
SETTIMO SAN PIETRO – Si sono concluse nel modo più drammatico le ricerche di Teseo Cocco, l'operaio di 56 anni di Settimo San Pietro scomparso da 10 giorni. Ieri sera, il suo corpo senza vita è stato ritrovato nel territorio di Sinnai.
La Scomparsa e le Ricerche
Teseo Cocco era uscito di casa il 22 giugno e aveva fatto perdere le sue tracce. Dopo la denuncia di scomparsa, le ricerche erano state condotte senza sosta da familiari, volontari, Carabinieri di Sinnai e Quartu, Vigili del Fuoco e Nucleo Speleo Alpino. Nonostante gli sforzi, le ricerche hanno avuto un esito tragico.
Il Cordoglio
La notizia del ritrovamento si è rapidamente diffusa a Settimo San Pietro, dove Teseo Cocco era una persona conosciuta e stimata. Il dolore e lo sconcerto hanno colpito tutta la comunità, che si stringe attorno ai familiari in questo momento di grande dolore. Le cause del decesso sono al vaglio degli inquirenti.

SINNAI – Un vuoto che si allarga ben oltre i confini del paese. Sinnai è in lutto per la scomparsa di Stefano Tronci, notissimo non solo nel territorio ma in tutta la Sardegna per la sua attività di cantante. Voce carismatica degli "Alcool" , la cover band di Vasco Rossi che da anni infiammava piazze e locali dell'isola, Stefano era un volto e una voce amata dal pubblico di tutte le età.
L'Affetto di Centinaia di Persone
La notizia della sua scomparsa ha subito inondato i social network di messaggi di cordoglio e affetto. Centinaia di persone, amici, fan e colleghi, hanno voluto ricordarlo con parole che raccontano di un artista autentico e di una persona di grande cuore.
Per chi lo ha visto esibirsi, Stefano Tronci era il rock degli "Alcool" in versione live: una presenza scenica travolgente e una voce capace di far cantare a squarciagola migliaia di persone. La sua musica ha accompagnato serate memorabili in ogni angolo della Sardegna, rendendo omaggio al "Blasco" con una passione che diventava contagiosa.
Il Cordoglio della Comunità
La comunità di Sinnai, che lo conosceva e stimava profondamente, si stringe attorno alla sua famiglia e ai suoi cari in questo momento di immenso dolore. Un abbraccio collettivo a chi ha perso un amico, un artista e un simbolo di allegria e musica dal vivo. Le esequie saranno comunicate successivamente.

Lo Sme - Ai Maturity Index 2026 (Sme-Aimix 2026) di Webidoo Insight Lab fotografa con precisione lo stato dell’adozione dell’intelligenza artificiale nelle piccole e medie imprese italiane. Il quadro che emerge è quello di un potenziale concreto - l’Ai può aumentare la produttività del 30% - che oggi resta in gran parte inespresso per via di una crescita disomogenea. L’Italia resta sotto la media europea con uno score di maturità pari all’8,5%. L’Ai viene adottata soprattutto dove è più immediato generare efficienza: il 33,1% dei casi riguarda marketing e vendite, il 25,7% l’amministrazione, il 20% la ricerca e sviluppo.
A livello settoriale, la maturità dell’Ai si concentra ancora in comparti limitati: guida l’informatica e i servizi digitali (31,1%), seguita dall’audiovisivo (27,1%), dall’editoria (21,1%), dai servizi professionali (20,7%) e dalle telecomunicazioni (19,8%). Forti le differenze territoriali: il Nord-Ovest guida l’adozione con il 18,6%, seguito dal Nord-Est (17,0%). Il Centro si attesta al 14,5%, mentre Sud e Isole si fermano all’11,3%.
Tra le aziende che ancora non utilizzano l’Ai, gli ostacoli sono chiari: il 58,6% segnala la mancanza di competenze interne, il 47,3% l’incertezza normativa, il 45,2% difficoltà legate alla gestione dei dati. A questi si aggiungono temi di privacy e costi. Numeri che raccontano una sfida prima di tutto organizzativa e culturale, come sintetizza Giovanni Farese, Ceo di Webidoo: "Il 30% di incremento di produttività non è un’ipotesi teorica: è ciò che i dati mostrano laddove l’Ai viene davvero integrata nei processi. Eppure, siamo all’8,5% di maturità media nelle pmi italiane. Il gap non è tecnologico: è di competenze, cultura e governance. Colmarlo è la priorità assoluta per rendere l’Ai un reale motore di competitività del tessuto produttivo italiano".
Una responsabilità da governare, appunto: è questo il punto di partenza di Casa & Associati, che ha scelto di trasformare la riflessione in una struttura interna dedicata. "L’intelligenza artificiale non è una minaccia da subire né uno strumento da adottare senza criterio: è una responsabilità da governare, per noi e per ognuna delle pmi italiane. Per questo abbiamo scelto di costruire all’interno dello studio un dipartimento dedicato, che non si limita a monitorare l’evoluzione normativa ma sperimenta, apprende e sviluppa competenze concrete. Lo facciamo prima di tutto per noi, perché crediamo che per guidare i clienti in un territorio nuovo bisogna averlo attraversato. E lo facciamo per loro: per aiutare imprese e professionisti a usare l’Ai in modo corretto, consapevole e sostenibile. E abbiamo voluto renderlo visibile, dialogando con Federico Faggin, uno dei padri dell’informatica moderna, che ce lo ha ricordato con la chiarezza di sempre: le macchine elaborano simboli, noi comprendiamo significati. Ed è proprio in quel margine della coscienza, del giudizio e dell’etica che si gioca il valore di chi usa l’AI davvero bene", commenta Fabio Sebastiano, Managing Partner di Casa & Associati.
Se per Casa e Associati la governance è innanzitutto una questione di metodo e di cultura del rischio, per chi si occupa di sicurezza digitale il tema assume un’urgenza ancora più concreta. "L’intelligenza artificiale rappresenta una straordinaria opportunità per le pmi, ma anche un rischio crescente quando viene adottata più rapidamente di quanto venga governata. L’innovazione accelera, mentre processi, controlli e competenze spesso faticano a tenere il passo e questo divario può trasformarsi rapidamente in una vulnerabilità", spiega David Baldinotti, Ceo di SimpleCyb.
"Molte aziende - prosegue - investono nell’Ai per ottenere benefici immediati in termini di efficienza, ma spesso lo fanno in modo frammentato senza destinare risorse adeguate alla sicurezza e alla governance. L’Ai può rafforzare le difese grazie a capacità predittive e adattive, ma può anche rendere le minacce più sofisticate e difficili da individuare. Per le pmi, il vero valore non sta solo nell’adottare l’intelligenza artificiale, ma nel farlo con un approccio strutturato, investendo contemporaneamente in sicurezza, monitoraggio e competenze. Solo così innovazione e protezione possono crescere insieme".
