
(Adnkronos) - Le epatiti virali “sono patologie molto frequenti a livello globale. Comprendono varie infezioni, soprattutto croniche, che colpiscono il fegato. Ne esistono di diversi tipi: l’epatite A, B, C e Delta, che però presentano caratteristiche completamente differenti. Quelle che più ci interessano”, dal punto di vista clinico “sono sicuramente le epatiti che causano una patologia cronica, come l’epatite C, l’epatite B e l’epatite Delta, che però può svilupparsi solamente se è già presente l’epatite B”. Così Miriam Lichtner, professoressa di Malattie infettive all’università Sapienza e direttore all'ospedale Sant'Andrea di Roma, in occasione della Giornata mondiale delle epatiti, che si celebra oggi, 28 luglio, spiega come “l’epatite Delta sia oggi particolarmente sotto i riflettori perché, fino a pochi anni fa, era una patologia praticamente incurabile e fortemente associata al tumore del fegato. Oggi, invece, disponiamo di farmaci innovativi. Il problema è che si tratta di un’infezione molto insidiosa: alcune persone possono esserne affette senza saperlo. Per questo sono fondamentali programmi di programmi di testing che consentano una diagnosi precoce” e da offrire, per esempio come “screening durante un ricovero”.
Per quanto riguarda l’epatite B e Delta, “la popolazione più colpita è quella che non ha beneficiato della vaccinazione contro l’epatite B - chiarisce Lichtner - In Italia tutte le persone nate dopo il 1991 sono vaccinate e la vaccinazione è oggi ampiamente diffusa anche nel resto del mondo. Di conseguenza, chi non è stato vaccinato è maggiormente a rischio, in particolare le persone con più di 55 anni”.
Cosa possiamo fare per individuarle? “Sicuramente lo screening, che è molto semplice - illustra l’esperta - Basta un normale prelievo di sangue con la richiesta della sierologia per l’epatite B. Se questa risulta positiva, è necessario eseguire anche lo screening per l’epatite Delta. Questo passaggio è molto importante perché oggi disponiamo di farmaci in grado di bloccare sia l’epatite B sia, quando presente, l’epatite Delta. In questo modo possiamo prevenire la cirrosi epatica e il tumore del fegato”.
In questo contesto, “è importante ricordare che il tumore del fegato può svilupparsi anche senza passare attraverso la cirrosi - avverte Lichtner - soprattutto quando è legato a un’infezione da epatite B e, ancora di più, dalla Delta. Per questo - aggiunge - è fondamentale promuovere programmi di screening, che possano essere realizzati con diverse modalità: attraverso offerte rivolte alla popolazione, ad esempio con open day associati a eventi sociali, ma anche sfruttando un’altra importante opportunità, rappresentata dallo screening intraospedaliero”.
In questo caso, anche alla persona che entra in ospedale “per un motivo completamente diverso, ad esempio per una frattura del femore - chiarisce l’esperta - durante il ricovero le viene offerta la possibilità di effettuare lo screening per l’epatite B e, se necessario, anche per l’epatite Delta. In questo modo il paziente esce dall’ospedale con un patrimonio di salute in più: non solo avrà risolto il problema che lo ha portato al ricovero, ma saprà anche se deve eseguire ulteriori accertamenti o intraprendere una terapia per l’epatite B o per l’epatite Delta”.
A tale proposito, “nel nostro ospedale - precisa Lichtner - abbiamo avviato negli ultimi mesi un progetto pilota che prevede uno screening globale comprendente le epatiti B, Delta e C, l’Hiv, oltre a uno screening cardio-metabolico e per la depressione. Si tratta di un progetto che ha come obiettivo quello di aumentare il patrimonio di salute della persona che entra in ospedale, cogliendo ogni occasione di contatto con il Sistema sanitario - conclude - per individuare precocemente patologie spesso silenziose e migliorare la prevenzione”.

(Adnkronos) - I canoni continuano a salire, ma sempre più proprietari scelgono di lasciare il mercato degli affitti brevi. È uno dei segnali che emergono dalla nuova rilevazione di SoloAffitti, secondo cui il settore sta entrando in una fase di maggiore maturità: mentre il 61% degli operatori registra prezzi in aumento rispetto all'estate dello scorso anno, una parte dei locatori ritiene oggi più conveniente tornare al mercato residenziale, privilegiando formule che garantiscono maggiore stabilità e una gestione meno impegnativa. Il fenomeno non interessa ancora in modo uniforme tutto il territorio nazionale, ma nelle città assume dimensioni significative. A Roma, Catania e Como, secondo le stime della rete SoloAffitti, circa un quarto delle nuove locazioni residenziali proviene da immobili che fino a poco tempo fa erano destinati agli affitti turistici. Nei piccoli centri costieri, invece, il passaggio rimane più contenuto, a conferma di un mercato che continua a presentare dinamiche molto differenti tra località urbane e destinazioni a forte vocazione turistica.
Il dato appare ancora più significativo se letto insieme all'andamento dei prezzi. Rispetto all'estate 2025, il 12% degli operatori rileva un forte aumento dei canoni e il 49% un incremento più contenuto; il 31% parla di valori sostanzialmente stabili e appena l'8% registra una lieve flessione. Nessuno segnala un calo marcato. Il ritorno al mercato residenziale, dunque, non è il risultato di una domanda turistica in difficoltà. Al contrario, avviene in una fase nella quale gli affitti brevi continuano a mantenere quotazioni elevate. A cambiare è piuttosto la valutazione complessiva della redditività dell'investimento.
La principale ragione che spinge i proprietari ad abbandonare gli affitti brevi è la crescente complessità della gestione, indicata dal 24% degli intervistati. Seguono i rendimenti inferiori alle aspettative (22%), l'aumento degli adempimenti normativi e dei controlli (19%), le difficoltà operative legate a pulizie, manutenzioni e check-in (16%) e il peso di costi e tassazione (13%). Solo il 6% indica come motivo principale la stagionalità dei ricavi e la preferenza per un'entrata più stabile.
Secondo SoloAffitti, l'aumento della concorrenza ha reso il mercato più selettivo. Per mantenere tariffe elevate è sempre più necessario investire sull'immobile, garantire standard di servizio elevati e dedicare tempo alla gestione quotidiana, elementi che riducono il vantaggio economico atteso soprattutto per chi possiede una o poche abitazioni. "Il mercato sta entrando in una fase più matura. Dopo anni nei quali l'affitto breve è stato spesso percepito come la soluzione automaticamente più redditizia, oggi i proprietari valutano con maggiore attenzione quanto costa realmente produrre quel reddito. Gestione, investimenti, tempo e adempimenti incidono sul risultato finale. Per una parte dei locatori il residenziale torna quindi a essere competitivo, soprattutto quando consente di ridurre la complessità e rendere più prevedibile il rapporto tra rendimento e impegno", commenta Silvia Spronelli, Ceo di SoloAffitti.
Il ritorno al residenziale non coincide però con un ritorno ai contratti tradizionali di lunga durata. Tra i proprietari che hanno lasciato gli affitti brevi, il 54% sceglie infatti il contratto transitorio, mentre il 38% opta per il contratto agevolato 3+2 e solo l'8% preferisce il contratto libero 4+4. Il dato conferma come il mercato stia cercando un nuovo equilibrio: da una parte la riduzione dei costi e dell'impegno richiesto dalla locazione turistica, dall'altra l'esigenza di mantenere una certa flessibilità nella disponibilità dell'immobile.
Tra gli elementi emersi dall'indagine c'è anche un cambiamento nella percezione della sicurezza della locazione. Se in passato molti proprietari ritenevano che la breve permanenza degli ospiti riducesse il rischio di conflitti, oggi una parte dei locatori evidenzia come l'elevata rotazione possa invece aumentare la probabilità di comportamenti poco rispettosi e di problematiche nella gestione quotidiana. Al contrario, una selezione accurata dell'inquilino e adeguate garanzie possono contribuire a costruire rapporti locativi più stabili. "l punto non è decretare la fine degli affitti brevi, che continuano ad avere un mercato importante, ma riconoscere che non esiste una formula migliore in assoluto. Ogni immobile, ogni territorio e ogni proprietario hanno caratteristiche diverse. La vera evoluzione del mercato sta nella capacità di scegliere il modello di locazione più adatto, superando l'idea che una singola formula possa garantire sempre e comunque il rendimento più elevato", conclude Spronelli.

