
Il lupus eritematoso sistemico per molte persone non significa soltanto convivere con stanchezza e dolore, ma dover rinunciare ad attività semplici e quotidiane come fare la spesa o pulire casa, avere difficoltà al lavoro, chiedere permessi continui per visite ed esami, limitare la propria vita sociale. E' la realtà quotidiana che emerge da 'Italian Systemic Lupus Erythematosus (Sle) Patients: Overview of Their Quality of Life and Unmet Needs', progetto di ascolto che ha coinvolto oltre 150 pazienti, appena pubblicato sulla rivista scientifica internazionale 'Journal of Clinical Medicine', che per la prima volta fotografa in modo strutturato l'impatto sociale, funzionale ed emotivo del lupus in Italia, evidenziando la necessità di cure integrate e personalizzate. L'iniziativa è stata svolta in più fasi. Ha visto il coinvolgimento attivo di due associazioni di pazienti di rilevanza nazionale, il Gruppo Les Italiano e Apmarr (Associazione nazionale persone con malattie reumatologiche e rare), oltre a medici specialisti nel trattamento del lupus, con il supporto incondizionato di Gsk.
"Dietro ogni numero c'è una persona che spesso deve riorganizzare completamente la propria vita - spiega Rosa Pelissero, presidente Gruppo Les Italiano - Il lupus è una malattia invisibile, ma le sue conseguenze sono molto concrete: isolamento, difficoltà lavorative, perdita di autonomia. Questa ricerca ha dato voce a questa realtà". Secondo Antonella Celano, presidente Apmarr, "i pazienti non necessitano solo di terapie farmacologiche, ma di essere accompagnati lungo tutto il percorso: dalla diagnosi alla gestione quotidiana, anche dal punto di vista psicologico, sociale e professionale".
Lo studio mostra come il lupus incida profondamente sul benessere complessivo: il divario nella salute fisica e mentale risultano inferiori di oltre 13 e 14 punti rispetto alla popolazione generale, riporta una nota. Questa differenza si traduce in difficoltà a lavorare, mantenere relazioni sociali attive e svolgere attività quotidiane. Quasi 1 paziente su 2 riferisce limitazioni nello svolgere attività fisiche di moderato impegno, come spostare oggetti in casa, usare l'aspirapolvere o andare in bicicletta, e il 41% ha difficoltà anche a salire pochi piani di scale. La mancanza di energia è una costante: il 51% non si sente quasi mai pieno di energie e il 43% si sente spesso scoraggiato o triste. Una condizione che rende difficile programmare le giornate, mantenere relazioni sociali regolari e affrontare con continuità gli impegni familiari e lavorativi. A questo si aggiunge il timore per il futuro: l'83% vive con la paura che la malattia possa peggiorare e colpire organi vitali come reni e cuore. Le conseguenze delle patologie si riflettono in modo particolarmente evidente sul piano occupazionale. Per il 76% il proprio stato di salute ha limitato il tipo di lavoro da svolgere, il 31% ha dovuto cambiare occupazione e, in media, ogni persona perde circa 6 settimane lavorative all'anno a causa del lupus. L'82% è costretto a utilizzare permessi o ferie per gestire visite ed esami.
"Il lupus è una malattia immunologica ad alto impatto sulle persone che ne sono affette e sulle loro famiglie. E' una condizione che attraversa ogni dimensione della vita. Curarla significa occuparsi anche delle conseguenze psicologiche, sociali e professionali", sottolinea Lorenzo Dagna, direttore dell'Unità di Immunologia, Reumatologia, Allergologia e Malattie rare dell'Irccs ospedale San Raffaele di Milano e professore associato di Medicina interna all'università Vita-Salute San Raffaele.
Accanto al peso della malattia sulla vita quotidiana - prosegue la nota - lo studio porta alla luce un altro elemento cruciale sul trattamento: il 64% dei pazienti risulta ancora in terapia continuativa con corticosteroidi. Farmaci che, se utilizzati a lungo, espongono a effetti collaterali rilevanti come osteoporosi, aumento di peso, rischio di infezioni, disturbi dell'umore e diabete. Questo avviene - osservano gli esperti - nonostante siano oggi disponibili opzioni terapeutiche alternative tra cui i farmaci biologici, in grado di agire più selettivamente sui meccanismi della malattia, ridurre l'infiammazione e il danno d'organo e limitare la dipendenza dal cortisone, consentendo in molti casi una gestione migliore del lupus. L'accesso equo a queste opzioni terapeutiche e una presa in carico multidisciplinare strutturata, rappresentano quindi una delle leve principali per migliorare concretamente la qualità di vita dei pazienti. Anche il percorso verso la diagnosi resta lungo e complesso: in media servono 2,7 anni e il consulto di 5 medici prima di ricevere una risposta chiara. Solo il 20% dei pazienti riferisce di aver ricevuto supporto psicologico nelle fasi iniziali e meno della metà è seguita in un centro multidisciplinare dedicato. Inoltre, oltre un terzo delle visite specialistiche avviene in regime privato, con una spesa media superiore ai 700 euro l'anno.
"Ridurre i tempi diagnostici è fondamentale - evidenzia Luca Moroni, internista immunologo presso l'Irccs ospedale San Raffaele di Milano - Ogni anno perso significa maggiore sofferenza e spesso un peggioramento della prognosi. Una presa in carico coordinata può cambiare radicalmente il percorso del paziente".
Questi risultati restituiscono un quadro difficile, ma indicano anche una direzione auspicabile: intervenire precocemente, utilizzare terapie innovative in modo appropriato e costruire percorsi di cura integrati potrebbe consentire a molte persone con lupus di recuperare autonomia e stabilità nella vita quotidiana, poter lavorare con continuità, programmare il futuro, mantenere relazioni sociali e familiari senza che la patologia interferisca con ogni scelta.
"Ascoltare i pazienti è parte integrante del nostro impegno nella ricerca - conclude Valentina Angelini, Patient Affairs Director di Gsk Italia - Comprendere cosa significhi convivere con il lupus ci aiuta a orientare l'innovazione verso soluzioni che rispondano davvero ai bisogni reali delle persone. Le terapie innovative e un modello di cura più integrato possono cambiare concretamente la vita di chi oggi convive con questa malattia".

