
"Le parole di Donald Trump sulla malattia di un deputato 'in fase terminale' si commentano da sole. Si tratta di un comportamento spiacevole e squalificante, sia sul piano umano sia su quello della comunicazione". Così all'Adnkronos Salute Massimo Di Maio, presidente dell'Associazione italiana di oncologia medica (Aiom), dopo le dichiarazioni del presidente Usa sul repubblicano Neal Dunn, 73 anni, la cui condizione clinica - finora mai resa pubblica - è stata svelata dallo stesso Trump durante un incontro alla Casa Bianca, nel pieno della crisi in Medio Oriente. "E' un malato terminale, potrebbe morire entro giugno", è la frase del presidente che rimbalza sui media. "Avevo bisogno del suo voto", è il pensiero confessato da Trump pensando agli equilibri della maggioranza.
"L'interessato non aveva reso nota la propria situazione clinica, la malattia e la prognosi, come è suo pieno diritto", sottolinea Di Maio che è professore ordinario di Oncologia medica all'università di Torino e direttore di Oncologia medica presso l'Aou Città della Salute e della Scienza. "La comunicazione di una malattia spetta esclusivamente al paziente", precisa lo specialista: parlare in "termini così cinici anche dell'aspettativa di vita di una persona con un cancro è sconcertante", osserva.
Di Maio critica in particolare l'uso dell’espressione 'malato terminale', definendola "un pessimo e pericoloso messaggio", perché "rischia di far percepire la persona come se non fosse più utile alla società". "Se una persona non è più in grado di svolgere il proprio lavoro per settimane o mesi, deve essere lei stessa a spiegarne le ragioni - aggiunge - In questo caso non è mancato solo il garbo istituzionale, ma anche il rispetto e la buona educazione". Infine, "rendere pubblica la condizione di un paziente senza il suo consenso è un gesto di un cinismo inaccettabile, è stata violata la dignità della persona. E' qualcosa che va condannato con fermezza", conclude il presidente Aiom.
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Pennichelle pomeridiane lunghe e inattese? Possono non essere un buon segno. Quando si parla di ictus cerebrale, "la maggior parte delle volte l'attenzione si concentra sull'evento acuto: inatteso, drammatico, capace di cambiare la vita in pochi istanti. Tuttavia, nella maggior parte dei casi, l'ictus non nasce all'improvviso, ma è piuttosto il risultato finale di un lungo e silenzioso processo che si sviluppa nel corso degli anni e che mette insieme numerosi fattori di rischio. Tra questi, lo stress cronico e le alterazioni del sonno - sia notturno sia diurno - stanno emergendo come elementi sempre più rilevanti per la salute cerebrovascolare".
Sonno e stress: i fattori di rischio
"Accanto al sonno notturno, la ricerca scientifica si sta concentrando anche sul sonno diurno, in modo particolare sulle pennichelle lunghe e non intenzionali. Se un breve riposino programmato può aiutare il recupero mentale e la memoria, i sonnellini prolungati e involontari sembrano causare un aumento del rischio cerebrovascolare", rimarcano gli specialisti.
"Lo stress - spiega Alice Italia Odv (Associazione per la lotta all'ictus cerebrale) - fa parte della vita quotidiana ed è, di per sé, una risposta fisiologica utile: il problema nasce quando questo stato di allerta non si spegne mai davvero. In presenza di stress cronico, infatti, l'organismo mantiene attivi in modo persistente i principali sistemi di risposta allo stress, con una produzione prolungata di ormoni come il cortisolo e una costante attivazione del sistema nervoso simpatico. Nel tempo questa condizione può determinare un aumento stabile della pressione arteriosa, una maggiore rigidità dei vasi sanguigni e uno stato infiammatorio cronico di basso grado, tutti meccanismi che favoriscono la progressione dell'aterosclerosi e la formazione di trombi". Sottolinea Valeria Caso, responsabile Struttura complessa Uo Neurologia Stroke Unit Polo ospedaliero Saronno (Varese): "Lo stress cronico non va considerato solo come un problema emotivo o psicologico. E' uno stimolo biologico persistente che, nel tempo, modifica profondamente l'equilibrio cardiovascolare. Quando questi meccanismi restano alterati a lungo, il rischio di eventi cerebrovascolari, come l'ictus, aumenta in modo significativo". Le persone esposte a stress cronico presentano dunque una maggiore incidenza di ipertensione e di eventi cardiovascolari, due dei principali fattori di rischio per l'ictus cerebrale.
Quanto al sonno, non è un semplice momento di 'spegnimento' dell’organismo - precisa l'associazione - ma al contrario rappresenta una fase attiva di regolazione e recupero. "Durante il sonno fisiologico, la pressione arteriosa tende a ridursi di circa il 10-20%, l'attività del sistema nervoso simpatico diminuisce e i processi infiammatori vengono modulati. Quando il sonno è insufficiente, oppure risulta frammentato o disturbato, questa finestra di protezione si chiude. Studi osservazionali mostrano infatti che dormire meno di 5-6 ore per notte o più di 8-9 ore è associato a un aumento del rischio di ictus, rispetto a una durata di sonno considerata ottimale", evidenziano gli esperti.
"Un ruolo particolarmente rilevante - proseguono gli specialisti - è svolto dall'apnea ostruttiva del sonno, una condizione spesso non diagnosticata che interessa una quota importante della popolazione adulta. Le ripetute pause respiratorie notturne causano ipossia intermittente e, allo stesso tempo, brusche oscillazioni della pressione arteriosa, contribuendo a un danno vascolare progressivo. Le persone con apnea ostruttiva del sonno presentano un rischio di ictus circa doppio rispetto a chi non ne soffre".
Occhio anche ai sonnellini prolungati e involontari, che sembrano causare un aumento del rischio cerebrovascolare. Una revisione di studi osservazionali pubblicata su 'Sleep Medicine Reviews', che ha coinvolto oltre 600.000 persone (di cui circa 16.000 andate incontro a ictus), ha evidenziato una relazione tra durata del sonnellino diurno e probabilità di ictus. In particolare: i sonnellini brevi (fino a 30 minuti) mostrano un impatto minimo o nullo sul rischio; i riposini superiori ai 90 minuti sono associati a un aumento del rischio fino a circa l'80% rispetto a chi non dorme di giorno; i sonnellini non programmati e involontari sono associati a un rischio ancora più elevato, riporta Alice Italia. "Ovviamente il riposino non va demonizzato - precisa Massimo Del Sette, direttore Uoc Neurologia Policlinico San Martino di Genova - ma è necessario riconoscere come la sonnolenza diurna frequente e non voluta possa essere un segnale di un sonno notturno non ristoratore o di disturbi come l'apnea ostruttiva del sonno, che sappiamo aumentare il rischio di ictus. Il rischio aumentato è stato osservato per tutte le principali tipologie di ictus: ischemico, emorragico e subaracnoideo".