(Adnkronos) - La scelta del successore del portoghese Antonio Guterres alla guida delle Nazioni Unite entra nel vivo questa settimana. Il Consiglio di Sicurezza inizierà dopodomani le votazioni tese a valutare i candidati papabili, in un processo che, come ha riportato da Ginevra la piattaforma di giornalismo indipendente Geneva Solutions citando fonti a conoscenza del procedimento, sarà contrassegnato ancora una volta dall'opacità, malgrado le misure adottate per rendere la nomina più trasparente.
Quasi nove mesi dopo che i primi candidati sono venuti allo scoperto, inizierà un processo teso a scegliere uno tra i nomi in lizza, da sottoporre poi all'approvazione dell'Assemblea generale. I candidati sono sette, per la maggior parte dalle Americhe, perché, in base al principio di rotazione, ci si aspetta che il prossimo segretario generale venga da quella parte del mondo. Attualmente, sono quattro donne e tre uomini. Secondo gli osservatori, come riporta l'agenzia Afp, in questa fase è difficile individuare un favorito, sebbene alcuni nomi vengano menzionati con maggiore frequenza, come quello di Rafael Grossi.
Anche se un candidato ottiene il sostegno necessario da nove membri del Consiglio di Sicurezza, che seleziona il prossimo capo delle Nazioni Unite prima che la nomina venga approvata dall'Assemblea Generale, deve comunque evitare il veto di uno dei cinque membri permanenti (Stati Uniti, Russia, Cina, Francia, Regno Unito).
Michelle Bachelet: La socialista settantaquattrenne, perseguitata per la sua opposizione al regime di Augusto Pinochet, è stata la prima donna presidente del Cile (2006-2010 e poi 2014-2018), diventando una figura politica di spicco a livello internazionale. Il suo mandato come Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani ha suscitato alcune critiche. La Cina, ad esempio, ha puntato il dito su un rapporto estremamente critico sulla difficile situazione della minoranza uigura. La politica cilena ha anche ricevuto critiche dagli Stati Uniti per la sua posizione a favore dell'aborto. Sostiene la necessità di un segretario generale che sia "la voce della moralità", anche sotto la pressione delle grandi potenze. Ha inoltre espresso la speranza che il mondo sia finalmente "pronto" per una donna in questa posizione. La sua candidatura è sostenuta da Messico e Brasile. Il Cile ha ritirato il suo appoggio dopo l'insediamento del presidente di estrema destra José Antonio Kast.
Maria Fernanda Espinosa: L'ex ministra degli Esteri e della Difesa dell'Ecuador, 61 anni, difende le Nazioni Unite, "l'unica piattaforma universale per affrontare le sfide comuni dell'umanità", pur auspicando ulteriori riforme. L'ex presidente dell'assemblea generale delle Nazioni Unite suggerisce anche la creazione di un meccanismo di "allerta precoce", per raccogliere segnali dal campo e prevenire i conflitti prima che scoppino. Non è sostenuta dal suo Paese: la sua candidatura è proposta da Antigua e Barbuda.
Rafael Grossi: Diplomatico di carriera, l'argentino di 65 anni, nominato dal suo Paese, è salito alla ribalta quando ha assunto la guida dell'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica (Aiea) nel 2019. Questo incarico lo ha portato ad affrontare il programma nucleare iraniano e la questione della centrale nucleare di Zaporizhzhia in Ucraina, occupata dalla Russia. Si tratta di due questioni estremamente delicate che coinvolgono i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza. Non si è dimesso da questo incarico per la campagna elettorale, ritenendo che sarebbe stata "una negligenza del dovere". Secondo alcuni osservatori, ha presentato una posizione più radicale riguardo alla riforma delle Nazioni Unite e al ruolo del segretario generale, che deve essere "realmente" presente sul campo.
Rebeca Grynspan: L'ex vicepresidente del Costa Rica, 70 anni, che gode del sostegno del suo Paese, è a capo dell'Agenzia delle Nazioni Unite per il Commercio e lo Sviluppo (Unctad), incarico che ha lasciato per la campagna elettorale. In questa veste, ha negoziato l'"Iniziativa del Mar Nero" con Mosca e Kiev nel 2022 per facilitare l'esportazione di grano ucraino dopo l'invasione russa. Facendo riferimento alla sua storia personale, con genitori ebrei che "sopravvissero a stento" all'Olocausto prima di emigrare in Costa Rica, lamenta che le Nazioni Unite siano diventate "un'organizzazione conservatrice in materia di rischi", non riuscendo a esercitare sufficiente influenza sui conflitti.
Carolyn Rodrigues-Birkett: Ex ministra degli Affari Esteri della Guyana, nominata dal suo Paese, dove ricopre la carica di ambasciatrice presso le Nazioni Unite, è, a 52 anni, la più giovane dei candidati in lizza. Sostiene la necessità di ripristinare la "credibilità" delle Nazioni Unite, sottolineando che l'organizzazione non dovrebbe essere giudicata solo in base a "pace e sicurezza", ma anche in base alle sue azioni in materia di sviluppo e diritti umani.
Macky Sall: L'ex presidente senegalese, 64 anni, è uno dei due candidati non provenienti dall'America Latina. Ha sottolineato il legame intrinseco tra pace e sviluppo. La sua candidatura, inizialmente proposta dal Burundi, ha ricevuto l'appoggio di Dakar solo di recente. Le autorità senegalesi lo avevano accusato di aver represso brutalmente le proteste politiche che hanno causato decine di morti tra il 2021 e il 2024.
Olara Otunnu: Candidato il 24 luglio dal governo ugandese malgrado sia un esponente dell'opposizione, è stato sottosegretario generale delle Nazioni Unite e rappresentante speciale per i bambini e i conflitti armati dal 1997 al 2005.
La coreografia per arrivare alla nomina, secondo Geneva Solutions, è piuttosto elaborata: i rappresentanti dei quindici membri del Consiglio di Sicurezza, inclusi i cinque membri permanenti, che hanno diritto di veto, riceveranno penne dello stesso colore e schede bianche, in modo da evitare che i votanti siano riconoscibili. In una riunione a porte chiuse nella sala del Consiglio di Sicurezza, ciascuno dei diplomatici dovrà barrare una tra tre opzioni poste al fianco al nome di ciascun candidato: incoraggiare, scoraggiare, nessuna opinione.
La votazione iniziale, tesa a sondare il terreno, viene ripetuta finché i membri permanenti del Cds non decidono che è arrivato il momento di passare alle schede colorate, mentre i membri non permanenti continuano con le bianche. Questo processo continua finché non emerge un chiaro favorito, cosa che avviene tipicamente dopo accordi sottobanco tra i membri permanenti del Cds. Quest'anno, dopo le accuse di opacità del passato, l'Onu ha organizzato discussioni informali pubbliche con i candidati. Nell'ultima tornata, giovedì scorso, i primi sei candidati (a parte Otunnu, la cui candidatura è più recente) sono comparsi nella sala dell'assemblea generale, difendendo le loro posizioni e rispondendo alle domande del pubblico. Malgrado le migliorie, il pallino resta saldamente in mano ai cinque componenti permanenti del Cds, che dispongono del diritto di veto e possono bloccare qualsiasi candidato risulti sgradito a uno di loro. Antonio Guterres, l'attuale segretario generale, è in carica dal 2016: al termine del primo quinquennio venne confermato per acclamazione, senza una votazione vera e propria.

(Adnkronos) - Le epatiti virali, “patologie subdole e complesse che, secondo le stime colpiscono quasi 280 milioni di persone nel mondo, comprendono diversi virus, tra cui il virus dell’epatite B, il virus dell’epatite C e il virus dell’epatite D, o delta. Sono infezioni altamente cancerogene e responsabili di un numero ancora molto elevato di decessi: ogni anno si stima che provochino quasi un milione e mezzo di morti, in larga parte prevenibili grazie agli strumenti terapeutici oggi disponibili”. Così Francesco Di Gennaro, professore di Malattie infettive e tropicali e direttore Scuola specializzazione Malattie infettive e tropicali università degli Studi di Bari Aldo Moro, segretario Study group Salute migrante della Società europea malattie infettive e microbiologia (Escmid), intervenendo in occasione della Giornata Mondiale contro le epatiti, del 28 luglio, evidenzia la necessità della “collaborazione tra istituzioni, terzo settore e mondo accademico”.
“Il burden di malattia resta molto elevato e colpisce soprattutto i contesti del mondo a basse risorse. Tuttavia, oggi disponiamo di importanti strumenti di prevenzione e cura - spiega Di Gennaro - Per quanto riguarda il virus dell’epatite B, abbiamo un vaccino estremamente sicuro ed efficace, oltre a terapie altamente performanti. Per il virus dell’epatite C - chiarisce - disponiamo invece di trattamenti che possono essere definiti, senza alcuna esitazione scientifica, eradicanti in quasi il 99% dei casi. Anche per il virus dell’epatite D sono oggi disponibili nuove terapie efficaci e sicure, in grado di proteggere il paziente e ridurre significativamente il rischio di progressione della malattia”.
Tra le popolazioni vulnerabili, “quella dei migranti e dei rifugiati rappresenta un ambito particolarmente importante - sottolinea l’esperto - Il problema, tuttavia, non è tanto una maggiore prevalenza dell’infezione, quanto le numerose barriere di accesso ai servizi sanitari che queste persone incontrano. Comprendere davvero cosa significhi essere un migrante o un rifugiato non è semplice - osserva - Arrivare in un Paese con una lingua diversa, orientarsi in un Sistema sanitario sconosciuto e, spesso, trovare ospedali privi anche di una semplice segnaletica multilingue rende molto più complesso l’accesso ai percorsi di diagnosi e cura”. A queste difficoltà “si aggiungono la vulnerabilità economica e sociale - evidenzia Di Gennaro - Quando l’obiettivo quotidiano è riuscire semplicemente a sopravvivere e a ‘sbarcare il lunario’, prendersi cura della propria salute diventa inevitabilmente una priorità secondaria. Per questo motivo il Sistema sanitario è chiamato a una forte assunzione di responsabilità, cercando di ottimizzare i percorsi di prevenzione, diagnosi e presa in carico rivolti alla popolazione migrante e rifugiata. È un lavoro che diverse Regioni stanno portando avanti insieme al ministero della Salute”.
A Bari, in particolare, “abbiamo avuto la soddisfazione di ricevere 2 riconoscimenti come buona pratica da parte dell’Organizzazione mondiale della sanità - illustra Di Gennaro - Il primo riguarda la Scuola di Specializzazione che, per prima, ha inserito nel proprio core curriculum il tema ‘Health and Migration’. Questo significa che tutti i giovani medici formati a Bari acquisiscono competenze specifiche sulla salute dei migranti e dei rifugiati. Il secondo riconoscimento - prosegue - riguarda il percorso di screening e presa in carico delle malattie infettive, comprese le epatiti virali, sviluppato per la popolazione migrante e rifugiata. L’Oms lo ha considerato una buona pratica perché può essere applicato e replicato in altri contesti internazionali”.
Uno dei progetti più significativi “si fonda sulla stretta collaborazione tra istituzioni, terzo settore e mondo accademico. In questo caso lavorano insieme la Regione Puglia, l’Ong italiana Medici con l’Africa Cuamm, l’Università e il Policlinico - precisa l’infettivologo - Le istituzioni garantiscono il coordinamento delle attività, mentre Università e Policlinico hanno il compito di sviluppare la ricerca, individuare i bisogni di salute e produrre evidenze scientifiche utili a migliorare gli interventi. L’elemento centrale di tutto il percorso è però il coinvolgimento attivo delle comunità - avverte - Senza la partecipazione diretta delle persone destinatarie degli interventi, fin dalla progettazione delle attività, è molto difficile ottenere risultati concreti”.
In questo contesto “è necessario sviluppare una reale cultura del diritto alla salute e, allo stesso tempo, ridurre il più possibile tutte le barriere: quelle linguistiche, amministrative, economiche e anche quelle legate allo stigma - puntualizza Di Gennaro - È fondamentale che una diagnosi non venga percepita come qualcosa che allontana dal sistema sanitario, ma come un’opportunità per essere presi in carico e curati. L’esperienza maturata finora, insieme alle evidenze scientifiche che continuiamo a produrre - conclude - dimostra che il coinvolgimento diretto delle comunità rappresenta l’elemento cardine per favorire l’inclusione, migliorare l’accesso ai servizi e rafforzare concretamente il diritto alla salute della popolazione migrante e rifugiata”.

