazioni per i clinici e sottolineano il valore della collaborazione internazionale nella generazione di evidenze a supporto del processo decisionale clinico”.
“Questi nuovi dati di Peace-3 rafforzano la leadership di Bayer nella cura del carcinoma prostatico e il nostro impegno a lungo termine nel rispondere ai bisogni clinici insoddisfatti dei pazienti”, ha affermato Christine Roth, Executive Vice President, Global Product Strategy and Commercialization e membro del Pharmaceuticals Leadership Team di Bayer. “Indagando approcci combinati, stiamo costruendo un portfolio in crescita nel carcinoma prostatico con il potenziale di offrire nuove opzioni terapeutiche ai pazienti nelle diverse fasi della malattia”. Radio-223 dicloruro -è approvato in oltre 50 Paesi per il trattamento di pazienti con mCrpc che presentano metastasi ossee sintomatiche e nessuna metastasi viscerale nota.

Enrica Bonaccorti è morta oggi dopo una battaglia contro il cancro al pancreas, che resta uno dei tumori più aggressivi e difficili da trattare, anche a causa della diagnosi spesso tardiva che rende più complesso il percorso terapeutico.
Solo nel 20% circa dei pazienti (1 su 5), infatti, la malattia viene identificata quando è ancora localizzata ed è quindi possibile procedere con l’asportazione chirurgica completa del tumore, non senza rischi. In Italia si stimano ogni anno circa 13-14 mila nuovi casi e la malattia rappresenta una delle principali cause di morte per tumore nei Paesi occidentali, segnalano gli oncologi del Cipomo (Collegio italiano dei primari oncologi medici ospedalieri).
Il pancreas è una ghiandola situata tra stomaco e intestino che svolge una duplice funzione: produce enzimi fondamentali per la digestione e ormoni - tra cui l’insulina - che regolano il metabolismo degli zuccheri nel sangue. I tumori che colpiscono questo organo possono svilupparsi in diverse aree della ghiandola e avere caratteristiche biologiche differenti, ma condividono spesso appunto una diagnosi tardiva e un comportamento clinico particolarmente aggressivo. La forma più frequente è l’adenocarcinoma pancreatico duttale, che rappresenta circa il 90-95% dei casi e nasce dalle cellule che producono enzimi digestivi. Esistono poi forme più rare, come i tumori neuroendocrini pancreatici, che originano dalle cellule che producono ormoni e che in alcuni casi possono avere un decorso più lento.
"Non conosciamo nel dettaglio il caso della attrice e presentatrice Enrica Bonaccorti – spiega Paolo Tralongo, presidente Cipomo oltre che direttore del dipartimento di oncologia dell’ospedale di Siracusa -. Certo è che una delle principali criticità del tumore del pancreas è la difficoltà di riconoscerlo nelle fasi iniziali. I sintomi sono spesso poco specifici e possono comparire solo quando il tumore è già in fase avanzata. Tra i segnali più frequenti si possono osservare dolore addominale o alla schiena, perdita di peso involontaria, perdita di appetito, stanchezza persistente o ittero, cioè la colorazione gialla della pelle e degli occhi. Inoltre, il tumore del pancreas è purtroppo una delle neoplasie più difficili da trattare, soprattutto perché nella maggior parte dei casi viene diagnosticato quando la malattia è già in fase avanzata. Per questo è fondamentale rafforzare gli strumenti di diagnosi precoce, sostenere la ricerca e garantire una presa in carico delle persone all’interno delle reti oncologiche regionali, dove la gestione multidisciplinare consente di integrare chirurgia, oncologia medica, radioterapia e cure di supporto. Infine fondamentale anche proseguire nella ricerca e nella sperimentazione delle nuove cure".
Nel dettaglio, secondo i dati più recenti riepilogati in un focus della Fondazione Airc per la ricerca sul cancro, nel 2024 sono stati stimati 13.585 nuovi casi di tumore al pancreas in Italia, di cui 6.873 tra gli uomini e 6.712 tra le donne. Il tasso di mortalità non si è modificato in modo significativo negli ultimi anni. Anche per questo, il tumore del pancreas è il tipo di cancro con la minore sopravvivenza a 5 anni dalla diagnosi, arrivando ad appena l'11% negli uomini e il 12% nelle donne. La probabilità di vivere ulteriori 4 anni, condizionata dall'aver superato il primo anno dopo la diagnosi, è pari a circa il 31% per gli uomini e il 28% per le donne. In base agli ultimi dati relativi alla prevalenza si stima che attualmente, in Italia, siano circa 23.600 le persone che vivono dopo una diagnosi di tumore del pancreas, con una equa distribuzione tra i due sessi.
Le persone più a rischio sono quelle che rientrano nella fascia d'età tra i 50 e gli 80 anni. Il tumore del pancreas è infatti molto raro tra chi ha meno di 40 anni, anche se l'incidenza negli adolescenti e giovani adulti tra i 15 e i 39 anni è in aumento, si segnala nel focus Airc. Il fumo di sigaretta, oltre all'età, è il principale fattore di rischio modificabile. Possono aumentare le probabilità di ammalarsi anche un consumo eccessivo di alcolici, la sedentarietà e le esposizioni professionali ad alcuni solventi di uso industriale e agricolo o a derivati della lavorazione del petrolio. Essendo un organo fondamentale per la digestione, anche l’alimentazione ha un ruolo importante. Esistono inoltre evidenze di un legame tra il rischio di sviluppare questo tumore e l'obesità. La presenza in famiglia di tumori al pancreas, alla mammella o al colon-retto rappresenta un ulteriore fattore di rischio, spesso legato a specifiche mutazioni genetiche ereditarie che possono contribuire in modo significativo allo sviluppo della malattia. Una familiarità è riscontrabile in circa il 10% dei pazienti e, in alcuni casi, è dovuta alla presenza di condizioni ereditarie come la sindrome di Peutz-Jeghers, la sindrome familiare con nevi atipici multipli e melanoma, le mutazioni germinali del gene Brca2, la pancreatite ereditaria e la sindrome di Lynch. Altri fattori di rischio sono il diabete mellito, la pancreatite cronica e una pregressa gastrectomia.
Un'altra criticità è che per il tumore del pancreas non esistono programmi di screening per la diagnosi precoce. Quanto ai percorsi terapeutici possibili, questi dipendono principalmente dallo stadio della malattia al momento della diagnosi. L'intervento chirurgico è diverso a seconda della localizzazione del tumore. Dopo l'operazione, in caso di adenocarcinoma duttale si ricorre alla chemioterapia, generalmente per un periodo di 6 mesi (terapia adiuvante), che rappresenta anche l'unica arma a disposizione, insieme alla radioterapia, per i tumori che non possono essere asportati chirurgicamente. Tuttavia, sempre più evidenze suggeriscono l’efficacia di ricorrere alla chemioterapia prima di un possibile intervento chirurgico (terapia neoadiuvante). Sono fondamentali anche le cure di supporto al paziente, tra cui la gestione del dolore, l'alimentazione e la riabilitazione, la gestione dell'ostruzione biliare e duodenale, la qualità della vita e il sostegno psicosociale, si elenca nel focus Airc.
