
(Adnkronos) - Sono salvi i manifesti degli anni ‘40 emersi dopo l’eliminazione di alcune vetrine in via Cola di Rienzo. Il Primo Municipio, si legge in una nota, si è impegnato per salvaguardare questo piccolo pezzo di storia della nostra città: grazie all’Istituto centrale per la patologia degli archivi e del libro della Direzione Generale Archivi e al sua direttore Leo Tarasco sono state rimosse con cura.
"Stiamo interloquendo con gli uffici preposti per poter valorizzare questi reperti e metterli all’interno del nuovo mercato dell’Unità una volta terminati i lavori. Grazie anche al consigliere Lorenzo Santonocito e a tutti i cittadini che hanno allertato la pubblica amministrazione e anche protetto le affissioni fino ad oggi", conclude la nota.

(Adnkronos) - Affidano a chatbot e intelligenza artificiale la costruzione di diete drastiche e regimi alimentari 'su misura'. I disturbi alimentari in età pediatrica stanno cambiando volto e oggi si muovono sempre più spesso tra selettività estrema, uso del digitale e fai-da-te. Dell'impatto dell'intelligenza artificiale nel rapporto degli adolescenti con il cibo, il peso corporeo e le diete fai-da-te, fenomeno emergente osservato sempre più spesso dai pediatri, si è parlato al congresso della Società italiana di pediatria (Sip) che si conclude oggi a Padova. "Accanto ad anoressia e bulimia - rilevano i pediatri - emergono infatti nuove forme di disagio: da un lato l'Arfid (Avoidant/Restrictive Food Intake Disorder), disturbo evitante-restrittivo dell'alimentazionem in forte crescita tra i più piccoli; dall'altro l’uso sempre più diffuso di chatbot nutrizionisti tra gli adolescenti, con il rischio di diete squilibrate e comportamenti alimentari pericolosi".
L'Arfid è uno dei disturbi alimentari emergenti dell'età pediatrica e riguarda bambini che sviluppano una forte restrizione o evitamento del cibo non legati al desiderio di dimagrire o all'immagine corporea, ricorda la Sip in una nota. Alla base ci sono spesso selettività estreme, rifiuto di consistenze, colori o odori degli alimenti e una crescente difficoltà ad ampliare la dieta. In alcuni casi il disturbo compare dopo episodi vissuti come traumatici dal bambino, come soffocamento, vomito o forte disagio gastrointestinale. Le conseguenze - si legge - possono essere importanti: rallentamento della crescita, perdita di peso, carenze nutrizionali anche severe e forte difficoltà nella vita sociale, con bambini e ragazzi che finiscono per evitare feste, mense scolastiche o pasti condivisi. Non si tratta di semplici 'capricci a tavola', precisano gli esperti. Oggi l'Arfid viene considerato sempre più vicino ai disturbi dell'asse intestino-cervello, condizioni in cui apparato digerente e sistema nervoso centrale si influenzano reciprocamente, alterando fame, sazietà, paura e risposta agli alimenti. "Alcuni bambini arrivano a eliminare intere categorie alimentari, soprattutto frutta e verdura, fino a sviluppare deficit nutrizionali importanti", afferma Antonella Diamanti, presidente Sigenp (Società italiana di gastroenterologia, epatologia e nutrizione pediatrica), affiliata alla Sip, e responsabile dell'Unità operativa Malattie digestive e riabilitazione nutrizionale dell'ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma. "Tra questi riportiamo una crescente diagnosi di casi di scorbuto da grave carenza di vitamina C, associato a diete estremamente selettive, malattia che ritenevamo appartenesse al passato".
Le stime parlano di una prevalenza compresa tra lo 0,3% e il 15,5% nella popolazione pediatrica generale; quindi il disturbo sembra tutt'altro che raro. "Stiamo registrando una forte crescita dei casi di Arfid: negli ultimi 5 anni l'aumento nel nostro ospedale è stato superiore al 60% - sottolinea Diamanti - Si tratta di bambini con una selettività alimentare molto marcata, che può compromettere crescita, equilibrio nutrizionale e vita sociale". Tra i segnali che possono far sospettare l'Arfid, la Sip indica: mangiare solo un numero molto limitato di alimenti; rifiutare consistenze, colori o odori di alcuni cibi; paura di soffocare, vomitare o stare male dopo aver mangiato; eliminare intere categorie alimentari, soprattutto frutta e verdura; i pasti diventano motivo di ansia o conflitto familiare; evitare mense scolastiche, feste o situazioni sociali che coinvolgono il cibo; perdere peso o rallenta la crescita e mostrare rituali rigidi durante i pasti, come masticare a lungo o bere continuamente acqua per deglutire.
