
"La prevenzione delle malattie neurodegenerative è una priorità per la Società italiana di neurologia. L'obiettivo è intervenire sui fattori di rischio modificabili per ridurre, nel tempo, fino al 45% l'incidenza di patologie come Alzheimer, demenze e Parkinson, destinate ad aumentare con l'invecchiamento della popolazione. Le azioni avviate oggi daranno risultati negli anni, ma senza iniziare non li vedremo mai". Lo ha detto Mario Zappia, presidente della Sin, intervenendo alla conferenza stampa 'Salute del cervello - prevenzione, politiche, prospettive', nella Sala Caduti di Nassirya del Senato. L'iniziativa, promossa dalla senatrice Tilde Minasi in occasione della Settimana del cervello (16-22 marzo), punta a definire una strategia condivisa di fronte alla crescente diffusione delle patologie neurologiche.
I fattori di rischio modificabili individuati "sono 14, molti dei quali comuni ad altre malattie, come quelle cardiovascolari e oncologiche - ha ricordato Zappia - Si tratta di: ipertensione, obesità, diabete di tipo 2, fumo, inattività fisica, depressione, bassa scolarizzazione, isolamento sociale, perdita uditiva non trattata, traumi cranici, consumo eccessivo di alcol, deficit visivi non corretti, inquinamento atmosferico e livelli elevati di colesterolo Ldl". Accanto a questi emergono fattori più specifici. "I cibi ultraprocessati aumentano il rischio di demenza, mentre la dieta mediterranea può ridurlo fino al 30%", ha sottolineato il presidente della Sin, invitando a privilegiare alimenti naturali e poco trattati. Un ruolo centrale è svolto anche dallo stile di vita. "Esercizio fisico, istruzione e attività intellettuale tutto l'arco della vita - ha evidenziato - contribuiscono alla cosiddetta 'riserva cognitiva' che può ritardare la comparsa dei sintomi o ridurre la probabilità di sviluppare la malattia. L'attività fisica è fondamentale perché il movimento muscolare produce sostanze benefiche per il cervello". Determinante anche il sonno, "ancora sottovalutato, ma cruciale per l'equilibrio dell'organismo e potenzialmente in grado di influenzare il rischio di patologie neurodegenerative".
La Sin propone quindi di portare la prevenzione neurologica allo stesso livello di quella cardiovascolare e oncologica, ambiti nei quali le campagne di prevenzione hanno già ridotto in modo significativo l'incidenza delle malattie. In questa direzione va la firma di un protocollo con Croce rossa italiana e Fondazione Atelehia per rafforzare le strategie di salute pubblica. "Per lungo tempo queste patologie sono state considerate inevitabili, ma oggi sappiamo che intervenire sui fattori di rischio può modificarne la storia naturale", ha continuato Zappia. Sempre più attenzione, inoltre, al ruolo del microbiota intestinale. "Per alcune patologie, come il Parkinson, si ipotizza che il processo patologico possa iniziare dall'intestino", ha aggiunto richiamando il possibile coinvolgimento di proteine come l'alfa-sinucleina. Le indicazioni alle famiglie sono chiare: alimentazione sana e poco processata, adesione alla dieta mediterranea, attività fisica regolare, sonno adeguato e stimolazione cognitiva continua. "Intervenire fin dalle prime fasi della vita può fare la differenza e contribuire a ridurre il rischio di malattie neurodegenerative in età avanzata", ha concluso.

Dopo alcuni anni di assenza, il 23 marzo apre a Fiumicino il nuovo Centro analisi Marilab, in via della Foce Micina 75, segnando un ritorno significativo sul territorio, informa una nota. La riapertura - si legge - rappresenta una risposta concreta alle esigenze sanitarie di un Comune ampio e articolato come quello di Fiumicino, dove l'accesso a servizi di medicina di laboratorio di prossimità è particolarmente importante per cittadini e famiglie. Il nuovo centro sarà dedicato principalmente all'attività di laboratorio analisi, con un'organizzazione pensata per garantire rapidità nei servizi e tempi di risposta brevi. I pazienti potranno inoltre consultare e scaricare i referti online direttamente dal sito marilab.it, in modo semplice e sicuro, spesso già dopo poche ore dall'esecuzione degli esami.
L'apertura - prosegue la nota - rappresenta un nuovo passo nel percorso di sviluppo della rete sanitaria Marilab nel Lazio. Nel rafforzare la propria presenza sanitaria nel quadrante costiero tra Roma, Ostia, Pomezia e Fiumicino, Marilab consolida una rete di strutture orientata alla medicina di prossimità, alla prevenzione e all'innovazione dei servizi.
"Tornare a Fiumicino significa per noi riallacciare un legame storico con questo territorio - afferma Luca Marino, amministratore unico di Marilab - Il nostro obiettivo è offrire ai cittadini un servizio efficiente, tempestivo e di qualità, contribuendo concretamente alla prevenzione e alla tutela della salute". Per celebrare il nuovo avvio - conclude la nota - il centro analisi di Fiumicino proporrà fino al 30 aprile pacchetti di screening a tariffa agevolata, disponibili eccezionalmente a 20 euro, con l'obiettivo di incentivare la prevenzione e rendere i controlli periodici più accessibili. Inoltre, nella giornata di apertura del 23 marzo, chi si recherà presso il centro potrà ricevere un piccolo omaggio di benvenuto.
Entry list ad aprile, finale il 3 maggio. Binaghi: 'spazio agli
azzurri, vale torneo 250'...
Trasportato in codice rosso in ospedale con l'elisoccorso...

La ricerca di una corretta attribuzione delle varie forme di responsabilità in ambito sanitario e il contrasto al fenomeno della medicina difensiva sono questioni centrali e sempre più attuali nel dibattito pubblico. A queste tematiche - e alle prospettive di riforma che si sono tradotte in un disegno di legge promosso dal ministero della Salute, attualmente all'esame della Camera dei deputati - è dedicato il convegno 'Verso la riforma della responsabilità medica, una prospettiva multidisciplinare', che si è svolto oggi alla Facoltà di Medicina e Chirurgia dell'università di Roma Tor Vergata, organizzato in sinergia tra il Dipartimento di Biomedicina e Prevenzione e il Dipartimento di Giurisprudenza dell'ateneo e il CeSDirSan, Centro interdisciplinare di studi sul diritto sanitario. L'evento è organizzato con il patrocinio della Simla (Società italiana di medicina legale e delle assicurazioni).
