
Superare una visione della disabilità limitata alla sola diagnosi e costruire un sistema capace di mettere al centro la persona, la sua autonomia e il diritto a una piena partecipazione alla vita sociale. E' questa la direzione indicata dalla riforma della disabilità, rispetto alla quale le malattie rare rappresentano un banco di prova importante. Su questi temi si sono confrontati diversi esperti riuniti oggi a Roma nella Sala Polifunzionale della Presidenza del Consiglio dei ministri, in occasione dell'evento 'Malattie rare e riforma della disabilità: dal certificato introduttivo al progetto di vita', organizzato da Uniamo Rare Diseases Italy con la collaborazione di Fnomceo (Federazione nazionale degli Ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri) e Istituto superiore di sanità. Al centro della discussione la riforma introdotta con il decreto legislativo 3 maggio 2024, n. 62, che segna un passaggio significativo nel sistema di riconoscimento e tutela della disabilità in Italia: dal tradizionale approccio medico-legale, basato prevalentemente sulla diagnosi e sul deficit, a un modello bio-psico-sociale, che considera la persona nella sua complessità e punta alla definizione di un progetto di vita personalizzato.
Ad aprire il convegno il video saluto del ministro per le Disabilità, Alessandra Locatelli, che ha sottolineato l'importante opera di semplificazione delle procedure introdotta dalla riforma: "La riforma sulla disabilità - ha detto - sia nella parte relativa alla valutazione di base sia in quella che riguarda il progetto di vita, prevede una grande riorganizzazione del sistema di presa in carico della persona con disabilità, non solo sul territorio, ma anche nelle procedure di valutazione dell'invalidità. In questo ambito, il nostro obiettivo è snellire le procedure burocratiche e semplificare la vita delle persone con disabilità e delle loro famiglie. Questo deve essere l'impegno primario e concreto. Nessuna riforma può essere definita tale se non implica una semplificazione di ciò che si va a normare. Ecco perché, insieme all'Inps, insieme all'Ordine dei medici, insieme a tante altre figure che stanno lavorando anche per la formazione e per la sperimentazione della riforma stessa, stiamo portando avanti un percorso che porterà ad avere un'unica Commissione con un unico certificato, un'unica domanda introduttiva e soprattutto uno stop alle visite di rivedibilità quando già le condizioni sono ormai conclamate".
Dopo il saluto del vicepresidente di Fnomeco Giovanni Leoni, Paola Facchin, coordinatrice del Tavolo tecnico interregionale malattie rare, ha introdotto i lavori con una lectio magistralis dedicata ai bisogni clinici complessi generati dalle malattie rare e al ruolo dei centri di riferimento nella compilazione del certificato introduttivo. La presidente di Uniamo Annalisa Scopinaro si è soffermata sui "bisogni assistenziali", evidenziando come la "riforma della disabilità offra importanti spunti di miglioramento" nell'ambito della personalizzazione dei percorsi di presa in carico. "Il passaggio a un modello di valutazione funzionale rispetto a quello clinico - ha spiegato - offre la possibilità di personalizzare i progetti individuali, attraverso il coinvolgimento della famiglia e la valorizzazione delle capacità e possibilità della persona di partecipare al contesto sociale. I progressi della ricerca e l'introduzione di nuove terapie consentono oggi a molte persone con malattia rara di raggiungere una maggiore stabilità clinica, ma non sempre questo si traduce in una scomparsa delle fragilità e delle limitazioni che possono accompagnare tali patologie nel corso della vita. Occorre mantenere le tutele in ambito economico, sociale e lavorativo".
La riforma della disabilità è stata poi affrontata nel dettaglio grazie agli interventi di Alfredo Petrone, referente Fnomceo per la Disabilità, e da Maria Luisa Scattoni, direttrice del Centro nazionale malattie rare. “Il certificato introduttivo è il primo fondamentale passaggio per una valutazione della disabilità - ha commentato Petrone. Nel caso delle malattie rare, il contributo dei medici dei centri di riferimento può essere decisivo: la loro conoscenza approfondita della patologia e del decorso clinico consente di fornire, attraverso la documentazione clinica da allegare, elementi essenziali perché la valutazione rifletta la reale complessità della condizione e la necessità di adeguati sostegni". Scattoni ha rimarcato che, "con la riforma della disabilità, siamo chiamati a superare definitivamente un approccio centrato esclusivamente sulla diagnosi per riconoscere la complessità delle persone con malattia rara nella loro dimensione bio-psico-sociale. Il progetto di vita rappresenta uno strumento fondamentale per andare oltre standard rigidi e categorie predefinite, costruendo percorsi personalizzati che tengano conto della variabilità clinica, delle fragilità intermittenti e dei bisogni evolutivi lungo tutto l'arco della vita. Per le malattie rare, 'oltre gli standard' significa garantire valutazioni competenti e integrate, capaci di tradurre la stabilità clinica in opportunità di partecipazione, autonomia e piena inclusione sociale".
La tavola rotonda conclusiva ha riunito rappresentanti delle istituzioni, del sistema sanitario e del mondo associativo, con la partecipazione - tra gli altri - di Inps, ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, Dipartimento per le Politiche in favore delle persone con disabilità della Presidenza del Consiglio dei ministri e ministero della Salute. Tra le associazioni erano presenti Fish, Anffas e Fand. Dal confronto è emersa la necessità di accompagnare l’attuazione della riforma con strumenti operativi chiari, formazione degli operatori e un dialogo costante con le associazioni dei pazienti, affinché il nuovo modello possa rispondere in modo efficace alla complessità delle malattie rare e garantire alle persone un riconoscimento equo dei propri bisogni.
Con questo evento - si legge in una nota - Uniamo introduce un percorso che, attraverso una progettualità specifica (Progetto Sofia), seguirà lo sviluppo dei progetti di vita in diversi territori. Proseguirà inoltre il confronto con le istituzioni al fine di individuare strumenti specifici per la tutela delle disabilità nell'ambito delle malattie rare.

L'ultima tassa dell'Europa? E' "una tassa sulla pipì". Cos'è. L'ha bollata così Lucia Aleotti, azionista e membro del board dell'azienda farmaceutica Menarini, riferendosi nel corso di un incontro alla Camera di Commercio di Firenze alla direttiva Ue 2024/3019 sulle acque reflue urbane (Uwwtd, Urban Waste Water Treatment Directive). "Vuol dire che, quando le persone assumono un farmaco, traccia di questo farmaco si trova nelle urine, va poi nelle acque reflue e allora è fatto obbligo per le aziende di depurare tutti i fiumi d'Europa. Dall'altra parte ci sono delle autorità che dicono che non registreranno un farmaco se questo farmaco si accumula nell'organismo", ha riassunto Aleotti, citando un dato su tutti: la cifra stimata dalla Farmindustria tedesca su quanto devono pagare le aziende per dare corso agli obblighi previsti nella normativa, ossia 12 miliardi di euro l'anno. "Se si immagina che l'intero sviluppo di un nuovo farmaco costa 1,2 miliardi di euro, si tratta di 10 nuovi farmaci che non verranno sviluppati dalle imprese ogni anno - ha fatto notare Aleotti - Questo è fare politica anti-industriale, non politica industriale".
Ma la sua non è la prima e unica voce critica che si leva dal mondo Pharma al riguardo: è di fine gennaio la presa di posizione di Farmindustria ed Egualia, le due associazioni che in Italia rappresentano le aziende del settore, la prima le imprese farmaceutiche e la seconda l'industria dei farmaci generici equivalenti, dei biosimilari e delle Value Added Medicines. In una nota congiunta, diffusa al termine dell'audizione in Commissione Politiche dell'Unione europea del Senato sulla legge di delegazione europea 2025, entrambe queste realtà avevano espresso "forte preoccupazione" per l'impatto economico e industriale della direttiva Ue in vigore da gennaio 2025, che - hanno osservato Farmindustria ed Egualia - rende "insostenibili le norme di trattamento delle acque reflue per la rimozione dei microinquinanti". Nella nota si parla di un "aumento strutturale dei costi operativi del 30% rispetto al 2021". La richiesta avanzata in quell'occasione era di "risolvere le criticità contenute nel sistema Epr (responsabilità estesa del produttore)".
Ma cosa impone la direttiva e perché sta provocando non pochi mal di pancia al settore? La chiave di tutto è proprio nel principio della responsabilità estesa del produttore - Epr, introdotto dal provvedimento, che implica degli obblighi precisi per "coprire i costi aggiuntivi" legati ai trattamenti supplementari necessari per rimuovere le sostanze generate nel contesto della propria attività professionale. "I residui di prodotti farmaceutici e cosmetici rappresentano attualmente la fonte principale dei microinquinanti presenti nelle acque reflue urbane che richiedono un trattamento quaternario. La responsabilità estesa del produttore dovrebbe pertanto applicarsi a questi due gruppi di prodotti", è la logica seguita dalla direttiva, che all'articolo 9 precisa anche che le aziende farmaceutiche e cosmetiche si dovrebbero fare carico di "almeno l'80% dei costi totali di conformità agli obblighi imposti", compresi "i costi di investimento e operativi del trattamento quaternario delle acque reflue urbane per rimuovere i microinquinanti derivanti dai prodotti che essi immettono sul mercato e dai relativi residui e i costi del monitoraggio dei microinquinanti".
Cos'è il trattamento quaternario? E' un trattamento aggiuntivo che si basa sull'uso di tecnologie avanzate per rimuovere un ampio spettro di microinquinanti, come i residui dei farmaci, ed evitare la dispersione di sostanze che potrebbero causare problemi agli organismi acquatici e aggravare il fenomeno dell'antibiotico-resistenza. Il principio che si applica è quello del "chi inquina paga". E si lega a un altro pilastro, come spiegato di recente in un focus sulla direttiva pubblicato dal 'Notiziario chimico farmaceutico' (Ncf): l'ecofarmacovigilanza (Epv), "disciplina cardine per identificare e prevenire gli effetti avversi dei medicinali nell’ambiente". Questa "analizza l'intero ciclo di vita del farmaco, dalle emissioni industriali allo smaltimento dei prodotti scaduti, fino alla via principale di dispersione, ovvero l'escrezione umana dei principi attivi dopo l'assunzione", da qui la 'tassa sulla pipì', come è stata ribattezzata provocatoriamente la direttiva Ue sulle acqque reflue urbane. Sempre in questo filone si inserisce anche un altro elemento, citato dalla stessa Aleotti: da settembre 2024, l'Agenzia europea del farmaco Ema ha rafforzato le linee guida sulla valutazione del rischio ambientale (Environmental Risk Assessment). "Questo significa che l'efficacia clinica non è più l'unico lasciapassare: un profilo ecotossicologico sfavorevole può ora influenzare pesantemente le autorizzazioni all’immissione in commercio", si evidenzia nel focus di Ncf.
Le aziende discutono anche i dati su cui poggia la decisione Ue sul nuovo corso. A detta di Farmindustria ed Egualia, esistono delle evidenze che mostrano come la valutazione di impatto della Commissione abbia "sovrastimato l'impatto ambientale dei farmaci di 4 volte" e "sottostimato i costi (che sarebbero invece superiori dalle 5 alle 10 volte): gli oneri aggiuntivi costituirebbero una tassa da circa 10 miliardi di euro l'anno per le aziende in Europa, anziché gli 1,2 miliardi della valutazione di impatto, che graveranno su due settori soltanto, farmaceutico e cosmetico, rischiando di acuire il fenomeno delle carenze di medicinali, in contraddizione con altre iniziative della stessa Unione europea", era l'obiezione. Non a caso fra le richieste avanzate c'era anche quella di "sospendere l’applicazione della direttiva per consentire un nuovo impact assessment entro la deadline del 31 dicembre 2028 per l’entrata in vigore dello schema di Epr", oltre all'invito a tutelare l'accesso ai medicinali e la competitività dell'industria del settore e ad applicare le norme a tutti i produttori di sostanze microinquinanti, in vista dell'entrata in vigore nazionale della direttiva nella sua attuale versione.