Parallelamente - segnalano i pediatri - tra gli adolescenti si sta diffondendo un fenomeno nuovo: il ricorso sempre più frequente a chatbot e applicazioni di intelligenza artificiale per costruire autonomamente diete e regimi alimentari. Secondo l'Atlante dell'infanzia a rischio di Save the Children, oltre il 92% degli adolescenti italiani utilizza strumenti di intelligenza artificiale e più del 40% si rivolge ai chatbot per consigli su decisioni personali importanti. In questo contesto, cresce anche il ricorso all'Ai per ottenere indicazioni alimentari e nutrizionali. I chatbot vengono percepiti dai ragazzi come strumenti immediati, anonimi e 'amichevoli', capaci di rispondere in modo confidenziale e incoraggiante. Ma le diete generate dall'Ai possono trasformarsi in un rischio concreto, soprattutto in una fase delicata come l'adolescenza, avverte la Sip. Una recente ricerca pubblicata su 'Frontiers in Nutrition' ha confrontato le diete elaborate da diversi chatbot di Ai con quelle preparate da dietisti per adolescenti. Il risultato? I sistemi di Ai tendevano a proporre regimi alimentari squilibrati, con un apporto calorico inferiore di quasi 700 calorie al giorno rispetto ai piani elaborati dagli specialisti. Le diete generate dai chatbot risultavano inoltre troppo ricche di proteine e grassi e troppo povere di carboidrati rispetto alle raccomandazioni nutrizionali per l’età adolescenziale, una fase cruciale per crescita, sviluppo osseo e maturazione cognitiva.
"L'intelligenza artificiale tende a sommare in maniera meccanica gli apporti calorici, senza considerare davvero età, crescita, attività fisica o condizioni cliniche dell'adolescente - evidenzia Diamanti - L'Ai può essere uno strumento utile, ma non può sostituire il medico o il nutrizionista nella costruzione di una dieta per un adolescente. Senza la guida di un professionista, il rischio è quello di seguire regimi alimentari inappropriati o potenzialmente dannosi". Il pericolo non riguarda solo restrizioni caloriche inappropriate, ma anche la costruzione di un rapporto distorto con il cibo, fondato su controllo ossessivo, eliminazione di alimenti e paura di ingrassare. "Queste riduzioni estreme - ammonisce l'esperta - possono trasformarsi in ossessioni e disturbi del comportamento alimentare".
La nuova sfida chiama in causa pediatri, famiglia e scuola. "Oggi il rapporto con il cibo si costruisce anche online - conclude Rino Agostiniani, presidente Sip - Per questo la prevenzione non può limitarsi alla tavola, ma deve includere educazione alimentare, educazione digitale, scuola e famiglie. Non è solo cosa mangiano bambini e ragazzi, ma come imparano a vivere il cibo, anche attraverso gli strumenti digitali, a rappresentare una delle nuove sfide per la pediatria".

(Adnkronos) - "Viviamo attualmente una realtà in cui una fetta importante di bambini nel nostro Paese è in sovrappeso o obeso: se sommiamo le due situazioni, arriviamo a circa il 30% dei bambini. Questo in larga parte è dovuto a un eccesso di alimentazione e, al tempo stesso, a una riduzione dell'attività fisica. Come contraltare a tutto questo ci troviamo anche a dover fronteggiare il rischio delle 'diete senza', cioè diete fatte magari affidandosi solo a quello che consiglia l'intelligenza artificiale dello smartphone, in cui si vanno a togliere o a sostituire degli alimenti magari mettendo al loro posto altri alimenti apparentemente più adeguati". Così Rino Agostinani, presidente Società italiana di pediatria (Sip), commenta all'Adnkronos Salute alcuni dati diffusi, all'81esimo congresso italiano di pediatria che si conclude oggi a Padova.
"In realtà, questi ragazzi spesso finiscono nell'ambito degli ultraprocessati, che sono alimenti ricchi di un grande numero di componenti, ma molto lontani da quella che è la naturalità del cibo e la naturalità degli alimenti che la nostra genetica è abituata a utilizzare - avverte l'esperto - Le ripercussioni non riguardano solo una introduzione impropria ed eccessiva di calorie, ma anche il mettere in contatto il nostro corpo con tutta una serie di sostanze che spesso hanno ripercussioni negative anche su altri aspetti della salute".

(Adnkronos) - La European Society of Hypertension (Esh) ha conferito a Enrico Agabiti Rosei l''Alberto Zanchetti Life Achievement Award' con la seguente motivazione: "Per i grandi risultati ottenuti e il continuo impegno nella ricerca scientifica nel campo della ipertensione arteriosa". La consegna del premio è avvenuta ieri, durante la cerimonia d'apertura del meeting annuale dell'Esh 2026 che quest'anno si tiene a Danzica, in Polonia.
Agabiti Rosei è professore emerito di Medicina interna dell'università di Brescia, dove ha diretto per molti anni la cattedra di Clinica medica. E' stato presidente della Società italiana della ipertensione arteriosa (Siia) e dell'Esh. Ha fatto parte del consiglio direttivo di numerose società scientifiche italiane e straniere. Ha trascorso periodi di studio e ricerca in qualificati centri della Gran Bretagna e degli Stati Uniti. E' autore di numerose pubblicazioni scientifiche (è nel World's 2% Top Scientist). Attualmente è presidente di Fondazione Camillo Golgi per la ricerca biomedica.
"L'ipertensione arteriosa colpisce una larga parte della popolazione ed è tuttora una delle principali cause di elevata mortalità e morbilità cardiovascolare in tutto il mondo - afferma Agabiti Rosei - Infatti, circa 1 persona su 3 ne è affetta, ma purtroppo, nonostante il grande progresso nella diagnosi e terapia degli ultimi decenni, solo una minoranza di pazienti presenta valori pressori ben controllati dal trattamento. E' quindi necessario rafforzare la ricerca scientifica e migliorare l'implementazione pratica nella popolazione generale delle ampie conoscenze già acquisite. Esh è un fondamentale punto di riferimento per la ricerca e la sensibilizzazione su questi temi e quindi mi sento profondamente onorato per l'importante riconoscimento".

