
Garofalo Health Care S.p.A. comunica la propria adesione all’iniziativa promossa dall’Associazione no-profit Manalive, finalizzata alla realizzazione di un villaggio nel sud-ovest del Burkina Faso, nella regione di Ioba, nell’ambito di un progetto umanitario di cooperazione allo sviluppo. Il progetto prevede il finanziamento della costruzione e dell’allestimento di un centro medico attraverso il Fondo Finalità benefiche, istituito in conformità all’art. 10 dello Statuto sociale. L’Associazione Manalive si prefigge l’obiettivo di assistere le popolazioni svantaggiate e le famiglie in difficoltà nell’uscita dallo stato di estrema povertà e abbandono in cui si trovano. GHC ha quindi stanziato un contributo per la costruzione di una struttura sanitaria, che sarà gestita dall’Ordine dei Camilliani in Burkina Faso e rappresenterà un punto di riferimento per l’intera area, garantendo l’erogazione di cure e attività di prevenzione, oltre che servizi di diagnostica, offrendo, al contempo, servizi medici di urgenza e contribuendo significativamente al miglioramento della salute della comunità locale.
"Questo impegno medico -si legge in una nota- si inserisce in un contesto nazionale in cui la popolazione è particolarmente esposta a numerose patologie e forte malnutrizione, problemi aggravati dalla carenza di personale medico qualificato, strutture sanitarie e risorse finanziarie. Il centro medico sarà intitolato “Fernanda Medical Center”, in memoria e onore della Dr.ssa Fernanda Borioni Garofalo, madre di Maria Laura Garofalo, Amministratore Delegato di GHC, a 15 anni dalla sua scomparsa".
Il villaggio Manalive - che sorgerà su un terreno di 20 ettari - è il fulcro di un progetto di sviluppo ben più ampio al servizio di circa 15.000 persone, che ospiterà, oltre al centro medico, anche un sistema di gestione idrica da 20.000 m3, una scuola di formazione agricola e rurale, alloggi per i medici e gli insegnanti della scuola, un centro sportivo e la Chiesa “San Camillo de Lellis” in grado di ospitare fino a 500 fedeli. Il “Fernanda Medical Center” si svilupperà in circa 650 m2 su due piani e sarà suddiviso in tre distinte unità operative: la prima si occuperà della medicina preventiva, diagnostica e vaccinazioni, la seconda sarà adibita a pronto intervento e chirurgia di base mentre la terza sarà dedicata al reparto di maternità e ginecologia. Il Centro Medico disporrà di 20 posti letto con relativi servizi, 4 studi ambulatoriali per le visite, una sala operatoria, una sala parto, una farmacia e avrà in dotazione un’ambulanza e una moto per la consegna urgente di farmaci nella zona. L’iniziativa di Garofalo Health Care si inserisce nel più ampio impegno del Gruppo verso la sostenibilità e la responsabilità sociale, elementi cardine della propria strategia ESG. Da sempre attenta all’impatto delle proprie attività sulle comunità in cui opera, l’azienda sostiene progetti in grado di generare valore sociale duraturo, con particolare attenzione all’accesso alle cure e alla promozione della salute.
Alessandro Maria Rinaldi, Presidente del Consiglio di Amministrazione di GHC, ha dichiarato: “L’istituzione del Fernanda Medical Center all’interno del Villaggio Manalive rappresenta un concreto impegno da parte della nostra azienda a contribuire significativamente all’alleviamento delle criticità sanitarie in una regione remota dell’Africa occidentale, caratterizzata da una marcata carenza di infrastrutture sanitarie e da una limitata offerta di servizi di prevenzione. In particolare il nostro Statuto prevede l’accantonamento dell’1% del risultato netto a un Fondo destinato a finalità benefiche e/o scientifiche e questo progetto, così come altre iniziative in passato, sostengono progetti diretti o attraverso Comunità non profit in grado di fornire un supporto a persone svantaggiate. Questa struttura è stata intitolata alla dott.ssa Fernanda Borioni Garofalo in riconoscimento della sua generosità e della sua profonda sensibilità verso le fragilità delle persone più vulnerabili”.

Ogni euro investito nella rete di trasmissione genera un impatto pari a 2,98 euro sul valore della produzione e 1,31 euro sul PIL. La Rete di Trasmissione Nazionale riveste inoltre un ruolo centrale per la sicurezza e l’efficienza del sistema elettrico, con benefici tangibili per la competitività del Paese. Il suo sviluppo, insieme all’integrazione di fonti rinnovabili e accumuli, rappresenta una leva chiave per migliorare la sicurezza energetica e ridurre il costo dell’energia. Nel 2025, la produzione da fonti rinnovabili ha raggiunto in Italia e in Europa livelli record, grazie alla continua crescita di fotovoltaico ed eolico guidata dal significativo calo dei costi di tali tecnologie. È quanto emerge dallo Studio “Sicurezza e indipendenza energetica: la rete di trasmissione come leva per la competitività dell’Italia”, promosso da TEHA Group in collaborazione con Terna, la società che gestisce la Rete di Trasmissione Nazionale, presentato oggi a Roma, che offre una fotografia del quadro nazionale ed europeo della transizione energetica, evidenziando i benefici economici, energetici e industriali degli investimenti del Transmission System Operator nazionale. Complessivamente, gli investimenti previsti nel quinquennio dal Piano Industriale di Terna si traducono in 35 miliardi di euro di valore della produzione e 16,2 miliardi di euro di PIL, favorendo la creazione di quasi 40 mila occupati medi annui.
A livello globale, tra il 2010 e il 2024, il costo medio di produzione dell’energia da solare ed eolico è diminuito rispettivamente di circa il 90% e il 70%. Grazie alla sempre maggiore competitività di tali fonti, in Europa, nel 2025, solare ed eolico hanno raggiunto il 30% della generazione elettrica, superando per la prima volta i combustibili fossili; includendo anche le altre fonti, le rinnovabili hanno contribuito per metà della produzione elettrica complessiva.
Anche in Italia si osserva un trend analogo: negli ultimi vent’anni la quota di generazione rinnovabile è quasi triplicata, mentre la produzione termoelettrica si è ridotta di oltre il 40%. Nel 2025, la potenza efficiente lorda in Italia ha raggiunto quasi 82 GW (+44,3% rispetto al 2020) e risultano oltre 22 GW di nuova capacità rinnovabile già contrattualizzata che entreranno in esercizio nei prossimi anni.
La crescita delle rinnovabili sta contribuendo a rafforzare la sicurezza energetica del Paese, avendo ridotto la dipendenza energetica di circa 9 punti percentuali tra il 2010 e il 2024. Tuttavia, il sistema rimane ancora significativamente esposto alla volatilità del prezzo del gas che, nel 2024, ha determinato il prezzo elettrico per oltre il 60% delle ore. Un sistema elettrico ad alta penetrazione di rinnovabili presenta nuove sfide e complessità di esercizio in termini di regolazione di frequenza e tensione, cui occorre far fronte con investimenti adeguati in risorse umane, competenze, asset e tecnologia. Le attività di Terna degli ultimi anni sono state finalizzate a permettere una maggiore integrazione delle rinnovabili in condizioni di sicurezza di esercizio e di adeguatezza del sistema elettrico.
In Italia, la rete gestita da Terna si distingue per livelli elevati di efficienza, qualità del servizio e sicurezza, con un costo di trasmissione tra i più bassi in Europa: 11,2 euro/MWh nel 2024, inferiore a Francia (12,1 euro/MWh), Spagna (15 euro/MWh) e alla media europea (16,5 euro/MWh).
Il Piano di Sviluppo di Terna decennale prevede investimenti per 23 miliardi di euro entro il 2034, con un incremento della capacità di scambio di energia di circa 15 GW e il potenziamento delle interconnessioni con l’estero. Il sistema elettrico italiano è caratterizzato da elevata efficienza nella pianificazione degli investimenti per integrare nuova generazione rinnovabile: il costo unitario per GW è circa due volte inferiore ai valori di Germania, Francia e Regno Unito.
Nel breve-medio termine, le fonti rinnovabili sono quindi fondamentali per rafforzare la sicurezza energetica del Paese e contenere i costi dell’energia, avendo raggiunto la piena maturità commerciale e tecnologica; spostando l’attenzione al medio-lungo termine (2040-2050), lo Studio evidenzia l’importanza di garantire un mix bilanciato tra sole e vento e l’opportunità di prevedere un contributo pari al 10-15% da tecnologie programmabili a basse emissioni, per assicurare sostenibilità economica e sicurezza del sistema elettrico.
“Il sistema elettrico italiano sta evolvendo nel percorso di transizione energetica: nel 2025 le fonti rinnovabili hanno raggiunto circa il 50% della produzione nazionale, rappresentando la principale leva per l’indipendenza energetica del Paese e, a tendere, per il contenimento del prezzo dell’energia per famiglie ed imprese”, ha dichiarato Giuseppina Di Foggia, Amministratore Delegato e Direttore Generale di Terna. “In questo quadro, si distingue il ruolo della rete di trasmissione perché genera valore duraturo ed effetti sul territorio: ogni euro investito si traduce in 1,3 euro di PIL. Guardando al lungo termine, è opportuno garantire un mix equilibrato fra energia eolica e solare, integrato con una percentuale adeguata di generazione programmabile a basse emissioni. Terna affronta sfide sempre più complesse, dando il proprio contributo al progresso del Paese”.
“La trasformazione del sistema elettrico italiano dimostra che la rete di trasmissione non è un’infrastruttura tecnica neutra, ma una leva strategica di politica industriale e sicurezza economica. In un contesto in cui le rinnovabili rappresentano ormai quasi la metà della generazione nazionale, la capacità di integrare nuova produzione e accumuli in condizioni di stabilità diventa il fattore determinante per la competitività del Paese”, ha dichiarato Valerio De Molli, Managing Partner & CEO di The European House – Ambrosetti e TEHA Group. “Gli investimenti previsti dal Piano Industriale di Terna generano un impatto sistemico che va oltre il perimetro energetico, attivando valore, occupazione e filiere industriali nazionali, e rafforzando in modo strutturale la resilienza e l’autonomia strategica dell’Italia.”