"Un ringraziamento particolare ai docenti che si sono fatti nel corso del tempo promotori di queste iniziative" sul dibatitto della riforma della responsabilità sanitaria, anche con "la possibilità di aver messo a fattor comune competenze diverse: giuridiche, mediche, istituzionali e scientifiche - ha detto nel suo intervento Nathan Levialdi Ghiron, rettore dell'università di Roma Tor Vergata - Il titolo del convegno richiama esplicitamente una prospettiva multidisciplinare. Questo è certamente un punto di forza caratterizzante molto importante. E' proprio questa la chiave più efficace per affrontare una materia così complessa come quella della responsabilità medica che si colloca al crocevia tra tutela del paziente, sicurezza delle cure, autonomia e serenità dell'esercizio della professione sanitaria. Il dibattito odierno si inserisce in una fase particolarmente significativa dell'evoluzione normativa. Infatti, è stato approvato dal Consiglio dei ministri lo schema di legge delega volto a riformare il sistema della responsabilità sanitaria. Tra i profili più rilevanti vi è la proposta di riformulazione dell'articolo 590 sexies del Codice penale che limita la responsabilità penale del professionista sanitario ai casi di colpa grave quando il professionsita si sia tenuto a linee guida o buone pratiche clinico assistenziali adeguate al caso concreto. Si tratta di un intervento che mira, tra l'altro, a ridurre gli effetti della cosiddetta medicina difensiva, creando condizioni di maggiore serenità tra i professionisti sanitari, senza compromettere la tutela dei pazienti e la sicurezza delle cure. Proprio per questo appare particolarmente importante che il confronto su questi temi si sviluppi in segni di approfondimento scientifico e con il contributo di competenze diverse".
"Questa è un'iniziativa che approfondisce un ambito complesso ma anche rilevante: la responsabilità medica - ha esordito il ministro della Salute, Orazio Schillaci - E' un tema, devo dire, molto sentito dal personale sanitario. Il Governo su questo argomento ha posto da subito grande attenzione e anche un impegno concreto. I numeri del contenzioso medico legale, lo sapete, indicano quanto sia vasto questo problema. Ci sono oltre 35.000 azioni legali negli ultimi anni e il 97% in ambito penale poi si risolve in un nulla di fatto. Soprattutto da medico, oltre che da ministro della Salute - ha sottolineato - mi preoccupa il fatto che il timore fondato di contenziosi contribuisce ad alimentare la medicina difensiva, che costa al Servizio sanitario nazionale addirittura 9-10 miliardi di euro l'anno. Questa impatta su tanti aspetti del nostro sistema: tra tutti quello delle liste di attesa. Con il disegno di legge sulla riforma delle professioni sanitarie, insieme al ministro Nordio, ma con il contributo determinante del viceministro Sisto, siamo intervenuti con una modifica della normativa vigente in materia di responsabilità della professionale sanitaria. E' una norma che abbiamo voluto fortemente proprio per arginare la medicina difensiva, per permettere ai medici e agli operatori sanitari di lavorare con una maggiore serenità, quindi a tutela della salute. Viene confermata - ha ricordato - la responsabilità penale per colpa grave per chi esercita la professione sanitaria, ma si stabilisce che nell'accertamento della colpa il giudice debba considerare, oltre al rispetto delle linee guida e delle buone pratiche, anche il contesto, la realtà operativa nella quale il medico esercita la sua professione. A volte c'è una scarsità di risorse, c'è una carenza organizzativa, a volte poi anche i pazienti hanno una complessità delle patologie dalle quali sono affetti. Questo è quindi un contesto caratterizzato da decisioni cliniche che sono assunte anche in condizioni difficili".
"Mi corre obbligo di essere testimone della grande abnegazione che il ministro Schillaci ha posto in questa riforma - ha dichiarato Francesco Paolo Sisto, viceministro della Giustizia - Diciamo che è stato un po' lo 'stalker' indispensabile per raggiungere questo obiettivo e noi abbiamo dato un contributo tecnico, ma senza la sua determinazione non saremmo giunti certamente al risultato. Qualche volta la politica si fa apprezzare - ha chiosato - perché prova a mettere insieme le esigenze dei professionisti e quelle del paziente. Io voglio dire subito che un punto di riferimento ineliminabile di questa riforma è quello che vuole proteggere il medico perché cura meglio il paziente. Quindi, forti di queste esigenze, abbiamo posto in essere uno sforzo, possiamo dirlo, titanico per poter raggiungere una mediazione a fronte di una serie di ostacoli che, come sempre quando si fanno le cose giuste, ci sono. Noi riteniamo che questa sia la riforma che bilancia correttamente i beni costituzionali, ritengo che il lavoro parlamentare potrà anche essere un utile se ci sono dei contributi che possono migliorare questa riforma, ma senza snaturarne la genesi".
"Il problema della responsabilità medica blema - ha evidenziato Roberto Bei, preside della Facoltà di Medicina e Chirurgia dell'università di Roma Tor Vergata - non è più settoriale, ma è un problema che riguarda diversi aspetti della medicina. Ricordo che la responsabilità medica rappresenta un nodo cruciale della nostra vita democratica e civile e che è rappresentata da due aspetti fondamentali: da una parte la tutela della salute, il diritto ad essere curati, e dall'altra la serenità nell'esercitare la professione, la serenità nel poter offrire delle cure. Bisogna considerare la responsabilità medica non solamente sanzionatoria e difensiva. Bisogna analizzare due aspetti: da una parte ci sono i diritti dei cittadini, la tutela alla salute, ma dall'altra non dobbiamo sottovalutare il timore del contenzioso che può portare a delle distorsioni nell'attività medica. Ci deve essere una sorta di garanzia per il medico che opera in questo settore sanitario. Ed ecco qui il ruolo importante dell'accademia. Che cosa possiamo fare? Noi non dobbiamo solamente fornire le informazioni tecniche ai futuri dottori, quelle che permetteranno loro di esercitare una professione, ma dobbiamo anche insegnare loro la consapevolezza delle responsabilità, civili, deontologiche e penali".