I segnali dell'ictus
"L'ictus arriva all’improvviso, ma il rischio si costruisce spesso molto prima - conclude Andrea Vianello, presidente di Alice Italia Odv - Imparare ad ascoltare segnali apparentemente banali, come la stanchezza persistente o la tendenza ad addormentarsi durante il giorno, significa fare prevenzione. Prendersi cura del sonno e dello stress vuol dire invece prendersi cura del proprio futuro". Per Alice Italia la prevenzione dell'ictus non si limita al solo controllo dei fattori di rischio più noti, come ipertensione, diabete o fumo, ma deve includere anche la qualità del sonno, la gestione dello stress e l'attenzione alla sonnolenza diurna. L'invito dell'associazione è quindi a non sottovalutare pennichelle frequenti, prolungate o involontarie, soprattutto se recenti o in aumento, e a parlarne con il medico per una valutazione complessiva del rischio cardiovascolare e dei disturbi del sonno. Perché il cervello, spesso, lancia segnali molto prima che l'ictus si manifesti.

In Italia sono circa 3,7 milioni le persone che vivono dopo una neoplasia solida, mentre oltre 500mila convivono con un tumore del sangue. Numeri che evidenziano quanto sia fondamentale continuare a investire e rafforzare la ricerca clinica in oncologia ed emato-oncologia, l'ambito dove si concentra la maggior parte dei trial. Secondo i dati del Sistema informativo sui trial clinici (Ctis) europeo, oggi in Italia sono in corso 1.103 studi clinici su tumori solidi e del sangue, che confermano il nostro Paese tra i più avanzati per qualità e quantità degli studi. L'attività di ricerca non risulta però distribuita in maniera omogena sul territorio. L'84% delle sperimentazioni coinvolge almeno un centro attivo in Lombardia, mentre la Campania è la prima regione del Mezzogiorno (41%), preceduta da Emilia Romagna (56%) e Lazio (46%). Più dell'80% di tutti gli studi rientra nell'ambito dei tumori solidi: in particolare, il 40% riguarda i carcinomi di polmone, mammella, colon-retto e della prostata. Il 19% di tutti gli studi è dedicato invece alle neoplasie del sangue (di questi il 34% è sui linfomi non-Hodgkin, il 28% sulle leucemie e il 23% sui mielomi). Il 74% degli studi è sponsorizzato dalle aziende farmaceutiche. Tra quelli no profit, il 56% è supportato da strutture sanitarie, il 24% da associazioni e fondazioni e solo il 20% da università e centri di ricerca. I 184 trial oncologici avviati in Italia nel 2025 hanno coinvolto in totale 6.657 pazienti. E' quanto emerge dal Working Paper 'Protagonista della ricerca. Il paziente al centro dei trial in oncologia ed emato-oncologia', realizzato da Teha, società del gruppo The European House - Ambrosetti, con il contributo non condizionante di Amgen. Il documento è presentato oggi a Roma in un evento a cui partecipano pazienti, clinici e rappresentanti delle Istituzioni nazionali e locali.
"Nel nostro documento abbiamo cercato di tracciare un bilancio dell'attuale situazione che vede l'Italia all'avanguardia in Europa per qualità e quantità della ricerca prodotta. Le analisi evidenziano che stiamo ottenendo risultati importanti pur di fronte a molte difficoltà. Basti pensare che 1 centro oncologico su 10 non riesce ad arruolare nemmeno un paziente. Il 40% non raggiunge gli obiettivi di reclutamento iniziali e circa la metà dei partecipanti arruolati abbandona lo studio clinico prima del suo completamento - afferma Rossana Bubbico, Head of Think Tank, Health & Life science, Teha Group - Le nuove sfide della ricerca clinica riguardano soprattutto la capacità di aumentare il numero di pazienti coinvolti e favorire una partecipazione più attiva e consapevole lungo l'intero percorso di sperimentazione, a fianco dei medici e del sistema. In questa direzione è fondamentale rafforzare strumenti come l'e-recruitment e promuovere i trial clinici decentralizzati, che grazie alle tecnologie digitali permettono di svolgere alcune procedure a distanza. Anche l'intelligenza artificiale può contribuire a semplificare i processi, ridurre la burocrazia e migliorare la qualità dei dati raccolti".
Le proposte di esperti e associazioni
"Stiamo vivendo un momento molto importante in cui la personalizzazione delle terapie sta diventando una realtà. Questo rende necessario un nuovo modo di costruire la ricerca - sottolinea Paolo Marchetti, presidente Fondazione per la medicina personalizzata - Non possiamo continuare a produrre evidenze scientifiche con modelli pensati per una medicina che non esiste più. Oggi possiamo rendere gli studi più etici e più intelligenti, riducendo, quando le condizioni metodologiche lo consentono, il peso del gruppo di controllo attraverso confronti esterni o sintetici rigorosamente pianificati e decentralizzando, per quanto possibile, gli studi clinici. Ma la vera svolta sarà un'altra: trasformare la pratica clinica quotidiana in una macchina continua di conoscenza, capace di raccogliere non solo dati biologici ed esiti, ma anche i Prom (Patient-reported outcome measures) e i Prem (Patient-reported experience measures) e le preferenze dei pazienti. Piattaforme prospettiche e adattative, come Be-Rome, indicano con chiarezza questa strada: non un archivio, ma una nuova infrastruttura della prova".
"I diritti dei pazienti devono essere tutelati anche durante la partecipazione a una sperimentazione clinica - rimarca Elisabetta Iannelli, segretario della Federazione italiana delle associazioni di volontariato in oncologia (Favo) - Il loro ruolo è sempre più centrale ed è stato riconosciuto anche con la presenza di un rappresentante dei malati nei 40 Comitati etici territoriali istituiti nel 2023. La ricerca deve indagare sempre di più l'impatto della malattia sulla vita quotidiana attraverso i patient-reported outcome. Ma la ricerca clinica non può più essere pensata sui pazienti: deve essere costruita con i pazienti. Il loro coinvolgimento non è un favore né un gesto simbolico, è un obbligo etico, giuridico e scientifico. E' un diritto che migliora la qualità delle cure e rafforza la democrazia sanitaria. Per aumentare il reclutamento negli studi servono comunicazione trasparente, informazioni chiare e un confronto aperto anche sugli effetti collaterali, che restano una barriera alla partecipazione. Una ricerca senza pazienti è più debole; una ricerca con i pazienti è più forte, più giusta e più capace di cambiare la vita delle persone".