La Russia ha un ruolo nella guerra che Stati Uniti e Israele stanno combattendo contro l'Iran. E' il Washington Post ad accendere i riflettori sul ruolo fondamentale che Mosca svolge nel conflitto, fornendo a Teheran informazioni di intelligence utili per colpire le forze americane in Medio Oriente. L'intervento russo, 'certificato' da 3 diverse fonti interpellate dal quotidiano, dimostra che il conflitto è in rapida espansione, con il coinvolgimento di uno dei principali competitor nucleari degli Stati Uniti.
L'Iran avrebbe ricevuto informazioni relative a navi e aerei americani, una panoramica relativa ai principali asset a stelle e strisce. "Sembra davvero che si tratti di uno sforzo piuttosto completo", ha affermato una delle fonti citate dal quotidiano. La capacità dell'esercito iraniano di localizzare le forze statunitensi è diminuita a meno di una settimana dall'inizio dei combattimenti, hanno affermato le fonti. Il segretario alla Difesa, Pete Hegseth, in uno dei primi briefing ha escluso un ruolo della Russia nello scacchiere. Il quadro, in realtà, appare differente.
Due funzionari a conoscenza del sostegno della Russia all'Iran hanno detto che non sembra che la Cina aiuti la difesa dell'Iran, nonostante gli stretti legami tra i due paesi. Gli analisti hanno affermato che la condivisione di informazioni di intelligence si adatterebbe allo schema degli attacchi dell'Iran contro le forze statunitensi. "I russi sono più che consapevoli dell'assistenza che stiamo fornendo agli ucraini", ha affermato uno dei funzionari americani a conoscenza del sostegno di Mosca a Teheran. "Penso che siano molto contenti di cercare di ottenere una qualche rivincita", ha aggiunto.
L'Iran sta "effettuando rilevamenti molto precisi sui radar di allerta rapida o sui radar over-the-horizon", ha affermato Dara Massicot, esperta di esercito russo presso il Carnegie Endowment for International Peace. "Lo stanno facendo in modo molto mirato. Stanno puntando alle strutture di comando e controllo", ha aggiunto. Nicole Grajewski, che studia la cooperazione dell'Iran con la Russia presso il Belfer Center della Harvard Kennedy School, ha affermato che gli attacchi di rappresaglia iraniani sono stati caratterizzati da un elevato livello di "sofisticatezza", sia per quanto riguarda gli obiettivi presi di mira da Teheran, sia per la capacità iraniana, in alcuni casi, di sopraffare le difese degli Stati Uniti e degli alleati.
Il rapporto Mosca-Teheran è solido anche in questo momento. La Russia sta dialogando con la leadership iraniana e continuerà a farlo, ha spiegato nelle ultime ore il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov in un briefing con la stampa. ''Stiamo dialogando con i rappresentanti della leadership iraniana. E certamente continueremo questo dialogo", ha detto Peskov ai giornalisti. In precedenza il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha affermato che la Russia e la Cina stanno aiutando l'Iran politicamente e "in altri modi".
L'Iran, d'altra parte, ha sostenuto gli sforzi bellici della Russia nella guerra contro l'Ucraina, condividendo in particolare la tecnologia per produrre droni low cost ispirati allo Shahed, il velivolo che Teheran usa quotidianamente contro gli Usa. Ora, il conflitto in Medio Oriente diventa uno scenario che può consentire a Mosca di ottenere vantaggi diretti: aumentano le vendite di petrolio russo, mentre gli Stati Uniti e l'Occidente rischiano di allontanarsi dalla causa ucraina.

"È stato un dramma ma gli italiani sono stati informati, garantiti e protetti e, condizioni di sicurezza permettendo, aiutati nel ritorno a casa. Gli altri europei erano disperati". Così Giovanni Leonetti, chirurgo calabrese con base a Roma, in un'intervista all'Adnkronos racconta di come la vacanza a Dubai si sia trasformata in incubo tenendo a sottolineare l'eccellente assistenza ricevuta sul posto dagli italiani nel mezzo del conflitto con l'Iran dopo l'attacco di Usa e Israele.
Ero in vacanza a Dubai e il 28 avevo il volo di rientro da Abu Dhabi - racconta - ma alle 13 sentiamo un'esplosione molto forte lì vicino e da quel momento vengono bloccati tutti i voli". Da quel momento "è il panico e ai passeggeri vengono offerti i voucher per alloggiare negli hotel. Io ho preferito tornare a Dubai dove mi sono fermato 3 giorni. Quella permanenza è stata drammatica: botti continui per l'abbattimento dei droni, li vedevi volare nel cielo, la traiettoria era molto chiara, poi il boato e la nuvola dell'esplosione grazie all'intercettazione del sistema anti-drone degli Emirati".
Dal 3 marzo, prosegue il chirurgo, "tramite i social, sappiamo che resta aperta la strada per l'Oman, quindi ho prenotato un'auto con autista diretto a Muscat, oltre 7 ore di viaggio tra le quasi 5 ore di auto e 2 ore 30 di coda al valico di Atta. Giunto in aeroporto ho avuto un'assistenza eccezionale: ringrazio in particolare l'ambasciatore Pierluigi D'Elia, che con tutti diplomatici italiani e l'unità di crisi sul posto della Farnesina che dalle prime ore dell'alba del 3 marzo erano ad accoglierci in aeroporto. Ci hanno dato tutte le informazioni necessarie, ci hanno tranquillizzato e guidato nell'acquisto biglietti, cosa non banale in mezzo a un conflitto e al panico".
Inoltre l'ambasciata, riferisce, "con degli accordi con il governo omanita ha creato dei corridoi aerei dedicati agli italiani con la compagnia di bandiera, e l'unità di crisi ha funzionato benissimo, vera eccellenza italiana in questa organizzazione sotto il profilo umano e logistico". Non solo Muscat: "Stesso lavoro è stato fatto dall'ambasciatore Lorenzo Fanara ad Abu Dhabi che è stato punto di riferimento per gli italiani nel Paese e ha facilitato i rimpatri, non appena le condizioni di sicurezza lo hanno permesso", sottolinea ancora il medico calabrese. Il tutto per tutelare i 20mila residenti e circa 10mila turisti che si trovavano negli Emirati allo scoppio della guerra.
Ovviamente, spiega Leonetti, "nei rimpatri è stata data precedenza a disabili, anziani, minori, donne e famiglie con redditi più bassi, che non potevano permettersi i costi di una permanenza più lunga. Ho conosciuto molti spagnoli, francesi, greci e tedeschi totalmente lasciati a sbando che si affidavano ai nostri voli perché le loro ambasciate non avevano disposto piani di rimpatrio". "È stato un dramma ma gli italiani sono stati informati, garantiti e protetti e, condizioni di sicurezza permettendo, aiutati nel ritorno a casa. Gli altri europei - conclude - erano disperati". (di Luana Cimino)

"Il comparto della nautica vede nell’export la propria punta di diamante quindi i conflitti internazionali e questa instabilità globale che stiamo affrontando sono elementi di forte criticità. Il vantaggio è che i nostri cantieri esportano in tutto il mondo, non ci sono mercati prevalenti però da un lato dell’Atlantico abbiamo il problema dei dazi degli Stati Uniti che sono il nostro primo mercato di export, dall’altro questo nuovo conflitto in Medio Oriente. Il mercato del Golfo e delle aree dei Paesi intorno iniziava a dare qualche soddisfazione agli operatori, ma ora potrà rimanere bloccato per un determinato periodo". A dirlo Stefano Pagani Isnardi, direttore dell’Ufficio studi di Confindustria Nautica, intervenendo all’incontro organizzato a Milano, in cui sono stati presentati i rapporti 'La nautica in cifre Monitor – Trend di mercato 2025/2026', realizzato dall’Ufficio studi di Confindustria Nautica e Fondazione Edison, e 'Geografie della filiera nautica Italiana 2026', a cura di Fondazione Symbola, presentati oggi a Milano presso Palazzo Edison.
C’è, però, un lato positivo: "La capacità dei nostri imprenditori e delle nostre imprese di andare a trovare clientela in tutte le coste del mondo è molto forte. Noi, come produttori di gioielli della nautica, riusciamo davvero ad attrarre da tutto il mondo le persone che sono interessate ai nostri prodotti e che vogliono il made in Italy da vivere in mare".
L’incontro milanese è quindi importante "per capire quali siano i trend di mercato in corso. I nostri soci e le nostre aziende associate vogliono conoscere quale sia il contesto in cui operano per riuscire a fare investimenti e business plan, ma anche per far capire a tutte le istituzioni quale sia il valore e il peso del comparto e quali siano le eventuali criticità che dobbiamo affrontare".

Dai falsi miti sulle rinnovabili all'innovazione tecnologica nella filiera, dalla collaborazione euro-africana ai green job. Sono questi alcuni dei temi al centro di Key - The Energy Transition Expo, la manifestazione di Ieg (Italian Exhibition Group) di riferimento in Europa, Africa e bacino del Mediterraneo sulla transizione energetica, alla Fiera di Rimini dal 4 al 6 marzo.
Un’informazione poco accurata spesso alimenta uno scetticismo generale sul fatto che le rinnovabili possano svolgere un ruolo centrale nel mix elettrico nazionale, inducendo anche forti opposizioni sui territori alla realizzazione degli impianti. L’evento Good news, bad news, fake news: le rinnovabili tra narrativa e realtà, organizzato da Italy for Climate, il centro studi della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile, ha voluto interrompere questa narrazione attraverso un confronto aperto tra esperti del mondo dell’informazione e operatori del settore.
L’evento 'Energia e trasporti: gli scenari Iea tra innovazione tecnologica e sicurezza degli approvvigionamenti' a cura di Iea, Motus-E e Key, che si è svolto ieri, ha offerto un approfondimento sulle tecnologie che guideranno lo sviluppo del settore energetico e sull’impatto della nuova mobilità sulla domanda di energia globale, attraverso la presentazione, in esclusiva per l’Italia, di un estratto della nuova edizione del rapporto 'Energy Technology Perspectives'. Dal 2020 al 2025 le batterie hanno visto un calo dei costi del 35%, il fotovoltaico del 65% e l’eolico di oltre il 30%. Ciò ha favorito la diffusione delle tecnologie pulite, che oggi hanno un valore di mercato intorno a 1.000 miliardi di dollari, destinato a triplicare entro il 2035.
Responsabili politici africani ed europei, leader del settore, investitori, aziende di servizi pubblici e partner di sviluppo si sono ritrovati a Key nei due eventi 'Solar PV/Wind power and Battery Storage Systems: the key to energy self-sufficiency - Driving Africa’s Energy Transition' e 'Multiple financing instruments need to be scaled up to accelerate Africa’s energy future and to improve energy access' a cura della fondazione Res4Africa. Il primo evento ha sottolineato il ruolo crescente dei sistemi fotovoltaici, eolici e di accumulo a batteria nell'ampliare l'accesso all'elettricità in Africa, rafforzare la resilienza della rete e ridurre la dipendenza dalla generazione diesel. Il secondo evento si è concentrato sulla mobilitazione di capitali e sul potenziamento di strumenti di finanziamento innovativi a sostegno della diffusione dell'energia pulita in tutta l'Africa.
Infine, in un panorama lavorativo in cui la domanda di profili specializzati nei green jobs supera spesso l’offerta disponibile, si è tenuto a Key l’evento 'We want you! Le imprese si presentano al mondo del lavoro'. L’iniziativa ha offerto una fotografia dell’attuale mercato occupazionale legato alla sostenibilità. La sessione si è confermata un’occasione per accorciare le distanze tra domanda e offerta, posizionandosi come un punto di riferimento per studenti, giovani professionisti e talenti che desiderano orientare il proprio percorso di carriera verso i comparti più innovativi e sostenibili del futuro.