Pilar Fogliati sarà la co-conduttrice della seconda serata del Festival di Sanremo 2026. L'attrice affiancherà Carlo Conti e Laura Pausini mercoledì 25 febbraio insieme ad Achille Lauro e Lillo. Lo ha annunciato il direttore artistico in collegamento telefonico con 'La Pennicanza', il programma di Fiorello e Biggio in onda dal lunedì al venerdì alle 13:45 su Rai Radio2, anche su RaiPlay e sul canale 202 del digitale terrestre. Lo showman ha chiamato in diretta Conti, che in questo momento è a Sanremo per le prove.
Ma non si tratta dell'unico annuncio. I Pooh - ha rivelato ancora il conduttore - celebreranno i loro 60 anni di carriera a Sanremo sul palco Suzuki, dove riceveranno una targa speciale. Sullo stesso palco di Piazza Colombo si alterneranno anche quattro protagonisti delle scorse edizioni del Festival: Gaia, Bresh, The Kolors e Francesco Gabbani.
All’anagrafe María del Pilár Fogliati, per tutti Pilar Fogliati. Classe 1992, nata ad Alessandria e cresciuta a Roma, è uno dei talenti più interessanti del panorama cinematografico contemporaneo. Attrice, autrice e regista, si forma all’Accademia nazionale d’arte drammatica Silvio D’Amico, dove affina quella miscela di istinto comico e precisione drammatica che diventa la sua firma. Debutta al cinema e in televisione con ruoli che mettono subito in luce la sua versatilità, ma è con ‘Cuori’, la fiction Rai ambientata nel mondo della cardiochirurgia degli Anni 60, che conquista il grande pubblico.
Ancora prima, però, a farla esplodere è un video social diventato virale in pochissimo tempo: quello in cui sfoggia tutta la sua abilità e ironia nell’imitare gli accenti dei quartieri di Roma. Quelle cadenze - dai Parioli al Pigneto - finiscono poi in ‘Romantiche’, il primo film da lei scritto e diretto. Qui si fa in quattro. Letteralmente. Interpreta quattro protagoniste che, a loro modo, raccontano la romanità contemporanea. Un debutto che conferma la sua brillante capacità di trasformazione e una spiccata vena comica, ma anche un manifesto delle trentenni di oggi. Con ‘Romantiche’ rompe tabù su psicologia, sessualità, estetica, amicizia e amore.
Al cinema lavora con registi come Riccardo Milani in ‘Corro da te’, Giovanni Veronesi in ‘Romeo è Giulietta’, Paolo Genovese in ‘Follemente’ e Ludovica Rampoldi in ‘Breve storia d’amore’. È inoltre protagonista della serie Netflix ‘Odio il Natale’, una commedia romantica che ribalta con ironia il cliché dei cliché sull’amore: la corsa contro il tempo per trovare un partner per le feste. La serie gioca con i codici della rom com, li aggiorna, li smonta e li ricompone in un racconto che parla più di identità e aspettative sociali che di trovare l’amore a tutti i costi. (di Lucrezia Leombruni)
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"Oggi l'oncologia è rappresentata per due terzi dei casi da donne che accedono alle scuole di specializzazione. Purtroppo quando si va verso la crescita professionale" e l'acquisizione di ruoli apicali "questa percentuale si inverte. Circa il 23% delle donne sono direttrici di struttura in ambito oncologico e ancora meno sono le professoresse ordinarie di Oncologia, meno del 10% nel panorama nazionale. Questo è un punto importante perché da una pluralità di voci, di età e di genere non possono che nascere idee migliori, anche in un momento di grande innovazione che passa attraverso strumenti importanti come l'intelligenza artificiale". Lo ha detto Rossana Berardi, presidente eletta di Aiom (Associazione italiana oncologia medica), professoressa di Oncologia all'università politecnica delle Marche e direttrice della Clinica Oncologica dell'Aou delle Marche, al convegno organizzato da Sirm (Società italiana di radiologia medica e interventistica) a Milano al Centro diagnostico italiano (Cdi), in collaborazione con Fondazione Bracco, nella Giornata internazionale delle donne e delle ragazze nella scienza.
"L'intelligenza artificiale in oncologia - sottolinea Berardi - è già una realtà nella progettualità e nella ricerca, così come nel sostegno ai pazienti nei percorsi di diagnosi e di cura. In ambito radiologico e anatomopatologico, che sono pilastri nella definizione delle migliori terapie disponibili, l'intelligenza artificiale rappresenta un passo avanti in cui i nostri colleghi si stanno impegnando tanto. Noi la stiamo utilizzando soprattutto in progettualità innovative di ricerca, per cercare di clusterizzare i pazienti, ossia identificare quei sottogruppi che possono avere una prognosi o una risposta alle terapie differente sulla base di alcuni fattori clinici, biologici, molecolari e di altra natura". Inoltre "l'intelligenza artificiale è di aiuto quando dobbiamo dipanarci tra le tante informazioni che arrivano dalla biologia molecolare per aiutarci a definire la migliore terapia disponibile. Ad oggi non è una realtà concreta nell'ambito della quotidianità, però può rappresentare un volano e un motore importante per il futuro".
Berardi evidenzia l'impegno di Aiom nell'incoraggiare la presenza femminile in oncologia: "L'associazione è molto attiva nel promuovere l'equità di genere e una rappresentatività sempre maggiore rispetto al passato. Da tempo abbiamo introdotto dei meccanismi di verifica e di controllo rispetto all'inserimento delle donne, dei giovani e delle diverse rappresentatività geografica all'interno dei nostri programmi scientifici. In aggiunta sono stati attivati tre gruppi di lavoro importanti. Il primo sull'oncologia di genere, il secondo sul benessere degli operatori e delle operatrici, il terzo sulle nuove tecnologie come l'intelligenza artificiale".

