
Le nuove misure per la tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro sono state analizzate oggi in occasione della 13sima Giornata nazionale dell’ingegneria della sicurezza, organizzata dal Consiglio nazionale degli ingegneri. Il Cni rileva che “occorre riconoscere che il Paese si è dotato negli ultimi anni di una normativa sempre più efficace in termini di prevenzione dal rischio sui luoghi di lavoro e sulla gestione di contesti di pericolo, sebbene il quadro complessivo resti critico. Vale la pena di chiedersi a che punto siamo, a cominciare dal tema della sicurezza sui luoghi di lavoro”. “Occorre affinare - suggerisce - gli strumenti di prevenzione, controllo, monitoraggio e formazione, perché sappiamo, come mostrano i dati, che incrementare i livelli di attenzione porta buoni frutti. In questo senso si muove certamente il Decreto legge 31 ottobre 2025 n. 159 che affina i sistemi di controllo già esistenti ed introduce strumenti innovativi che consento di tracciare i flussi di lavoro consentendo di migliorare le tecniche di prevenzione da infortuni, facendo conoscere meglio non solo pericoli realmente accaduti ma situazioni potenzialmente pericolose ovvero i cosiddetti ‘near-miss’. Di una molteplicità di nuovi strumenti, inclusa la cosiddetta patente a punti dei lavoratori, introdotta un anno fa si parlerà nel primo tavolo di discussione in programma il cui obiettivo è quello di definire come strumenti sempre più sofisticati ed efficaci possano realmente configurarsi come una infrastruttura a rete in cui imprese e lavoratori operino in condizioni di crescente sicurezza”.
Il Cni ricorda come “le statistiche Inail mostrino come sempre elementi in chiaro-scuro, ma i miglioramenti sono oggi più evidenti rispetto al passato. Tra il 2020 ed il 2024 le denunce di infortunio sul lavoro sono passate da 572.406 a 592.882 con un incremento del 3,5%. Tuttavia occorre osservare i dati più in filigrana. Nel medesimo periodo infatti gli incidenti su luogo di lavoro (al netto di quelli in itinere) vero e proprio si sono ridotti del 3,2% (passando da 506.514 nel 2020 a 489.472), mentre quelli in itinere, legati sostanzialmente al transito dall’abitazione al lavoro (su cui incidono altri elementi di rischio legati sostanzialmente alle condizioni di trasporto) sono aumentati del 56% (passando da 65.892 nel 2020, a 103.010 nel 2024). Anche escludendo dall’analisi l’anno 2020, ovvero l’anno del Covid-19, questo trend si è ripetuto più di recente. Tra il 2022 ed il 2024, per esempio gli incidenti sul lavoro sono diminuiti del 19%, mentre quelli in itinere sono aumentati dell’8%”.
“Le denunce di infortunio mortale sul luogo di lavoro (sono esclusi quindi quelli in itinere) - sottolinea - sono passate da 1.502 nel 2020 a 894 nel 2024 con una flessione del 40% e per il 2025 l’Inail prevede, fortunatamente, un ulteriore flessione. Viceversa, le denunce di incidente con esito mortale in itinere sono aumentate quasi del 30%. Nel complesso in Italia le denunce di incidente con esito mortale tra il 2020 ed il 2024 si sono ridotte del 30%. Occorre ricorda comunque che in linea generale gli incidenti sul luogo di lavoro (mortali e non) sono sempre la larga maggioranza degli incidenti totali”.
“Il quadro legato all’incidentalità sui luoghi di lavoro - commenta il Cni - resta certamente complesso, perché anche un solo infortunio rappresenta una criticità, ma il trend in calo incoraggia ad intensificare non solo i controlli, ma a sviluppare strategie e strumenti che possano rendere sempre più noti e controllabili i fattori di rischio.
L’impressione è che la normativa italiana in materia di prevenzione dei rischi sui luoghi di lavoro possa contribuire notevolmente ad innalzare i livelli di prevenzione da incidenti. Peraltro non a caso una comparazione a livello europeo mostra come l’Italia registri un tasso di incidentalità mortale sui luoghi di lavoro più contenuto rispetto ai principali Paesi industrializzati. Eurostat riporta per il nostro Paese 0,87 incidenti mortali per 100.000 occupati, a fronte dei 3,3 incidenti (per 100.000 occupati) registrati in Francia e dell’1,5 incidenti in Spagna. L’Italia registra comunque meno incidenti mortali rispetto alla media UE che si caratterizza per 1,26 incidenti mortali per 100.000 occupati”.
“Il Codice di prevenzione incendi - ricorda il Cni - varato nel 2015, ha rappresentato un punto di svolta nella gestione delle crisi relative al rischio di incendio offrendo ai professionisti la via per nuove metodiche legate alla prevenzione. Le nuove norme hanno introdotto, infatti, un approccio più prettamente prestazionale alla sicurezza antincendio, consentendo al professionista, a determinate condizioni, di derogare alle norme prescrittive raggiungendo egualmente l’obiettivo della messa in sicurezza di un impianto o di una struttura. Si tratta di un passaggio culturale e tecnico particolarmente rilevante, fortemente sostenuto dal Consiglio nazionale degli ingegneri. L’approccio prestazionale consentirebbe di sanare, garantendo elevati standard di sicurezza, molte situazioni complesse, legate soprattutto alla vetustà delle strutture, situazioni che una rigida applicazione delle norme prescrittive consolidate non consentirebbe di affrontare fino in fondo”.
Nel corso dell’evento è stato ricordato che i casi legati ad incendi in Italia si mantengono su livelli elevati. Gli interventi dei vigili del fuoco per gli eventi in assoluto più diffusi, ovvero quelli dell’incendio o esplosione, sono stati nel 2024 pari a 226.630 in flessione rispetto agli anni precedenti, ma comunque sempre su livelli molto elevati. Nel 2023 gli incendi o esplosioni legate a strutture produttive o strutture residenziali sono stati 239.127 e nel 2022 sono stati 270.068. Negli ultimi 10 anni gli incendi e le esplosioni, secondo quanto emerge dalle statistiche elaborate dal Corpo nazionale dei vigili del fuoco, non sono mai state inferiori ai 200.000 casi l’anno. Si tratta dunque di un problema diffuso che può oggi essere affrontato solo attraverso una efficace opera di prevenzione. Per i professionisti antincendio oggi si tratta di una sfida importante che implica l’affinamento o il rafforzamento delle competenze acquisite ed un più preciso impegno in termini di aggiornamento professionale; ma è una sfida che vale la pena di cogliere per arrivare ad un sistema di prevenzione incendi probabilmente più efficace rispetto a quello attuale.
Alcuni dati prodotti dal Corpo nazionale dei vigili del fuoco mostrano come le istanze complessive presentate con il cosiddetti ‘Approccio codice’, nel 2014, siano state 14.238, per le quali però l’approccio conforme rappresenta ancora la netta maggioranza, mentre l’approccio alternativo è stato applicato solo nel 15% dei casi. Un’indagine condotta dal Centro studi Cni su un campione di oltre 1.000 professionisti anti incendio conferma alcuni aspetti: la grande maggioranza degli intervistati ha dichiarato di utilizzare il Codice abitualmente (alcuni con qualche difficoltà), mentre l’8% non ne fa ricorso ed una ulteriore quota del 15,7% lo usa ma si appoggia alla consulenza di altri colleghi. Inoltre se la grande maggioranza (quasi il 90% degli intervistati che usa il Codice) utilizza abitualmente l’approccio con soluzioni conformi, solo il 31,7% sperimenta le soluzioni alternative, sebbene questa quota si sia allargata leggermente negli ultimi anni, in quanto nel 2022 essa era praticata dal 28,2% dei professionisti.
E’ evidente che l’approccio ‘alternativo’ richiede probabilmente una sorta di salto culturale che necessita di tempo per essere meglio conosciuto dalla platea dei professionisti antincendio, ma la strada sembra essere segnata visto che la percentuale di chi la utilizza sta comunque aumentando.
“Conoscere meglio - sottolinea il Cni - l’approccio dei professionisti al Codice, ed eventuali criticità, appare oggi determinante per poter calibrare meglio soprattutto una azione di accompagnamento alla formazione ed all’aggiornamento professionale. Le analisi condotte sia dal Corpo nazionale dei vigili del fuoco che dal Centro studi Cni si rivelano in questo caso preziose. Sappiamo infatti quali sono gli aspetti legati alle pratiche di prevenzione incendi verso le quali i professionisti incontrano maggiori difficoltà e sono per esempio quelle legate alla gestione delle vie d’esodo, quelle concernenti la resistenza al fuoco, il controllo di fumi e calore, la compartimentazione. Questo consente di capire su quali aspetti tecnici la formazione continua deve maggiormente operare”.
“Il tema della formazione per i professionisti anti incendio - ha spiegato - assume oggi un ruolo strategico e critico. Il Centro studi Cni rileva come la grande maggioranza dei professionisti ambirebbe ad una parziale riformulazione dei percorsi di aggiornamento puntando maggiormente sulla focalizzazione di analisi di casi pratici (lo chiede il 69% degli intervistati) oltre alla possibilità di un incremento sostanziale del numero dei corsi formativi (43% degli intervistati). Il futuro della prevenzione incendi è però anche legato a forme più evolute di analisi e predisposizione di strategie attraverso l’approccio del ‘Fire safety engineering’ che punta totalmente ad un approccio prestazionale. Anche su tale metodica emergono aspetti interessanti. I dati più recenti rilevati dal Corpo nazionale dei vigili del fuoco rilevano come nel 2024 le istanze presentate con Fse siano state 466, una minoranza del totale almeno in termini numerici. I dati vanno però letti considerando gli elementi circostanti. L’approccio Fse può risultare molto più articolato rispetto alle pratiche conformi, con non poche complicazioni e costi mediamente superiori alle pratiche con approccio Codice”.
In effetti dalle analisi condotte dal Centro studi Cni risulta che appena il 5,4% ha dichiarato di usare abitualmente il Fire safety engineering, mentre il 51,1% per il momento non ne fa ricorso. Occorre chiedersi perché, e qui risultano utili le risposte di chi lo ha sperimentato. Tra questi, il 56,6% considera l’Fse complesso (soprattutto nella modellistica e nelle simulazioni) ed il 41,2% ritiene che esso implichi costi elevati tali da far desistere, probabilmente, sia il professionista che il committente.
Tecniche di prevenzione più performati implicano la presenza di professionisti sempre più preparati, in un campo, in cui peraltro la tecnologia sta evolvendo molto rapidamente. L’Università può offrire un contributo importante sviluppando casi studio, attività integrate e percorsi applicativi che coinvolgano direttamente i professionisti. La modellazione della dinamica dell’incendio e gli approcci quantitativi richiedono una formazione più strutturata, capace di connettere in modo continuo teoria e pratica, soprattutto alla luce delle nuove tecnologie che spingono verso un approccio prestazionale. L’Università può inoltre supportare mettendo a disposizione banche dati utili a impostare l’approccio ingegneristico.