C'è un alert in Europa per la carenza di oltre 600 farmaci. A lanciarlo è un nuovo report curato dal Pharmaceutical Group of the European Union (Pgeu) e presentato al Parlamento europeo. Il lavoro di analisi è basato sui dati di 27 Paesi Ue e dell'Efta (European Free Trade Association). Dal rapporto emerge che "le carenze non sono più interruzioni episodiche, ma una caratteristica persistente del panorama farmaceutico europeo. Il 96% dei Paesi intervistati segnala carenze di medicinali e nel 70% la situazione è stagnante a un livello inaccettabilmente elevato. In oltre un terzo dei Paesi, oltre 600 medicinali sono attualmente carenti". Le carenze "colpiscono sempre più le terapie clinicamente critiche, tra cui farmaci cardiovascolari, antibiotici, trattamenti oncologici, insuline, agonisti del recettore del Glp-1 e farmaci per il sistema nervoso - si legge nel report pubblicato online - In diversi Stati una percentuale significativa delle carenze riguarda farmaci elencati come critici a livello Ue o nazionale, a dimostrazione del fatto che i farmaci critici non sono protetti dall'instabilità dell'approvvigionamento".
"L'impatto sui pazienti è significativo - secondo gli esperti - Tutti gli Stati membri dell'Ue che hanno risposto segnalano problemi e disagi per i pazienti, e quasi 9 su 10 segnalano interruzioni del trattamento. Per la prima volta la riduzione della fiducia dei pazienti emerge come la conseguenza più frequente delle carenze segnalate dai farmacisti, indicando un'erosione della fiducia nei farmaci e nel sistema sanitario stesso. Inoltre, i Paesi segnalano trattamenti non ottimali, aumento dei co-pagamenti, errori terapeutici legati al passaggio da un farmaco all'altro e, in alcuni casi, eventi avversi".
Secondo il presidente del Pgeu, Mikołaj Konstanty, "le carenze di medicinali si sono stabilizzate, ma a un livello inaccettabilmente elevato. Non si tratta più di episodi isolati; rappresentano una pressione cronica per pazienti, farmacisti e sistemi sanitari. I farmacisti di comunità garantiscono la continuità delle cure ogni giorno, ma la resilienza non può basarsi sulla capacità dei professionisti in prima linea di assorbire le carenze sistemiche. Dobbiamo rafforzare la sicurezza degli approvvigionamenti, migliorare la capacità predittiva e fornire ai farmacisti gli strumenti legali e operativi per agire rapidamente e in sicurezza", ha esortato.
"Sebbene siano visibili alcuni miglioramenti nella governance (l'81% dei Paesi ha ora una definizione di carenza e il 74% dispone di sistemi di segnalazione accessibili ai farmacisti) - chiarisce il rapporto - permangono lacune significative. I sistemi predittivi e di allerta precoce sono disomogenei o in fase di sviluppo in molti Stati membri, la segnalazione da parte dei farmacisti non è sempre possibile e raramente è integrata digitalmente, e la flessibilità giuridica per gestire le carenze varia notevolmente da Paese a Paese. Solo il 15% dei Paesi intervistati consente ai farmacisti di ricorrere a terapie sostitutive, limitando la loro capacità di garantire la continuità delle cure quando le alternative sono clinicamente appropriate".
Per affrontare la crescente e sistemica natura delle carenze di medicinali, il Pgeu chiede: "Il rafforzamento del coordinamento e della resilienza dell'approvvigionamento a livello Ue; sistemi di monitoraggio predittivi e interoperabili; il conferimento di poteri giuridici ai farmacisti, ovvero ampliare e armonizzare i quadri di sostituzione secondo protocolli definiti, consentire risposte rapide e incentrate sul paziente durante le carenze; la tutela della fiducia dei pazienti e della sostenibilità delle farmacie, quindi riconoscere e compensare le farmacie per il tempo investito nella gestione delle carenze, ed evitare ulteriori oneri finanziari per i pazienti derivanti da sostituzioni dovute alla carenza".

In 10 anni, in Italia, gli uomini vivi dopo la diagnosi di tumore della prostata sono aumentati del 55%. Erano 217.000 nel 2014, sono diventati 485.000 nel 2024. Inoltre, nel 2026 (rispetto al periodo 2020-2021) è stimata una riduzione della mortalità del 7,4% per questa neoplasia. Progressi importanti che hanno reso il tumore della prostata una patologia caratterizzata da una sopravvivenza progressivamente più lunga fino alla cronicizzazione, grazie a terapie innovative e a cure sempre più efficaci. Serve però più attenzione alla qualità di vita, che oggi è ancora considerata in modo non sistematico e troppo spesso in una fase tardiva del processo decisionale, quando le principali scelte terapeutiche sono già state orientate dai parametri di efficacia oncologica tradizionali. La qualità di vita, invece, deve essere riconosciuta come endpoint primario e criterio guida nella valutazione delle terapie innovative e nella progettazione dei percorsi di cura.
E' quanto evidenziato in un documento firmato dal gruppo di lavoro costituito da Orazio Caffo (direttore Oncologia ospedale Santa Chiara di Trento), Nicola Calvani (oncologo medico, ospedale Perrino di Brindisi), Marco Maruzzo (direttore Uoc Oncologia 3 Istituto oncologico veneto di Padova), Giuseppe Procopio (direttore Programma Prostata e Oncologia medica genitourinaria, Irccs Fondazione Istituto nazionale tumori di Milano), Daniele Santini (direttore Uoc Oncologia Policlinico Umberto I e professore all’università degli Studi di Roma 'La Sapienza') ed Elisa Zanardi (oncologa medica, Irccs ospedale policlinico San Martino di Genova). Il documento, realizzato con il contributo non condizionante di Bayer, fa parte del progetto di Fondazione Aiom sulla qualità di vita nel paziente con carcinoma della prostata.
Ogni anno, in Italia - ricorda Fondazione Aiom in una nota - si stimano oltre 40.000 nuove diagnosi di tumore della prostata, il più frequente negli uomini nel nostro Paese. La sopravvivenza a 5 anni raggiunge il 91%. "Le nuove terapie ormonali di generazione avanzata, i radiofarmaci, i Parp-inibitori nei sottogruppi selezionati e l'evoluzione delle sequenze terapeutiche hanno trasformato il percorso di cura in un modello di gestione prolungata della malattia - spiegano gli esperti nel documento - In questo scenario, la qualità di vita non può più essere considerata un obiettivo accessorio, ma deve diventare un parametro strutturale della valutazione clinica e organizzativa. Pur essendo riconosciuta come centrale, la qualità di vita non è ancora pienamente integrata nei processi decisionali, nei modelli organizzativi e nei criteri di valutazione dell'innovazione terapeutica".
"Persistono inoltre differenze significative tra la qualità di vita misurata negli studi clinici e quella percepita nella pratica reale - sottolineano gli specialisti - Gli strumenti di misurazione dei Patient-reported uutcomes, cioè gli esiti di salute valutati direttamente dal paziente e basati sulla sua percezione della malattia e del trattamento, sono disponibili e validati, ma il loro utilizzo nella pratica reale è disomogeneo e presenta limiti applicativi, soprattutto nelle popolazioni anziane e fragili, che rappresentano una quota rilevante dei pazienti con carcinoma della prostata. La raccolta e la pubblicazione dei dati di qualità di vita negli studi clinici non sono sempre tempestive e la trasferibilità nel contesto reale risulta spesso limitata. A questo si aggiunge una discrepanza documentata tra la percezione del clinico e quella del paziente. Il valore attribuito a un beneficio di sopravvivenza o, al contrario, il peso di una tossicità cronica di basso grado, ma persistente varia in funzione dell'età, delle aspettative individuali, del contesto sociale. Ne deriva la necessità di integrare in modo strutturato il punto di vista del paziente nelle decisioni terapeutiche".
"Incidono inoltre sulla qualità di vita fattori spesso sottovalutati - continuano gli esperti nel documento - come la polifarmacoterapia e le interazioni farmacologiche, che richiedono maggiore attenzione alla riconciliazione terapeutica, la tossicità finanziaria legata ai costi diretti e indiretti delle cure e il carico psicologico associato al follow-up. Anche i bisogni psicologici, riabilitativi, informativi e sociali risultano ancora sottostimati. Le terapie, in particolare la deprivazione androgenica, possono avere effetti rilevanti su umore, immagine corporea, sonno e vita relazionale. I servizi di supporto psiconcologico e di riabilitazione non sono ancora adeguatamente diffusi rispetto ai bisogni reali".
Il tumore della prostata rappresenta un ottimo esempio dei vantaggi che si possono ottenere dalla gestione multidisciplinare. "Il lavoro integrato tra oncologo, urologo, radioterapista e altri specialisti consente una scelta terapeutica più appropriata e una gestione più precoce e coordinata delle tossicità, con effetti diretti sulla continuità delle cure e sulla qualità di vita - affermano gli esperti del panel - Tuttavia, la multidisciplinarietà efficace richiede modelli organizzativi strutturati, team realmente dedicati e percorsi formalizzati. Le Prostate Cancer Unit e i Pdta rappresentano modelli promettenti, ma la loro applicazione è ancora disomogenea e spesso non accompagnata da standard condivisi di comunicazione e presa in carico globale".
Per gli esperti "i criteri di valutazione e rimborso dell'innovazione dovrebbero includere in modo esplicito gli esiti di qualità di vita. Per questo - conclude il documento - è necessario integrare in modo sistematico la misurazione dei Patient-reported outcomes nella pratica clinica, adattando gli strumenti ai contesti reali e alle popolazioni anziane, e garantire report più tempestivi dei dati di qualità di vita negli studi clinici. Occorre rafforzare i modelli multidisciplinari strutturati, sostenere le Prostate Cancer Unit e rendere i Pdta strumenti comunicativi, oltre che clinici. Deve essere promosso il modello di decisione condivisa, valorizzando le preferenze individuali e personalizzando intensità e durata dei trattamenti, includendo, quando appropriato, strategie di de-intensificazione. E' inoltre prioritario potenziare i servizi di supporto psicologico e sociale".