"Quindi - ha suggerito Bei - dobbiamo pensare ad una sorta di formazione sanitaria integrata. Bisogna insegnare a curare, ma anche a curare bene, valutare gli equilibri. Bisogna responsabilizzare i futuri medici e questa responsabilità deve nascere nel quadro in cui vengono operate le cure. Possiamo offrire dei seminari, delle attività didattico opzionali, invitare, come è stato fatto ora, giuristi, magistrati, professionisti che si occupano del risk management. Professionisti che si occupano di analizzare a fondo quelli che sono i contenziosi medici. Pertanto dobbiamo pensare in un modo diverso quando viene fatto un errore. Non bisogna pensare a trovare la colpa, ma - ha concluso - comprendere l'errore e cercare di non farlo più, quindi analizzare l'errore per impedire che venga fatto nuovamente".

Gli integratori sono entrati a far parte della routine di una quota sempre più ampia della popolazione. "Più di 8 italiani su 10 (85%) li hanno utilizzati nell'ultimo anno e 1 su 3 li assume regolarmente tutti i mesi, mentre una parte (17%) lo fa per esigenze specifiche e solo il 15% non li ha mai usati. In ogni caso, si tratta di un'esperienza d'uso che viene considerata pienamente positiva: quasi 8 su 10 (78%) ritengono che gli integratori abbiano migliorato il proprio benessere". Sono alcuni tra i punti chiave dell'indagine 'Italiani e integratori alimentari', realizzata da AstraRicerche per conto di Integratori & Salute, l'associazione più rappresentativa del comparto degli integratori alimentari in Italia e parte di Unione Italiana Food, aderente a Confindustria. Lo studio ha fotografato percezioni, conoscenze, modalità e frequenza di consumo degli italiani rispetto a questi prodotti. Tra le tipologie di integratori più diffuse, "in testa quelli per le difese immunitarie (39%) e per l'energia fisica (37%), seguiti dagli integratori per bisogni più specifici, come aiuto per le ossa, supporto alla dieta, bellezza, intestino. Anche quelli per sonno, stress o umore (18%) e concentrazione (16%) raccolgono una buona fetta di mercato, confermando che il benessere mentale è importante quanto quello fisico".
"Come emerge dalla ricerca, gli italiani mostrano una crescente fiducia verso gli integratori alimentari - afferma Germano Scarpa, presidente di Integratori & Salute - Non si tratta di un acquisto impulsivo, ma di un utilizzo fatto con frequenza e metodo, basato sulla percezione di un reale giovamento per il benessere fisiologico e il miglioramento della qualità della vita. Il mercato degli integratori in Italia ha dimostrato una resilienza straordinaria, evolvendo da settore di nicchia a pilastro fondamentale del mantenimento del benessere. Gli italiani hanno compreso che l'integrazione, se inserita in uno stile di vita corretto e supportata dal parere di medici e farmacisti, è un investimento sulla longevità attiva. Il nostro impegno come associazione è da un lato continuare a investire in ricerca scientifica e innovazione nelle formulazioni per garantire prodotti sempre più efficaci e specifici; dall'altro, promuovere una corretta cultura di prodotto per abbattere i luoghi comuni che ancora ci sono".
La farmacia è principale luogo di acquisto per 6 italiani su 10. "Senso di sicurezza e professionalità: la farmacia è il luogo di elezione per l'acquisto di integratori alimentari per il 61% dei nostri connazionali - emerge dalla ricerca - L'online segue a distanza, con il 33%, segno che la consulenza umana conta ancora molto. Gli acquisti sul web superano comunque quelli effettuati presso la Gdo, che si piazzano al terzo gradino del podio con il 21,5%. Il consiglio su quali integratori assumere arriva per 2 utilizzatori su 3 (65%) da medici e farmacisti, che rappresentano le figure professionali più influenti sull'acquisto. Solo 1 italiano su 3 (34%) è solito seguire il 'fai da te', una pratica sconsigliata e che può comportare dei rischi per il consumatore".
Per approfondire la conoscenza di questi prodotti, risulta ancora dall'indagine, "i nostri connazionali seguono in primis i professionisti della salute come medici (41%) e farmacisti (40%). Ma anche i canali digitali stanno acquistando un ruolo importante, in particolare per la Gen Z e i Millennials. Tra questi spiccano la ricerca attiva su Google (22%) e i siti web dei produttori (12,5%); marginali risultano invece i social network (8%) e gli influencers (5%).
"Se la farmacia è un punto di riferimento per il consumatore è perché il cittadino riconosce nel professionista della salute un importante filtro di attendibilità - prosegue Scarpa - Occorre continuare a investire nella formazione, in quanto la qualità del prodotto deve sempre camminare di pari passo con la qualità del consiglio. Il farmacista deve conoscere la biochimica dell'integratore, essere in grado di spiegare il concetto di biodisponibilità e suggerire il momento migliore della giornata per l'assunzione di un integratore: solo così si combatte la disinformazione, anche del web".
Spesso, quando si parla di integratori alimentari, ci si imbatte in luoghi comuni, fake news o informazioni incomplete. Le più ricorrenti - secondo il report - sono che "curano" le malattie, si prestano tranquillamente a un uso "fai da te" o "sono come i farmaci". E poi ancora: sono solo "palliativi"; non servono a nulla o di contro sono "elisir miracolosi di lunga vita". Dalla survey di AstraRicerche emerge insomma un quadro "a tinte chiaroscure sulla conoscenza che gli italiani hanno degli integratori e del loro ruolo. Partiamo dalle buone notizie: i nostri connazionali - si legge - legano l'utilizzo degli integratori al mantenimento del benessere generale. Gli intervistati sono d'accordo con il fatto che questi prodotti servono a sostenere la salute generale (42%), aumentare l'energia (34%) e aiutare il sistema immunitario (33%). Tuttavia, su altre questioni c'è ancora molto da fare per diffondere una corretta informazione. Ad esempio, solo 4 italiani su 10 (40%) sanno - correttamente - che nessun integratore richiede una prescrizione. Mentre poco più della metà (51%), crede - erroneamente - che sia necessaria la ricetta di un medico almeno per alcuni di essi".

Secondo il nuovo rapporto 'The prevalence of dementia in Europe 2025' di Alzheimer Europe, in Italia vivono oltre 1.430.000 persone con demenza: un numero che aumenterà del 54% entro il 2050, raggiungendo circa 2,2 milioni di casi, con il nostro Paese al primo posto nell'Ue per incidenza in rapporto alla popolazione. Alla luce di questi dati, e visto il peso della malattia, la Società italiana di neurologia (Sin), Croce rossa italiana e Fondazione Aletheia hanno firmato oggi nella Sala Nassirya del Senato il protocollo d'intesa che dà avvio alla campagna nazionale 'Salute del cervello: prevenzione, politiche, prospettive'. L'iniziativa si è svolta in occasione della Settimana del cervello (16-22 marzo), con l'obiettivo di consolidare una strategia condivisa per rispondere al peso crescente delle patologie neurologiche. Secondo il Global status report on neurology dell'Oms, infatti, i disturbi neurologici interessano 3,4 miliardi di persone nel mondo e costituiscono la prima causa globale di cattiva salute e disabilità.