"Occorrono più donne nelle materie Stem: i dati Unesco mostrano che solo il 36% delle donne si occupa di discipline Steam, dove la 'a' sta per arte e va ad aggiungersi a scienza, matematica, fisica, ingegneria. Solo il 24% di chi si occupa di intelligenza artificiale è donna, un dato molto basso. Evidenze che spiegano il perché del tema del convegno di oggi". Lo ha detto Nicoletta Gandolfo, presidente nazionale Sirm (Società italiana di radiologia medica e interventistica) e direttore del Dipartimento Immagini dell'azienda metropolitana ospedaliera di Genova, oggi al Centro diagnostico italiano (Cdi) a Milano, al convegno organizzato dalla società scientifica in collaborazione con Fondazione Bracco nella Giornata internazionale delle donne e delle ragazze nella scienza. "C'è bisogno delle donne perché sono differenti dagli uomini, hanno modalità di comunicazione, di visione e di gestione completamente differenti. Credo siano un valore aggiunto, nessuno vuole sostituire gli uomini, ma semplicemente affiancarli - precisa Gandolfo - Da soli, infatti, si può fare molto, ma sicuramente uniti si può dare molto di più".
"Le ragazze di oggi possono riuscire a scalare la 'montagna' del pregiudizio, ma occorre innanzitutto portare a compimento il cambiamento culturale che è già in atto - prosegue la presidente Sirm - Lo dimostra il fatto che la facoltà di Medicina sta diventando una facoltà con un'altissima percentuale di donne rispetto a 30 o 40 anni fa, quando ho iniziato io". Al tempo stesso, però, "oggi è tutto più complicato e ci sono meno supporti. Quindi, accanto al cambiamento culturale che sta avvenendo e che, come tutti i cambiamenti, avrà i tempi necessari, occorrono nuovi modelli organizzativi e gestionali, a cominciare dal welfare, magari ispirandosi anche a quelli esteri. Penso che ce la si possa fare, bisogna crederci. Compito della società scientifica è quello di promuovere l'informazione, la formazione e la consapevolezza, dare coraggio e coinvolgere sempre di più, perché questo può aiutare ad accelerare il cambiamento".
"Ai giovani tutti, non solo alle ragazze, che vogliono avvicinarsi alle discipline Steam - conclude la presidente della Sirm - dico che devono fare al meglio delle loro capacità quello che si sentono di fare. Devono lottare per realizzare i loro sogni e questo è assolutamente possibile anche nel mondo della radiologia. Si potrebbe pensare che" questa branca della medicina "sia pericolosa per via delle radiazioni, ma è assolutamente un mondo al femminile. Nel mio dipartimento ci sono prevalentemente donne, che hanno fatto figli e gestiscono il lavoro e la loro vita familiare. Questa è la dimostrazione che se le donne ci credono e vogliono fare qualcosa lo possono fare".

"I tatuaggi non causano il melanoma. Tuttavia, un tatuaggio molto esteso o particolarmente coprente può mascherare la comparsa di un melanoma o la modificazione di un neo, rendendo più difficile una diagnosi precoce". Lo afferma all'Adnkronos Salute Giovanni Pellacani, presidente della Sidemast (Società italiana di dermatologia e malattie sessualmente trasmesse), commentando il Ddl per la prevenzione del melanoma approvato in Senato il 27 gennaio scorso, che dedica particolare attenzione al tema dei tattoo. Il testo è ora alla Camera per l'approvazione definitiva.
Il provvedimento, spiega Pellacani, "sottolinea i rischi legati ai tatuaggi: i nei non vanno mai tatuati; vanno preferiti disegni a linee sottili rispetto a tatuaggi colorati e molto coprenti. Inoltre, il Ddl prevede l'obbligo di consenso informato per i tatuaggi, con l'obiettivo di garantire che il cliente sia pienamente consapevole dei rischi e delle procedure legate al tatuaggio, di tutelare il professionista tatuatore e di contribuire, indirettamente, alla prevenzione del melanoma". Il riferimento normativo è l'articolo 3 del Ddl sul melanoma (1531-B del 2026). "Il consenso informato esisteva già ed è una pratica adottata dai tatuatori professionisti, che lo richiedono ai pazienti - precisa Pellacani - La modifica introdotta dal Ddl lo rende obbligatorio, lo prevede in forma scritta e impone al tatuatore l'obbligo di spiegare in modo chiaro i rischi e le possibili conseguenze del tatuaggio, anche in relazione al melanoma".
Alla luce di queste indicazioni, il presidente Sidemast ribadisce quali siano i comportamenti più corretti da adottare. "Il consiglio da dare a chi si sottopone a un tatuaggio e agli stessi tatuatori è che chi ha molti nei eviti di coprirli e preferisca disegni sottili piuttosto che tatuaggi che coprono ampie aree della pelle. In questo modo, eventuali cambiamenti della pelle possono essere individuati più facilmente e senza ritardi. Se dovesse comparire un melanoma, il paziente o il medico sarebbero in grado di identificarlo in una fase precoce".

Il melanoma "non ha un'età precisa di insorgenza": può comparire teoricamente in qualsiasi fase della vita. "Tuttavia, esistono alcune fasce di età a cui si presta maggiore attenzione. E' estremamente raro nell'infanzia e quasi impossibile negli adolescenti, a meno di condizioni particolari come la presenza di un nevo congenito gigante o di rarissime forme di melanoma (ad esempio il melanoma spitzoide a crescita nodulare). Nel giovane adulto, invece, il melanoma può comparire, con una distribuzione simile tra uomini e donne. Il picco principale di incidenza si registra intorno ai 50-55 anni. Esiste poi un melanoma dell'anziano, generalmente meno aggressivo, che interessa soprattutto le aree del corpo cronicamente esposte al sole, come il viso, ed è legato a un'esposizione solare prolungata nel tempo. Per questo motivo occorre proteggersi con filtri solari tutto l'anno, non solo d'estate". Lo spiega all'Adnkronos Salute Giovanni Pellacani, presidente della Sidemast (Società italiana di dermatologia e malattie sessualmente trasmesse), commentando il Ddl per la prevenzione del melanoma approvato in Senato il 27 gennaio scorso e ora alla Camera per l'approvazione definitiva.