Una nuova revisione sistematica completa e una metanalisi delle ricerche esistenti hanno confermato che il consumo di mandorle ha un effetto benefico su alcuni livelli di colesterolo nel sangue, portando a una scoperta che fa nuova luce su come il consumo regolare di mandorle possa promuovere la salute del cuore. Lo rivela una ricerca pubblicata su Nutrients il cui obiettivo era valutare e fornire un aggiornamento sugli effetti del consumo di mandorle sui marcatori della salute cardiovascolare, studiando i lipidi ematici comunemente monitorati in ambito sanitario – il colesterolo totale, il colesterolo Ldl (cattivo) il colesterolo Hdl (buono) e i trigliceridi - e quelli che negli ultimi anni sono emersi come importanti predittori di malattie cardiovascolari, come il colesterolo non Hdl, l'ApoA, l'ApoB e l'Lp(a). (Audio[1])
Secondo l'Oms-Organizzazione mondiale della sanità - informa una nota - il 32% dei decessi nel mondo è dovuto a malattie cardiovascolari. Avere livelli elevati di grassi (lipidi) nel sangue è un fattore di rischio per le malattie cardiovascolari. Studi precedenti hanno dimostrato che mangiare mandorle aiuta a migliorare alcuni livelli di lipidi nel sangue. Questa revisione completa ha identificato, valutato e sintetizzato i principali risultati di 36 studi pubblicati che hanno esaminato gli effetti del consumo di mandorle per almeno 4 settimane sui livelli dei lipidi nel sangue. Complessivamente, questi studi hanno coinvolto 2.485 adulti con un consumo medio di mandorle compreso tra 25g e 168g al giorno. La ricerca, promossa dall'Almond Board of California, è stata condotta “come revisione sistematica e metanalisi, ampiamente considerate come il gold standard per fornire prove scientifiche”.
Nel dettaglio, il consumo di mandorle è stato collegato a livelli significativamente più bassi di colesterolo totale, colesterolo Ldl (cattivo) e colesterolo non-Hdl, definito colesterolo ‘cattivo’ perché livelli più elevati sono collegati a un maggiore rischio di malattie cardiovascolari. È stato inoltre riscontrato che il consumo di mandorle migliora significativamente l'equilibrio tra Ldl e Hdl (buono). Inoltre, la ricerca ha esaminato i livelli di 2 proteine specifiche che trasportano il colesterolo nel sangue: l'apolipoproteina A (ApoA), collegata a un minor rischio di malattie cardiovascolari, e l'apolipoproteina B (ApoB), collegata a un rischio maggiore. I risultati hanno evidenziato livelli significativamente più bassi di ApoB (dannosa) con il consumo di mandorle. "L'ApoA è una proteina benefica che favorisce la rimozione del colesterolo in eccesso dalle arterie, mentre l'ApoB è una proteina dannosa coinvolta nel deposito di colesterolo nelle arterie e nella formazione di placche arteriose”, spiega Kathy Musa-Veloso, autrice principale dello studio e Senior Director of Nutrition, Health Claims, and Clinical Trials del Food and Nutrition group di Intertek. "Nella nostra revisione sistematica e meta-analisi -aggiunge - il consumo di mandorle non ha avuto alcun effetto sui livelli di ApoA, ma ha portato a una riduzione statisticamente significativa dei livelli di ApoB".
Mentre ricerche precedenti hanno esaminato gli effetti del consumo di mandorle sui livelli di ApoA e ApoB individualmente, questo è il primo studio che analizza l’impatto sull'equilibrio di queste 2 proteine. Conosciuto come rapporto ApoB/ApoA, che misura l'equilibrio tra i trasportatori di colesterolo Ldl (ApoB) e Hdl (ApoA) nel sangue. Un valore elevato è un segnale di allarme per le malattie cardiovascolari. La ricerca mostra che mangiare mandorle riduce il rapporto, indicando un equilibrio più sano tra l'ApoB dannoso e l'ApoA benefico e, di conseguenza, un minor rischio cardiovascoalre. "È la prima volta che una revisione sistematica e una meta-analisi studia l'effetto del consumo di mandorle sul rapporto ApoB/ApoA - sottolinea Musa-Veloso - La nostra ricerca ha rilevato una significativa riduzione di questo rapporto con il consumo di mandorle, offrendo nuove informazioni e suggerendo un potenziale nuovo meccanismo attraverso il quale il consumo di mandorle favorisce livelli lipidici sani nel sangue".
“Questa nuova ricerca - commenta Michelangelo Giampietro, specialista in Medicina dello Sport e in Scienza dell’Alimentazione - conferma che il consumo regolare di mandorle può associarsi a un miglioramento complessivo dei principali parametri del metabolismo lipidico. Per la prima volta, lo studio ha inoltre analizzato i livelli di ApoA e ApoB, 2 apolipoproteine chiave nel trasporto del colesterolo e nei meccanismi di rimozione e deposito a livello arterioso. I risultati - rimarca - mostrano che chi consuma abitualmente mandorle presenta livelli significativamente più bassi di ApoB, un indicatore strettamente correlato al rischio cardiovascolare. Queste evidenze rafforzano ulteriormente il possibile ruolo delle mandorle nella prevenzione cardiovascolare e nel supporto al benessere generale dell’organismo”.
Le evidenze scientifiche quindi suggeriscono, ma non dimostrano, che mangiare 42g (una manciata) della maggior parte della frutta secca, come le mandorle, può ridurre il rischio di malattie cardiache. A tale proposito - riferisce la nota - un documento di consenso pubblicato di recente ha confermato che le mandorle possono apportare benefici alla salute del cuore riducendo il colesterolo Ldl in media di circa il 5%. Una porzione da 30g di mandorle fornisce 6 g di proteine, 4 g di fibre, 13 g di grassi insaturi, solo 1 g di grassi saturi e nutrienti essenziali, tra cui vitamina E, manganese e magnesio. Le mandorle - conclude la nota - sono quindi un ottimo spuntino da aggiungere alla propria routine quotidiana o da mangiare con yogurt e cereali, ma anche in insalate e moltissime altre ricette.