"Le evidenze indicano che, tra i fattori di rischio per la demenza come ipertensione, diabete, obesità, inattività fisica, fumo, perdita uditiva non trattata, isolamento sociale e inquinamento, alcuni sono modificabili e intervenire su di essi potrebbe ridurre il rischio di demenza fino al 45% - ha sottolineato Mario Zappia, presidente Sin - Anche la malattia di Parkinson, una delle principali malattie neurodegenerative al mondo e seconda causa di disabilità motoria nell'adulto dopo l'ictus, è il risultato della combinazione tra predisposizione genetica, fattori ambientali e condizioni legate allo stile di vita. Questo protocollo nasce dalla volontà di portare la prevenzione neurologica allo stesso livello di ciò che il nostro Paese ha già saputo fare per le malattie oncologiche o cardiovascolari. Insieme a Croce rossa italiana e Fondazione Aletheia vogliamo rendere questo impegno una priorità nazionale".
A questi elementi si aggiunge il ruolo della dieta: gli alimenti ultra-formulati (o ultra-processati), sempre più affermati tra la popolazione e le nuove generazioni, sono associati a un aumento del declino cognitivo, mentre la dieta mediterranea mostra un effetto protettivo fino al 30%. "Agire su fattori di rischio modificabili per l'insorgenza di patologie croniche non trasmissibili, tra cui quelle neurodegenerative, è cruciale per garantire un futuro di salute alle nuove generazioni - ha evidenziato Riccardo Fargione, direttore della Fondazione Aletheia - L'alimentazione è una medicina naturale imprescindibile e la dieta mediterranea rappresenta uno scudo protettivo in grado di ridurre fino al 30% i rischi di demenza e altre patologie neurodegenerative, migliorando le funzioni cognitive nel corso della nostra vita. Oggi Aletheia, Sin e Croce rossa italiana avviano un percorso serio per la prevenzione neurologica, perché come spesso ricordiamo la salute nasce anche a tavola". L'alleanza intersettoriale punta ora a sviluppare un programma congiunto di sensibilizzazione e prevenzione lungo tutto l'arco della vita, integrando corretti stili di vita, alimentazione equilibrata, educazione sanitaria e iniziative territoriali grazie anche alla capillarità di Cri.
"La presenza capillare sul territorio, il coinvolgimento delle comunità attraverso il nostro volontariato e l'impegno nel supporto alle persone più vulnerabili sono elementi che contraddistinguono l'azione della Croce rossa italiana - ha dichiarato Valerio Mogini, direttore socio-sanitario della Cri - In questo senso, la prevenzione rappresenta uno dei pilastri fondamentali delle attività della Cri, che negli anni ha sviluppato sempre più interventi multidimensionali, in cui l'accesso ai servizi sanitari, la promozione di stili di vita sani e il sostegno alle persone in condizioni di vulnerabilità si integrano con i temi della sostenibilità economica, ambientale e sociale. Il protocollo firmato oggi con la Società italiana di neurologia e la Fondazione Aletheia rafforza un percorso già avviato dalla Croce rossa Italiana e rappresenta un'importante opportunità per mettere a sistema competenze scientifiche, presenza territoriale e capacità di coinvolgimento delle comunità. Grazie a questa collaborazione sarà possibile promuovere azioni di sensibilizzazione e prevenzione sempre più incisive, contribuendo alla tutela della salute delle persone lungo tutto l'arco della vita, anche sotto il profilo neurologico".
Alla conferenza è intervenuta la senatrice Tilde Minasi, componente della Commissione Affari sociali del Senato e promotrice dell'incontro. "La salute del cervello - ha affermato - deve essere considerata una priorità pubblica. Il protocollo firmato oggi tra Società italiana di neurologia, Croce rossa italiana e Fondazione Aletheia rappresenta un passaggio importante, perché afferma con chiarezza che la prevenzione neurologica non può più essere un tema marginale, ma deve entrare stabilmente nell’agenda delle Istituzioni. Di fronte a numeri così rilevanti non basta registrare i problemi: occorre governarli, rafforzando appunto prevenzione, informazione, presa in carico e prossimità dei servizi. E' in questa direzione che continuiamo a muoverci come Governo e attraverso le Commissioni competenti, traducendo le evidenze scientifiche in scelte pubbliche efficaci e costruendo una strategia sempre più solida a tutela della salute neurologica, delle famiglie e della qualità della vita delle persone".
Ha concluso Giovanni Leonardi, Capo Dipartimento della Salute umana, della salute animale, dell'ecosistema (One health) e dei Rapporti internazionali del ministero della Salute: "Una quota significativa delle principali patologie neurologiche è associata a fattori di rischio potenzialmente modificabili sui quali è possibile intervenire efficacemente attraverso un approccio integrato e multidisciplinare, nell'ottica One health, al fine di promuovere comportamenti salutari lungo tutte le età della vita, accrescere la consapevolezza dei cittadini e favorire contesti di vita favorevoli alla salute".

La Commissione europea ha approvato retifanlimab in combinazione con carboplatino e paclitaxel (chemioterapia a base di platino) per il trattamento di prima linea di pazienti adulti con carcinoma a cellule squamose del canale anale (Scac) metastatico o localmente recidivato non operabile. L’approvazione - informa Incyte in una nota - segue il parere positivo ricevuto nel gennaio 2026 dal Comitato per i prodotti medicinali a uso umano (Chmp) dell'Agenzia europea dei medicinali (Ema) e si basa sui dati dello studio clinico di fase 3 (Pdo1um-303/InterAact2), che valuta retifanlimab o placebo in combinazione con chemioterapia a base di platino (carboplatino e paclitaxel) in pazienti adulti con Scac metastatico o localmente recidivato non operabile, non precedentemente trattato con chemioterapia sistemica.
La decisione della Ce arriva in prossimità dell'Anal Cancer Awareness Day che si celebra in tutto il mondo il prossimo 21 marzo e che richiama l'attenzione su una patologia ancora poco conosciuta, nonostante risulti in costante aumento, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo. Si stimano infatti circa 27mila nuovi casi l’anno in tutto il mondo, di cui 4.500 registrati solo in Europa.
