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Stop ai medici gettonisti, ma la Regione ha già un piano per non
subire il contraccolpo. Lo ha annunciato la presidente Alessandra
Todde a margine della conferenza "Einstein Telescope: scienza,
territorio e sovranità strategica europea", in corso
nell'auditorium di Sa Manifattura a Cagliari.
(Adnkronos) - I numeri raccontano solo una parte della storia. Perché i The Lumineers, due candidature ai Grammy Awards e milioni di dischi venduti grazie a brani diventati ormai classici come 'Ho Hey', hanno costruito il loro successo senza rincorrere algoritmi o momenti virali. Lunedì 6 luglio la band guidata da Wesley Schultz e Jeremiah Fraites tornerà in Italia per l’unica data del tour all’Arena di Verona, uno dei palcoscenici più iconici al mondo. In un'intervista all'AdnKronos il batterista e co-fondatore Jeremiah Fraites racconta cosa significa finalmente esibirsi in un luogo atteso per anni, riflette sul valore dell’autenticità nell’industria musicale di oggi, sul rapporto creativo con l'altra metà della band, Wesley Schultz, dopo oltre vent’anni di carriera e su come l’Italia, dove vive da sei anni ed è ormai cittadino, abbia cambiato il suo modo di guardare il tempo, la musica e persino il caffè.
Dopo aver suonato nei più grandi festival e nelle arene di tutto il mondo, cosa significa per i The Lumineers esibirsi in un luogo storico e raccolto come l’Arena di Verona?
"Penso sia difficile descrivere a parole quanto sia significativo e importante per i The Lumineers suonare all’Arena di Verona. È un luogo di cui sentiamo parlare da almeno dieci anni. Avevamo già provato a esibirci lì circa cinque anni fa. I biglietti erano già in vendita, era tutto pronto, poi è arrivato il Covid e abbiamo dovuto cancellare tutto. Abbiamo riprogrammato un’altra volta e anche quella è saltata per altri motivi. Poi ci siamo fermati per un po’ e finalmente suoneremo la prossima settimana. Io vivo in Italia ormai, sono cittadino italiano e vivo a Torino. Esibirmi in un luogo così storico sarà qualcosa di davvero speciale".
Cosa speri che il pubblico italiano si porti a casa dopo questo concerto?
Spero che porti con sé il ricordo di una serata bellissima, un’esperienza capace di far vivere emozioni intense e di stare insieme agli altri. Mi piacerebbe riuscire a far sembrare intimo uno spazio enorme come l’Arena. Quando i The Lumineers hanno iniziato, vent’anni fa, suonavamo in piccoli locali e il nostro obiettivo era cercare di farli sembrare il più grandi possibile. Oggi che ci esibiamo in spazi enormi, l’idea è l’esatto contrario: provare a far sentire un luogo immenso come se fosse molto piccolo. Spero quindi che l’Arena di Verona riesca a essere allo stesso tempo intima e grandiosa".
C’è una canzone del vostro repertorio che pensi assumerà un significato diverso in un luogo come questo?
"Sì, penso a 'Brightside', tratta dal nostro quarto album omonimo. Ultimamente la stiamo eseguendo in modo un po’ diverso. Nel disco ci sono batterie molto potenti e una chitarra elettrica molto presente. Dal vivo, invece, io passo dalla batteria alla chitarra e Wesley canta, senza imbracciare la chitarra. Da musicista, è un momento che mi permette di camminare sul palco, guardarmi intorno e assorbire tutto quello che mi circonda. Credo che suonare quel brano lunedì sarà qualcosa di surreale. Sarà un’esperienza bellissima poter osservare tutto intorno a me e respirare l’atmosfera, perché ho la sensazione che quelle due ore passeranno in un solo istante, tanto sarà magico quel momento".
Guardando ai vostri oltre vent’anni di carriera, qual è il cambiamento più grande che ha subito il vostro processo creativo e cosa invece è rimasto identico al primo giorno?
"Credo che il fallimento, indipendentemente dal fatto che tu sia un artista, un imprenditore o un atleta, possa essere un grandissimo stimolo. Non so invece se il successo sia davvero un buon motivatore. Quando raggiungi il successo rischi di diventare troppo comodo. Non direi pigro, ma sicuramente più rilassato. Per quanto ci riguarda, io mi sento ancora affamato come vent’anni fa. Per noi la musica non è mai stata un modo per fare soldi, diventare famosi o persino suonare davanti a grandi folle. Il mio unico obiettivo era riuscire a continuare a fare musica. Volevo trovare un modo per guadagnare abbastanza da poter continuare a scrivere musica. Questo è rimasto identico. Anche se Wesley e io abbiamo fondato la band ventuno anni fa nel New Jersey, oggi lui vive a Denver, in Colorado, io vivo a Torino e tutti gli altri membri del gruppo sono sparsi in varie parti del mondo. Nessuno vive più nello stesso posto. Eppure continuiamo a trovare il modo di incontrarci, di creare ottima musica, di suonare insieme e di volerci bene. Il processo creativo è rimasto praticamente lo stesso. Io scrivo tantissimo materiale: melodie, testi, parti di pianoforte… poi mando tutto a Wes. Lui mi risponde con nuove idee e io lavoro su quelle. È curioso pensare che dopo ventuno anni, e con me che vivo in Italia mentre lui è ancora negli Stati Uniti, il nostro modo di scrivere canzoni sia rimasto praticamente identico. Credo sia stato molto salutare. Quando una band diventa famosa, il successo può cambiare le persone e non sempre in meglio. Per questo sono grato che, nonostante siano cambiate tante cose — abbiamo famiglie, figli e viviamo in Paesi diversi — alcuni principi fondamentali della nostra scrittura siano rimasti esattamente gli stessi".
Oggi molti artisti sentono la pressione di seguire le tendenze o gli algoritmi delle piattaforme di streaming. Voi invece avete sempre seguito il vostro istinto. Pensi che oggi l’autenticità venga ancora premiata nell’industria musicale?
"Purtroppo viviamo in un mondo dominato dai social media. Su Instagram, TikTok o Facebook veniamo continuamente bombardati dal successo enorme di altri artisti, anche se non lo stiamo cercando. Ti ritrovi continuamente davanti contenuti su Taylor Swift, Sabrina Carpenter, film che battono ogni record o artisti diventati virali. È una situazione molto strana e innaturale. Se oggi avessi diciotto o vent’anni e fossi un cantautore, penso sarebbe davvero difficile limitarsi a scrivere la musica che si ritiene bella. Molti giovani finiscono per pensare che autenticità significhi avere milioni di follower o diventare virali su TikTok. Noi invece abbiamo sempre cercato di creare la musica che piaceva a noi, quella che ci emozionava davvero".
E' una scelta che paga?
"Credo che gli artisti autentici non vengano sempre premiati nell’immediato. Ma nel lungo periodo penso sia la scelta migliore che si possa fare. Seguire le mode, cercare di battere record, arrivare al numero uno o inseguire il momento virale… se succede spontaneamente è bellissimo, ma non dovrebbe mai essere qualcosa di costruito artificialmente. L’autenticità e ciò che è senza tempo vengono premiati nel lungo periodo. A volte puoi avere l’impressione di non stare facendo abbastanza o che ti serva qualcosa di eclatante. Poi però ti rendi conto che i grandi film, la buona musica, l’arte, i libri ben scritti vengono sempre scoperti, prima o poi. Magari serve solo un po’ più di tempo. Credo che per i giovani artisti sia difficile accettarlo".
Le vostre canzoni raccontano spesso persone comuni, famiglie, amore e vulnerabilità. C’è ancora spazio oggi per questo tipo di narrazione?