Fra i gruppi in campo c'è il Consorzio internazionale sul genoma del cancro che, con il contributo anche di ricercatori sostenuti da Airc, ha portato al sequenziamento dell’intero genoma di migliaia di tumori, inclusi quelli del pancreas, identificando un ampio spettro di anomalie genetiche e molecolari. Queste nuove informazioni hanno permesso di identificare diversi sottotipi di cancro del pancreas sulla base del profilo genetico, ognuno con mutazioni peculiari che sono oggi oggetto di ulteriori studi e sperimentazioni. Alcuni farmaci a bersaglio molecolare sono già utilizzati nella terapia di alcuni sottotipi di cancro pancreatico. Tra questi si possono ricordare gli inibitori tirosin-chinasici come erlotinib. Il farmaco olaparib, che qualche anno fa aveva acceso alcune speranze, non è stato poi ammesso alla rimborsabilità. Sono in corso sperimentazioni con farmaci immunoterapici (pembrolizumab), in grado di potenziare l’azione del sistema immunitario contro il tumore. Un'altra opzione riguarda la terapia genica. Manipolare geneticamente le cellule che circondano l’adenocarcinoma duttale e che partecipano all'infiammazione, potrebbe infatti essere efficace nell'eliminarle. Le terapie oggi disponibili in clinica spesso, purtroppo, non sono risolutive, ma alcune hanno mostrato di allungare sia l’aspettativa sia la qualità di vita di diversi pazienti.

A quanto apprende l'Adnkronos, l'ufficio scolastico regionale della Sicilia ha inviato gli ispettori in una scuola di Acireale, dopo le segnalazioni al ministero dell'Istruzione da parte di diversi studenti di un presunto caso di propaganda in classe a favore del No al referendum sulla riforma della giustizia.
Da una prima ricostruzione, basata su più testimonianze, sembrerebbe che una docente abbia distribuito in classe volantini a favore del No, invitando gli studenti a distribuirli anche fuori dalla scuola e a fare propaganda contro la riforma. C'è attesa per le determinazioni dell'Usr Sicilia sul caso e sulle possibili sanzioni disciplinari, visto che il ministro Giuseppe Valditara è intervenuto più volte sul tema, sottolineando la necessità di rispettare la par condicio anche a scuola.
In particolare, Valditara già a Napoli nei giorni scorsi aveva avvertito che la scuola non può essere un luogo di indottrinamento e che sarebbero stati presi provvedimenti disciplinari verso chiunque avesse fatto propaganda a favore del Si o del No in classe al di fuori di una doverosa par condicio. Poi, ieri a Firenze, ha ribadito che le scuole sono pubbliche, vengono pagate con i soldi di tutti i cittadini e che pertanto non può essere in alcun modo consentito che non si dia spazio al pluralismo, ad un corretto confronto di opinioni e allo sviluppo di un maturo spirito critico. Una posizione che sembra aprire la strada alla probabile adozione di provvedimenti disciplinari nei confronti di chi dovesse avviare campagne militanti di indottrinamento nelle classi.

L'amministrazione Trump ha avviato la procedura per sostituire in modo permanente i dazi che la Corte Suprema ha cancellato perché illegali, annunciando l'avvio di nuove inchieste per pratiche commerciali inique che con ogni possibilità porteranno entro l'estate a nuovi dazi permanenti sulle importanzioni negli Stati Uniti. Jamieson Greer, il rappresentante per il Commercio e principale negoziatore per i dazi, ha detto di aver avviato un'inchiesta "sulle capacità strutturali eccessive e la produzione nel settore manufatturiero" della Cina, dell'Unione Europea, Giappone, Messico, Corea del Sud, India, Taiwan, Malaysia, Vietnam, Thailandia, Singapore, Svizzera, Norvegia, Indonesia, Bangladesh e Cambogia.
Le inchieste avverranno nell'ambito dell'applicazione della sezione 301 del Trade Act del 1974 che dà al presidente l'autorità di imporre dazi permanenti per i Paesi per i quali sono state riscontrate pratiche commerciali inique. In questo modo, Trump potrà sostituire i dazi globali del 10% che ha imposto immediatamente dopo la sentenza della Corte Suprema, appellandosi alla sezione 122 de Trade Act, dazi che scadranno dopo 150 giorni senza l'avvallo del Congresso.
L'obiettivo di Greer è quindi di condurre le nuove inchieste "in modo accellerato", in modo da poter avere un nuovo strumento per imporre i dazi a disposizone una volta scaduti i 150 giorni. "La politica rimane la stessa, gli strumenti possono cambiare a causa dei capricci dei giudici", ha detto il rappresentante per il Commercio Usa.

"Il Circolo delle Imprese è nato nel 2015. Oggi siamo presenti nel Nord Italia e organizziamo circa 60 eventi all’anno. Quando abbiamo conosciuto Alis si è subito trovata una comunanza di intenti e abbiamo deciso di avviare un percorso insieme che andasse oltre il momento fieristico, promuovendo iniziative su temi di comune interesse e favorendo il libero scambio e il networking tra gli associati". Lo ha dichiarato il presidente del Circolo delle Imprese, Alessandro Fiorentino, parlando della collaborazione con Alis, alla quinta edizione di LetExpo, la fiera dedicata a logistica, trasporti e servizi alle imprese che riunisce istituzioni, aziende e operatori del settore, in corso a Verona fino al 13 marzo.
"In particolare -ha proseguito Fiorentino- lo scorso anno abbiamo organizzato un evento con i nostri associati su diversi temi, dalla mobilità all’industria, e il prossimo 19 marzo terremo a Brescia un appuntamento dedicato all’automotive, che nasce dal lavoro avviato durante un incontro svoltosi a settembre". Il presidente del Circolo delle Imprese ha poi sottolineato anche il legame organizzativo con l’associazione: "Il nostro mondo esprime alcune figure all’interno del direttivo di Alis. Tra queste Gabriele Barucco, responsabile dei rapporti istituzionali del Circolo, che rappresenta il nostro network all’interno dell’organizzazione e si confronta su queste attività con il mondo Alis".
"Il tema della logistica e del rapporto con il sistema industriale e produttivo del Paese è centrale -ha concluso- e la nostra partecipazione a questo evento è la conseguenza naturale di questo percorso di collaborazione", ha concluso Fiorentino.

Meghan Markle come Sarah Ferguson: ormai la descrivono così, gli insider reali. La duchessa del Sussex, alla ricerca di un posto in prima fila nel mondo del glamour, è stata paragonata all'ex duchessa di York, dopo l'annuncio di uno dei suoi prossimi impegni in Australia. Insieme al marito, il principe Harry, visiterà l'Australia il mese prossimo e prenderà parte a impegni "privati, aziendali e filantropici". Ma soprattutto sarà lo sponsor (non si sa quanto intascheranno lei e il marito) di un "weekend tra ragazze" da quasi 2.000 euro a biglietto, nel quale terrà un discorso durante una cena di gala e poserà per delle foto con ospiti vip. Fino a 300 persone paganti saranno accolte nel lussuoso ritiro di tre giorni a Sydney nel fine settimana dal 17 al 19 aprile.
"Ho ammirato Meghan e ciò che ha sopportato, e come ha dimostrato che una donna può essere spinta in basso e può ancora rialzarsi", ha detto l'organizzatrice, Gemma O'Neill, conduttrice del podcast 'Her Best Life', parlando del "weekend tra ragazze eccellenti", ammettendo addirittura di sentirsi "inadeguata" a intervistare la duchessa: "Stavo per dire no all'intervista perché sentivo di non meritarla, ma dopo molte riflessioni ho cambiato idea".