"La centralità del paziente nella ricerca clinica non può più essere solo un principio etico o comunicativo: deve diventare una categoria scientifica - conclude Ruggero De Maria, presidente di Alleanza contro il cancro (Acc) - Oggi disponiamo di strumenti che permettono di raccogliere, accanto ai dati biologici e clinici tradizionali, segnali continui e quantitativi provenienti da wearable avanzati, monitoraggio remoto e patient-reported outcomes digitali. Domani, con lo sviluppo dell'esposomica, potremo integrare anche la misura sistematica delle esposizioni ambientali e comportamentali che modulano rischio, progressione e risposta terapeutica. Questo significa passare da una visione statica del paziente a una rappresentazione dinamica, multidimensionale e in tempo reale della malattia. E' qui che la tecnologia diventa davvero trasformativa: non perché sostituisce il medico, ma perché rende la ricerca più capace di cogliere la complessità biologica e umana della persona. Come Acc abbiamo il dovere di accompagnare questa transizione, facendo della rete oncologica nazionale il luogo in cui innovazione tecnologica, qualità scientifica e partecipazione del paziente convergono in un nuovo modello di ricerca clinica".
Sequestrati 14 chili di droga, blitz dei carabinieri...
Indagini della Guardia di finanza di Enna e della questura... 
L'Iran perde la testa. Israele elimina il capo del Consiglio di sicurezza Ali Larijani, peso massimo nello scacchiere di Teheran, decapita il vertice dei Basij paramilitari e mette nel mirino la Guida Suprema Mojtaba Khamenei. Intanto, il premier Benjamin Netanyahu esorta il popolo alla rivolta 'impossibile'. Il raid condotto a Teheran priva il regime di un pilastro. Larijani era il vertice politico di un paese già privato di elementi chiave. "Stiamo aiutando i nostri amici americani nel Golfo e indebolendo il regime nella speranza di dare al popolo iraniano l'opportunità di rimuoverlo", dice Netanyahu. La rimozione del regime ''non avverrà subito, non sarà facile. Ma se persevereremo in questo, daremo loro l'opportunità di prendere in mano il proprio destino", aggiunge il primo ministro. "Abbiamo eliminato Ari Larijani, ora gli iraniani hanno la chance di prendere in mano il loro destino. Larijani era il capo delle Guardie Rivoluzionarie[1], la banda di gangster che di fatto governava l'Iran", ripete Netanyahu, che invia un messaggio successivo alla popolazione: "Stiamo colpendo le basi, stiamo colpendo nelle piazze. Uscite e festeggiate, vigiliamo dall'alto".
Caccia a Mojtaba Khamenei
La missione non è compiuta. Nella lista di obiettivi che Netanyahu mostra all'ambasciatore americano Mike Huckabee ("Abbiamo cancellato altri 2 nomi") c'è anche il nome di Mojtaba Khamenei. Il leader spirituale continua ad essere un fantasma: ferito negli attacchi all'inizio della guerra, il figlio e successore dell'ayatollah Ali Khamenei si manifesta solo attraverso messaggi pubblici. La sorte di Mojtaba non è chiara, rumors relativi ad un ricovero d'emergenza a Mosca e voci su condizioni gravi. Le forze di difesa israeliane non hanno certezze, dice il portavoce Effie Defrin.
"Ma posso dire una cosa: continueremo – come abbiamo dimostrato – a perseguire chiunque rappresenti una minaccia per lo Stato di Israele. Chiunque alzi un dito contro di esso non è immune da noi. Lo inseguiremo, lo troveremo e lo neutralizzeremo". Israele continuerà a colpire i membri delle forze paramilitari iraniane Basij dopo aver eliminato il comandante Gholamreza Soleimani: "Lo ripeto, li colpiremo tutti, ovunque e in qualsiasi momento". L'operazione non è destinata a chiudersi in tempi brevi: "E' una ampagna prolungata, che includerà anche il periodo della Pasqua ebraica", dice il portavoce spostando l'orizzonte ai primi otto giorni di aprile. In una giornata chiave, rischia di passare relativamente inosservato il colpo durissimo inferto ai Basij: i paramilitari perdono, secondo i report, decine di elementi di primo livello. L'organizzazione è un meccanismo essenziale nel sistema che il regime ha creato per controllare il territorio: in teoria, gli spazi di manovra sul terreno potrebbero aumentare.
La rivolta (ora) non ha chance
In realtà, l'effetto immediato dell'eliminazione di Larijani, secondo gli analisti, sarà un'ulteriore chiusura a riccio del regime che ha già dimostrato di poter rimpiazzare elementi apicali senza modificare assetto e caratteristiche. I pasdaran, sempre più padroni della situazione, stringeranno ulteriormente le maglie. Larijani era una figura pragmatica, capace di conciliare le posizioni moderate con la linea dura dei militari, destinati a pesare ancora di più. In questo quadro, i messaggi di Netanyahu che esorta la popolazione alla rivolta appaiono a dir poco azzardati. Il rovesciamento del regime, in tempi brevi, non sembra una prospettiva concreta. Ne sono consapevoli gli Stati Uniti, a giudicare da un cablo prodotto dall'ambasciata americana a Gerusalemme visionato dal Washington Post: se i cittadini scendessero in piazza verrebbero "massacrati".
Il regime "non crolla" e punta a "combattere fino alla fine". Tali concetti, scrive il WP, sono chiari anche ai funzionari israeliani e sono la sintesi degli incontri che i diplomatici Usa hanno avuto mercoledì e giovedì della scorsa settimana con funzionari dei ministeri della Difesa e degli Esteri e del Consiglio di Sicurezza Nazionale israeliani. Il quadro è chiaro anche a Donald Trump: "Il regime presidia le strade con le mitragliatrici, non è pensabile scendere in piazza e protestare".