(Adnkronos) - “Esistono molteplici iniziative in Italia, portate avanti dal Servizio sanitario nazionale o da Onlus che si occupano di screening” delle epatiti virali. “Una di queste iniziative è ‘Test in the City’ che, in molte città italiane, sta portando lo screening di prossimità per le epatiti virali B, C e Delta vicino alle popolazioni più vulnerabili. Cruciale è l'utilizzo di test di screening rapidi che si possono fare sul posto per identificare i pazienti potenzialmente a rischio e quindi poi indirizzarli in maniera stabile verso le strutture che poi se ne faranno carico. Sarebbe auspicabile che iniziative come questa, in cui il sociale e il sanitario lavorano insieme, venissero estese il più possibile”. Lo ha detto Giovanni Cenderello, direttore della Struttura complessa di Malattie infettive della Asl 1 Imperiese - ospedale di Sanremo e vicepresidente Simit – Società italiana malattie infettive e tropicali nella Giornata mondiale delle epatiti che si celebra oggi, 28 luglio.
Tale ricorrenza “è il momento in cui iniziare a lavorare focalizzandosi sulle popolazioni più vulnerabili - rimarca l’esperto - Le persone che fanno utilizzo di sostanze stupefacenti, gli immigrati che non hanno accesso al Servizio sanitario nazionale sono le nicchie in cui è necessario andare a lavorare per eseguire lo screening. Dobbiamo avvicinare queste persone per proporre lo screening per le epatiti virali B, C e Delta nei luoghi dove queste si ritrovano: luoghi di lavoro, aggregati di tipo religioso, oppure le scuole di italiano per adulti. Bisogna andare in prossimità e avvicinarle”, conclude.

(Adnkronos) - “La Giornata mondiale dell'epatite è sicuramente una occasione per puntare l'attenzione su delle patologie che hanno visto proprio una vera e propria rivoluzione nella loro gestione. L'epatite C, nel passato, era una malattia cronica con un elevato rischio di cirrosi, di carcinoma epatocellulare, di trapianto di fegato: oggi è una patologia in cui siamo in grado di guarire la quasi totalità dei pazienti. Nell'epatite B i progressi sono stati significativi e la malattia si è trasformata in una condizione che può essere facilmente controllata. Più recentemente, l'innovazione ha raggiunto anche la forma più grave di epatite, la delta, offrendo delle prospettive di trattamento laddove non ne esistevano”. Così Carmen Piccolo, Executive Country Medical Director di Gilead Sciences Italia, nella Giornata mondiale che si celebra oggi, 28 luglio, sottolinea come la farmaceutica “da sempre crede nell'innovazione” come presupposto per trasformare la vita delle persone”.
Fare innovazione “per noi - continua Piccolo - significa fare soprattutto ricerca e sviluppo: investiamo circa il 20% del nostro fatturato globale in R&S. Grazie a questo impegno siamo l'unica azienda ad avere oggi un portafoglio di farmaci per tutte le 3 forme di epatite virale. Abbiamo contribuito a trasformare l'epatite C da una malattia cronica a una patologia oggi curabile: i nostri farmaci hanno curato circa 10 milioni di persone. Abbiamo a disposizione farmaci che consentono una gestione efficace, nel lungo termine, anche dell'epatite B e abbiamo il primo trattamento specifico per l'epatite Delta”. Oggi, però, sono ancora “tante le persone che convivono con un'epatite virale senza saperlo e quindi non hanno accesso, a un trattamento adeguato. Per questo - evidenzia - è fondamentale continuare a lavorare con le istituzioni, con la comunità scientifica, con tutti gli attori del sistema salute e le associazioni pazienti, al fine di favorire una diagnosi precoce, migliorare l'accesso alle cure e quindi contribuire al raggiungimento dell'obiettivo dell'Organizzazione mondiale della sanità di eliminazione delle epatiti virali”.
Oltre allo sviluppo di nuove soluzioni terapeutiche, “crediamo sia fondamentale continuare a lavorare sulla diagnosi precoce e anche sull'emersione del sommesso - illustra Piccolo - Molte persone oggi convivono ancora con un'epatite virale senza esserne consapevoli e quindi rischiano di non accedere in maniera tempestiva alle cure. Questo è il motivo per cui sosteniamo iniziative volte ad avvicinare i cittadini a opportunità di screening. Una di queste iniziative è, per esempio, ‘Test the City’. Altro aspetto fondamentale nel quale investiamo tanto - prosegue - è la formazione continua degli operatori sanitari attraverso iniziative come ‘The Gilead Hub’ con cui promuoviamo delle occasioni di aggiornamento scientifico, di confronto multidisciplinare sulle varie evidenze recenti nel campo delle patologie epatiche”. Filo conduttore tra queste iniziative “è la volontà di non lasciare nessun paziente indietro: dalla sensibilizzazione sul test alla diagnosi precoce fino all'accompagnamento al percorso terapeutico più appropriato per il paziente, Gilead c'è - rimarca Piccolo - La sfida delle epatiti virali è ancora aperta ed è una sfida che non possiamo affrontare da soli”. Per questo “crediamo nel valore della collaborazione con tutti gli attori del sistema salute - le istituzioni, la comunità scientifica, le associazioni pazienti - con l'obiettivo comune di eliminare le epatiti virali”.

(Adnkronos) - “La Giornata mondiale dell'epatite è sicuramente una occasione per puntare l'attenzione su delle patologie che hanno visto proprio una vera e propria rivoluzione nella loro gestione. L'epatite C, nel passato, era una malattia cronica con un elevato rischio di cirrosi, di carcinoma epatocellulare, di trapianto di fegato: oggi è una patologia in cui siamo in grado di guarire la quasi totalità dei pazienti. Nell'epatite B i progressi sono stati significativi e la malattia si è trasformata in una condizione che può essere facilmente controllata. Più recentemente, l'innovazione ha raggiunto anche la forma più grave di epatite, la delta, offrendo delle prospettive di trattamento laddove non ne esistevano”. Così Carmen Piccolo, Executive Country Medical Director di Gilead Sciences Italia, nella Giornata mondiale che si celebra oggi, 28 luglio, sottolinea come la farmaceutica “da sempre crede nell'innovazione” come presupposto per trasformare la vita delle persone”.
Fare innovazione “per noi - continua Piccolo - significa fare soprattutto ricerca e sviluppo: investiamo circa il 20% del nostro fatturato globale in R&S. Grazie a questo impegno siamo l'unica azienda ad avere oggi un portafoglio di farmaci per tutte le 3 forme di epatite virale. Abbiamo contribuito a trasformare l'epatite C da una malattia cronica a una patologia oggi curabile: i nostri farmaci hanno curato circa 10 milioni di persone. Abbiamo a disposizione farmaci che consentono una gestione efficace, nel lungo termine, anche dell'epatite B e abbiamo il primo trattamento specifico per l'epatite Delta”. Oggi, però, sono ancora “tante le persone che convivono con un'epatite virale senza saperlo e quindi non hanno accesso, a un trattamento adeguato. Per questo - evidenzia - è fondamentale continuare a lavorare con le istituzioni, con la comunità scientifica, con tutti gli attori del sistema salute e le associazioni pazienti, al fine di favorire una diagnosi precoce, migliorare l'accesso alle cure e quindi contribuire al raggiungimento dell'obiettivo dell'Organizzazione mondiale della sanità di eliminazione delle epatiti virali”.
Oltre allo sviluppo di nuove soluzioni terapeutiche, “crediamo sia fondamentale continuare a lavorare sulla diagnosi precoce e anche sull'emersione del sommesso - illustra Piccolo - Molte persone oggi convivono ancora con un'epatite virale senza esserne consapevoli e quindi rischiano di non accedere in maniera tempestiva alle cure. Questo è il motivo per cui sosteniamo iniziative volte ad avvicinare i cittadini a opportunità di screening. Una di queste iniziative è, per esempio, ‘Test the City’. Altro aspetto fondamentale nel quale investiamo tanto - prosegue - è la formazione continua degli operatori sanitari attraverso iniziative come ‘The Gilead Hub’ con cui promuoviamo delle occasioni di aggiornamento scientifico, di confronto multidisciplinare sulle varie evidenze recenti nel campo delle patologie epatiche”. Filo conduttore tra queste iniziative “è la volontà di non lasciare nessun paziente indietro: dalla sensibilizzazione sul test alla diagnosi precoce fino all'accompagnamento al percorso terapeutico più appropriato per il paziente, Gilead c'è - rimarca Piccolo - La sfida delle epatiti virali è ancora aperta ed è una sfida che non possiamo affrontare da soli”. Per questo “crediamo nel valore della collaborazione con tutti gli attori del sistema salute - le istituzioni, la comunità scientifica, le associazioni pazienti - con l'obiettivo comune di eliminare le epatiti virali”.