Anche dal lato della tecnologia che le pmi usano ogni giorno, il tema della governance trova eco soprattutto per chi lavora a stretto contatto con le piccole imprese, come racconta Luciano Tramontano, Head Of Services di Odoo: "Abbiamo come obiettivo aiutare le aziende a eliminare le attività ripetitive e a basso valore aggiunto che rallentano il lavoro quotidiano delle persone. Per questo consideriamo l'Ai non come un fine, ma come uno strumento di efficienza operativa, da adottare con responsabilità, concretezza e una chiara comprensione dei processi aziendali da migliorare. Con questa filosofia abbiamo integrato l'intelligenza artificiale nel nostro gestionale: non per sostituire le persone, ma per supportarle velocizzando i processi decisionali/operativi. Crediamo che il suo vero valore emerga quando viene inserita in modo naturale nei flussi di lavoro esistenti. Per le pmi, in particolare, questo significa dedicare più tempo alla crescita del business, ai clienti e alle attività strategiche, lasciando alla tecnologia il compito di gestire il resto”.
Dal piano organizzativo a quello strategico nazionale, il filo si allarga. "Siamo davanti a un bivio storico: l’intelligenza artificiale non è più soltanto uno strumento di efficienza, ma forse il principale asset strategico di un Paese, basta guardare alla Cina, che ne ha fatto un pilastro della propria strategia di potenza mondiale. Per non restare indietro dobbiamo trasformare quel potenziale in capacità diffusa con competenze, cultura d’impresa e governance, dal Nord-Ovest al Sud. Il futuro non aspetterà chi resta a guardare: costruirlo adesso significa dare alle nostre pmi un vantaggio competitivo che durerà nel tempo", osserva Roberto Spagnolo, direttore commerciale di Gruppo Effort Cube.
Se il futuro dell’Ai per le pmi si costruisce oggi, c’è anche chi guarda già alla prossima generazione. "Abbiamo selezionato scuole, tradizionalmente anglofone, che hanno saputo evolversi, integrando nei loro percorsi linguistici corsi di intelligenza artificiale e robotica. Una scelta che ci ha convinto fin da subito, perché risponde a un bisogno reale: quello di avvicinare i ragazzi, fin dalle primissime esperienze all’estero, a competenze che saranno fondamentali nel loro futuro. Anche chi sceglie solo due settimane di viaggio studio si ritrova oggi a fare i conti con strumenti potenti come l’Ai, imparandoli a usare con consapevolezza e responsabilità. È un arricchimento straordinario, che sta orientando sempre di più le scelte non solo dei genitori, ma degli stessi studenti: e questo, per noi, è la conferma che l’innovazione può diventare una reale opportunità di crescita per i ragazzi", racconta Vanessa Rota, Ceo & Founder di Mlc Edu Ltd.

(Adnkronos) - Sono riprese oggi, martedì 30 giugno, le attività degli esperti, incaricati dalla Procura di Larino nell'ambito dell'inchiesta sulla morte di Antonella Di Ielsi e della figlia Sara Di Vita, le due donne decedute lo scorso dicembre a Pietracatella per un sospetto avvelenamento da ricina. Effettuati i prelievi ematici su Gianni e Alice Di Vita, i loro campioni di sangue verranno trasferiti nelle prossime ore in Germania, dove saranno analizzati dal Robert Koch Institute di Berlino.
Le verifiche proseguiranno domani con un nuovo passaggio: la trasmissione agli specialisti tedeschi degli alimenti che erano stati sequestrati all'interno dell'abitazione della famiglia, a Pietracatella. Nelle prossime ore si dovrebbe conoscere anche l’esito dell’esame autoptico, entro oggi la relazione arriverà in Procura.

(Adnkronos) - Approvvigionamento sostenibile delle materie prime, tutela dell’ambiente e sostegno alle comunità.
Ferrero pubblica il Report di sostenibilità per l’anno finanziario 2024/25 e nell'anno in cui il Gruppo celebra i suoi 80 anni di storia il rapporto evidenzia come le iniziative di sostenibilità siano integrate in tutta l’azienda, supportando sistemi alimentari sostenibili end-to-end: dalle aziende agricole e dalle comunità da cui provengono gli ingredienti, fino agli stabilimenti produttivi, ai prodotti e alle persone. Il documento mette in luce l’evoluzione del framework 'Ferrero Farming Values' come driver centrale dell’approccio del Gruppo all’approvvigionamento degli ingredienti e alla resilienza delle catene di approvvigionamento. "Il successo di lungo periodo di Ferrero resta strettamente legato al benessere delle persone e degli ecosistemi da cui dipende la nostra filiera - dice Giovanni Ferrero, presidente del Gruppo -. I consumatori sono sempre più orientati verso brand di cui possono fidarsi, costruiti su qualità, buone pratiche di approvvigionamento, una produzione accurata e un impegno autentico verso le persone e il pianeta".
"Guidati dal nostro purpose e dalla nostra visione di lungo periodo - prosegue -, continueremo a sostenere iniziative legate alla tutela delle risorse naturali, al supporto delle nostre persone, delle comunità e dei partner e alla creazione di prodotti che sappiano conquistare i consumatori per le generazioni a venire". Ferrero Farming Values si fonda su cinque elementi chiave: due diligence dei fornitori, tracciabilità e visibilità della filiera, certificazioni e standard, pratiche agricole e comunità e trasformazione del settore, in cui la collaborazione con gli stakeholder è fondamentale per affrontare le sfide sistemiche. "Ferrero Farming Values traduce il nostro approccio alla sostenibilità in azioni concrete lungo l’approvvigionamento delle nostre materie prime chiave - spiega Lapo Civiletti, chief executive officer del Gruppo Ferrero -. Offre un framework strutturato per rafforzare la responsabilità dei fornitori, migliorare la tracciabilità e le certificazioni, supportare gli agricoltori e promuovere la collaborazione lungo tutto il settore, consentendoci al contempo di adattarci alle specificità di ciascuna filiera delle materie prime".
Le materie prime chiave hanno raggiunto elevati livelli di tracciabilità: il cacao il 98% di tracciabilità fino alle mappe poligonali delle aziende agricole, l’olio di palma il 98,6% fino alle piantagioni, le nocciole il 97% fino all’agricoltore e i chicchi di caffè il 100% di tracciabilità fino alle mappe poligonali delle piantagioni. Quasi 230.000 poligoni della filiera di fornitori di caffè, olio di palma e cacao sono stati analizzati attraverso il processo di monitoraggio di Ferrero allineato al regolamento Eudr, rafforzando la visibilità e supportando un approvvigionamento 'deforestation-free'. Il 99% dei volumi di cacao è stato approvvigionato tramite certificazioni o altri standard gestiti in modo indipendente, come Rainforest Alliance, Cocoa Horizons e Fairtrade; il 100% dei volumi di olio di palma è certificato Rspo e il 100% dei chicchi di caffè è certificato Rainforest Alliance secondo il modello di filiera segregata. Proseguono le partnership a supporto delle comunità agricole, tra cui l’espansione del programma ad alto impatto Save the Children in Costa d’Avorio, che prevede di raggiungere 235 comunità produttrici di cacao entro il 2030.