"Il sole è senza dubbio il principale fattore di rischio per il melanoma, anche se non è responsabile di tutti i casi di melanoma - ricorda il presidente di Sidemast - Il Ddl non lo menziona esplicitamente, ma lo include nel concetto di prevenzione, che comprende sia la prevenzione secondaria (diagnosi precoce) - ovvero guardarsi la pelle, segnalare al medico una lesione strana - sia la prevenzione primaria, cioè l'evitare i fattori di rischio".
L'esposizione solare agisce attraverso due meccanismi differenti. "Il primo è l'esposizione intermittente: scottature e lampade abbronzanti, che sono vere e proprie scottature concentrate. Questo tipo di esposizione - sottolinea Pellacani - è fortemente associato al melanoma che colpisce giovani e adulti, soprattutto se le scottature avvengono prima dell'adolescenza. Bambini e adolescenti non dovrebbero mai scottarsi, ma proprio in questa fascia d'età il rischio è più frequente". Il secondo meccanismo, prosegue l'esperto, "è l'esposizione cronica al sole che riguarda soprattutto il melanoma dell'anziano, meno aggressivo, tipico di chi ha passato tutta la vita all'aperto, per lavoro o per sport. In ogni caso, è fondamentale proteggere la pelle: usare filtri solari adeguati, cercare l'ombra e ridurre il tempo di esposizione diretta, soprattutto per chi vive o lavora molto all'aperto".
Il Ddl, che istituisce la Giornata di prevenzione del melanoma, per i dermatologi ha un ruolo molto importante perché per la prima volta, attraverso un decreto legge - quindi una legge dello Stato - viene posta un'attenzione formale e istituzionale sulla prevenzione di un tumore rilevante, ad alta incidenza e che colpisce anche persone giovani. Il melanoma, infatti, ha un'incidenza elevata. "Per incidenza si intende il numero di nuovi casi diagnosticati ogni anno: in Italia si registrano circa 16 nuovi casi ogni 100mila abitanti all'anno - ricorda Pellacani - Un elemento positivo rispetto ad altri tumori è la relativamente bassa mortalità. Questo non significa che il melanoma non sia aggressivo dal punto di vista biologico, ma che se diagnosticato precocemente può essere asportato senza conseguenze per il paziente. Oggi esistono anche terapie efficaci nelle fasi più avanzate della malattia, ma l'obiettivo resta sempre quello di evitare di arrivare a questi trattamenti, che pur non essendo 'costosi' sono comunque impegnativi per il paziente".
Il grande vantaggio del melanoma "è che compare sulla pelle: quindi si può vedere e riconoscere - precisa il presidente Sidemast - Il dermatologo è in grado di diagnosticarlo anche nelle fasi iniziali e precoci, ma spesso è lo stesso paziente a segnalarlo, oppure il medico di medicina generale o un altro specialista che visita il paziente per altri motivi. La Giornata di prevenzione ha quindi lo scopo di aumentare l'attenzione sia tra tutti gli operatori sanitari sia nella popolazione generale, per favorire l'identificazione del melanoma il più possibile nelle fasi iniziali".
La Giornata della prevenzione del melanoma si basa innanzitutto sull'informazione: spiegare cos'è il melanoma, renderlo noto, portare attenzione mediatica e sociale sul tema. "Questo può aiutare chi ancora non sa di essere paziente a riconoscere una lesione sospetta e può facilitare anche il lavoro dei medici durante le visite. Accanto all'informazione - rimarca Pellacani - le Regioni possono organizzare campagne di prevenzione e screening, che devono coinvolgere la medicina generale, i servizi di prevenzione e la medicina del territorio, oltre ovviamente al dermatologo che è lo specialista con maggiore esperienza diagnostica. La diagnosi del melanoma nelle fasi iniziali, infatti, non si fa di solito a occhio nudo, ma richiede strumenti specifici. La prevenzione del melanoma è fondamentale per la diagnosi precoce e dovrebbe iniziare in autonomia, con l'auto-osservazione della propria pelle, già dall'adolescenza".
"Se una persona nota un neo insolito o una lesione nuova che prima non c'era - forme asimmetriche, più colori, margini irregolari - è importante segnalarlo e farlo valutare da un medico", avverte Pellacani. Anche "l'autoesame e l'auto-prevenzione sono più importanti di un controllo dermatologico annuale fatto in modo indiscriminato. Tuttavia, non tutta la popolazione deve fare una visita dermatologica ogni anno. E' sufficiente osservarsi e, in caso di dubbio, rivolgersi al medico di medicina generale che potrà eventualmente indirizzare al dermatologo".
Ma chi deve fare i controlli? "Esiste una piccola fascia di popolazione a maggior rischio composta da persone che hanno più di 50 nei, di cui almeno 5 cosiddetti atipici. Si tratta di soggetti con molti nei irregolari, diversi tra loro per forma, dimensione e margini. Queste persone, già dall'età adulta (dai 18 anni in su), dovrebbero essere seguite da uno specialista. Rappresentano circa il 2-3% della popolazione, ma in questo gruppo si concentra circa la metà dei melanomi diagnosticati ogni anno. Con controlli periodici e l'uso della strumentazione adeguata, il rischio può essere significativamente ridotto", assicura il presidente Sidemast.
"Non è quindi necessario, né possibile, che tutti si rivolgano al dermatologo: 60 milioni di abitanti e 3.500 dermatologi non renderebbero sostenibile un simile approccio. L'indicazione resta osservarsi, rivolgersi al medico in caso di dubbio, e accedere allo specialista solo quando necessari", conclude Pellacani.
Firmato il contratto quinquennale, tra i più giovani manager in
Italia... Addio a Bianca Maria Piccinino, prima conduttrice del Tg: la morte rimasta riservata per sua volontà

Bianca Maria Piccinino, prima donna a condurre un telegiornale, è morta il 20 luglio 2025 a 101 anni, ma la notizia è rimasta riservata per sua espressa volontà. A spiegare i mesi di silenzio è la figlia Paola Ricci, interpellata dall'Adnkronos: "Il silenzio è stato voluto da lei: per sua decisione non ho divulgato la notizia se non ai parenti e agli amici più stretti. Immagino che poi sia comunque trapelata e ormai, a oltre sei mesi dall'accaduto, riesco a parlarne, anche se con tanta fatica. La mamma, una volta uscita dalle scene, non ha più voluto 'fare notizia', nemmeno quando ha compiuto 100 anni, nel 2024, e molti volevano intervistarla". Una scelta coerente con il suo addio alle scene, lontano dai riflettori che aveva contribuito a rendere centrali nell’informazione italiana.