I possessori di biglietti vip pagheranno circa 2.000 euro per sedere in prima fila e avere la possibilità di posare per una foto di gruppo al tavolo con la duchessa. Gli ospiti potranno inoltre concedersi lezioni di yoga mattutine, un'esperienza di "terapia musicale" e una sessione di meditazione presso l'hotel a cinque stelle InterContinental Sydney Coogee Beach. Uno spot pubblicitario dell'evento recita: "Un weekend tra ragazze come nessun altro! Un weekend indimenticabile per le donne pronte a riconnettersi, ricaricarsi e divertirsi sul serio. Unisciti a noi per un intimo fine settimana di lusso in riva all'oceano, pensato per riunire le donne e regalare loro conversazioni intense, relax, risate ed esperienze indimenticabili. Il momento clou del weekend sarà una conversazione di persona e una cena di gala con Meghan, duchessa del Sussex. Un gala intimo come nessun altro. Questa è la tua occasione per allontanarti dalla vita quotidiana e trascorrere un fine settimana concentrandoti sulla connessione, la crescita, la gioia e la celebrazione".
Nel suo podcast, la O'Neill, ha affermato che Meghan "lo fa perché ama davvero ciò che rappresenta la nostra comunità, ovvero le donne che cercano di crescere, di essere la versione migliore di se stesse e di aiutare altre donne. È un evento molto piccolo, per 300 donne. Sarà una chiacchierata davanti al caminetto con Meghan e me". Gli ospiti saranno alloggiati in camere doppie, con due colazioni, un pranzo e due cene incluse. Meghan sarà l'attrazione principale della prima serata, mentre la seconda porterà una "cena e festa in discoteca", con alcolici inclusi in entrambe le serate. Oltre ai posti privilegiati per ammirare la duchessa, gli ospiti vip potranno portare a casa un'esclusiva borsa regalo e godersi una camera da letto con vista sull'oceano. Il duca e la duchessa del Sussex torneranno in Australia sette anni dopo la loro prima visita nel 2018, quando erano ancora membri attivi della famiglia reale.

Gli studenti di Medicina e professioni sanitarie dell’Università degli Studi Link avranno la Asl Roma 1 come azienda di riferimento per le attività essenziali allo svolgimento delle funzioni istituzionali di didattica e ricerca. L’Ateneo privato e la Regione Lazio - informa una nota - hanno firmato un protocollo d’intesa per disciplinare le attività di collaborazione e le modalità di svolgimento della formazione medica e sanitaria degli studenti dei corsi di laurea magistrale a ciclo unico in Medicina e chirurgia e di odontoiatria e protesi dentaria e dei corsi di laurea in infermieristica, fisioterapia, tecniche di laboratorio biomedico, tecniche di radiologia medica per immagini e radioterapia e osteopatia. L’accordo prevede anche forme di collaborazione tra la Link e la Regione Lazio per lo svolgimento delle attività integrate e di didattica, ricerca ed assistenza a tutela della salute della collettività e per lo sviluppo della ricerca biomedica e sanitaria.
La Asl Roma 1 - dettaglia la nota - gestisce direttamente l’ospedale San Filippo Neri, l’ospedale Santo spirito e l’ospedale Monospecialistico oftalmico - Centro di riferimento regionale. Attività di alta specialità sono inoltre presenti presso il Centro per la tutela della salute della donna e del bambino Sant'Anna e il presidio Sant’Andrea di via Cassia. Il presidio Nuovo Regina Margherita è integrato con l’ospedale Santo Spirito su specifici percorsi assistenziali medici e chirurgici. Nell’anno accademico 2023-24 il ministero dell’Università e della ricerca ha accreditato alla Link di Roma il corso di laurea in Medicina e chirurgia, a cui si sono aggiunti, dal 2024-25, i corsi nelle diverse Professioni sanitarie e, dal 2025-26 quello in Odontoiatria e protesi dentaria. Gli studenti di questi corsi sono oggi oltre mille, ma il numero è destinato a crescere in maniera consistente nei prossimi anni accademici. L’Ateneo ha 7 sedi nel territorio nazionale. In ambito sanitario, oltre a Roma, i corsi di Medicina e chirurgia sono accreditati ad Ascoli Piceno, Fano e Novedrate, che ha anche osteopatia. A Macerata è accreditato il corso di laurea in odontoiatria. A Città di Castello sono erogati, tra gli altri, i corsi di laurea in infermieristica, fisioterapia, osteopatia e odontoiatria.
“A partire dall’anno accademico in corso - ha commentato il rettore dell’Università degli Studi Link, Carlo Alberto Giusti - il nostro Ateneo ha aperto a Roma una seconda sede, di oltre 53mila metri quadrati, che accoglie tutti i corsi in Medicina e chirurgia e quelli nelle Professioni sanitarie. Il protocollo siglato con la Regione Lazio è un altro passo avanti importante, perché consentirà ai nostri studenti di poter fare riferimento alla Asl Roma 1, arricchendo il proprio percorso di formazione sia dal punto di vista della didattica che da quello della ricerca”.

Le persone che utilizzano la tecnologia di monitoraggio continuo del glucosio (Cgm) FreeStyle Libre ottengano risultati glicemici migliori rispetto a chi utilizza il tradizionale automonitoraggio della glicemia tramite puntura del dito. I miglioramenti osservati sono stati ottenuti grazie all’autogestione da parte dei partecipanti, resa possibile dalle informazioni in tempo reale fornite dal Cgm. Sono i risultati del trial randomizzato controllato FreeDM2, presentati alla 19ª Conferenza internazionale sulle tecnologie avanzate e i trattamenti per il diabete (Attd), in corso a Barcellona (Spagna) e diffusi oggi da Abbott.
Circa 63 milioni di persone nel mondo utilizzano l’insulina per gestire il diabete di tipo 2, ma studi realworld mostrano che solo il 18%–30% di coloro che assumono insulina basale raggiunge gli obiettivi di emoglobina glicata (HbA1c). Questo divario - si legge in una nota - contribuisce a costi sanitari legati al diabete stimati in 217 miliardi di dollari all’anno, evidenziando come milioni di persone abbiano ancora bisogno di un maggiore supporto per raggiungere range glicemici ottimali. Il trial randomizzato controllato FreeDM2 è stato progettato per valutare se il monitoraggio continuo del glucosio in tempo reale possa aiutare le persone che utilizzano insulina basale a migliorare la gestione dei propri livelli glicemici. Condotto in 24 centri clinici nel Regno Unito e coinvolgendo 303 partecipanti, lo studio ha confrontato l’efficacia del Cgm con il tradizionale automonitoraggio della glicemia tramite puntura del dito (Smbg) in persone con diabete di tipo 2 in terapia con insulina basale.
Nello studio FreeDM2 che ha utilizzato la tecnologia FreeStyle Libre di Abbott per il monitoraggio continuo del glucosio - riporta la nota - le persone hanno registrato una riduzione significativamente maggiore dell’emoglobina glicata (HbA1c 0,6%; p<0,001) a 4 mesi rispetto al gruppo che utilizzava le tradizionali misurazioni capillari. Hanno inoltre trascorso circa 2,5 ore in più al giorno (pari a un aumento del 10,4%) nell’intervallo glicemico ottimale (70–180 mg/dL). I partecipanti allo studio utilizzavano insulina basale una volta al giorno e un inibitore Sglt2 o un agonista del recettore Glp‑1, evidenziando come il monitoraggio in tempo reale del glucosio offra benefici significativi anche per chi è già in terapia con farmaci avanzati per la riduzione della glicemia.