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(Adnkronos) - L'esperienza del Covid "ha lasciato un'eredità importante nella gestione delle emergenze sanitarie. Contro virus emergenti l'Italia è più preparata, ma il Ssn presenta ancora criticità soprattutto sul fronte della sanità territoriale e della carenza di specialisti". Così all'Adnkronos Salute Antonio Magi, segretario generale del Sumai-Assoprof, il sindacato dei medici specialisti ambulatoriali, parlando dei recenti allarmi legati a hantavirus ed Ebola e della capacità del Paese di rispondere tempestivamente a eventuali nuove emergenze epidemiche.
Secondo Magi, "oggi l'Italia dispone di strumenti più strutturati rispetto al passato: esistono reti di sorveglianza epidemiologica, protocolli condivisi e una maggiore capacità diagnostica dei laboratori. Tuttavia - spiega - il vero nodo resta la rapidità organizzativa e la capacità di garantire una risposta uniforme in tutte le Regioni. Il piano pandemico non può attivarsi solo durante l'emergenza - sottolinea - ma deve essere costantemente aggiornato e integrato con le attività sanitarie del territorio". A preoccupare Magi è il "coordinamento operativo del sistema sanitario regionale, chiamato a reagire in modo omogeneo e immediato davanti a possibili focolai".
Il segretario generale di Sumai-Assoprof invita comunque a "distinguere chiaramente tra virus" come Ebola o hantavirus e il Covid-19. "Le modalità di trasmissione sono molto diverse", precisa: "Nel caso di Ebola e hantavirus è necessario un contatto diretto con persone sintomatiche, mentre il Covid poteva essere diffuso anche da soggetti apparentemente sani. Per questo, al momento, non esistono le condizioni per un allarme simile a quello vissuto durante la pandemia da Sars-CoV-2". Il punto più critico resta però la medicina territoriale. "La vera sfida si gioca sul territorio" rimarca Magi, ricordando come durante il Covid "proprio le difficoltà dell'assistenza territoriale abbiano contribuito alla crisi degli ospedali. A preoccupare è soprattutto la carenza crescente di medici specialisti e di professionisti della medicina generale. Sebbene esista già un collegamento tra medici di famiglia, pediatri e specialistica ambulatoriale, mancano le risorse umane necessarie per garantire una risposta efficace e tempestiva".
"Bisogna investire sugli specialisti e rafforzare l'integrazione con i dipartimenti di prevenzione - afferma Magi - L'obiettivo è riuscire a gestire contemporaneamente sia eventuali emergenze epidemiche sia le normali patologie acute e croniche, che durante il Covid hanno spesso subito ritardi e disagi assistenziali". In questo contesto viene indicato come strategico anche il ruolo delle Case di comunità, "considerate uno strumento fondamentale per rafforzare la presa in carico territoriale e migliorare la capacità di risposta del sistema sanitario".
I focolai di Ebola e hantavirus ripropongono il tema della One health, l'approccio che collega salute umana, salute animale e tutela dell'ambiente. Secondo Magi, "il principio è ormai condiviso, ma ancora non pienamente applicato. Le zoonosi, cioè il salto dei virus dagli animali all'uomo, sono favorite anche dai cambiamenti ambientali e dalla distruzione degli ecosistemi. Deforestazione, inquinamento e uso massiccio di pesticidi modificano infatti gli equilibri naturali e aumentano il rischio di nuove emergenze sanitarie. Per questo, One health non può restare solo uno slogan: deve diventare una vera cultura della prevenzione e una priorità strutturale delle politiche sanitarie e ambientali", conclude il segretario generale Sumai-Assoprof.

(Adnkronos) - "In Italia circa 15 milioni di persone avrebbero bisogno di cure per una forma di dipendenza, ma solo l'8% accede realmente ai servizi sanitari dedicati, da qui la neccessità di un maggior impegno politico e investimenti. Nel nostro Paese si stimano circa 13 milioni di fumatori, quasi 1,5 milioni di consumatori di cocaina e circa 400mila persone che fanno uso di oppiacei. Per il gioco d'azzardo, invece, si parla di circa 1 milione di giocatori problematici adulti e di 800mila giovani con un contatto continuativo con piattaforme di gioco". A lanciare l'allarme all'Adnkronos Salute è Pietro Casella, esperto di medicina delle dipendenze e consigliere nazionale della Società italiana tossicodipendenze (Sitd), a margine di 'Parola alla medicina', format audiovisivo della Fism (Federazione società medico-scientifiche italiane), di cui Adnkronos è media partner.
"Le dipendenze non riguardano solo droghe, alcol o fumo - spiega Casella - ma anche comportamenti e strumenti digitali che possono provocare danni fisici, psicologici, sociali ed economici. Inoltre, colpiscono uomini e donne di ogni età e classe sociale, in modo trasversale e democratico". Secondo l'esperto, si parla di vera dipendenza quando una persona, pur convinta di poter smettere in qualsiasi momento, si rende conto di non riuscirci. "Vale per il fumo, per l'alcol, per il gioco d'azzardo e sempre più anche per social network e dispositivi digitali". Particolare preoccupazione desta il fenomeno delle dipendenze digitali. "I dati sono ancora limitati perché si tratta di un fenomeno relativamente recente, ma un elemento appare chiaro: l'età del primo accesso si sta abbassando drasticamente. Stiamo andando sotto i 6 anni", avverte Casella, sottolineando il ruolo cruciale dei genitori nell'educazione all’uso della tecnologia.