"Penso proprio di sì. Quando un autore usa parole come 'io', 'tu', 'lui', 'lei' o 'loro', sta parlando di qualcuno. Ma quando dai un nome preciso a un personaggio succede qualcosa di diverso. Ci sono tantissime canzoni che portano un nome nel titolo, penso a 'Gloria' o ad altri brani e questo rende il personaggio immediatamente tridimensionale e reale. In una canzone hai soltanto tre o quattro minuti per raccontare una persona e convincere chi ascolta a interessarsi a lei. In un romanzo puoi dedicare centinaia di pagine al suo passato, all’infanzia, ai traumi che l’hanno formata. In una brano no. Per questo ci piace raccontare personaggi molto specifici e intimi. Credo che questo renda le persone delle nostre canzoni più vere e dia loro una vita nuova".
Vivi ormai da diversi anni a Torino. Che rapporto hai con questa città e cosa ti sta insegnando del modo di vivere italiano?
"Sono felicissimo di poter dire che ho appena preso la patente B. Credo sia stata una delle cose più difficili che abbia mai fatto in tutta la mia vita. Ci sono circa 7.200 domande e le ho studiate in maniera quasi ossessiva, proprio come faccio con la musica. Alla fine ho superato l’esame e ho ottenuto la patente. Vivo a Torino da sei anni. Ho il passaporto italiano e adesso il mio prossimo obiettivo è imparare finalmente a parlare italiano. Trovo il vostro stile di vita davvero interessante. È un cambiamento molto bello rispetto a quello americano".
C'è un aspetto che apprezzi particolarmente dell'Italian lifestyle?
"Mi piace che i negozi non siano sempre aperti. Mi piace il fatto che quando gli italiani mangiano, quel momento sia davvero dedicato a godersi il cibo e la compagnia, senza avere sempre fretta. Io sono cresciuto sulla costa est degli Stati Uniti, tra New York e il New Jersey, dove tutto è sempre frenetico. Della serie: bevi il caffè, corri al lavoro, mangia in fretta e torna subito a lavorare. Quel modo di vivere mi ha sicuramente aiutato a impegnarmi tantissimo nella musica. Ma adesso ho appena compiuto quarant’anni e sto cercando di rallentare un po’ e godermi di più queste cose. L’Italia mi ha insegnato proprio questo: rallentare. Il cibo non è soltanto carburante per tornare subito al lavoro, ma qualcosa da assaporare davvero. E poi ci sono ancora tantissimi luoghi italiani che devo visitare. Non vedo l’ora di fare qualche viaggio durante la pausa estiva. E naturalmente adoro anche gli storici caffè italiani. È davvero difficile trovare un cattivo caffè macchiato in Italia. Anzi, credo di non aver mai bevuto un caffè cattivo da quando vivo qui".
Di recente hai parlato del legame che hai sentito con Bruce Springsteen lavorando alla musica del progetto 'Deliver Me From Nowhere'. Bruce Springsteen non ha mai avuto paura di esporsi su temi sociali e politici. Pensi che gli artisti abbiano la responsabilità di prendere posizione oppure debbano sentirsi liberi di scegliere se farlo o meno?
"Credo che ogni artista debba decidere autonomamente. Penso sia una pressione difficile quella di pretendere che un artista debba necessariamente prendere posizione su ogni argomento. E non credo nemmeno che tutti debbano avere un’opinione su qualsiasi tema. Non è sano restare sempre neutrali, ma esistono così tante questioni — guerre, povertà, senzatetto, sanità negli Stati Uniti, diritti civili e molto altro — che è impossibile essere sempre perfettamente informati su tutto. Per questo trovo innaturale aspettarsi che un artista abbia un’opinione su ogni singolo tema. Bruce Springsteen è una persona molto impegnata politicamente e ha convinzioni fortissime. È giusto che ne parli. Anche noi, come Lumineers, in passato ci siamo espressi su alcune questioni negli Stati Uniti e abbiamo sostenuto economicamente organizzazioni che riflettevano i nostri valori. Ma credo che ogni artista debba scegliere da sé quale sia la cosa giusta da fare".
Dopo oltre vent’anni di collaborazione con Wesley, cosa continua a entusiasmarti di più della musica che create insieme?
"La cosa che mi entusiasma di più è proprio la musica che continuiamo a fare insieme. Andare in tour è meraviglioso. Possiamo visitare il mondo, viaggiare ovunque. A volte è stancante ma è anche un privilegio incredibile. Credo però che, sia per me sia per Wesley, il tour sia qualcosa che facciamo con piacere ma che ci tiene lontani da casa e soprattutto dalla scrittura. Un tour può durare diciotto mesi o anche due anni. Il momento che ci emoziona di più arriva quando iniziamo a lavorare a un nuovo album. Io gli mando un’idea, lui me ne manda una sua, la sviluppo e gliela rimando. Ogni volta è come la mattina di Natale: non vediamo l’ora di scoprire cosa abbia fatto l’altro. Dopo tutti questi anni mi sento davvero fortunato. Alla fine è proprio la musica la cosa che continua a rendere questo rapporto così bello e ancora così entusiasmante". (di Federica Mochi)

(Adnkronos) - "Ci sono tante modalità con cui i pazienti possono favorire, agevolare e accelerare i percorsi alle cure, anche quelle innovative". Una di queste li vede "inglobati all'interno del team multidisciplinare" perché "il paziente non deve essere ‘al centro’ come un bersaglio, ma deve essere al tavolo insieme ai clinici e all'équipe multidisciplinare per decidere insieme a loro del suo percorso" di cura. Per questo "l'advocacy", è un'attività “fondamentale che le associazioni possono e devono portare avanti". Sono le parole di Anna Maria Mancuso, presidente Salute Donna e coordinatrice del gruppo 'La salute: un bene da difendere, un diritto da promuovere', oggi, all’incontro ‘Pazienti in agorà. Verso una cura più vicina per tutti', presso Sda Bocconi a Milano.
"I tempi di approvazione e disponibilità delle terapie - osserva Mancuso - sono spesso troppo lunghi a causa di ostacoli burocratici, passaggi normativi e blocchi legati ai prontuari regionali o ai processi di Aifa, l'Agenzia italiana del farmanco. Questi rallentamenti impediscono l'accesso tempestivo a cure innovative che, in molti casi, sono salvavita e fondamentali. L'obiettivo dell'advocacy - sottolinea - è proprio quello di portare i bisogni dei pazienti all'attenzione dei decisori politici, affinché si possa collaborare per modificare e snellire i percorsi legislativi”.
Per Mancuso eventi come quello organizzato oggi a Milano, rappresentano un momento di confronto “tra diverse categorie di pazienti” uniti in una “multidisciplinarietà di associazioni e di patologie”, un’occasione utile anche per avviare “un confronto con le altre associazioni”. Inoltre, “la scelta di organizzare corsi di formazione in contesti prestigiosi, come l'Università Bocconi, è cruciale - rimarca - Formare i pazienti significa dare loro le competenze e l'expertise necessarie per sedere con autorevolezza sia ai tavoli clinici multidisciplinari, sia a quelli politico-istituzionali. Per le associazioni - conclude - la formazione non è un'opzione, ma un pilastro fondamentale”.

(Adnkronos) - Notti calde e prendere sonno diventa un incubo. Chi può allora si fa 'cullare' dall'aria condizionata. "Si può usare per domire ma senza esagerare, la camera da letto non deve diventare un frigorifero. Magari meglio l'opzione dry, accenderla prima di andare in camera e poi spegnerla. Mai con una differenza con l'esterno che va oltre i 5-6 gradi". Così all'Adnkronos Salute Pier Luigi Bartoletti, vice segretario nazionale della Fimmg (Federazione italiana dei medici di medicina generale). Per la funzione 'dry' (deumidificatore) dei condizionatori "ci si deve ricordare che aumenta l'evaporazione del corpo perché riduce l'umidità della stanza - ricorda Bartoletti - quindi anche qui non esagerare troppo ma gestire sempre con il buon senso".