Si chiama Mind ed è un regime alimentare che mixa i principi della dieta mediterranea e di uno schema che punta a contrastare la pressione alta. Raccomanda il consumo regolare di verdure a foglia verde e altri ortaggi, frutti di bosco, frutta secca, cereali integrali, pesce, legumi, olio d'oliva e pollame, oltre a un consumo moderato di vino. E fra i cibi da limitare indica burro/margarina, formaggio, carne rossa, dolci e cibi fritti da fast food. Secondo un team di scienziati, autori di una ricerca pubblicata online sul 'Journal of Neurology Neurosurgery & Psychiatry', seguirne le prescrizioni potrebbe essere la chiave per mantenere giovane il cervello, rallentando i cambiamenti strutturali legati al suo invecchiamento.
In particolare gli esperti hanno scoperto che la dieta Mind è associata a una minore perdita di tessuto nel tempo, soprattutto di materia grigia, il centro di elaborazione delle informazioni del cervello, che svolge un ruolo chiave nella memoria, nell'apprendimento e nel processo decisionale, e a un minore ingrossamento dei ventricoli, che riflette l'atrofia cerebrale, in cui la perdita di tessuto è accompagnata dall'ingrossamento degli spazi pieni di liquido cerebrospinale.
Lo schema
Lo schema della Neurodegenerative Delay diet (Mind in breve), era già stato precedentemente collegato a una migliore salute cognitiva, osservano i ricercatori. Tuttavia, non era chiaro quale effetto potesse avere sui cambiamenti strutturali del cervello legati all'età, associati a malattie neurodegenerative come l'Alzheimer e il Parkinson. Per approfondire ulteriormente la questione, i ricercatori si sono concentrati su 1.647 persone di mezza età e anziane (età media 60 anni all'inizio dello studio) appartenenti alla coorte dei discendenti del Framingham Heart Study (Fos, Framingham Heart Study Offspring cohort). Tutti i partecipanti si sono sottoposti a regolari controlli medici ogni 4-8 anni, con risonanze magnetiche cerebrali ogni 2-6 anni a partire dal 1999, e hanno compilato almeno un questionario sulla frequenza del consumo dei vari alimenti durante i controlli effettuati tra il 1991-1995, il 1995-1998 e il 1998-2001 per la valutazione dell'apporto nutrizionale. Inoltre, si sono sottoposti ad almeno 2 risonanze magnetiche cerebrali tra il 1999 e il 2019, senza evidenza di ictus o demenza al momento della prima.
Il loro punteggio medio nella dieta Mind era di poco inferiore a 7 su un massimo di 15, dove 15 indica il livello più alto di aderenza. Nel gruppo collocato al top per i livelli di aderenza alla dieta Mind c'era maggiore probabilità di trovare donne e laureati, e minore probabilità che vi fossero fumatori o persone con obesità. Inoltre, un numero inferiore di loro presentava problemi di salute che potevano influire sulla salute del cervello, tra cui diabete di tipo 2, ipertensione e malattie cardiovascolari. Durante un periodo di monitoraggio medio di 12 anni, le risonanze magnetiche di tutti i partecipanti hanno evidenziato riduzioni del volume cerebrale totale, della sostanza grigia, della sostanza bianca e dell'ippocampo, unitamente ad aumenti del liquido cerebrospinale, del volume ventricolare e delle iperintensità della sostanza bianca (punti luminosi indicativi di danno tissutale). Tuttavia, punteggi più elevati nella dieta Mind sono stati associati a una più lenta riduzione o perdita della materia grigia. Ogni aumento di 3 punti è stato associato a una perdita più lenta (0,279 centimetri cubi per anno), equivalente al 20% in meno di declino legato all'età e a 2,5 anni di invecchiamento cerebrale ritardato. Analogamente, ogni aumento di 3 punti nel punteggio della dieta Mind è risultato associato a una più lenta espansione del volume ventricolare totale di -0,071 cm³/anno, equivalente a una perdita di tessuto inferiore dell'8% e a un ritardo di 1 anno nell'invecchiamento cerebrale.
Il jolly dei frutti di bosco e la sorpresa in negativo dei cereali integrali
Tra i principali fattori dietetici che hanno contribuito alle associazioni benefiche osservate figurano i frutti di bosco, associati a un aumento più lento dei volumi ventricolari, e il pollame, anch'esso associato a un aumento più lento dei volumi ventricolari e a un declino più lento della materia grigia. D'altro canto, un maggiore consumo di dolci è stato associato a una più rapida espansione ventricolare e atrofia dell'ippocampo, mentre i cibi fritti da fast food sono stati anche collegati a un maggiore declino del volume dell'ippocampo. "Gli alimenti consigliati da Mind, ricchi di antiossidanti come i frutti di bosco, e fonti proteiche di alta qualità come il pollame possono ridurre lo stress ossidativo e attenuare i danni neuronali", suggeriscono i ricercatori. "Al contrario, i cibi fritti dei fast food, spesso ricchi di grassi malsani, grassi trans e prodotti finali di glicazione avanzata, possono contribuire all'infiammazione e ai danni vascolari".
Inaspettatamente, un maggiore consumo di cereali integrali è risultato associato a cambiamenti strutturali sfavorevoli, tra cui un declino più rapido della materia grigia e del volume dell'ippocampo, e una più rapida espansione ventricolare, mentre un maggiore consumo di formaggio è risultato associato a riduzioni più lente della materia grigia e del volume dell'ippocampo, a un minore ingrossamento ventricolare e a un minor numero di punti luminosi. Le associazioni riscontrate sono risultate coerenti in una serie di ulteriori analisi e più forti nei partecipanti più anziani, suggerendo che la dieta in questione potrebbe essere più vantaggiosa per chi è a maggior rischio di invecchiamento cerebrale più rapido o presenta una maggiore variabilità nel tasso di atrofia cerebrale, dicono i ricercatori.
Sono state inoltre osservate associazioni più forti per le persone che erano più attive fisicamente e non in sovrappeso o obese, il che suggerisce che strategie di stile di vita combinate potrebbero contribuire a ridurre il rischio di malattie neurodegenerative, aggiungono gli esperti. Il lavoro presentato - precisano - è uno studio osservazionale e, come tale, non è possibile trarre conclusioni definitive in merito a un rapporto di causa-effetto. Tuttavia, concludono gli autori, "questi risultati rafforzano il potenziale della dieta Mind come modello alimentare salutare per il cervello e ne supportano il ruolo nelle strategie volte a rallentare la neurodegenerazione nelle popolazioni anziane".