Pioniera dell'informazione televisiva italiana e icona del giornalismo di moda, Bianca Maria Piccinino vantava diversi primati nella sua lunghissima vita. Nata a Trieste il 29 gennaio 1924, da padre triestino e madre milanese, laureata in biologia, iniziò la carriera nella Rai neonata nel 1953 come autrice e presentatrice di programmi scientifici, per poi addentrarsi nel mondo animale. Il giorno stesso del provino andò in onda: "Fu - ha raccontato - la mia prima apparizione televisiva per dare la notizia scientifica del giorno: il ritrovamento di un fossile della catena evolutiva". Dal 1956 al 1964 condusse la trasmissione di divulgazione scientifica "L'amico degli animali" con Angelo Lombardi e poi si occupò della Tv dei Ragazzi.
La svolta nella sua carriera arrivò a agli inizi degli anni '60, dopo aver collaborato a var programmi con Mario Soldati, con Enzo Biagi, quando fu spinta a occuparsi di moda, tema all'epoca considerato di esclusivo appannaggio femminile, fino a diventare responsabile del settore per il Telegiornale. Uno dei suoi compiti più significativi fu la copertura delle sfilate di prêt-à-porter a Firenze, Roma e Parigi e come inviato speciale divenne il volto la voce femminili della moda alla Rai. In un'epoca in cui gli accordi prevedevano che le immagini delle sfilate potessero essere trasmesse solo tre mesi dopo l'evento, Piccinino riuscì a portare la moda direttamente nelle case degli italiani. Erano gli anni del Made in Italy, dei grandi stilisti come Giorgio Armani e Gianni Versace e della ribalta dello stile italiano.
Piccinino è stata la prima donna a condurre il Telegiornale del pomeriggio sul Canale Nazionale, e, dopo la riforma della Rai, il Tg1 delle 13,30. Il 15 marzo 1976 condusse insieme ad Emilio Fede la prima edizione del nuovo Tg1. Come ha ricordato Angela Buttiglione quando fu assunta nel 1969, a 23 anni "eravamo solo due donne al Telegiornale: Bianca Maria Piccinino ed io".
Tra le sue telecronache si ricorda quella per il matrimonio di Carlo e Diana il 29 luglio 1981. La crescente notorietà le diede l'opportunità di intervistare alcuni dei personaggi più iconiche della seconda metà del XX secolo. Le sue conversazioni abbracciarono un ampio spettro di personalità, da Sophia Loren a Mikhail Gorbaciov, da Lady Diana a Indira Gandhi, contribuendo a documentare la storia e la cultura di un'epoca attraverso la lente della moda e della comunicazione.
Nonostante le richieste di un suo passaggio a Canale 5, Piccinino rimase alla Rai anche dopo il suo pensionamento nel 1989, curando il settimanale televisivo "Moda" fino al 1994. Con la fine del rapporto con la Rai ha proseguito come docente delle Accademie della moda. Nel 2014, per i suoi 90 anni, era stata insignita dalla sua città natale, Trieste, del premio San Giusto d'Oro.
Nel corso della sua carriera, Bianca Maria Piccinino non si limitò solo alla televisione. Studiò nel contempo il fenomeno moda in rapporto all'evoluzione della società e ai grandi avvenimenti che la mutavano (moda e costume, moda come comunicazione, moda simbolo di potere), temi sui quali tenne seminari alle Università di Madrid, Firenze e Bologna. Il suo giornalismo nella Rai ha contribuito a plasmare la percezione della moda nell'opinione pubblica italiana come veicolo di espressione culturale e sociale, dimostrando quanto sia molto più di abiti e tendenze, ma un linguaggio che racconta storie, riflette l'evoluzione della società e connette le persone di tutto il mondo.
Raccontò la giornalista in un'intervista del 2014 per i suoi 90 anni: "La moda italiana è nata nel 1950 a Firenze con le sfilate a Palazzo Pitti; prima esisteva solo quella francese; con l'operatore andavamo a Parigi e a Firenze. Si affermarono giovani stilisti come Armani, Ferrè, Versace e da Firenze le sfilate si spostarono a Milano, e spesso a Londra e New York, sfilate che seguivo con l'operatore. Ho continuato a lavorare per cinque anni dopo la pensione: poi arrivarono a dirigere la Rai i famosi 'Professori' e non permisero più ai pensionati di lavorare: finì la mia bella avventura con la Rai durata 40 anni. Intanto mi ero sposata, avevo avuto una figlia che, sposata ha avuto un figlio, nato quando sono andata in pensione ed è diventato la mia nuova ragione di vita". E' autrice anche di due libri, di cui "Che mi metto" (Gremese Editore, 1987) ebbe particolare successo.
Ad accennare per primo all'assenza di notizie sulla morte di Piccinino è stato il giornalista Michele Bovi, ex caporedattore centrale del Tg2, dirigente di Rai2 e capostruttura per l'intrattenimento di Rai1. In un articolo pubblicato su 'Huffington Post Italia' il 29 settembre 2025, oltre due mesi dopo la scomparsa della giornalista, dal titolo "La memoria corta e le sviste di mamma Rai", Bovi scriveva: "Non solo Pippo Baudo, altri pionieri del piccolo schermo ci hanno lasciato nei mesi scorsi senza un saluto da parte della radiotelevisione di Stato: Bianca Maria Piccinino, Piero Pompili e Graziano Motta. Solo un breve annuncio per Vito Molinari e una notizia sbagliata per Carlo Sassi: fu Enzo Tortora a introdurre la moviola nella Domenica Sportiva". Nello stesso giorno, il giornalista Massimo Emanuelli riprese sul suo blog l'accenno di Bovi alla scomparsa della giornalista. Anche Wikipedia ora riporta la data della morte di Bianca Maria Piccinino (20 luglio 2025), citando come fonte proprio l’articolo di Bovi, con l’ultima modifica effettuata il 28 gennaio 2026, alla vigilia del 102esimo compleanno della giornalista. (di Paolo Martini)

Sono oltre 25mila le imprese italiane nate intorno alla creazione di contenuti digitali: YouTuber, tiktoker, influencer e video maker che hanno trasformato competenze digitali e creatività in vere e proprie attività economiche strutturate. È quanto emerge dalla prima ricerca italiana sul tema, condotta da InfoCamere in collaborazione con l'Università di Padova, che fotografa un fenomeno in forte espansione e mette a fuoco la mappa dell'imprenditorialità digitale nel Paese.