(Adnkronos) - “La Fnopi accoglie con interesse l’analisi dell’Eurispes, che ha il merito di riportare il dibattito sulla professione infermieristica oltre la sola dimensione quantitativa della carenza di personale, evidenziando come il tema centrale sia la capacità del sistema di attrarre, reclutare, valorizzare e trattenere i professionisti”. Così la Federazione nazionale Ordini professioni infermieristiche, in una nota, commentando lo studio ‘Oltre il lavoro dipendente. Nuovi modelli organizzativi del lavoro nell’area infermieristica’ dell’istituto di ricerca - osserva che il report evidenzia come “il problema non riguarda soltanto il numero di infermieri disponibili, ma l’efficienza complessiva dei processi di impiego e valorizzazione delle competenze”.
Da tempo, la Federazione nazionale Infermieri - continua la nota - sostiene la necessità di “un profondo ammodernamento del sistema di reclutamento e gestione delle risorse umane, superando procedure spesso lente e poco rispondenti alle esigenze dei professionisti e dei servizi. Occorre rendere più attrattivo l’accesso alla professione e favorire percorsi lavorativi capaci di valorizzare le competenze acquisite, garantendo al tempo stesso stabilità, prospettive di sviluppo e una più efficace allocazione delle risorse sul territorio”. Altrettanto centrale è la “costruzione di un sistema che riconosca concretamente il valore del lavoro infermieristico attraverso istituti incentivanti e misure di conciliazione tra vita professionale e vita privata”. La sostenibilità delle organizzazioni sanitarie “passa anche dalla capacità di offrire condizioni lavorative compatibili con le esigenze personali e familiari”, promuovendo il benessere professionale e contrastando così il fenomeno dell’abbandono della professione e della migrazione verso altri Paesi.
In questa prospettiva, la Fnopi ritiene indispensabile “investire sulla valorizzazione delle competenze, anche attraverso percorsi di studio accademici a indirizzo specialistico, come quelli introdotti dai decreti del 12 maggio scorso e pronti a partire già da questo autunno”. La crescita professionale - conclude la nota - deve tradursi in opportunità di carriera, responsabilità coerenti e adeguati riconoscimenti economici e professionali. Questo, perché la professione infermieristica rappresenta una risorsa strategica per il Servizio sanitario nazionale, patrimonio dell'intera collettività.

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(Adnkronos) - Il crollo delle nascite in Italia non è il risultato di un minore desiderio di diventare genitori, ma delle difficoltà che impediscono di realizzare il proprio progetto di vita. Il problema, insomma, sta nella crescente distanza tra ciò che le persone vorrebbero realizzare e ciò che riescono concretamente a fare. Tra gli italiani in età feconda che non avranno altri figli, il 62,2% afferma infatti di aver rinunciato a causa delle difficoltà incontrate, mentre soltanto il 5,5% dichiara che la genitorialità non rientra nel proprio progetto di vita. Ancora più significativo è il divario tra intenzioni e realtà. Se le intenzioni di fecondità dichiarate dalle donne italiane si fossero concretizzate, nel 2025 sarebbero nati circa 760mila bambini, più del doppio di quelli effettivamente venuti alla luce. E' il quadro che emerge dal 'Dossier natalità 2026: volere o potere', realizzato dalla Fondazione per la natalità in collaborazione con l'Istat e presentato oggi a Roma a Palazzo Wedekind, nel corso di un evento patrocinato dall'Inps. Il rapporto fotografa un Paese in cui nel 2025 sono nati appena 355mila bambini, minimo storico dal secondo dopoguerra, con un tasso di fecondità sceso a 1,14 figli per donna, ma dove la rinuncia alla genitorialità è determinata soprattutto da ostacoli economici, lavorativi e sociali.
Nel dettaglio. Oltre 2,8 milioni di italiani indicano le difficoltà economiche e lavorative come principale ostacolo alla scelta di avere figli. Quasi 1 donna su 2 (49,9%) teme conseguenze negative sulla propria carriera in caso di maternità, contro il 24% degli uomini. A questo si aggiunge il peso del welfare con oltre 3 milioni di donne risultate inattive per motivi familiari, contro 151mila uomini, mentre 763mila persone rinunciano ai figli anche per la necessità di assistere i genitori anziani. Il rapporto descrive inoltre un Paese sempre più anziano e caratterizzato da uno squilibrio demografico crescente. Nel 2025, a fronte di 355mila nascite, si sono registrati 652mila decessi, con un saldo naturale negativo di 297mila persone. Se da un lato l'Italia vanta una delle aspettative di vita più elevate al mondo (83,4 anni), dall'altro questo primato rischia di mettere sempre più sotto pressione la sostenibilità del sistema sanitario, del welfare e del sistema pensionistico, chiamati a sostenere una popolazione sempre più anziana con un numero sempre minore di giovani.
"Per anni - ha commentato Gigi De Palo, presidente della Fondazione per la natalità - ci siamo raccontati che gli italiani non fanno figli perché non li vogliono. I dati dimostrano esattamente il contrario. Il vero problema è che milioni di persone non riescono a realizzare il proprio progetto di vita. Oggi il tema non è convincere qualcuno ad avere figli, ma restituire alle persone la libertà di poterli avere. Finché mettere al mondo un figlio continuerà a essere percepito come un rischio economico, lavorativo e sociale, continueremo ad assistere a un declino che riguarda tutti. La natalità non è una questione privata, ma la condizione da cui dipendono il futuro del welfare, dell'economia e della coesione del Paese".
Ridurre la distanza tra il 'volere' e il 'potere, sottolineano i redattori del report, significa affrontare una delle principali sfide economiche, sociali e culturali del Paese. "Per questo la Fondazione per la natalità rinnova l'appello affinché la natalità diventi una priorità strutturale dell'agenda politica, attraverso interventi capaci di sostenere il lavoro femminile, favorire la conciliazione tra famiglia e occupazione, promuovere una fiscalità più equa e garantire ai giovani condizioni di stabilità che consentano loro di costruire il proprio futuro. Una sfida di questa portata non può essere affrontata da una sola parte. È necessaria un’alleanza che coinvolga Governo e opposizione, imprese e sindacati, mondo della cultura, del Terzo settore e dell'associazionismo, per costruire insieme le condizioni che consentano alle nuove generazioni di scegliere liberamente di avere dei figli". Questi temi saranno al centro della sesta edizione degli Stati Generali della natalità, in caledario il 25 e 26 novembre 2026 presso l'Auditorium della Conciliazione a Roma.

(Adnkronos) - Asportata con successo una cisti ovarica gigante, di 7 chili e oltre 30 centimetri, che occupava quasi interamente l'addome di una ragazza di 16 anni. L'intervento record è stato eseguito all'ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma, nella sede di Palidoro, utilizzando un'innovativa tecnica ibrida tra chirurgia tradizionale e mininvasiva. La procedura - riferiscono dall'Irccs - ha consentito di rimuovere completamente la massa evitando la dispersione del suo contenuto nell'addome, di preservare il tessuto ovarico sano, di ridurre al minimo l'invasività e di minimizzare l'impatto estetico dell’intervento. "Un intervento così complesso è stato possibile grazie alla collaborazione tra chirurghi, anestesisti e personale infermieristico e all'esperienza maturata dal nostro ospedale nella gestione dei casi più difficili e dei percorsi chirurgici d'avanguardia", afferma Massimiliano Silveri, responsabile dell'Unità operativa semplice di Chirurgia andrologica del Bambino Gesù.
La gigantesca formazione cistica - spiega una nota dell'ospedale - occupava gran parte della cavità addominale: misurava 33 per 18 centimetri, aveva un peso complessivo di circa 7 kg e conteneva oltre 6 litri di liquido. Le dimensioni della massa comprimevano gli organi addominali, con il rischio di comprometterne progressivamente la funzionalità. La rimozione della cisti, inoltre, doveva essere eseguita preservando il tessuto sano dell'ovaio e quindi la futura fertilità della ragazza. L'esame istologico effettuato dopo l'intervento ha identificato la formazione come un cistoadenoma sieroso, un tumore benigno dell'ovaio. Prima dell'operazione, tuttavia, non era possibile conoscere con certezza la natura della massa: era quindi necessario adottare tutte le precauzioni previste in presenza di una possibile patologia tumorale, evitando in particolare la fuoriuscita del contenuto della cisti nella cavità addominale.
Le eccezionali dimensioni della massa - descrivono dal Bambino Gesù - rendevano particolarmente complesso il ricorso alle tecniche chirurgiche convenzionali. La cisti occupava infatti quasi interamente l'addome e non consentiva, nella fase iniziale dell'intervento, di creare lo spazio necessario per operare in laparoscopia. L'équipe ha quindi utilizzato una procedura ibrida, combinando chirurgia tradizionale e mininvasiva. Attraverso una piccola incisione di appena 5 centimetri nella parte inferiore dell'addome, simile a quella di un taglio cesareo, i chirurghi hanno inizialmente isolato la cisti creando un'area protetta e a tenuta - una sorta di camera stagna - per evitare qualsiasi dispersione del suo contenuto. Una parte del liquido è stata quindi aspirata lentamente e in modo controllato, riducendo progressivamente il volume della massa. Uno svuotamento graduale era necessario per consentire agli organi addominali, a lungo compressi dalla cisti, di riadattarsi allo spazio liberato ed evitare pericolosi sbalzi della pressione e della circolazione sanguigna. La riduzione del volume della massa ha permesso di creare nell'addome lo spazio necessario per proseguire l'intervento in laparoscopia, con l'ausilio di una telecamera, e identificare l'origine della cisti dall'ovaio sinistro. Dopo la fase laparoscopica, la cisti è stata ulteriormente svuotata e la parte residua della formazione è stata portata all'esterno e asportata attraverso la stessa incisione di 5 centimetri.
"In una paziente così giovane era particolarmente importante ridurre al minimo anche l'impatto estetico dell'intervento", sottolinea Lorna Spagnol, la chirurga del Bambino Gesù che ha eseguito l'operazione. "Grazie alla tecnica utilizzata è stato possibile asportare una cisti di dimensioni eccezionali attraverso un'incisione di appena 5 centimetri, limitando le conseguenze fisiche e il possibile impatto psicologico di una cicatrice molto più estesa", aggiunge.
L'intervento, durato circa 2 ore, è stato eseguito da Spagnol e Ilaria Buconi, con la supervisione di Silveri, e ha coinvolto l'équipe di Anestesia e rianimazione e il personale infermieristico del comparto operatorio della sede di Palidoro. "La ragazza ha avuto un rapido recupero postoperatorio ed è stata dimessa in ottime condizioni di salute - riferiscono i sanitari - appena 4 giorni dopo l'intervento".