Tra i sei e i dieci milioni. Tanti si stima siano i curdi in Iran, Paese con oltre 90 milioni di abitanti in cui le 'regioni curde' hanno a lungo spinto per maggiore autonomia e indipendenza e più diritti, mentre Amnesty International e altre organizzazioni per i diritti umani hanno denunciato abusi diffusi dei diritti umani contro la minoranza curda nella Repubblica islamica. Era nata in una famiglia curda Mahsa Amini, morta nel 2022 a 22 anni dopo essere stata fermata a Teheran con l'accusa di non indossare correttamente il velo. La sua storia ha tristemente fatto il giro del mondo e innescato un movimento di protesta senza confini.
Gruppo etnico senza uno stato indipendente, si ritiene i curdi siano tra i 25 e i 45 milioni di persone in tutto. Vivono per lo più nelle regioni montuose dell'Iran occidentale, della Turchia orientale, nel nord di Iraq e Siria e anche in Armenia. Molti curdi, evidenziano i media americani, sono sunniti. A unire la maggior parte di loro è la battaglia per più diritti, libertà e autonomia.
Quella della collaborazione degli Stati Uniti con le forze curde è una lunga storia, che ritorna, almeno negli scenari ipotizzati dopo l'avvio, sabato scorso, delle operazioni di Usa e Israele contro l'Iran. I curdi hanno combattuto a livello politico, ma anche 'sul campo' - spesso, come ha sintetizzato il Washington Post, con il sostegno Usa quando c'era coincidenza d'interessi[1] - contro l'emarginazione e per il diritto all'autodeterminazione. E spesso si sono sentiti abbandonati dagli Usa, come quando l'interlocutore di Donald Trump è diventato Ahmed al-Sharaa, nuovo leader della Siria con un passato da jihadista, mentre per anni gli Stati Uniti avevano guardato alle Forze democratiche della Siria (Fds), a guida curda, che sono state cruciali nella battaglia contro l'Isis nel Paese arabo all'epoca di Bashar al-Assad. In Siria i curdi sono circa il 10% della popolazione di 25 milioni di persone. E se durante la guerra civile degli anni passati dalla Turchia, dall'Iraq e dall'Iran arrivarono curdi in Siria per combattere al fianco della minoranza siriana, oggi - è l'analisi del New York Times - non è chiaro fino a che punto una rivolta armata nella regione curda dell'Iran possa 'conquistare' gli altri curdi nella regione.
Teheran minaccia di attaccare "tutte le strutture" della regione del Kurdistan iracheno se venisse consentito il passaggio di militanti per farli entrare in Iran. E' nel Kurdistan iracheno che hanno sede alcuni gruppi armati curdi iraniani, ricordano i media americani secondo cui operazioni di Usa e Israele contro l'Iran hanno colpito anche obiettivi lungo il confine tra Iran e Iraq. E, proseguono le ricostruzioni, attacchi lanciati sia dall'Iran che dai proxy hanno preso di mira Erbil, una base Usa nel Kurdistan iracheno, l'aeroporto internazionale nella regione, strutture usate da combattenti curdi iraniani. E' in questo contesto che si continua a parlare di possibile incursione dei curdi mentre l'escalation non si ferma. Ieri il presidente iraniano, Masoud Pezeshkian, ha minacciato una risposta "decisa" contro eventuali rivolte dei separatisti curdi.
Il Post ha evidenziato come in passato i principali gruppi dell'opposizione iraniana siano stati spesso divisi e come tra i gruppi curdi iraniani si ritiene sia significativamente armato solo il Partito della vita libera in Kurdistan (Pjak), per lo più grazie ai rapporti con il Pkk nel sudest della Turchia e nel nord di Iraq e Siria. Il più antico partito di opposizione curdo iraniano è invece il Partito democratico del Kurdistan iraniano (Pdki), guidato da Mustafa Hijiri.
In Iraq, secondo i dati riportati dalla Cnn, i curdi rappresentano tra il 15 e il 20% della popolazione e vivono per lo più nella regione semiautonoma del Kurdistan, amministrata dal Governo regionale del Kurdistan, con capitale Erbil. A livello politico nel Kurdistan iracheno, una delle principali forze è l'Unione patriottica del Kurdistan (Puk), con a capo Bafel Talabani. L'altra è il Partito democratico del Kurdistan di Masoud Barzani. E' dell'estate scorsa la notizia di un accordo firmato tra Iran e Iraq per "rafforzare la cooperazione ai confini". "La regione del Kurdistan, come sempre, deve rimare un fattore chiave per pace e stabilità e non deve diventare parte di alcun conflitto o escalation militare che metta in pericolo la vita e la sicurezza dei suoi cittadini", ha ieri affermato Nechirvan Barzani, presidente del Kurdistan iracheno. E, almeno tra alcuni, aumentano i timori per le ripercussioni dell'eventuale uso di questa regione scome base di partenza per milizie curde iraniane.

Anche quest’anno Gemmo partecipa a Key - The Energy Transition Expo, la manifestazione di riferimento in Italia e nel bacino del Mediterraneo dedicata a tecnologie, soluzioni e servizi per la transizione energetica (Rimini, 4-6 marzo). La partecipazione a Key rappresenta per Gemmo un’importante occasione di confronto con partner e stakeholder del settore, nonché un momento strategico per presentare le proprie competenze e le soluzioni sviluppate a supporto della transizione energetica e dell’innovazione delle infrastrutture.
Fondata nel 1919 ad Arcugnano (Vicenza), Gemmo è attiva in Italia nella realizzazione e gestione di impianti tecnologici complessi per infrastrutture strategiche pubbliche e private. Fornisce servizi di facility management, realizza interventi di efficientamento energetico e di gestione dell’energia.
A Key-The Energy Transition Expo, Gemmo porta il proprio know-how nella realizzazione e gestione di impianti per sanità e ospedali, per le infrastrutture - come aeroporti, porti, strade, tunnel e stazioni ferroviarie - per il patrimonio artistico e culturale, per gli edifici direzionali e commerciali, per la mobilità e il fotovoltaico. L’azienda vicentina, inoltre, è protagonista della realizzazione degli interventi previsti nell’ambito del Pnrr.
“Rispetto al panorama industriale italiano Gemmo rappresenta l'unica azienda che incarna un abilitatore tecnologico a 360 gradi: l’azienda realizza infrastrutture tecnologiche e le gestisce dal punto di vista manutentivo ed energetico. Questo ci permette di abbracciare tutte le dinamiche nella gestione di infrastrutture e di edifici e grazie alle certificazioni ottenute e al know how in questi settori, rappresentiamo un unicum all'interno del panorama italiano”, spiega Alessio Zanetti, direttore generale di Gemmo Spa.
“Siamo un’ azienda italiana che ormai da oltre cento anni svolge il proprio business nell'ambito delle costruzioni tecnologiche, delle manutenzioni e della gestione energia. Copriamo interamente l'infrastruttura energetica e le costruzioni strategiche italiane, come ad esempio la costruzione, la manutenzione e la gestione energetica di infrastrutture stradali - spiega - Uno dei progetti che stiamo portando avanti è il monitoraggio a livello della sicurezza dei ponti con sensoristica IoT per conto di Anas”.
Inoltre Gemmo è impegnata in “diverse realizzazioni nell'ambito ospedaliero, anche Pnrr. In questo momento ci stiamo concentrando su tantissime realizzazioni, cercando di traguardare al meglio tutti i risultati richiesti dall'Europa, per quello che riguarda l’ospedaliero, il mondo scolastico, quello museale. Ambiti in cui Gemmo è da sempre presente. Speriamo di dare il nostro contributo alla crescita e alla sostenibilità di tutto il Paese".

Il raid dello scorso 28 febbraio contro la scuola elementare femminile di Minab, nel sud dell'Iran, che ha provocato la morte di oltre 170 persone, potrebbe essere stato eseguito dalle forze statunitensi. E' quanto ipotizza il New York Times, basandosi sull'analisi di immagini satellitari, video verificati e post sui social media, secondo cui l'attacco sarebbe avvenuto negli stessi momenti in cui erano in corso operazioni contro una vicina base navale dei Pasdaran, nei pressi dello Stretto di Hormuz.
Finora né gli Stati Uniti né Israele si sono assunti la responsabilità di quello che finora è il più grave episodio noto di vittime civili dall'inizio dei raid sulla Repubblica islamica. Ma secondo il quotidiano Usa, le dichiarazioni ufficiali secondo cui le forze Usa stavano attaccando obiettivi navali nell'area dello Stretto suggeriscono che potrebbero essere state proprio le forze americane a condurre il raid sull'edificio della scuola 'Shajarah Tayyebeh', a poche decine di metri da una base militare.
La Casa Bianca ha rinviato alle dichiarazioni della portavoce Karoline Leavitt, che nei giorni scorsi in conferenza stampa, alla domanda se fossero stati gli Usa a colpire la scuola, facendo una strage di bambine, ha risposto: "No, da quello che sappiamo", aggiungendo che "il Dipartimento della Guerra sta indagando sulla questione".
Nei giorni successivi all’attacco, funzionari statunitensi non hanno né confermato né smentito un coinvolgimento diretto. Il segretario alla Difesa, Pete Hegseth, ha ribadito mercoledì che è in corso un'indagine. Un portavoce militare israeliano, Nadav Shoshani, ha invece affermato domenica di non essere a conoscenza "al momento" di operazioni militari israeliane in quell'area quando è stata colpita la scuola.
Ricostruire con precisione quanto accaduto, fa notare il Nyt, è difficile anche per l'assenza di frammenti visibili di missili sul luogo dell'attacco e dell'impossibilità per giornalisti indipendenti di raggiungere l'area colpita.

La Volata di Passo San Pellegrino battezza la prima, grande vittoria per la trentina Laura Pirovano in Coppa del mondo di sci. Dopo 29 piazzamenti fra le top 10 (di cui 11 fra le top 5) e nessun podio, arriva per la 28enne finanziera di Spiazzo, la giornata più bella. E questa volta i centesimi sono dalla sua parte, grazie al tempo di 1’21″40, che significa un solo centesimo meglio della tedesca Emma Aicher, mentre sono 29 i centesimi di vantaggio sulla terza classificata, l’americana Breezy Johnson.
Un tabù finalmente sfatato, scrive la Fisi, sulla pista di casa, ottimamente preparata dagli organizzatori e che oggi metteva in scena il recupero della discesa cancellata a Crans Montana, per poi proporre un’altra discesa e un superG nel week-end. Pirovano è stata davvero efficace in ogni tratto della pista, recuperando il piccolo gap lasciato nella parte alta, quella del lancio. E con questa vittoria Pirovano recupera anche due posizioni nella classifica di specialità salendo al terzo posto con 336 punti, a 64 lunghezze da Lindsey Vonn -fuori dai giochi per l'infortunio- e a 50 dalla Aicher, seconda. Scende invece al settimo posto Goggia con 254 punti.
Decimo posto per Elena Curtoni a 73 centesimi dalla compagna di squadra, mentre è 17/a a 90 centesimi Sofia Goggia, oggi non a proprio agio sulla neve della pista fassana, preceduta da Nadia Delago al 16/o posto e da Roberta Melesi al 15/o. E’ 19/a Nicol Delago.
“Sono al settimo cielo, perché mi sono sentita sciare davvero bene ed ero in piena fiducia. Devo ancora realizzare quello che ho fatto. Aspetterò l’ultima atleta con le mani che tremano". Lo dice Laura Pirovano, oggi prima nella discesa della Val di Fassa. "Vinco per un centesimo e mi dispiace, ma tante volte è andata male a me e oggi voglio godermela. Era tanto tempo che ero consapevole di gareggiare bene. Non so dire cosa sia cambiato oggi, o perché non era mai successo prima. Probabilmente, è girato tutto per il verso giusto oggi. Ho ricevuto tanto affetto sia dalle mie compagne di squadra, ma anche dalle altre atlete della Coppa del mondo. Ci vediamo sempre, ci conosciamo ed è bello condividere con loro. Oggi è tutto magnifico”.