Secondo la piattaforma anti-bufale 'Dottore ma è vero che...?' gestita dalla Fnomceo (Federazione nazionale degli Ordini dei medici chirurghi e odontoiatri) "alcune accortezze semplici fanno la differenza. Impostare la temperatura tra i 25 e i 27 gradi, una differenza di 5-7 gradi rispetto all’esterno è sufficiente per stare bene senza sovraccaricare il corpo". E poi "non dirigere il getto d’aria fredda direttamente sulle persone. Favorire - proseguono gli esperti - il ricambio d’aria aprendo le finestre nelle ore più fresche. Pulire i filtri con regolarità e affidarsi a tecnici specializzati per la manutenzione degli impianti, specialmente quelli più grandi".
E i ventilatori? Sono un’alternativa sicura al condizionatore? "Non esattamente. I ventilatori non abbassano la temperatura dell’aria: la spostano soltanto. Questo può dare sollievo perché favorisce la dispersione del calore corporeo, ma solo se la temperatura ambiente è inferiore a 35 gradi e il getto non è puntato direttamente sulla persona - rispondono gli esperti - Stimolano inoltre la sudorazione, aumentando il rischio di disidratazione se non si beve a sufficienza. Il ministero della Salute sconsiglia l’uso del ventilatore quando la temperatura interna supera i 32 gradi, perché in quelle condizioni non è efficace e può aumentare la disidratazione; raccomanda in ogni caso di non dirigere mai il flusso d’aria direttamente sul corpo".

(Adnkronos) - "Per coniugare innovazione e sostenibilità è fondamentale che la sanità italiana, ma direi la sanità globale, sia focalizzata e fondata sul valore. Il valore per definizione è un concetto multidimensionale, che non può solo soffermarsi sulla dimensione clinica, sicuramente fondamentale ma non sufficiente, o economica, ma deve tenere in considerazione dimensioni quali l'impatto organizzativo, l'impatto etico e l'impatto esperienziale del paziente. Ed è proprio qui che il paziente può fare la differenza, portando la propria voce e il proprio contributo attraverso evidenze ed esperienza, per creare appunto una sanità di vero valore". Così Monica Otto, associate professor of Practice e director for Executive Education in Government, Health e non Profit Sda Bocconi School of Management, intervenendo oggi a Milano all’evento ‘Pazienti in Agorà. Verso una cura più vicina per tutti', presso Sda Bocconi.
L'appuntamento “rappresenta una grande opportunità per creare un impatto vero per la sanità italiana in quanto mette al centro i pazienti e la loro esperienza - sottolinea Otto - Può contribuire ad accendere una luce rispetto alla voce dei pazienti, ma anche rispetto a quale contributo professionalizzato le associazioni di pazienti possono dare nel misurare e nell'interpretare il valore per la salute pubblica”.

(Adnkronos) - Matteo Arnaldi fa il suo esordio a Wimbledon, terza prova stagionale del Grande Slam, iniziata ieri sull'erba dell'All England Lawn Tennis and Croquet Club. L'azzurro, numero 35 del mondo e 32 del seeding, sfida il francese Quentin Halys, numero 95 del ranking Atp. Il 25enne azzurro è reduce dalla semifinale del Roland Garros che non potè giocare per un virus influenzale a poche ore dalla sfida con il 24enne romano Flavio Cobolli. La sfida tra Arnaldi e Halys è visibile in diretta televisiva e in esclusiva sui canali SkySport. Il match si potrà seguire anche in streaming sull'app SkyGo e su NOW.
Ieri vittoria al 5° set per il numero uno del mondo Jannik Sinner, che ha battuto il serbo Miomir Kecmanovic e domani affronterà il portoghese Nuno Borger.

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Con "UniSS nel mondo", l'Università di Sassari celebrerà gli
unidici progetti di cooperazione internazionale con dieci Paesi,
realizzati con il sostegno della Regione Sardegna.
L'evento si svolgerà lunedì 6 luglio dalle 8:30
alle 13:30 nell'aula magna del dipartimento di Medicina
Veterinaria, nel complesso di via Vienna, con la partecipazione di
docenti e ricercatori impegnati in iniziative che portano le
competenze dell'Ateneo in contesti complessi del Mediterraneo,
Africa e America Latina.
Moderata dal prorettore, Antonio Varcasia,
insieme con Camila Gonzalez Rosas e Simona Gabrielli, la giornata
inizierà con una panoramica sulle attività internazionali
dell'Università di Sassari.
Si presenteranno progetti su temi strategici
come inclusione, formazione internazionale, innovazione agricola e
tutela ambientale in vari Paesi, tra cui Venezuela, Angola, Libano,
Perù, Costa d'Avorio, Uganda, Tunisia e Colombia.
Tra le iniziative, spiccano progetti per
migliorare la sicurezza alimentare, la sostenibilità agricola, la
salute pubblica e l'empowerment delle comunità locali, con
particolare attenzione alla cooperazione scientifica e
formativa.
La mattinata si concluderà con la presentazione
di Parasitoons, progetto internazionale che utilizza edutainment e
gamification per prevenire zoonosi parassitarie, coinvolgendo
partner di Giordania, Egitto, Tunisia e Grecia.
Riproduzione riservata © Copyright ANSA
Da non perdere...
Nei prossimi mesi, con l'arrivo del gas naturale in sostituzione
dell'attuale aria propanata, le 3.100 utenze allacciate alla rete
di distribuzione cittadina del gas di Nuoro potranno contare sui
benefici di una fonte energetica più economica, continua e sicura
che garantirà un risparmio in bolletta fino al 30% a seconda degli
usi.(Adnkronos) - Conosciamo sempre la posizione delle nostre mani e delle nostre dita, anche se non le guardiamo, persino se abbiamo gli occhi chiusi: è la propriocezione, la capacità subconscia di percepire posizione e movimento del corpo nello spazio, lo speciale "sesto senso" a cui contribuiscono recettori dei muscoli e dei tendini. Una nuova ricerca pubblicata sul "Journal of the Royal Society Interface" dimostra oggi l'importanza dello stiramento della pelle, che attraversa le articolazioni durante il movimento volontario attivo, nel farci capire la posizione degli arti. Studi precedenti avevano affrontato la questione in condizioni non fisiologiche, come quelle dell’anestesia e durante stimolazioni passive. Oggi un gruppo di ricerca del Centro Piaggio e del Dipartimento di Ingegneria dell’Informazione dell'Università di Pisa, dell'Istituto Italiano di Tecnologia (IIT) e dell'Università di Roma Tor Vergata ha affrontato la questione in condizioni più vicine al movimento volontario reale. Per farlo i ricercatori hanno sviluppato TWIST (Tactile Wearable Interface for Skin sTretch), un dispositivo indossabile e non invasivo che amplifica lo stiramento naturale della pelle attorno all'articolazione interfalangea prossimale (PIP), l'articolazione centrale del dito indice.
Durante l'esperimento, i partecipanti dovevano riprodurre con una mano la posizione che ritenevano avesse l'altra, prima a mano nuda e poi indossando il dispositivo. «Aumentare lo stiramento della pelle ha portato i partecipanti a comportarsi come se il dito fosse più flesso di quanto non fosse realmente», spiega Eleonora Fontana, ingegnera dell’Università di Pisa, una delle autrici dello studio. «Di conseguenza compensavano questa percezione alterata mantenendo il dito leggermente più esteso: una prova diretta che il sistema nervoso incorpora attivamente la deformazione della pelle quando stima la postura del corpo». Un dettaglio metodologico rafforza il risultato: non è stata osservata alcuna differenza significativa tra la mano nuda e la condizione con dispositivo spento. L'effetto, quindi, nasce dallo stiramento amplificato e non dalla semplice presenza del dispositivo.
«Le ricadute della nostra ricerca riguardano soprattutto le tecnologie indossabili, che sono l’elemento centrale del progetto PERCEIVING, finanziato dal Fondo Italiano per la Scienza (FIS)», prosegue Matteo Bianchi, professore di ingegneria dell’Università di Pisa. «Approcci simili potrebbero un giorno sostenere la riabilitazione dopo un ictus, restituire un feedback sensoriale più intuitivo a chi usa protesi robotiche, o rendere più naturale l'interazione nella realtà virtuale e nella teleoperazione, dove trasmettere informazioni sulla postura dell'arto conta quanto trasmettere tatto o forza».