(Adnkronos) - Il governo italiano ha "prenotato" 14,9 miliardi di euro dei fondi Safe e deciderà "entro la fine dell'anno" quanto utilizzare dell'importo complessivo. Una decisione di utilizzare tutti i 14,9 miliardi ancora non è stata presa. Lo ha precisato il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, a margine dell'audizione in commissioni Esteri e Difesa a Roma,
Attraverso lo strumento di azione per la sicurezza dell'Europa (Safe), l'Ue fornisce assistenza finanziaria sotto forma di prestiti per un valore fino a 150 miliardi di euro. L'assistenza ha l'obiettivo di aiutare gli Stati membri dell'Ue ad aumentare rapidamente e in modo significativo gli investimenti nel settore della difesa mediante appalti comuni, si legge sul sito del Consiglio europeo.
Il regolamento che istituisce lo strumento Safe è entrato in vigore il 29 maggio 2025.
Safe è finanziato dall'Unione europea attraverso la sua capacità di prestito, in particolare mediante l'emissione di obbligazioni dell'Ue nell'ambito dell'approccio unificato esistente in materia di finanziamenti. Rappresenta il primo pilastro del piano ReArm Europe/Prontezza per il 2030 presentato dalla Commissione europea nel marzo 2025.
Lo strumento finanzia investimenti urgenti e su vasta scala nella base industriale e tecnologica di difesa europea. La ripartizione del bilancio è basata sulla domanda, spiega il Consiglio europeo. Le erogazioni assumono la forma di prestiti a lungo termine a prezzi competitivi, che dovranno essere rimborsati dagli Stati membri dell'Ue beneficiari. In linea di principio, le procedure di appalto comune devono coinvolgere almeno due Paesi partecipanti per poter beneficiare dei prestiti. Tuttavia, Safe consente anche appalti che coinvolgano un solo Stato membro per un periodo di tempo limitato.
Safe sostiene gli appalti di prodotti per la difesa appartenenti a due categorie.
Categoria 1:
munizioni e missili
sistemi di artiglieria, comprese capacità di attacco in profondità di precisione
capacità di combattimento terrestre e relativi sistemi di supporto, comprese attrezzature per soldati e armi di fanteria
droni di piccole dimensioni e relativi sistemi antidrone
protezione delle infrastrutture critiche
cyber-capacità
mobilità militare, compresa la contromobilità
Categoria 2:
sistemi di difesa aerea e missilistica
capacità marittime di superficie e subacquee
droni diversi da quelli di piccole dimensioni e relativi sistemi antidrone
abilitanti strategici quali, tra gli altri, il trasporto aereo strategico, il rifornimento in volo, i sistemi C4ISTAR nonché le risorse e i servizi spaziali
protezione delle risorse spaziali
intelligenza artificiale e guerra elettronica
In tutte le categorie i contratti di appalto devono garantire che non più del 35% del costo sia dovuto a componenti originari di Paesi terzi, dell'Ucraina o di Paesi che fanno parte dello Spazio economico europeo (See) e dell'Associazione europea di libero scambio (Efta): Islanda, Liechtenstein, Norvegia e Svizzera. I progetti che riguardano la categoria 2 devono soddisfare condizioni di ammissibilità più rigorose: per esempio, i contraenti devono avere la capacità di modificare le attrezzature, in caso di necessità, senza restrizioni relative ai Paesi terzi.
Safe segna un nuovo capitolo nella cooperazione con i Paesi terzi in materia di difesa. Sebbene soltanto gli Stati membri possano ottenere prestiti Safe, l'Ucraina e i Paesi See/Efta possono partecipare agli appalti comuni a parità di condizioni con gli Stati membri dell'Ue. A seguito della conclusione di un accordo bilaterale con l'Ue nel giugno 2026, sarà possibile affidare appalti anche all'industria canadese.
Possono partecipare agli appalti comuni anche i seguenti Paesi:
- Paesi aderenti, candidati e potenziali candidati all'adesione
- Paesi che hanno firmato partenariati in materia di sicurezza e difesa con l'Ue, come Albania, Canada, Corea del Sud, Giappone, India, Macedonia del Nord, Moldova, Norvegia e Regno Unito
Altri Paesi terzi possono aderire agli appalti comuni previa conclusione di un partenariato in materia di sicurezza e difesa con l'Ue, spiega il Consiglio europeo.

(Adnkronos) - L'aggressione mortale sarebbe avvenuta nell'ultimo incontro tra i due. Dalle indagini dei carabinieri del nucleo investigativo di Milano e della compagnia di Corsico emerge che il 39enne, fermato per l’omicidio di Alessio Borelli aveva una relazione affettiva con la vittima da circa un mese. Negli ultimi giorni sarebbero però nati dissidi, culminati nell’ultimo incontro nell’appartamento di Borelli e nell’omicidio dell'11 luglio scorso nel suo appartamento di Corsico.
A carico del 39enne di origine egiziana, senza fissa dimora e irregolare nel territorio italiano, ci sarebbero alcune prove di natura biologica e dattiloscopica. Il profilo genetico dell'uomo è stato, infatti, isolato sulle armi del delitto, due coltelli rinvenuti sulla scena, e su tracce ematiche nel bagno, mentre un'impronta palmare impressa col sangue su una porta a vetro dell'abitazione è risultata "corrispondere inequivocabilmente a quella dell'indagato", riferisce in una nota il comando provinciale dei carabinieri di Milano.
Il soggetto è stato individuato in zona Lampugnano, dove è stato riconosciuto e bloccato dagli operanti che lo stavano attivamente cercando da ieri sera, non appena il fermo era stato emesso dall’autorità giudiziaria ed è stato portato a San Vittore.
Quel giorno i vicini avevano allertato i vigili del fuoco per un forte odore proveniente da quell’appartamento, e i vigili del fuoco e i carabinieri che avevano fatto accesso, avevano trovato la vittima in stato di decomposizione, riversa a terra in una pozza di sangue, con evidenti ferite d'arma da taglio al collo e al torace. Le indagini, immediatamente avviate dai militari dell'arma, hanno consentito di ricostruire i contorni della vicenda e di datare il delitto alla mattina dell'8 luglio scorso, quando, nelle prime ore della mattina, i vicini avevano udito distintamente urla e richieste di aiuto provenienti dall'appartamento.