L’evento ha fatto luce anche sulla certificazione delle competenze professionali che, secondo il Cni “sta evolvendo da strumento volontario a elemento strategico per garantire sicurezza. Nel 2023-2024 le certificazioni professionali accreditate per le persone hanno segnato un incremento dell’11%, secondo Accredia. Il Consiglio nazionale degli ingegneri ha scelto di dotarsi di un sistema di certificazione delle competenze attraverso l’agenzia Certing perché l’iscrizione all’Ordine, pur essendo una condizione necessaria per l'esercizio della professione, non è più del tutto sufficiente in un mondo che cambia con velocità straordinaria”. Per il Cni “un esempio emblematico è il Bim, Building information modeling, che fino al 2019 era confinato alle università e oggi è obbligatorio per legge in tutti i bandi pubblici. In questo contesto, la certificazione rappresenta il ‘gradino in più’ che attesta le competenze specialistiche acquisite e mantenute nel tempo”. Un focus particolare è stato dedicato alla certificazione in ambito di sicurezza delle infrastrutture viarie, attraverso l’esperienza di Ansfisa, Agenzia nazionale per la sicurezza delle ferrovie e delle infrastrutture stradali e autostradali. L’Agenzia ha collaborato con Certing per sviluppare la figura del safety service manager nel settore stradale, un professionista certificato che prende decisioni strategiche sulla sicurezza dell'infrastruttura. Questo modello, che richiama quello europeo per i piloti e i controllori di volo, garantisce che le competenze siano verificate da un soggetto terzo e non autoreferenziale, assicurando che chi opera sulla sicurezza stradale possieda competenze certificate e aggiornate costantemente.
Dal versante privato, Unicmi ha presentato la prospettiva delle associazioni di categoria e delle imprese che producono dispositivi di sicurezza, come le barriere stradali. L’associazione ha fortemente sostenuto la creazione della certificazione dell’ingegnere esperto in barriere stradali, riconoscendo che in un settore popolato spesso da improvvisati, la certificazione rappresenta un presidio di qualità e competenza. Le grandi aziende del settore si sono assunte la responsabilità di firmare certificati di corretta posa, richiedendo che questi siano sottoscritti da ingegneri certificati, elevando così gli standard di qualità e sicurezza del mercato.
Si è anche parlato delle prospettive future, con Unicmi che ha anticipato l’intenzione di sviluppare nuove certificazioni, come quella per l’ingegnere esperto in facciate continue, dimostrando come il modello possa essere replicato in diversi ambiti specialistici dove la sicurezza e la complessità tecnica richiedono competenze certificate e riconoscibili.
Costruire una cultura della sicurezza realmente diffusa e condivisa tra parti datoriali, lavoratori e professionisti della sicurezza. Questo l’auspicio della 13sima Giornata nazionale dell’ingegneria della sicurezza dove è stata presentata un’indagine condotta congiuntamente da Cni, Ance e Formedil, con il supporto del Centro studi Cni che ha coinvolto oltre 1.850 lavoratori del settore edile. Questo studio ha indagato la percezione del rischio e il livello di cultura della sicurezza nei cantieri, offrendo una fotografia inedita del settore. I risultati dell'indagine rivelano un quadro complessivamente positivo in cui emerge un atteggiamento informato e proattivo dei lavoratori. Oltre l’80% degli intervistati dimostra una buona conoscenza delle norme di sicurezza, si dichiara adeguatamente informata e formata, e partecipa attivamente ai processi di miglioramento delle condizioni lavorative. Questo dato testimonia l’efficacia del lavoro svolto negli anni dagli enti di formazione, dalle imprese e dai professionisti.
L’approccio della tavola sarà quello di non soffermarsi solo sugli aspetti positivi, ma di individuare costruttivamente le aree di miglioramento. Emergono infatti alcuni aspetti che si configurano come altrettante aree in cui è possibile intervenire in termini di formazione e di sensibilizzazione: circa il 14% degli intervistati ritiene che le persone esperte possano fare a meno dei dispositivi di protezione individuale, una percentuale che in termini assoluti rappresenta circa 250 lavoratori su 1.850. Altre criticità riguardano il coinvolgimento nelle decisioni operative (38% si sente poco coinvolto) e la difficoltà nel modificare collaborativamente le modalità di esecuzione delle fasi lavorative (21%). Emergono poi ulteriori elementi, come il fatto che siano i lavoratori più esperti e con più anzianità lavorativa, rispetto ai più giovani a ritenere di poter fare a meno di dispositivi individuali di protezione, il che sottolinea ancora una volta la necessità di un'opera costante di sensibilizzazione e controllo nei cantieri a non abbassare mai il livello di attenzione per ciò che riguarda la sicurezza personale.
Sono stati evidenziati i progressi compiuti dal sistema formativo italiano nel settore edile, sottolineando come strumenti quali le scuole edili territoriali del Formedil e l’impegno delle imprese associate ad Ance abbiano contribuito a innalzare significativamente il livello di attenzione alla sicurezza. Tra le proposte emerse, particolare rilevanza ha assunto l’importanza della formazione continua e sul campo, attraverso le cosiddette ‘pillole formative’ e l’addestramento pratico, aspetti che peraltro trovano riscontro nel nuovo accordo Stato-Regioni sulla formazione in materia di sicurezza. E’ stata, inoltre, sottolineata l’esigenza di una formazione che non sia solo teorica, ma calata nella realtà operativa del cantiere, capace di sviluppare una vera percezione del rischio.
“Oggi siamo in condizione di valorizzare al meglio il ruolo dell’ingegneria della sicurezza”. A dirlo Francesco Paolo Sisto, vice ministro della Giustizia, intervenendo alla 13sima Giornata nazionale dell’ingegneria della sicurezza. “Dobbiamo creare - auspica - un sistema normativo che induca le imprese ad essere adempienti in termini di sicurezza. Le imprese si devono sentire sulla stessa barca dei lavoratori. Dobbiamo fare in modo che se l’impresa è adempiente la responsabilità si deve riduce ‘a colpa grave’. In questo quadro l’ingegnere della sicurezza ha un ruolo fondamentale perché è colui che porta in azienda quelle competenze che possono consentire una corretta valutazione del rischio”.
Paolo Zangrillo, ministro della Pa, intervenendo con un videomessaggio sostiene che “la sicurezza sul lavoro non può essere considerato un semplice adempimento. In questo senso auspico lo sviluppo delle sinergie tra il Consiglio nazionale degli ingegneri e la Pa che ci consentano di prenderci cura delle nostre persone. Assistiamo a tanti drammatici momenti sui luoghi di lavoro. Il Governo è impegnato nella promozione di una maggiore cultura della sicurezza. Le innovazioni tecniche sono importanti ma poi servono le capacità e le competenze delle persone. Per questo siamo impegnati a migliorare i processi di formazione”. “I professionisti e gli ordini rappresentano una garanzia per i cittadini e le imprese, soprattutto per chi tra loro è più debole. Gli ingegneri che si occupano di sicurezza sono un punto di riferimento per la Pa e per questo diventa fondamentale un rapporto sinergico, anche per la funzione di stimolo che i professionisti possono rappresentare per la Pa”. A dirlo Emanuele Prisco, sottosegretario all’Interno.
“La sicurezza è l’essenza degli ingegneri. Siamo qui per garantire la sicurezza dei cittadini. Sono tanti i professionisti e gli operatori che lavorano ogni giorno sulla prevenzione, sono l’anima di quella che in questa giornata abbiamo definito ‘l’infrastruttura invisibile del vivere civile’. Ma nelle emergenze sono sempre al fianco dei cittadini”, spiega Elio Masciovecchio, vicepresidente del Cni. “Per questa edizione della Giornata nazionale dell’ingegneria della sicurezza - sottolinea Tiziana Petrillo, consigliera Cni con delega alla Sicurezza e alla Prevenzione incendi - abbiamo scelto un sottotitolo particolarmente significativo ‘infrastruttura invisibile del vivere civile’, perché la sicurezza è esattamente questo: un’infrastruttura, proprio come le strade, i ponti, le reti di comunicazione. E’ invisibile quando funziona bene, diventa drammaticamente visibile quando manca. E’ quell’insieme di regole, competenze, formazione, tecnologie, cultura condivisa che consente a una società di progredire in modo equilibrato, garantendo a ogni persona di tornare a casa sana e salva alla fine della propria giornata lavorativa”.
“Oggi - ricorda - siamo riuniti qui a Roma, una città che ci ricorda una lezione fondamentale: il progresso non si costruisce per sostituzione, ma per stratificazione. Questa è la logica che deve guidare anche la nostra azione professionale: ogni intervento normativo, ogni innovazione tecnologica, ogni percorso formativo non deve azzerare ciò che funziona, ma aggiungervi valore. Stratificare significa costruire memoria condivisa, continuità di sapere, solidità di sistema. Significa che le competenze acquisite ieri sono il terreno fertile su cui innestare le innovazioni di domani, ogni livello di tutela raggiunto diventa base inamovibile per il livello successivo”.
“Sono tre - continua - i concetti fondamentali che ricordiamo in ogni edizione della nostra Giornata. Il primo è la centralità della persona. Ogni scelta, ogni norma, ogni innovazione deve partire da lì: è la persona che dobbiamo proteggere, valorizzare, mettere al centro di ogni processo. Il secondo è la sicurezza come concetto dinamico. Non possiamo affrontarla con schemi fissi. La sicurezza deve stare al passo, evolversi, anticipare i rischi e adattarsi con flessibilità. Il terzo è la percezione del rischio. E’ lì che si gioca la vera partita. Se non c’è consapevolezza, se non si sviluppa la capacità di leggere i segnali, le norme restano sulla carta. La percezione del rischio è ciò che trasforma una regola in un comportamento concreto. Su questi tre pilastri – persona, evoluzione, consapevolezza – possiamo costruire un sistema della sicurezza davvero integrato, condiviso, vivo. La sicurezza non è un compito da delegare, ma una responsabilità condivisa. Oggi rinnoviamo l’impegno a far funzionare ogni giorno quell'infrastruttura invisibile che protegge vite, valorizza il lavoro e sostiene la crescita del Paese. Come Consiglio nazionale degli ingegneri continueremo a lavorare per norme chiare, formazione di qualità, competenze riconosciute e filiere responsabili”.

L’eccellenza del vino calabrese torna protagonista a Roma per continuare a raccontare il patrimonio enologico della Regione e definire le prossime tappe del percorso di valorizzazione che proseguirà nel 2026. Sempre con il claim 'Calabria Straordinaria' come filo conduttore, la Regione punta a rafforzare la presenza e la percezione delle etichette calabresi sui principali mercati italiani ed europei e lo fa partendo dalla Capitale, uno dei contesti più dinamici, dove l’interesse verso i vini della Calabria continua a crescere, trovando un pubblico sempre più attento e coinvolto. Infatti, il 2026 firmato Calabria si aprirà con un evento dedicato al mondo del trade e agli appassionati capitolini, con una degustazione che vedrà schierata una selezione di alcune delle più importanti etichette regionali.
Dopo un anno ricco di successi e riconoscimenti, che ha visto la Calabria conquistare i principali palcoscenici del settore, da Vinitaly al Merano WineFestival passando per Roma con Vinòforum e per Napoli con VitignoItalia, fino oltre confine con il ProWein e Wine Paris, il 2026 si preannuncia altrettanto interessante per il comparto vitivinicolo calabrese. La Regione Calabria non solo rinnova la sua presenza negli appuntamenti già consolidati, ma mira a rafforzare un’immagine unitaria e riconoscibile della propria produzione.