Dopo gli attacchi di Israele contro gli impianti e i depositi di petrolio in diverse aree, la capitale dell'Iran brucia con enormi incendi. Le immagini di Teheran con il cielo oscurato e la polvere che cade dal cielo fanno presagire anche un disastro ambientale. A fare il punto per l'Adnkronos Salute è la Sima, Società italiana di medicina ambientale. Quando bruciano grandi depositi di petrolio, è vero che si possono formare piogge acide? "Sì, in parte. La combustione di grandi quantità di petrolio libera nell'atmosfera anidride solforosa, ossidi di azoto e particolato. Questi gas reagiscono con il vapore acqueo formando acidi solforico e nitrico, che possono contribuire alla cosiddetta deposizione acida (pioggia acida). Tuttavia, l'effetto più immediato per la salute non è la pioggia in sé, ma l'inalazione del fumo e degli inquinanti atmosferici", risponde Alessandro Miani, presidente Sima.
Quali sostanze sono presenti nelle nubi nere prodotte dagli incendi di petrolio? Secondo la Sima, "le nubi generate da questi incendi contengono particolato fine (Pm2.5), fuliggine, anidride solforosa, ossidi di azoto, monossido di carbonio e composti organici volatili, oltre a idrocarburi policiclici aromatici. Si tratta di inquinanti riconosciuti dalla letteratura scientifica come irritanti respiratori e potenzialmente tossici". Secondo Miani, "i rischi principali sono irritazione di occhi e vie respiratorie, tosse, difficoltà respiratoria e peggioramento di patologie come asma e broncopneumopatia cronica ostruttiva. L'esposizione a particolato fine e gas irritanti può inoltre aumentare il rischio cardiovascolare, soprattutto nelle persone vulnerabili".
E' già successo qualcosa di simile nella storia recente? "Sì. Un precedente documentato è rappresentato dagli incendi dei pozzi petroliferi del Kuwait nel 1991, durante la Guerra del Golfo. Oltre 600 pozzi furono incendiati e per mesi grandi quantità di fuliggine, SO2 e particolato si dispersero nell'atmosfera, generando uno dei più grandi episodi di inquinamento atmosferico da combustione di petrolio mai registrati", ricorda il presidente Sima. In situazioni di questo tipo cosa è raccomandato fare per ridurre i rischi sanitari? "Le misure di salute pubblica raccomandate - suggerisce - sono ridurre l’esposizione al fumo, rimanere in ambienti chiusi quando possibile, limitare l'attività fisica all'aperto e utilizzare filtrazione dell'aria o mascherine filtranti (Ffp2/N95) se è necessario uscire. L'obiettivo principale è ridurre l'inalazione del particolato e dei gas irritanti".
Se questi incendi continuassero a lungo, potrebbero avere effetti anche in Europa? "In linea teorica gli aerosol e le particelle fini possono essere trasportati per lunghe distanze dalle correnti atmosferiche, come dimostrato da numerosi studi sul trasporto transfrontaliero degli inquinanti. Tuttavia - riflette Miani - perché si verifichi un impatto sanitario significativo in Europa servirebbero incendi molto estesi e persistenti e condizioni meteorologiche favorevoli al trasporto, elementi che devono essere valutati tramite modelli atmosferici e monitoraggi in tempo reale".
Qual è quindi la conclusione scientifica? "Gli incendi di grandi depositi di petrolio rappresentano un serio problema ambientale e sanitario locale, legato soprattutto alla nube di fumo e agli inquinanti respirabili. La formazione di deposizione acida è possibile, ma il rischio principale per la popolazione resta l'esposizione agli inquinanti atmosferici generati dalla combustione del petrolio", conclude il presidente della Sima.

Dopo gli attacchi di Israele contro gli impianti e i depositi di petrolio in diverse aree, la capitale dell'Iran brucia con enormi incendi. Le immagini di Teheran con il cielo oscurato e la polvere che cade dal cielo fanno presagire anche un disastro ambientale. A fare il punto per l'Adnkronos Salute è la Sima, Società italiana di medicina ambientale. Quando bruciano grandi depositi di petrolio, è vero che si possono formare piogge acide? "Sì, in parte. La combustione di grandi quantità di petrolio libera nell'atmosfera anidride solforosa, ossidi di azoto e particolato. Questi gas reagiscono con il vapore acqueo formando acidi solforico e nitrico, che possono contribuire alla cosiddetta deposizione acida (pioggia acida). Tuttavia, l'effetto più immediato per la salute non è la pioggia in sé, ma l'inalazione del fumo e degli inquinanti atmosferici", risponde Alessandro Miani, presidente Sima.
Quali sostanze sono presenti nelle nubi nere prodotte dagli incendi di petrolio? Secondo la Sima, "le nubi generate da questi incendi contengono particolato fine (Pm2.5), fuliggine, anidride solforosa, ossidi di azoto, monossido di carbonio e composti organici volatili, oltre a idrocarburi policiclici aromatici. Si tratta di inquinanti riconosciuti dalla letteratura scientifica come irritanti respiratori e potenzialmente tossici". Secondo Miani, "i rischi principali sono irritazione di occhi e vie respiratorie, tosse, difficoltà respiratoria e peggioramento di patologie come asma e broncopneumopatia cronica ostruttiva. L'esposizione a particolato fine e gas irritanti può inoltre aumentare il rischio cardiovascolare, soprattutto nelle persone vulnerabili".
E' già successo qualcosa di simile nella storia recente? "Sì. Un precedente documentato è rappresentato dagli incendi dei pozzi petroliferi del Kuwait nel 1991, durante la Guerra del Golfo. Oltre 600 pozzi furono incendiati e per mesi grandi quantità di fuliggine, SO2 e particolato si dispersero nell'atmosfera, generando uno dei più grandi episodi di inquinamento atmosferico da combustione di petrolio mai registrati", ricorda il presidente Sima. In situazioni di questo tipo cosa è raccomandato fare per ridurre i rischi sanitari? "Le misure di salute pubblica raccomandate - suggerisce - sono ridurre l’esposizione al fumo, rimanere in ambienti chiusi quando possibile, limitare l'attività fisica all'aperto e utilizzare filtrazione dell'aria o mascherine filtranti (Ffp2/N95) se è necessario uscire. L'obiettivo principale è ridurre l'inalazione del particolato e dei gas irritanti".
Se questi incendi continuassero a lungo, potrebbero avere effetti anche in Europa? "In linea teorica gli aerosol e le particelle fini possono essere trasportati per lunghe distanze dalle correnti atmosferiche, come dimostrato da numerosi studi sul trasporto transfrontaliero degli inquinanti. Tuttavia - riflette Miani - perché si verifichi un impatto sanitario significativo in Europa servirebbero incendi molto estesi e persistenti e condizioni meteorologiche favorevoli al trasporto, elementi che devono essere valutati tramite modelli atmosferici e monitoraggi in tempo reale".
Qual è quindi la conclusione scientifica? "Gli incendi di grandi depositi di petrolio rappresentano un serio problema ambientale e sanitario locale, legato soprattutto alla nube di fumo e agli inquinanti respirabili. La formazione di deposizione acida è possibile, ma il rischio principale per la popolazione resta l'esposizione agli inquinanti atmosferici generati dalla combustione del petrolio", conclude il presidente della Sima.

Il ministero della Giustizia ha attivato l'iter per l'invio degli ispettori al Tribunale per i minorenni dell'Aquila nell'ambito della vicenda della famiglia che viveva nel bosco. Proprio dopo le ultime decisioni dei magistrati, la stessa premier Giorgia Meloni aveva detto ieri di aver parlato con il ministro e che sarebbero stati inviati gli ispettori.
Nei giorni scorsi il Tribunale per i minorenni dell'Aquila aveva disposto il trasferimento in un'altra comunità educativa dei tre figli della coppia Trevallion Birmingham, interrompendo la convivenza con la madre all'interno della struttura che li ha finora ospitati a Vasto (Ch). Il provvedimento è contenuto in una nuova ordinanza[1] con cui il collegio, presieduto dalla giudice Cecilia Angrisano, ha rivalutato la situazione alla luce delle relazioni depositate dal servizio sociale, dalla casa-famiglia e dal servizio di Neuropsichiatria infantile, evidenziando come la presenza costante della madre sia divenuta "gravemente ostativa agli interventi programmati e pregiudizievole per l'equilibrio emotivo e l'educazione dei minori".
"Le ultime notizie che riguardano la famiglia Trevallion, la 'famiglia nel bosco', mi lasciano senza parole", aveva scritto sui social la premier Meloni. "Dopo aver deciso di affidare ai servizi sociali tre bambini che vivevano con i genitori nella natura e di collocarli in una casa-famiglia, il Tribunale per i Minorenni dell'Aquila ha stabilito di allontanare la madre dalla struttura protetta dove le era concesso di stare insieme ai figli e di separare anche i minori. È una decisione - aveva rimarcato la presidente del Consiglio - che infligge ai bambini un ulteriore, pesantissimo trauma, dopo la separazione dal padre. Il mio pensiero va ai bambini e ai loro genitori colpiti da una assurda concatenazione di decisioni dal chiaro tenore ideologico".