Gli stranieri in Italia rappresentano il 9% circa della popolazione residente, i cittadini di religione islamica il 5% e quelli di origine africana il 2% ma solo una parte degli italiani fornisce una valutazione corretta della presenza reale mentre la maggioranza degli italiani pensa siano molti di più. E' quanto emerge dall’indagine realizzata dall’Eurispes 'Immigrazione in Italia: tra opinione e realtà'. A fronte di una presenza reale di cittadini stranieri pari a circa il 9% della popolazione residente, solo quattro intervistati su dieci (40,2%) forniscono una stima corretta. La maggioranza (complessivamente il 51,4%) tende invece a sovrastimare la consistenza del fenomeno: oltre un terzo del campione (34,8%) ritiene che gli stranieri rappresentino il oltre un quinto della popolazione, mentre il 16,4% arriva ad affermare che ci sia uno straniero ogni tre residenti.
La distorsione percettiva aumenta ulteriormente quando l’attenzione si concentra su specifici gruppi. I cittadini di religione islamica, che rappresentano circa il 5% della popolazione residente, vengono riconosciuti correttamente solo dal 39,7% degli italiani interpellati. La maggioranza colloca invece la loro presenza su livelli superiori: il 25,9% indica il 10%, il 24,5% il 16% e quasi un decimo del campione (9,9%) arriva a stimare i residenti islamici con una quota superiore al 25%. Ancora più marcata la percezione della presenza dei cittadini di origine africana. A fronte di una quota reale pari al 2%, solo il 23,8% dei cittadini individua correttamente il dato. La maggioranza colloca invece la presenza africana su valori molto più alti: il 30,3% la stima al 9%, il 26,2% al 5%. Quasi 2 intervistati su 10 infine pensano che gli africani rappresentino il 19% della popolazione.
Per quanto riguarda le aree di provenienza, l’immigrazione viene rappresentata prevalentemente come un fenomeno di origine africana. L’Africa del Nord è indicata come principale area di provenienza dal 28,4% degli intervistati, seguita dall’Africa sub-sahariana (18,7%). L’Europa dell’Est, che costituisce in realtà una delle principali aree di origine dei flussi migratori verso l’Italia, è indicata solo dal 18% del campione, risultando sistematicamente sottostimata.
L’analisi delle paure sociali colloca l’immigrazione in un quadro più ampio di criticità percepite. I principali fattori di rischio per la vita quotidiana personale e familiare sono individuati nell’incompetenza politica (89,8%) e nella corruzione (88,4%), seguiti dalle organizzazioni mafiose (82,2%) e dalle emergenze ambientali, come l’inquinamento dell’aria (76,1%) e la crisi dell’acqua (72%). La presenza degli immigrati, pur non figurando tra i primi fattori di rischio, viene comunque percepita come pericolosa da oltre la metà del campione (57,8%), insieme alla presenza degli islamici (55%) e al ruolo dei cinesi nell’economia italiana (55%).
L’atteggiamento degli italiani nei confronti degli immigrati è prevalentemente orientato alla solidarietà (23,7%), seguono la diffidenza (17,9%) e l’indifferenza (11,7%). Compassione e fastidio sono sentimenti indicati nel 9,7% dei casi, mentre il timore si attesta all’8,6% seguito da ostilità (5,1%) e simpatia (5%).''Dipende con chi ci si confronta - sottolinea Eurispes - A volte anche la nazionalità di provenienza è una discriminante nelle interazioni con gli stranieri''.
Alla domanda relativa alla definizione dei rapporti con gli immigrati, la quota più elevata di cittadini (30,1%) afferma che tali rapporti dipendono dalle persone con le quali si instaurano. Seguono coloro che dichiarano di intrattenere rapporti neutri (19,4%) e quelli che li definiscono positivi (17,4%). Quote più contenute riguardano i rapporti negativi (12,1%) e la valutazione in base alla nazionalità (10,8%). Infine, una percentuale pari al 10,2% dichiara di non avere alcun rapporto con gli immigrati. Oltre la metà degli italiani (57%) descrive come conoscenza cordiale il proprio rapporto personale con immigrati. Ma quattro italiani su dieci (42,9%) non hanno alcun tipo di rapporto.
Quando si va a indagare sulla natura dei rapporti personali con residenti stranieri, la forma più frequentemente dichiarata è la conoscenza cordiale (tra vicini, colleghi, compagni di studi, ecc.), indicata come esperienza vissuta in più di un caso dal 39,6% degli interpellati e in un solo caso dal 17,5%. Una quota pari al 42,9% non ha mai avuto alcun tipo di rapporto. L’amicizia con residenti stranieri è segnalata da una percentuale del 31,2% come esperienza ricorrente e dal 19,2% come caso singolo. Il 49,5% non riporta rapporti di questa natura. Infine, la quota più elevata, pari al 90,1%, afferma di non aver mai avuto legami sentimentali con persone di origine straniera.
Un italiano su quattro non affitterebbe un appartamento o una stanza a persone immigrate. Più della metà deciderebbe in base a chi ne fa richiesta. Per la maggioranza degli italiani (54,3%) la decisione di affittare un appartamento o una stanza a immigrati dipenderebbe dalle persone. Uno su quattro (24,8%) non affitterebbe, mentre il 20,9% non avrebbe alcun problema ad avere locatari stranieri.
Una quota pari al 17,5% degli italiani dichiara di aver avuto personalmente problemi con persone immigrate una sola volta, mentre il 17,2% riferisce esperienze di problematicità in più di un’occasione (complessivamente 34,7%). Il valore più alto di soggetti con esperienze problematiche si registra tra i 25 ed i 34 anni (il 40,7% riferisce di aver avuto problemi una o più volte). È poi il Nord-Ovest l’area geografica nella quale i cittadini riferiscono di avere avuto problemi con immigrati (39%).
Episodi di insistenza molesta (56,8%) e fastidio dovuto a schiamazzi (45,8%), ma anche furti o tentativi di furto (42,1%) ed episodi di offesa o minaccia (40,8%) sono le circostanze segnalate maggiormente da quanti dichiarano di aver avuto problemi con immigrati. Un conflitto diretto, come un litigio, è indicato nel 38,9% dei casi, mentre il 27,6% segnala il mancato rispetto delle regole condominiali e il 23,1% danneggiamenti a beni personali o spazi comuni. Un quinto di chi ha avuto problemi con persone immigrate fa riferimento ad aggressioni fisiche (19,3%). Più contenuta la percentuale relativa ai comportamenti non corretti in àmbito lavorativo (14,2%).

UniCredit e Confcommercio hanno rinnovato l’intesa siglata nel 2024 con l’obiettivo - si legge in una nota - "di sostenere le imprese associate, affiancandole nella realizzazione dei loro investimenti e nei percorsi di crescita". In particolare, l’accordo prevede interventi volti a facilitare l’accesso al credito attraverso un’ampia gamma di strumenti di finanziamento pensati per rispondere alle esigenze operative delle imprese, tra cui prestiti a medio-lungo termine, finanziamenti per investimenti immobiliari o per l’acquisto di beni strumentali: è quanto si legge in una nota congiunta.
Per quanto riguarda la gestione dei flussi finanziari, l’accordo prevede soluzioni integrate per i pagamenti digitali e strumenti dedicati alla gestione dei flussi di cassa e delle transazioni finanziarie. Una particolare attenzione viene riservata ai temi ESG con soluzioni su misura per investimenti sostenibili per l’efficienza energetica, la riduzione delle emissioni di CO₂, e servizi orientati a una transizione verso modelli di business più sostenibili.
UniCredit, inoltre, attraverso la propria Banking Academy, metterà a disposizione corsi di formazione gratuiti che possono aiutare le imprese del terziario ad accrescere la cultura su tematiche bancarie e finanziarie e della sostenibilità.
“Il rinnovo dell’accordo con UniCredit - dichiara Enrico Postacchini, Componente di Giunta di Confcommercio con incarico per commercio e rigenerazione urbana - rappresenta un ulteriore passo nel percorso che Confcommercio porta avanti per affiancare le imprese associate con strumenti coerenti con l’evoluzione del mercato. L’intesa valorizza una collaborazione consolidata e amplia le opportunità a disposizione delle aziende del terziario, rafforzando il ruolo del Sistema nel sostenere la competitività delle imprese e la vitalità economica delle città”.
”L’accordo con Confcommercio conferma quanto per noi sia strategico collaborare con le associazioni di categoria perché solo attraverso l’ascolto attento dei nostri clienti possiamo fornire risposte concrete alle loro esigenze - dichiara Annalisa Areni, Head of Client Strategies di UniCredit Italia. Vogliamo essere partner di fiducia per le imprese, offrendo loro un’ampia gamma di soluzioni dedicate a ogni tipo di necessità, in particolare sui sistemi di pagamento, agevolandole nella gestione quotidiana dei flussi di cassa e delle transazioni”.