“Il nostro obiettivo - ha sottolineato Gianluca Gallo, assessore all’Agricoltura della Regione Calabria - è dare continuità a una narrazione solida e coerente con le nostre tradizioni vitivinicole, espressione autentica del territorio e della nostra identità regionale. Vogliamo che la nostra regione sia sempre più apprezzata tanto per la qualità dei vini quanto per la forza delle sue radici e la modernità delle nostre visioni che rappresentano il motore per il futuro. Roma rappresenta un punto di partenza strategico ma il nostro impegno guarda anche oltre i confini italiani e trova nei mercati internazionali uno stimolante approdo”.
Non a caso, il 2026 vedrà confermata la partecipazione al ProWein, ormai da anni tappa imprescindibile, a sottolineare la crescente sintonia con il mercato tedesco, complice anche una ristorazione di livello che trova nelle etichette calabresi qualità e unicità. La presenza in Germania rappresenta solo una tappa di un ciclo di appuntamenti e iniziative destinato ad accompagnare la Regione Calabria per tutto l’arco del 2026. Verrà ampliato lo spazio nell’ambito di Wine Paris, a dimostrazione di come la promozione dei vini di questa splendida terra debba necessariamente passare per i mercati più importanti. Nutritissimo il calendario di appuntamenti che caratterizzeranno l’agenda calabrese nelle giornate di Vinitaly, tra degustazioni, focus e face to face con giornalisti italiani e internazionali. E si consolida ulteriormente la liaison con la manifestazione scaligera, con la terza edizione di Vinitaly and the City che si terrà a Sibari alla fine di luglio.
“Se è vero che è importante portare i nostri vini in giro per l’Italia e per il mondo - ha ribadito l’assessore Gallo - risulta fondamentale accogliere i principali player del vino nella nostra bellissima regione. Perché solo attraversando la conoscenza dei nostri territori, lasciandosi travolgere dalla bellezza dei luoghi in cui i nostri vini nascono, si può capire fino in fondo cosa significa realmente la viticoltura calabrese”.
E in tal senso vanno viste le diverse attività che si svolgeranno nella regione, oltre quelle già descritte. Sarà infatti il comune di Cirò il teatro del Merano WineFestival che, dal 6 all’8 giugno 2026, tornerà in Calabria per scoprire da vicino i luoghi, i vitigni e le persone che custodiscono l’unicità di questo straordinario patrimonio enologico. Sempre Cirò ospiterà a fine marzo la Sessione Rosè del Concours Mondial de Bruxelles, con decine di operatori del settore provenienti da ogni parte del mondo a conferma di una partnership ormai storica con il CMdB. Un’attenzione all’incoming confermata anche dal fatto che sono in fase di definizione dei press tour che consentiranno alla stampa di settore, italiana e internazionale, di vivere delle esperienze uniche in quella che sempre più viene percepita come 'Calabria Straordinaria'.

Polmoni, fegato, reni, cuore, cervello, sistema riproduttivo maschile e femminile (testicoli, ovaie), placenta, sangue, latte materno. Le microplastiche sono state ritrovate anche in questi organi, tessuti e fluidi del nostro organismo, come testimoniano diversi studi ricordati da Maria Grazia Petronio, vicepresidente dei medici per l'ambiente Isde Italia e coordinatrice della Campagna nazionale di prevenzione dei rischi da plastica, che ha approfondito il tema anche al congresso Isde Italia chiuso ieri a Sansepolcro (Arezzo).
Petronio traccia un quadro preoccupante dell'emergenza inquinamento da plastica: dalla crescita esponenziale della produzione alla presenza ubiquitaria di micro e nanoplastiche nell'aria, nell'acqua, nei cibi e negli ambienti domestici. "Queste particelle - spiega all'Adnkronos Salute - hanno la capacità di penetrare nell'organismo sia attraverso l'ingestione di alimenti contaminati, sia attraverso la respirazione (in particolare per quanto riguarda le fibre liberate dai tessuti o dal consumo degli pneumatici) e anche attraverso la cute (cosmetici, scrub, dentifrici)". Una volta entrate nel nostro corpo, "queste particelle hanno la capacità di liberare le sostanze chimiche di cui sono composte. Molte delle quali tossiche, interferenti endocrini. E quindi sono capaci di 'disturbare' tutte le fasi più delicate della vita: dalla riproduzione allo sviluppo fetale, dalla gravidanza e all'adolescenza".
La plastica, continua l'esperta, "è un complesso cocktail chimico di cui spesso non si conosce la composizione. Ogni polimero può infatti contenere vari additivi come plasticizzanti, ritardanti di fiamma, stabilizzanti, coloranti oltre a residui di produzione. In più la nanoplastica può trasportare all'interno dell'organismo anche sostanze chimiche pericolose presenti nell'ambiente compresi, antibiotici e microrganismi".
'Bambini esposti a questi materiali fin dai primi giorni di vita, urge affrontare l'emergenza'
"Oggi bambini sono esposti alla plastica, in maniera costante e invisibile, sin dai primi giorni di vita. E questo è un problema serio, in particolare in un organismo ancora non sviluppato. Per esempio: è stato dimostrato che l'esposizione agli ftalati e ai bisfenoli può alterare lo sviluppo neurologico con impatto anche sul quoziente intellettivo", evidenzia Petronio illustrando le iniziative della campagna nazionale Isde contro la plastica. Un lavoro capillare e multidisciplinare, con interventi nelle scuole primarie e materiali informativi per gestanti, pediatri e famiglie. E ancora: il progetto 'Spesa sballata' per ridurre gli imballaggi; formazione dei professionisti sanitari; collaborazione con il Coni per eventi plastic-free ('La plastica non fa sport'); iniziative territoriali di educazione ambientale; supporto normativo alle amministrazioni locali.
"Ridurre l'esposizione è possibile, ma servono scelte politiche chiare e un cambiamento culturale collettivo", precisa la vicepresidente di Isde Italia. "La plastica è il simbolo della crisi ecologica: visibile e invisibile, utile e tossica. E' tempo di affrontarla con la stessa urgenza con cui affrontiamo una pandemia", conclude.

"Forse siamo stati un po' ottimisti a scrivere che la riforma 'è in cammino'. Mi pare che ci siano sostanzialmente in campo due partiti, se possiamo definirli così: uno convinto che con una manutenzione ordinaria del sistema si possa andare avanti a lungo e qualcun altro, fra cui il sottoscritto, convinto che siamo arrivati al punto che sia necessario ripensare più complessivamente il sistema". Sono le parole di Federico Spandonaro, professore all'università degli Studi di Roma Tor Vergata, fondatore e presidente del comitato scientifico di Crea Sanità, alla 20esima edizione del Forum Risk Management in corso fino al 27 novembre ad Arezzo.
"Credo che la natura pubblica del sistema, alla fine, si possa sempre ricondurre all'elemento chiave dell'equità e, quindi, della riduzione delle disparità - aggiunge Spandonaro - I dati che abbiamo dicono che in questi 40 anni le disparità non si sono ridotte: siamo riusciti, forse, a tamponare in buona parte l'effetto dell'invecchiamento, ma non siamo riusciti a cambiare la traiettoria in termini di disparità sia geografiche, sia socio economiche. In una condizione di questo genere, le risorse sono scarse e credo che il sistema si debba interrogare su cosa è prioritario dare e cosa invece debba essere riorganizzato, anche con una collaborazione del privato".
Il Pnrr "è un evento unico e irripetibile, che speriamo sia un investimento che porterà a casa dei risultati e un rendimento - auspica l'esperto - Però il problema vero è la crescita nel medio-lungo periodo. Si stima per i prossimi anni una crescita della spesa nei sistemi sanitari di 1,5 punti. Se invece andiamo a vedere la crescita negli ambiti più tecnologici, farmaci e dispositivi, parliamo di 7-8 punti. In quel gap si capisce che c'è una difficoltà di sostenibilità", conclude.
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Difficoltà di deglutizione, bruciore, il cibo che fatica a transitare e rimane bloccato provocando un senso di oppressione al centro del petto, con la conseguenza che chi sperimenta il disagio comincia a prolungare i tempi del pasto o addirittura a non mangiare. L'esofagite eosinofila (Eoe) dà segno di sé in questo modo nei pazienti adulti. La malattia, "già conosciuta nel bambino e in precedenza considerata rara", ha mostrato numeri in costante aumento negli ultimi 3 decenni, sia grazie alla maggiore consapevolezza sia a un effettivo incremento dei nuovi casi.
Chi ne soffre
Nel tempo si è visto come la prevalenza raggiunga in realtà il picco in età adulta, tra i 35 e i 39 anni, per poi diminuire dopo i 45 anni. Altro particolare: si stima che i maschi abbiano un rischio 3 volte maggiore di svilupparla. E' anche per questo identikit così distante che i sintomi segnalati da una mamma di 50 anni sono stati inizialmente inquadrati come le 'spie' di una depressione piuttosto che come un campanello d'allarme di questa malattia infiammatoria cronica di tipo 2 che colpisce l'esofago.
La donna è riuscita a dare il giusto nome al suo disagio grazie all'intuizione di un giovane gastroenterologo dell'ospedale Sant'Andrea di Roma, Emanuele Dilaghi, che ha riconosciuto nelle sue parole proprio la Eoe arrivando a una diagnosi "oltre gli stereotipi".
È "un caso veramente limite, una storia particolarmente significativa - spiega all'Adnkronos Salute Bruno Annibale, super esperto di Eoe, ordinario di Gastroenterologia dell'università Sapienza di Roma e direttore dell'Unità operativa complessa Malattie apparato digerente e fegato del Sant'Andrea - anche perché questa può essere in qualche modo definita una malattia 'nuova', nel senso che i miglioramenti di conoscenza e soprattutto la possibilità di strumenti terapeutici di gestione hanno fatto sì che fosse più diagnosticata. Se prima era considerata una malattia rara oggi non lo è più, tanto che paradossalmente pazienti che prima usufruivano di esenzioni di ticket ora non ne usufruiscono più".
La causa
Ma cosa c'è alla base? "Si sviluppa un'infiammazione di tipo allergico che fa sì che si abbia difficoltà nella deglutizione - illustra lo specialista - e quindi le persone si adattano a non mangiare oppure ad avere dei pasti prolungati. Questo adattamento nel tempo è sottile, e la percezione che si ha di se stessi e del sintomo viene quasi considerata una naturale evoluzione, col rischio che poi, proprio perché non mangiando si sta bene, si prendano le persone per anoressiche o depresse". Soprattutto all'inizio, poi, si osserva "una sovrapposizione con la sindrome da reflusso gastroesofageo, perché si può avere dolore, bruciore epigastrico retrosternale" e così l'Eoe "viene spesso viene considerata e trattata come un reflusso".
Mediamente "le persone perdono tra i 5 e i 6 anni" prima di arrivare alla diagnosi. E questo ritardo "è cruciale, tant'è vero che circa un terzo dei pazienti si presenta al pronto soccorso perché ha la sensazione di oppressione al petto, di aver deglutito un boccone che si è fermato, quello che chiamiamo bolo alimentare". Per reazione "molti cambiano alimentazione e cominciano una dieta con cibi molto liquidi, morbidi. E se un genitore si accorge di questo particolare nel bambino, per le persone adulte è più difficile" che la cosa giunga all'attenzione di qualcuno.