Tra gli sviluppi futuri, il gruppo punta a un prototipo indossabile su più articolazioni, per studiare come pattern distribuiti di deformazione cutanea contribuiscano alla percezione dell'intera configurazione della mano. Alessandro Moscatelli, professore associato di Fisiologia presso il dipartimento di Medicina dei Sistemi dell’Università di Roma Tor Vergata sottolinea come «Da diversi anni studiamo come la nostra pelle, in particolare i recettori che sono in essa presenti e che sono alla base del nostro senso del tatto, contribuiscano al controllo del movimento del corpo. Ogni volta che ad esempio apriamo e chiudiamo le dita della mano per afferrare un oggetto, la pelle si stira e si deforma in un modo caratteristico. Il nostro cervello utilizza questa informazione per il controllo dei movimenti fini della mano. Sfruttando questo principio possiamo deformare la pelle per creare delle illusioni percettive di movimento. Un po’ come una lente di ingrandimento fa apparire alla vista gli oggetti più grandi di quanto sono realmente, così il dispositivo TWIST inganna la nostra propriocezione e fa apparire i movimenti delle dita più ampi».
Ma c’è molto di più, come spiega in conclusione il professor Antonio Bicchi, dell’Università di Pisa: «Comprendere i principi fisici e neurali che governano la propriocezione non è soltanto un obiettivo scientifico: è una condizione abilitante per la prossima generazione di macchine capaci di percepire e controllare il proprio corpo nel mondo. Dai dispositivi indossabili ai robot umanoidi, ogni sistema che aspiri a muoversi e interagire con l'efficienza del corpo biologico ha bisogno di soluzioni ingegneristiche radicate in questa conoscenza».

(Adnkronos) - A metà dell’edizione 2026 del Gai (Global Attractiveness Index) emergono le prime evidenze per rafforzare l’attrattività dell’Italia e la capacità del Paese di generare crescita futura. Le analisi si concentrano su due leve centrali per la competitività nazionale: il contributo delle imprese multinazionali alla Ricerca e Sviluppo e alla produttività, e il ruolo del capitale umano qualificato, delle università e delle competenze come fattori abilitanti dell’attrattività-Paese. Il Gai è una piattaforma, giunta alla sua undicesima edizione, sviluppatasi con diversi obiettivi: rendere disponibile ai decisori italiani e internazionali un innovativo indice-Paese; offrire una fotografia rappresentativa dell’attrattività e sostenibilità dei Paesi; fornire indicazioni affidabili a supporto delle scelte di sistema per la crescita e l’ottimizzazione dell’ambiente pro-business. Negli anni il progetto si è allargato: ora il Gai è una piattaforma di analisi, misurazione e approfondimento dell’attrattività-Paese e di discussione dei fattori e delle strategie che maggiormente incidono su di essa, ad ampio spettro. Il progetto è supportato da un Advisory Board composto da alcune delle principali aziende multinazionali che investono nel Paese, Philip Morris Italia, Amazon e Toyota Material Handling, e da un Comitato Scientifico composto da Ferruccio De Bortoli, Enrico Giovannini e Roberto Monducci. Il percorso del GAI 2026 si concluderà a settembre, durante la 52esima edizione del Forum “Lo Scenario di oggi e di domani per le strategie competitive” di Villa d’Este, Cernobbio, con la presentazione del Rapporto 2026.
La prima riflessione riguarda il sottodimensionamento strutturale dell’Italia negli investimenti in Ricerca e Sviluppo. Nel 2024, la spesa nazionale in R&D si è attestata all’1,38% del PIL, un valore inferiore alla media UE-27 (2,13%) e distante dai principali benchmark internazionali. Il divario riguarda anche la componente corporate: la spesa in R&D delle imprese italiane si ferma allo 0,79% del Pil, contro l’1,49% della media europea. Allo stesso tempo, il mondo corporate rappresenta il principale motore della R&D nazionale. Le imprese private finanziano il 57,1% degli investimenti complessivi e impiegano il 54,5% dei ricercatori e addetti R&D italiani, confermandosi il principale canale di trasformazione della conoscenza scientifica in innovazione industriale, competitività e crescita.
All’interno del mondo corporate, le imprese multinazionali svolgono una funzione particolarmente rilevante. Pur rappresentando solo lo 0,4% delle imprese italiane, sostengono il 9,8% dell’occupazione, il 21,0% del fatturato, il 17,5% del valore aggiunto e il 38,3% della spesa nazionale in R&D, con un contributo pari a 6,5 miliardi di euro. La maggiore intensità innovativa si riflette nella spesa in R&D per addetto, pari a 3.600 Euro nelle imprese a controllo estero contro 600 Euro nelle imprese domestiche, con un differenziale di 5,7 volte. Le multinazionali presentano inoltre una produttività pari a 107mila Euro di valore aggiunto per addetto, 2,5 volte il dato delle imprese domestiche, e retribuzioni medie pari a 42,2mila Euro per addetto, 1,9 volte il livello delle imprese nazionali. Nonostante questo contributo, l’Italia presenta ancora ampi margini di miglioramento: nel 2023, l’occupazione sostenuta dalle multinazionali rappresentava il 9,8% del totale nazionale, collocando il Paese al terzultimo posto in UE-27. Combinando gli effetti riconducibili all’innovazione, alla produttività e ai salari, le stime del GAI indicano come l’allineamento della presenza di multinazionali in Italia ai valori medi degli altri Paesi europei genererebbe un impatto potenziale sul PIL pari a 161 miliardi di Euro, equivalente al 7,1% dell’economia nazionale. A seconda delle ipotesi considerate, la forchetta di impatto varia da un minimo di 121 miliardi di Euro (+5,3% del PIL) fino a un massimo di 201 miliardi di Euro (+8,8%). Tali risultati confermano come l’attrazione e la retention delle multinazionali rappresentino una delle principali leve strategiche per sostenere crescita, innovazione e competitività del Sistema-Paese.
La seconda, complementare, direttrice di analisi riguarda il capitale umano qualificato, elemento sempre più decisivo per l’attrattività dei Paesi. L’Italia dispone di asset importanti, tra cui un sistema universitario diffuso, città ad alta attrattività culturale e competenze riconosciute in numerosi ambiti, ma fatica ancora a trasformare questo potenziale in un vantaggio competitivo pienamente espresso. “L’Italia ha un potenziale straordinario, che si esprime nel talento delle persone, nella qualità delle università e nella capacità delle imprese di innovare. I risultati del Gai ci ricordano che trattenere e attrarre capitale umano qualificato è una priorità nazionale - ricorda Maria Cristina Iacazio, Ceo di Toyota Material Handling - Come Toyota Material Handling Italia siamo impegnati a creare ambienti di lavoro che valorizzino competenze, crescita professionale e inclusione, perché la competitività del Paese nasce prima di tutto dalle persone". Nel confronto europeo, il Paese mostra un ritardo nella formazione terziaria: nel 2024 solo il 31,6% della popolazione tra 25 e 34 anni è laureata, contro il 45,4% della media UE, dato che colloca l’Italia al penultimo posto nell’Unione. A questo si aggiunge la crescente emigrazione di capitale umano qualificato: nel 2024 i laureati italiani emigrati all’estero sono stati 49.562, più del doppio rispetto al 2014, con un costo stimato di formazione pubblica pari a 6,9 miliardi di Euro. Le leve operative individuate per rafforzare l’attrattività del sistema universitario e del capitale umano riguardano la semplificazione degli iter amministrativi, l’ampliamento dell’offerta formativa in lingua inglese, la disponibilità di servizi e alloggi per studenti internazionali, il rafforzamento del collegamento tra università e imprese e la valorizzazione dei percorsi Stem e professionalizzanti.