"Il tumore anale rappresenta circa il 3% delle neoplasie del tratto digerente, con oltre 1.290 nuovi casi all'anno in Italia, riconducibili nel 90% dei casi all'infezione da Hpv - spiega Filippo Pietrantonio, responsabile dell'Oncologia gastrointestinale della Fondazione Irccs Istituto nazionale dei tumori di Milano - Nonostante la rarità della patologia, l'andamento epidemiologico mostra un incremento costante negli ultimi decenni, con una crescita del tasso annuo di incidenza intorno al 2-3%, dovuto in particolare alla diffusione del Papillomavirus, come anche un incremento della mortalità. Tuttavia, se ne parla ancora troppo poco a causa di un forte stigma sociale che, unito a sintomi spesso riconducibili a patologie benigne come emorroidi o ragadi, determina frequenti ritardi diagnostici. Pertanto, anche in virtù della mancanza di programmi di screening strutturati, un'adeguata consapevolezza è importante per migliorare il percorso dei pazienti".
"Per lungo tempo il trattamento del tumore anale è rimasto ancorato a standard terapeutici tradizionali - aggiunge Stefano Tamberi, direttore dell'Unità operativa complessa di Oncologia dell'ospedale di Ravenna - Se negli ultimi decenni la combinazione di chemio-radioterapia ha permesso di migliorare la sopravvivenza e preservare la funzione sfinteriale, nelle fasi avanzate le opzioni rimanevano limitate. Nelle forme metastatiche la sopravvivenza a 5 anni si riduce drasticamente, attestandosi tra il 18% e il 36%. L'arrivo della prima immunoterapia anti-Pd-1 è una svolta nel trattamento del carcinoma squamocellulare del canale anale, che rappresenta l'85% di tutti i tumori anali. Si tratta di un importante traguardo della ricerca scientifica, che risponde ai bisogni ancora insoddisfatti di molti pazienti".
Retifanlimab - riporta la nota - è frutto della ricerca Incyte, azienda biofarmaceutica impegnata nella scoperta, lo sviluppo e la commercializzazione di terapie innovative nel campo dell'oncologia, dell'ematologia e delle malattie infiammatorie e autoimmuni. "Accogliamo con entusiasmo l'approvazione da parte della Commissione europea della prima immunoterapia anti-Pd1 nello Scac, una forma di tumore rara per la quale da diversi decenni non si registrano progressi terapeutici significativi - commenta Nicola Bencini, vicepresidente e General Manager di Incyte Italia - Si tratta di un importante passo in avanti, che ribadisce l'impegno di Incyte sul fronte della ricerca scientifica e dello sviluppo di soluzioni innovative, capaci di avere un impatto positivo sulla vita dei pazienti".
I risultati dello studio Pod1um-303 sono stati pubblicati su 'The Lancet'. La nuova terapia - riferisce Incyte - ha dimostrato una riduzione statisticamente significativa del 37% del rischio di progressione o morte (P=0,0006). I pazienti del gruppo combinato retifanlimab e chemioterapia hanno raggiunto una sopravvivenza mediana libera da progressione (Pfs) di 9,3 mesi rispetto ai 7,4 mesi dei pazienti del gruppo placebo. Non sono stati identificati nuovi segnali di sicurezza e il profilo di sicurezza era rappresentativo di altre combinazioni con inibitori di Pd-1 e chemioterapia. Gravi reazioni avverse si sono verificate nel 47% dei pazienti che hanno ricevuto retifanlimab in combinazione con la chemioterapia. Le reazioni avverse gravi più frequenti (≥ 2% dei pazienti) erano sepsi, embolia polmonare, diarrea e vomito.

I prodotti a latte crudo promossi o bocciati senza appello? Nel dibattito sui prodotti caseari realizzati con latte non pastorizzato si inserisce la 'controinformazione' che arriva dall'Aida (Associazione italiana di agroecologia), Isde (Medici per l'ambiente), Slow Food Italia e SoZooAlp (Società per lo studio e la valorizzazione dei sistemi zootecnici alpini): tutti insieme firmano un documento tecnico scientifico "formulato da un gruppo di esperti di appartenenza alle rispettive associazioni a sostegno di una produzione, quella dei prodotti lattiero caseari a base di latte crudo, ossia non pastorizzato, che rappresenta il motivo di esistere di realtà vocate non solo alla cura del territorio e alla salvaguardia dell'ambiente, ma anche al mantenimento di un patrimonio alimentare unico, di alto valore nutrizionale e con caratteristiche alimentari benefiche per la salute umana".
Il documento, "in contrasto con l'allarmismo generato intorno ad alcuni episodi di tossinfezione alimentare che ha focalizzato l'attenzione sia dei media che del ministero della Salute sui soli prodotti a base di latte crudo, omettendo - affermano le associazioni - un'analisi complessiva sia del problema che del rischio reale, raccoglie e analizza dati nazionali ed europei, sviluppa riflessioni tecnico-scientifiche, legali e socio-economiche, affrontando la tematica in modo sistemico e in linea con un approccio di salute globale che lega saluta umana, animale e ambientale, al fine di rendere giustizia a un settore produttivo prezioso". Il testo è stato inviato ai ministeri della Salute e dell'Agricoltura, ai rispettivi assessorati regionali, a Istituto superiore di sanità, ministero della Cultura, Tavolo ministeriale latte crudo, Ordini veterinari, Fnovi, Fnomceo, Ordine dei giornalisti, Ordine degli agronomi.
L''attenzione mediatica' a cui fanno riferimento le associazioni è dovuta anche ai decessi registrati nel 2025, ma soprattuto al caso del piccolo Mattia Maestri, dal 2017 in stato vegetativo per aver mangiato un formaggio lavorato con latte crudo contaminato dal batterio Escherichia coli. Lo scorso anno, durante le audizioni in Commissione Affari sociali della Camera - nell'ambito dell'esame delle proposte di legge che puntano a modificare la normativa in materia di etichettatura dei prodotti caseari a base di latte crudo - il virologo Roberto Burioni era stato molto chiaro: "Si sta diffondendo questa mania di consumare il latte crudo sulla base del gusto, e questo non lo discuto, ma anche sulla base di una supposta maggiore salubrità dello stesso e invece questo non è proprio vero. Il latte crudo è molto pericoloso. Da un lato - aveva precisato - è un terreno di coltura dove i batteri possono crescere, dall'altro lato batteri molto pericolosi possono trovarsi nelle stalle, possono contaminare il latte, possono replicarsi nel latte e possono portare a danni molto, molto gravi, specialmente nelle persone molto vulnerabili e nei bambini".