Secondo l'esperto, non basta vietare: serve soprattutto sensibilizzare le famiglie. "Non si può usare lo smartphone come strumento per calmare un bambino, anche mentre lo si sta allattando al seno. Questa non è una questione che si può risolvere soltanto con le leggi, ma riguarda soprattutto l'educazione", precisa. In diversi Paesi, come Australia e Francia, l'accesso ai social network è regolato per i minori di 13 anni. Anche in Italia il dibattito è aperto. Ma, per Casella, il vero nodo resta la prevenzione precoce: "Bisogna educare i genitori già nei corsi pre-parto, spiegando l'importanza di ritardare il più possibile l'esposizione ai dispositivi digitali e dare il buon esempio". Il rischio, ammonisce, è che un'immersione troppo precoce nel mondo digitale favorisca disturbi emotivi, difficoltà nel controllo delle emozioni e, nei casi più gravi, veri e propri disturbi psichiatrici: "Le dipendenze digitali possono diventare anche una porta d'accesso ad altre dipendenze, come droghe, gioco d'azzardo e gaming patologico". Casella sottolinea infine la necessità di interventi mirati sul territorio. "Le campagne di massa spesso hanno effetti limitati. Serve un lavoro capillare con pediatri, consultori familiari, scuole e comunità locali". Fondamentale anche una migliore comunicazione sanitaria: "Fare una buona informazione significa rendere più efficaci le cure".

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(Adnkronos) - Un camion per il trasporto animali si ribalta sulla via Emilia nel reggiano e dieci maiali si ritrovano a girovagare sulla carreggiata. È accaduto a Calerno, frazione di Sant'Ilario d'Enza, all'altezza dell'incrocio con via XXV aprile. Sul posto sono intervenuti i carabinieri. Sono stati attivati inoltre polizia locale, stradale, vigili del fuoco, protezione civile e servizio veterinario della Asl per la messa in sicurezza degli animali.

(Adnkronos) - Sedici studentesse hanno perso la vita a causa di un incendio doloso in un collegio femminile in Kenya e altre otto sono state arrestate con l'accusa di aver appiccato il fuoco. Lo ha riferito dalla polizia. L'incendio, scoppiato presso l'Accademia femminile Utumishi a Gilgil, a circa 120 chilometri a nord-ovest della capitale Nairobi, ha devastato il piano superiore di un dormitorio che ospitava 135 letti a castello. Dopo aver raccolto le testimonianze di studenti e personale scolastico e dopo un'analisi forense dei filmati delle telecamere di sorveglianza, otto alunne della scuola sono state identificate come "persone di interesse in relazione alla pianificazione e all'esecuzione" del rogo, ha dichiarato il Servizio di Polizia Nazionale in un comunicato. Le indagini per accertare le cause esatte dell'incendio sono tuttora in corso.
La polizia ha dichiarato che le studentesse sono state fermate per essere interrogate dagli investigatori che indagano sul tragico rogo. Il Kenya ha una lunga storia di incendi nelle scuole: solo due anni fa 21 persone hanno perso la vita in un rogo divampato in un dormitorio nel Kenya centrale. Molti incendi nei collegi sono stati causati da atti dolosi, con studenti scontenti per la disciplina e le condizioni di vita accusati di esserne responsabili, come ricorda la Bbc.

(Adnkronos) - La sclerosi multipla non è più la malattia invalidante e imprevedibile di qualche decennio fa. Oggi, grazie alla diagnosi precoce, ai farmaci ad alta efficacia e a un approccio sempre più personalizzato, sempre più pazienti riescono a mantenere autonomia, qualità di vita e progettualità. E' il messaggio che arriva dagli specialisti della Sin - Società italiana di neurologia, in occasione della Giornata mondiale della sclerosi multipla che si celebra sabato 30 maggio. Patologia neurologica cronica, autoimmune, infiammatoria, demielinizzante e neurodegenerativa, la sclerosi multipla colpisce il sistema nervoso centrale - cervello e midollo spinale - e può manifestarsi in modi molto diversi da persona a persona, ricorda la Sin. In Italia interessa oltre 140mila persone, con circa 3.400-3.600 nuove diagnosi ogni anno. L'esordio avviene soprattutto tra i 20 e i 40 anni, con una prevalenza femminile di circa 3 donne per ogni uomo, ma negli ultimi anni si osserva anche un aumento delle forme pediatriche e di quelle a esordio tardivo. I sintomi iniziali possono essere estremamente variabili: dalla neurite ottica con perdita della vista o alterazione della percezione dei colori, fino a disturbi motori, sensitivi o sfinterici legati al coinvolgimento del midollo spinale o del tronco encefalico.
Secondo Massimo Filippi, coordinatore del gruppo di studio Sclerosi multipla della Sin, "la vera rivoluzione degli ultimi anni riguarda la possibilità di intervenire molto prima rispetto al passato. La sclerosi multipla resta una malattia grave e progressiva se non viene affrontata con terapie adeguate. Ma oggi è diventata una malattia controllabile. Oggi siamo in grado di porre diagnosi anche nel giro di 1 mese, grazie all'integrazione di marcatori di risonanza magnetica e biomarcatori dei fluidi biologici. La diagnosi precoce ha senso perché oggi disponiamo di terapie efficaci: intervenire subito significa evitare che i meccanismi patologici si autoalimentino e che la disabilità si accumuli". Parallelamente, la ricerca ha cambiato profondamente anche la comprensione biologica della malattia. "Abbiamo imparato che neuroinfiammazione e neurodegenerazione iniziano fin dalle primissime fasi - sottolinea il neurologo - Non esiste soltanto un'aggressione immunitaria proveniente dall'esterno del sistema nervoso centrale, ma anche processi interni, orchestrati da cellule residenti, come la microglia". Da qui la necessità di utilizzare precocemente farmaci ad alta efficacia. "Dare subito terapie molto efficaci significa piegare la curva di accumulo della disabilità", afferma l'esperto. "L'obiettivo oggi non è ancora la guarigione definitiva, ma permettere ai pazienti di vivere bene per decenni", chiarisce.