“I dati che emergono dal pre-release del Gai evidenziano ancora una volta come la competitività di un Paese sia sempre più legata alla capacità di attrarre, sviluppare e trattenere talenti, vero motore della crescita. Per l’Italia, ciò implica rafforzare il legame tra formazione, innovazione e lavoro, superando i divari che ne limitano il potenziale. In questo contesto, il ruolo delle imprese – in particolare a capitale estero – è cruciale nel promuovere competenze avanzate e valorizzare e attrarre giovani talenti, favorendo il trasferimento tecnologico, la formazione avanzata e l’integrazione con le filiere locali. È in questa direzione che si inserisce l’impegno di Philip Morris in Italia: oltre 1,5 miliardi di euro di investimenti, in particolare nel polo produttivo di Crespellano, oggi hub globale di eccellenza manifatturiera. Un modello che dimostra concretamente come investimenti industriali e sviluppo del capitale umano possano rafforzarsi reciprocamente, contribuendo alla competitività sistemica del Paese nel lungo periodo", ha dichiarato Pasquale Frega, Presidente e Amministratore Delegato di Philip Morris Italia.
Il quadro che emerge dalla prima release del Global Attractiveness Index 2026 conferma che attrattività, innovazione, produttività e capitale umano sono dimensioni strettamente interdipendenti. Rafforzare la presenza di imprese multinazionali, aumentare gli investimenti in R&D e trattenere competenze qualificate significa intervenire su alcune delle leve più rilevanti per sostenere la crescita di lungo periodo del Paese. “I dati del Gai confermano ciò che sperimentiamo ogni giorno: le multinazionali non sono solo un attore economico, ma un'infrastruttura della competitività, in grado di connettere capitale, conoscenza e lavoro qualificato. In oltre 15 anni, Amazon ha investito più di 25 miliardi di euro in Italia, creando circa 19.000 posti di lavoro a tempo indeterminato e portando nel Paese innovazione concreta — dalla robotica avanzata del nostro laboratorio di Vercelli all'intelligenza artificiale, fino alle infrastrutture cloud. Crediamo fermamente che rafforzare l'attrattività dell'Italia significhi investire insieme in innovazione, competenze e semplificazione”, afferma Matteo Bassi, Head of Economic Policy and Regulation, Amazon Italia. La sfida per l’Italia è trasformare queste evidenze in scelte stabili e coerenti di politica industriale, universitaria e di attrazione degli investimenti, capaci di consolidare l’ambiente pro-business, accrescere la competitività del sistema produttivo e rendere il Paese più attrattivo per imprese, capitali e talenti.

(Adnkronos) - In occasione della 113ª edizione del Tour de France, Continental supporta ancora una volta la corsa con la sua tecnologia d’avanguardia, sottolineando il suo ruolo di partner chiave per la mobilità nel ciclismo d'élite. Il Tour 2026 si svolgerà dal 4 al 26 luglio, coprendo 3.333 chilometri in 21 tappe, da Barcellona a Parigi. Durante tutto l’evento, Continental fornirà oltre 1.000 pneumatici per bici, più di 400 pneumatici auto e 120 pneumatici moto, a supporto di una flotta di oltre 70 veicoli e circa 30 moto ufficiali. In qualità di uno dei principali partner del Tour de France, Continental garantisce le massime prestazioni in condizioni estremamente impegnative. La partnership di lunga data, giunta ormai al nono anno, dimostra come la tecnologia Continental contribuisca al perfetto svolgimento della gara da una tappa all’altra. Continental fornirà pneumatici da strada a sei squadre in gara al Tour de France di quest'anno, più di un quarto del gruppo. Nella corsa ciclistica più prestigiosa al mondo, i team Groupama-FDJ United, Uae Team Emirates – XRG, Movistar Team, Bahrain Victorious, Decathlon Cma Cgm AG2R La Mondiale e Uno-X Mobility si affidano agli pneumatici Continental.
“La fiducia che le sei squadre ripongono in noi è sia un onore che uno stimolo. Il Tour si decide nei minimi dettagli: in ogni tappa, in ogni condizione meteorologica e su ogni superficie. Per questo motivo investiamo così tanto tempo e impegno nello sviluppo dei nostri pneumatici in stretta collaborazione con i team professionistici. E in definitiva, ne beneficiano anche i ciclisti amatoriali”, afferma Hannah Ferle, esperta Continental di pneumatici bici. A seconda della tappa, le squadre si affidano a quattro diversi modelli Continental. Lo pneumatico principale è il Grand Prix 5000 S TR, che pesa tra i 250 e i 365 grammi a seconda della misura ed è dotato di uno strato di protezione antiforatura. In condizioni meteorologiche variabili, le squadre utilizzano il Grand Prix 5000 AS TR, adatto a tutte le stagioni, che offre una maggiore aderenza sull'asfalto bagnato. Per le cronometro, i corridori utilizzano il Grand Prix 5000 TT TR, progettato per una resistenza al rotolamento particolarmente bassa, con una costruzione ottimizzata per ridurre al minimo la dispersione di energia. Nelle tappe con forti venti laterali, i team scelgono l'Aero 111, il cui profilo della ruota anteriore è progettato per guidare il flusso d'aria e ridurre la turbolenza.
Dalla prima edizione del Tour de France nel 1903, la velocità media è aumentata da circa 25 a oltre 40 chilometri orari, nonostante nel tempo il percorso sia diventato più impegnativo. Questo continuo incremento di intensità non riguarda solo i corridori, ma impone maggiori esigenze anche all'intero convoglio. Le auto di supporto devono operare a velocità altrettanto elevate, mantenendo al contempo precisione, reattività e controllo in condizioni di gara spesso imprevedibili. Di conseguenza, le prestazioni degli pneumatici di questi veicoli rivestono un ruolo fondamentale nel garantire sicurezza, maneggevolezza e affidabilità durante tutta la corsa. La gamma di pneumatici Continental per le vetture del Tour di quest'anno comprende gli UltraContact NXT, oltre agli EcoContact 6 e ai PremiumContact 7. La scelta degli pneumatici auto sottolinea l'importanza di poter contare su prestazioni costanti per supportare le squadre durante le tre settimane di gara, in diverse condizioni e su vari tipi di terreno. Per il secondo anno consecutivo, l'organizzatore del Tour de France, A.S.O., sceglie Continental come fornitore di pneumatici per le moto ufficiali della corsa. Anche quest'anno, 30 motociclette Kawasaki Versys 1100 accompagneranno il Tour, con piloti incaricati di rifornire d'acqua gli atleti e di trasmettere informazioni importanti dalla direzione gara. Come lo scorso anno, le moto sono equipaggiate con pneumatici ContiRoadAttack 4.
Il ContiRoadAttack 4 è progettato specificamente per le esigenze che il Tour impone: rapida entrata in temperatura e aderenza costante in condizioni estremamente diverse. Dalle temperature sottozero dei passi alpini o pirenaici bagnati dalla pioggia, al caldo torrido delle tappe nel sud della Francia. Sia che si viaggi a stretto contatto con il gruppo su strette strade di montagna, sia che si affrontino i tratti veloci della campagna francese, questo pneumatico hyper touring offre un livello altrettanto elevato di sicurezza, feedback e controllo intuitivo. Le prestazioni comprovate durante la scorsa stagione di gara hanno posto le basi per il proseguimento di questa partnership e Continental è orgogliosa che A.S.O. e Kawasaki continuino a riporre la loro fiducia nella sua tecnologia anche nel 2026.

(Adnkronos) - C’è anche una donna nel gruppo che ha effettuato un sopralluogo alcuni giorni prima dell’attentato fuori dall’abitazione del giornalista Sigfrido Ranucci avvenuto nell’ottobre 2025. I carabinieri hanno arrestato quattro persone tra i 53 e i 22 anni.