(Adnkronos) - Uno spazio di 900 metri quadri per ospitare le nuove aule presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia è stato inaugurato dal rettore dell’università di Roma Tor Vergata, Nathan Levialdi Ghiron. Sono 5 nuove aule, più un’auletta informatica, per un totale di 420 nuovi posti a disposizione di studenti e studentesse di Medicina e Psicologia, informa una nota. Sono classi tecnologiche ed ergonomiche, dotate di wifi, con prese per ricaricare pc e notebook, schermi appesi al soffitto per permettere a tutti di seguire le lezioni fino all’ultimo banco. È garantito anche il collegamento audio video diretto con le sale operatorie del Policlinico Tor Vergata: gli studenti potranno seguire in diretta, nelle aule, gli interventi chirurgici in tempo reale, commentati dal docente, integrando quindi la formazione teorica con l'osservazione diretta della pratica clinica.
Il nuovo polo didattico di Medicina al piano terra della Torre 8 del Policlinico Tor Vergata - informa l’ateneo - è raggiungibile a piedi dagli edifici della adiacente Facoltà di Medicina e Chirurgia grazie a un percorso che abbatte le barriere architettoniche presenti. Sono stati riqualificati gli spazi esterni con gazebi, panche e tavoli da giardino, per studiare e ritrovarsi all’aperto in un ambiente curato, grazie all’intervento dell’Orto Botanico dell’università di Roma Tor Vergata, con bordure di oleandri, sponde di rosmarini, gelsomini e alberi di canfora, oltre a un’irrigazione sostenibile.
Le aule inaugurate lunedì 27 luglio si aggiungono ai 43 mila metri quadri dedicati alla didattica in tutto l’ateneo: aule, biblioteche, sale lettura nelle 6 facoltà. Un massiccio adeguamento didattico e strutturale al numero sempre più crescente di iscritti. “È con grande soddisfazione che inauguriamo il nuovo polo didattico della Facoltà di Medicina e Chirurgia, un intervento che rappresenta una risposta concreta a una delle principali esigenze della nostra comunità accademica”, ha affermato Levialdi Ghiron.
Il riferimento all’aumento della popolazione studentesca è legato anche ai nuovi corsi di laurea di area medica inaugurati gli scorsi anni, tra cui Medicina veterinaria e Psicologia: “una crescita - ha continuato il rettore - che testimonia la capacità di attrazione del nostro ateneo, della facoltà di Medicina in particolare in questo caso, e la qualità della sua offerta e proposta formativa che ha reso ancora più evidente la necessità di disponibilità di spazi adeguati. Il polo che inauguriamo assumere un valore strategico, non ha soltanto una valenza di creazione di nuovi ambienti, ma è un investimento nella qualità della formazione nelle condizioni in cui gli studenti e i docenti vivono quotidianamente l'esperienza universitaria. Questo nuovo polo - ha sottolineato - è il risultato di una visione condivisa di una proficua collaborazione tra l'università di Roma Tor Vergata, con la facoltà di Medicina e chirurgia e il Policlinico Tor Vergata, che collaborano in un tutto inscindibile, che ha già dato ottimi frutti e che certamente tanti altri ne darà in futuro”.
Il direttore generale dell’Azienda ospedaliera universitaria Policlinico Tor Vergata Ferdinando Romano, ha aggiunto: “Abbiamo fuso ancora di più università e policlinico. La facoltà di Medicina si sta espandendo e lo fa nel policlinico, nell' interesse degli studenti che sono il nostro presente e futuro e cresceranno qui dentro ed in facoltà. Significa che noi abbiamo trasformato un modello culturale, l'inscindibilità tra assistenza, didattica e ricerca, in un modello logistico, nella stessa sede, valorizzando il suo posizionamento, la sua funzione e il suo futuro, nell'interesse degli studenti, dell'accademia, del cittadino, del paziente anche qui in una continuità culturale che non ci deve mai abbandonare”.
Infine, il preside della Facoltà di Medicina e chirurgia Roberto Bei ha ringraziato il rettore e il direttore generale del Ptv per la “straordinaria sinergia e il continuo supporto alla Facoltà e questo traguardo che noi inauguriamo in maniera concreta ma anche simbolica rappresenta una visione condivisa e un lavoro di squadra”.
Forte delle 500mila presenze registrate e dei 30 anni dal primo
evento come "Cortes Apertas", Autunno in Barbagia - che quest'anno
spegne le 25 candeline con questa denominazione - è ormai una
manifestazione matura che consente ai paesi dell'interno della
Sardegna di animarsi nei mesi di spalla della stagione
marino-balneare, registrando numeri da record anche per le imprese
del territorio, visto che la manifestazione vale oltre 40 giorni di
fatturato.
(Adnkronos) - Continuano senza sosta da circa un mese le ricerche di Luigi Cavallari, il marito della ministra per la Famiglia, Eugenia Roccella, disperso nelle acque del lago in provincia di Viterbo dal 27 giugno. In campo i sommozzatori di Napoli, Milano e Taranto e i soccorritori acquatici dell'Unità di Viterbo, così come l'Unità di comando locale e i topografi del Comando di Viterbo. "La difficoltà nel trovare Cavallari è dovuta alla profondità e alla scarsa visibilità", hanno detto all'Adnkronos i Vigili del Fuoco, ma "le ricerche non si sono mai fermate dal giorno della scomparsa".
Un mese fa, durante una gita in barca con la moglie, Cavallari si era tuffato dall'imbarcazione senza fare ritorno. A quel punto la ministra contattò i soccorsi, mettendo in moto le ricerche che sono proseguite fino a oggi. Da quattro settimane le squadre, specializzate dei vigili del fuoco di tutta Italia, si alternano nella perlustrazione dei fondali con l'aiuto di strumenti tecnologici di ultima generazione, come sonar e robot. Apparecchiature indispensabili a causa della scarsissima visibilità dello specchio d'acqua già a pochi metri di profondità. I fondali limacciosi con depositi di alghe, infatti, tendono a nascondere quello che si deposita, rendendo le operazioni particolarmente complesse. Ogni 'anomalia' sul fondo del lago viene rilevata e verificata. Un lavoro meticoloso che, però, sinora non ha dato alcun esito.

(Adnkronos) - Estate uguale mare e divertimento. E, tendenza sempre più crescente negli ultimi anni, feste in barca tra drink e musica. Ma tra i fumi dell'alcol e l'abitudine ai decibel impazziti, capita che le note provenienti dai natanti in rada sulle coste italiane raggiungano livelli tali da trasformare le imbarcazioni in 'discoteche galleggianti'. Diventando molesti per chi condivide in quel momento la posizione in mare, cercando calma e rilassatezza, ma anche per chi risiede sulla costa. Ma le conseguenze per i festaioli molesti in barca possono essere non da poco.
Come ricordano dalla Guardia costiera ad Adnkronos/Labitalia, l'art. 83 del Regolamento di attuazione del Codice della nautica da diporto, entrato in vigore il 25 ottobre 2024, ha introdotto il Capo III-bis, denominato 'Limitazioni particolari' che prevede che "nelle acque marittime, è fatto divieto alle unità da diporto in transito, in sosta e all’ancora entro il limite di 500 metri di distanza dalla costa di produrre rumori molesti". "Nelle acque interne, tale limite è determinato dall’autorità della navigazione interna competente", si legge ancora.
Ma in concreto cosa rischia chi sgarra? L'articolo 53, comma 7 del Codice della nautica da diporto stabilisce una sanzione amministrativa pecuniaria. La multa per i trasgressori va da un minimo di 65 euro a un massimo di 665 euro, che si applica a chi non osserva appunto una norma del Codice della nautica, del suo regolamento di attuazione o un ordine dell'autorità competente. La Guardia Costiera è l'autorità preposta al controllo e all'elevazione delle sanzioni. E se invece la musica 'spacca decibel' proviene da un'imbarcazione ancorata in porto? Per quanto riguarda a terra e sul demanio marittimo, spiegano dalla Guardia costiera, vige la disciplina dei singoli Comuni e più in generale si applica l’art. 659 del Codice penale, che punisce il disturbo delle occupazioni o del riposo delle persone, sanzionando rumori molesti, schiamazzi o attività lavorative rumorose che offendono la quiete pubblica.

(Adnkronos) - Quaranta anni fa, il 23 luglio 1986, a Londra si celebrarono le nozze fra l'allora principe Andrew - carismatico figlio della regina Elisabetta II e membro della famiglia reale più popolare nei sondaggi dopo il suo servizio militare nelle Falkland - e Sarah Ferguson, giovane ragazza piena di entusiasmo e amore per la vita, dirigente commerciale di un'azienda di arti grafiche e figlia di uno degli allenatori di polo del principe Carlo. Quel matrimonio finì tra gli scandali e, quando la cerchia ristretta della famiglia reale minacciò di estromettere la coppia, il loro legame si intensificò ulteriormente. A quattro decenni di distanza, sembra che quella che un tempo appariva come una relazione modello fosse solo una comoda copertura. Dopo sontuose nozze nell'Abbazia di Westminster (onore solitamente riservato agli eredi al trono e alle più importanti cerimonie di stato) e appena dopo 8 anni, nel 1992 iniziarono a manifestarsi le prime crepe, e 4 anni dopo, nel 1996, la coppia divorziò. In quel periodo, circolarono foto di Sarah che scatenarono uno scandalo: ritraevano la duchessa di York, ancora sposata, in un momento intimo con John Bryan, un uomo che si pensava fosse il suo consulente finanziario.
Fergie si trovava presso i Windsor, al Castello di Balmoral, durante lo scandalo, un evento che segnò una svolta nei suoi rapporti con i suoceri, in particolare con il Principe Filippo, che, secondo alcune voci, le avrebbe proibito di vivere di nuovo sotto lo stesso tetto. Nel 2010, un nuovo scandalo danneggiò irreparabilmente l'immagine pubblica di Sarah Ferguson. Il News of the World pubblicò un video in cui si vedeva la Duchessa di York mentre accettava una valigetta contenente 57.000 dollari in contanti, un acconto sui 720.000 dollari che stava chiedendo a un giornalista che si spacciava per un uomo d'affari, in cambio dell'organizzazione di un incontro con il suo ex marito, il Principe Andrea, all'epoca Rappresentante Speciale del Regno Unito per il Commercio e gli Investimenti. Il divorzio fu finalizzato nel 1996, lo stesso anno di quello tra Carlo e Diana, ma la separazione non fu mai vissuta come una vera e propria rottura. Andrea e Sarah costruirono il mito degli "ex ideali", una coppia che, nonostante tutto, continuava a condividere vacanze, feste di famiglia e un legame apparentemente indissolubile. In un periodo in cui la famiglia reale era travolta da uno scandalo dopo l'altro, i due offrivano una storia più serena: due adulti che si rendevano conto che il loro matrimonio non aveva funzionato, ma la loro famiglia restava unita.
Nelle interviste, Sarah ripeteva che erano "la coppia divorziata più felice del mondo" e che si sostenevano a vicenda nella genitorialità condivisa, insistendo sul fatto che la famiglia fosse "la cosa più importante". Scherzava sul fatto di essere single e su quanto fosse difficile trovare un nuovo compagno, il che non faceva altro che rafforzare l'idea che il suo legame con Andrew fosse ancora il centro della sua vita. Pubblicamente, Sarah non ha avuto problemi a definire il giorno del suo matrimonio "il giorno più felice della sua vita" e a definire Andrew "l'uomo migliore" che conoscesse, sottolineando che era suo dovere sostenerlo e che gli York erano "una famiglia che si difende a vicenda". Queste dichiarazioni arrivavano dopo un periodo in cui Sarah e le sue due figlie, le principesse Beatrice ed Eugenie, avevano dato il loro pieno sostegno ad Andrew come padre di famiglia, proprio mentre lui stava negoziando un accordo per evitare qualsiasi tipo di testimonianza legale legata al caso Epstein.
Quella che un tempo sembrava una relazione modello si è rivelata una "comoda copertura", ha dichiarato l'esperto reale Andrew Lownie, secondo cui il fatto che Sarah si sia poi allontanata da Andrew, dopo lo scandalo dovuto ai legami con il finanziere americano morto suicida, dimostra che l'immagine della "coppia divorziata più felice del mondo" serviva in realtà a rafforzare la reputazione pubblica di entrambi e a proteggersi a vicenda in un ambiente sempre più ostile. Andrew aveva bisogno del sostegno della famiglia per attutire il suo tracollo pubblico, mentre Sarah doveva rimanere vicina alla famiglia reale per mantenere a galla i propri progetti. L'armonia era reale, ma serviva anche agli interessi di entrambi. Intanto, si apprende che Sarah avrebbe ereditato parte dell'ingente patrimonio da 600 milioni di sterline (circa 700 milioni di euro) del suo ex fidanzato, l'imprenditore ed ex pilota automobilistico Paddy McNally, morto a 88 anni qualche giorno fa dopo una lunga malattia. McNally ebbe una relazione con la Ferguson negli anni '80, prima che sposasse Andrew Mountbatten Windsor. McNally possedeva Warneford Place nel Wiltshire, ex residenza del creatore di James Bond Ian Fleming, e Buckland House nell'Oxfordshire. Si ritiene che McNally abbia ospitato l'ex Duchessa di York nel suo chalet svizzero da 15 milioni di sterline dopo che lei e Andrew sono stati sfrattati da Royal Lodge quest'anno .