Il maltempo non molla l'Italia neanche oggi, mercoledì 18 marzo. Un nuovo impulso perturbato proveniente dall’Europa nord-orientale porterà su gran parte dei nostri settori adriatici piogge e precipitazioni nevose a quote di alta collina. Il passaggio della perturbazione attiverà anche un deciso rinforzo della ventilazione su gran parte delle regioni centro-settentrionali. Sulla base delle previsioni disponibili, la Protezione Civile ha emesso un nuovo avviso di condizioni meteorologiche avverse che prevede l'allerta gialla per 9 regioni.
Previsioni meteo per oggi
L’avviso prevede precipitazioni da sparse a diffuse, anche a carattere di rovescio o temporale, sulla Puglia in estensione dalle prime ore di oggi, ad Abruzzo, Molise e Marche. I fenomeni saranno accompagnati da rovesci di forte intensità, forti raffiche di vento, locali grandinate ed attività elettrica. Dalle prime ore della giornata di domani si prevedono venti da forti a burrasca dai quadranti settentrionali su Friuli Venezia giulia, Veneto, Emilia-Romagna, Toscana, Umbria e Lazio centro-settentrionale. Attese mareggiate lungo le coste esposte. Si prevedono inoltre nevicate: mediamente al di sopra degli 800-1000 metri su Emilia-Romagna con apporti al suolo da deboli a moderati; mediamente al di sopra dei 700-900 metri su Abruzzo e Molise con apporti al suolo da moderati ad abbondanti, specie alle quote più alte.
Allerta meteo gialla, ecco dove
Sulla base dei fenomeni previsti e in atto è stata valutata per la giornata di domani allerta gialla in Abruzzo, Molise, Puglia, Basilicata, Calabria e su alcuni settori di Marche, Umbria, Lazio e Sicilia.

Una netta frenata nel ritmo degli attacchi missilistici dell'Iran contro Israele ha attirato nelle ultime ore l'attenzione degli analisti, sollevando interrogativi sul futuro della guerra e sulle possibilità di un'ulteriore escalation. "Le capacità missilistiche dell'Iran sono ridotte all'8%", dice il presidente americano Donald Trump in una delle numerose dichiarazioni sull'operazione iniziata il 28 febbraio. Sono passate oltre 2 settimane dai primi raid e dalle prime ondate di missili, l'Iran è stato colpito ogni giorno da attacchi durissimi che hanno colpito le postazioni di lancio e le fabbriche che producevano missili e droni.
I colpi assestati a ripetizione da Stati Uniti e Israele hanno lasciato il segno. Secondo la tv al Jazeera, gli attacchi iraniani hanno subito un evidente rallentamento tra la sera di domenica 15 marzo e lunedì 16. In questo lasso di tempo - osserva l’emittente qatarina - sono state registrate soltanto due ondate di lanci missilistici, attribuite alle Guardie Rivoluzionarie e alle forze armate regolari iraniane, presentate rispettivamente come la 55esima e la 56esima fase della risposta militare. Nei giorni precedenti, al contrario, l'Iran eseguiva quotidianamente tra le 5 e le 10 ondate di questo tipo, il che rende il netto ridimensionamento oggetto di numerose analisi e speculazioni.
Colpa dei danni subiti o cambio di strategia? Le ipotesi
Secondo l’inviato di Al Jazeera a Teheran, alcuni osservatori militari collegano questa frenata ai recenti colpi subiti dall'Iran a opera di Stati Uniti e Israele su installazioni interne al paese, che potrebbero aver danneggiato infrastrutture critiche per il lancio di missili. Tale ipotesi appare plausibile dal punto di vista tecnico-strategico. Altri analisti, invece, ritengono che il calo rifletta un cambiamento deliberato nella condotta delle operazioni: l'Iran starebbe redistribuendo gli sforzi bellici lungo l'intero “asse di resistenza”, considerando il fronte che va dall'Iran all'Iraq fino al Libano come un unico teatro di scontro. L'obiettivo sarebbe logorare progressivamente l'avversario israeliano attraverso una pressione distribuita e coordinata tra i vari attori coinvolti.
Al Jazeera cita fonti vicine agli ambienti militari iraniani che parlano di preparativi per fasi successive “potenzialmente più intense”, con un possibile ampliamento degli obiettivi verso quelli definiti "strategici", o " asset più sensibili”.
Il fronte diplomatico
Parallelamente agli sviluppi sul campo, Teheran si muove anche sul piano politico-diplomatico per mitigare le ripercussioni regionali del conflitto. Il segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale iraniano, Ali Larijani[1], di cui è stata annunciata ieri la morte, aveva diffuso nella serata di lunedì un messaggio via i social indirizzato "al mondo islamico", interpretato dagli osservatori come diretto soprattutto alle nazioni arabe e ai Paesi vicini. Secondo la lettura prevalente a Teheran, il testo esprime una certa preoccupazione per le reazioni arabe agli ultimi attacchi iraniani e per i possibili effetti negativi sulle relazioni bilaterali, suggerisce Al Jazeera, secondo cui l'obiettivo dichiarato del testo è rassicurare i Paesi della regione che le operazioni militari non li prendono di mira direttamente, cercando così di contenere le tensioni, preservare canali di dialogo e gettare le basi per una gestione post-conflitto dei rapporti regionali.
In sintesi- sottolinea l’emittente di Doha- mentre il ritmo dei lanci missilistici rallenta, forse per ragioni operative o per scelta strategica, l'Iran sembra calibrare attentamente sia le mosse militari sia quelle politiche, in un tentativo di mantenere iniziativa sul campo senza alienarsi completamente il vicinato arabo-musulmano.

Il Marocco ha vinto la Coppa d'Africa... con oltre due mesi di ritardo. Oggi, martedì 17 marzo, a rovesciare il risultato del campo che aveva visto il Senegal trionfare in finale 1-0 ai supplementari con il gol di Gueye il 18 gennaio 2026, è stata la Caf, la Federazione africana, accogliendo il ricordo di quella marocchina e assegnando, di fatto, la coppa a tavolino al Marocco: vittoria a tavolino per 3-0 e trionfo.
Alla base della decisione della Federazione quanto successo durante la finale, con il Senegal che ha abbandonato il terreno di gioco per diversi minuti provocando la sospensione della partita dopo l'assegnazione al Marocco di un calcio di rigore, poi sbagliato da Brahim Diaz con un osceno cucchiaio.