“Questo studio dimostra il valore delle informazioni sul glucosio in tempo reale per le persone con diabete di tipo 2 in trattamento con sola insulina basale”, afferma Emma Wilmot, professoressa associata presso la School of Medicine dell’Università di Nottingham (Uk) e coresponsabile dello studio FreeDM2. Aggiunge Lala Leelarathna, professoressa associata all’Imperial College London e coresponsabile dello studio FreeDM2: “Anche quando le persone con diabete di tipo 2 sono già in terapia con farmaci avanzati, come gli inibitori Sglt2 o gli agonisti del recettore Glp1, aggiungere la visibilità in tempo reale del glucosio ha portato a miglioramenti significativi. Le persone hanno potuto utilizzare in modo proattivo le informazioni fornite dal Cgm per adattare alimentazione, insulina basale e attività fisica, ottenendo risultati migliori”.
Un ulteriore studio interventistico condotto in Italia, anch’esso presentato all’Attd - riferisce la nota - ha seguito 88 adulti con diabete di tipo 2 in terapia con insulina basale nella normale pratica clinica, utilizzando un sistema Abbott FreeStyle Libre. Dopo 3 mesi, i partecipanti hanno mostrato migliori livelli medi di glucosio, più tempo trascorso nel range glicemico sano e un miglioramento della qualità della vita.
“Questi dati real-world provenienti dall’Italia confermano, in un contesto di pratica clinica quotidiana, i benefici del monitoraggio continuo del glucosio già osservati nello studio controllato FreeDM2”, sottolinea Francesco Giorgino, professore ordinario di Endocrinologia, Università degli Studi di Bari Aldo Moro, direttore Uo Endocrinologia, policlinico di Bari e presidente della Società europea per lo studio del diabete (Easd). “Il fatto che anche in persone con diabete di tipo 2 trattate con una sola iniezione giornaliera di insulina basale si osservino un miglioramento del profilo glicemico, un aumento del tempo trascorso nell’intervallo target e un beneficio sulla qualità di vita - chiarisce - rafforza il valore clinico del Cgm in una popolazione spesso ancora poco considerata nell’accesso alle tecnologie. La coerenza tra studio randomizzato e real-world evidence rappresenta un elemento importante, perché dimostra che questi vantaggi sono riproducibili e concretamente trasferibili nella realtà assistenziale".
“In entrambi gli studi - osserva Mahmood Kazemi, Chief Medical Officer della divisione diabete di Abbott - la visibilità in tempo reale dei livelli di glucosio offre alle persone la comprensione necessaria per apportare piccoli aggiustamenti informati durante la giornata. Nel trial FreeDM2, questi aggiustamenti sono stati effettuati direttamente dai partecipanti. Osservare pattern simili nello studio italiano conferma che il valore risiede nell’accesso continuo alle informazioni glicemiche, più che in una singola caratteristica del dispositivo”.
Ad oggi in Italia i criteri di rimborso dei dispositivi di monitoraggio del glucosio a base sensore differiscono da regione a regione. Alcune regioni - puntualizza la nota - rimborsano questi dispositivi solo alle persone in terapia insulinica multi-iniettiva, altre, come ad esempio la Lombardia, Lazio, Sicilia, Campania, Basilicata, Marche e Veneto prevedono il rimborso di alcuni di questi sistemi in tutti i pazienti che utilizzano insulina e, in particolari condizioni, anche in pazienti non insulino-trattati.
Le evidenze emerse dal trial FreeDM2 e dallo studio italiano dimostrano che le persone con diabete di tipo 2 in terapia con insulina basale possono ottenere miglioramenti clinicamente significativi grazie alla tecnologia di monitoraggio continuo del glucosio, rafforzando la necessità di ampliare l’accesso e il rimborso del Cgm a tutti coloro che possono beneficiarne. Questi risultati si allineano alle linee guida Sid e Amd su ‘La terapia del diabete mellito di tipo 2’ aggiornate ad ottobre 2025, che esprimono una raccomandazione di grado forte per l’impiego del monitoraggio continuo del glucosio anche nelle persone con diabete di tipo 2 trattate con sola insulina basale.

E' capitato a tutti di sentir brontolare la pancia alla vista di un piatto di lasagne o anche solo sentendone il profumo che aleggia in casa. Ma sebbene sia comune l'esperienza di 'mangiare' con gli occhi e con il naso prima ancora che il cibo incontri il palato, molto meno si sa di quella 'superstrada' dell'informazione, nota come nervo vago, che invia segnali nella direzione opposta: dall'intestino direttamente al cervello. Questi segnali non si limitano a rivelare cosa abbiamo mangiato e quando ci sentiamo sazi. Un nuovo studio sui topi condotto da ricercatori della Stanford Medicine e dell'Arc Institute di Palo Alto, in California, ha identificato un legame cruciale tra i 'batteri buoni' che vivono nell'intestino e il declino cognitivo che spesso si verifica con l'invecchiamento. Spesso, ma non sempre. E infatti, sebbene siamo portati a ritenere una verità universale il fatto che con l'età si diventi smemorati, in realtà alcune persone mantengono una lucidità incredibile anche a 100 anni, mentre altre davvero sperimentano una perdita di memoria a partire dalla mezza età. E' un fenomeno che "colpisce le persone in modo diverso e a diverse età", spiega Christoph Thaiss (Stanford e Arc Institute), uno degli autori senior dello studio pubblicato su 'Nature' in cui si suggerisce che l'intestino possa giocare un ruolo.
"Ciò che abbiamo scoperto - evidenzia Thaiss - è che la tempistica del declino della memoria non è programmata; è modulata attivamente dall'organismo e il tratto gastrointestinale è un regolatore fondamentale di questo processo".
Nel dettaglio, l'idea è che il tratto gastrointestinale che invecchia produce molecole specifiche che attenuano l'attività di un importante percorso neuronale intestino-cervello, portando a un declino cognitivo correlato all'età. Lo studio sui topi ha dimostrato che la composizione della popolazione batterica naturale che vive nell'intestino, nota come microbioma intestinale, cambia con l'età, favorendo alcune specie di batteri rispetto ad altre. Questi cambiamenti vengono registrati dalle cellule immunitarie del tratto gastrointestinale, che innescano una risposta infiammatoria che ostacola la capacità del nervo vago di inviare segnali all'ippocampo, la parte del cervello responsabile della formazione della memoria e dell'orientamento spaziale. Stimolare l'attività del nervo vago negli animali più anziani ha trasformato topi anziani e smemorati in roditori capaci di ricordare oggetti nuovi e di uscire dai labirinti con la stessa agilità dei più giovani.
"Il grado di reversibilità del declino cognitivo legato all'età negli animali, semplicemente alterando la comunicazione intestino-cervello, è stato sorprendente", evidenzia Thaiss. "Tendiamo a pensare al declino della memoria come a un processo intrinseco al cervello. Ma questo studio indica che possiamo migliorare la formazione della memoria e l'attività cerebrale modificando la composizione del tratto gastrointestinale, una sorta di telecomando per il cervello".
Il lavoro, aggiunge l'altro autore senior, Maayan Levy (Arc Institute), "sottolinea che i processi cerebrali possono essere modulati attraverso interventi periferici. Dato che il tratto gastrointestinale è facilmente accessibile per via orale, modulare l'abbondanza di metaboliti del microbioma intestinale è una strategia molto interessante per controllare le funzioni cerebrali".
Da tempo il microbioma, la comunità di batteri annidati nell'intestino, è sotto i riflettori e sta vivendo periodo di popolarità. Questo perché ci si rende sempre più conto che la sua funzione è fondamentale non solo per il modo in cui digeriamo il cibo, ma anche per la salute generale. Non a caso, si parla sempre più di frequente di un 'secondo cervello' che ha sede nella nostra pancia. Le evidenze scientifiche al riguardo continuano a crescere. Poco più di un decennio fa, un gruppo di studiosi aveva anche dimostrato che modificare il microbioma intestinale dei roditori influenza i comportamenti sociali e cognitivi degli animali. Thaiss e Levy si sono chiesti se un processo simile potesse essere responsabile della perdita di memoria e dei problemi cognitivi spesso associati all'invecchiamento. Oggi, ragiona Thaiss, non sappiamo molto "su come il cervello percepisce ciò che accade all'interno del corpo", la cosiddetta interocezione.