(Adnkronos) - Dall'11 al 16 agosto a Mirabilandia torna il Suburbia Summer Nightmare, l'evento estivo dedicato agli appassionati del brivido che, per sei serate consecutive, offre un'anteprima esclusiva delle atmosfere di Halloween. Nella settimana di Ferragosto, al calare del sole il Parco cambia volto e si trasforma in un'esperienza immersiva dove scenografie inquietanti, effetti speciali, tunnel oscuri e presenze misteriose accompagneranno il pubblico in un viaggio ricco di suspense e adrenalina. L'edizione 2026 si presenta con un'importante novità: il debutto in anteprima esclusiva di Paranormal Activity: Next of Kin, la nuova horror house di Mirabilandia ispirata all'ultimo capitolo dell’omonimo film di Paramount Pictures. Un percorso immersivo, multisensoriale (odori, suoni, movimento) e altamente coinvolgente, 350 mq, una durata di oltre 10 minuti, 16 stanze e 15 personaggi inquietanti. Sono questi i numeri dell’attrazione - accessibile dai 12 anni in su con un biglietto aggiuntivo - che catapulterà gli ospiti all'interno di un'esperienza indimenticabile, tra fenomeni inspiegabili, ambientazioni realistiche e colpi di scena, regalando un assaggio di quella che sarà una delle principali novità della stagione di Halloween.
"Questo appuntamento è ormai diventato imprescindibile nel nostro calendario estivo e testimonia la volontà di Mirabilandia di offrire ai propri ospiti esperienze sempre nuove e coinvolgenti - dichiara Sabrina Mangia, Managing Director di Mirabilandia- Quest'anno abbiamo voluto alzare ulteriormente il livello dell'esperienza con un'anteprima esclusiva come Paranormal Activity: 'Next of Kin', una horror house capace di coinvolgere il pubblico in modo ancora più immersivo. È un assaggio di ciò che troveranno al Parco i nostri visitatori a partire dal 26 settembre". L’area dedicata al Suburbia Summer Nightmare e i tunnel horror apriranno dalle ore 20.00, mentre il Parco resterà aperto fino alle ore 23.00, permettendo agli ospiti di alternare le grandi attrazioni di Mirabilandia alle esperienze horror create appositamente per l'occasione. Tariffa speciale con ingresso al Parco dalle ore 17.00 a soli 16,90 euro. Mirabilandia si estende su una superficie di 850.000 mq, con oltre 40 attrazioni, 6 aree tematiche, show, punti ristoro, negozi e photocall. Con questi numeri Mirabilandia è il più grande parco divertimenti in Italia. Dall'apertura del 1992 a oggi ha continuamente aggiornato la sua offerta con attrazioni nuove, sempre uniche e diverse, per coinvolgere famiglie con bambini, ma anche giovani e adulti spericolati.
Nel 2025 è nata Nickelodeon Land, l’esclusiva area tematica con attrazioni e servizi, dove vivere giornate indimenticabili in compagnia dei personaggi SpongeBob e Patrick, le Tartarughe Ninja, Dora e la Paw Patrol. Le tecnologie all'avanguardia rendono il Parco da Guinness dei primati: iSpeed il più alto e veloce launch coaster in Italia, Katun il più lungo inverted coaster in Europa, Divertical è il più alto water coaster al mondo ed Eurowheel, con i suoi 90 metri, è la seconda ruota panoramica più alta del continente. Il 2019 è stato l'anno di Ducati World: 35.000 mq completamente trasformati per accogliere la prima area tematica al mondo ispirata a un brand motociclistico dove è presente l’esclusivo Desmo Race, il rollercoaster interattivo che simula la guida di una Panigale V4. Il mondo dei cowboy è arrivato nel 2016 con la Far West Valley, completamente in stile old west e adatta a tutta la famiglia. Nel 2014 è stata inaugurata Dinoland, la più vasta area presente in un parco divertimenti dedicata al mondo dei dinosauri. Nella stagione 2022 è stata inaugurata The Walking Dead, l’horror house del parco completamente ispirata al tema della nota serie tv americana. Molto amato e seguito anche il programma degli show che propone, tra gli altri, “Hot Wheels City-La nuova sfida”, il più acclamato stunt show d'Europa, con il loop mobile più alto, 15 metri di altezza, mai eseguito prima in un parco divertimenti. Accanto a Mirabilandia nel 2003 è nato Mirabeach, un Parco acquatico in stile caraibico con sabbia bianchissima e una laguna cristallina che concilia relax e divertimento. Nel 2018 l’area è stata ampliata con ulteriori 20.000 mq, in cui sono presenti 5 emozionanti scivoli, un’esclusiva area Vip e una piscina a onde di 2.000 mq.

(Adnkronos) - Sarà Raffaella Griggi a condurre 'Chi l'ha visto?' dal 23 settembre su Rai3. La decisione, apprende l'Adnkronos, sarà ufficializzata oggi dal direttore degli Approfondimenti Rai, Paolo Corsini, con la comunicazione al Cdr. A quanto si apprende, nella nuova stagione del programma, ci saranno degli spazi di conduzione in studio anche per gli altri inviati storici del programma: Francesco Paolo Del Re, Chiara Cazzaniga, Veronica Briganti. La redazione del programma del programma è stata rafforzata con nuovi innesti di grande esperienza tra gli autori e gli inviati. Genovese, classe 1973, Griggi è giornalista professionista dal 2000. Grande sportiva, con un passato da pallavolista (ha giocato anche in serie B), appassionata di sci e grande tifosa della Sampdoria, la giornalista ha iniziato il suo percorso nella carta stampata, tra sport e cronaca, lavorando per anni nell’edizione ligure di Repubblica. Parallelamente collabora con diverse emittenti televisive private, come Primocanale e Telenord, affinando un profilo da cronista versatile. Il 2001 segna un passaggio cruciale: la copertura del G8 di Genova, evento complesso e drammatico che la porta a confrontarsi con una delle pagine più difficili della storia recente italiana.
Da lì, il salto verso le reti nazionali: prima Sky Tg24 nel 2008, poi il 2010 al TgLa7 di Enrico Mentana, poi una parentesi a Mediaset e dal 2011 'La vita in diretta' e poi 'UnoMattina' su Rai1. In quegli anni, Griggi ha sempre mantenuto un profilo di freelance, collaborando per alcune stagioni anche con 'Il Messaggero'.
Infine, l'approdo a 'Chi l’ha visto?', nel 2017, segna la svolta. Griggi gira in lungo e in largo l'Italia firmando numerosi servizi su vicende complesse, spesso legate alla cronaca nera, e portando a casa diversi scoop: dall'intervista a Salvatore Parolisi fuori dal carcere, alle interviste agli amanti diabolici, dall'omicidio di Giulia Cecchettin alla scomparsa di Tatiana Tramacere, la ragazza creduta scomparsa e invece ritrovata nella mansarda di un amico. Così, in circa 9 anni, il pubblico della trasmissione ha imparato a riconoscerla e a seguirla: la sua presenza sul campo, il tono misurato, la cura nel racconto delle storie l’hanno resa una presenza autorevole e credibile nel programma durante gli anni della conduzione di Federica Sciarelli. Di cui ora raccoglie l'impegnativo testimone.
L'ufficializzazione definitiva arriva con una nota Rai nel primo pomeriggio, dove si sottolinea che "Raffaella Griggi raccoglie il testimone di un programma che rappresenta uno dei punti di riferimento del servizio pubblico, forte di un percorso professionale costruito sul campo, all'insegna del rigore giornalistico, della credibilità e della vicinanza alle persone".
"La scelta di Raffaella Griggi nasce nella piena continuità con la storia e i valori di Chi l'ha visto?. La sua esperienza maturata all'interno della redazione e come inviata della trasmissione, unita alla sua riconosciuta professionalità di giornalista Rai, rappresentano la migliore garanzia per accompagnare il programma in una nuova fase, nel solco del grande lavoro svolto da Federica Sciarelli, alla quale va il nostro più sincero ringraziamento per gli straordinari risultati conseguiti e per il servizio reso ai cittadini in tutti questi anni", dichiara Paolo Corsini, Direttore Approfondimento Rai.
"L'obiettivo è coniugare continuità e innovazione, rafforzando ulteriormente l'identità di un programma che ha saputo trasformare il giornalismo di servizio in un patrimonio del Paese. In questa prospettiva, sarà valorizzato ancora di più il lavoro corale della redazione e degli inviati, che rappresentano da sempre una delle principali ricchezze di Chi l'ha visto? E questo in maniera ancor più concreta con il loro coinvolgimento in studio nella conduzione di spazi tematici legati al loro lavoro sul campo. La conduzione sarà il punto di sintesi di una squadra autorevole, riconoscibile e sempre più protagonista del racconto giornalistico sul territorio", conclude Corsini.
"La nuova edizione confermerà la missione di servizio pubblico che ha reso Chi l'ha visto? un appuntamento imprescindibile per milioni di telespettatori, mantenendone intatti i valori fondanti e sviluppandone ulteriormente la capacità di raccontare, con autorevolezza e sensibilità, le storie e le vicende al centro dell'interesse pubblico", conclude la nota Rai.