Prosegue ache lo sviluppo del Climate Transition Plan, supportato dal lancio del Decarbonization Hub, un nuovo strumento che consente ai siti produttivi di progettare e implementare roadmap di decarbonizzazione scalabili lungo le operazioni. Avviata una campagna di raccolta dati Scope 3 dai fornitori, che copre circa il 60% dei volumi di materie prime, con un tasso di risposta del 93%. Le emissioni di gas a effetto serra Scope 1 e 2 sono diminuite del 7,2% su base annua, grazie al proseguimento delle iniziative di transizione energetica, tra cui 24 stabilimenti alimentati al 100% da elettricità rinnovabile dalla rete. Completata la prima valutazione del Water Corporate Footprint a livello di Gruppo e adesione all’Alliance for Water Stewardship. Il 92,9% del packaging complessivo è stato progettato per essere riciclabile, riutilizzabile o compostabile, mentre l’86,8% lo è effettivamente nella pratica e su larga scala. Il redesign delle confezioni Ferrero Rocher ha contribuito a una riduzione del 14,7% del rapporto plastica/prodotto rispetto alla baseline 2019/20, evitando cumulativamente circa 16.000 tonnellate di plastica da settembre 2021.

(Adnkronos) - Continua il cammino dell’Inghilterra nel Mondiale, e fin qui c’è poco di cui stupirsi. A sorprendere è invece l’avversaria che dovrà affrontare la nazionale dei Tre Leoni, ovvero la Repubblica Democratica del Congo che al sogno della qualificazione al Mondiale, ha ora aggiunto quello storico dell’accesso ai sedicesimi di finale. Per gli esperti di Sisal, la squadra di Tuchel è ovviamente favorita ma non dovrà sottovalutare il Congo, una delle nazionali africane che ha colpito di più nella fase a gironi, capace di bloccare sul pareggio il Portogallo di Cristiano Ronaldo: il successo inglese è a un rasoterra 1,27, l’impresa congolese sale a 14 volte la posta mentre il pareggio vale 5,25.
Probabile che l’Inghilterra non subisca reti per la terza gara consecutiva – dopo le sfide con Ghana e Panama - il clean sheet inglese è dato infatti a 1,67 e il No Gol è a 1,48. Harry Kane sta collezionando record con la maglia della Nazionale: con il gol a Panama, il terzo in tre partite del torneo, il centravanti del Bayern Monaco è diventato il miglior marcatore dell'Inghilterra nelle fasi finali della Coppa del Mondo e non sembra volersi fermare, la sua rete alla Repubblica Democratica del Congo è infatti a 1,75 con l’ipotesi doppietta a 4,50. Grazie alla cinquina rifilata alla Nuova Zelanda, il Belgio, dopo un inizio stentato, ha conquistato i sedicesimi come primo del gruppo e ora i Diavoli Rossi affrontano il Senegal, ripescato tra le migliori terze grazie all’ultimo, largo successo contro l’Iraq.
Per gli esperti Sisal il match non è scontato, la nazionale di Rudi Garcia è avanti con il successo a 2,15 contro il 3,60 dei Leoni della Teranga e il 3,10 del pareggio. Il Belgio è avanti anche per il passaggio turno, a 1,57, a 2,40 la quota sul Senegal agli ottavi. Nel Belgio, uno degli uomini più in forma è Leandro Trossard, un palo e due gol alla Nuova Zelanda, la sua rete alla nazionale africana è a 4,00 ma si aspetta anche il gol di Lukaku, anche lui a segno con i neozelandesi, a 2,75. Per il Senegal, la star è Ismaila Sarr che si presentava a questo Mondiale dopo una stagione con il Crystal Palace da ben venti gol ed è dato marcatore a 4,50, ma occhio anche a Pape Gueye, decisivo con una doppietta nel match con l’Iraq che punta a esserlo di nuovo, con un gol o assist a 6,00.

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Stop ai medici gettonisti, ma la Regione ha già un piano per non
subire il contraccolpo. Lo ha annunciato la presidente Alessandra
Todde a margine della conferenza "Einstein Telescope: scienza,
territorio e sovranità strategica europea", in corso
nell'auditorium di Sa Manifattura a Cagliari.
(Adnkronos) - I numeri raccontano solo una parte della storia. Perché i The Lumineers, due candidature ai Grammy Awards e milioni di dischi venduti grazie a brani diventati ormai classici come 'Ho Hey', hanno costruito il loro successo senza rincorrere algoritmi o momenti virali. Lunedì 6 luglio la band guidata da Wesley Schultz e Jeremiah Fraites tornerà in Italia per l’unica data del tour all’Arena di Verona, uno dei palcoscenici più iconici al mondo. In un'intervista all'AdnKronos il batterista e co-fondatore Jeremiah Fraites racconta cosa significa finalmente esibirsi in un luogo atteso per anni, riflette sul valore dell’autenticità nell’industria musicale di oggi, sul rapporto creativo con l'altra metà della band, Wesley Schultz, dopo oltre vent’anni di carriera e su come l’Italia, dove vive da sei anni ed è ormai cittadino, abbia cambiato il suo modo di guardare il tempo, la musica e persino il caffè.
Dopo aver suonato nei più grandi festival e nelle arene di tutto il mondo, cosa significa per i The Lumineers esibirsi in un luogo storico e raccolto come l’Arena di Verona?
"Penso sia difficile descrivere a parole quanto sia significativo e importante per i The Lumineers suonare all’Arena di Verona. È un luogo di cui sentiamo parlare da almeno dieci anni. Avevamo già provato a esibirci lì circa cinque anni fa. I biglietti erano già in vendita, era tutto pronto, poi è arrivato il Covid e abbiamo dovuto cancellare tutto. Abbiamo riprogrammato un’altra volta e anche quella è saltata per altri motivi. Poi ci siamo fermati per un po’ e finalmente suoneremo la prossima settimana. Io vivo in Italia ormai, sono cittadino italiano e vivo a Torino. Esibirmi in un luogo così storico sarà qualcosa di davvero speciale".
Cosa speri che il pubblico italiano si porti a casa dopo questo concerto?
Spero che porti con sé il ricordo di una serata bellissima, un’esperienza capace di far vivere emozioni intense e di stare insieme agli altri. Mi piacerebbe riuscire a far sembrare intimo uno spazio enorme come l’Arena. Quando i The Lumineers hanno iniziato, vent’anni fa, suonavamo in piccoli locali e il nostro obiettivo era cercare di farli sembrare il più grandi possibile. Oggi che ci esibiamo in spazi enormi, l’idea è l’esatto contrario: provare a far sentire un luogo immenso come se fosse molto piccolo. Spero quindi che l’Arena di Verona riesca a essere allo stesso tempo intima e grandiosa".
C’è una canzone del vostro repertorio che pensi assumerà un significato diverso in un luogo come questo?
"Sì, penso a 'Brightside', tratta dal nostro quarto album omonimo. Ultimamente la stiamo eseguendo in modo un po’ diverso. Nel disco ci sono batterie molto potenti e una chitarra elettrica molto presente. Dal vivo, invece, io passo dalla batteria alla chitarra e Wesley canta, senza imbracciare la chitarra. Da musicista, è un momento che mi permette di camminare sul palco, guardarmi intorno e assorbire tutto quello che mi circonda. Credo che suonare quel brano lunedì sarà qualcosa di surreale. Sarà un’esperienza bellissima poter osservare tutto intorno a me e respirare l’atmosfera, perché ho la sensazione che quelle due ore passeranno in un solo istante, tanto sarà magico quel momento".