La morte di una donna in gravidanza a Trento, presumibilmente a causa di uno shock settico iperacuto derivato da un'infezione batterica dopo il consumo di prodotti derivati dal latte crudo, aveva rilanciato gli allarmi e a Burioni si era unito l'infettivologo Bassetti: "Il consumo di latte crudo è sconsigliato nei bambini, a causa di un alto rischio di contaminazione microbiologica. Il latte crudo - spiegava il medico genovese - può essere colonizzato da alcuni batteri come la Salmonella, l'Escherichia coli, il Campylobacter, che producono tossine e possono causare delle malattie molto gravi, tra cui una molto grave che si chiama Seu, sindrome emolitico uremica, che può portare a insufficienza renale, a paralisi e anche al decesso. Oltre naturalmente ad altre infezioni magari meno gravi".
"Questo lavoro - si legge nel documento - si propone di dare un contributo di riflessione sulla produzione dei formaggi a latte crudo, adottando una visione ampia e integrata di tutti gli aspetti che entrano in gioco e un approccio rigoroso nell'approfondire gli stessi. L'esigenza è nata a seguito del dibattito sviluppatosi attorno a questo modello produttivo, a cui ha contribuito anche l'emanazione da parte del ministero della Salute di specifiche linee guida, volte a dare indicazioni per affrontare il problema della presenza di E. coli produttori di Shiga tossina (Stec) in alcuni formaggi a latte crudo. Nonostante l'Istituto superiore di sanità riporti che tale batterio può essere trovato anche nella carne cruda o poco cotta, nei molluschi, nei semi, nella frutta, nella verdura cruda, nell'acqua, dal dibattito emerge come si stia diffondendo una percezione dei formaggi a latte crudo come pericolosi. In realtà l'uso del latte crudo ha radici storiche e ragioni profonde, non riconducibili ad arretratezza dei produttori, e non può in alcun modo essere considerato come pratica irresponsabile - scrivono i firmatari - All'opposto, si tratta di una tecnologia consolidata, basata su una profonda conoscenza della flora microbica del latte e della sua gestione nel processo produttivo, nonché del legame profondo che più in generale lega la biodiversità microbica, propria di agro-ecosistemi sani, alla salute degli animali e alla salute umana. Una approfondita conoscenza di questo modello produttivo può aiutare nel comprendere i fattori di rischio per la sicurezza alimentare, oltre a calare in modo appropriato le norme vigenti da parte di tecnici o organi di controllo direttamente in quel contesto produttivo specifico".
Il documento passa poi all'analisi degli apporti nutrizionali. "Il latte crudo, a differenza del latte pastorizzato, conserva vitamine termolabili, enzimi naturali e composti bioattivi sensibili al calore. Insieme ai formaggi a latte crudo, sono alimenti ad alta densità nutrizionale e vasta biodiversità microbica. Gli studi - si legge ancora - mostrano che i prodotti da latte crudo possiedono una microflora complessa, potenzialmente utile per la digestione e lo sviluppo di ceppi con attività probiotica, che genera un ecosistema naturale, più stabile e competitivo nei confronti dei patogeni, rispetto al latte pastorizzato. Tra i micronutrienti preservati troviamo le vitamine liposolubili A, D3, E, K, oltre alle vitamine del gruppo B (B1, B2, B6, B9, B12), più facilmente degradate dalla pastorizzazione. I formaggi da latte crudo, soprattutto quelli stagionati, concentrano ulteriormente vitamina K2, calcio, fosforo, zinco, magnesio e una vasta gamma di peptidi bioattivi prodotti da fermentazioni spontanee".
"Il latte crudo contiene inoltre enzimi attivi (lipasi, fosfatasi alcalina, lattoperossidasi), lattoferrina, lisozima, immunoglobuline e glutatione, fattori protettivi per digestione, immunità e stabilità microbica. La pastorizzazione inattiva gran parte di questi elementi" e "le evidenze suggeriscono che la pastorizzazione elimina anche i microrganismi benefici che contribuiscono alle proprietà funzionali dei latticini tradizionali", sottolineano le associazioni.
Sardegna al centro della ricerca internazionale, 5 università
coinvolte...
Blitz della Guardi di Finanza a Sassari, sequestrati 10kg di droga...

Nell'analizzare tutto lo "spettro delle malattie respiratorie, punto fondamentale del Forum, ci siamo soffermati" in modo particolare "sulla Bpco-Broncopneumopatia cronica ostruttiva e l'asma, per quanto riguarda il ruolo dei biologici e quello della triplice terapia, che rappresentano i cardini del trattamento delle patologie. Abbiamo poi trattato alcune patologie emergenti come le bronchiectasie e le fibrosi polmonari, in particolare le forme progressive, per le quali si sta cambiando il paradigma di gestione". Così Francesco Blasi, professore all'università Statale di Milano, direttore Dipartimento di Area medica e direttore della Pneumologia del Policlinico, descrive, quale presidente del XXIV Forum internazionale di pneumologia, i principali contenuti dell'evento che si è svolto in questi giorni nel capoluogo lombardo.
Uno dei focus principali ha riguardato il trattamento dell'asma severo associato a poliposi nasale e il ruolo delle nuove terapie biologiche che "consentono il controllo dell'infiammazione T2". Questa, spiega Blasi, "è l'infiammazione legata alla presenza degli eosinofili e a un'alterazione infiammatoria in cui" questo tipo di globuli bianchi "gioca un ruolo fondamentale su una serie di fattori infiammatori guidati in particolare dall'interleuchina 5 e dalle interleuchine 4 e 13". Questi farmaci stanno cambiando in modo significativo la gestione dei pazienti con asma grave. "In particolare, è emerso il concetto di remissione di patologia: il trattamento con il biologico consente, in una buona parte dei pazienti, la sospensione dell'uso dello steroide orale e potenzialmente anche la riduzione dello steroide inalatorio". Oggi, chiarisce l'esperto, "al centro di numerosi studi e analisi, anche nel contesto italiano, c'è il raggiungimento della remissione di patologia. E' stato valutato da diversi studi, ma noi abbiamo riportato in particolare la classificazione e la definizione del gruppo Sani, il gruppo italiano di studio dell'asma grave, che fornisce indicazioni e parametri per definire la stabilità completa e parziale" della patologia. I dati di letteratura, ma anche quelli di real world, quindi dalla pratica clinica, "mostrano che quando riduco in maniera significativa l'uso dello steroide orale riduco anche in maniera significativa le complicazioni legate al suo utilizzo - riporta Blasi - e, alla fine, risparmio risorse. Questa è un'informazione emersa in modo forte da diverse comunicazioni presentate al congresso".