Tra il 2015 e il 2024, il numero di digital content creator è cresciuto del 185%, passando da circa 9mila a oltre 25mila imprese. Un'espansione trainata soprattutto dalle aziende "core" (+206%), cioè quelle che operano direttamente nei settori della produzione audiovisiva, del marketing digitale e della gestione di piattaforme online. Ma anche le imprese "ibride" – che integrano la content creation in settori tradizionali come moda, turismo, fitness e consulenza – sono più che raddoppiate (+155%). Il vero punto di svolta si colloca nel biennio 2020-2021, quando la pandemia ha accelerato la domanda di contenuti e servizi di comunicazione online, aprendo nuove opportunità di mercato. Da quel momento, la crescita non si è più fermata.
"Questa ricerca dimostra come il Registro delle Imprese sia oggi molto più di un archivio amministrativo: è un vero e proprio osservatorio in tempo reale dei fenomeni economici emergenti", dichiara Paolo Ghezzi, direttore generale di InfoCamere. "La capacità di intercettare, analizzare e restituire queste trasformazioni è fondamentale per comprendere dove sta andando il sistema produttivo italiano. I Digital content creator rappresentano una nuova frontiera imprenditoriale che nasce da competenze, creatività e reti digitali, più che da capitali tradizionali. Saperli individuare e raccontare significa offrire strumenti concreti a istituzioni, policy maker e imprese per orientare scelte strategiche e accompagnare l'innovazione", continua.
“L’alfabetizzazione digitale”, afferma il professor Paolo Gubitta dell’Università di Padova, coordinatore della ricerca, “è una leva di inclusione, capace di redistribuire opportunità e di favorire la partecipazione attiva al mercato del lavoro. È un fenomeno di democratizzazione produttiva, che sostituisce al capitale economico il capitale di competenza e di rete. In questo scenario, le imprese nate nell’ambito della digital content creation identificano il passaggio da competenza d’uso alla capacità di fare impresa nel digitale. Si tratta di un fenomeno che esprime una nuova forma di imprenditorialità diffusa, in cui la competenza tecnologica è al tempo stesso strumento operativo e fattore identitario”.
Per individuare queste realtà, la ricerca ha analizzato i dati del Registro delle imprese utilizzando tecniche di text mining alla ricerca di parole chiave presenti nell'oggetto sociale delle aziende: YouTube, TikTok, Instagram, content creator, video maker, influencer, streamer e termini correlati. Il risultato è una fotografia inedita di un settore che fino ad oggi era rimasto ‘invisibile’ alle statistiche tradizionali.
Il dato forse più sorprendente riguarda la distribuzione geografica. Per la prima volta, un settore legato all'innovazione digitale mostra una presenza equilibrata su tutto il territorio nazionale: il Nord Ovest concentra infatti il 30,2% delle imprese (7.681), il Centro il 26,9% (6.834), il Mezzogiorno e le Isole il 27,9% (7.103) e il Nord Est il 15,0% (3.811). Milano conferma il suo ruolo di hub digitale nazionale con oltre 3.800 imprese, pari al 15% del totale, ma accanto ai poli tradizionali emergono nuove realtà come Puglia, Sicilia e Campania, dove il contenuto digitale è diventato strumento di promozione territoriale e di narrazione identitaria.
Il profilo di queste imprese restituisce l'immagine di un settore giovane e dinamico. Oltre l'80% delle imprese ha meno di 10 anni di attività, contro il 60% del campione di controllo costituito da imprese tradizionali dello stesso settore. Gli amministratori hanno un'età mediana di 48-49 anni, circa 6 anni in meno rispetto alla media nazionale, con una forte presenza di under-40 e, nelle imprese core, anche di under-30.
Emerge inoltre una quota lievemente più alta di donne amministratrici (27,6% nelle ibride, contro il 26,3% nelle imprese di controllo), segnale di una maggiore accessibilità imprenditoriale in un settore dove le barriere d'ingresso sono più basse: non servono grandi capitali, ma competenza digitale, creatività e capacità di costruire comunità online. Dal punto di vista dimensionale, il 93% delle Digital content creator è costituito da micro e piccole imprese (fino a 9 addetti), riflettendo la natura artigianale-digitale del fenomeno. Tuttavia, molte di queste realtà stanno evolvendo verso forme più strutturate, con collaboratori stabili e modelli di business definiti.
Ordinanza del sindaco, stop sino alle 6 di venerdì 13...
Al via la prevendita dei biglietti per l'ex chitarrista degli
Smiths...
Todde, 'semplificazione strategica per costruire servizio di
prossimità più forte'... 
"E' importantissimo accendere i riflettori su questa patologia per far capire ai pazienti che ci sono soluzioni, che ci sono strade che bisogna percorrere, che non è un problema da sopportare o addirittura nascondere, con le conseguenze che questo potrebbe comportare". Così Giovanni Pellacani, presidente Sidemast (Società italiana di dermatologia medica, chirurgica, estetica e di malattie sessualmente trasmesse) e professore dell'università Sapienza di Roma, intervenendo per la campagna di informazione e sensibilizzazione 'Prendi in mano la tua vita' promossa da Leo Pharma con il patrocinio dell'associazione pazienti Andea, di Sidemast e Sidapa. "E' un problema spesso legato al mondo del lavoro, ma non sempre - sottolinea l'esperto - A volte ci sono anche altri fattori e altre cause. Le promesse di miracoli rimangono sempre solo delle promesse, ma ci sono terapie efficaci e percorsi diagnostici che aiutano a risolvere il problema: il dermatologo accompagna il paziente nella ricerca e questa soluzione".