La recente bocciatura della proposta di congedo parentale paritario in Italia rappresenta una nuova occasione mancata per promuovere una più equilibrata distribuzione delle responsabilità di cura, oggi ancora prevalentemente a carico delle donne.
Senza strumenti strutturali che favoriscano una reale condivisione della genitorialità, il rischio è quello di rallentare il percorso verso una parità professionale effettiva, con impatti diretti su carriera, retribuzione e crescita delle donne nel mondo del lavoro. I professionisti di oggi e, soprattutto, i talenti del futuro guardano al mondo delle imprese ponendo aspettative in queste direzioni a cui nessuna impresa può sottrarsi.
Le evidenze confermano con chiarezza come strumenti concreti di genitorialità condivisa non siano solo misure simboliche, ma leve efficaci di equità professionale e sociale. Infatti, lo studio promosso nel 2024 dal think tank Tortuga – a cui Haleon ha contribuito – su oltre 1.600 dipendenti in 22 aziende italiane, ha mostrato che nelle realtà dove il congedo di paternità è più esteso rispetto agli standard normativi: il 71% dei padri ne usufruisce; il 96% dichiara un rafforzamento del legame con i figli; il 65% rileva un miglioramento nella divisione del lavoro domestico; il 95% segnala una maggiore serenità della partner nel periodo post-nascita.
In questo contesto, Haleon, azienda leader nel consumer healthcare, prende posizione in modo costruttivo: la parità non può restare un principio astratto, ma deve tradursi in strumenti concreti, misurabili e accessibili. Il recente ottenimento della Certificazione per la Parità di Genere (UNI/PdR 125:2022), rilasciata da DNV con un punteggio di 89/100, rappresenta il riconoscimento di un percorso strutturato che integra policy interne avanzate e un dialogo responsabile con le istituzioni. “Crediamo che la parità si costruisca con strumenti concreti che contribuiscano in modo reale a una più equilibrata distribuzione delle responsabilità di cura e creino le condizioni per una effettiva parità professionale. In attesa di un’evoluzione normativa che rafforzi questi strumenti a livello sistemico, le aziende possono e devono fare la propria parte in modo responsabile", dichiara Federica Fiore, hr lead di Haleon Italia. “In questo senso, la Certificazione per la Parità di Genere rappresenta la cornice strutturata entro cui si inseriscono le nostre iniziative: non azioni episodiche, ma un percorso misurabile, continuativo e verificabile nel tempo.”, conclude.
Al centro del modello Haleon vi sono strumenti pensati per supportare le persone nei diversi momenti della vita: Fully Equal Parental Leave, congedo parentale retribuito di oltre 6 mesi (26 settimane) accessibile a tutti i dipendenti dopo l'arrivo di un bambino, indipendentemente da genere, orientamento affettivo o tipologia di genitorialità (naturale, adottiva, affidataria), senza vincoli legati a matrimonio o unione civile; Maternity Journey: percorso strutturato che accompagna le future mamme prima, durante e dopo il congedo, con supporto psicologico, fisico e di mentoring; Caregiver Leave Policy, fino a 4 settimane di congedo retribuito per assistere familiari in gravi condizioni di salute, senza impatti su retribuzione o benefit; Paternity Journey, in continuità con il percorso dedicato alle madri, nel 2026, sarà lanciato un programma per accompagnare e supportare i padri nella loro esperienza di genitorialità.
La parità in Haleon Italia è un dato strutturale: le donne rappresentano il 64% della popolazione aziendale; il 69% del senior management è composto da donne. La cultura dell'inclusione è promossa anche attraverso gli Employee Resource Group (ERG), come Women @ Haleon e Inclusion @ Haleon, che lavorano per valorizzare la rappresentanza femminile e contrastare ogni forma di discriminazione. La Certificazione per la Parità di Genere non è quindi un punto di arrivo, ma la conferma di un modello che unisce policy interne avanzate, leadership inclusiva e contributo responsabile al dibattito pubblico.

L’89% degli intervistati definisce il settore delle rinnovabili un ambiente inclusivo in cui le donne si sentono rispettate, ascoltate e valorizzate.
Questo elemento estremamente positivo si accompagna però a elementi di criticità rispetto a una minore rappresentanza delle donne nel settore e a elementi di disparità percepita. È quanto emerge dall’indagine su circa 600 aziende del settore delle rinnovabili e del fotovoltaico, realizzata da Italia solare e Key - The Energy Transition Expo con il supporto di Excellera Intelligence, che analizza la presenza femminile e le dinamiche di inclusività nel comparto.
Secondo i partecipanti all’indagine, le donne rappresentano il 35% dei dipendenti del comparto. Poco più di una donna su quattro (28%) opera nell’area tecnica, mentre il 72% è impiegato in altre funzioni aziendali, con una maggiore presenza nell’area Amministrazione (27%).
Sul fronte delle posizioni apicali, il report evidenzia una presenza femminile ancora contenuta seppur in linea con i trend di altri settori: il 67% delle aziende ha almeno una donna in posizioni di vertice, mentre il 33% non ne ha nessuna. Se il dato a livello aggregato è positivo, nel momento in cui ci si concentra sulla leadership femminile la quota si assottiglia decisamente: solo 1 azienda su 10 dichiara di avere una donna come ad, dg o amministratrice unica, mentre il 4% segnala una presenza femminile nei ruoli di presidente o vicepresidente.
L’89% degli intervistati pensa che nella propria azienda ci sia un clima inclusivo e rispettoso dell’universo femminile. Questo elemento è molto positivo per il settore e ha un portato positivo anche in termini di attrattività di talenti per le aziende che lo rappresentano. Questo dato però non equivale a dire che non esistano criticità, quasi una donna su due (48%) afferma di aver assistito nel suo percorso professionale a episodi riconducibili a disparità di genere. Gli episodi si verificano sia all’interno delle aziende sia durante eventi pubblici o incontri di lavoro.
Gli episodi riportati riguardano principalmente delegittimazione tecnica e professionale, utilizzo di linguaggio non inclusivo, differenze nell’attribuzione di responsabilità e nei trattamenti economici. L’indagine evidenzia inoltre una significativa differenza di percezione tra uomini e donne rispetto alle opportunità professionali nel settore. Tra gli uomini intervistati, circa due terzi (67%) ritengono che esistano pari opportunità di carriera tra i generi, mentre questa convinzione è condivisa solo dal 41% delle donne. Il divario percettivo risulta ancora più marcato sul tema della parità retributiva: il 65% degli uomini considera equilibrate le retribuzioni tra uomini e donne, a fronte del 28% delle lavoratrici che esprime la stessa valutazione.
Sul fronte degli strumenti organizzativi, il settore mostra una diffusione significativa di politiche a supporto dell’equilibrio tra vita professionale e personale: il 78% degli intervistati dichiara infatti che nella propria azienda sono attive misure di flessibilità e conciliazione vita-lavoro. Accanto a questo dato positivo emerge tuttavia un elemento di attenzione: circa una donna su cinque (21%) ritiene che l’utilizzo di tali strumenti possa comportare possibili ripercussioni sul percorso professionale, segnalando la persistenza di timori legati a potenziali penalizzazioni di carriera.
“Il comparto energetico, e con questo anche il mondo delle rinnovabili e del fotovoltaico, è storicamente rappresentato da una forte presenza maschile. Negli anni abbiamo visto cambiare il trend, con aziende sempre più aperte e attente alla parità di genere, ma la strada da percorrere è ancora lunga. Come Associazione stimoliamo tale cambiamento e questa iniziativa è un passo concreto nella presa di coscienza di quello che manca e di ciò che si può fare per sostenere una presenza maggiore delle donne nel nostro settore. Quello che appare evidente è che oltre a una mancanza di figure femminili nelle discipline Stem (Science, Technology, Engineering, and Mathematics), resta ancora molto un fatto culturale. Partire da qua per promuovere il cambiamento è fondamentale e Italia Solare con le sue attività se ne rende promotrice”, commenta Paolo Rocco Viscontini, presidente di Italia Solare.
“Le professioni legate al mondo dell’energia restano ancora poco presidiate dalla componente femminile, anche perché le donne intraprendono in misura limitata percorsi di studio e carriere nelle discipline Stem. Questo rapporto porta l’attenzione su un tema strategico per il futuro della filiera energetica e offre elementi utili a favorire una maggiore presenza femminile nel mondo tecnico e scientifico. Si tratta di un percorso che può rafforzare ulteriormente il contributo di competenze e valore che le donne già oggi portano nella filiera”, commenta Alessandra Astolfi, Global Exhibition Director della divisione Green & Technology di Italian Exhibition Group.

Valorizzare le eccellenze tipiche del territorio e sostenere i produttori locali: sono solo alcuni dei pilastri della strategia di sostenibilità di Metro Italia, che favorisce il dibattito tra tutti gli attori della filiera dei consumi fuori casa sulla valorizzazione dell’enogastronomia Made in Italy della Regione Abruzzo. All’interno del ristorante 'La Taverna del Conte' dello chef Fabio di Carlo a Pescara, Metro Italia ha organizzato un confronto sulla promozione delle eccellenze enogastronomiche locali, sostenendo il legame con il territorio di origine e favorendo l’adozione da parte dei ristoratori di materie prime eccellenti, simbolo della tradizione locale. Presenti al dibattito anche i rappresentanti istituzionali del territorio, Fipe Pescara e i quattro produttori locali Mugnaia Di Elice, Sorrentino, Toro e Rosarubra.
L’evento ha rappresentato la decima tappa del tour “SquisITA – L’Italia in un boccone”, promosso da Metro Italia nel 2022 in occasione del suo 50° anniversario per sottolineare il forte legame dell’azienda con le produzioni eccellenti del territorio in tutto il paese. Nel territorio dell’Abruzzo, Metro impiega circa 60 persone nel Punto Vendita di San Giovanni Teatino, inaugurato nel 1997.
A livello nazionale, Metro conta circa 7000 prodotti locali in assortimento nei propri Store, di cui 193 del territorio dell’Abruzzo. Per garantire un’ampia offerta di eccellenze regionali, Metro Italia collabora con 26 aziende e piccole e medie imprese Abruzzesi, che forniscono numerosi prodotti come pasta, formaggi, salumi, vini, liquori molti dei quali certificati Igt (13), Dop (9), Igp (6), Pat (21), Doc (32) Docg (1). Nel mondo dei vini Metro conta complessivamente 90 etichette, di cui 18 trattate anche al di fuori della regione. Nello specifico si tratta di 59 vini DOC e 31 vini Igt, frutto della collaborazione con 13 fornitori locali.
Metro sostiene così il tessuto socioeconomico locale, permettendo ai professionisti dell’HoReCa di creare un'offerta più distintiva e di valore, facendo leva su prodotti locali e di qualità.“L’Abruzzo è una delle culle della tradizione gastronomica italiana, un territorio straordinario dove qualità, artigianalità e passione si incontrano ogni giorno. Come Metro Italia crediamo fortemente nel valore dei prodotti locali e nel ruolo che giocano nel raccontare l’identità del nostro Paese. Attraverso il nostro impegno al fianco dei produttori e dei professionisti dell’Horeca, vogliamo continuare a sostenere e valorizzare queste eccellenze, promuovendo filiere sostenibili e una cultura del cibo autentica e responsabile", afferma Alessia Vanzulli, Head of Fresh, Own Brand & Localism di Metro Italia.
“La nostra cucina nasce dal rispetto profondo per le radici abruzzesi e per le materie prime che questo territorio generoso ci offre. Ogni piatto racconta una storia fatta di tradizione, cura e autenticità, trasformando ingredienti locali in un’esperienza che parla al cuore. Restiamo fedeli alle origini, valorizzando con passione ciò che la nostra terra ci regala ogni giorno", dichiara Fabio di Carlo, Chef-Patron del ristorante La Taverna del Conte.
“Eventi come SquisITA rappresentano un’importante occasione di confronto tra tutti gli attori della filiera del fuori casa e dimostrano quanto sia strategico fare sistema per valorizzare le eccellenze del territorio. Come Fipe Pescara sosteniamo con convinzione iniziative che mettono al centro il rapporto tra ristorazione, produzione locale e distribuzione qualificata, perché è proprio da questa sinergia che nasce un’offerta gastronomica capace di raccontare in modo autentico l’identità dell’Abruzzo. I ristoratori sono ambasciatori quotidiani del territorio: scegliere materie prime locali significa sostenere l’economia regionale, preservare tradizioni e competenze artigianali e rispondere a un consumatore sempre più attento alla qualità, alla tracciabilità e alla sostenibilità. In questo senso, il lavoro congiunto con realtà come Metro Italia rappresenta un modello virtuoso che aiuta le imprese dell’HoReCa a crescere, innovare e distinguersi sul mercato. La ristorazione abruzzese ha oggi tutte le potenzialità per rafforzare il proprio ruolo come motore culturale ed economico del territorio, e iniziative come questa contribuiscono concretamente a costruire valore, relazioni e nuove opportunità per tutta la filiera", dichiara Riccardo Padovano, Presidente di Fipe Pescara.
"Il recupero di antichi formati di pasta pazientemente lavorati a mano sono alla base della produzione del nostro pastificio incentrato su di una filiera corta e controllata, che punta sulla qualità prima ancora che sui numeri. Il tramandare delle tradizioni culinarie Abruzzesi, unito alla collaborazione con Metro Italia, rappresenta un’opportunità concreta per far arrivare sulle tavole dei ristoranti un prodotto che esprime autenticità, territorio e coerenza", afferma Dino D’Annunzio, Mugnaia di Elice.
“La nostra produzione nasce da una cultura norcina profondamente radicata in Abruzzo, dove la lavorazione delle carni e le lunghe stagionature rappresentano un patrimonio di competenze e di identità. Ogni salume è il risultato di una filiera attenta e di una cura artigianale che non può essere improvvisata. In un contesto in cui il consumatore è sempre più consapevole ed esigente, crediamo che autenticità e trasparenza siano valori imprescindibili", afferma Marino Sorrentino, Sorrentino Salumi.
“Rappresentare l’Abruzzo attraverso i nostri liquori significa raccontare una storia fatta di erbe spontanee, agrumi selezionati e ricette tramandate nel tempo. Per noi tradizione non vuol dire restare fermi, ma custodire l’identità del territorio reinterpretandola con qualità e rigore produttivo. Collaborare con una realtà come Metro Italia ci consente di portare nei locali e nei ristoranti un prodotto autentico, mantenendo al centro l’artigianalità", dichiara Fabrizio Mascioli, Toro. “Il nostro progetto vitivinicolo nasce con l’obiettivo di esprimere in modo autentico l’identità dell’Abruzzo, attraverso vini che raccontano il territorio senza compromessi. Lavoriamo in vigna con attenzione e rispetto, consapevoli che la qualità si costruisce prima di tutto tra i filari", afferma Domenico Angeloni, Rosarubra.