Lo studio dimostra che l'invecchiamento influisce anche su questo, sui segnali 'interni' come quelli che viaggiano dall'intestino al cervello attraverso il nervo vago, non solo sulla cosiddetta esterocezione (cioè i segnali provenienti dall'esterno del corpo, trasmessi principalmente dai 5 sensi). Per testare la teoria secondo cui il microbioma intestinale gioca un ruolo nei 'momenti di vecchiaia' che molti sperimentano, i ricercatori hanno ospitato topi giovani (di 2 mesi) insieme a topi anziani (di 18 mesi). La convivenza ha esposto i topi giovani ai microbiomi intestinali dei topi anziani e viceversa. Dopo un mese, i ricercatori hanno esaminato la composizione dei microbiomi di entrambi i gruppi e hanno scoperto che si somigliavano di più. Quando hanno confrontato le capacità dei topi di riconoscere un oggetto nuovo o di trovare l'uscita da un labirinto, i topi giovani con microbiomi 'vecchi' hanno ottenuto risultati significativamente peggiori rispetto ai coetanei. Anche ulteriori test hanno avuto esito simile. Dal confronto fra topi giovani e anziani allevati in ambiente privo di germi fin dalla nascita (senza batteri intestinali), è emerso anche un altro aspetto ritenuto interessante: i topi anziani privi di germi non hanno subito perdite di memoria e cognizione con l'invecchiamento, ottenendo risultati pari a quelli degli animali di 2 mesi.
Cosa c'entrano i batteri intestinali? Approfondendo la ricerca, gli autori hanno identificato specifici cambiamenti che si verificano nella composizione del microbioma intestinale dei topi con l'avanzare dell'età. In particolare, aumenta l'abbondanza relativa di un batterio chiamato Parabacteroides goldsteinii ed è direttamente associata al declino cognitivo negli animali. Gli autori hanno infatti dimostrato che la colonizzazione dell'intestino di topi giovani con questa specie batterica inibiva le loro prestazioni nei compiti di riconoscimento degli oggetti e di fuga dal labirinto, e che questo deficit era correlato a una riduzione dell'attività nell'ippocampo. Quando invece i topi anziani sono stati trattati con una molecola che attiva il nervo vago, le prestazioni cognitive degli animali erano indistinguibili da quelle degli animali giovani. Ulteriori esperimenti hanno dimostrato che la crescente prevalenza del batterio Parabacteroides goldsteinii era correlata a una quantità crescente di metaboliti chiamati acidi grassi a catena media, e che questi metaboliti inducono un gruppo di cellule immunitarie nell'intestino chiamate cellule mieloidi a innescare una risposta infiammatoria. Questa infiammazione inibisce l'attività del nervo vago, l'attività dell'ippocampo e la capacità di formare ricordi duraturi.
In sostanza, riepiloga Thaiss, "abbiamo identificato un percorso in tre fasi verso il declino cognitivo che inizia con l'invecchiamento gastrointestinale e i conseguenti cambiamenti microbici e metabolici che si verificano. Le cellule mieloidi del tratto gastrointestinale percepiscono questi cambiamenti e la loro risposta infiammatoria compromette la connessione tra intestino e cervello attraverso il nervo vago. Questo è un fattore diretto del declino della memoria. E se ripristiniamo l'attività del nervo vago, possiamo ripristinare la funzione mnemonica di un animale anziano" portandola al livello di quella di un animale giovane. I ricercatori stanno ora studiando se quanto osservato nei topi esista anche negli esseri umani e se contribuisca anche al declino cognitivo legato all'età. "La nostra speranza è che alla fine queste scoperte possano essere trasposte in ambito clinico per combattere il declino cognitivo legato all'età nelle persone", conclude Thaiss.

Oggi, giovedì 12 marzo, comincia la nuova edizione di Pechino Express 2026 in esclusiva su Sky Uno e in streaming solo su Now. Quest’anno il nuovo reality porterà i concorrenti verso est, lungo una rotta tra le più ambiziose di sempre: Indonesia, Cina e Giappone.
A guidare i viaggiatori sarà Costantino della Gherardesca, capitano della spedizione, che per la prima volta sarà affiancato da tre inviati, uno per ciascun Paese attraversato: Lillo Petrolo, Giulia Salemi e Guido Meda.
Il percorso porterà le coppie alla scoperta di luoghi spettacolari: dalle isole indonesiane di Bali e Java ai vasti territori della Cina, fino al Giappone, con destinazione finale a Kyoto. Un itinerario che promette una gara imprevedibile e un’immersione totale nell’Estremo Oriente, che mai come in questa edizione sarà davvero "estremo".
Tra i viaggiatori più attesi di questa edizione ci sono Biagio Izzo e Francesco Paolantoni, che formano la coppia degli ‘Spassusi’, destinata a portare la quota comica della stagione. Izzo è simbolo di una risata verace, spontanea e capace di conquistare tutto il pubblico italiano: da cabarettista locale, è diventato attore di successo in tv, al cinema, in particolare nei cinepanettoni, e protagonista della scena teatrale. Paolantoni è una figura storica dello spettacolo italiano, noto per la sua versatilità e il suo umorismo surreale: la sua carriera si sviluppa tra teatro, cinema e TV, sempre all’insegna della sperimentazione e della comicità intelligente.
Chanel Totti e Filippo Laurino formano la coppia de 'I raccomandati'. Lei è la secondogenita dell'ex coppia formata da Francesco Totti e Ilary Blasi. Cresciuta sotto i riflettori, con il tempo si è affermata come tiktoker e influencer, grazie a contenuti che raccontano momenti della sua quotidianità.
Filippo si è diplomato presso il liceo artistico e, recentemente, ha conseguito la laurea in video design, celebrando questo traguardo con grande entusiasmo. È un videomaker, ama viaggiare e stare in famiglia.
'Le DJ' Jo Squillo e Michelle Masullo si sono conosciute nel 2018: hanno instaurato un legame affettivo che va ben oltre ogni ruolo convenzionale, tanto che ora si definiscono madre e figlia elettiva.
La carriera di Jo Squillo inizia alla fine degli anni ‘70 nell’ambiente punk milanese, ma è con 'Siamo donne', cantata al Festival di Sanremo in coppia con Sabrina Salerno, che ottiene il suo più grande successo. Parallelamente ha intrapreso una carriera televisiva.
Michelle sin da giovane ha coltivato il sogno di entrare nel mondo dello spettacolo: nel 2018 ha debuttato come modella nel programma 'Detto Fatto', poi ha partecipato a L’Eredità e La Volta Buona e in parallelo ha iniziato ad esplorare il mondo della musica come DJ, esibendosi frequentemente anche all’estero.
Fiona May e Patrick Stevens sono 'I veloci' e sono una coppia anche nella vita reale. Lei è considerata a livello internazionale una delle maggiori protagoniste della sua disciplina, il salto in lungo, di cui è stata due volte campionessa mondiale
Patrick ha rappresentato il suo paese, il Belgio, in ben tre edizioni dei Giochi Olimpici, guadagnandosi così il titolo di miglior sprinter belga degli anni ’90. Nel corso della sua carriera si è aggiudicato complessivamente 20 titoli nazionali assoluti. Insieme hanno una figlia di un anno.