La decisione è stata comunicata con una nota ufficiale diramata dalla Caf: "Il Comitato d'Appello della CAF ha deciso che la Nazionale del Senegal, in base all'articolo 84 del regolamento della Coppa d'Africa, è dichiarata sconfitta a tavolino nella finale della Coppa d'Africa 2025, con il risultato della Partita registrato come 3-0 a favore della Federazione del Marocco".
"Il ricorso presentato dalla Fedeazione del Marocco è dichiarato ammissibile nella forma e il ricorso è accolto. Il Comitato d'Appello della CAF ritiene inoltre che la condotta della squadra senegalese rientri nell'ambito di applicazione degli articoli 82 e 84 del Regolamento della Coppa d'Africa. Si dichiara che la Federazione del Senegal, attraverso la condotta della sua squadra, ha violato l'articolo 82 del regolamento della Coppa d'Africa. In applicazione dell'articolo 84 del Regolamento della Coppa d'Africa, la squadra del Senegal viene dichiarata sconfitta a tavolino, con il risultato finale di 3-0 a favore della Federazione del Marocco", la sentenza.
La soddisfazione dei legali del cardinale, 'accolte le nostre
eccezioni'...
La proposta è partita dalla squadra dopo la sconfitta a Pisa...
Truzzu (Fdi) e Ticca (Riformatori), 'serve confronto vero e
trasparente'... 
"L'innovazione tecnologica applicata alla sanità rappresenta un'importante sfida non solo tecnologica, ma anche etica". Lo ha detto Andrea Violetti, presidente di Confassociazioni Digital, nel presentare la conferenza nazionale 'Ai & Cybersecurity in sanità: orizzonti strategici e impatti verticali', in programma giovedì 19 marzo a Roma, dalle 15.30 alle 18 nella Sala Koch di Palazzo Madama. L'iniziativa - promossa da Confassociazioni Digital in collaborazione con Società italiana intelligenza artificiale in medicina (Siiam) e Confassociazioni con il supporto del senatore Francesco Zaffini, presidente X Commissione del Senato - si propone come un momento di confronto tra istituzioni, imprese ed esperti del settore della sanità digitale, con l'obiettivo di analizzare le tecnologie emergenti capaci di rendere i servizi sanitari più efficienti, accessibili, inclusivi e centrati sul paziente.
"In un contesto di risorse economiche scarse, una domanda di salute elevata e un forte invecchiamento della popolazione - spiega Violetti - abbiamo il dovere di verificare se e quanto le nuove tecnologie digitali possano contribuire a rendere il servizio sanitario più efficiente e realmente centrato sul paziente. Da qui la volontà, attraverso questa conferenza, di promuovere una maggiore consapevolezza istituzionale e imprenditoriale sulle implicazioni dell'intelligenza artificiale e della sicurezza digitale in ambito medico, il rafforzamento del dialogo tra attori pubblici e privati, la valorizzazione di case study e buone pratiche nazionali e internazionali, il sostegno alla collaborazione interdisciplinare per la definizione di politiche innovative ed efficaci". Per fare questo "abbiamo articolato questo pomeriggio di approfondimento lungo 2 direttrici tematiche - chiarisce il presidente di Confassociazioni Digital - La prima, dedicata agli orizzonti strategici, tesa ad analizzare le implicazioni etiche, regolatorie ed economiche della digitalizzazione avanzata nel settore sanitario. La seconda, dedicata agli impatti verticali, che punta ad approfondire gli effetti concreti dell'intelligenza artificiale e della cybersecurity nei settori sanitario, medico e farmaceutico". La nuova Ia generativa rappresenta "una straordinaria opportunità per rendere il sistema sanitario più moderno, efficiente e vicino ai cittadini - sottolinea Angelo Deiana, presidente di Confassociazioni - Tuttavia, per coglierne appieno il potenziale è necessario rafforzare il dialogo tra istituzioni, imprese e comunità scientifica, definendo regole chiare, investimenti mirati e una visione strategica condivisa. L'intelligenza artificiale e la sicurezza dei dati rappresentano pilastri fondamentali della sanità del futuro e richiedono un approccio sistemico, capace di coniugare innovazione tecnologica, responsabilità etica e tutela dei cittadini".
L'iniziativa - riferisce una nota - si inserisce nel più ampio percorso di promozione dell'innovazione anche di un ecosistema sanitario digitale più sicuro, sostenibile e orientato al futuro portato avanti da Confassociazioni, realtà che riunisce oggi oltre 801 organizzazioni con più di 1 milione e 300mila iscritti, tra cui oltre 213mila imprese, confermandosi come uno dei principali punti di riferimento nazionali per lo sviluppo professionale, manageriale e tecnologico.
Forza Italia ha sottoscritto la proposta di legge di iniziativa
popolare partita dai Radicali... 
"Non vogliamo più l'aiuto dei paesi della Nato". Donald Trump accantona il piano di una coalizione internazionale formata da paesi Nato per liberare e riaprire lo Stretto di Hormuz, minacciato dall'Iran con la conseguente paralisi del traffico di greggio nel Golfo Persico e con effetti sul prezzo del petrolio. Il presidente degli Stati Uniti per giorni ha sollecitato la collaborazione dei partner, non solo Nato. Le risposte, però, sono state negative: niente coalizione. "Non vogliono aiutarci, è meraviglioso...", dice Trump rispondando alle domande dei media alla Casa Bianca durante l'incontro con il primo ministro dell'Irlanda, Micheal Martin.
"La Nato ha appoggiato la nostra azione, nessuno ha detto 'non dovresti farlo'. Ora la Nato sta commettendo un errore stupido. Noi, come Stati Uniti, dovremo ricordarcene", dice Trump. Il presidente francese Emmanuel Macron ha ufficializzato il no della Francia: "Ah sì? Beh, lascerà la carica a breve...". Il progetto per la coalizione rimane legato alla cooperazione con i paesi del Golfo: "Abbiamo avuto grande supporto dal Medio Oriente: Emirati Arabi, Qatar, Arabia Saudita. Israele ha garantito grande collaborazione".
"Gli Stati Uniti sono stati informati dalla maggior parte dei nostri 'alleati' della Nato che non vogliono essere coinvolti nella nostra operazione militare contro il regime terroristico dell'Iran in Medio Oriente, nonostante il fatto che quasi tutti i paesi siano fortemente d'accordo con ciò che stiamo facendo e che all'Iran non si debba in alcun modo permettere di possedere armi nucleari", scrive Trump sul social Truth.