Guardando ai vostri oltre vent’anni di carriera, qual è il cambiamento più grande che ha subito il vostro processo creativo e cosa invece è rimasto identico al primo giorno?
"Credo che il fallimento, indipendentemente dal fatto che tu sia un artista, un imprenditore o un atleta, possa essere un grandissimo stimolo. Non so invece se il successo sia davvero un buon motivatore. Quando raggiungi il successo rischi di diventare troppo comodo. Non direi pigro, ma sicuramente più rilassato. Per quanto ci riguarda, io mi sento ancora affamato come vent’anni fa. Per noi la musica non è mai stata un modo per fare soldi, diventare famosi o persino suonare davanti a grandi folle. Il mio unico obiettivo era riuscire a continuare a fare musica. Volevo trovare un modo per guadagnare abbastanza da poter continuare a scrivere musica. Questo è rimasto identico. Anche se Wesley e io abbiamo fondato la band ventuno anni fa nel New Jersey, oggi lui vive a Denver, in Colorado, io vivo a Torino e tutti gli altri membri del gruppo sono sparsi in varie parti del mondo. Nessuno vive più nello stesso posto. Eppure continuiamo a trovare il modo di incontrarci, di creare ottima musica, di suonare insieme e di volerci bene. Il processo creativo è rimasto praticamente lo stesso. Io scrivo tantissimo materiale: melodie, testi, parti di pianoforte… poi mando tutto a Wes. Lui mi risponde con nuove idee e io lavoro su quelle. È curioso pensare che dopo ventuno anni, e con me che vivo in Italia mentre lui è ancora negli Stati Uniti, il nostro modo di scrivere canzoni sia rimasto praticamente identico. Credo sia stato molto salutare. Quando una band diventa famosa, il successo può cambiare le persone e non sempre in meglio. Per questo sono grato che, nonostante siano cambiate tante cose — abbiamo famiglie, figli e viviamo in Paesi diversi — alcuni principi fondamentali della nostra scrittura siano rimasti esattamente gli stessi".
Oggi molti artisti sentono la pressione di seguire le tendenze o gli algoritmi delle piattaforme di streaming. Voi invece avete sempre seguito il vostro istinto. Pensi che oggi l’autenticità venga ancora premiata nell’industria musicale?
"Purtroppo viviamo in un mondo dominato dai social media. Su Instagram, TikTok o Facebook veniamo continuamente bombardati dal successo enorme di altri artisti, anche se non lo stiamo cercando. Ti ritrovi continuamente davanti contenuti su Taylor Swift, Sabrina Carpenter, film che battono ogni record o artisti diventati virali. È una situazione molto strana e innaturale. Se oggi avessi diciotto o vent’anni e fossi un cantautore, penso sarebbe davvero difficile limitarsi a scrivere la musica che si ritiene bella. Molti giovani finiscono per pensare che autenticità significhi avere milioni di follower o diventare virali su TikTok. Noi invece abbiamo sempre cercato di creare la musica che piaceva a noi, quella che ci emozionava davvero".
E' una scelta che paga?
"Credo che gli artisti autentici non vengano sempre premiati nell’immediato. Ma nel lungo periodo penso sia la scelta migliore che si possa fare. Seguire le mode, cercare di battere record, arrivare al numero uno o inseguire il momento virale… se succede spontaneamente è bellissimo, ma non dovrebbe mai essere qualcosa di costruito artificialmente. L’autenticità e ciò che è senza tempo vengono premiati nel lungo periodo. A volte puoi avere l’impressione di non stare facendo abbastanza o che ti serva qualcosa di eclatante. Poi però ti rendi conto che i grandi film, la buona musica, l’arte, i libri ben scritti vengono sempre scoperti, prima o poi. Magari serve solo un po’ più di tempo. Credo che per i giovani artisti sia difficile accettarlo".
Le vostre canzoni raccontano spesso persone comuni, famiglie, amore e vulnerabilità. C’è ancora spazio oggi per questo tipo di narrazione?
"Penso proprio di sì. Quando un autore usa parole come 'io', 'tu', 'lui', 'lei' o 'loro', sta parlando di qualcuno. Ma quando dai un nome preciso a un personaggio succede qualcosa di diverso. Ci sono tantissime canzoni che portano un nome nel titolo, penso a 'Gloria' o ad altri brani e questo rende il personaggio immediatamente tridimensionale e reale. In una canzone hai soltanto tre o quattro minuti per raccontare una persona e convincere chi ascolta a interessarsi a lei. In un romanzo puoi dedicare centinaia di pagine al suo passato, all’infanzia, ai traumi che l’hanno formata. In una brano no. Per questo ci piace raccontare personaggi molto specifici e intimi. Credo che questo renda le persone delle nostre canzoni più vere e dia loro una vita nuova".
Vivi ormai da diversi anni a Torino. Che rapporto hai con questa città e cosa ti sta insegnando del modo di vivere italiano?
"Sono felicissimo di poter dire che ho appena preso la patente B. Credo sia stata una delle cose più difficili che abbia mai fatto in tutta la mia vita. Ci sono circa 7.200 domande e le ho studiate in maniera quasi ossessiva, proprio come faccio con la musica. Alla fine ho superato l’esame e ho ottenuto la patente. Vivo a Torino da sei anni. Ho il passaporto italiano e adesso il mio prossimo obiettivo è imparare finalmente a parlare italiano. Trovo il vostro stile di vita davvero interessante. È un cambiamento molto bello rispetto a quello americano".
C'è un aspetto che apprezzi particolarmente dell'Italian lifestyle?
"Mi piace che i negozi non siano sempre aperti. Mi piace il fatto che quando gli italiani mangiano, quel momento sia davvero dedicato a godersi il cibo e la compagnia, senza avere sempre fretta. Io sono cresciuto sulla costa est degli Stati Uniti, tra New York e il New Jersey, dove tutto è sempre frenetico. Della serie: bevi il caffè, corri al lavoro, mangia in fretta e torna subito a lavorare. Quel modo di vivere mi ha sicuramente aiutato a impegnarmi tantissimo nella musica. Ma adesso ho appena compiuto quarant’anni e sto cercando di rallentare un po’ e godermi di più queste cose. L’Italia mi ha insegnato proprio questo: rallentare. Il cibo non è soltanto carburante per tornare subito al lavoro, ma qualcosa da assaporare davvero. E poi ci sono ancora tantissimi luoghi italiani che devo visitare. Non vedo l’ora di fare qualche viaggio durante la pausa estiva. E naturalmente adoro anche gli storici caffè italiani. È davvero difficile trovare un cattivo caffè macchiato in Italia. Anzi, credo di non aver mai bevuto un caffè cattivo da quando vivo qui".
Di recente hai parlato del legame che hai sentito con Bruce Springsteen lavorando alla musica del progetto 'Deliver Me From Nowhere'. Bruce Springsteen non ha mai avuto paura di esporsi su temi sociali e politici. Pensi che gli artisti abbiano la responsabilità di prendere posizione oppure debbano sentirsi liberi di scegliere se farlo o meno?