Sul fronte terapeutico, i risultati raggiunti negli ultimi anni sono particolarmente significativi. "Con i farmaci ad alta efficacia arriviamo a una riduzione delle ricadute e dell'accumulo di nuove lesioni cerebrali intorno al 90% - spiega Nicola De Stefano, presidente eletto della Sin - E' un impatto estremamente importante, che modifica concretamente il decorso della malattia". I farmaci oggi disponibili agiscono soprattutto sulla componente infiammatoria, responsabile delle ricadute e del danno cerebrale visibile alla risonanza magnetica. Più complessa resta invece la sfida della neurodegenerazione. "Attualmente non disponiamo ancora di terapie che agiscano direttamente sulla neurodegenerazione - evidenzia De Stefano - Tuttavia, ridurre l'infiammazione resta fondamentale anche per limitare il danno degenerativo futuro. Per questo abbassare drasticamente l'attività infiammatoria migliora anche la prospettiva a lungo termine del paziente". Secondo lo specialista, oggi la vera sfida è riuscire a utilizzare le terapie nel modo più appropriato e tempestivo possibile. "Non significa somministrare farmaci potenti a tutti indistintamente - precisa - ma poter scegliere il trattamento più adatto in base alle caratteristiche prognostiche individuali. Oggi abbiamo strumenti che consentono di stratificare adeguatamente i pazienti".
E' proprio verso una medicina sempre più personalizzata che si sta orientando la gestione della sclerosi multipla. "Negli ultimi anni - continua Claudio Gasperini, vice presidente della Sin - abbiamo acquisito una comprensione molto più approfondita dei meccanismi patogenetici della malattia e dei meccanismi d’azione dei farmaci. Questo ci consente di individuare con maggiore precisione le terapie più appropriate per ciascun paziente". Oggi, infatti, i neurologi possono integrare informazioni cliniche, dati di neuroimaging e biomarcatori innovativi - come i neurofilamenti - per definire il rischio evolutivo della malattia e orientare le scelte terapeutiche. "L'obiettivo è targettizzare in maniera sempre più precisa le strategie di cura", aggiunge l'esperto.
Sempre maggiore attenzione viene riservata anche alla neuroplasticità, cioè alla capacità del cervello di attivare meccanismi compensatori per contrastare il danno neurologico. "Oggi sappiamo che anche lo stile di vita può favorire la neuroplasticità e contribuire a ritardare la comparsa della disabilità - rimarca Gasperini -. Per anni ai pazienti veniva sconsigliata l'attività fisica. Oggi invece sappiamo che l'esercizio fisico stimola il cervello ad attivare nuove connessioni neuronali e meccanismi di compenso funzionale". L'attività fisica, puntualizza il neurologo, non riduce direttamente l'infiammazione, ma aiuta il cervello a compensare i danni provocati dalla malattia: "L'esercizio favorisce la formazione di nuove sinapsi, che contribuiscono a mantenere più efficiente la trasmissione degli impulsi nervosi". Sfatati anche vecchi tabù: "Un tempo si sconsigliava persino l'esposizione al sole. Oggi sappiamo, invece, che livelli adeguati di vitamina D rappresentano un fattore protettivo nell'ambito delle malattie neurodegenerative e della sclerosi multipla".
Il messaggio degli specialisti è soprattutto rivolto ai pazienti e guarda al futuro con maggiore fiducia rispetto al passato. "Be active - dice De Stefano - La malattia può accompagnare una persona per tutta la vita, ma non deve definirla. Oggi sempre più pazienti riescono a lavorare, fare sport, costruire una famiglia e perseguire i propri obiettivi". Una prospettiva resa possibile dalla combinazione tra diagnosi precoce, terapie innovative, monitoraggio continuo e presa in carico multidisciplinare. "La visione attuale della sclerosi multipla - conclude il presidente della Sin, Mario Zappia - va ormai ben oltre la sola gestione clinica della malattia e punta a garantire alle persone una qualità di vita, una prospettiva e un livello di autonomia quanto più possibile vicini alla normalità. Oggi la neurologia dispone di strumenti diagnostici e terapeutici impensabili fino a pochi anni fa, ma la vera sfida è fare in modo che questa innovazione diventi concretamente accessibile e sostenibile per tutti i pazienti, in modo omogeneo su tutto il territorio nazionale. La sclerosi multipla rappresenta uno degli ambiti nei quali il progresso scientifico ha dimostrato più chiaramente quanto la ricerca possa cambiare il destino delle persone. E' fondamentale continuare a investire nella ricerca clinica, nelle reti assistenziali specialistiche e nella presa in carico multidisciplinare, affinché ogni paziente possa beneficiare tempestivamente delle migliori opportunità terapeutiche disponibili. L'innovazione davvero utile è quella che riesce a tradurre le evidenze scientifiche in valore concreto per la vita quotidiana delle persone, rafforzando allo stesso tempo l'equità, l'efficienza e la sostenibilità del sistema sanitario".