Al Key 2026 “non presentiamo semplici prodotti, ma ragioniamo su come costruire insieme un percorso che, oltre ai benefici ambientali, garantisca competitività alle imprese e sicurezza energetica al sistema Paese.
Le rinnovabili permettono di sfruttare risorse naturali autoctone per produrre l’energia necessaria a un mercato sempre più elettrificato. Si tratta di un processo irrimandabile per garantire sicurezza a noi e alle generazioni future. Il nostro tessuto industriale ha bisogno di rimanere competitivo per affrontare con fiducia le sfide del mercato globale”. Lo ha detto Valerio Faccenda, Country Manager di Iberdrola Italia - Gruppo di riferimento nella transizione energetica - a ‘Key - The energy transition expo’, la manifestazione organizzata da Italian Exhibition Group (Ieg), dal 4 al 6 marzo alla Fiera di Rimini. (VIDEO[1])
Per Iberdrola, "partecipare a questa fiera significa vivere un momento di lavoro condiviso all'interno di una community in cui confrontarsi con gli altri player del settore. Un’occasione per incontrare partner, aziende e istituzioni, nella convinzione che la transizione energetica non si compia da soli, ma sia il frutto di uno sforzo congiunto e di una visione industriale e politica di lungo periodo”.
In un contesto di profonda trasformazione dei sistemi energetici, l'azienda porta in fiera la propria esperienza pluriennale. “Iberdrola si propone come partner affidabile attraverso soluzioni come i Ppa (Power purchase agreements) di lungo periodo - spiega Faccenda - strumenti stabili, sostenibili e competitivi che permettono alle industrie una pianificazione a 10-15 anni, rendendo fissa e prevedibile una delle voci di costo più rilevanti. Forti di un’esperienza di 125 anni mettiamo a disposizione competenze tecniche e finanziarie per accompagnare i clienti nella decarbonizzazione, perseguendo obiettivi che coniugano sostenibilità ambientale, solidità economica e sicurezza nazionale".

Sono passati esattamente 13 anni dalla morte di David Rossi: l’ex capo della comunicazione di Banca Monte dei Paschi morì il 6 marzo 2013. Una corona di alloro è stata deposta questa mattina sulla tomba nel cimitero senese del Laterino dai suoi familiari, anche alla presenza di una delegazione della commissione parlamentare d'inchiesta bis sulla morte di Rossi.
Oggi a Siena la presentazione della relazione intermedia che "esclude definitivamente l’ipotesi del suicidio e dalle risultanze si prende atto che si è trattato di un omicidio". Il documento è stato inviato alla Procura di Siena, che per la terza volta ha riaperto un'indagine, dopo le precedenti archiviazioni classificate come suicidio.
"Oggi la Procura di Siena ha il dovere di iscrivere un fascicolo
per omicidio sul caso di David Rossi. Oggi non è il più il momento
di parlare su come è morto, ma ci si deve attivare per capire chi
lo ha ucciso. Ora mi aspetto che le indagini vengano affidate a
qualche polizia giudiziaria che non sia dell'ambiente senese". Lo
ha detto l’avvocato Paolo Pirani, legale della famiglia
Rossi, a Siena durante la presentazione della relazione
intermedia della Commissione parlamentare d’inchiesta bis.
"Desidero esprimere un sentito grazie per la lungimiranza e la tenacia con cui la commissione ha messo tutto in discussione per andare fino in fondo in questa vicenda. Non posso, invece, ringraziare la Procura di Siena. Le notizie che arrivano parlano di un'iscrizione a modello 45, ma per i componenti della famiglia è come tante altre iscrizioni che in questi lunghissimi anni ci sono state e che non hanno mai portato a indagati per omicidio, né hanno mai portato al riconoscimento di un reale contraddittorio rispetto alle istanze della famiglia". Lo ha detto l'avvocato Carmelo Miceli, legale della vedova di David Rossi, Antonella Tognazzi.
"Pretendiamo che l’istanza di riapertura per omicidio sia presa sul serio e venga valutata con un’iscrizione a modello 44. Chiediamo che il procuratore Andrea Boni non faccia come il precedente procuratore facente funzioni, Antonio Marini, che parlò di una apodittica insussistenza di elementi per l’apertura delle indagini. Per la fiducia che abbiamo nelle istituzioni, questa volta ci auguriamo che non si arrivi all'archiviazione", ha aggiunto Miceli.
"La prossima tappa è scoprire perché è stato ucciso. Ci sono diverse piste, noi non ne escludiamo nessuna: ora si deve scoprire perché e chi ha voluto che David morisse. Questa relazione intermedia è assolutamente una tappa, non è un traguardo". Così Carolina Orlandi, figlia dell’ex manager di Mps David Rossi.
"Questo è forse il primo anniversario in cui sentiamo le istituzioni dalla nostra parte - ha aggiunto Orlandi - Finora il dolore è stato doppio, perché ogni 6 marzo rappresenta il giorno in cui abbiamo perso David e anche il giorno in cui ogni volta ci ricordiamo che le istituzioni non sono state dalla nostra parte. Oggi finalmente sentiamo parlare di omicidio in un modo senza timori e soprattutto con delle prove scientifiche alla base, quindi per la prima volta ci sentiamo di nuovo con un po’ di speranza".
Lo scenario più credibile secondo il medico legale Robbi Manghi e il Tenente Colonnello del Ris di Roma Adolfo Gregori, consulenti della Commissione è che: "David Rossi fu picchiato, appeso nel vuoto e lasciato cadere". Per anni a sostenerlo sono stati solo i familiari di David Rossi e l’inchiesta della trasmissione 'Le Iene'. Oggi però a dirlo è il Parlamento italiano.
Rossi precipitò dalla finestra della sede centrale della banca il 6 marzo 2013, a Siena. La magistratura ha archiviato per due volte il caso come suicidio. Tuttavia, la Commissione parlamentare d’inchiesta che sta indagando sulla vicenda parla di alcune lesioni al volto ritenute incompatibili con la dinamica della caduta. I consulenti Robbi Manghi e Adolfo Gregori hanno infatti dichiarato che "quelle lesioni non sono, come affermato da vari medici legali, compatibili con la caduta" e che esse "... necessitano di un atto di forza", specificando che sono state "... causate da una pressione esterna sui fili antipiccione", indicando con precisione la loro origine, il davanzale della finestra di David Rossi. (IL VIDEO DELLA RICOSTRUZIONE[1])