"Credo che ogni artista debba decidere autonomamente. Penso sia una pressione difficile quella di pretendere che un artista debba necessariamente prendere posizione su ogni argomento. E non credo nemmeno che tutti debbano avere un’opinione su qualsiasi tema. Non è sano restare sempre neutrali, ma esistono così tante questioni — guerre, povertà, senzatetto, sanità negli Stati Uniti, diritti civili e molto altro — che è impossibile essere sempre perfettamente informati su tutto. Per questo trovo innaturale aspettarsi che un artista abbia un’opinione su ogni singolo tema. Bruce Springsteen è una persona molto impegnata politicamente e ha convinzioni fortissime. È giusto che ne parli. Anche noi, come Lumineers, in passato ci siamo espressi su alcune questioni negli Stati Uniti e abbiamo sostenuto economicamente organizzazioni che riflettevano i nostri valori. Ma credo che ogni artista debba scegliere da sé quale sia la cosa giusta da fare".
Dopo oltre vent’anni di collaborazione con Wesley, cosa continua a entusiasmarti di più della musica che create insieme?
"La cosa che mi entusiasma di più è proprio la musica che continuiamo a fare insieme. Andare in tour è meraviglioso. Possiamo visitare il mondo, viaggiare ovunque. A volte è stancante ma è anche un privilegio incredibile. Credo però che, sia per me sia per Wesley, il tour sia qualcosa che facciamo con piacere ma che ci tiene lontani da casa e soprattutto dalla scrittura. Un tour può durare diciotto mesi o anche due anni. Il momento che ci emoziona di più arriva quando iniziamo a lavorare a un nuovo album. Io gli mando un’idea, lui me ne manda una sua, la sviluppo e gliela rimando. Ogni volta è come la mattina di Natale: non vediamo l’ora di scoprire cosa abbia fatto l’altro. Dopo tutti questi anni mi sento davvero fortunato. Alla fine è proprio la musica la cosa che continua a rendere questo rapporto così bello e ancora così entusiasmante". (di Federica Mochi)

(Adnkronos) - "Ci sono tante modalità con cui i pazienti possono favorire, agevolare e accelerare i percorsi alle cure, anche quelle innovative". Una di queste li vede "inglobati all'interno del team multidisciplinare" perché "il paziente non deve essere ‘al centro’ come un bersaglio, ma deve essere al tavolo insieme ai clinici e all'équipe multidisciplinare per decidere insieme a loro del suo percorso" di cura. Per questo "l'advocacy", è un'attività “fondamentale che le associazioni possono e devono portare avanti". Sono le parole di Anna Maria Mancuso, presidente Salute Donna e coordinatrice del gruppo 'La salute: un bene da difendere, un diritto da promuovere', oggi, all’incontro ‘Pazienti in agorà. Verso una cura più vicina per tutti', presso Sda Bocconi a Milano.
"I tempi di approvazione e disponibilità delle terapie - osserva Mancuso - sono spesso troppo lunghi a causa di ostacoli burocratici, passaggi normativi e blocchi legati ai prontuari regionali o ai processi di Aifa, l'Agenzia italiana del farmanco. Questi rallentamenti impediscono l'accesso tempestivo a cure innovative che, in molti casi, sono salvavita e fondamentali. L'obiettivo dell'advocacy - sottolinea - è proprio quello di portare i bisogni dei pazienti all'attenzione dei decisori politici, affinché si possa collaborare per modificare e snellire i percorsi legislativi”.
Per Mancuso eventi come quello organizzato oggi a Milano, rappresentano un momento di confronto “tra diverse categorie di pazienti” uniti in una “multidisciplinarietà di associazioni e di patologie”, un’occasione utile anche per avviare “un confronto con le altre associazioni”. Inoltre, “la scelta di organizzare corsi di formazione in contesti prestigiosi, come l'Università Bocconi, è cruciale - rimarca - Formare i pazienti significa dare loro le competenze e l'expertise necessarie per sedere con autorevolezza sia ai tavoli clinici multidisciplinari, sia a quelli politico-istituzionali. Per le associazioni - conclude - la formazione non è un'opzione, ma un pilastro fondamentale”.

(Adnkronos) - Notti calde e prendere sonno diventa un incubo. Chi può allora si fa 'cullare' dall'aria condizionata. "Si può usare per domire ma senza esagerare, la camera da letto non deve diventare un frigorifero. Magari meglio l'opzione dry, accenderla prima di andare in camera e poi spegnerla. Mai con una differenza con l'esterno che va oltre i 5-6 gradi". Così all'Adnkronos Salute Pier Luigi Bartoletti, vice segretario nazionale della Fimmg (Federazione italiana dei medici di medicina generale). Per la funzione 'dry' (deumidificatore) dei condizionatori "ci si deve ricordare che aumenta l'evaporazione del corpo perché riduce l'umidità della stanza - ricorda Bartoletti - quindi anche qui non esagerare troppo ma gestire sempre con il buon senso".
Secondo la piattaforma anti-bufale 'Dottore ma è vero che...?' gestita dalla Fnomceo (Federazione nazionale degli Ordini dei medici chirurghi e odontoiatri) "alcune accortezze semplici fanno la differenza. Impostare la temperatura tra i 25 e i 27 gradi, una differenza di 5-7 gradi rispetto all’esterno è sufficiente per stare bene senza sovraccaricare il corpo". E poi "non dirigere il getto d’aria fredda direttamente sulle persone. Favorire - proseguono gli esperti - il ricambio d’aria aprendo le finestre nelle ore più fresche. Pulire i filtri con regolarità e affidarsi a tecnici specializzati per la manutenzione degli impianti, specialmente quelli più grandi".
E i ventilatori? Sono un’alternativa sicura al condizionatore? "Non esattamente. I ventilatori non abbassano la temperatura dell’aria: la spostano soltanto. Questo può dare sollievo perché favorisce la dispersione del calore corporeo, ma solo se la temperatura ambiente è inferiore a 35 gradi e il getto non è puntato direttamente sulla persona - rispondono gli esperti - Stimolano inoltre la sudorazione, aumentando il rischio di disidratazione se non si beve a sufficienza. Il ministero della Salute sconsiglia l’uso del ventilatore quando la temperatura interna supera i 32 gradi, perché in quelle condizioni non è efficace e può aumentare la disidratazione; raccomanda in ogni caso di non dirigere mai il flusso d’aria direttamente sul corpo".

(Adnkronos) - "Per coniugare innovazione e sostenibilità è fondamentale che la sanità italiana, ma direi la sanità globale, sia focalizzata e fondata sul valore. Il valore per definizione è un concetto multidimensionale, che non può solo soffermarsi sulla dimensione clinica, sicuramente fondamentale ma non sufficiente, o economica, ma deve tenere in considerazione dimensioni quali l'impatto organizzativo, l'impatto etico e l'impatto esperienziale del paziente. Ed è proprio qui che il paziente può fare la differenza, portando la propria voce e il proprio contributo attraverso evidenze ed esperienza, per creare appunto una sanità di vero valore". Così Monica Otto, associate professor of Practice e director for Executive Education in Government, Health e non Profit Sda Bocconi School of Management, intervenendo oggi a Milano all’evento ‘Pazienti in Agorà. Verso una cura più vicina per tutti', presso Sda Bocconi.