(Adnkronos) - Proteine del latte vaccino, glutine e lattosio eliminati dalla dieta dei bambini anche in assenza di una diagnosi medica. Sempre più famiglie scelgono regimi alimentari restrittivi sulla base di convinzioni salutistiche, timori legati ad alcuni alimenti o abitudini familiari che coinvolgono anche i bambini, talvolta esponendoli al rischio di carenze e squilibri nutrizionali nelle fasi più delicate della crescita. E' quanto emerge da una survey promossa da Sinupe (Società italiana di nutrizione pediatrica), in collaborazione con la Società italiana di pediatria (Sip), la Federazione italiana dei medici pediatri (Fimp) e la Società italiana di pediatria preventiva e sociale (Sipps), che ha coinvolto oltre 460 pediatri operanti su tutto il territorio nazionale, e i cui risultati sono stati presentati al congresso italiano di pediatria che si conclude oggi a Padova.
I risultati - riporta una nota della Sip - mostrano come le diete prive di glutine e proteine del latte vaccino siano oggi estremamente frequenti: oltre il 95% dei pediatri riferisce di seguire bambini a dieta senza glutine, circa l'85% bambini a dieta priva di latte e derivati e più dell'80% pazienti a dieta priva di lattosio. Sebbene le principali indicazioni restino condizioni cliniche ben definite - come celiachia, allergia alle proteine del latte vaccino e intolleranza al lattosio - emerge anche un ruolo importante delle scelte autonome delle famiglie. Il 33% dei pediatri riferisce infatti di avere almeno un paziente a dieta priva di glutine per scelta dei genitori; la quota sale al 46% per le diete prive di proteine del latte vaccino e al 51% per quelle prive di lattosio. Tra le motivazioni più frequentemente riportate figurano la convinzione che alcune diete siano "più salutari" o "più leggere", il timore che determinati alimenti possano nuocere alla salute del bambino e, in alcuni casi, la semplice abitudine familiare. Nelle diete prive di lattosio, ad esempio, il 64% dei pediatri segnala la presenza di familiari intolleranti come principale motivazione riferita dalle famiglie.
"Le diete di eliminazione rappresentano una terapia indispensabile quando esiste una patologia diagnosticata, come celiachia o allergie alimentari - afferma la presidente Sinupe, Elvira Verduci - Il problema nasce quando restrizioni eccessive vengono introdotte autonomamente senza un reale bisogno clinico. In particolare è importante ricordare che nei bambini, in assenza di una diagnosi certa di celiachia o altra patologia glutine-correlata, la dieta priva di glutine non ha dimostrato di essere più salutare rispetto a una alimentazione equilibrata contenente glutine. Alcuni studi evidenziano inoltre che, se intrapresa senza adeguata supervisione specialistica, potrebbe associarsi a un ridotto apporto di fibre e micronutrienti". Aggiunge il presidente Sip, Rino Agostiniani: "Oggi le famiglie ricevono informazioni alimentari da molte fonti diverse, non sempre corrette o scientificamente fondate. Per questo il pediatra deve restare il punto di riferimento nelle scelte nutrizionali dei bambini".
Una delle aree di maggior confusione riguarda il latte. Oltre il 57% dei pediatri segnala infatti una frequente sovrapposizione, da parte delle famiglie, tra allergia alle proteine del latte vaccino e intolleranza al lattosio, spesso all'origine di restrizioni alimentari non necessarie. Si tratta però di condizioni molto diverse, chiariscono gli esperti. L'allergia alle proteine del latte vaccino è una reazione del sistema immunitario verso alcune proteine presenti nel latte vaccino e può comparire già nei primi mesi di vita. L'intolleranza al lattosio riguarda invece la difficoltà a digerire uno zucchero del latte, il lattosio, ed è rara nel lattante. Nella maggior parte dei casi non richiede l'eliminazione completa dei derivati del latte, come yogurt e formaggi, ma solo una modulazione dell'assunzione di lattosio in base alla tolleranza individuale . Confondere queste due condizioni può portare a eliminare inutilmente derivati del latte dalla dieta del bambino. Senza un'adeguata supervisione specialistica, il rischio è ridurre l'apporto di nutrienti importanti per la crescita come calcio e proteine.
La survey evidenzia inoltre una crescente diffusione delle alimentazioni vegetariane e vegane in età pediatrica. Oltre il 60% dei pediatri ha assistiti che seguono una dieta vegetariana, mentre circa il 30% segue bambini con alimentazione vegana - si legge nella nota - In entrambi i casi la scelta nasce prevalentemente in ambito familiare ed è motivata soprattutto da convinzioni salutistiche, etiche o culturali. Tuttavia, non sempre le famiglie risultano affiancate da figure specializzate in ambito nutrizionale: nella dieta vegetariana solo circa 1 famiglia su 5 viene seguita stabilmente da specialisti della nutrizione, mentre nelle diete vegane circa il 27% dei pediatri riferisce un supporto specialistico raro o assente. Le diete vegane nei bambini - ricordano gli esperti - richiedono un attento monitoraggio da parte del pediatra o di specialisti della nutrizione pediatrica e una corretta supplementazione di micronutrienti, con particolare attenzione alla vitamina B12.