In Italia depressione, ansia e insonnia sono più frequenti nelle donne e rappresentano un fattore di rischio rilevante quando si associano al dolore cronico. La depressione interessa circa il 6% della popolazione adulta - con una prevalenza quasi doppia nelle donne – mentre l’insonnia riguarda il 15-20% delle persone. Quando queste condizioni si incrociano con il dolore cronico, le percentuali crescono in modo significativo. Un esempio emblematico è la fibromialgia, che colpisce circa il 2-3% della popolazione ed è diagnosticata prevalentemente nelle donne: in questo ambito la compresenza ansioso-depressiva arriva fino al 60% dei casi. Le evidenze più recenti indicano inoltre una relazione bidirezionale: il dolore cronico aumenta il rischio di sviluppare disturbi dell’umore, ma depressione, ansia e insonnia possono precedere l’esordio della fibromialgia, contribuire alla sua insorgenza e favorirne la cronicizzazione. È quanto emerso dal webinar formativo 'Ansia, depressione e insonnia nella donna: correlazioni con il dolore cronico e la fibromialgia', che si è svolto oggi a Milano.
L'evento è stato organizzato dalla Società italiana di neuropsicofarmacologia e Fondazione Onda Ets, l’Osservatorio sulla salute della donna e di genere. L’incontro ha riunito psichiatri e reumatologi con l’obiettivo di superare la frammentazione dei percorsi di cura, con particolare attenzione alle differenze di genere. "Ansia, depressione e insonnia non sono conseguenze marginali del dolore cronico, ma componenti centrali della sua complessità clinica", spiega Francesca Merzagora, presidente di Onda. "Nelle pazienti con dolore persistente - continua - fino al 60% presenta sintomi depressivi, oltre il 40% disturbi d’ansia e più della metà soffre di insonnia. È un circolo vizioso: il dolore alimenta il disagio psicologico e la mancanza di sonno ne amplifica l’intensità. In ottica di genere, le differenze sono evidenti: le donne hanno una prevalenza di dolore cronico quasi doppia rispetto agli uomini e mostrano maggiore vulnerabilità a depressione e disturbi del sonno, mentre negli uomini il disagio emotivo resta spesso sottodiagnosticato. Per questo è necessario un approccio integrato e sensibile alle differenze di genere, che consideri insieme salute mentale e terapia del dolore”.
"Se guardiamo ai dati italiani e internazionali – precisa Claudio Mencacci, psichiatra e co-presidente Sinpf – vediamo che depressione e insonnia sono più frequenti nelle donne lungo tutto l’arco di vita. Quando ansia e disturbi del sonno si strutturano nel tempo, possono aumentare il rischio di sviluppare dolore persistente o peggiorarne l’andamento. La bidirezionalità tra dolore e disturbi dell’umore deve essere riconosciuta fin dalle prime fasi della valutazione clinica”.
Una recente meta-analisi internazionale su oltre 370 studi ha stimato che circa il 40% delle persone con dolore cronico presenta sintomi di depressione o ansia, con percentuali ancora più elevate nei casi di fibromialgia. "Le meta-analisi indicano che fino al 40-50% delle persone con fibromialgia presenta sintomi clinicamente rilevanti di depressione o ansia", spiega Andrea Fagiolini, professore ordinario di psichiatria al Dipartimento di Medicina Molecolare dell’Università di Siena. "Questo - aggiunge - significa che la depressione non è soltanto una conseguenza del dolore cronico, ma in molti casi rappresenta un fattore di vulnerabilità biologica che abbassa la soglia del dolore e ne facilita la cronicizzazione".
Studi epidemiologici mostrano che i disturbi del sonno sono presenti in circa la metà dei pazienti con dolore cronico, confermando il ruolo dell’insonnia come fattore rilevante nell’interazione tra dolore e condizioni psicologiche. "L’insonnia interessa fino a una persona su cinque – sottolinea Laura Palagini, psichiatra e responsabile dell’ambulatorio per il trattamento dei disturbi del sonno dell’Aou di Pisa – ed è un fattore di rischio indipendente per depressione e disturbi d’ansia. Studi prospettici mostrano che il sonno disturbato può precedere sia l’episodio depressivo sia l’esordio del dolore cronico. Nella fibromialgia l’alterazione del sonno contribuisce alla sensibilizzazione centrale: se non interveniamo sul sonno, la sensibilizzazione centrale si mantiene e il dolore diventa più resistente ai trattamenti".
Dal punto di vista reumatologico, vi sono altri parametri da valutare. "La fibromialgia – aggiunge Laura Bazzichi, reumatologa all’Irccs ospedale Galeazzi Sant’Ambrogio di Milano – riguarda circa il 2-3% della popolazione generale ed è diagnosticata prevalentemente nelle donne. Non è soltanto una sindrome dolorosa, ma una condizione complessa in cui dolore, sonno e disturbi emotivi condividono meccanismi neurobiologici comuni e si influenzano reciprocamente". Sul piano terapeutico, l’integrazione tra competenze diventa decisiva. “Dolore cronico e disturbi dell’umore condividono circuiti neurobiologici legati ai sistemi dello stress e ai processi con cui le cellule nervose comunicano fra loro. Se la comorbilità psichiatrica nella fibromialgia può coinvolgere fino al 50% delle persone, è evidente che l’approccio terapeutico deve essere integrato: farmacologico, psicoterapeutico e centrato anche sul ripristino del sonno", conclude Ferdinando Nicoletti, professore ordinario di Farmacologia, Università Sapienza di Roma.

Per il terzo anno consecutivo Bari ha il miglior clima d’Italia, secondo l’Indice del clima del Sole 24 Ore, prima tappa di avvicinamento all'indagine della Qualità della vita del Sole 24 Ore che ogni anno misura i territori più vivibili del Paese. La classifica sul clima, in particolare, fotografa il benessere climatico e racconta quali sono le città capoluogo in grado di offrire le condizioni meteo migliori a chi vive sul territorio.
Gli indicatori presi in esame fotografano 15 parametri meteorologici, grazie ai dati - rilevati e validati da 3bmeteo - aggiornati all’ultimo decennio 2015-2025. Fotografati anche i trend climatici 2010-2025: la temperatura media annua è cresciuta di 1,8°C dal 2010, con incrementi più forti al Nord (+2,3°C) rispetto a Centro (+1,9°C) e Sud (+1,3°C). In diverse città settentrionali l’aumento supera i 3°C.
Più caldo estremo: si contano 17 ondate di calore annue (+5,5 rispetto al 2010), 14 picchi di caldo estremo e circa 80 notti tropicali, in forte aumento. Registrate anche piogge più violente ma meno frequenti - diminuiscono i giorni piovosi ma aumentano le precipitazioni intense, con episodi concentrati in poche ore - e più siccità (aumentano i periodi consecutivi di siccità, arrivati al 12% dei giorni annui senza pioggia con picchi fino al 19% in alcune città del Sud). Gli inverni, poi, sono più miti: crollano i giorni freddi e cresce lo zero termico, segnale della progressiva riduzione della neve a bassa quota.
Tornando alla classifica, seguono il capoluogo pugliese diverse località della costa adriatica come Barletta-Andria-Trani (al secondo posto, i cui dati sono riferiti alla performance media dei tre capoluoghi), Pescara, Ancona e Chieti. Tra i primi dieci figurano per lo più territori costieri (tra cui anche Livorno, Trieste e Imperia), ma anche alcune città in altura (Pesaro e Urbino, come media dei valori rilevati in entrambe i centri urbani, ed Enna). In chiusura c’è la città di Carbonia (Sud Sardegna), tra le più colpite dai picchi di caldo estremo, dall’indice di calore e dall’umidità relativa. Il capoluogo sardo è preceduto da Terni, Belluno e Caserta.
Belluno, in particolare, è ultima in tre dei quindici indicatori: ha il minor numero di ore di sole al giorno (in media 6,8 contro le 9,2 di Agrigento, la più soleggiata); registra il maggior numero medio di giorni freddi all’anno (19,5 nel decennio preso in esame); è penalizzata poi dall’umidità relativa, con 263 giorni all’anno fuori dal comfort climatico, cioè sotto il 30% oppure sopra il 70% di umidità. La città veneta, però, vanta anche il minor numero di notti tropicali, solo 15, durante le quali (tra mezzanotte e le sei) si rileva una temperatura superiore ai 20 gradi.
Terni, invece, è penalizzata dalla performance peggiore tra i capoluoghi per ondate di calore e picchi di caldo estremo: nell’entroterra questi fenomeni non sono mitigati dalla brezza marina, che invece premia città come Savona, Pescara, Imperia, Genova, tra le prime in questi indicatori.
Secondo l'analisi, le grandi città restano divise in due gruppi: da un lato Bari (prima), Trieste (ottava), Venezia (15esima), Napoli (24esima), Reggio Calabria (29esima), Cagliari (33esima) e Roma (37esima) tra le prime quaranta posizioni della classifica; dall’altro Milano (71esima), Bologna (72esima), Firenze (78esima) e Torino (90esima) nella seconda metà della graduatoria.
Più in generale tra gli ultimi 30 piazzamenti, quindi dove si rilevano le peggiori condizioni meteorologiche, si incontrano tutte città del Nord (in particolare situate in Pianura padana) tranne sei capoluoghi del Mezzogiorno e cinque del Centro. A Torino, poi, si rileva la peggiore circolazione dell’aria, con 162 periodi di aria stagnante all’anno (almeno 4 giorni con precipitazioni inferiori ad 1 mm giornaliero).
Infine, guardando in particolare ad alcuni parametri meteo, spiccano i primati di Enna che, grazie alla sua altitudine, registra il più basso indice di calore e la migliore circolazione dell’aria, e di città come Cagliari o Catania dove ormai non si rilevano più giorni freddi (sotto i 3 gradi di temperatura percepita) all’anno.

Non ricorda nulla Fabio Fibrini, il 52enne accusato di aver ucciso a coltellate la madre, l’86enne Maria 'Mariuccia' Marchetti, trovata morta domenica pomeriggio a Genova, nell’appartamento di via San Felice, nel quartiere di Molassana, dove i due vivevano insieme. L’uomo è stato interrogato a lungo nella serata di ieri dal pubblico ministero Luca Scorza Azzarà. Assistito dagli avvocati Roberta Barbanera e Giorgio Zunino, durante il colloquio è apparso molto provato e ha lamentato un forte mal di testa, dicendo di avere un vuoto mentale sulle ultime ore e di non essere in grado di ricostruire quanto accaduto.
La procura ha disposto gli accertamenti del medico legale per stabilire con precisione quando sia avvenuto il delitto, se nelle ore precedenti al ritrovamento o nei giorni scorsi.
A dare l’allarme è stato l’altro figlio della donna[1], un uomo di 62 anni, preoccupato perché non riusciva a mettersi in contatto con la madre da alcuni giorni. Quando gli agenti sono entrati nell’abitazione hanno trovato l’anziana senza vita, con ferite da arma da taglio in diverse parti del corpo. All’interno dell’appartamento era presente anche il 52enne, con i vestiti sporchi di sangue. Durante i rilievi è stato sequestrato anche un coltello.
Secondo quanto riferito da alcuni vicini, Fibrini era considerato una persona problematica e in passato le forze dell’ordine erano intervenute perché si era barricato in casa. L’uomo sarebbe stato seguito da un centro di salute mentale. Al termine dell’interrogatorio il 52enne è stato arrestato con l’accusa di omicidio ed è ora in attesa della convalida del gip.