L'appuntamento “rappresenta una grande opportunità per creare un impatto vero per la sanità italiana in quanto mette al centro i pazienti e la loro esperienza - sottolinea Otto - Può contribuire ad accendere una luce rispetto alla voce dei pazienti, ma anche rispetto a quale contributo professionalizzato le associazioni di pazienti possono dare nel misurare e nell'interpretare il valore per la salute pubblica”.

(Adnkronos) - Matteo Arnaldi fa il suo esordio a Wimbledon, terza prova stagionale del Grande Slam, iniziata ieri sull'erba dell'All England Lawn Tennis and Croquet Club. L'azzurro, numero 35 del mondo e 32 del seeding, sfida il francese Quentin Halys, numero 95 del ranking Atp. Il 25enne azzurro è reduce dalla semifinale del Roland Garros che non potè giocare per un virus influenzale a poche ore dalla sfida con il 24enne romano Flavio Cobolli. La sfida tra Arnaldi e Halys è visibile in diretta televisiva e in esclusiva sui canali SkySport. Il match si potrà seguire anche in streaming sull'app SkyGo e su NOW.
Ieri vittoria al 5° set per il numero uno del mondo Jannik Sinner, che ha battuto il serbo Miomir Kecmanovic e domani affronterà il portoghese Nuno Borger.

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Con "UniSS nel mondo", l'Università di Sassari celebrerà gli
unidici progetti di cooperazione internazionale con dieci Paesi,
realizzati con il sostegno della Regione Sardegna.
L'evento si svolgerà lunedì 6 luglio dalle 8:30
alle 13:30 nell'aula magna del dipartimento di Medicina
Veterinaria, nel complesso di via Vienna, con la partecipazione di
docenti e ricercatori impegnati in iniziative che portano le
competenze dell'Ateneo in contesti complessi del Mediterraneo,
Africa e America Latina.
Moderata dal prorettore, Antonio Varcasia,
insieme con Camila Gonzalez Rosas e Simona Gabrielli, la giornata
inizierà con una panoramica sulle attività internazionali
dell'Università di Sassari.
Si presenteranno progetti su temi strategici
come inclusione, formazione internazionale, innovazione agricola e
tutela ambientale in vari Paesi, tra cui Venezuela, Angola, Libano,
Perù, Costa d'Avorio, Uganda, Tunisia e Colombia.
Tra le iniziative, spiccano progetti per
migliorare la sicurezza alimentare, la sostenibilità agricola, la
salute pubblica e l'empowerment delle comunità locali, con
particolare attenzione alla cooperazione scientifica e
formativa.
La mattinata si concluderà con la presentazione
di Parasitoons, progetto internazionale che utilizza edutainment e
gamification per prevenire zoonosi parassitarie, coinvolgendo
partner di Giordania, Egitto, Tunisia e Grecia.
Riproduzione riservata © Copyright ANSA
Da non perdere...
Nei prossimi mesi, con l'arrivo del gas naturale in sostituzione
dell'attuale aria propanata, le 3.100 utenze allacciate alla rete
di distribuzione cittadina del gas di Nuoro potranno contare sui
benefici di una fonte energetica più economica, continua e sicura
che garantirà un risparmio in bolletta fino al 30% a seconda degli
usi.(Adnkronos) - Conosciamo sempre la posizione delle nostre mani e delle nostre dita, anche se non le guardiamo, persino se abbiamo gli occhi chiusi: è la propriocezione, la capacità subconscia di percepire posizione e movimento del corpo nello spazio, lo speciale "sesto senso" a cui contribuiscono recettori dei muscoli e dei tendini. Una nuova ricerca pubblicata sul "Journal of the Royal Society Interface" dimostra oggi l'importanza dello stiramento della pelle, che attraversa le articolazioni durante il movimento volontario attivo, nel farci capire la posizione degli arti. Studi precedenti avevano affrontato la questione in condizioni non fisiologiche, come quelle dell’anestesia e durante stimolazioni passive. Oggi un gruppo di ricerca del Centro Piaggio e del Dipartimento di Ingegneria dell’Informazione dell'Università di Pisa, dell'Istituto Italiano di Tecnologia (IIT) e dell'Università di Roma Tor Vergata ha affrontato la questione in condizioni più vicine al movimento volontario reale. Per farlo i ricercatori hanno sviluppato TWIST (Tactile Wearable Interface for Skin sTretch), un dispositivo indossabile e non invasivo che amplifica lo stiramento naturale della pelle attorno all'articolazione interfalangea prossimale (PIP), l'articolazione centrale del dito indice.
Durante l'esperimento, i partecipanti dovevano riprodurre con una mano la posizione che ritenevano avesse l'altra, prima a mano nuda e poi indossando il dispositivo. «Aumentare lo stiramento della pelle ha portato i partecipanti a comportarsi come se il dito fosse più flesso di quanto non fosse realmente», spiega Eleonora Fontana, ingegnera dell’Università di Pisa, una delle autrici dello studio. «Di conseguenza compensavano questa percezione alterata mantenendo il dito leggermente più esteso: una prova diretta che il sistema nervoso incorpora attivamente la deformazione della pelle quando stima la postura del corpo». Un dettaglio metodologico rafforza il risultato: non è stata osservata alcuna differenza significativa tra la mano nuda e la condizione con dispositivo spento. L'effetto, quindi, nasce dallo stiramento amplificato e non dalla semplice presenza del dispositivo.
«Le ricadute della nostra ricerca riguardano soprattutto le tecnologie indossabili, che sono l’elemento centrale del progetto PERCEIVING, finanziato dal Fondo Italiano per la Scienza (FIS)», prosegue Matteo Bianchi, professore di ingegneria dell’Università di Pisa. «Approcci simili potrebbero un giorno sostenere la riabilitazione dopo un ictus, restituire un feedback sensoriale più intuitivo a chi usa protesi robotiche, o rendere più naturale l'interazione nella realtà virtuale e nella teleoperazione, dove trasmettere informazioni sulla postura dell'arto conta quanto trasmettere tatto o forza».
Tra gli sviluppi futuri, il gruppo punta a un prototipo indossabile su più articolazioni, per studiare come pattern distribuiti di deformazione cutanea contribuiscano alla percezione dell'intera configurazione della mano. Alessandro Moscatelli, professore associato di Fisiologia presso il dipartimento di Medicina dei Sistemi dell’Università di Roma Tor Vergata sottolinea come «Da diversi anni studiamo come la nostra pelle, in particolare i recettori che sono in essa presenti e che sono alla base del nostro senso del tatto, contribuiscano al controllo del movimento del corpo. Ogni volta che ad esempio apriamo e chiudiamo le dita della mano per afferrare un oggetto, la pelle si stira e si deforma in un modo caratteristico. Il nostro cervello utilizza questa informazione per il controllo dei movimenti fini della mano. Sfruttando questo principio possiamo deformare la pelle per creare delle illusioni percettive di movimento. Un po’ come una lente di ingrandimento fa apparire alla vista gli oggetti più grandi di quanto sono realmente, così il dispositivo TWIST inganna la nostra propriocezione e fa apparire i movimenti delle dita più ampi».