(Adnkronos) - Nel corso di un summit a Baghdad il Gruppo San Donato (Gsd) ha ufficialmente rinnovato l'accordo, che vale 40,5 milioni di dollari all'anno, con il ministero della Salute iracheno per la gestione del Al-Najaf Al-Ashraf Teaching Hospital, struttura sanitaria di base a Najaf, città dell'Iraq centrale di circa 1 milione e mezzo di abitanti, tra le più sacre dell'Islam sciita. Si tratta di uno dei più importanti progetti sanitari internazionali sviluppati da Gsd in Medio Oriente. A margine di una serie di incontri istituzionali nella capitale irachena, Kamel Ghribi, presidente del Gruppo Gksd e vice presidente del Gruppo San Donato, ha incontrato il primo ministro dell'Iraq Ali al-Zaidi, confermando il rafforzamento della collaborazione tra il sistema sanitario iracheno e il modello rappresentato dal Gruppo San Donato. Nel corso del meeting è stata siglata l'intesa per l'ospedale che rappresenta oggi, si spiega in una nota, un punto di riferimento strategico per il Paese con i suoi 492 posti letto, di cui 30 dedicati all'area privata, 17 sale operatorie, 24 posti letto di terapia intensiva, 24 posti letto di pronto soccorso, oltre 1.500 accessi ambulatoriali al giorno, 160 professionisti, tra cui 21 figure chiave specialistiche coinvolte nella gestione clinica e organizzativa.
"Il rinnovo di questo accordo rappresenta un risultato importante non solo dal punto di vista sanitario, ma anche umano e istituzionale", ha dichiarato Ghribi. "La sanità può e deve essere uno strumento di cooperazione, stabilità e sviluppo tra i popoli. In questi anni abbiamo lavorato per costruire qualità, formazione, competenze e fiducia, contribuendo concretamente al rafforzamento del sistema sanitario iracheno". "Ho trovato nel primo ministro Ali al-Zaidi una leadership pragmatica, determinata e orientata ai risultati - ha aggiunto - Il suo background imprenditoriale gli consente di comprendere rapidamente le priorità strategiche del Paese e di assumere decisioni con grande efficacia operativa e visione. Questo approccio rappresenta un elemento molto importante per il futuro dell'Iraq e per il rafforzamento della cooperazione internazionale".
Ghribi ha infine sottolineato il valore strategico della collaborazione con le istituzioni irachene: "L'Iraq è un Paese di straordinaria importanza storica e umana, con grandi potenzialità di crescita. Continuare a investire nella salute, nella formazione e nelle infrastrutture sanitarie significa investire nella stabilità e nel futuro delle nuove generazioni". L'incontro con il neo eletto primo ministro Ali al-Zaidi, si legge nella nota, ha rappresentato anche l'occasione per confermare la volontà comune di proseguire lungo un percorso di cooperazione sanitaria internazionale fondato su qualità, innovazione e sviluppo sostenibile.

(Adnkronos) - "Quando parliamo di dipendenza da tabacco dobbiamo includere anche le sigarette elettroniche e tutti i nuovi dispositivi che erogano nicotina. La dipendenza da e-cigarette non è diversa da quella provocata dalle sigarette tradizionali". Così all’Adnkronos Salute Marco Pistis, professore di Farmacologia all’Università di Cagliari e membro del Consiglio direttivo della Società italiana di farmacologia (Sif), a margine di 'Parola alla medicina', format audiovisivo della Fism (Federazione società medico-scientifiche italiane), di cui Adnkronos è media partner. In occasione della Giornata mondiale senza tabacco del 31 maggio, Pistis ricorda che la dipendenza da nicotina resta una delle più diffuse al mondo e oggi non riguarda più soltanto le sigarette tradizionali. "Il problema non è il tipo di prodotto utilizzato, ma la sostanza che crea dipendenza: la nicotina", sottolinea l’esperto.
Smettere di fumare, però, non è semplice. I sintomi dell’astinenza — irritabilità, ansia e nervosismo — rappresentano spesso uno degli ostacoli principali e possono spingere molte persone a ricadere nel fumo. Anche lo stress quotidiano è tra le cause più frequenti delle ricadute. “Per questo la dipendenza da nicotina va trattata come qualsiasi altra patologia”, osserva Pistis. Chi vuole smettere può contare su diversi strumenti: "I centri antifumo, il supporto medico e le terapie farmacologiche possono aiutare molto — spiega —. Esistono farmaci in grado di attenuare i sintomi più difficili dell’astinenza".
Negli ultimi mesi si è parlato molto della citisina, farmaco utilizzato per smettere di fumare. "In realtà è una molecola conosciuta da tempo — chiarisce il farmacologo —. In passato veniva preparata dalle farmacie come formulazione galenica, mentre oggi è disponibile come farmaco industriale ed è stata autorizzata da Aifa anche per la rimborsabilità". La citisina si aggiunge ad altri trattamenti già disponibili, "come vareniclina, bupropione e terapie sostitutive a base di nicotina". Ma Pistis mette in guardia da facili illusioni: "Non esiste la pillola miracolosa. La terapia deve essere personalizzata e prescritta dal medico. I farmaci aiutano a ridurre il rischio di ricaduta, ma non lo eliminano completamente".