"Non sono sorpreso dalla loro reazione, tuttavia, perché ho sempre considerato la Nato - nella quale spendiamo centinaia di miliardi di dollari all'anno per proteggere questi stessi Paesi - una strada a senso unico: noi li proteggeremo, ma loro non faranno nulla per noi, soprattutto in caso di bisogno", dice Trump ribadendo un concetto espresso a ripetizione negli ultimi giorni. Non sono una novità nemmeno le parole con cui vengono evidenziati i successi ottenuti nell'operazione Epic Fury, avviata il 28 febbraio: "Per fortuna, abbiamo decimato l'esercito iraniano: la Marina dell'Iran è stata distrutta, l'Aeronautica è stata distrutta, la difesa antiaerea e i radar sono stati distrutti e, forse la cosa più importante, i loro leader, praticamente a ogni livello, sono stati eliminati e non potranno mai più minacciare noi, i nostri alleati mediorientali o il mondo", aggiunge il presidente americano.
Dopo aver pressato i partner senza ottenere risultati, Trump ribalta il discorso: l'aiuto degli alleati non serve, non viene nemmeno richiesto. "Grazie ai successi militari che abbiamo ottenuto non abbiamo più bisogno, né desideriamo l'assistenza dei Paesi della Nato. Non ne abbiamo mai avuto bisogno", aggiunge Trump, che allarga il discorso ad altri partner. "Lo stesso vale per il Giappone, l'Australia o la Corea del Sud. Anzi, parlando in qualità di presidente degli Stati Uniti d'America, di gran lunga il Paese più potente al mondo, non abbiamo bisogno dell'aiuto di nessuno", conclude.

"Tappa storica" nella lotta al cancro al seno, grazie a uno studio internazionale pubblicato su 'Nature' al quale hanno partecipato tre giovani ricercatori dell'Istituto europeo di oncologia (Ieo) di Milano fondato da Umberto Veronesi.
Antonio Marra, Emanuela Ferraro e Luca Boscolo Bielo iniseme agli altri autori dello studdio hanno individuato il profilo molecolare che causa la resistenza ai farmaci in questi tumori: un 'identikit' che permette di prevedere quale paziente svilupperà farmacoresistenza e quale no, e quindi di scegliere per ognuna la terapia giusta, potenzialmente in grado di ritardare lo sviluppo dei meccanismi di resistenza.
Le cause della resistenza ai farmaci dei tumori mammari, che progressivamente fa perdere efficacia alle terapie, finora sono state scarsamente analizzate dal punto di vista genetico, spiegano dall'Ieo. E' noto che all'evoluzione del tumore contribuiscono mutazioni germinali (che avvengono nelle cellule riproduttive e sono ereditarie) e mutazioni somatiche (che avvengono in qualsiasi cellula dell'organismo e non sono ereditarie), ma non si era ancora definito come questi due tipi di alterazioni geniche influiscono sullo sviluppo della farmacoresistenza. Attraverso un'analisi clinico‑genomica integrata su oltre 5.800 pazienti, lo studio ha esplorato come le varianti patogenetiche germinali possano influenzare in modo determinante l'evoluzione e la resistenza ai farmaci del carcinoma della mammella. I ricercatori hanno così scoperto che alcune mutazioni genetiche ereditarie, ad esempio del gene Brca2, condizionano il modo in cui il tumore evolve e diventa resistente alle terapie.
"Abbiamo dimostrato che i tumori mammari con mutazione germinale di Brca2 hanno una forte predisposizione alla perdita del gene Rb1, che rende instabile il Dna. Si produce così un meccanismo 'a doppio colpo': una fragilità genetica già presente, a causa della mutazione ereditaria, e l'instabilità del Dna favoriscono lo sviluppo della resistenza durante la terapia. Infatti contro questi tumori risultano meno efficaci i trattamenti standard, quali ad esempio la combinazione di terapia endocrina ed inibitori di Cdk4/6", riferiece Ferraro.
"Per contro - aggiunge Marra - abbiamo osservato che nei modelli sperimentali e nei dati clinici i Parp inibitori sembrano funzionare meglio dei Cdk4/6 inibitori nelle pazienti con Brca2, aprendo nuove prospettive molto interessanti per l'utilizzo di questi farmaci in prima linea. Infatti è già stato avviato uno studio sulla scorta di questi risultati. I Parp inibitori sono utilizzati da alcuni anni con ottimi risultati contro il tumore al seno Her2-negativo e Brca1/2 mutato, sia metastatico che iniziale. Tuttavia questi ottimi farmaci sono stati utilizzati solo in seconda linea, cioè quando il primo farmaco ha smesso di essere efficace. I nostri nuovi dati indicano invece che dare priorità ai Parp inibitori nelle pazienti portatrici di mutazione Brca2 può intercettare le traiettorie di perdita del gene Rb1, e ritardare così la resistenza ai farmaci. Al di là di questo risultato specifico, che può avere un immediato impatto clinico - conclude lo scienziato - in una visione più generale abbiamo stabilito un modello per prevedere le traiettorie della resistenza ai farmaci sulla base della configurazione del genoma del paziente, dimostrando una volta di più l'importanza fondamentale di conoscere il profilo genetico prima del trattamento, per scegliere la migliore terapia possibile per ogni persona".

Giardiniere, pittore, barman, oltre che re, naturalmente. Non c'è attività nella quale Carlo non rinunci a cimentarsi, e perfino con una buona dose di successo. E adesso si è messo a fare anche il Dj. Certo, l'abito non era né casual e né da rapper, ieri sera, ma un impeccabile vestito total grey dalla cravatta al fazzoletto nel taschino, dunque ben lontano dai jeans over size e t-shirt, come quelli che indossava il Dj Christian St. Louis, accanto al sovrano alla consolle degli Aviva Studios di Manchester.
Con la mano sinistra in tasca, come a dire "posso tranquillamente farcela con una sola", re Carlo III si è avvicinato con nonchalanche al banco da mixaggio. E si è cimentato nella prova! Il verdetto: il sovrano se l'è cavata egregiamente!