Si tratta di Antonio Passariello, residente nel comune di Cicciano, in provincia di Napoli, Marika De Filippi, Saverio Mutone e Pellegrino D’Avino, tutti residenti nell’Avellinese. Il gruppo avrebbe agito su commissione, in cambio di diverse migliaia di euro. I quattro hanno precedenti penali per droga e il 53enne in particolare tra i precedenti ha anche il sequestro di persona, violenza sessuale, rapina ed estorsione. La procura di Roma nella richiesta di arresto contestava l’accusa di strage, non riconosciuta poi dal gip nell'ordinanza.
I quattro arrestati erano pronti a fuggire all’estero. Dalle intercettazioni emerge infatti la preoccupazione della banda per lo sviluppo delle indagini e la possibilità di poter contare su una rete di appoggio, garantita dagli stessi mandanti dell’attentato, ancora non individuati dalle indagini. Le intercettazioni avvalorano “l’intenso interesse mostrato dai mandanti ad allontanarlo dall’Italia e a fornirgli delle versioni di comodo finalizzate, si badi bene, non a scagionarlo ma esclusivamente ad evitare che loro stessi siano identificati” sottolinea il gip.
“Le risultanze acquisite costituiscano elementi gravi, precisi e concordanti per ritenere che” i quattro arrestati “abbiano preso parte all’azione criminosa e abbiano offerto, ognuno con un ruolo specifico e determinato, un contributo rilevante alla commissione dei reati”, scrive il gip di Roma nell’ordinanza cautelare.
“E’ certo che Antonio Passariello è colui che si è procurato la disponibilità dell’autovettura – si legge nell’ordinanza - che si è recato, insieme a Saverio Mutone, a Torvaianica la sera del 16 ottobre 2025 ed è colui che si è occupato della materiale collocazione dell’ordigno”. E sempre lui “ripetutamente, nel corso delle intercettazioni, ammette di essere l’autore del reato e le sue dichiarazioni hanno trovato riscontro in quelle degli altri coindagati”. Ancora la circostanza che sia stato Passariello “in prima istanza e poi anche Mutone a ricevere l’offerta di allontanarsi dall’Italia è ulteriormente dimostrazione del ruolo di primissimo rilievo ricoperto nell’esecuzione dell’azione delittuosa commessa evidentemente per conto di terzi”.
Pellegrino D'Avino “è colui che si è occupato dell’approvvigionamento dell’esplosivo, ha preso parte al sopralluogo ed è altamente verosimile che sia anche colui che è stato destinatario diretto dell’ordine di eseguire l’attentato – scrive il gip -. La circostanza infatti che sia lui ad intrattenere in maniera esclusiva i rapporti con i mandanti o comunque con persone ad essi collegati induce a ritenere che sia stato proprio il soggetto contattato e direttamente incaricato di commettere l’azione illecita e che poi ha formato il gruppo composto dal padre, uomo di elevata esperienza criminale, dall’amico Mutone, persona con la quale intrattiene un rapporto di estrema confidenza e vicinanza, e dalla fidanzata Marika De Filippis”.

Lasciare la propria casa vuota durante i periodi di assenza o vacanza è un’abitudine molto diffusa in Italia (la scorsa estate le case vuote erano 18 milioni), ma non sempre senza pensieri. E’ quanto emerge dall’ultima indagine dell’Osservatorio sulla Serenità domestica di Sector Alarm, condotto in collaborazione con AstraRicerche, che Adnkronos/Labitalia ha potuto visionare e che ha analizzato i comportamenti dei cittadini quando si allontanano dall'abitazione, tracciando un quadro chiaro sul legame tra bisogno di sicurezza domestica e reti di supporto informali.
Vacanze interrotte: un fenomeno più comune di quanto si pensi, con marcate differenze geografiche
Quasi due italiani su tre (il 62,7%) lasciano disabitata la propria casa per più giorni almeno una volta all'anno, tra escursioni fuori porta e soggiorni nelle seconde case, possedute dal 26% dei connazionali. Il 18,9% lo fa addirittura quattro o più volte l'anno. Tuttavia, l’allontanamento dalle mura domestiche porta con sé stress e timori, che talvolta si rivelano giustificati. Tra coloro che lasciano la casa incustodita, il 43,1% è dovuto rientrare in anticipo almeno una volta avendo la certezza che si fosse verificato un evento negativo in casa. Una percentuale quasi identica (42,3%) ha interrotto la vacanza per il forte timore che fosse successo qualcosa. Il rientro in anticipo avendo la certezza di una negatività avvenuta risulta più comune tra i residenti in Campania (54,5%), prima regione in Italia per i rientri anticipati, seguita dalla Puglia (53,3%) e il Piemonte (46,1%). Spicca, invece, la Toscana come la regione d’Italia in cui si verificano meno rientri anticipati con solo il 25% (-18,2% rispetto alla media nazionale).
Le reti informali: a chi ci rivolgiamo per chiedere aiuto
Le vacanze non mettono in pausa la gestione della casa. Per questo, gli italiani che almeno una volta all’anno si allontanano per alcuni giorni attivano una vera e propria rete di supporto fatta di familiari, amici, vicini e persone di fiducia: più di tre intervistati su quattro (75,5%) chiedono, infatti, a qualcuno di controllare che tutto sia in ordine durante la loro assenza, a conferma di quanto il bisogno di sentirsi tranquilli continui ad accompagnare molte persone anche lontano da casa. In primo luogo, si chiede aiuto per verificare che non ci siano stati furti, perdite d'acqua o altri problemi domestici (35,7%). Seguono le richieste di supporto per innaffiare e curare le piante o curare gli spazi esterni (29,6%), per accudire gli animali domestici (24,1%), per verificare il corretto funzionamento di utenze ed elettrodomestici (23,8%) e per controllare la cassetta della posta ritirando la corrispondenza (sempre il 23,8%). Infine, il 17,8% degli intervistati chiede aiuto nella gestione dell'accesso alla casa da parte di tecnici, manutentori o imprese di servizio.
La cerchia di supporto è composta principalmente da familiari (61,2%) e amici o colleghi (22,3%): complessivamente si rivolge a questa cerchia più ‘vicina’ il 73% degli intervistati. Tuttavia, quasi un intervistato su due (47,5%) si affida a persone appartenenti a una cerchia meno intima: vicini di casa (30,2%), personale retribuito incaricato di controllare la casa, accudire gli animali o di svolgere le pulizie (11,8%) e i portinai del condominio (10,6%). Ci si affida alle proprie cerchie familiari e di amicizie per chiedere un supporto durante la propria assenza più frequentemente in Veneto (82,7%), che emerge come prima regione in Italia, seguita dalla Toscana (79,6%) e dall’Emilia Romagna (78,8%). Chiudono la classifica, invece, la Sicilia (69,3%), il Lazio (67,3%) e la Campania (65,5%). La Lombardia detiene il podio per distacco tra le regioni che scelgono di rivolgersi a vicini, portinai o personale retribuito (59,4%).
Il dilemma delle chiavi di casa
Per i nostri connazionali che almeno una volta all’anno lasciano la propria casa incustodita, affidarsi agli altri, però, non è sempre semplice. La ricerca mostra come consentire l'accesso alla propria abitazione continui a rappresentare un tema delicato: quasi 8 su 10 dichiarano infatti di avere qualche resistenza a lasciare le chiavi di casa, segno che il desiderio di ricevere supporto convive spesso con la difficoltà di delegare completamente il controllo del proprio spazio domestico. Tra questi, per il 54,6% la decisione dipende strettamente dalla persona scelta per aiutare. Inoltre, il 24,3% preferirebbe non darle a nessuno: i più restii a consegnare le chiavi risultano essere generalmente i proprietari dell'immobile (26% rispetto al 20% di chi vive in affitto).
La tecnologia che fa stare più sereni
Di fronte a queste tensioni, la tecnologia può offrire un supporto concreto, eliminando la necessità di appoggiarsi alla rete informale per la funzione più critica: sapere che la casa è sotto controllo. I dati evidenziano una netta differenza nel livello di serenità tra chi dispone o meno di un sistema di sicurezza quando l'abitazione resta vuota: tra chi non possiede alcun sistema la percentuale di chi si dichiara sereno è di appena il 48%, mentre la quota sale notevolmente al 75% tra chi dispone di un sistema collegato a una centrale operativa.