Giorgia Meloni 'scende in campo' per il referendum sulla giustizia. Oggi, lunedì 9 marzo, la presidente del Consiglio ha lanciato un appello diretto ai cittadini italiani: "Ho deciso di provare a spiegare in modo più possibile chiaro alcuni punti fondamentali della riforma che gli italiani saranno chiamati a confermare o meno con il loro voto e di spiegare perché considero importante che si vada a votare e che si voti sì, cioè per confermare la riforma", ha detto Meloni in un lungo video-messaggio postato sui social.
"Questa è una riforma molto importante se vogliamo modernizzare l'Italia ed è importante per tutti gli italiani e li riguarda tutti, più di quanto pensino", ha spiegato la premier, che ha poi elencato le ragioni del sì al referendum confermativo sulla separazione delle carriere in magistratura che si terrà il 22 e 23 marzo, "la giustizia è uno dei tre poteri fondamentali dello Stato, è indispensabile per far funzionare l'Italia. Se non è efficiente, efficace, meritocratica, una parte fondamentale del meccanismo che definisce il nostro benessere si inceppa e i cittadini lo pagano".
"Tutti i cittadini, non solo quelli che hanno a che fare direttamente con la giustizia, perché i giudici decidono su moltissimi aspetti della nostra vita: sulla sicurezza, sull'immigrazione, sul lavoro, sulla salute, sulla libertà personale. È un potere enorme. Ma è anche l'unico caso in cui a questo potere quasi mai corrisponde un'adeguata responsabilità", ha continuato Meloni, "perché se un magistrato sbaglia, se è negligente, se ad esempio, come purtroppo è accaduto, si dimentica in carcere un imputato per quasi un anno oltre la scadenza del termine, nella maggior parte dei casi non accade assolutamente nulla. Quel magistrato fa carriera e chi subisce questa sventura può essere qualsiasi cittadino onesto, sono storture che in ottant'anni di storia repubblicana non siamo mai riusciti a correggere".
"La riforma introduce la separazione delle carriere tra chi accusa e chi giudica. Perché? Perché se chi ti accusa e chi ti giudica sono due colleghi di lavoro con percorsi di vita e lavorativi che si incrociano di continuo, è possibile che chi ti giudica abbia, diciamo così, un occhio di riguardo per quello che dice chi ti accusa, noi pensiamo di sì", ha continuato Meloni, "e siccome giustamente la Costituzione dice che il giudice deve essere terzo o imparziale, noi rafforziamo quella imparzialità, rendendo le carriere separate tra giudice e pubblici ministeri per evitare commistioni. Il processo diventa più giusto, il cittadino diventa più garantito".
"La riforma sostituisce" l'attuale modello del Csm "che è un modello in mano alle correnti ideologizzate e ai partiti politici, con un sorteggio, ovviamente un sorteggio tra quelli che hanno i requisiti per ricoprire quell'incarico. Significa che noi avremo domani due Csm, uno per la magistratura inquirente, uno per la magistratura giudicante, composti da persone che non hanno dovuto chiedere il voto a chi poi devono decidere se promuovere o meno, trasferire o meno e che non sono stati scelti dai partiti", ha spiegato Meloni, "con il sorteggio, quindi, i membri del Csm non dovranno dire grazie a nessuno per essere lì e potranno esercitare il loro ruolo liberamente, senza alcun tipo di condizionamento, varrà solamente il merito e la coscienza di persone che sono libere".
"La terza novità importantissima dal mio punto di vista" di questa riforme è che "istituiamo l'alta corte disciplinare, cioè una corte per giudicare i magistrati che sbagliano, compito che quindi non spetterà più al Consiglio superiore della magistratura, composta anch'essa di magistrati e membri laici che vengono anche loro estratti a sorte tra persone altamente qualificate, quindi ancora una volta tra chi ha i criteri per poterlo fare, ma senza logiche di corrente o di partito, significa che finalmente, dopo ottant'anni, anche i magistrati verranno giudicati da un organismo terzo, cosa che accade già per tutti gli altri. Forse non vedremo più quei casi di giudici che sono stati palesemente negligenti senza che questo avesse alcuna conseguenza".
"Si dice che la riforma non risolva i veri problemi della giustizia", ha replicato Meloni, "invece io penso che lo faccia partendo dalla radice del problema, perché con il nuovo sistema il magistrato che non si dedicherà al lavoro, come impone la legge, ma come impone anche l'etica, dovrà vedersela con un giudice disciplinare finalmente terzo e con un Csm che valuterà il merito e non l'appartenenza per decidere della sua carriera". Con la riforma "molto più difficilmente il magistrato che vuole avanzare di carriera potrà continuare a fare male il proprio dovere, lasciando in carcere per mesi e mesi persone che invece andavano rimesse in libertà o, al contrario, rimettendo in libertà persone pericolose per scelta ideologica o ritardando nell'adottare i provvedimenti con tempi che si allungano e conseguenze ingiuste per la vita di molti cittadini".
"Abbiamo scritto nel programma con il quale ci siamo presentati alle elezioni che avremmo fatto una serie di riforme, compresa quella della giustizia. Abbiamo come sempre rispettato l'impegno preso con gli elettori, ora spetta agli italiani confermare o meno la riforma", ha sottolineato la premier, "per quello che ci riguarda, noi vogliamo arrivare alla fine della legislatura e farci giudicare alle elezioni politiche su tutto il lavoro che abbiamo fatto, a quel punto gli italiani che vogliono mandarci a casa possono farlo tranquillamente fra un anno, ma oggi si vota sulla giustizia, non sulla politica e se noi perdiamo questa occasione di modernizzare la giustizia, temo che non ne avremo molte altre".
"Chi invita a votare no dice 'andate a votare per mandare a casa il governo', consiglio di non cadere nella trappola, usano lo scudo del governo perché non vogliono una riforma che è sacrosanta, ma il governo non si dimetterà in caso di vittoria dei no", ha concluso Meloni.

Sapevano che il padre si vedeva con un’altra donna dopo anni di separazione di fatto dalla moglie. Quello che li ha sorpresi, in negativo, è arrivato al momento della morte del papà, un imprenditore edile della Piana di Lucca. Quando i due figli hanno cercato di capire la consistenza dell’eredità, tra soldi e immobili, hanno trovato poco o nulla. Briciole rispetto a quello che avrebbero pensato e sperato di trovare. E il dito è stato puntato su quella che consideravano l’amante del loro genitore, ignorata o quasi senza sapere quanto il loro padre spendesse per lei.
Trascinata in Tribunale per ottenere, secondo la stima degli eredi, almeno 180mila euro, la donna è stata condannata a restituire a uno dei fratelli, quello che le aveva fatto causa, 60mila euro. Il giudice del Tribunale di Lucca, Antonio Mondini, nell’annullare la donazione, ha disposto a carico della donna anche il pagamento delle spese legali per 14mila euro. La notizia è riportata oggi dal quotidiano "Il Tirreno".
La tesi dell’erede, assistito dagli avvocati Alessandro Fagni e Lorenzo Baronti, è stata accolta dal Tribunale solo per la parte dei sei assegni da 10mila euro l’uno incassati dalla compagna dell’uomo, originario della Piana di Lucca e deceduto a 87 anni in Garfagnana una decina di anni fa, spiega "Il Tirreno". Quello che può sembrare un cavillo giuridico, anche nella disposizione delle proprie risorse a livello di liberalità, è diventato il passaggio tecnico attraverso il quale il figlio, privato di buona parte dell’eredità, può ora pretendere la restituzione dei soldi.
Suo padre poteva dare il denaro a chi voleva, ma la forma della donazione andava sostenuta da una procedura formale prevista dall’articolo 782 del codice civile. Non era una donazione indiretta, ma diretta e, quindi, avrebbe dovuto presentarsi da un notaio e ufficializzare le sue volontà alla presenza di due testimoni. In maniera più sbrigativa e comoda per lui e l’amante aveva, invece, scelto di firmare sei assegni il 22 aprile 2007. Se uno dei figli non si fosse impuntato per recuperare quello che gli spettava, nessuno sarebbe andato a chiedere indietro le somme alla donna che si era accompagnata all’impresario separato di fatto, ma non legalmente. Nel frattempo anche la moglie è deceduta.
Sui 120mila euro che per gli eredi erano usciti dai conti del padre per finire in quelli dell’amante, il Tribunale ha respinto la domanda del possibile recupero. Si trattava di erogazione precedenti al 2007 per le quali non sono stati portati riscontri contabili.
Chiamata in Tribunale la donna ha ammesso di aver ricevuto i soldi, gli unici tracciati. "Mi ha regalato delle somme. È vero", ha risposto al giudice, "ho riscosso gli assegni. Non ho riversato gli importi sul mio conto ma ho invece speso le somme riscosse".
Per i 120mila euro contestati ha riferito di non saperne niente, negando di averli avuti. E nessuno aveva le prove per contestarle il contrario. Ora la battaglia si sposta sul recupero dei 60mila euro.