Ma c’è molto di più, come spiega in conclusione il professor Antonio Bicchi, dell’Università di Pisa: «Comprendere i principi fisici e neurali che governano la propriocezione non è soltanto un obiettivo scientifico: è una condizione abilitante per la prossima generazione di macchine capaci di percepire e controllare il proprio corpo nel mondo. Dai dispositivi indossabili ai robot umanoidi, ogni sistema che aspiri a muoversi e interagire con l'efficienza del corpo biologico ha bisogno di soluzioni ingegneristiche radicate in questa conoscenza».

(Adnkronos) - A metà dell’edizione 2026 del Gai (Global Attractiveness Index) emergono le prime evidenze per rafforzare l’attrattività dell’Italia e la capacità del Paese di generare crescita futura. Le analisi si concentrano su due leve centrali per la competitività nazionale: il contributo delle imprese multinazionali alla Ricerca e Sviluppo e alla produttività, e il ruolo del capitale umano qualificato, delle università e delle competenze come fattori abilitanti dell’attrattività-Paese. Il Gai è una piattaforma, giunta alla sua undicesima edizione, sviluppatasi con diversi obiettivi: rendere disponibile ai decisori italiani e internazionali un innovativo indice-Paese; offrire una fotografia rappresentativa dell’attrattività e sostenibilità dei Paesi; fornire indicazioni affidabili a supporto delle scelte di sistema per la crescita e l’ottimizzazione dell’ambiente pro-business. Negli anni il progetto si è allargato: ora il Gai è una piattaforma di analisi, misurazione e approfondimento dell’attrattività-Paese e di discussione dei fattori e delle strategie che maggiormente incidono su di essa, ad ampio spettro. Il progetto è supportato da un Advisory Board composto da alcune delle principali aziende multinazionali che investono nel Paese, Philip Morris Italia, Amazon e Toyota Material Handling, e da un Comitato Scientifico composto da Ferruccio De Bortoli, Enrico Giovannini e Roberto Monducci. Il percorso del GAI 2026 si concluderà a settembre, durante la 52esima edizione del Forum “Lo Scenario di oggi e di domani per le strategie competitive” di Villa d’Este, Cernobbio, con la presentazione del Rapporto 2026.
La prima riflessione riguarda il sottodimensionamento strutturale dell’Italia negli investimenti in Ricerca e Sviluppo. Nel 2024, la spesa nazionale in R&D si è attestata all’1,38% del PIL, un valore inferiore alla media UE-27 (2,13%) e distante dai principali benchmark internazionali. Il divario riguarda anche la componente corporate: la spesa in R&D delle imprese italiane si ferma allo 0,79% del Pil, contro l’1,49% della media europea. Allo stesso tempo, il mondo corporate rappresenta il principale motore della R&D nazionale. Le imprese private finanziano il 57,1% degli investimenti complessivi e impiegano il 54,5% dei ricercatori e addetti R&D italiani, confermandosi il principale canale di trasformazione della conoscenza scientifica in innovazione industriale, competitività e crescita.
All’interno del mondo corporate, le imprese multinazionali svolgono una funzione particolarmente rilevante. Pur rappresentando solo lo 0,4% delle imprese italiane, sostengono il 9,8% dell’occupazione, il 21,0% del fatturato, il 17,5% del valore aggiunto e il 38,3% della spesa nazionale in R&D, con un contributo pari a 6,5 miliardi di euro. La maggiore intensità innovativa si riflette nella spesa in R&D per addetto, pari a 3.600 Euro nelle imprese a controllo estero contro 600 Euro nelle imprese domestiche, con un differenziale di 5,7 volte. Le multinazionali presentano inoltre una produttività pari a 107mila Euro di valore aggiunto per addetto, 2,5 volte il dato delle imprese domestiche, e retribuzioni medie pari a 42,2mila Euro per addetto, 1,9 volte il livello delle imprese nazionali. Nonostante questo contributo, l’Italia presenta ancora ampi margini di miglioramento: nel 2023, l’occupazione sostenuta dalle multinazionali rappresentava il 9,8% del totale nazionale, collocando il Paese al terzultimo posto in UE-27. Combinando gli effetti riconducibili all’innovazione, alla produttività e ai salari, le stime del GAI indicano come l’allineamento della presenza di multinazionali in Italia ai valori medi degli altri Paesi europei genererebbe un impatto potenziale sul PIL pari a 161 miliardi di Euro, equivalente al 7,1% dell’economia nazionale. A seconda delle ipotesi considerate, la forchetta di impatto varia da un minimo di 121 miliardi di Euro (+5,3% del PIL) fino a un massimo di 201 miliardi di Euro (+8,8%). Tali risultati confermano come l’attrazione e la retention delle multinazionali rappresentino una delle principali leve strategiche per sostenere crescita, innovazione e competitività del Sistema-Paese.
La seconda, complementare, direttrice di analisi riguarda il capitale umano qualificato, elemento sempre più decisivo per l’attrattività dei Paesi. L’Italia dispone di asset importanti, tra cui un sistema universitario diffuso, città ad alta attrattività culturale e competenze riconosciute in numerosi ambiti, ma fatica ancora a trasformare questo potenziale in un vantaggio competitivo pienamente espresso. “L’Italia ha un potenziale straordinario, che si esprime nel talento delle persone, nella qualità delle università e nella capacità delle imprese di innovare. I risultati del Gai ci ricordano che trattenere e attrarre capitale umano qualificato è una priorità nazionale - ricorda Maria Cristina Iacazio, Ceo di Toyota Material Handling - Come Toyota Material Handling Italia siamo impegnati a creare ambienti di lavoro che valorizzino competenze, crescita professionale e inclusione, perché la competitività del Paese nasce prima di tutto dalle persone". Nel confronto europeo, il Paese mostra un ritardo nella formazione terziaria: nel 2024 solo il 31,6% della popolazione tra 25 e 34 anni è laureata, contro il 45,4% della media UE, dato che colloca l’Italia al penultimo posto nell’Unione. A questo si aggiunge la crescente emigrazione di capitale umano qualificato: nel 2024 i laureati italiani emigrati all’estero sono stati 49.562, più del doppio rispetto al 2014, con un costo stimato di formazione pubblica pari a 6,9 miliardi di Euro. Le leve operative individuate per rafforzare l’attrattività del sistema universitario e del capitale umano riguardano la semplificazione degli iter amministrativi, l’ampliamento dell’offerta formativa in lingua inglese, la disponibilità di servizi e alloggi per studenti internazionali, il rafforzamento del collegamento tra università e imprese e la valorizzazione dei percorsi Stem e professionalizzanti.