Accanto ai medicinali, possono essere utili anche percorsi di supporto psicologico e interventi non farmacologici. "Serve un approccio integrato", aggiunge. Secondo Pistis, inoltre, i centri antifumo continuano a essere poco frequentati soprattutto per ragioni culturali. "Chi soffre di una dipendenza vive ancora uno stigma: si tende a considerare il fumo un vizio e non una vera malattia. Ma le dipendenze sono patologie a tutti gli effetti e vanno trattate con strumenti clinici adeguati, come qualsiasi altra malattia".
L’esperto mette in guardia anche dall’idea che sigarette elettroniche e svapo siano strumenti utili per smettere di fumare. "Non sono un metodo per interrompere la dipendenza da nicotina — rimarca —. Anzi, spesso rappresentano il primo passo verso la dipendenza, soprattutto tra giovani e adolescenti".
Secondo Pistis, molti ragazzi utilizzano e-cig e dispositivi da svapo come primo approccio alla nicotina, e il passaggio alle sigarette tradizionali può avvenire facilmente. "Questo complica anche la percezione del paziente rispetto all’approccio più corretto per smettere di fumare. Non serve passare alle sigarette elettroniche: bisogna interrompere la dipendenza da nicotina in qualsiasi forma". Il messaggio finale, conclude Pistis, è chiaro: smettere di fumare è possibile, ma difficilmente si riesce da soli. "Servono supporto medico, terapie personalizzate e, in molti casi, anche un sostegno psicologico".

(Adnkronos) - Con il caldo improvviso che ha investito la Penisola, la voglia di rinfrescarsi con una bibita ghiacciata durante la giornata è diffusa. Ma, soprattutto se si ha qualche chilo di troppo o problemi di glicemia, la scelta non è tra le più salutari. "Quando si ha sete, meglio non cadere nella tentazione delle bevande zuccherate. L'idratazione è fondamentale, soprattutto con le temperature elevate e soprattutto per le persone di età più avanzate che sono a rischio di disidratazione. Ma per idratarsi serve l'acqua. Le varie bibite apportano calorie in eccesso che sono potenzialmente dannose per quanto riguarda il controllo del peso e del diabete. E possono essere particolarmente dannose per le persone obese". Così il presidente nazionale dell'Associazione medici diabetologi (Amd), Salvatore De Cosmo, a margine di 'Parola alla medicina', format audiovisivo della Fism (Federazione società medico-scientifiche italiane), di cui Adnkronos è media partner.
Limitare il consumo di bibite non è un consiglio solo per chi ha problemi con la bilancia o con la glicemia: "E' utile - precisa De Cosmo - anche nelle persone che non hanno il diabete e che non sono obese, perché queste bevande rappresentano una delle principali fonti di introito calorico e quindi di rischio di sviluppare diabete e obesità", evidenza l'esperto ricordando che "obesità e diabete di tipo 2 vanno 'a braccetto', nel senso che il peso eccessivo è il fattore predittivo più potente di sviluppare la malattia. Quindi bevande zuccherine, seppure in questo periodo sono molto 'invitanti', vanno sicuramente limitate in generale". E serve fare attenzione anche alle calorie 'nascoste', per esempio negli integratori utilizzati per aumentare l'energia in queste giornate calde. "Bisogna conoscere le composizioni e valutare il contenuto di zucchero, che va considerato poi nell'introito calorico giornaliero", conclude.

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(Adnkronos) - Un video inedito per raccontare il ruolo strategico del sistema fieristico italiano nella promozione, nell’internazionalizzazione e nella crescita del Made in Italy. È questo il messaggio della campagna social 'Fiere, motore del Made in Italy', firmata da Aefi (Associazione Esposizioni e Fiere Italiane) e IT-EX (Italian Association of International Exhibitions) in occasione dell’11ª edizione del Global Exhibition Day, in programma in tutto il mondo mercoledì 3 giugno 2026.
Per celebrare la Giornata mondiale delle fiere (Ged), quartieri fieristici e organizzatori associati alle due principali organizzazioni rappresentative del settore diffonderanno online un video che evidenzia il contributo concreto dell’industria fieristica italiana allo sviluppo economico e al rafforzamento della politica industriale del Paese.
Il comparto fieristico italiano continua infatti a rappresentare uno degli asset strategici dell’economia nazionale. Nel 2026 sono circa 900 gli eventi in calendario lungo tutta la Penisola - tra cui 276 fiere internazionali e 202 nazionali - distribuiti su una superficie espositiva di oltre 4,2 milioni di metri quadrati; un dato che conferma l’Italia al quarto posto nel mondo, e seconda in Europa, per ampiezza del sistema fieristico.
Promossa da Ufi (Unione Fiere Internazionali), l’edizione di quest’anno della Ged è dedicata al tema “Exhibitions drive opportunities”, un messaggio che riflette perfettamente il modello italiano. Fiere, filiere produttive e imprese hanno infatti condiviso negli anni un percorso di crescita comune. Ogni anno le fiere italiane generano un impatto economico complessivo sui territori pari a 22,5 miliardi di euro, equivalente allo 0,7% del PIL nazionale. Un motore di sviluppo che produce effetti diretti sia sulle imprese espositrici sia sull’intera economia.
Secondo le analisi di Prometeia per il Libro Bianco del sistema fieristico italiano 2025, le aziende che partecipano alle fiere registrano tassi di crescita quasi doppi rispetto alla media delle imprese che non utilizzano questo strumento, mentre ogni euro speso dai visitatori in occasione degli eventi fieristici genera un ritorno di 2,5 euro sull’economia del Paese.
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