Il rigore non assegnato all'Inter nel finale del derby contro il Milan continua a far discutere. Nell'immediato post partita della sfida valida per la 28esima giornata di Serie A, e vinta proprio dai rossoneri 1-0 grazie al gol di Estupinan, l'allenatore nerazzurro Cristian Chivu ha lasciato trasparire, seppur provando a dissimularla, tutta la sua rabbia per il tocco di mano in area di Ricci, giudicato non da calcio di rigore dall'arbitro Doveri.
"C'è un Var e un Avar che hanno fatto un check, o almeno credo", ha detto con qualche polemica Chivu nel post partita, "non ho niente da dire, preferisco pensare alla prestazione e analizzare i miei errori".
Succede tutto in pieno recupero. Sugli sviluppi di uno degli ultimi cross del match, Dumfries colpisce di testa nell'area del Milan, con il pallone che finisce sul braccio di Ricci, che poi ha liberato. I giocatori dell'Inter hanno chiesto subito il penalty, ma l'arbitro ha lasciato correre e il Var non è intervenuto.
Le immagini mostrano il netto intervento con il braccio del centrocampista rossonero, che ha poi tentato di ritrarre il braccio per evitare il contatto con la sfera, ma finendo per 'addomesticare' il pallone e impedire quindi una potenziale azione pericolosa all'Inter. Immediate le polemiche, continuate anche oltre il triplice fischio.

Nubi nere e polvere su Teheran. E'allarme in Iran dopo gli attacchi di Usa e Israele alle raffinerie di petrolio, con i livelli di inquinamento dell’aria nella capitale sono diventati pericolosi, l'avvertimento della Mezzaluna Rossa iraniana e l’agenzia ambientale di vertice del Paese. Secondo i media di Stato, le autorità raccomandano ai cittadini di restare in casa e di evitare attività all’aperto non necessarie.
Le autorità hanno inoltre sottolineato che le sostanze chimiche rilasciate dai serbatoi di carburante colpiti potrebbero provocare piogge acide, dannose per pelle e polmoni. L’organizzazione ha inoltre consigliato alle persone con problemi di salute di non uscire e, in generale, di indossare mascherine se costrette a muoversi all’aperto, per limitare l’esposizione ai contaminanti atmosferici.
I video pubblicati sui social mostrano intanto nuvole nere sulla città, in particolare nelle aree delle zone settentrionali e occidentali. Gli incendi, dopo gli attacchi agli impianti petroliferi, hanno provocato enormi colonne di fumo. Teheran si è svegliata sotto la pioggia: clip e foto diffuse sui social mostrano 'acqua nera' sul terreno, con la pioggia contaminata dal petrolio.
Come spiega l'Agenzia Nazionale per l'Efficienza Energetica (ENEA), la pioggia acida è un fenomeno atmosferico in cui le precipitazioni (non solo la pioggia ma anche la neve o la grandine) hanno un pH inferiore al valore neutro di 7, diventando quindi acide. È causata principalmente dalle emissioni di ossidi di azoto (NOx) e diossido di zolfo (SO2) provenienti dalle attività umane, come la combustione di carburanti fossili, l'industria e l'agricoltura.
Quando gli ossidi di azoto e di zolfo vengono rilasciati nell'atmosfera, reagiscono con l'acqua - si legge ancora -, l'ossigeno e altre sostanze chimiche presenti nell'aria per formare acido nitrico (HNO3) e acido solforico (H2SO4). Questi acidi si combinano con le goccioline di acqua nelle nuvole, formando gocce di pioggia acide che precipitano sulla superficie terrestre.
La pioggia acida può avere effetti nocivi sull'ambiente e sulla salute umana, spiega ancora Enea. Quando cade sul suolo, può causare l'acidificazione dei laghi, dei fiumi e dei suoli, compromettendo l'habitat acquatico e la vegetazione. Inoltre, può danneggiare le foreste, i corpi idrici e gli ecosistemi sensibili. Sui materiali - come ad esempio edifici, monumenti e statue - può causare corrosione e deterioramento.

Dopo i rialzi dovuti alla guerra in Iran, continua l'ondata di rincari per i carburanti sulla rete italiana, con la benzina che in diverse zone del Paese supera oggi al self la soglia di 1,8 euro al litro e il gasolio che al servito in autostrada viaggia spedito verso 2,6 euro al litro in alcuni impianti. A denunciarlo è il Codacons, che da giorni sta monitorando l'andamento dei listini ai distributori.
Oggi in 5 regioni italiane il prezzo medio della benzina in modalità self ha superato la soglia di 1,8 euro al litro: Basilicata (1,812 euro), Calabria (1,820), Sicilia (1,805 euro), Valle d'Aosta (1,807 euro), provincia di Bolzano (1,819 euro), provincia di Trento (1,805 euro). Il prezzo medio del gasolio al self ha raggiunto la soglia psicologica dei 2 euro al litro a Bolzano, 1,992 euro a Trento, 1,989 euro in Calabria, 1,985 euro in Valle d'Aosta, 1,984 euro in Sicilia. Guardando alla rete autostradale, aumenta il numero di impianti che al servito vendono il gasolio sopra i 2,5 euro al litro, con i listini che in alcuni casi viaggiano verso i 2,6 euro al litro come sulla A4 o sulla A28 dove il diesel costa oggi 2,572 euro al litro.
"Il governo deve accogliere la nostra richiesta e tagliare subito le accise sui carburanti per almeno 15 centesimi di euro al litro - afferma il Codacons, prima associazione in Italia ad aver ricordato lo strumento dell' accisa mobile - Una simile misura, considerata anche l'Iva applica sulle accise, non solo riporterebbe i listini ai livelli precedenti la crisi con benefici diretti sui costi di rifornimento, ma terrebbe sotto controllo anche i prezzi dei prodotti trasportati, specie gli alimentari, che come noto risentono dei rincari del gasolio considerato che oltre l'80% della merce venduta in Italia viaggia su gomma".
Come governo, spiegava ieri la presidente del Consiglio Giorgia Meloni in un video pubblicato sui social, "siamo ancora al lavoro per mitigare il più possibile le conseguenze del conflitto per i cittadini, per la nostra nazione con task force attivate per monitorare l'andamento dei prezzi dell'energia, della benzina, dei generi alimentari e per combattere la speculazione. In particolare sulla benzina stiamo valutando anche di attivare il meccanismo delle cosiddette 'accise mobili' che questo governo ha reso più efficace con il provvedimento sui carburanti del 2023 nel caso in cui i prezzi aumentassero in modo stabile. Il meccanismo, la cui attivazione viene chiesta da parte di alcuni partiti dell'opposizione, consente di utilizzare la partita di maggiore Iva che arriva dall'aumento dei prezzi per ridurre le accise, è lo strumento della sterilizzazione che avevamo scritto nel programma di centrodestra e la sua attivazione è allo studio da qualche giorno da parte del ministero dell'Economia", le parole della premier.

In occasione dell’8 marzo, Giornata Internazionale dei Diritti delle Donne, Terna rinnova il proprio impegno per la valorizzazione del talento femminile, promuovendo iniziative che favoriscono l’accesso, la crescita e lo sviluppo professionale delle donne all’interno del Gruppo. Attraverso una strategia fondata sui principi del merito, del rispetto e dell'inclusione, la società guidata da Giuseppina Di Foggia crea opportunità concrete per rafforzare la presenza e il ruolo delle donne, sostenendo una cultura che premia le competenze. (Video[1])
"L’8 marzo è un’occasione per riflettere su quanto stiamo facendo in Terna per la parità di genere, dal momento dell’assunzione al successivo percorso professionale. Tutto parte da un principio semplice: competenze e merito guidano le decisioni", dichiara Giuseppina Di Foggia, Amministratore Delegato e Direttore Generale di Terna. “Negli ultimi tre anni abbiamo lavorato per rendere i nostri processi più strutturati e trasparenti: pari condizioni di accesso, criteri rigorosi nella valutazione delle performance e nel percorso di carriera, attenzione all’equilibrio tra vita e lavoro. I dati ci dicono che stiamo andando nella giusta direzione e che la valorizzazione del talento femminile è un fattore strategico per la crescita del Gruppo. È il nostro modo di essere, una responsabilità che orienta le scelte di Terna".
Nel 2025, su oltre 800 nuove assunzioni, circa il 36% (esclusi gli operativi) ha riguardato donne. La presenza femminile nel Gruppo oggi è pari a circa il 26% e il 31% delle posizioni manageriali è ricoperto da donne: questi dati testimoniano la volontà di Terna di riconoscere e valorizzare il talento sulla base delle competenze, senza pregiudizi. La People Strategy di Terna, pilastro del Piano Industriale 2024-2028, pone al centro le persone, favorendo una trasformazione culturale che attraversa tutte le fasi del percorso professionale: dalla selezione alla valutazione delle performance, fino alla crescita manageriale. Questo approccio è stato sostenuto anche da un importante progetto della Academy del Gruppo che, negli ultimi due anni, ha erogato oltre 30.000 ore di formazione su “linguaggio inclusivo” e “rompere gli stereotipi: agire il rispetto”, coinvolgendo tutta la popolazione aziendale.
Coerentemente con il suo ruolo, Terna dedica particolare attenzione alle discipline Stem, fondamentali per accompagnare il percorso di transizione energetica e digitale. Delle oltre 7.100 persone del Gruppo, 2.300 possiedono un titolo di studio in ambito Stem, con una presenza femminile in crescita tra i nuovi ingressi. Anche verso l’esterno, l'azienda ha avviato e consolidato numerosi progetti dedicati alla promozione delle competenze scientifiche femminili. Tra le iniziative, il Programma Boost con Sistech, che offre borse di studio a donne rifugiate, la partnership con Elis – Role Model, la collaborazione con Valore D e “Girls@Polimi-Borse per future ingegnere”.
L’attenzione alle competenze femminili si inserisce nel più ampio quadro delle politiche di Diversity & Inclusion del Gruppo che comprende la certificazione e il Piano Strategico per la Parità di Genere 2024–2026, basato su selezione e leadership inclusiva, equità remunerativa, formazione e sensibilizzazione per promuovere un ambiente di lavoro sempre più inclusivo e rispettoso. Oltre alle politiche di sviluppo e formazione, Terna ha continuato a rafforzare i progetti a supporto della famiglia e dell’equilibrio tra vita privata e professionale. Il Gruppo promuove modelli di lavoro flessibili, un accordo di smart working migliorativo, iniziative a sostegno della genitorialità, strumenti di welfare diffusi e servizi dedicati al benessere psicologico, fisico e organizzativo, estesi anche ai familiari.
Tra le nuove iniziative, si segnala la recente apertura dello Spazio Nuvola presso la sede di Roma, pensato per supportare le mamme nel rientro al lavoro durante il periodo di allattamento. Questo ambiente è stato realizzato per favorire un migliore equilibrio delle mamme che, pur rientrando in ufficio, continuano l’allattamento. Lo spazio rappresenta un progetto pilota a Roma, estendibile presso altri uffici sul territorio. Tra le iniziative consolidate del Gruppo a sostegno della famiglia, l’asilo nido aziendale presso la sede del Gruppo, il MiniWatt, dedicato ai figli dei dipendenti; inoltre, per tutti i genitori di bambini da 0 a 3 anni sul territorio nazionale, è previsto un contributo economico fino al 60% della retta del nido.