“I dati che emergono dal pre-release del Gai evidenziano ancora una volta come la competitività di un Paese sia sempre più legata alla capacità di attrarre, sviluppare e trattenere talenti, vero motore della crescita. Per l’Italia, ciò implica rafforzare il legame tra formazione, innovazione e lavoro, superando i divari che ne limitano il potenziale. In questo contesto, il ruolo delle imprese – in particolare a capitale estero – è cruciale nel promuovere competenze avanzate e valorizzare e attrarre giovani talenti, favorendo il trasferimento tecnologico, la formazione avanzata e l’integrazione con le filiere locali. È in questa direzione che si inserisce l’impegno di Philip Morris in Italia: oltre 1,5 miliardi di euro di investimenti, in particolare nel polo produttivo di Crespellano, oggi hub globale di eccellenza manifatturiera. Un modello che dimostra concretamente come investimenti industriali e sviluppo del capitale umano possano rafforzarsi reciprocamente, contribuendo alla competitività sistemica del Paese nel lungo periodo", ha dichiarato Pasquale Frega, Presidente e Amministratore Delegato di Philip Morris Italia.
Il quadro che emerge dalla prima release del Global Attractiveness Index 2026 conferma che attrattività, innovazione, produttività e capitale umano sono dimensioni strettamente interdipendenti. Rafforzare la presenza di imprese multinazionali, aumentare gli investimenti in R&D e trattenere competenze qualificate significa intervenire su alcune delle leve più rilevanti per sostenere la crescita di lungo periodo del Paese. “I dati del Gai confermano ciò che sperimentiamo ogni giorno: le multinazionali non sono solo un attore economico, ma un'infrastruttura della competitività, in grado di connettere capitale, conoscenza e lavoro qualificato. In oltre 15 anni, Amazon ha investito più di 25 miliardi di euro in Italia, creando circa 19.000 posti di lavoro a tempo indeterminato e portando nel Paese innovazione concreta — dalla robotica avanzata del nostro laboratorio di Vercelli all'intelligenza artificiale, fino alle infrastrutture cloud. Crediamo fermamente che rafforzare l'attrattività dell'Italia significhi investire insieme in innovazione, competenze e semplificazione”, afferma Matteo Bassi, Head of Economic Policy and Regulation, Amazon Italia. La sfida per l’Italia è trasformare queste evidenze in scelte stabili e coerenti di politica industriale, universitaria e di attrazione degli investimenti, capaci di consolidare l’ambiente pro-business, accrescere la competitività del sistema produttivo e rendere il Paese più attrattivo per imprese, capitali e talenti.

(Adnkronos) - In occasione della 113ª edizione del Tour de France, Continental supporta ancora una volta la corsa con la sua tecnologia d’avanguardia, sottolineando il suo ruolo di partner chiave per la mobilità nel ciclismo d'élite. Il Tour 2026 si svolgerà dal 4 al 26 luglio, coprendo 3.333 chilometri in 21 tappe, da Barcellona a Parigi. Durante tutto l’evento, Continental fornirà oltre 1.000 pneumatici per bici, più di 400 pneumatici auto e 120 pneumatici moto, a supporto di una flotta di oltre 70 veicoli e circa 30 moto ufficiali. In qualità di uno dei principali partner del Tour de France, Continental garantisce le massime prestazioni in condizioni estremamente impegnative. La partnership di lunga data, giunta ormai al nono anno, dimostra come la tecnologia Continental contribuisca al perfetto svolgimento della gara da una tappa all’altra. Continental fornirà pneumatici da strada a sei squadre in gara al Tour de France di quest'anno, più di un quarto del gruppo. Nella corsa ciclistica più prestigiosa al mondo, i team Groupama-FDJ United, Uae Team Emirates – XRG, Movistar Team, Bahrain Victorious, Decathlon Cma Cgm AG2R La Mondiale e Uno-X Mobility si affidano agli pneumatici Continental.
“La fiducia che le sei squadre ripongono in noi è sia un onore che uno stimolo. Il Tour si decide nei minimi dettagli: in ogni tappa, in ogni condizione meteorologica e su ogni superficie. Per questo motivo investiamo così tanto tempo e impegno nello sviluppo dei nostri pneumatici in stretta collaborazione con i team professionistici. E in definitiva, ne beneficiano anche i ciclisti amatoriali”, afferma Hannah Ferle, esperta Continental di pneumatici bici. A seconda della tappa, le squadre si affidano a quattro diversi modelli Continental. Lo pneumatico principale è il Grand Prix 5000 S TR, che pesa tra i 250 e i 365 grammi a seconda della misura ed è dotato di uno strato di protezione antiforatura. In condizioni meteorologiche variabili, le squadre utilizzano il Grand Prix 5000 AS TR, adatto a tutte le stagioni, che offre una maggiore aderenza sull'asfalto bagnato. Per le cronometro, i corridori utilizzano il Grand Prix 5000 TT TR, progettato per una resistenza al rotolamento particolarmente bassa, con una costruzione ottimizzata per ridurre al minimo la dispersione di energia. Nelle tappe con forti venti laterali, i team scelgono l'Aero 111, il cui profilo della ruota anteriore è progettato per guidare il flusso d'aria e ridurre la turbolenza.
Dalla prima edizione del Tour de France nel 1903, la velocità media è aumentata da circa 25 a oltre 40 chilometri orari, nonostante nel tempo il percorso sia diventato più impegnativo. Questo continuo incremento di intensità non riguarda solo i corridori, ma impone maggiori esigenze anche all'intero convoglio. Le auto di supporto devono operare a velocità altrettanto elevate, mantenendo al contempo precisione, reattività e controllo in condizioni di gara spesso imprevedibili. Di conseguenza, le prestazioni degli pneumatici di questi veicoli rivestono un ruolo fondamentale nel garantire sicurezza, maneggevolezza e affidabilità durante tutta la corsa. La gamma di pneumatici Continental per le vetture del Tour di quest'anno comprende gli UltraContact NXT, oltre agli EcoContact 6 e ai PremiumContact 7. La scelta degli pneumatici auto sottolinea l'importanza di poter contare su prestazioni costanti per supportare le squadre durante le tre settimane di gara, in diverse condizioni e su vari tipi di terreno. Per il secondo anno consecutivo, l'organizzatore del Tour de France, A.S.O., sceglie Continental come fornitore di pneumatici per le moto ufficiali della corsa. Anche quest'anno, 30 motociclette Kawasaki Versys 1100 accompagneranno il Tour, con piloti incaricati di rifornire d'acqua gli atleti e di trasmettere informazioni importanti dalla direzione gara. Come lo scorso anno, le moto sono equipaggiate con pneumatici ContiRoadAttack 4.
Il ContiRoadAttack 4 è progettato specificamente per le esigenze che il Tour impone: rapida entrata in temperatura e aderenza costante in condizioni estremamente diverse. Dalle temperature sottozero dei passi alpini o pirenaici bagnati dalla pioggia, al caldo torrido delle tappe nel sud della Francia. Sia che si viaggi a stretto contatto con il gruppo su strette strade di montagna, sia che si affrontino i tratti veloci della campagna francese, questo pneumatico hyper touring offre un livello altrettanto elevato di sicurezza, feedback e controllo intuitivo. Le prestazioni comprovate durante la scorsa stagione di gara hanno posto le basi per il proseguimento di questa partnership e Continental è orgogliosa che A.S.O. e Kawasaki continuino a riporre la loro fiducia nella sua tecnologia anche nel 2026.
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