Cigierre - Compagnia Generale Ristorazione Spa e World4All avviano un programma di formazione dedicato all'inclusione e all'accoglienza delle persone con disabilità. Il progetto coinvolgerà progressivamente gli oltre 4.500 dipendenti del gruppo Cigierre con l’obiettivo di ridefinire gli standard di un settore che in Italia vale oltre 100 miliardi di euro e conta più di 324 mila imprese attive. L'accordo nasce dalla volontà di integrare competenze complementari, portando l’accessibilità nella ristorazione italiana: da un lato, l'esperienza trentennale di Cigierre nella ristorazione e nella formazione di settore, con oltre 340 ristoranti e marchi come Old Wild West, Wiener Haus, Shi's, America Graffiti, Smashie e Pizzikotto; dall'altro, la specializzazione di World4All nell’accessibilità, che porterà nel progetto la propria metodologia certificata sull'inclusione, i Disability Manager, i docenti specializzati dell'Academy World4All e un know-how sviluppato sull’accessibilità verificata nei contesti di fruizione pubblica.
Il percorso sarà erogato attraverso la Cigierre Academy e fornirà al personale di sala competenze operative e relazionali per accogliere e assistere al meglio le persone con disabilità, portando il tema dell'inclusione nella quotidianità del servizio. Dall'interazione con il cliente alla gestione delle diverse esigenze di accessibilità, la finalità è mettere ogni professionista nelle condizioni di offrire un'esperienza positiva, autonoma e rispettosa a ogni ospite, qualunque sia la sua condizione.
In Italia vivono circa 13 milioni di persone con diversi livelli di disabilità, a cui si aggiungono i bisogni legati all'invecchiamento della popolazione. Per le imprese della ristorazione, l'accessibilità rappresenta quindi una sfida sempre più rilevante, che riguarda non solo gli spazi ma anche le modalità dell'accoglienza, la chiarezza delle informazioni e la preparazione del personale. La centralità del tema è rafforzata anche dall'evoluzione del quadro europeo: con l'entrata in applicazione dell’European Accessibility Act, l'accessibilità si consolida come uno standard destinato a incidere sempre di più sulla progettazione di prodotti, servizi ed esperienze e, al tempo stesso, come una leva capace di creare nuove opportunità e rafforzare la competitività delle imprese.
“La qualità dell'accoglienza - ha dichiarato Mario Perego, Group Head of Hr di Cigierre - passa innanzitutto dalle persone. Investire nella formazione significa fornire ai nostri team gli strumenti per rispondere con competenza, sensibilità e attenzione ai bisogni di ogni ospite. Il percorso con World4All rappresenta un ulteriore passo nel nostro impegno per costruire un ambiente sempre più inclusivo, in cui l'accessibilità non sia un elemento aggiuntivo, ma una componente naturale del modo in cui lavoriamo ogni giorno”.
"L'accessibilità - ha affermato Marvin Milanese, Ceo e co-fondatore di World4All - non riguarda solo gli spazi, ma il modo in cui una persona viene messa nelle condizioni di vivere un'esperienza positiva, autonoma e rispettosa. Accessibilità per noi è cultura, è formazione, è competenza quotidiana. Quando un grande gruppo della ristorazione decide di investire in questo ambito in modo strutturato, contribuisce ad alzare lo standard dell'intero settore, ridefinirlo creando un’urgenza, per questo siamo orgogliosi di supportarlo con il nostro know-how che oggi è pronto a estendersi verso tutto l’HoReCa".

(Adnkronos) - La Medicina di laboratorio costituisce uno dei pilastri del Servizio sanitario nazionale: “Oltre il 70% delle decisioni cliniche si basa, infatti, sui risultati degli esami, che rappresentano le prestazioni più richieste dai cittadini, per questo è necessario armonizzarne i costi”. In occasione del completamento del percorso di valorizzazione economica dei Lea (Livelli essenziali di assistenza), la cui conclusione è prevista entro fine settembre, Sibioc, Società italiana di biochimica clinica e biologia molecolare clinica - Medicina di laboratorio, presenta il primo studio nazionale sull’applicazione del Nuovo nomenclatore tariffario, introdotto nel 2024, per evidenziare la necessità di un’allineamento delle tariffe, valutato attraverso un percorso verificabile e riproducibile, in grado di mostrare eventuali disomogeneità organizzative.
“L’iniziativa nasce dalle evidenze emerse durante la II Strategic Conference Sibioc e rappresenta il primo passo di un percorso scientifico volto a promuovere l’armonizzazione della Medicina di laboratorio e avviare una riflessione sull’evoluzione dei modelli di finanziamento della diagnostica – spiega Sabrina Buoro, presidente Sibioc – La tavola rotonda dedicata alle delegazioni regionali, coordinata da Maurizio D'Amora, ha evidenziato una significativa eterogeneità dei modelli organizzativi della Medicina di laboratorio nelle diverse realtà regionali. La Medicina di laboratorio richiede, oggi più che mai, strumenti condivisi di governo, valutazione e programmazione. In questo contesto, Sibioc ha ritenuto strategico offrire un contributo operativo per il Sistema sanitario, promuovendo una analisi scientifica finalizzata a fornire elementi oggettivi di supporto alle future decisioni istituzionali. Il nostro intento non è richiedere o operate una revisione generalizzata, ma promuovere una riflessione sui modelli di remunerazione e strutturazione delle prestazioni”.
L'analisi, sviluppata dal Gruppo operativo Sibioc ‘Evoluzione tariffaria e applicazione del Nomenclatore tariffario nazionale’, ha preso in esame tutti i nomenclatori tariffari regionali attualmente vigenti, confrontandoli con il nuovo Nomenclatore tariffario nazionale del ministero della Salute. I risultati - riferisce una nota - riguardano 25 prestazioni, selezionate tra oltre 2mila tipologie di esami, rappresentative di oltre il 62% dell'attività complessiva. I risultati fotografano una significativa variabilità nell'applicazione del nomenclatore sul territorio nazionale: in particolare, numerose prestazioni ad elevato volume presentano, nelle Regioni non sottoposte a Piano di rientro, valori tariffari superiori rispetto a quelli previsti dal nomenclatore nazionale. Ad esempio: per glicemia e creatinina i rimborsi variano rispettivamente da un minimo di 1,00 e 1,10 ad un massimo di 2 euro; per la proteina C reattiva da un minimo di 1,90 a 10 euro; per l'emocromo da 2,30 ad un massimo di 5,30 euro.
“Negli ultimi anni – sottolinea Buoro – la comunità scientifica internazionale ha progressivamente orientato l'attenzione verso i principi della Value-Based Healthcare e della Value-Based Laboratory Medicine, che valutano non soltanto le prestazioni erogate, ma soprattutto il valore generato per il paziente, per i percorsi di cura e per la sostenibilità del Sistema sanitario. In questa prospettiva, l'analisi dell'applicazione del nuovo nomenclatore tariffario rappresenta il primo passo di una riflessione più ampia sull'evoluzione dei modelli organizzativi e dei sistemi di finanziamento della diagnostica di laboratorio. Il completamento delle valorizzazioni delle prestazioni Lea rappresenta un passaggio fondamentale per il futuro – continua La presidente Sibioc – Le decisioni che saranno assunte nei prossimi mesi potranno incidere sull'organizzazione dei servizi, sull'equità di accesso e sulla sostenibilità del sistema: per questo riteniamo indispensabile che siano supportate da evidenze scientifiche e da metodologie trasparenti”.
L’obiettivo “non è un semplice allineamento delle tariffe - avverte Buoro - sarà necessario promuovere un confronto scientifico e istituzionale sull'evoluzione dei modelli di finanziamento, affinché siano in grado di riconoscere non soltanto il numero delle prestazioni erogate, ma il valore generato per il paziente, gli esiti clinici, l'appropriatezza prescrittiva e la sostenibilità del Ssn, con un modello che non remuneri esclusivamente la singola prestazione, ma che consideri percorsi diagnostici integrati. Il valore della Medicina di laboratorio si esprime anche nella capacità di integrare test a cascata (reflex test), algoritmi diagnostici, commenti interpretativi e consulenza specialistica. Un modello che permette al paziente di completare, con un unico accesso, l'intero percorso diagnostico di laboratorio, migliorando l'appropriatezza, riducendo i tempi diagnostici e consentendo una presa in carico più tempestiva ed efficace, con benefici anche in termini di sostenibilità del Servizio sanitario”.
Aggiunge Pierangelo Clerici, presidente della Federazione italiana delle società scientifiche di medicina di laboratorio: “Come FismeLab riteniamo di fondamentale importanza il lavoro prodotto da Sibioc e crediamo fermamente che la direzione indicata sia quella corretta per una giusta caratterizzazione della diagnostica di laboratorio all'interno del Ssn che, come viene ampiamente dimostrato, risulta costituita da 21 sistemi regionali che non essendo armonizzati tra loro creano situazioni di sofferenza in alcune regioni sia per i pazienti che per i professionisti che vi operano. L'impegno di FimeLab con le istituzioni - conclude - è quello di proporre visioni nuove della Medicina di laboratorio, come il documento Sibioc ben presenta”.
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