"Gli ho mostrato come fare un crossfade, fermare una traccia e passare alla successiva. Sprigionava un'energia incredibile", ha confidato a People il giovane di 22 anni, che ha beneficiato del finanziamento del King's Trust per l'impiego. Se infatti il sovrano ha fatto il Dj per un giorno, è stato per una buona causa: la collaborazione tra l'associazione King's Trust, che quest'anno festeggia i suoi 50 anni, e Factory Academy, associazione fondata dal monarca britannico che aiuta i giovani bisognosi ad accedere al mercato del lavoro.
All'inizio il re ha ammesso che stava "cercando di prenderci la mano", ma poi Christian St Louis gli ha spiegato: "Prima carichi le tracce e poi premi questo pulsante. Una volta che sai cosa fare, è facile". Da allora in poi, tutto è filato liscio... mancava soltanto la gente in pista a ballare la musica del re! Ma anche senza, Charles non ha rinunciato a incontrare tanti giovani che avevano imparato, attraverso la Factory Academy di Aviva Studios, lavori come quello di costruire palcoscenici, realizzarne l'illuminazione, produrre il suono.
Creative Futures ha aiutato più di 100 ragazzi in tutta Manchester e ora sta sostenendo i giovani in altre parti del Regno Unito. Lanciata nel 2018 da Factory International, l'accademia mira a fornire percorsi di carriera accessibili nel settore creativo e a migliorare le competenze in tutta la regione. La Factory Academy ha collaborato con il King's Trust per fornire programmi di Creative Futures. Il re ha anche scoperto una targa a ricordo della sua visita prima di essere condotto fuori per assistere a un'esibizione di un coro del Royal Northern College of Music. Infine, ha parlato brevemente con il pubblico fuori dagli Studios.

Cuba attraversa una delle fasi più critiche della sua storia recente, tra crisi energetica, collasso economico e crescente tensione sociale. Secondo la dissidente cubana residente in Italia Kenia Rodríguez, attivista del Movimento Las Guerreras e dell’Associazione 17 dicembre, il Paese è ormai oltre il punto di rottura, mentre all’interno cresce un’opposizione sempre meno disposta al silenzio. "A Cuba sta crescendo il movimento dell’opposizione interna, che già esisteva. Adesso è cresciuto ancora di più, perché le persone hanno perso la paura verso il regime cubano", dice in un'intervista all'Adnkronos. Una trasformazione profonda, che secondo Rodríguez segna un cambio di fase. Ma è soprattutto sul piano sistemico che la diagnosi diventa drastica. "Cuba è al collasso, ma non soltanto energetico: è un collasso totale del sistema. Non c’è possibilità di retromarcia, siamo a un punto di non ritorno. La dittatura comunista cubana è un sistema completamente fallito", sostiene.
Una crisi che, a suo avviso, non nasce oggi. "Il sistema economico cubano non è mai stato stabile in questi 67 anni. Si è sempre salvato grazie agli aiuti umanitari e alle donazioni del resto del mondo. Ma il 90% di queste risorse andava alla dittatura e solo il 10% alla popolazione". Da qui, una condizione cronica di scarsità: "Non abbiamo mai avuto niente, solo briciole per andare avanti, mentre la paura ha sempre prevalso sul senso di civiltà e dignità". Oggi, però, il quadro è precipitato. "L’economia è in fase di implosione: non c’è più niente, non c’è petrolio, non c’è nulla". Rodríguez attribuisce precise responsabilità al potere: "È stata la stessa dittatura a distruggerla". E cita il declino dei settori storici: "Le fabbriche della canna da zucchero sono state lasciate deteriorare fino a non funzionare più. Anche il settore del tabacco è crollato: mancava il personale, perché la gente, schiacciata dalla fame e dalla povertà, scappava dal Paese o smetteva di lavorare, anche perché i profitti venivano presi dalla dittatura".
In questo scenario, il ruolo degli Usa viene letto in chiave positiva dall’opposizione. "Le trattative sono un’opportunità. Gli Stati Uniti sono stati gli unici ad ascoltare il nostro grido di aiuto, mentre altri hanno voltato lo sguardo", spiega Rodríguez. Una posizione che si lega anche alla diaspora: "La maggior parte della comunità cubana in esilio si trova negli Stati Uniti e tutti vogliamo la stessa cosa: una Cuba libera". Quanto al tema della sovranità, ribatte: "Non crediamo ci siano rischi, anche perché non siamo mai stati realmente sovrani. Per gran parte di questi 67 anni siamo stati sotto l’influenza della Russia". Le dichiarazioni di Donald Trump[1] vengono interpretate non come una minaccia, ma come uno strumento di pressione. "Sono una pressione negoziale, una grande pressione negoziale", afferma, sottolineando anche il ruolo di Marco Rubio, "di origini cubane", che "conosce bene cosa ha fatto la dittatura". Rodríguez richiama il dramma dell’esilio: "È cresciuto ascoltando il dolore di madri e figli separati, di persone morte nel mare cercando di fuggire, nella giungla del Nicaragua o nel Rio Bravo".
L’obiettivo, però, resta evitare uno scenario bellico: "Non vogliamo una guerra: vogliamo solo che ci lascino in pace e che se ne vadano i Castro, Díaz-Canel e tutti coloro che sostengono il Partito Comunista". La "pressione negoziale", insiste, dovrebbe portare a una transizione: "Devono lasciare il Paese pacificamente e restituire Cuba ai cubani, anche con l’aiuto degli Stati Uniti". Una richiesta che, denuncia, è rimasta inascoltata altrove: "Abbiamo chiesto aiuto all’Onu, al Parlamento Europeo, all’Oea, ma nessuno ci ha ascoltato. L’unico è stato Trump". Per questo, tra i dissidenti, quella linea politica viene percepita "come una luce alla fine del tunnel, una speranza".
In chiusura, Rodríguez affida il suo messaggio alle parole della madre: "Io sono nata lì, non sono io che me ne devo andare. Sono loro, i dittatori, che se ne devono andare". Un’affermazione che riassume una rivendicazione più ampia: "Il mondo deve sapere la verità: Cuba è governata da dittatori". E respinge una delle narrazioni più diffuse sul sistema cubano: "Non è vero che ci hanno dato un’educazione gratuita". Racconta invece un’altra realtà: "Dagli 11 ai 18-19 anni dovevamo lavorare nei campi per ore ogni giorno, per l’esportazione agricola. Lo chiamavano volontariato, ma non lo era". Un Paese, conclude implicitamente la sua testimonianza, dove la crisi materiale si intreccia con una battaglia politica e civile ancora aperta. (di Antonio Atte)
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