Dani Faiv e Tony 2Milli sono 'I rapper': hanno recentemente collaborato al brano Slithertdc. Dani Faiv si è fatto notare per uno stile eccentrico, energico e fuori dagli schemi, è tra gli artisti più riconoscibili per stile, ironia e carisma.
Tony 2Milli è un rapper e produttore italiano di 25 anni di Milano; si è fatto conoscere nei circuiti underground a partire dal 2018, grazie a uno stile crudo, ironico e fuori dagli schemi.
Steven Basalari e Viviana Vizzini sono 'Gli Ex'. Lui, cresciuto in una famiglia già attiva nel mondo dell’intrattenimento (il padre Mario era il fondatore della celebre discoteca Number One), ha respirato fin da piccolo l’energia della nightlife; alla morte del padre ha raccolto la sua eredità imprenditoriale, trasformandola in una realtà moderna e poliedrica. Parallelamente ha saputo sfruttare i social media per costruire un’immagine pubblica forte e carismatica: con milioni di follower tra Instagram e TikTok, è diventato uno dei volti più riconoscibili del web, specialmente tra i giovani.
Vizzini si è avvicinata da giovanissima al mondo della moda e dei concorsi di bellezza, conquistando nel 2020 il titolo di Miss Universo Italia. Nel 2018 ha esordito in televisione come corteggiatrice nel programma Uomini e Donne; dal 2022, invece, è membro fisso del cast di Avanti un altro!.
'I comedian' Tay Vines e Assane Diop sono una coppia di stand up comedian.
Tay è originario del Togo, ha iniziato la sua attività pubblicando video ironici online, diventati presto virali grazie al suo stile diretto, autentico e coinvolgente. Con le sue gag e sketch, Tay affronta temi importanti come immigrazione, razzismo e pregiudizi, smontando i luoghi comuni.
Assane, conduce una doppia vita: operaio in fabbrica di giorno, comico di sera. Proprio tra turni e risate nasce il suo percorso artistico, fatto di video comici pubblicati online che conquistano sempre più pubblico grazie al suo stile diretto e travolgente.
Elisa Maino e Mattia Stanga formano 'I creator'. Grandi amici nella vita, sono tra i creator più conosciuti e seguiti d’Italia.
Elisa è stata la prima creator italiana su Musical.ly e poi su TikTok, sui suoi profili parla di moda, make-up e lifestyle.
Mattia è considerato il creator comedy per eccellenza in Italia: a partire da marzo 2020 è diventato il volto simbolo dei POV su TikTok Italia, conquistando milioni di utenti grazie alla sua ironia tagliente e alla capacità di rappresentare in modo incredibilmente realistico e divertente scene di vita quotidiana. Nel 2023 è stato inserito da Forbes Italia tra i 100 Under 30 più influenti nella categoria Social Media. Nel febbraio 2024 è stato uno dei conduttori del Prima Festival, in occasione della 74a edizione del Festival di Sanremo.
Gaia De Laurentiis e Agnese Catalani sono madre e figlia e formano 'Le biondine'. De Laurentiis è una figura molto conosciuta dello spettacolo italiano con una carriera che attraversa più di 35 anni di palcoscenico, tournée internazionali e successi televisivi.
La figlia Agnese nel 2024 ha iniziato il percorso per entrare all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica 'Silvio d’Amico'.
Candelaria e Camila Solórzano sono 'Le Albiceleste': sorelle e modelle argentine, e ora vivono entrambe a Milano. Candelaria è anche una DJ di musica elettronica, si è esibita in festival ed eventi di rilievo internazionale.
Camila, classe 1989, è stata eletta Miss Argentina nel 2012; con lo zaino in spalla ha viaggiato in tutto il mondo, oggi lavora nel mondo della ristorazione. È una persona calma, riflessiva e accogliente: un punto di riferimento stabile per chi le sta intorno, soprattutto per sua sorella.
Come da tradizione, Pechino Express unirà la competizione alla scoperta. Le coppie non solo si sfideranno per arrivare al traguardo finale, ma avranno anche l’opportunità di conoscere da vicino tradizioni, culture e stili di vita delle popolazioni incontrate lungo il percorso.
Il premio finale sarà devoluto, come ogni anno, a sostegno di una ONG attiva nei Paesi attraversati durante il viaggio.
I concorrenti partiranno con uno zaino in spalle e per loro un euro al giorno a persona in valuta locale. Per proseguire la gara dovranno contare esclusivamente su resistenza fisica e mentale, spirito di adattamento e capacità di arrangiarsi, cercando passaggi e ospitalità lungo il cammino.
Ogni tappa si concluderà al celebre tappeto rosso presieduto da Costantino della Gherardesca, dove verrà svelata la classifica e la coppia a rischio eliminazione. A decidere il destino dei concorrenti sarà la temutissima busta nera, che stabilirà se la puntata sarà eliminatoria oppure no.
Nella prima tappa la busta sarà nelle mani della coppia degli Ex, vincitrice della prova speciale di ‘Pechino Express – La Missione Zero’, lo speciale che ha inaugurato ufficialmente la gara di quest’anno.

La guerra cambia, l'Iran modifica la propria strategia e prova a colpire i punti deboli degli Stati Uniti in Medio Oriente. Rispetto alle primissime fasi del conflitto, iniziato il 28 febbraio con l'attacco portato da Usa e Israele, Teheran ha mutato pelle nell'approccio. Dopo aver lanciato ondate di missili e droni a pioggia nelle prime 48 ore del conflitto, l'Iran ha cambiato tattica e ha messo nel mirino due cardini della macchina bellica americana: radar e sistemi di difesa aerea, pietre angolari di una rete determinante per tutto il Golfo. "Abbiamo distrutto tutto", dice e ripete Donald Trump, descrivendo un rapporto totalmente squilibrato tra le forze in campo. "Non hanno più marina, non hanno più aviazione, non hanno più radar né difesa aerea", dice il presidente degli Stati Uniti. Eppure, l'Iran riesce ancora a colpire.
Teheran, come evidenzia anche il New York Times, sta affiancando agli attacchi contro questi obiettivi anche operazioni tramite milizie alleate nella regione. Nel Kurdistan iracheno, ad esempio, una milizia filo-iraniana ha lanciato uno sciame di droni contro un hotel di lusso a Erbil frequentato da militari americani, segno - spiegano fonti del Pentagono - che l'Iran è a conoscenza del fatto che gli Stati Uniti ospitano truppe anche in strutture civili.
Tre funzionari militari americani hanno evidenziato come Teheran sembri aver accettato di non poter competere con gli Stati Uniti e Israele sul piano della pura potenza di fuoco. Tuttavia, semplicemente riuscendo a resistere alla campagna di bombardamenti e imponendo ai nemici una guerra di logoramento, il governo della repubblica islamica potrebbe rivendicare una vittoria politica. In questo quadro, la strategia appare concentrata sull'indebolimento delle difese americane, in particolare intercettori e sistemi antimissile dispiegati per proteggere truppe e basi.
L'analisi del conflitto permette di appurare che l'Iran ha imparato rapidamente dalle lezioni della Guerra dei 12 giorni dello scorso giugno, quando gli arsenali occidentali di intercettori antimissile subirono un forte consumo. "È sorprendente quanto velocemente abbiano imparato e applicato le lezioni di quella guerra - ha dichiarato Vali Nasr, l'esperto di Iran della Johns Hopkins University - Hanno capito che una delle nostre debolezze riguarda le capacità difensive, come intercettori, missili Thaad e sistemi Patriot".