La malattia è principalmente causata da un'infiltrazione anomala di eosinofili nella mucosa esofagea, sebbene diversi altri mediatori dell'infiammazione di tipo 2 siano coinvolti nella patogenesi. Le prime descrizioni dell'Eoe risalgono al 1990. Oggi con l'aumento delle diagnosi e delle osservazioni degli specialisti il ritratto della malattia si è evoluto. L'Eoe è stata segnalata durante tutto l'arco della vita, dall'infanzia fino a quasi 100 anni di età, sia negli uomini che nelle donne, sebbene prevalga nel sesso maschile. Le stime attuali riportano tassi di incidenza fino a 20 ogni 100.000 persone all'anno, simili a quelli delle malattie infiammatorie intestinali. L'attuale prevalenza stimata è di oltre 1 persona su 1.000 nei Paesi occidentali e di 20 ogni 100.000 endoscopie superiori in Asia. I dati provenienti da studi basati sulla popolazione suggeriscono che l'aumento dell'incidenza potrebbe essere maggiore negli adulti che nei bambini, sebbene ciò necessiti di conferma.
Gli altri fattori
"Un elemento di un certo interesse, che ancora sfugge - continua Annibale - è che in genere queste persone hanno una comorbidità allergica piuttosto significativa, hanno asma, poliposi nasali, che sono correlate". Il problema è anche che, "se non c'è attenzione e un ottimo campionamento istologico nell'esofago, che va fatto con multiple biopsie, la malattia non viene diagnosticata perché bisogna avere un numero di eosinofili per campo visivo elevato. Spesso magari vengono visti, ma non quantizzati e quindi viene sottovalutato il segnale".
E' dunque importante accendere i riflettori sulla malattia, conferma l'esperto: "In Italia c'è un'associazione pazienti che cerca di diffondere informazioni e a maggio c'è anche una giornata internazionale per sensibilizzare sull'Eoe e implementare le conoscenze. Ma, come spesso capita, la medicina va avanti e la diffusione di novità scientifiche nell'ambito della classe medica ha tempi più lunghi, sia sul fronte specialistico che della medicina di base che è anche oberata da tante incombenze. Vale per tutto il mondo, non solo per l'Italia".
L'esofagite eosinofila è "una malattia di genere al contrario, al maschile. Esistono degli stereotipi e, quando siamo di fronte a un problema di alimentazione, dunque si confondono un po' i temi - riflette Annibale - Del resto il rischio di etichettare il paziente come affetto da altri disturbi è frequente in diverse malattie". Per fare chiarezza, aggiornare i criteri diagnostici e sottolineare l'importanza di riconoscere i sintomi clinicamente rilevanti, e per fornire una strategia nazionale condivisa per la diagnosi, il trattamento e il follow-up dei pazienti, un gruppo di esperti italiani ha fatto un Consensus group e sviluppato delle linee guida sull'Eoe, pubblicate nel 2024 sulla rivista 'Digestive and Liver Disease'.
"Nel nostro ospedale abbiamo istituito un ambulatorio dedicato che è cresciuto molto e segue oggi un numero elevato di pazienti - racconta lo specialista - Abbiamo l'endoscopia dedicata" ed è più facile porre il sospetto diagnostico e confermarlo. "Il problema in medicina è sempre che, se non pensi possa esistere una condizione, non farai mai la diagnosi". Ci sono però delle parole chiave che il paziente potrebbe usare e che devono far accendere la lampadina, "dei determinanti semantici, che scattano per noi quando per esempio qualcuno ci dice che effettivamente manda giù il boccone e si ferma; ha dolore, bruciore di un certo tipo".
Nel caso della donna 50enne, continua Annibale, "la sorte ha voluto che un giovane medico del nostro Dipartimento di Gastroenterologia ascoltasse la sua storia e identificasse sintomi specifici che hanno acceso l'alert che poi ha portato alla diagnosi. D'altronde la disfagia, per definizione, è un sintomo d'allarme in medicina che impone l'esame endoscopico. Ma gli stereotipi esistono anche in medicina e il merito e l'innovazione sta nel pensare che anche una persona che non rientra nella fascia d'età e nell'identikit tipico dell'Eoe possa soffrirne. I sintomi più sfumati sono quelli più terribili da interpretare", sono una sfida. "Solo con un colloquio approfondito possiamo immaginare di comprendere meglio cosa rappresentino - conclude - Il problema è avere il tempo di fare delle domande. In un colloquio di pochi minuti non si può fare. Si deve scavare nella storia clinica del paziente, dargli il modo di esprimersi e raccontare il suo vissuto. Il problema è tutto lì".

"L'intelligenza artificiale è molto pervasiva e può essere vista sotto diverse angolature. Da un certo punto di vista, il 90% dei lavoratori dell'Unione Europea utilizza dei dispositivi digitali e il 30% ne utilizza anche di avanzati, tipo i chatbox eccetera. Molti segnalano effetti positivi, per esempio nell'aiuto nella redazione di un testo, nella traduzione o compiti relativi ai testi, ai calcoli, con risparmio di tempo e aumento di produttività. Altri lavoratori segnalano il timore che possa essere utilizzato per monitorare l'orario di lavoro o che il loro calendario di lavoro possa essere fissato in maniera più o meno autonoma o automatica da parte degli algoritmi. In generale, un tratto abbastanza comune è che l'opinione pubblica sembra essere convinta che l'intelligenza artificiale debba essere gestita, al fine di garantire la trasparenza, e tutelare la privacy sul luogo di lavoro". E' lo scenario sul ruolo crescente dell'intelligenza artificiale nel mondo del lavoro europeo, che, intervistato da Adnkronos/Labitalia, traccia Mario Nava, direttore generale della Dg occupazione, affari sociali e inclusione (Dg Empl) della Commissione Europea.
I rischi percepiti dai cittadini
Tra i cittadini dell'Unione Europea "c'è chiaramente la preoccupazione che un eccesso di uso di intelligenza artificiale, o meglio dei compiti che vengono fissati autonomamente da una gestione algoritmica, porti a un sovraccarico di lavoro, porti a decisioni non perfettamente leggibili, e a una perdita di autonomia. Ed è per questo che un altro punto su cui c'è abbastanza consenso è che le parti sociali sono degli attori fondamentali per promuovere l'uso degli strumenti di intelligenza artificiale. Non per nulla, il nuovo Patto per il dialogo sociale europeo, rinnovato a marzo del 2025, a marzo, sottolinea che il dialogo sociale e una contrattazione collettiva aiutano le politiche sul luogo del lavoro ad adattarsi ai cambiamenti. Quindi il legame tra intelligenza artificiale, contrattazione collettiva, ruolo delle parti sociali è abbastanza messo in evidenza", sottolinea Nava.
L'arrivo della Quality Jobs Roadmap'
"C'è un principio fondamentale -spiega Nava- che io sottolineo sempre, ed è il principio fondamentale dell'Unione Europea: la tecnologia deve essere messa a servizio delle persone e non viceversa. Non sono le persone a servizio della tecnologia e quindi in questo senso la 'Quality Jobs Roadmap' che pubblichiamo fra qualche settimana ha appunto l'obiettivo di assicurare che vengano garantite buone condizioni di lavoro, e una forte protezione dei lavoratori in presenza di nuove tecnologie".
Il ruolo delle skills digitali
"C'è uno studio abbastanza recente del Fondo monetario -ricorda Nava- che dice che il 60% dei posti di lavoro nelle economie avanzate può essere influenzato dall'intelligenza artificiale. Quindi diciamo che l'intelligenza artificiale 'entra' nei lavori più o meno di tutti, non solo dei più fragili o di coloro che beneficiano del salario minimo, ma anche per esempio nel lavoro di voi giornalisti, nel lavoro di noi policy makers, nel lavoro dei traduttori, quindi entra nel lavoro di tutti. Quindi la questione non è se l'intelligenza artificiale entra o non entra nel nostro lavoro, ma piuttosto come ci si adatta. E la questione dell'adattamento all'intelligenza artificiale è legato a filo doppio con la questione delle skills. E cioè se un lavoratore ha, o ha potuto nel passato acquisire, buone skills digitali, avrà più facilità ad adattarsi e tenderà a vedere l'intelligenza artificiale come un aiuto, uno strumento. Se invece un lavoratore più anziano, o semplicemente meno che ha beneficiato di minore formazione, allora farà più fatica", sottolinea il direttore generale della DG Emply.
"Detto tutto ciò, l'intelligenza artificiale ovviamente crea anche delle nuove opportunità", sottolinea Nava. E sulle competenze Nava aggiunge: "Chi paga per lo skilling e reskilling? Nella nostra comunicazione di Union of Skills abbiamo dato atti del fatto che l'Unione Europea ha investito oltre 150 miliardi nell'ultimo periodo finanziario nello sviluppo delle competenze, nell'unione delle competenze mettiamo in chiaro come appunto upskilling e reskilling sono fondamentali per l'adattamento al mercato del lavoro e in particolar modo per coloro che hanno davanti a se stessi tanti anni di attività, quindi i giovani".
"Anche nel rapporto Draghi, dove si dice che la competitività dell'Europa non deriva da un'eventuale riduzione dei salari, e quindi competitività attraverso i salari, ma al contrario deriva da un miglioramento delle skills e quindi la capacità di guardare a prodotti e servizi che 'comandano' più valore aggiunto, perché necessitano di più skills, e in questo ovviamente l'intelligenza artificiale può aiutare", aggiunge Nava.
Il ruolo della direttiva Ue sul salario minimo
Secondo Nava "un attore cruciale dell'introduzione dell'intelligenza artificiale nel mercato del lavoro sono le parti sociali. E l'articolo 4 della direttiva Ue sul salario minimo -spiega- rafforza la contrattazione collettiva, facendo in modo che tutti i Paesi abbiano un piano per avere una contrattazione collettiva di buon livello. E quindi sostanzialmente c'è un legame molto forte tra la direttiva sul salario minimo che rinforza la contrattazione collettiva e il dialogo tra le parti sociali e appunto il fatto che l'intelligenza artificiale ha bisogno delle parti sociali per un'introduzione equa, giusta e corretta nel mercato del lavoro".
Gli algoritmi e gli strumenti legislativi a disposizione
Rischi dagli algoritmi? Si, ma gli strumenti legislativi per fronteggiarli ci sono. "Sul fatto che i lavoratori possano percepire di essere comandati da un algoritmo abbiamo già tre strumenti legislativi -spiega Nava- abbastanza forti. Uno: il regolamento sull'intelligenza artificiale che istituisce un quadro giuridico abbastanza globale per un'intelligenza artificiale trasparente con i rischi attenuati eccetera. Due: la 'platform work directive', la direttiva sul lavoro tramite piattaforme digitali che contiene norme chiare sulla gestione algoritmica e sul tipo di lavoro, tipo di rapporto di lavoro che una persona che è comandata da un algoritmo ha. E poi ovviamente c'è il famoso Gdpr, il regolamento generale sulla protezione dei dati e su come i dati che vengono recuperati possono essere utilizzati. Quindi diciamo che c'è una base giuridica abbastanza forte sulla quale si innesca quello la consultazione, il lavoro delle parti sociali. C'è quindi -ribadisce Nava- una base normativa su cui si può innescare il lavoro delle parti sociali al fine di verificare se c'è bisogno di avere un'altra base, o di aggiungere una base. Che poi è più o meno quello che stiamo facendo, perché entreremo nella prima fase della consultazione delle parti sociali in vista della preparazione del 'Quality Jobs Act' nel 2026 e quindi quello proprio sarà il punto dove si troverà l'equilibrio. Quello che voglio dire è che non si parte da zero, si parte da almeno tre strumenti legislativi, il Gdpr ha dieci anni e gli altri due hanno uno quattro e l'altro due anni", sottolinea il dirigente della Commissione Europea.