"Stiamo vincendo a livelli mai visti prima, e rapidamente". A esultare nel corso di un'intervista alla Cbs è il presidente americano Donald Trump, che commenta così l'andamento dell'operazione militare in Iran.
"È stato incredibile il lavoro che abbiamo fatto. I missili sono stati ridotti in mille pezzi - ha detto il presidente -. Ne sono rimasti pochissimi. I droni sono stati distrutti. Le fabbriche vengono fatte saltare in aria proprio mentre parliamo. La marina non esiste più, è sul fondo del mare, 42 navi in sei giorni. La marina è sparita. L’aviazione è sparita".
"Ogni singolo elemento delle loro forze armate è sparito. La loro leadership è sparita. Non c’è nulla che non sia stato eliminato", le parole del tycoon.
Trump ha poi liquidato le minacce arrivate dal capo del Consiglio supremo di sicurezza iraniano[1] Ali Larijani: "Non ho idea di cosa stia dicendo, né di chi sia. Non potrebbe importarmi di meno. È già stato sconfitto".
Larijani ieri aveva spiegato che il leader americano avrebbe "pagato il prezzo" per gli attacchi di Stati Uniti e Israele contro l’Iran.
Trump quindi, forse riferendosi al presidente Masoud Pezeshkian, ha affermato che Larijani "intendeva prendere il controllo del Medio Oriente" ma che "ha già ceduto e si è arreso a tutti quei Paesi proprio a causa mia". "Ha già capitolato davanti a tutti i Paesi del Medio Oriente, perché stava cercando di conquistare l’intera regione - ha aggiunto - tutti quei razzi erano da tempo puntati contro quei Paesi. Aveva pianificato tutto molto prima che questa vicenda iniziasse".
Quindi ecco arrivare la 'bacchettata' agli alleati che non hanno partecipato dall'inizio all'operazione contro Teheran. "Non mi potrebbe importare di meno", ha tuonato Trump, se gli alleati potessero fare di più per aiutare nella guerra contro l'Iran. "Possono fare quello che vogliono. Quelli leali sono già dentro". Quanto al Regno Unito che ha approntato portaerei per un possibile dispiegamento in Medio Oriente, Trump ha commentato: "È un po' tardi per inviare navi, vero? Un po' tardi".
Su social Truth Social, Trump aveva chiarito che gli Stati Uniti non hanno bisogno delle due portaerei britanniche in Medio Oriente. "Il Regno Unito, un tempo nostro grande alleato, forse il più grande di tutti, sta finalmente prendendo seriamente in considerazione l'invio di due portaerei in Medio Oriente. Va bene, Primo Ministro Starmer, non ne abbiamo più bisogno. Ma ricorderemo. Non abbiamo bisogno di persone che si uniscono alle guerre dopo che le abbiamo già vinte!"
Dal presidente degli Stati Uniti anche un nuovo apprezzamento per la premier Giorgia Meloni e per la disponibilità dell’Italia a contribuire alla gestione della crisi in Medio Oriente. In una breve conversazione telefonica con il Corriere della Sera, il leader americano ha lodato la premier italiana.
"Amo l’Italia, penso che Giorgia sia una grande leader", ha detto Trump. Interpellato sul possibile ruolo italiano nel conflitto e sulla decisione di inviare assetti navali per la difesa di Cipro, il presidente ha aggiunto: "Giorgia Meloni cerca sempre di aiutare, è un’ottima leader ed è una mia amica".

"Nei giorni scorsi il Foglio ha pubblicato uno scambio di lettere tra Gianni Alemanno e Goffredo Bettini. Tutto muoveva dalla reclusione del primo e approdava all’amichevole solidarietà del secondo. Ma in quelle parole che attraversano idealmente le sbarre di un carcere e anni di contesa politica c’era qualcosa di più. E cioè il richiamo a una politica che cerca di illuminare le coscienze, acuire le sensibilità e magari scavalcare le frontiere.
I due protagonisti sono stati e sono agli antipodi l’uno dall’altro. E io mi sento agli antipodi di tutti e due. Così, il primo istinto, quasi un riflesso condizionato, è quello di scavare nelle loro parole quasi a trovarvi, se non una radice comune, almeno una sorta di affinità nel valore che entrambi concedono alle ideologie novecentesche. Sia pure ideologie opposte. L’antico giovane democristiano che sopravvive in me tende infatti quasi istintivamente ogni volta a denunciare gli opposti estremismi. E a sospettare -insieme- sia delle loro contrapposizioni che dei loro incroci. Poiché appunto 'loro' una volta erano ideologici e forse sotto sotto continuano ad esserlo - sia pure in modi diversissimi da prima. Mentre 'noi' ideologici non eravamo, e dunque possiamo vantarci di essere stati all’epoca più 'laici' e disincantati rispetto alle fedi politiche troppo sistematiche e assertive di quegli anni - lontani ma non troppo.
E poi però in tutti questi ragionamenti troppo sicuri di sé si apre una breccia. Perché Alemanno riconosce a Bettini di 'non aver perso la curiosità per l’altro da sé, per l’avversario politico che rappresenta idee diverse e non un semplice antagonista di potere'. E Bettini a sua volta riconosce che 'le ideologie (novecentesche) hanno perso la singolarità e unicità delle persone'. E in quel loro accorciare le reciproche distanze si coglie qualcosa di meno occasionale, di più sentito e sofferto. Così, in virtù di circostanze particolarissime, e dolorose nel caso di Alemanno, affiora in quel dialogo curioso qualcosa che va al di là del rispetto delle forme. Non è la confessione di un’affinità tra loro. E’ il riconoscimento del fatto che il culto eccessivo delle ragioni di ognuno di noi ha finito per creare una distanza che a lungo andare non è più umana. Né, forse, più politica.
Il fatto è che quando la lotta politica travalica i suoi confini e incrocia l’umanità delle persone, il loro lato privato, a volte privatissimo, finisce col trovare ragioni che nella sua quotidianità stanca e rituale tritura impietosamente. Succede così che due figure pubbliche -non si offendano- un po’ estreme tutte e due, volutamente lontane dal main stream e anche piuttosto irridenti verso le categorie del moderatismo e delle vie di mezzo finiscano a un tratto per rivelarsi capaci di una comprensione profonda l’uno verso l’altro. Quasi una sorta di complicità che li lega nonostante si siano lungamente trovati appostati al check point Charlie del nostro lungo e tormentatissimo Novecento.
Il problema è che questi incroci sono sempre l’eccezione e mai la regola. E quando avvengono lasciano perfino qualche spazio al sospetto (ingiustificato). Siamo troppo abituati a pensare che la regola sia quella della più estrema distanza tra noi. Così, non appena quella distanza viene minimizzata sorge il dubbio che un’affinità inconfessata (e magari inconfessabile) abbia preso il posto di una limpida dialettica. In questo modo la giostra ricomincia e ognuno di noi torna infine nella casella di partenza del suo percorso. Laddove tutti i conflitti possono sembrare nobili e generosi.
E invece una generosità ancora maggiore sta semmai nell’attraversare le linee del pregiudizio e della faziosità. Così all’apprezzamento mi unisco perfino io, che sono lontano mille miglia dall’uno e dall’altro. Ma che ho imparato da piccolo, dalla nobiltà umana e politica di Aldo Moro, la cosa più semplice e più rivoluzionaria. E cioè che la democrazia non siamo mai noi stessi. E’ sempre l’altro. Magari quello più lontano". (di Marco Follini)
Tra schiarite, nubi e rischio temporali, è un meteo in equilibrio precario quello analizzato nelle previsioni degli esperti per la giornata di oggi, domenica 8 marzo, e per i giorni a venire.
L'Italia, spiegano gli esperti, si ritrova infatti in una sorta di stallo atmosferico, sospesa in un limbo tra le ultime resistenze dell'alta pressione e l'avvicinamento di correnti più instabili. I prossimi giorni non vedranno scossoni eclatanti, ma piuttosto un graduale dinamismo che spazzerà via la staticità e il pulviscolo africano delle ultime ore.
Federico Brescia, meteorologo de iLMeteo.it[1], conferma che il tempo non subirà grandi variazioni nel brevissimo termine, mantenendosi in un equilibrio precario tra stabilità e infiltrazioni fresche. La giornata di domenica inizierà con ampie schiarite su gran parte del Paese, ma sarà un'illusione mattutina: nelle ore pomeridiane l'instabilità prenderà il sopravvento, specialmente nelle zone interne del Centro-Sud. Qui non sono esclusi i primi temporali di stagione generati dall'attività convettiva, ovvero il riscaldamento del suolo che favorisce lo sviluppo di nubi a evoluzione verticale. Più sole invece al Nord.
Sul fronte della visibilità, le notizie sono positive per gran parte della Penisola. Le fitte nebbie degli ultimi giorni lasceranno spazio a una maggiore limpidezza, con l'unica eccezione rappresentata dalle solite zone lungo il corso del Po. In queste aree, a causa dell'inversione termica e del ristagno di umidità tipico della valle, banchi di nebbia o nubi basse potranno ancora manifestarsi durante le ore più fredde, diradandosi comunque con il passare delle ore.
Per vedere un cambiamento più organizzato al Nord bisognerà attendere la giornata di martedì. Un debole fronte perturbato riuscirà a scalfire il bordo dell'alta pressione, portando il ritorno delle piogge sui settori del Nord-Ovest e Toscana. Si tratterà di fenomeni localizzati e non particolarmente intensi, ma rappresentano il segnale di un'atmosfera che sta provando a ritrovare la sua naturale variabilità primaverile, mettendo fine alla monotonia anticiclonica che ha caratterizzato l'ultimo periodo.
Poche variazioni a livello termico, il nostro Paese continuerà a restare in compagnia di temperature sopra la media del periodo e non si intravedono importanti cali termici nemmeno a lungo termine.
Domenica 8. Al Nord: nubi in aumento al Nord-Ovest, con possibili piovaschi sulla Liguria. Al Centro: instabilità in aumento nelle ore pomeridiane, con acquazzoni primaverili nelle zone interne. Al Sud: variabile, rischio acquazzoni sparsi al pomeriggio, in attenuazione serale.
Lunedì 9. Al Nord: nubi irregolari. Al Centro: instabilità pomeridiana sui rilievi interni. Al Sud: ancora variabilità con acquazzoni sparsi e sole.
Martedì 10. Al Nord: piogge sparse al Nordovest. Al Centro: instabilità pomeridiana sugli Appennini. Al Sud: poco nuvoloso, ma con instabilità pomeridiana sui rilievi.
Tendenza: instabilità pomeridiana tipica della primavera nelle aree interne, specie del centro-sud