Un altro aspetto che è emerso dall'evento milanese riguarda la potenziale capacità delle terapie biologiche di "modificare il decorso della malattia che è legato proprio al fatto che possiamo porre il paziente in remissione", sottolinea lo pneumologo. Il trattamento con il biologico può infatti condurre anche a un ritorno a fasi precedenti", quindi meno complicate, "di alcune caratteristiche dell'asma grave, come per esempio l'ispessimento della membrana basale". A supporto di questo aspetto, noto come 'disease modifyning', stanno emergendo nuovi dati di ricerca come quelli "di uno studio condotto con biopsie bronchiali. Questo è importante - precisa - perché risolvere l'ispessimento della membrana basale significa rendere il bronco molto più sensibile anche all’azione dei broncodilatatori e stabilizzarlo".
Nella gestione della Bpco è stata data particolare rilevanza al concetto di stabilità clinica della malattia, che significa "ridurre in maniera significativa gli episodi acuti del paziente e migliorarne la funzione respiratoria - illustra Blasi - Nel paziente con Bpco migliorare la funzione respiratoria non significa soltanto aumentare l'Fev1, che è l'indice fondamentale di funzione respiratoria, ma anche ridurre in maniera significativa il declino funzionale tipico della patologia e ridurre il numero di riacutizzazioni, andando verso quello che deve essere il target della terapia: zero riacutizzazioni". Questo "comporta un miglioramento della qualità della vita del paziente: migliora la sua performance fisica, riduce le ospedalizzazioni e riduce anche la mortalità".
Il fatto di portare i pazienti in una situazione ottimale di gestione della propria malattia "potrebbe aumentare l'aderenza al trattamento - osserva l'esperto - Tuttavia questo è un problema con molte sfaccettature, perché" l'aderenza "non è legata solo all'efficacia della terapia, ma anche a un corretto rapporto medico-paziente e alla comprensione della malattia da parte del paziente". Per questo motivo, per Blasi "non esiste un singolo intervento capace di migliorare da solo la continuità terapeutica" ed è quindi "necessario lavorare su più aspetti della malattia e anche sulla percezione che il paziente ha della propria condizione: quando stiamo meglio - evidenzia - tendiamo a smettere la terapia. In questi pazienti non deve essere così: anche quando stanno meglio devono continuare a fare la terapia, altrimenti torniamo indietro". A fare la differenza, conclude quindi Blasi, "non è solo l'efficacia della terapia, ma un insieme di interventi che nel loro complesso possono migliorare l’aderenza" e il successo terapeutico.

Il “virus dei crocieristi” colpisce ancora: un focolaio di norovirus ha infettato 150 persone a bordo della nave da crociera Star Princess, durante una crociera di sette giorni nei Caraibi partita il 7 marzo da Port Everglades, Florida, con oltre 4.300 passeggeri e circa 1.500 membri dell’equipaggio. Durante il viaggio, almeno 53 persone, tra cui 104 passeggeri e 49 membri dell’equipaggio, hanno manifestato sintomi come vomito e diarrea.
Secondo quanto riporta su X l'infettivologo Matteo Bassetti, "l'epidemia è stata segnalata ai Centers for Disease Control and Prevention (Ccd). Una volta identificati i casi, la compagnia di navigazione ha implementato misure sanitarie di emergenza, tra cui l’isolamento delle persone malate nelle loro cabine, l’intensificazione delle operazioni di sanificazione e disinfezione in tutta la nave e la raccolta di campioni di feci per le analisi. La nave è rientrata a Port Everglades il 14 marzo, dove è stata sottoposta a un’accurata pulizia prima del suo prossimo viaggio".
Secondo Bassetti, "il norovirus è un virus gastrointestinale altamente contagioso che si diffonde facilmente in ambienti affollati come navi da crociera, scuole e case di cura. Le epidemie si verificano spesso quando il cibo o le superfici vengono contaminate, o attraverso il contatto tra le persone".
Grazie al Lions Club Sassari Monteoro software utilizzato dalle
Breast in Ue...
Arrestato dalla polizia locale a Sassari, era evaso dai domiciliari...
Report sui dati 2025, nei 5 anni precedenti -40% professionisti...
Il progetto della rete degli scali sarà poi presentato al ministero...

Big match in Champions League. Oggi, martedì 17 marzo, il Manchester City ospita il Real Madrid - in diretta tv e streaming - nel ritorno degli ottavi di finale della massima competizione europea. La squadra di Guardiola scenderà in campo per provare a ribaltare la pesante sconfitta dell'andata, quando al Bernabeu la tripletta di Valverde permise al Blancos di Arbeloa di imporsi 3-0, avvicinando così la qualificazione ai quarti.
La sfida tra Manchester City e Real Madrid è in programma oggi, martedì 17 marzo, alle ore 21. Ecco le probabili formazioni:
Manchester City (4-2-3-1): Donnarumma; Khusanov, Ruben Dias, Guehi, O'Reilly; Rodri, Bernardo Silva; Semenyo, Cherki, Doku; Haaland. All. Guardiola
Real Madrid (4-4-2): Courtois; Alexander-Arnold, Rudiger, Huijsen, Fran Garcia; Valverde, Pitarch, Tchouameni, Arda Guler; Brahim Diaz, Vinicius. All. Arbeloa
Manchester City-Real Madrid sarà trasmessa in diretta televisiva e in esclusiva sui canali SkySport. Il match sarà visibile anche in streaming sull'app SkyGo e su NOW.

Il Chelsea ospita il Paris Saint-Germain in Champions League. Oggi, martedì 17 marzo, i Blues ospitano i parigini - in diretta tv e streaming - a Stamford Bridge nel ritorno degli ottavi di finale della massima competizione europea. Si riparte dal 5-2 del Parco dei Principi con cui la squadra di Luis Enrique, campione d'Europa in carica, si è aggiudicata il primo round del doppio confronto, avvicinando la qualificazione ai quarti.