(di Fabio Paluccio)
Prospettive di crescita anche per cantieristica e diporto...
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Giovanni Marcantonio è il nuovo vicepresidente del Consiglio nazionale dell’ordine dei consulenti del lavoro. L’incarico di segretario del Cno da oggi sarà assunto da Luca Paone, che subentra nella funzione precedentemente ricoperta dallo stesso Marcantonio. La riorganizzazione dell’ufficio di presidenza si è resa necessaria dopo la prematura scomparsa dell’ex vicepresidente, Luca De Compadri, avvenuta il 10 ottobre scorso. Marcantonio e Paone resteranno in carica fino alle prossime elezioni del consiglio nazionale, previste nel mese di ottobre 2026.
“Accolgo questo incarico con profondo impegno e senso di responsabilità. Proseguiremo il nostro lavoro nel segno della continuità, portando avanti quanto avviato da Luca De Compadri. Il nostro obiettivo sarà rafforzare ulteriormente il ruolo dell’Ordine, sostenere la crescita della professione e accompagnare i consulenti del lavoro in una fase di profondi cambiamenti per il mondo del lavoro e per il Paese”, ha così commentato il nuovo vicepresidente del Consiglio nazionale dell’ordine, Giovanni Marcantonio.
“Lavoreremo per valorizzare i principi e l’etica che guidano la nostra professione, con grande attenzione alle esigenze della categoria. Ci attendono sfide importanti, a partire dal progetto di riforma della legge istitutiva. Sarà un percorso storico, che intendiamo portare avanti coinvolgendo pienamente tutti i colleghi”, ha dichiarato il segretario del Cno, Luca Paone.
Nel corso della seduta odierna è stata, infatti, nominata anche la commissione di studio della riforma della legge n. 12/1979 incaricata di elaborare proposte, con l’obiettivo di aggiornare e rilanciare il quadro normativo di riferimento. La Commissione, composta dai 21 coordinatori regionali dell’ordine dei consulenti del lavoro e dai presidenti nazionali di altri organismi di categoria, avrà il compito di formulare modifiche alla legge istitutiva, così da adeguarla alle esigenze attuali della professione, alla luce dei contenuti del Ddl di riforma in discussione in Parlamento
Omicidio colposo per un dipendente di una società sportiva... 
Totally Innovation, startup innovative tecnologica che progetta e sviluppa piattaforme digitali che uniscono intelligenza artificiale, know how, creatività e semplificazione per i settori media, retail e turismo, annuncia la chiusura di un round di investimento da quasi 600.000 euro nella fase pre-seed, sostenuto da Invitalia, Ventive, Studio Villa & Associati ed altri investitori privati. Questo traguardo consente alla società di accelerare lo sviluppo della piattaforma, potenziare il team e avviare le attività di go-to-market.
Il primo prodotto della startup è Totally In Store, una piattaforma di gestione della musica e della comunicazione audio all’interno dei punti vendita. La tecnologia proprietaria di generazione musicale basata su AI permette di creare musica originale e personalizzata in base al brand, al contesto e alla fascia oraria, eliminando completamente i costi delle licenze musicali obbligatorie (Siae, Scf, Soundreef). Oltre alla musica, la piattaforma consente di gestire spot commerciali, messaggi informativi e comunicazioni promozionali, trasformando il punto vendita in un vero e proprio canale media controllato in tempo reale dal retailer. Oltre al modello in abbonamento, con il prezzo enterprise, la nostra tecnologia consente a brand e catene retail di sviluppare una propria identità sonora esclusiva: una musica progettata su misura, unica e non replicabile, che diventa parte integrante dell’esperienza del marchio.
"Abbiamo trasformato la musica instore da una voce di costo a strumento strategico di marketing", dichiara Francesco Tenti, ceo di Totally Innovation. "Con Totally In Store, la musica non è più un sottofondo casuale, ma un elemento di comunicazione integrata. Il retailer può decidere cosa trasmettere, quando farlo e con quale obiettivo, riducendo drasticamente i costi e aumentando l’efficacia della propria comunicazione", conclude.

Il 2024 è stato un anno record per l’internazionalizzazione delle imprese italiane in Spagna: gli investimenti diretti hanno superato 987 milioni di euro, triplicando i valori del 2023. Secondo il Barometro Ccis-Afi, il 71% delle aziende italiane già attive nel Paese prevede di aumentare gli investimenti nel 2025, e il 95% considera la Spagna un mercato strategico. È innegabile quanto possa risultare attraente per un imprenditore italiano l’idea di una nuova sede iberica. Il problema è che troppo spesso si parte da un presupposto errato: “Se funziona in Italia, funziona anche in Spagna”. Non è così. "I due Paesi sono simili per molti aspetti, ma la cultura, il modo di lavorare, ragionare e prendere decisioni sono profondamente diversi e non basta replicare modelli operativi, gestionali o commerciali", spiega Roberto Bosco, avvocato italiano da vent’anni in Spagna e founder di Lawants, studio legale internazionale con sedi a Barcellona e Madrid, specializzato nel supportare imprese italiane di medie e grandi dimensioni che entrano nel mercato iberico.
In 20 anni di esperienza sul campo, Lawants ha aiutato centinaia di aziende e affrontato tutte le problematiche che un’operazione di internazionalizzazione può comportare. "Non costituiamo società a scatola chiusa e non ci limitiamo a fare quello che i clienti ci chiedono. Prima ancora di parlare se fare una società, una stabile organizzazione ai fini Iva, una branch o succursale, verifichiamo insieme al cliente il progetto, la sua idea di impresa in Spagna e forniamo le informazioni necessarie per permettergli di prendere le migliori decisioni possibili", precisa Bosco.
"Ho visto tante aziende scontrarsi con difficoltà che non avevano minimamente messo in conto, per questo ho deciso di stilare una lista di consigli che ogni imprenditore intenzionato a fare business in Spagna dovrebbe tenere bene in mente", continua.
Ciò che funziona in Italia non necessariamente funziona in Spagna, come la migliore pizza napoletana fatta a Barcellona... Magari agli spagnoli non piace e nessuno la mangia. Bisogna allora elaborare una variante in base a gusti, usanze e costumi locali. "Qui è normale che un imprenditore oggi coltivi patate e domani, se l’attività va male, chiuda l’azienda senza troppe preoccupazioni e inizi un’altra attività", racconta Bosco.
"Tale mentalità -continua- influenza anche il mercato dei servizi professionali. Molte imprese non valorizzano la gestione, il controllo, la contabilità, le dichiarazioni fiscali e l’attività consulenziale di alto livello, e questo spinge tanti professionisti locali ad adeguare la propria offerta a standard più bassi, limitandosi a fare ciò che viene richiesto".
"Per questo motivo Lawants non lavora con clienti spagnoli né con ditte individuali, attività commerciali di piccole dimensioni o persone fisiche. Tutti i nostri clienti sono società straniere che investono in Spagna e che richiedono un livello di servizio eccellente, professionale e internazionale. Il nostro lavoro parte dalla convinzione che un’impresa che entra in un nuovo mercato meriti un team di consulenti capaci di osservare dall’alto, anticipare i problemi e accompagnarla strategicamente nel percorso di crescita", conclude.

Il ‘Premio Vincenzo Dona, voce dei consumatori’, l’evento sui consumi, è tornato quest’anno con un’edizione speciale dedicata ai 70 anni dell’Unione nazionale consumatori, fondata nel 1955 da Vincenzo Dona. Il tema scelto per questa diciannovesima edizione è ‘Unconventional: come avere successo fuori dagli schemi’; un viaggio attraverso visioni ‘out of the box’ per vedere le relazioni imprese-consumatori. Non una conferenza, ma un'esperienza immersiva condotta come sempre dal presidente di Unc, Massimiliano Dona. Cosa vuol dire essere unconventional? Qual è la ricetta per avere successo uscendo dagli schemi? Cosa possono fare le aziende per instaurare un nuovo rapporto con i consumatori? Queste le domande fatte ai protagonisti del ‘Premio Vincenzo Dona, voce dei consumatori’.
Massimiliano Dona, presidente di Unione nazionale consumatori, afferma: “La cosa più non convenzionale che si possa fare oggi è ascoltare. In un mondo che ci spinge a parlare, a mostrarsi, a imporsi con la propria voce, dove tutti vogliono essere ascoltati, tutti cercano attenzione. E visibilità. In questo rumore costante, scegliere di fermarsi e ascoltare davvero, non per rispondere, ma per capire, è un gesto profondamente rivoluzionario. Io l’ho capito grazie alle persone. Più entri in connessione con gli altri, più la tua comunicazione diventa significativa, radicata, vera. Perché quando vivi il quotidiano della gente non perdi la tua voce: la amplifichi. Per questo non chiamo ‘follower’ quel pubblico di un milione di persone che mi segue sui social. Sono io che seguo loro: ogni giorno ascolto le loro storie, le loro paure, le loro idee. Ed è proprio dal quotidiano delle persone che nascono i miei video sui social, i progetti, i format, le battaglie. E’ l’ascolto che si trasforma in risposta, in energia: perché a pensarci bene, forse oggi la vera voce fuori dal coro è quella che sa fare spazio alle altre. E così le rende più forti”.
“Aristotele - ricorda Francesco Morace, sociologo e presidente Future Concept Lab - parlava della meraviglia come la scintilla prima della conoscenza: desideriamo comprendere, conoscere, approfondire, prendere-con-noi ciò che ci sorprende. Nell’era dei social questa regola funziona più che mai, a ogni età, perché l’engagement, l’ingaggio percettivo e cognitivo, conferma la sua centralità per ‘Consumautori’ che nel momento delle scelte vogliono sentirsi unici e creativi. Per questo motivo il successo fuori dagli schemi non rappresenta più l’eccezione ma la regola: ciò significa valorizzare ad esempio il ruolo dell’Arte nelle strategie d’impresa. Non più la ciliegina sulla torta del business ma il suo ingrediente principale, che ne caratterizza l’impasto".
"Il tocco artistico e la creatività fuori dagli schemi, diventano un ricostituente per rigenerare il dna aziendale, per intercettare le generazioni più giovani - particolarmente sensibili ai linguaggi della sorpresa - e per valorizzare i territori. L’Italia costituisce - per storia e capacità creative - un laboratorio per valorizzare e comprendere la logica delle sincronie creative tipiche del fare artistico in cui prevale la visione poetica che orienta scelte e decisioni, proponendo una alternativa avanzata al modello di management anglosassone, fondato prioritariamente sui numeri. Ma troppo spesso questa potenzialità non viene compresa”, aggiunge.
Per Riccarda Zezza, founder and chief science officer of Lifeed, “si può avere successo fuori dagli schemi solo se si cambiano gli schemi. Altrimenti si può avere solo il tipo di successo che gli schemi sono in grado di riconoscere e tollerare". E’ allora necessario chiedersi se si vuole avere quel tipo di successo: che rafforza gli schemi, che corre insieme a loro e ne amplifica le conseguenze già note, o se si vuole andare controvento, rinunciando alla più classica definizione di successo per inseguire, invece, la ricerca di un senso. Sapere ogni giorno perché faccio quel che faccio: questa è la definizione di successo che mi guida”, dice.