Non sorprende, pertanto, che quasi due intervistati su tre (64,9%) considerino davvero utile disporre di un sistema di protezione completa, con un interesse che sale al 68% tra i proprietari di immobili. In particolare, tra le funzionalità giudicate più utili spiccano il monitoraggio 24 ore su 24 della centrale operativa (79,5%) e la possibilità di ricevere notifiche immediate sullo stato del sistema (80,4%).
“I dati del nostro Osservatorio confermano qualcosa che sentiamo ogni giorno dai nostri clienti: il disagio di dover interrompere una vacanza a causa di un problema domestico, reale o anche solo temuto. Non è una preoccupazione astratta, ma un’esperienza concreta che ha già toccato milioni di italiani. Sector Alarm nasce esattamente per questo: non solo per proteggere la casa, ma per restituire alle persone tempo e spazio mentale per dedicarsi a ciò che conta davvero, senza pensieri legati alla sicurezza domestica. Una libertà che, con il monitoraggio 24/7 di una Centrale Operativa che risponde in soli 24 secondi a ogni emergenza, diventa reale e concreta", commenta Fabio Ansaloni, managing director di Sector Alarm Italy.
(di Sabrina Rosci)

(Adnkronos) - La menopausa "è una fase naturale della vita che riguarda milioni di donne e che merita di essere affrontata senza pregiudizi, con un approccio fondato sulle evidenze scientifiche, sull'informazione e sulla prevenzione. Quando parliamo di menopausa non affrontiamo una questione che riguarda soltanto la salute femminile. Parliamo di salute pubblica, di prevenzione, di longevità, di equità nell'accesso ai servizi e della capacità del nostro Servizio sanitario nazionale di accompagnare ogni donna nelle diverse fasi della vita". Così il ministro della Salute Orazio Schillaci in un messaggio inviato ai promotori del progetto 'Menopausa. Riscriviamo le regole', che prevede un convegno nazionale, la nascita di un portale e la pubblicazione di un libro ('M come menopausa', di Annamaria Colao e Raffaella Cesaroni). L'iniziativa è stata presentata oggi alla Camera dei deputati.
"L'allungamento dell'aspettativa di vita - spiega Schillaci - rende questo tema ancora più attuale. Per questo il ministero della Salute continua a promuovere politiche orientate alla prevenzione, alla medicina di genere, alla ricerca e alla formazione, nella convinzione che la tutela della salute della donna debba accompagnare tutte le fasi della vita". "Ringrazio le società scientifiche, i professionisti sanitari e tutti coloro che, con il proprio impegno quotidiano, contribuiscono a diffondere conoscenza, promuovere la salute e migliorare la qualità dell'assistenza" conclude.

(Adnkronos) - Menopausa e post-menopausa "occupano un terzo della vita della donna: non si tratta quindi di una breve fase né di una condizione patologica che determina la fine della sessualità, della vitalità e della progettualità personale – come ancora troppo spesso viene rappresentata nell’immaginario collettivo. Al contrario, la fascia femminile over 50 è oggi protagonista di una stagione della vita caratterizzata da esperienza, consapevolezza e partecipazione attiva alla società. Per combattere gli stereotipi legati alla menopausa, però, serve partire proprio dalle parole che utilizziamo per raccontarla: da questo bisogno nasce 'Menopausa, riscriviamo le regole', la prima campagna nazionale che coinvolge le diverse figure professionali che gravitano intorno a questa fase della vita". Il progetto – che prevede un convegno nazionale, la nascita di un portale e la pubblicazione di un libro ('M come Menopausa', di Annamaria Colao e Raffaella Cesaroni, edito da Cairo Editore, disponibile in tutte le librerie italiane) – è stato presentato oggi in conferenza stampa alla Camera dei deputati, alla presenza dei più importanti rappresentanti istituzionali e del mondo medico-scientifico.
"Quando parliamo di menopausa non affrontiamo una questione che riguarda soltanto la salute femminile. Parliamo di salute pubblica, di prevenzione, di longevità, di equità nell'accesso ai servizi e della capacità del nostro Servizio sanitario nazionale di accompagnare ogni donna nelle diverse fasi della vita – sottolinea il ministro della Salute, Orazio Schillaci in un messaggio inviato ai promotori dell'iniziativa –. L'allungamento dell'aspettativa di vita rende questo tema ancora più attuale e rafforza la necessità di promuovere percorsi di prevenzione e di tutela della salute lungo tutto l'arco della vita, favorendo un invecchiamento in buona salute e una migliore qualità della vita".
"La menopausa non deve essere interpretata come una fine, ma come l'inizio di una nuova fase della vita che può durare oltre trent'anni – spiega Annamaria Colao, ordinaria di Endocrinologia e Malattie del metabolismo dell'università Federico II di Napoli e vicepresidente del Consiglio superiore di sanità –. Parliamo di un periodo che interessa milioni di donne e che richiede attenzione, informazione e percorsi di prevenzione adeguati. Le modificazioni ormonali che caratterizzano questa fase, come il calo degli estrogeni e del progesterone, possono aumentare il rischio di sviluppare diverse condizioni croniche, come osteoporosi e malattie metaboliche, disturbi dell'umore e depressione, ma oggi disponiamo di strumenti efficaci per prevenirle, diagnosticarle precocemente e gestirle. È fondamentale superare un cliché che associa questa epoca alla perdita di valore sociale e personale: le donne over 50 rappresentano una risorsa straordinaria per il Paese e vivono una stagione della vita caratterizzata da maggiore autonomia, consapevolezza e capacità decisionale. La campagna M come Menopausa, con la quale desideriamo sensibilizzare anche i professionisti che seguono le donne in prima linea, come i ginecologi e i medici di medicina generale, mira a sostenere proprio questa prospettiva".
Tra i temi affrontati durante la conferenza anche la salute cardiovascolare, oggi ancora troppo poco associata all'universo femminile, e il rischio oncologico, che assume particolare importanza anche dopo la menopausa. Nella cornice della campagna, un importante ruolo divulgativo è rappresentato dall’omonimo libro 'M come Menopausa', edito da Cairo Editore: un vocabolario che raccoglie tutti i termini – dalla A alla Z – che gravitano intorno a questa epoca della vita femminile, per offrire i migliori termini per descriverla e favorire il necessario cambio di narrazione.
"La campagna nasce con l'obiettivo di incoraggiare una nuova consapevolezza culturale e sanitaria attorno a una fase dell’esistenza che coinvolge milioni di italiane e che, grazie all'allungamento dell'aspettativa di vita, può estendersi dai 50 fino a oltre gli 80 anni – conclude Raffaella Cesaroni, co-autrice del volume M come Menopausa –. Una stagione da vivere pienamente, libera da pregiudizi e stereotipi, con il supporto dell'informazione scientifica e della prevenzione".

(Adnkronos) - Mancano pochi giorni all'arrivo del principe Harry in Inghilterra. Re Carlo e il principe William terranno domani una 'riunione di famiglia', molto probabilmente anche per decidere insieme l'approccio che il sovrano dovrà tenere nei confronti del 'figliol prodigo' duca di Sussex. Re ed erede al trono si incontreranno sotto le volte della cattedrale di St. Giles a Edimburgo per la cerimonia dell'Ordine del Cardo, che si svolge ogni due anni e riunisce attorno al sovrano, Gran Maestro dell'Ordine, e al primogenito, noto in queste zone come il Duca di Rothesay, i cavalieri e le dame del più antico e nobile ordine cavalleresco di Scozia. Per l'occasione padre e figlio potranno avere la possibilità di discutere dell'arrivo del duca di Sussex.