Nella guerra dell'anno scorso, ha evidenziato un rapporto del Center for Strategic and International Studies, gli Stati Uniti lanciarono tra 100 e 250 missili del sistema Thaad - fino alla metà degli intercettori disponibili - oltre a circa 80 missili SM-3, quasi un quinto delle scorte.
Anche il capo degli Stati maggiori riuniti Usa, il generale Dan Caine, ha riconosciuto che Teheran ha modificato il proprio approccio. "Nessun piano sopravvive al primo contatto con il nemico. Loro si stanno adattando, come stiamo facendo noi", ha affermato di recente in una conferenza stampa.
Dopo aver subito i primi attacchi, l'Iran ha reagito con azioni ad ampio raggio. Teheran non si è limitata a colpire asset di Stati Uniti e Israele ma ha lanciato migliaia di droni kamikaze a basso costo contro alleati e installazioni americane nella regione, in Qatar, Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Iraq e Bahrein. I dati diffusi da Washington fanno riferimento ad un rapido calo dei lanci di missili e droni da parte dell'Iran. Questo, però, non significa che l'arsenale sia vuoto. Valutazioni riservate del Pentagono indicano che l'Iran potrebbe conservare ancora fino al 50% della propria dotazione di missili e dei sistemi di lancio: potrebbe tenerli come riserva per colpire obiettivi militari cruciali, come radar e infrastrutture di comunicazione statunitensi.

Non solo informazioni di intelligence ma strategie e piani. Il ruolo della Russia nella guerra tra Iran da una parte e Stati Uniti-Israele dall'altra appare più rilevante di quanto sia sembrato finora. A delineare il quadro in cui Mosca ha una funzione di primo piano è una fonte dell'intelligence occidentale, che accende i riflettori sull'asse con Teheran.
Nei giorni scorsi erano emerse notizie sull'aiuto di Mosca a Teheran con informazioni sugli obiettivi americani da colpire: "Non cambia nulla", il commento laconico del presidente americano Donald Trump, che nel frattempo ha avuto una lunga conversazione telefonica con Vladimir Putin.
Nel colloquio, giudicato produttivo da Cremlino e Casa Bianca, con ogni probabilità non si è parlato del know-how che la Russia starebbe mettendo a disposizione dell'Iran. Oltre 4 anni di guerra contro l'Ucraina hanno consentito alle forze armate di Mosca di sviluppare competenze notevoli nella gestione dei droni Shahed, progettati dall'Iran ma prodotti in serie da Mosca per l'uso in Ucraina. I velivoli, armi low cost rispetto ai missili e ai sistemi di difesa, hanno avuto un successo inaspettato nel penetrare le difese aeree delle nazioni del Golfo. La condivisione di intelligence russa con l'Iran era stata finora riportata come assistenza generica per l'individuazione degli obiettivi, ma i consigli tattici specifici rappresentano un nuovo livello di supporto, sottolinea la Cnn.
"Quello che era un supporto più generico sta diventando ora più preoccupante, incluse le strategie di targeting con i droni che la Russia ha impiegato in Ucraina", ha detto la fonte, rifiutando di specificare l'esatto aiuto tattico. Ma quel che si sa è che la Russia ha usato i droni Shahed contro l'Ucraina a ondate, con più droni che volano insieme e cambiano rotta regolarmente per eludere le difese aeree.
Le rivelazioni arrivano mentre il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha spiegato che "la Russia ha iniziato a sostenere il regime iraniano con i droni, lo aiuterà sicuramente con i missili, e lo sta anche aiutando con la difesa aerea". Kiev in questi giorni sta inviando esperti di intercettazione di droni nella regione del Golfo, richiesti dagli stessi Paesi sotto attacco, per condividere l'esperienza ucraina nel fermare gli Shahed.
Gli esperti ucraini anti-droni hanno iniziato intanto a lavorare in Qatar, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita. "Tre dei nostri team - ha detto Zelensky - sono già sul posto: team di esperti, personale militare, ingegneri, persone diverse. I militari sono già in comunicazione e al lavoro", ha detto Zelensky ai giornalisti in una conferenza stampa. Il suo portavoce del presidente ucraino ha confermato separatamente che i tre Paesi sono il Qatar, gli Emirati Arabi Uniti e l'Arabia Saudita.
L'aiuto di Mosca all'Iran tuttavia non sembra, almeno in apparenza, preoccupare Trump. Solo pochi giorni fa infatti il presidente americano ha evaso la pratica delle domande dirette sui rapporti tra Mosca e Teheran tra battute e risate alla Casa Bianca. Prima ha definito la questione un "problema semplice". Poi, sollecitato di nuovo, ha affermato: "Non ci sono indicazioni che stia accadendo. Se lo stanno facendo, non stanno facendo un buon lavoro: l'Iran non se la passa bene. Possono dare tutte le informazioni che vogliono, stiamo travolgendo l'Iran e travolgeremmo anche la Russia". Capitolo chiuso per Trump, che evidentemente non si preoccupa per la facilità con cui i droni iraniani arrivano 'a dama' dribblando le difese degli Stati Uniti e dei paesi del Golfo.
Più loquace sul tema era stato invece il segretario alla Difesa, Pete Hegseth. "Assicuro al popolo americano che il loro comandante in capo sa benissimo chi sta parlando con chi", aveva detto il numero 1 del Pentagono lanciando una sorta di avvertimento al Cremlino in un'intervista a '60 Minutes'.
"Qualsiasi cosa dovesse avvenire, sia pubblicamente o tramite canali segreti, sarà confrontata con forza", aveva quindi aggiunto, spiegando che gli Stati Uniti stanno "controllando ogni cosa" per sviluppare i piani di battaglia.

Gli antibiotici sono un'arma cruciale contro batteri cattivi che minacciano la salute delle persone. Ma, con la loro potente azione antimicrobica, non risparmiano neanche la popolazione di batteri 'buoni' che abita nell'intestino umano. Risultato: gli antibiotici possono cambiare il microbioma intestinale per molti anni e in alcuni casi un solo ciclo di farmaci può avere effetti per lungo tempo.
Sono le conclusioni a cui è approdato un team di scienziati in un nuovo studio condotto in Svezia e pubblicato su 'Nature Medicine'. Gli autori hanno voluto indagare più a fondo sull'effetto 'fuoco amico' che potrebbe derivare da questi medicinali così importanti per la cura di infezioni gravi, e si sono concentrati sulla comunità batterica intestinale nota appunto come microbioma.
Precedenti studi epidemiologici avevano identificato un legame tra un uso eccessivo di questi farmaci spesso salvavita e un aumento del rischio di alcune patologie, come il diabete di tipo 2 e le infezioni gastrointestinali. Le ragioni di queste osservazioni non sono del tutto chiare, puntualizzano gli esperti, ma si ritiene che i cambiamenti nel microbioma intestinale svolgano un ruolo. Tutto questo ha sollevato interrogativi sull'impatto a lungo termine degli antibiotici sul microbioma intestinale. Quello a breve termine è noto ed è significativo, ma finora non era chiaro per quanto tempo persistessero i cambiamenti provocati. Prova a colmare il gap un team internazionale guidato da scienziati dell'università di Uppsala.
Nello studio appena pubblicato, gli autori hanno scoperto forti legami tra la storia di uso di antibiotici di una persona e la composizione del suo microbioma intestinale, con effetti anche sulla diversità delle specie batteriche. E' emerso che alcuni tipi di antibiotici in particolare possono essere associati a cambiamenti nel microbioma intestinale fino a 4-8 anni dopo il trattamento.