“Nel mondo che ci attende - osserva Giuseppe Stigliano, docente e imprenditore - dove i consumatori delegheranno alla tecnologia e all’intelligenza artificiale parti sempre più rilevanti del loro customer journey, il vero marketing non convenzionale non consisterà nell’aumentare i canali di vendita e comunicazione, né nello stimolare consumi. La vera sfida sarà aiutare domanda e offerta, aziende e persone, a incontrarsi davvero. Il lavoro dei marketer sarà ascoltare i consumatori, servendosi tanto degli strumenti tecnologici quanto della propria esperienza, per allineare al massimo aspettative, bisogni ed esigenze. In questa prospettiva, il marketing torna alle sue origini, quelle disegnate dal patriarca Kotler: la creazione di valore per il consumatore e, di conseguenza, per l’impresa. Le vendite diventano così una naturale conseguenza di questo processo, e non hanno bisogno di essere forzatamente incentivate”.
“Nella mia personale esperienza - sottolinea Vincenzo Schettini, professore di Fisica - ha giocato un ruolo importantissimo, il mio entusiasmo e la mia originalità. Partiamo dalla prima, dall’entusiasmo. Oggi nessuno mostra entusiasmo, è davvero molto raro come stato d’animo da trovare in giro e quando troviamo qualcuno che lo fa non c’è nulla da fare, risulta contagioso! Chi segue i miei contenuti si diverte perché io mi diverto, ma questa cosa è autentica, non sto fingendo. Un esperimento che riesce? Io sono felice! Una legge affascinante? Io la commento e i miei occhi brillano. Questo si connette direttamente alla capacità delle persone di comprendere un concetto, d’altronde il buon insegnante fissa i concetti nella mente dei propri studenti, davvero in questa maniera. Ma non basta: mi sono reso conto negli anni di essere originale, certamente non lo dico io, ma me lo dicono gli altri: è stato sempre un mestiere, quello dell’insegnamento, visto in maniera vecchia ed il mio modo di approcciare differente viene apprezzato proprio perché è diverso. Il linguaggio chiaro, la capacità di guardare gli altri negli occhi, l’ascolto reciproco, l’essere sulla linea dei miei studenti ma mantenendo sempre una personale autorevolezza”.
Per Richard Romagnoli, autore e creatore del metodo Happygenetica, “il successo nasce dall’allineamento tra ciò che siamo e ciò che facciamo". "E’ la capacità di creare la felicità necessaria - chiarisce - non da ciò che accade fuori, ma da ciò che scegliamo di attivare dentro di noi. In un mondo in cui parlare di felicità sembra banale, Richard introduce la felicità biologica: uno stato fisico, mentale ed energetico che può essere attivato consapevolmente per sostenere i nostri risultati. Con il metodo Happygenetica si mostra come sia possibile trasformare il proprio stato interiore in pochi minuti grazie a pratiche che uniscono scienza, respiro e centratura. Un invito a vivere un successo fuori dagli schemi: misurabile, esperienziale e profondamente radicato nella nostra dimensione interiore”.
“L’atmosfera che respiriamo fin da piccoli - afferma Maura Gancitano, filosofa e co-fondatrice di Tlon - è quella della società della performance, in cui ogni gesto viene misurato e in cui quello che conta è solo il risultato. Questo ci spinge a sentirci inadeguati e a credere che per le altre persone sia tutto facile. L’alternativa a questa pressione sociale, però, non è certamente quella di sentirsi impotenti e rimanere bloccati, perché come esseri umani abbiamo bisogno di tracciare un percorso che abbia senso e di sentire che stiamo fiorendo. Tlon nasce dal desiderio di dare vita a un progetto culturale senza l'ossessione dei risultati immediati, cercando di trasmettere l’idea che la filosofia trasforma lo sguardo che abbiamo sulle cose, e quindi ha un effetto tangibile nella vita personale. In questo senso, pensare fuori dagli schemi per me significa tracciare un percorso in cui i cambi di strada e le soste fanno parte del processo di immaginazione, perché proprio lì si custodisce la possibilità di costruire qualcosa di autentico”.
Nico Acampora, fondatore PizzAut, sottolinea: “Fuori dagli schemi, è l’unico modo in cui sappiamo ragionare e agire tutti noi di PizzAut. Perché pensiamo in modo inclusivo, quando abbiamo bisogno di una soluzione a un problema noi consideriamo tutti e tutto ciò che quella soluzione deve coinvolgere. Realizzando PizzAut abbiamo sicuramente rotto uno schema, abbiamo posto all’attenzione di molte persone che la neurodiversità, la “non-normalità”, è molto più comune e diffusa di quello che si immagina e che per questo non deve essere vista come un limite ma al contrario come una risorsa. PizzAut capovolge il modo tradizionale e comune di vedere il mondo e il nostro sguardo sotto-sopra include tutti e cambia radicalmente il modo in cui ci approcciamo, non solo ai nostri ragazzi, ma a ogni aspetto della vita. L’inclusione è di per sé ‘fuori dagli schemi’, ti consente di guardare oltre al limite per agire nel modo più utile e sano per tutti, con coraggio, amore, entusiasmo e tanto impegno. Sembra un sogno? E allora Sogniamo”.
Il Premio Vincenzo Dona è anche l’occasione per consegnare i riconoscimenti a chi nel corso dell’anno si è distinto per il suo impegno a favore dei consumatori. Ad aggiudicarsi il premio 2025, nella sezione ‘Personalità’ è Nico Acampora, fondatore di Pizza Aut, ‘per aver saputo trasformare la fragilità in forza, offrendo a tante persone la possibilità di sentirsi parte di una comunità accogliente e solidale’. Ad aggiudicarsi il Premio Dona 2025 nella sezione stampa è il giornalista Giampaolo Colletti ‘per il suo impegno nel raccontare con professionalità, accuratezza e stile le trasformazioni del digitale, contribuendo a una maggiore consapevolezza del pubblico rispetto alle tematiche dell’innovazione’.
Ad aggiudicarsi il Premio per la miglior tesi di laurea in materia di tutela del consumatore: Giulia Di Mario, Università di Roma La Sapienza-Facoltà di Economia, tesi dal titolo: ‘Le ombre della platform society: tra valori pubblici e potere’ e Isabella Durante, Università telematica internazionale Uninettuno-Facoltà di Economia, tesi dal titolo: ‘Il potere del packaging: l'arte di influenzare le scelte e l'esperienza del consumatore nei supermercati’.

Si chiude con un risultato molto positivo l'avviso 2/2025 'Metamorfosi imprenditoriali: la formazione manageriale a supporto della crescita delle pmi' di Fondirigenti, il fondo interprofessionale leader in Italia per la formazione continua del management, promosso da Confindustria e Federmanager. I numeri testimoniano il forte interesse delle imprese italiane verso percorsi formativi dedicati ai momenti cruciali di trasformazione: passaggio generazionale, operazioni societarie e digitalizzazione. Sono stati presentati 203 piani formativi che coinvolgono 312 dirigenti per un totale di 17.836 ore di formazione (in media 57 ore a dirigente). Le richieste di finanziamento hanno raggiunto 2,5 milioni di euro, quasi il 67% in più rispetto allo stanziamento iniziale di 1,5 milioni, a conferma della forte domanda di competenze manageriali per affrontare le grandi trasformazioni aziendali. Si tratta di un risultato particolarmente significativo considerando l'esclusione delle grandi imprese e la specificità dei temi proposti.
"Questi dati dimostrano quanto le pmi italiane abbiano compreso l'importanza strategica della formazione manageriale nei momenti di discontinuità", commenta il direttore generale Massimo Sabatini. "Passaggio generazionale, operazioni societarie e digitalizzazione rappresentano, per le imprese piccole e medie, delle vere e proprie metamorfosi, che richiedono consapevolezza, visione di lungo periodo e, soprattutto, competenze manageriali solide per essere affrontate con successo", sottolinea.
Particolarmente rilevante è la partecipazione delle piccole imprese, che hanno superato la media storica del 15%, confermando come anche le realtà di minori dimensioni siano consapevoli della necessità di investire in competenze manageriali per governare i grandi processi di cambiamento. L'Avviso ha inoltre generato un importante effetto di attrazione: 12 nuove aziende hanno aderito a Fondirigenti e ben ¼ dei piani ha riguardato imprese che di rado hanno utilizzato in passato la leva formativa.
Dal punto di vista territoriale, il Veneto si conferma regione best performer con 48 piani presentati, seguito da Emilia-Romagna (41 piani) e Lombardia (29 piani), a testimonianza della crescente importanza di tali trasformazioni nei territori più industrializzati del nostro Paese. Significativa è anche la partecipazione del Sud Italia, con il 14% dei piani presentati e la Campania come regione più attiva (14 piani). La copertura nazionale è ampia: solo 3 regioni risultano assenti.
L'analisi delle aree di intervento rivela, come principale ambito di interesse, la trasformazione digitale, seguita a breve distanza dal passaggio generazionale. L'area delle operazioni societarie, pur presente, è risultata meno prescelta, interessando soprattutto le imprese di medie dimensioni, dove operazioni straordinarie come fusioni o acquisizioni sono più frequenti.
I percorsi formativi evidenziano un indirizzo chiaro: la governance è il pilastro centrale per affrontare le sfide di evoluzione e continuità aziendale. La formazione si configura come leva strategica per rafforzare leadership, competenze manageriali e capacità di gestione del cambiamento, con una visione integrata che coniuga necessità di stabilità e innovazione.
I contenuti si articolano in tre ambiti chiave. Nel passaggio generazionale, l’attenzione è rivolta alla governance strategica, alla leadership e alla continuità, per garantire un ricambio efficace e valorizzare le competenze. Nelle operazioni societarie, il focus è sulle competenze manageriali relative a finanza straordinaria, compliance e change management, elementi indispensabili per presidiare fusioni, acquisizioni e ristrutturazioni. Infine, la trasformazione digitale punta sulle competenze relative a Intelligenza Artificiale, integrazione dei processi e data-driven management, leve fondamentali per sostenere innovazione e competitività in scenari evolutivi.
In un contesto in cui la digitalizzazione ridefinisce i modelli di business e le operazioni straordinarie richiedono solidità organizzativa e responsabilità d’impresa, la formazione si conferma strumento essenziale per guidare il cambiamento e garantire sostenibilità nel lungo periodo nelle grandi trasformazioni.
"La risposta delle pmi conferma le evidenze delle nostre ricerche – sottolinea il presidente Marco Bodini – la capacità di affrontare e superare i momenti di discontinuità dipende in modo decisivo dalla presenza di manager preparati. Le imprese hanno colto la grande spinta che la formazione manageriale può garantire ai processi di trasformazione, soprattutto in ambito digitale dove l'innovazione tecnologica sta ridefinendo i modelli di business". I piani formativi saranno ora valutati da una commissione di esperti e la graduatoria sarà pubblicata entro fine gennaio 2026.