Le coperture vaccinali contro il meningococco B restano al di sotto degli obiettivi fissati dal Piano nazionale di prevenzione vaccinale. "Oltre al picco di infezione al di sotto dell'anno, esiste un secondo picco di incidenza di questa infezione nell'adolescente e nel giovane adulto. Secondo gli ultimi dati di sorveglianza, l'80-90% dei casi di meningite meningococcica, in questa fascia, è determinato proprio dal sierogruppo B. Spesso si effettua il vaccino tetravalente per altri sierogruppi, ma resta scoperto quello B che", paradossalmente, "è però il più rappresentato". Lo spiega Martino Barretta, responsabile coordinatore Area vaccini e immunizzazioni di Fimp-Federazione italiana medici pediatri, alla vigilia dell'evento 'Vaccinando su e giù', organizzato per il 7 marzo da Fimp a Taranto, che si inserisce all'interno degli incontri formativi realizzati in tutta Italia per clinici e specialisti, dedicati alla prevenzione vaccinale in età pediatrica e adolescenziale.
La meningite meningococcica, sottolinea Barretta, non è "una malattia frequentissima, ma le conseguenze possono essere drammatiche: la mortalità è del 10-15% e nel 30% dei casi si possono avere esiti invalidanti molto gravi". L'infezione si può prevenire con "un vaccino sicuro ed efficace, come evidenziato da numerosi studi". Eppure la copertura resta insufficiente. "Gli standard indicano che dovremmo superare il 90%. Purtroppo siamo circa 10 punti sotto, intorno all'80%. Significa che ogni pediatra di famiglia ha mediamente 20 bambini su 100 non protetti contro il meningococco B, una malattia grave, con conseguenze potenzialmente molto serie", ribadisce lo specialista. Alla criticità generale si aggiungono forti disomogeneità territoriali. "Ci sono differenze regionali molto importanti - afferma Barretta - Si passa dal 50% della Campania a poco più del 90% della Lombardia. Sono gap che devono essere assolutamente colmati". Inoltre, "non tutte le Regioni offrono gratuitamente e attivamente il vaccino contro il meningococco B agli adolescenti. Alcune lo hanno introdotto da anni, altre solo recentemente, ma ce ne sono ancora diverse che non lo offrono".
A pesare è anche la percezione delle famiglie: "Molti bambini - osserva l'esperto - hanno effettuato i vaccini obbligatori, ma non quello contro il meningococco B che è fortemente raccomandato, ma non obbligatorio. Dobbiamo ridurre questo gap di consapevolezza". Per affrontare queste criticità, la Fimp ha avviato dei progetti formativi come 'Vaccinando su e giù', dedicato agli specialisti, ma anche 'Un saluto in salute', una sorta di passaporto vaccinale da consegnare al momento del passaggio al medico di medicina generale.
"Ogni anno organizziamo un'iniziativa itinerante, andando anche nelle province più piccole, per discutere di vaccinazioni e del ruolo del pediatra nella promozione vaccinale", illustra Barretta descrivendo il progetto 'Vaccinando su e giù', per "essere pronti a dare risposte chiare ai genitori, spiegando l'importanza non solo dei vaccini obbligatori, ma anche di quelli raccomandati". Oltre alla formazione, i pediatri puntano a rendere più efficace il percorso vaccinale: "Durante ogni visita, soprattutto nei bilanci di salute, verifichiamo lo stato vaccinale. Stiamo lavorando anche con strumenti digitali per la chiamata attiva, così da informare le famiglie sulle vaccinazioni mancanti". Ma il passo ulteriore è la somministrazione diretta: "Con il 'Venerdì del vaccinando' formiamo i pediatri che vogliono vaccinare direttamente nel proprio ambulatorio. Accorciare la filiera significa fare counseling e, quando possibile, somministrare il vaccino nello stesso momento".
Accanto alla formazione, è nato anche un progetto dedicato specificamente all'adolescenza, 'Un saluto in salute'. "E' un percorso di tutela globale della salute dell’adolescente - lo definisce lo specialista - Attraverso bilanci di salute e visite dedicate valutiamo lo stato complessivo e soprattutto quello vaccinale: meningiti, Papillomavirus e richiami previsti dal Piano nazionale". L’obiettivo è consegnare simbolicamente un 'passaporto di salute' per "proteggere il futuro dei nostri adolescenti da malattie gravi prevenibili con vaccini sicuri ed efficaci".
Il progetto si inserisce nel delicato momento del passaggio dal pediatra al medico di medicina generale, che "generalmente avviene dopo i 14 anni, ma nella maggior parte delle regioni è possibile restare fino ai 16 - ricorda l’esperto - Stiamo lavorando per arrivare fino ai 18 anni, perché l'adolescenza è una fase critica che merita un'attenzione specifica. Creiamo un passaporto di counseling, ma puntiamo anche alla somministrazione diretta - conclude Barretta - Nel nostro ambulatorio c'è fiducia, c'è prossimità e possiamo usare un linguaggio adatto a ogni adolescente. E questo fa davvero la differenza".

Settimana del glaucoma dall'8 al 14 marzo, con parola d'ordine prevenzione. "E' una malattia spesso silenziosa nelle sue fasi iniziali: non dà sintomi evidenti e proprio per questo il glaucoma non può essere 'aspettato', ma deve essere cercato attivamente. L'approccio più efficace è quello di intercettare il rischio ogni volta che una persona entra in contatto con il sistema sanitario. Occorre quindi identificare i soggetti più esposti, come chi ha più di 40-50 anni, una familiarità per glaucoma, una miopia elevata, chi utilizza cortisonici per periodi prolungati - soprattutto in collirio - o ha avuto traumi oculari. Anche una pressione oculare già ai limiti superiori della norma, alcune patologie vascolari o respiratorie e la sospetta apnea del sonno possono rappresentare campanelli d'allarme. In presenza di questi fattori è fondamentale indirizzare il paziente a una valutazione oculistica mirata, che includa la misurazione della pressione oculare, l'esame del nervo ottico, l'Oct delle fibre nervose retiniche e della macula, il campo visivo e, quando indicato, pachimetria e gonioscopia, secondo quanto raccomandato dalle linee guida internazionali". Lo spiega all'Adnkronos Salute Francesco Oddone, responsabile dell'Unità di ricerca Glaucoma e dell'Uos Glaucoma e integrazione ospedale territorio della Fondazione G.B. Bietti per lo studio e la ricerca in oftalmologia di Roma.
In occasione della Settimana del glaucoma, Iapb Italia Ets - Fondazione Sezione italiana dell'Agenzia internazionale per la prevenzione della cecità e Unione italiana dei ciechi e degli ipovedenti (Uici) organizzano e promuovono in circa 80 città italiane controlli oculistici gratuiti, utili a determinare possibili fattori di rischio (l'elenco delle città coinvolte è consultabile sul sito www.settimanaglaucoma.it). Durante tutto l'anno, dal lunedì al venerdì dalle 10 alle 13, Iapb Italia Ets offre un servizio gratuito di consultazione oculistica telefonica al numero verde 800.068.506. Non solo sul glaucoma, ma su qualsiasi problema relativo agli occhi.
L'opera di sensibilizzazione e di prevenzione sul glaucoma non può non vedere coinvolti anche i medici di famiglia. E' così? "L'obiettivo non è trasformare il medico di medicina generale in uno specialista oculista - risponde Oddone - ma fornirgli strumenti semplici e facilmente integrabili nella pratica quotidiana per individuare precocemente i soggetti a rischio. E' utile, ad esempio, integrare nella routine una breve checklist mentale che tenga conto di età, familiarità, uso di steroidi e condizioni oculari predisponenti. Particolare attenzione va riservata ai pazienti in terapia cortisonica cronica, che dovrebbero essere indirizzati a controlli oculistici periodici. Al tempo stesso - aggiunge - è importante definire percorsi di invio chiari e rapidi verso i centri specialistici, con criteri di priorità ben condivisi nei casi di sospetto glaucoma o pressione oculare elevata. La formazione continua, attraverso incontri mirati, audit clinici e momenti Ecm pratici basati su casi reali rappresenta uno strumento essenziale", evidenzia lo specialista. "Questo lavoro è ancora più rilevante in un contesto in cui, per ragioni economiche o per le liste d'attesa, molte persone tendono a rinunciare alle visite: se il primo filtro territoriale non intercetta il rischio, il paziente rischia di arrivare tardi alla diagnosi".
Come Fondazione Bietti, che azione svolgete nella prevenzione e cura del glaucoma? "In qualità di Irccs, operiamo su un doppio fronte strettamente integrato - illustra Oddone - Da un lato vi è l'attività clinica dedicata al glaucoma, con percorsi strutturati di diagnosi, presa in carico e follow-up che includono terapie mediche, trattamenti laser e soluzioni chirurgiche personalizzate in base alla fase e alle caratteristiche della malattia. Dall'altro lato vi è un impegno costante nella prevenzione concreta, attraverso iniziative di informazione rivolte alla popolazione, campagne di sensibilizzazione sui fattori di rischio e collaborazioni con il territorio per facilitare l'accesso ai controlli. L'integrazione tra ospedale e territorio rappresenta un elemento centrale per garantire continuità assistenziale e intercettare precocemente i casi sospetti".
Quali le nuove linee di ricerca e le novità scientifiche e terapeutiche? "Le principali direttrici di sviluppo - riferisce l'esperto - riguardano innanzitutto il miglioramento della diagnosi precoce e dell'accessibilità ai controlli, anche grazie all'utilizzo di strumenti digitali e di intelligenza artificiale che possono supportare lo screening e l'identificazione dei soggetti a rischio. Parallelamente, la ricerca si concentra sempre più sui meccanismi biologici della malattia e sull'individuazione di biomarcatori in grado di predire la progressione, aprendo la strada a terapie più mirate. Sul piano terapeutico, si punta a strategie più sostenibili nella pratica quotidiana, con regimi farmacologici semplificati per favorire l'aderenza, un uso sempre più consapevole del laser - come la trabeculoplastica selettiva - e approcci chirurgici personalizzati, guidati dalle evidenze scientifiche più aggiornate".
Quanto all'aumento del consumo di farmaci anti-glaucoma, "può riflettere una maggiore capacità diagnostica e una più ampia presa in carico, ma la vera sfida resta anticipare la malattia: intercettare prima i soggetti a rischio, ridurre le barriere di accesso e accompagnare il paziente lungo tutto il percorso di cura con modelli organizzativi semplici, efficaci e misurabili nel tempo", conclude Oddone.

Kate Middleton ha infranto il protocollo reale e a piedi nudi, rispettando le usanze del tempio indù, si è unita alla danza Garba al tempio Shreeji Dham Haveli a Leicester per la festa di Holi. ''I miei figli lo avrebbero adorato'', ha commentato la principessa Kate, che per l'occasione ha indossato un raffinato abito Jamie di Polo Ralph Lauren adornato con una sciarpa di seta gialla. Al suo arrivo la principessa ha ricevuto una ghirlanda di fiori e un caloroso benvenuto nelle East Midlands, con balli, clacson e una folla accorsa per stringerle la mano in occasione la festa indiana dei colori, dell'amore e della primavera.
Durante la visita, Kate ha rivelato la sua passione per la cucina indiana, dichiarando di amare "coriandolo e peperoncino verde". Un gruppo di ballerini di Bollywood si è esibito in una coreografia per lei, donandole una rosa da tenere in mano.
Al suo arrivo al Belgrave Neighbourhood Centre, Kate è stata presentata ad Aakash Odedra, coreografo pluripremiato, ballerino di Bollywood che nel 2011 ha fondato la Aakash Odedra Company a Leicester per creare "una società più felice e sana attraverso la danza e le arti". L'anno scorso, la compagnia di danza si è unita a Move Against Cancer per offrire lezioni di movimento di Bollywood a chi si stava riprendendo dal cancro.
Dopo aver assistito alla sua prima esibizione di Bollywood, la principessa è stata condotta in una sala da ballo illuminata da candele dove si è esibito Odedra in 'Songs of the Bulbul'. Si tratta dell'interpretazione di un'antica storia sufi che racconta di un uccello canterino catturato, o bulbul, che canta prima di morire di disperazione. Kate sembrava ipnotizzata mentre cerchi rossi di coriandoli cadevano dal soffitto e Odedra si esibiva in un assolo di danza. "E' stato così commovente. Straordinario", ha detto Kate.
La principessa, indossando ancora la ghirlanda, ha poi visitato Ladlees, un negozio di sari a conduzione familiare. Kate ha aggiunto che è stato bello tornare in città in "circostanze più felici", poiché la sua ultima visita è avvenuta con il principe William nel 2018, quando hanno reso omaggio alle vittime di un incidente in elicottero in cui hanno perso la vita cinque persone, tra cui Vichai Srivaddhanaprabha, presidente della squadra di calcio del Leicester City.
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