Una persona "che sospetta di avere un eczema cronico delle mani, una dermatite intensa, che fa anche tagli, che dà ispessimento", dolore e "prurito come sintomo importante, deve farsi vedere innanzitutto da un dermatologo - raccomanda Pellacani - perché la prima cosa da fare è la diagnosi differenziale. Il quadro clinico di solito è cronico e complesso, ed è importante avviare il percorso diagnostico corretto: cercare le cause, quindi i presidi che aiutano a proteggere e poi, ovviamente, arrivare alla parte risolutiva che è la terapia. Ma la terapia funziona solo se si è capito bene quali possono essere le cause e si cercano di evitarle, perché l'esposizione delle mani agli agenti è spesso la causa della dermatite, della sua cronicizzazione. L'eczema cronico delle mani è una patologia che incide fortemente sulla qualità della vita del paziente nelle attività quotidiane e nel lavoro - sottolinea lo specialista - Anche solo banalmente pelare della frutta un po' acida provoca dolore. Inoltre la mano di chi soffre di questa patologia è brutta da vedere e impedisce, anche per questo, i contatti sociali".
In questo contesto Sidemast, oltre a essere attiva per essere un riferimento informativo autorevole, in tempi di intelligenza artificiale, dottor Google e fake news "vuole anche interfacciarsi, non solo con il paziente dando le informazioni giuste - evidenzia Pellacani - ma anche dialogare con le istituzioni, per far comprendere quanto sia importante investire per la risoluzione di un problema che riguarda la salute pubblica e il benessere del cittadino: se io ho un eczema cronico alle mani e non lo curo, non posso lavorare e divento un carico sociale. Intervenire è quindi essenziale: migliora la qualità di vita del paziente e porta benefici socio-economici concreti".

“L'eczema cronico delle mani rappresenta un'importante malattia professionale che impatta notevolmente sulla qualità della vita dei pazienti, investendo non solo la sfera emozionale e psicologica, ma anche la produttività lavorativa, con conseguenze importanti anche di tipo economico”. Così Cataldo Patruno, presidente SIDAPA-Società italiana dermatologia allergologica professionale e ambientale, illustra i risultati di alcuni studi recentemente pubblicati da SIDAPA, in occasione della campagna di informazione e sensibilizzazione ‘Prendi in mano la tua vita, promossa da LEO Pharma con il patrocinio dell’associazione pazienti Andea e delle società scientifiche SIDAPA e SIDeMAST-Società italiana di dermatologia medica, chirurgica, estetica e di malattie sessualmente trasmesse.
Gli studi, “che hanno coinvolto circa duemila pazienti”, evidenziano, inoltre, come “le attuali terapie non sempre siano in grado di tenere sotto controllo la malattia - spiega l’esperto - È chiaro che quindi avere a disposizione terapie che siano efficaci e sicure nel lungo termine, non solo può determinare una riduzione della sofferenza fisica del paziente, ma anche impattare in modo significativo sulla sfera psicologica, lavorativa e quindi economica. A tale proposito, di recente alcune terapie innovative, anche per l'uso locale, si sono dimostrate essere estremamente efficaci e con trascurabili effetti avversi, potendo dare quindi nuove prospettive ai pazienti affetti da eczema cronico delle mani”.
“L'eczema cronico delle mani - spiega Patruno - è un’infiammazione della pelle che dura da almeno 3 mesi oppure che si presenta più volte nel corso di un anno. Si può manifestare con aspetti diversi dall'arrossamento alle vescicole, dalla desquamazione all'ispessimento cutaneo. Spesso sono presenti fissurazioni. Diversi quadri però possono coesistere nello stesso paziente così come, nel corso della vita, la malattia può presentarsi con aspetti diversi. Ciò che è costante è il prurito e soprattutto, se ci sono fissurazioni, è presente anche dolore”.
Il paziente con eczema cronico delle mani “soprattutto nei periodi di riacutizzazione della malattia può avere obiettive difficoltà lavorative soprattutto quando la professione è manuale - rimarca il presidente SIDAPA - Ma può incontrare difficoltà anche nell'eseguire semplici gesti e attività quotidiane come abbottonarsi una camicia, usare il cellulare, lavarsi o cucinare. Inoltre”, essendo “una malattia che si vede, crea un indubbio imbarazzo con conseguenti difficoltà nei rapporti sociali, lavorativi o affettivi. Tutto ciò può portare ad un indubbio disagio psicologico fino a vere e proprie forme di ansia o depressione”.
Ci sono dei fattori che possono favorire la comparsa dell'eczema cronico delle mani. “Sappiamo che chi ha sofferto o è affetto da dermatite atopica più facilmente sviluppa la malattia - chiarisce l’esperto - Anche chi pratica particolari lavori, i cosiddetti lavori umidi come quelli domestici di parrucchiere, cuoco, barista e così via, è a maggior rischio di avere irritazione delle mani. Ma a volte - puntualizza - può essere semplicemente l'abitudine o la necessità di lavarsi spesso le mani, come ad esempio accade negli operatori sanitari, che può indurre un peggioramento alla comparsa delle manifestazioni. Anche l'allergia da contatto spesso si manifesta con eczema cronico delle mani. E qui l'aspetto professionale - sottolinea Patruno - ovviamente è molto importante, in quanto si tratta di una forma che è più frequente nelle professioni che vengono in contatto con forti sensibilizzanti, senza dimenticare però che le fonti di sensibilizzazione possono essere anche di origine extraprofessionale”. Proprio per questo, “tutti i pazienti con eczema cronico delle mani devono sottoporsi al patch test, che è il suo specifico test allergologico, che è in grado di svelare una sensibilizzazione da contatto”.

Tornano ai pm gli atti dell’inchiesta della procura di Torino sull’eredità di Marella Agnelli, la vedova dell’Avvocato, scomparsa nel 2019. Questa mattina il gip ha rigettato la richiesta di messa alla prova per il nipote John Elkann avanzata dai suoi legali, Paolo Siniscalchi e Federico Cecconi, a cui nei mesi scorsi la procura aveva dato parere positivo. Ora gli atti saranno restituiti alla procura che dovrà notificare il nuovo avviso di chiusura indagini.