Si rinnova dal 6 al 14 dicembre a Fieramilano Rho l'appuntamento più atteso dell'Avvento meneghino: è Artigiano in Fiera, la più grande manifestazione al mondo dedicata agli artigiani e alle micro e piccole imprese, che quest'anno taglia il traguardo della trentesima edizione, confermandosi la destinazione ideale per fare il pieno di regali di Natale originali e di qualità. Lo si legge in una nota. L'esperienza si completa con i sapori da tutta Italia e dal mondo, grazie a un’incredibile varietà di prodotti gastronomici, stand culinari, ristoranti e aree ristoro. Quest’anno la manifestazione chiama a raccolta nei nove padiglioni di Fieramilano Rho (uno in più rispetto all’anno scorso) circa 2.800 artigiani provenienti da circa 90 Paesi dei cinque continenti e da tutte le regioni d’Italia: un vero e proprio "giro del mondo" in soli nove giorni tra la bellezza e la bontà delle arti e dei mestieri del globo.
La più grande vetrina mondiale dedicata al saper fare artigiano offre una vasta gamma di prodotti unici e fatti a mano, originali per definizione. Ogni prodotto è un pezzo di storia artigiana, perfetto per fare (o farsi) un regalo speciale da mettere sotto l'albero. Dall’abbigliamento al design, dall’arredo agli accessori, dai gioielli ai prodotti per la salute, il benessere e il tempo libero, c’è solo l’imbarazzo della scelta. Curiosando tra gli stand degli artigiani si scopre un mosaico di manufatti unici.
Si va dai gioielli spagnoli ispirati a Gaudì ai saponi equo-solidali, frutto del lavoro delle artigiane del Burkina Faso, fino alle candele e ai bouquet in cera di soia che arrivano dal Veneto o alle uniche candele piatte al mondo in arrivo dalla Lituania e decorate come tele artistiche. Senza dimenticare i tanti prodotti sostenibili come le marmellate e composte sarde, inno all’imperfezione della bontà e della lotta allo spreco, i prodotti di cosmesi naturale e botanica e quelli riciclati. Non mancano i tanti prodotti dell'ingegno italiano come la Turbo Moka, invenzione di un ingegnere lombardo che, come suggerisce il nome, mette il turbo al caffè.
La selezione prosegue con gli eleganti abiti e tessuti giordani, creati da un gruppo di artigiane di Amman, gli infusi e i tè locali del Togo, dai sapori davvero unici, le borse ricamate con fili di seta dall’Armenia, le splendide ceramiche della Cabilia, solo per citare alcune delle novità in mostra quest’anno ad Artigiano in Fiera. Per chi non sa resistere agli acquisti, è possibile usufruire del centro servizi Kipoint di Poste Italiane attivo in fiera, per farsi recapitare comodamente a casa la merce con tariffe che variano in base a pesi e ingombri. Artigiano in Fiera è anche l’occasione per viaggiare tra i tanti sapori e cucine dell’Italia e del mondo in un’incredibile varietà di specialità da assaggiare e comprare tra gli stand e da gustare nei 30 ristoranti e nei 20 Luoghi del Gusto che raccontano le diverse identità gastronomiche. Tra le novità tutte da provare di quest’anno ci sono i ristoranti calabrese, sardo e indiano, oltre al nuovo Luogo del Gusto caraibico con ropa vieja e chips al platano.
Nei giorni della fiera sarà possibile assaggiare le specialità da nord a sud dello Stivale, passando canederli altoatesini e la pasta alla norma tipica della Sicilia, ma anche agnolotti piemontesi o pizza napoletana. Tra i ristoranti italiani si potrà scegliere - solo per citarne alcuni - tra le specialità di Piemonte, Alto Adige, Valtellina, Toscana, Umbria, Abruzzo e ancora Veneto, Puglia, Liguria e Lazio. Altrettanto ampia è l’offerta internazionale, ben rappresentata – tra gli altri paesi – da Argentina, Grecia, Messico, Spagna, Germania, Austra, Irlanda e Stati Uniti ma anche Africa, Sri Lanka e Giappone. Accanto ai grandi classici della tradizione italiana, sarà quindi possibile avventurarsi tra tante specialità internazionali, come i tacos messicani, la paella spagnola, il ramen giapponese, il chana masala indiano e molte altre sorprese.
L’ingresso ad Artigiano in Fieraè gratuito: i nuovi visitatori possono ottenere il proprio pass sul sito artigianoinfiera.it in pochi e semplici click: basta inserire la propria email nella sezione 'Ottieni il tuo pass gratuito' per ricevere il QR code da salvare sul cellulare e mostrare all'ingresso. Chi è già iscritto alla community, ha visitato le scorse edizioni o è cliente della piattaforma digitale, invece, ha già ricevuto il biglietto d’accesso direttamente via email. I principali mezzi di trasporto per raggiungere la manifestazione restano la linea M1 della metropolitana (fermata Rho Fiera), le linee regionali e del passante ferroviario Trenord e l'Alta Velocità con Italo. La disponibilità totale di parcheggi sarà di oltre 10.000 posti auto. Artigiano in Fiera vanta tra le media partnership quella di Rai Italia e Tgr, che hanno espresso il proprio sostegno riconoscendo il valore sociale e culturale dell’evento.

Strafalcioni da Oscar, supposizioni imbarazzanti e convinzioni infondate, oggi quasi 7 italiani su 10 (68%) litigano con la grammatica e commettono errori inquietanti nello scritto, ma anche nel parlato. Una problematica che secondo gli esperti è anche frutto dell’abuso di internet e dell’uso di neologismi e anglicismi, che hanno reso gli italiani incapaci di scrivere e di formulare a volte un ragionamento sensato nel proprio idioma.
'Qual’è', 'pultroppo', 'propio', 'avvolte', 'al linguine' senza dimenticare gli imperdibili 'c'è ne' e 'c'è né', gli errori degli italiani variano dall’apostrofo (62%), al congiuntivo (56%) passano per la declinazione dei verbi (50%) e la punteggiatura (52%). Ma come si può affrontare la problematica dell’utilizzo corretto della lingua italiana? Leggere con regolarità (66%), scrivere a mano (43%), evitare l’uso frequente di chatbot di intelligenza artificiale (55%) e allenare la mente “giocando” con la conoscenza della lingua italiana (47%), attraverso book-game che consentono di “ripassare” regole e storia della nostra lingua in modo più semplice e giocoso come “501 quiz sulla lingua italiana” sono alcuni dei segreti per migliorare.
È quanto emerge da un’indagine condotta da Libreriamo, il media digitale dedicato ai consumatori di cultura, su circa 1600 italiani di età compresa tra i 18 e i 65 anni, realizzata con la metodologia Swoa (Web Opinion Analysis) attraverso un monitoraggio online sui blog, forum e i principali social network – Facebook, Instagram, X, YouTube – e coinvolgendo un panel di 20 esperti tra sociologi e letterati per capire quali sono i principali errori grammaticali che commettono oggi gli italiani, le cause di tali strafalcioni e capire cosa è consigliato fare per ridare la giusta dignità alla nostra amata lingua italiana.
"L'italiano, inteso come lingua, è un luogo simbolico che ci accoglie al di là delle differenze geografiche, sociali e generazionali – afferma Saro Trovato, sociologo e fondatore di Libreriamo – La lingua rappresenta un valore da salvaguardare, una delle eccellenze del nostro Paese da tutelare e valorizzare: per farlo, occorre innanzi tutto conoscerla. Per contribuire a questo processo di valorizzazione, come Libreriamo abbiamo deciso di contribuire a far riscoprire la lingua italiana attraverso il gioco e l’esercizio mentale: abbiamo così pensato a un libro, “501 quiz sulla lingua italiana”, con cui è possibile mettersi alla prova, da soli o con gli amici, per sperimentare la propria conoscenza della nostra amata lingua italiana e allo stesso tempo allenare la mente e la memoria. Perché la lingua italiana va conosciuta e salvaguardata, in quanto capace di generare senso comunità, di appartenenza, di identità".
Gli errori più comuni
Ma quali sono i classici errori che commettono gli italiani? 'Qual è o qual’è?' (71%) resta tra quelli più comuni. L’apostrofo in questo caso non va messo, infatti 'Qual è' si scrive senza. Sempre. In cima alla classifica della categoria di errori più comuni c’è ovviamente l’apostrofo (62%), uno degli amici più antipatici della lingua italiana. Quando si mette? Semplice, con tutte le parole femminili, quindi: “un’amica sì” e “un amico no”. L’uso del congiuntivo (56%) poi mette sempre a dura prova gli italiani. “L’importante è che hai superato l’esame”, seppur molto usata questa è una formula grammaticale scorretta perché in questo caso bisogna usare il congiuntivo: “L’importante è che tu abbia superato l’esame”.
I pronomi (52%) sono un altro grande errore commesso dagli italiani che vivono all’estero. “Gli ho detto che era molto bella”. In questo caso, in riferimento ad una persona di sesso femminile, bisogna usare il pronome “le”: “Le ho detto che era molto bella”. Un errore molto diffuso nella lingua italiana, sia nel parlato che nello scritto, riguarda la declinazione dei verbi (50%), specialmente per quanto concerne l'uso dei tempi verbali e la scelta dell'ausiliare. Questi errori non sono solo semplici sviste grammaticali; spesso sono un segnale di un allontanamento dalla padronanza della lingua, riflettendo un parlato più superficiale o l'influenza di dialetti e gerghi locali che semplificano o alterano le complesse regole della coniugazione italiana. Tali inesattezze, sebbene tollerate nel linguaggio informale, diventano evidenti indicatori di sciatteria o scarsa cura nei contesti più formali o scritti.
Un altro grande classico è l’uso della C o della Q (48%). Se nella lingua parlata l’errore non si nota, nello scritto è tutta un’altra storia. Non si scrive 'evaquare l’edifico', ma “Evacuare l’edificio”. Allo stesso modo “il mio reddito è profiquo' è sbagliatissimo. Si scrive “il mio reddito è proficuo”. 'Ne o né' (44%) è un altro di quegli errori “da penna rossa”. L’accento su ìné si utilizza quando questo vuole essere utilizzato come negazione. La punteggiatura (39%) poi ha fatto tante vittime. Virgole, punti e virgola, due punti, non vanno mai usati alla leggera. Ognuno ha la propria regola.
Tra i principali dubbi legati alla lingua scritta, emerge il dilelmma tra “un po, un po’ o un pò?” (37%). La parola pò con l’accento risulta sempre più diffusa. La grafia corretta è 'un po’ con l’apostrofo, perché la forma è il risultato di un troncamento: “Un po’ di formaggio grazie”. Molti hanno il dubbio su quale congiunzione usare tra “E o ed” e “A o ad” (35%). La semplice aggiunta della ‘d’ eufonica deve essere fatta solo nel caso in cui la parola che segue cominci con la stessa vocale. Quindi: “Vado ad Amburgo” o “Era felice ed entusiasta” sono frasi corrette. Infine andare “daccordo” (31%) è molto difficile se non si scrive “d’accordo”. C’è chi persino “avvolte si arrabbia” (25%) e “avvolte lascia perdere” dimenticandosi che “a volte” è meglio restare a casa “avvolti dalla coperte”. “Pultroppo” (22%) è un altro errore che purtroppo si nota spesso nei commenti della gente. Allo stesso modo molte volte capita di leggere “propio bene” (19%) al posto di “proprio bene”.