Nuovo appuntamento oggi, domenica 8 marzo, con Che tempo che fa, il programmo condotto da Fabio Fazio in onda dalle ore 19.30 in diretta sul NOVE e in streaming su discovery+. Tanti ospiti tra attualità, cronaca, sport, cinema, musica.
In studio Gino Cecchettin, padre di Giulia Cecchettin, e il filosofo e divulgatore Lorenzo Gasparrini, collaboratore della Fondazione Giulia Cecchettin, che, in occasione della Giornata internazionale della donna, inaugurano un ciclo di incontri sull’educazione affettiva a Che tempo che fa.
Spazo a Patty Pravo, protagonista all’ultimo Festival di Sanremo con il brano “Opera”, presto in tour nei teatri di tutta Italia, e che nel 2026 celebra i 60 anni di straordinaria carriera, costellata di brani intramontabili.
Fazio accoglie quindi Stefano Massini, il drammaturgo italiano vivente più rappresentato all’estero, vincitore di 5 Tony Award, in occasione dell’evento TV “IO, VLADIMIR – Stefano Massini racconta Putin”, in onda mercoledì 11 marzo sul NOVE.
Ancora musica con Arisa, live con “Magica favola”, brano con il quale si è classificata quarta all’ultimo Festival di Sanremo, dopo il terzo posto conquistato durante la serata cover con “Quello che le donne non dicono” insieme al Coro del Teatro Regio di Parma.
E ancora: Massimo Lopez, presto nei teatri italiani con “Massimo Lopez Show”; Aldo Grasso, critico televisivo del Corriere della Sera e autore di “Cara televisione. Una storia d’amore e altri sentimenti”; il direttore del Post Francesco Costa; l’editorialista de la Repubblica Massimo Giannini; l’inviato di Avvenire Nello Scavo; Cecilia Sala; Roberto Burioni, Professore Ordinario di Microbiologia e Virologia all’Università Vita-Salute San Raffaele.
A chiudere la puntata l’immancabile appuntamento con “Che tempo che fa – il Tavolo” con: Simone Deromedis, Medaglia d’Oro nello skicross alle Olimpiadi di Milano Cortina 2026 e primo italiano nella storia a vincere un Oro in questa disciplina; Nino Frassica; Mara Maionchi; Ubaldo Pantani; Paolo Rossi; Arisa; Massimo Lopez; Raul Cremona, tra i protagonisti della nuova stagione di “Only Fun – Comico Show” sul NOVE e a teatro con “Bravissssssimo!”; Cristiano Malgioglio; Gigi Marzullo; la Signora Coriandoli; Orietta Berti; Francesco Paolantoni; Giucas Casella.

Verissimo torna oggi, domenica 8 marzo, su Canale 5 con un nuovo appuntamento condotto da Silvia Toffanin.
Direttamente dal terzo posto conquistato al 'Festival di Sanremo' sarà ospite Ditonellapiaga.
Sempre dal successo ottenuto alla kermesse sanremese, sarà in studio con le sue emozioni e la sua voce inconfondibile: Serena Brancale.
Spazio poi ad Arianna Fontana, una super campionessa, che grazie agli ultimi successi ottenuti nello short track a 'Milano Cortina 2026', è diventata l’atleta italiana più medagliata nella storia dei Giochi olimpici.
E ancora, intensa intervista per l’attore Gabriel Garko e le novità nella vita di Paola Caruso.
Inoltre, il dolore e l’indignazione di Fabrizio e Angela, genitori di Davide Borgione, il diciannovenne torinese, morto, nella completa indifferenza, nella notte tra il 24 e il 25 gennaio, dopo una caduta dalla bicicletta.
E, infine, la drammatica testimonianza di Cristina, Mariangela e Raimondo, i figli di Gaetano Russo, il panettiere di Sarno ucciso a coltellate nella notte tra il 2 e il 3 febbraio, proprio nel suo negozio.

Reduci dal recente successo sanremese, Elettra Lamborghini, con il brano “Voilà”, e Francesco Renga, con “Il meglio di me”, ospiti oggi 8 marzo del nuovo appuntamento con “Domenica In”, condotto da Mara Venier affiancata da Tommaso Cerno, Teo Mammucari ed Enzo Miccio, in onda dalle 14 su Rai 1, in diretta dagli Studi Fabrizio Frizzi di Roma.
La puntata ospiterà anche numerosi protagonisti del cinema e della televisione, a partire da Alessandro Gassmann che presenterà la nuova serie-tv “Guerrieri – La regola dell’equilibrio” in cui interpreta l’avvocato Guido Guerrieri, in onda da lunedì 9 marzo alle 21.30 in prima visione su Rai 1, diretta da Gianluca Maria Tavarelli.
Vanessa Scalera parlerà della quinta stagione di “Imma Tataranni – Sostituto Procuratore”, uno dei personaggi televisivi più amati dal pubblico della fiction Rai, che torna da domenica 8 marzo in prima serata su Rai 1 per la regia di Francesco Amato.
Rocco Papaleo interverrà, invece, in veste di regista per presentare il suo nuovo film “Il bene comune”, nelle sale dal 12 marzo, che vede nel cast Claudia Pandolfi e Vanessa Scalera.
Dalla serie cult “Mare Fuori” arriverà Vincenzo Ferrera, l’amatissimo “Beppe”, per raccontare la sesta stagione dello show, disponibile con i primi sei episodi dal 4 marzo su RaiPlay.
Ci sarà anche uno spazio dedicato a Domenico Caliendo, il “piccolo guerriero” scomparso a soli due anni e mezzo dopo un trapianto di cuore all’Ospedale Monaldi di Napoli che sarà ricordato dalla sua mamma Patrizia Mercolino.
Per lo spazio attualità, Mara Venier e Tommaso Cerno commenteranno i fatti della settimana insieme al conduttore di “FarWest” Salvo Sottile.
Infine, Enzo Miccio analizzerà i look della 76ª edizione del Festival di Sanremo, mentre Teo Mammucari, con la sua consueta ironia, intratterrà il pubblico con il gioco telefonico “La cassaforte di Domenica In”.

Torna in campo la Roma. I giallorossi sfidano oggi, domenica 8 marzo, il Genoa - in diretta tv e streaming - del grande ex Daniele De Rossi nella trasferta della 28esima giornata di Serie A. Al Ferraris la squadra di Gasperini arriva dopo il pareggio per 3-3 contro la Juventus, mentre quella dell'ex capitano giallorosso è stata battuta dall'Inter 2-0 a San Siro.
La sfida tra Genoa e Roma è in programma oggi, domenica 8 marzo, alle ore 18. Ecco le probabili formazioni:
Genoa (3-5-2): Bijlow; Marcandalli, Ostigard, Vasquez; Ellertsson, Malinovskyi, Frendrup, Amorim, Martin; Vitinha, Colombo. All. De Rossi
Roma (3-4-2-1): Svilar; Mancini, Ndicka, Ghilardi; Celik, Cristante, Koné, Rensch; Pisilli, Pellegrini; Malen. All. Gasperini
Genoa-Roma sarà trasmessa in diretta televisiva sui canali Dazn, visibili tramite smart tv, ma anche su quelli SkySport. La partita si potrà seguire anche in streaming sull'app di SkyGo, sulla piattaforma di Dazn e su NOW.
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