Come ogni anno all'inizio dell'estate, Re Carlo è partito per la Scozia per celebrare la Settimana di Holyrood o Settimana Scozzese. Anche la Principessa Anna sarà presente per un ricevimento in giardino offerto dal fratello. Con il Principe di Galles, la Regina e il Duca di Edimburgo, si svolgerà quindi un vero e proprio raduno scozzese delle figure di spicco del clan Windsor. Inoltre, sebbene la data della prossima cerimonia che riunirà padre e figlio possa essere una semplice coincidenza, è comunque simbolica. Il re e il figlio maggiore saranno insieme a Edimburgo il primo luglio, data in cui Lady Diana avrebbe compiuto 65 anni.
Intanto, il portavoce del principe Harry ha rilasciato una dichiarazione in risposta alle numerose notizie riguardanti la sicurezza pubblica al suo ritorno nel Regno Unito la prossima settimana. Il secondogenito di Re Carlo ha promesso di valutare "tutte le opzioni" per consentire alla moglie e ai figli di accompagnarlo, dopo che la sua richiesta di maggiori misure di sicurezza è stata respinta. Il Re aveva offerto a suo figlio di soggiornare in una residenza reale (che godrebbe della sicurezza) durante il suo viaggio, e i Sussex avevano confermato di aver accettato l'offerta per parte del soggiorno. Tuttavia, in seguito è emerso che nessuna conferma di questo tipo era stata inviata a Palazzo. Il Sun ha poi riportato che Harry non si sentiva al sicuro nel portare i suoi figli nel Regno Unito dopo aver appreso che non gli sarebbe stata concessa la scorta armata durante il soggiorno.
A quanto pare, il viaggio si svolgerà come previsto, senza modifiche all'itinerario. Harry spera vivamente di poter portare con sé la moglie e i figli, come inizialmente programmato. Un portavoce ha dichiarato che il duca continua a valutare "ogni opzione disponibile" per "consentire che la visita si svolga in sicurezza". In una dichiarazione ha affermato: "Il programma del Principe Harry nel Regno Unito comprende impegni sia pubblici che privati in tutto il paese. Un alloggio sicuro è solo un elemento di un efficace piano di sicurezza, perché il rischio segue la persona, non il luogo. Il problema non è mai stato l'alloggio. Il problema è se vengano fornite misure di sicurezza adeguate e proporzionate per tutta la durata della visita".

(Adnkronos) - Le malattie rare sono accomunate da sfide che vanno oltre la dimensione clinica: diagnosi spesso complesse, bisogni assistenziali articolati, carenza di opzioni terapeutiche e un impatto significativo sulla qualità della vita di pazienti e caregiver. Il mese di giugno, in cui ricorrono alcune importanti giornate internazionali, quali quella dedicata alla Miastenia gravis, all’encefalopatia da deficit di Cdkl5 e alla sindrome di Dravet rappresenta un’occasione per richiamare l’attenzione su queste patologie e sulla necessità di continuare a investire nella ricerca, nell’innovazione e nella consapevolezza. Queste ricorrenze - afferma Ucb Pharma in una nota - rappresentano un momento significativo per riaffermare il proprio impegno nelle malattie rare, un ambito in cui persistono importanti bisogni clinici e assistenziali ancora insoddisfatti. Le malattie rare al centro dell’attività della farmaceutica “comprendono la Sindrome di Dravet, la Sindrome di Lennox-Gastaut, l’encefalopatia da deficit di Cdkl5, la Miastenia gravis e la Tk2d, una malattia mitocondriale ultra-rara. Si tratta prevalentemente di patologie neurologiche e immunologiche che richiedono approcci terapeutici complessi, percorsi multidisciplinari e una presa in carico personalizzata lungo tutto il percorso di cura”.
Alla base di questo impegno vi è una strategia di innovazione che punta a sviluppare soluzioni terapeutiche sempre più mirate e personalizzate. Attraverso investimenti in ricerca avanzata, medicina di precisione e nuove tecnologie, Ucb - si legge nella nota - lavora per ampliare la comprensione dei meccanismi biologici alla base delle malattie e trasformare il progresso scientifico in benefici concreti per i pazienti. Un approccio che guarda oltre il controllo dei sintomi, con l’obiettivo di contribuire allo sviluppo di terapie in grado di rispondere ai bisogni ancora insoddisfatti delle persone che convivono con patologie complesse e rare.
Nel caso della Sindrome di Dravet, una grave forma di epilessia a esordio infantile, la farmaceutica “ha contribuito a rendere disponibili soluzioni terapeutiche innovative e strumenti di monitoraggio che consentono una valutazione dell’efficacia dei trattamenti nel tempo e nella pratica clinica reale. Una patologia che richiede approcci terapeutici articolati e che può avere un impatto significativo sullo sviluppo e sulla qualità di vita dei pazienti e delle loro famiglie”. L’impegno dell’azienda si estende anche al “sostegno di progettualità istituzionali finalizzate a migliorare la presa in carico delle encefalopatie epilettiche e dello sviluppo.” Iniziative che promuovono una programmazione più strutturata dei percorsi di cura, il rafforzamento della continuità assistenziale, il potenziamento dei servizi socioassistenziali e l’utilizzo della telemedicina per favorire una maggiore accessibilità alle cure.
In quest’ottica, Ucb è inoltre impegnata nello sviluppo di nuove opportunità terapeutiche per l’encefalopatia epilettica da deficit di Cdkl5, una malattia rara a esordio neonatale caratterizzata da crisi epilettiche farmacoresistenti e grave compromissione neurologica, per la quale esistono ancora importanti bisogni clinici insoddisfatti. Anche nella Miastenia Gravis, malattia autoimmune rara che può compromettere significativamente la quotidianità delle persone che ne sono affette, l’azienda ha assunto un ruolo di primo piano grazie a un portafoglio terapeutico innovativo e alla promozione di modelli di gestione della patologia sempre più integrati e personalizzati. L’obiettivo è contribuire a una presa in carico che tenga conto non solo degli aspetti clinici, ma anche dell’impatto che la malattia esercita sulla vita personale, familiare e sociale.
In questa prospettiva si inserisce anche il sostegno a iniziative di sensibilizzazione e informazione rivolte alla comunità dei pazienti e all’opinione pubblica. Tra queste, il progetto ‘Quello che non vedi’, promosso da OMaR – Osservatorio malattie rare e presentato il 17 giugno scorso che, attraverso immagini e testimonianze, racconta gli aspetti meno visibili della Miastenia gravis, contribuendo a una maggiore comprensione dell’impatto che la malattia può avere nella vita quotidiana delle persone. Tra le aree di ricerca più avanzate figura inoltre la Tk2d, una patologia mitocondriale ultra-rara dovuta al deficit dell’enzima timidina chinasi 2. La malattia provoca una progressiva compromissione di funzioni vitali come la deambulazione, la respirazione e la deglutizione. La farmaceutica è attualmente impegnata nello sviluppo di una terapia sperimentale che potrebbe contribuire a modificare il decorso della malattia.
“Molte malattie rare continuano a rappresentare una sfida importante sia per la ricerca sia per i sistemi sanitari - dichiara Federico Chinni, amministratore delegato di Ucb Pharma Italia - Dietro a ogni diagnosi ci sono persone e famiglie che affrontano percorsi spesso complessi e che richiedono risposte sempre più efficaci e personalizzate. Per questo Ucb continua a investire nell’innovazione scientifica, nello sviluppo di nuove soluzioni terapeutiche e nel dialogo con medici, associazioni di pazienti e istituzioni. Crediamo che la collaborazione e una maggiore consapevolezza delle malattie rare siano elementi fondamentali per costruire percorsi di cura sempre più centrati sui bisogni delle persone e migliorare concretamente la loro qualità di vita”.
(Adnkronos) - Il Paraguay fa la storia ai Mondiali 2026. Batte ai rigori la Germania e vola agli ottavi di finale con un'impresa memorabile. Per un gruppo di tifosi, però, la festa rischia di saltare. Mentre Canale si appresta a calciare il rigore decisivo, la tv va in tilt. E quando si riaccende, è tutto finito...
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