Ma se quelli appena citati sono gli errori più comuni commessi dagli italiani, quali sono invece quelli più originali? Un esempio “curioso” arriva dal settore beauty. Fare l’estetista a volte può diventare un vero stress: infatti uno degli errori che viene commesso dai clienti e che infastidisce di più le impiegate è questo: “Devo fare la ceretta al linguine” (13%) invece della forma corretta “Devo fare la ceretta all’inguine”. Un errore che fa imbestialire i letterati invece è l’uso spropositato della K (38%) al posto di C/CH: “Ke cosa facciamo?”, “Ke cosa fai?”. Ma la “storpiatura” della lingua italiana prevede tante altre abbreviazioni: “mi piace tt questo” (35%) invece di “mi piace tutto questo” oppure “nn sopporto chi scrive così” (34%) al posto di “non sopporto chi scrive così”. C’è chi persino “avvolte si arrabbia” (27%) e “avvolte lascia perdere” dimenticandosi che “a volte” è meglio restare a casa “avvolti dalla coperte”. “Pultroppo” (23) è un altro errore che purtroppo si nota spesso nei commenti della gente. Allo stesso modo molte volte capita di leggere “propio bene” (19%) al posto di “proprio bene”. “Andiamo a mangiare una salciccia” (17%). La forma corretta è “salsiccia” perché la parola deriva dal latino salsicia. E per tagliarla molte volte viene usato il “cortello” (15%) invece del “coltello”. Infine, “X concludere”, l’uso inappropriato della x sarebbe da abolire e ritrovare la forma più corretta “per concludere”.
I rimedi
Ma cosa si può fare per promuovere un utilizzo corretto della lingua italiana e avere maggior “confidenza” con le sue regole? Secondo gli esperti leggere con regolarità (66%), un’abitudine che genitori e docenti dovrebbero trasmettere già in età adolescenziale, rappresenta il primo “antidoto” all’ignoranza grammaticale. Seguono tra i consigli il riprendere l’antica ma indispensabile abitudine di scrivere a mano (43%), una tradizione che con l’avvento della tecnologia sta purtroppo diminuendo ma che rappresenta invece un esercizio indispensabile per prendere dimestichezza e trovare maggior padronanza con le regole della lingua italiana. Altri elementi capace di “disinnescare” il rischio di commettere errori gramamticali sono evitare l’uso frequente di chatbot di intelligenza artificiale (55%), anche’essi non esenti da errori grossolani, diminuire l’abuso di neologismi e parole straniere (51%) che possono contribuire all’insorgere di alcuni errori grossolani.
Tra i suggerimenti più efficaci, gli esperti consigliano di allenare la mente “giocando” con le regole della lingua italiana (47%): diversi studi confermano che il cervello è un organo che, come un muscolo, ha bisogno di allenamento, con il gioco della domanda e della risposta che rappresenta uno dei metodi più efficaci per consolidare l’apprendimento e la conoscenza. Il cosiddetto retrieval practice, la pratica del recupero attivo delle informazioni, rafforza la memoria, stimola le connessioni neuronali e rende le conoscenze più durature (Roediger & Butler, 2011). Nascono così libri dedicati al concetto di “allenare la mente giocando” come “501 quiz sulla lingua italiana” il book-game per scoprire e difendere la lingua italiana giocando e allenando la mente, un modo per “ripassare” regole e storia della lingua italiana in modo più semplice, attraente e giocoso.

'C'è ancora domani' ha vinto la prima serata di ieri, 25 novembre, con il 21,6% di share. Il film rivelazione di Paola Cortellesi, andato in onda su Rai1 nella Giornata contro la violenza sulle donne, ha tenuto incollato allo schermo 3.869.000 telespettatori. Segue Canale 5 con 'La Notte nel Cuore', che ha raccolto 2.276.000 telespettatori raggiungendo il 15% di share, mentre Italia1 si posiziona sul terzo gradino del podio con 'Le Iene', che ha totalizzato 1.092.000 telespettatori e l'8,8%. Su Rai2, 'Belve' ha interessato 1.176.000 telespettatori, pari al 7,4%, mentre La7 con 'DiMartedì' ha raggiunto 1.240.000 telespettatori e il 7,1% e 435.000 telespettatori e il 6,9% nella parte finale 'DiMartedì Più'.
Su Rete 4 'È Sempre Cartabianca' ha ottenuto 434.000 telespettatori, pari al 3,2%. Stesso share ottenuto da Tv8 con 'X Factor', che però si è portato a casa 456.000 telespettatori. Su Rai 3, 'Amore Criminale' ha totalizzato 569.000 telespettatori e il 3%. Infine, sul Nove 'Only Fun – Comico Show' ha radunato 329.000 telespettatori, pari all'1,9%, mentre le 'Battute Finali' sono salite al 2,5% con 250.000 telespettatori.
Nella fascia access prime time, su Canale5 'La Ruota della Fortuna' ha conquistato 5.489.000 telespettatori, pari al 24,8%. Su Rai1 'Cinque Minuti' ha interessato 4.407.000 telespettatori (pari 21.1%), mentre 'Affari Tuoi' 4.710.000 telespettatori (pari al 21,2%). In seconda serata, è andata in onda su Rai 2 la terza puntata di 'Sanremo Giovani', che ha intrattenuto 282.000 telespettatori, pari al 5,4%.

"Il progetto che abbiamo portato avanti in Idi, nato nel 2021, è molto importante e utilizza agenti virtuali, dotati di intelligenza artificiale, per dare tutto il supporto necessario ai pazienti che si rivolgono alla nostra struttura". Questi strumenti "sono in grado di prenotare prestazioni come se fossero operatori umani del call center, possono gestire le richieste di informazioni, le preparazioni agli esami, i recall per evitare i no-show e possono dare informazioni su tutta l'attività che rilevano riguardo le necessità del paziente, al fine di poter dare un'offerta ai nostri cittadini in linea con i loro bisogni". Così Giampaolo D'Agnese, direttore Tecnologia & Innovazione Fondazione Luigi Maria Monti Idi Irccs, partecipando al Forum Risk Management in corso ad Arezzo.
"La parte del progetto sperimentale delle informazioni sta dando veramente un grande valore - spiega D'Agnese - perché il 60-70% delle chiamate che riceviamo riguardano informazioni, problemi sul parcheggio, sul costo delle visite, sui medici che lavorano da noi e su come si accede ai nostri servizi. Tutta questa attività viene fatta dagli operatori virtuali insieme agli operatori del call center. Pertanto, in questi ultimi 3-4 anni si è instaurata una vera e propria collaborazione tra l'agente virtuale e il collega che lavora al call center, che è caricato di un lavoro meno eccessivo sulle attività ripetitive a meno valore aggiunto e si può così dedicare al supporto di pazienti che hanno dei problemi, come i pazienti oncologici o con malattie rare, grazie all'aiuto dato dall'operatore virtuale che si occupa al posto suo di tutta l'attività più ripetitiva e a meno valore aggiunto".
Il progetto sta "evolvendo anche su diversi canali, come l'accesso attraverso le chat del portale web, WhatsApp ed Sms - continua D'Agnese - Si tratta di uno strumento che riesce a soddisfare ad oggi circa 1,5 milioni di utenti. Dal 2021 ad oggi abbiamo assistito a una accelerazione: i pazienti hanno la possibilità di accedere 24 ore su 24, 7 giorni su 7 a nostri servizi, parlando comunque con un operatore. Non si comunica più solo con la mail o l'applicazione, dove molti pazienti fragili o di una certa età hanno difficoltà ad accedere. E' un continuo crescere e portare avanti questo progetto che, ormai, è diventato un bisogno del paziente che ci segue anche nel suo Pdta - Percorso diagnostico terapeutico assistenziale, con uno strumento che ricorda l'esame che deve fare, la prestazione o la visita prescritta".

Durante la XXIV edizione della Settimana della Cultura d’impresa di Confindustria, il Gruppo Bracco ha organizzato un pomeriggio di riflessione sul valore della lettura e in particolare delle biblioteche come luoghi in cui formare spirito critico e cittadinanza. In occasione del convegno, intitolato “L’intraprendenza del leggere”, che si è tenuto presso l’Auditorium “Anita & Fulvio Bracco” in via Folli 50, è stata anche inaugurata la nuova sede della Biblioteca aziendale.
All’evento hanno partecipato – oltre a Diana Bracco, Presidente e CEO del Gruppo Bracco e Fulvio Renoldi Bracco, Vicepresidente e CEO di Bracco Imaging – Antonio Calabrò, Presidente Gruppo Cultura d’impresa di Confindustria e Presidente di Museimpresa, Chiara Faggiolani, Docente di Biblioteconomia presso il Dipartimento di Lettere e Culture Moderne dell’Università di Roma La Sapienza, Giacomo Papi, Scrittore e giornalista, Direttore dei contenuti della Fondazione Mondadori e Tommaso Sacchi, Assessore alla Cultura del Comune di Milano.
“La cultura è il primo motore di ogni impresa umana, e i libri in particolare sono degli efficaci anticorpi contro l’assottigliamento del pensiero”, ha affermato Diana Bracco. “Anche le imprese, accanto alle scuole, alle università, alle istituzioni e alle famiglie possono e devono fare molto. Ad esempio, con programmi di formazione e aprendo delle Biblioteche aziendali – che sono luoghi simbolici, veri centri di conoscenza e apprendimento continuo, capaci di generare nuove idee. Noi di Bracco ci abbiamo sempre creduto. Anzitutto con la nuova sede della Biblioteca che inauguriamo oggi, e poi con il restauro e la catalogazione dei 3000 volumi della Biblioteca appartenuta al Senatore Francesco Salata, fratello di mia nonna Giovanna, fervente patriota e storico insigne. Fra qualche mese questo patrimonio librario sarà consultabile dal pubblico su appuntamento nella nostra sede di via Cino del Duca”.
Bracco è una delle poche realtà italiane a vantare una Biblioteca aziendale. Nata nel 2021, ed erede di una prima biblioteca realizzata negli anni Sessanta con il CRAL di allora, la Biblioteca “Diana Bracco” promuove e agevola la lettura per dipendenti e collaboratori, mettendo a disposizione uno spazio, fisico e anche virtuale, di riflessione, svago e socialità all’interno dell’azienda.
Per ampliare l’offerta è attiva una convenzione con il Comune di Milano, che consente di accedere all’intero patrimonio delle 24 biblioteche del Sistema Bibliotecario Milanese e, nel giugno di quest'anno, è stato avviato il Gruppo di lettura Bracco, animato da Alessandro Ghidini dell’Associazione AEdicola di Lambrate, che sta riscuotendo un buon successo tra i dipendenti.
Dopo un importante progetto di restyling, la Biblioteca ha ora una nuova sede, più ampia e più bella, a dimostrazione di quanto il Gruppo Bracco creda davvero nell’”intraprendenza della lettura”: “In questi anni la Biblioteca è cresciuta insieme a noi: più di 250 iscritti tra colleghi e collaboratori Bracco, oltre 1.100 prestiti nell’anno ancora in corso, nuove tecnologie e servizi che la rendono accessibile e moderna”, ha sottolineato Fulvio Renoldi Bracco. “Ma il vero valore non sta nei numeri, bensì nelle relazioni che qui si creano, nelle idee che nascono da una conversazione davanti a uno scaffale, nella curiosità che si accende sfogliando un libro suggerito da un collega. Avere una Biblioteca in azienda significa molto più che custodire una raccolta di libri. In un mondo che corre veloce, la Biblioteca ci offre il tempo e il luogo per fermarci, ascoltare, confrontarci e immaginare insieme nuove possibilità”.
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