"Possiamo osservare che l'uso di antibiotici risalente a 4-8 anni prima è correlato alla composizione del microbioma intestinale di una persona oggi. Anche un singolo ciclo di trattamento con alcuni tipi di antibiotici lascia tracce", spiega Gabriel Baldanzi, primo autore dello studio ed ex dottorando presso l'università di Uppsala. "L'uso degli antibiotici è preso molto seriamente in Svezia e il Paese ha già una rigorosa gestione" di questi farmaci. "Le persone dovrebbero continuare a seguire le raccomandazioni del proprio medico - esorta l'esperto - Detto questo, i nostri risultati contribuiscono a far luce su altre conseguenze a lungo termine degli antibiotici che raramente vengono prese in considerazione".
I ricercatori hanno analizzato i dati del registro dei farmaci insieme a una mappatura dettagliata del microbioma intestinale di 14.979 adulti residenti in Svezia. Il microbioma intestinale è stato confrontato tra i partecipanti che avevano ricevuto diversi tipi di antibiotici e quelli che non ne avevano ricevuto alcuno durante il periodo. Lo studio è stato reso possibile dal registro completo dei farmaci da prescrizione svedese, che contiene informazioni su tutti gli antibiotici dispensati in farmacia. I ricercatori sono stati quindi in grado di collegare questi dati alle biobanche svedesi all'università di Uppsala e Lund, contenenti informazioni sul microbioma intestinale.
Uno degli aspetti che hanno osservato è che i risultati differivano sostanzialmente a seconda del tipo di antibiotico utilizzato. Le associazioni più forti con cambiamenti del microbioma sono state osservate per clindamicina, fluorochinoloni e flucloxacillina. Al contrario, rilevano gli autori, la penicillina V, l'antibiotico più comunemente prescritto per il trattamento delle infezioni al di fuori degli ospedali in Svezia, è stata associata a piccole e brevi alterazioni del microbioma.
"Il forte legame tra la flucloxacillina a spettro ristretto e il microbioma intestinale è stato inaspettato e vorremmo vedere questa scoperta confermata in altri studi - osserva Tove Fall, professoressa di Epidemiologia molecolare all'università di Uppsala e ricercatrice principale dello studio - Tuttavia, crediamo che i risultati del nostro studio possano contribuire a orientare le future raccomandazioni sull'uso degli antibiotici, soprattutto quando si sceglie tra due antibiotici ugualmente efficaci, uno dei quali ha un impatto più debole sul microbioma intestinale".
I ricercatori riconoscono che lo studio ha riguardato solo le prescrizioni degli ultimi 8 anni e che un periodo di follow-up più lungo potrebbe fornire ulteriori approfondimenti. Un altro aspetto è che il microbioma intestinale è stato campionato una sola volta per partecipante. "Stiamo attualmente raccogliendo un secondo campione da quasi la metà dei partecipanti - conclude Fall - Questo ci permetterà di comprendere ancora meglio i tempi di recupero e di identificare quali microbiomi intestinali sono più suscettibili ad alterazioni dopo il trattamento antibiotico".

Per invecchiare in salute, riducendo i rischi di malattie croniche, bisogna prestare attenzione particolare all'alimentazione. Lo studio realizzato dagli scienziati dell'Harvard T.H. Chan School of Public Health e del Rush University Medical Center di Chicago ha acceso i riflettori sulla 'ricetta' che aumenta le possibilità di arrivare più sani all'età di 70 anni. La ricerca, pubblicata su Nature Medicine, ha il pregio di aver preso in considerazione il regime alimentare di ben 105mila persone: una platea enorme e una mole di dati impressionante.
Il risultato più sorprendente? Chi seguiva meglio l'Alternative Healthy Eating Index (AHEI) – la dieta più efficace tra le otto analizzate – aveva una probabilità di invecchiare in salute superiore dell'86% rispetto a chi la seguiva meno (e fino a 2,2 volte in più se si considera l'età 75 anni). L'analisi ha consentito di evidenziare che meno del 10% del campione è arrivato ai 70 anni con un 'invecchiamento salutare': capacità cognitive sostanzialmente intatte, nessun segno di depressione, assenza di patologie croniche di rilievo. I soggetti in questione erano in grado di svolgere attività fisiche di base come salire le scale o trasportare le buste della spesa senza apparenti difficoltà.
Lo studio ha valutato nel dettaglio 8 diversi diete, tutte accomunate dal 'no' ai prodotti ultraprocessati: sotto i riflettori la dieta mediterranea, quelle basate sull'assunzione di vegetali, quelle finalizzate a ridurre le infiammazioni o controllare la pressione. In generale, l'alimentazione a prescindere dalle variazioni sul tema ha aumentato le possibilità di raggiungere l'obiettivo. "Ciò che la maggior parte di queste diete aveva in comune era il fatto di essere ricche di frutta e verdura, cereali integrali, grassi insaturi, frutta secca, legumi e povere di carne lavorata e zuccheri", ha spiegato la professoressa Marta Guasch-Ferré, autrice dello studio e docente di nutrizione presso la Harvard T.H. Chan School of Public Health.
In passato, diversi studi hanno evidenziato che le diete ricche di frutta e verdura sono associate a livelli più bassi di colesterolo, ad una pressione sanguigna più regolare e ad un rischio più contenuto di sviluppare malattie cardiache o forme di cancro. Quasi tutte queste ricerche, però, non si sono soffermate sull'effetto dell'alimentazione sulla qualità della vita delle persone verso la vecchiaia 'piena'. "Non si tratta solo di vivere più a lungo, ma anche di mantenere una buona salute nelle fasi avanzate della vita", ha spiegato l'esperta.
Lo studio ha preso in considerazione soggetti di età compresa tra 39 e 69 anni per un periodo di 30 anni, dal 1986 al 2016. Il gruppo è stato selezionato da due database di professionisti sanitari, potenzialmente - quindi - soggetti più attenti alla salute rispetto alla media. Oltre a valutare la forma fisica e mentale degli individui al raggiungimento dei 70 anni, i ricercatori hanno effettuato controlli per 11 malattie gravi: la lista comprendeva cancro, diabete, ictus, sclerosi multipla e morbo di Parkinson.
Tra i regimi alimentari presi in considerazione, menzione speciale per l'Alternative Healthy Eating Index, una dieta studiata per ridurre le malattie croniche: tale sistema ha mostrato la più forte correlazione con un invecchiamento sano. La ricerca è stata strutturata con punteggi elevati alle persone che consumavano pesce, almeno cinque porzioni giornaliere di verdura e almeno quattro porzioni giornaliere di frutta intera. Cancellati dal menù carne rossa, bevande zuccherate e succhi di frutta. I soggetti 'premiati' con i punteggi più alti nell'Alternative Healthy Eating Index avevano una probabilità di invecchiamento sano superiore dell'86% rispetto ai partecipanti con i punteggi più bassi. Tutte le otto diete inserite nello studio si basano su frutta, verdura e cereali integrali, alimenti privilegiati rispetto a carni rosse e cibi processati. Non mancano le distinzioni, apparentemente ridotte.
La dieta mediterranea come è noto integra grassi sani come l'olio d'oliva, il pesce e la frutta secca. La dieta per ridurre l'ipertensione privilegia gli alimenti a basso contenuto di sodio. La dieta MIND è un compromesso tra gli altri 2 sistemi, con spazio in particolare ai frutti di bosco ritenuti utili alla salute del cervello. Promosse, ma senza lode, le diete vegane e vegetariane: "Possiamo ridurre il consumo di alimenti di origine animale, ma alcune quantità possono comunque essere salutari", ha affermato Guasch-Ferré.
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