“Per noi era una decisione attesa e d'altra parte avevamo sinceramente perso interesse a questa istanza, vista la frammentazione del quadro processuale che si è creata”, ha detto l'avvocato Paolo Siniscalchi.
“È una decisione che per noi non cambia niente, perché adesso gli atti saranno restituiti al pubblico ministero che dovrà notificarci l'avviso di chiusura delle indagini, e poi noi andremo avanti sul merito e dimostreremo che John Elkann non ha fatto nulla”, ha aggiunto il legale al termine dell’udienza.
“Noi non facciamo calcoli di prescrizione, difendiamo una persona che non ha fatto niente”, ha dichiarato l'avvocato Federico Cecconi. “Quello che per noi è importante segnalare e rappresentare adesso è la volontà di dimostrare la totale estraneità dei fatti in relazione alla posizione del nostro assistito”, ha aggiunto il legale.

In Italia solo il 34% delle donne sono impegnate nelle discipline Steam (scienza, tecnologia, ingegneria, arte e matematica) e una percentuale ancora più esigua, il 26%, svolge attività direttamente legate all'utilizzo dell'intelligenza artificiale. Lo indica un'indagine dell'Unesco, a sottolineare quanto ancora sia forte il divario da colmare per arrivare a una parità di genere. Come da tradizione, in occasione della Giornata internazionale delle donne e delle ragazze nella scienza che si celebra oggi in tutto il mondo, la Sirm (Società italiana di radiologia medica e interventistica) ha promosso al Centro diagnostico italiano (Cdi) a Milano, in collaborazione con Fondazione Bracco, l'edizione 2026 su 'Intelligenza artificiale: conoscenza, responsabilità e partecipazione'. Il divario riguarda anche la radiologia, settore in cui l'Ia sta già trasformando profondamente la pratica clinica.
"Si tratta di un appuntamento ormai tradizionale per Sirm - spiega Nicoletta Gandolfo, presidente nazionale della società scientifica e direttore del Dipartimento Immagini dell'azienda metropolitana ospedaliera di Genova - ogni 11 febbraio, su proposta dalla nostra Commissione Dei (Diversità, equità e inclusione), per porre l'accento su un tema di cui si parla ancora poco, ma di grande attualità. L'intelligenza artificiale sta aprendo scenari affascinanti anche in radiologia, ma la scarsa presenza femminile impone una riflessione profonda e un deciso cambio culturale, a tutto vantaggio dei pazienti. L'applicazione dell'Ia alle apparecchiature radiologiche consente oggi di ottimizzare la performance diagnostica a livelli mai raggiunti, personalizzando il settaggio delle macchine sul singolo paziente. Questo si traduce in maggiore accuratezza diagnostica, riduzione dei tempi di esecuzione, minore dose di esposizione alle radiazioni ionizzanti e un supporto avanzato alla diagnosi. L'intelligenza artificiale, infatti, rappresenta un valido ausilio sia nell'identificazione di lesioni difficilmente visibili all'occhio umano, sia nella fase di interpretazione delle immagini, contribuendo a una caratterizzazione più corretta e accurata delle alterazioni riscontrate, sempre sotto il controllo e la responsabilità del medico".
"Non c'è dubbio che ormai l'intelligenza artificiale si ponga come strumento di ausilio accanto all'insostituibile figura del radiologo medico - aggiunge Luca Brunese, presidente eletto della Sirm - E' un mezzo anche per esplorare una nuova frontiera della diagnostica radiologica fatta non solo più di immagine, ma proiettata all'interpretazione dei dati numerici legati all'immagine, a supporto del radiologo. Una radiologia che evolve: grazie all'intelligenza artificiale l'immagine diventa anche dato quantitativo, aprendo nuove possibilità in termini di diagnosi precoce, stratificazione del rischio e medicina di precisione". E' "una rivoluzione però che va governata e gestita al meglio - sottolinea Stefania Montemezzi, presidente della Commissione Dei - Per questo dobbiamo incrementare il ruolo delle donne nelle aree Steam con un cambio di punto di vista e un maggiore impegno verso l'inclusione, come viene ribadito nel convegno di oggi al Cdi. L'Italia, si sa, è un Paese che storicamente ha spinto meno le donne verso gli studi e le professioni scientifiche. Per fortuna stiamo assistendo a un'inversione di tendenza, anche nelle posizioni apicali".
"Finalmente, non solo in radiologia, ma in tutta la medicina, oncologia compresa, si sta prendendo piena consapevolezza di quanto sia indispensabile anche lo sguardo femminile, capace di portare punti di vista differenti e di rinnovare linguaggi e approcci in ogni contesto professionale - evidenzia Rossana Berardi, presidente eletto di Aiom, Associazione italiana di oncologia medica - La sottorappresentazione femminile, in particolare nei settori ad alto contenuto tecnologico come l'intelligenza artificiale e nelle posizioni apicali, non è un dato neutro: è il risultato di scelte culturali e organizzative che vanno corrette. La strada da percorrere è ancora lunga, ma il cambiamento è avviato e non può essere affidato alla buona volontà dei singoli, ma deve diventare una priorità politica e istituzionale. Le società scientifiche hanno il dovere di guidare questa trasformazione, promuovendo inclusione, accesso alle competenze e pari opportunità, come dimostrano l'impegno concreto di Aiom e di Sirm. L'intelligenza artificiale rappresenta una grande opportunità e può svilupparsi in piena e virtuosa sinergia con i medici e con tutti i professionisti della sanità, valorizzando pienamente il contributo delle donne".
"Perché questa rivoluzione sia davvero etica, responsabile e partecipata - conclude la presidente della Sirm - è indispensabile promuovere una maggiore inclusione delle donne nei processi di sviluppo, ricerca e applicazione dell'Ia. Colmare questa lacuna non è solo una questione di equità, ma di qualità dell'assistenza e di progresso scientifico".