La sfida tra Chelsea e Psg è in programma oggi, martedì 17 marzo, alle ore 21. Ecco le probabili formazioni:
Chelsea (4-2-3-1): Sanchez; Gusto, Fofana, Chalobah, Cucurella; James, Caicedo; Palmer, Fernandez, Garnacho; Joao Pedro. All. Rosenior
Psg (4-3-3): Safonov; Hakimi, Marquinhos, Pacho, Mendes; Zaire-Emery, Vitinha, Neves; Kvaratskhelia, Dembelé, Barcola. All. Luis Enrique
Chelsea-Psg sarà trasmessa in diretta televisiva e in esclusiva sui canali SkySport. Il match sarà visibile anche in streaming sull'app SkyGo e su NOW.

L'aumento delle temperature dovuto al cambiamento climatico potrebbe spingere milioni di adulti in tutto il mondo verso l'inattività fisica entro il 2050, ed essere collegato a circa mezzo milione di morti premature e a perdita di produttività per miliardi di dollari. E' quanto suggerisce la proiezione contenuta in uno studio pubblicato sulla rivista 'The Lancet Global Health'. Il pianeta sta diventando sempre più caldo per effetto del climate change, e questo crescente calore - avvertono gli autori - probabilmente influenzerà anche quanto le persone possono essere attive da un punto di vista fisico. La sedentarietà è già un grave problema di salute globale: circa 1 adulto su 3, infatti, non soddisfa le linee guida dell'Organizzazione mondiale della sanità per l'esercizio settimanale.
Lo studio ha analizzato i dati di 156 Paesi tra il 2000 e il 2022 per calcolare una stima dell'impatto dell'aumento delle temperature sull'attività fisica a livello globale. Il modello indica che entro il 2050 ogni mese aggiuntivo con una temperatura media superiore a 27,8 gradi centigradi aumenterebbe l'inattività fisica di 1,5 punti percentuali a livello globale e di 1,85 punti percentuali nei Paesi a basso e medio reddito, senza tuttavia un chiaro impatto in quelli ad alto reddito. Ciò si traduce in un numero previsto di 0,47-0,70 milioni di morti premature in più all'anno e in perdite di produttività comprese tra 2,40 e 3,68 miliardi di dollari.
L'aumento maggiore dell'inattività fisica, secondo la previsione, si registrerà ovviamente nelle regioni più calde come l'America Centrale, i Caraibi, l'Africa subsahariana orientale e l'Asia sud-orientale equatoriale, dove la sedentarietà potrebbe aumentare di oltre 4 punti percentuali per ogni mese trascorso con la colonnina che segna sopra i 27,8 °C. Si tratta però di proiezioni basate su modelli, precisano gli autori, ricavate da sondaggi sull'attività fisica auto-riferita e che tengono conto solo delle variazioni di temperatura. Pertanto, avvertono gli esperti, permangono notevoli incertezze circa l'impatto reale. Ciò che i risultati sicuramente suggeriscono - illustrano gli autori - è la necessità di intervenire per proteggere la popolazione dall'aumento delle temperature, ad esempio progettando città più fresche, offrendo spazi climatizzati a prezzi accessibili per l'esercizio fisico e fornendo consigli chiari su come proteggersi dal caldo estremo, oltre a ridurre le emissioni di gas serra.

La Corea del Sud non confina con l'Iran. Non ha soldati sul campo. Non è parte di nessuna alleanza militare in Medio Oriente. Eppure, nelle prime quattro giornate di borsa dopo l'inizio del conflitto, il suo mercato azionario ha perso il diciotto per cento del proprio valore, il calo più rapido dal 2008. Oltre cinquecento miliardi di dollari svaniti in pochi giorni. Non per via di missili o sanzioni. Per via dell'energia. È questa l'altra guerra che, oltre al prezzo del petrolio e della benzina, porta la crisi nel settore della tecnologia, soprattutto nella produzione di chip e nei data center.
Per capire cosa sta succedendo bisogna guardare una mappa. Lo Stretto di Hormuz è un corridoio d'acqua largo poco più di cinquanta chilometri, tra l'Iran e la penisola arabica. Da lì passa circa un quinto di tutto il petrolio mondiale. E da lì passa quasi tutto il petrolio che alimenta le fabbriche sudcoreane di chip. La Corea del Sud importa circa il settanta per cento del suo petrolio dal Medio Oriente, e praticamente tutto viaggia attraverso Hormuz. Quando lo stretto si è chiuso, il problema è diventato immediato. Le due grandi aziende sudcoreane di semiconduttori, Samsung e SK Hynix, insieme controllano l'ottanta per cento della produzione mondiale di un tipo di memoria fondamentale per l'intelligenza artificiale, e quasi il settanta per cento di un altro tipo usato in ogni computer e telefono del pianeta. Entrambe hanno perso oltre il venti per cento del loro valore in borsa nel giro di due giorni.
"La guerra in Iran non ha creato questo problema", scrivono Darcie Draudt-Véjares, ricercatrice del Carnegie Endowment for International Peace, e Tim Sahay, co-direttore del Net Zero Industrial Policy Lab alla Johns Hopkins University. "Ha semplicemente reso evidente quanto quella dipendenza sia diventata pericolosa".
Quello che il conflitto ha reso visibile non è una crisi nuova. È una crisi vecchia che nessuno aveva risolto. La Corea del Sud, pur essendo uno dei Paesi più avanzati al mondo nella produzione di tecnologia, produce ancora la maggior parte della sua energia bruciando petrolio e gas importati. Ha rimandato per anni il passaggio alle energie rinnovabili. Ora paga il conto. Il nuovo grande complesso industriale in costruzione a Yongin, a sud di Seul, destinato a diventare il più grande polo di produzione di chip al mondo e ad aprire in parte nel 2027, avrà bisogno da solo di sedici gigawatt di energia: circa il diciassette per cento di tutta la domanda nazionale al picco. Chi lo alimenterà, e con cosa, è una domanda ancora senza risposta definitiva.
Non è la prima volta che una crisi geopolitica mette in discussione la tenuta di queste filiere produttive. La pandemia aveva bloccato le fabbriche. La guerra in Ucraina aveva complicato l'accesso al neon, altro gas usato nella produzione di chip. Ogni crisi ha il suo materiale, il suo punto debole nascosto.
C'è poi un secondo fronte, quello delle materie prime usate direttamente nella produzione dei chip. Due in particolare sono sotto osservazione: l'elio e il bromo. Il 2 marzo scorso, alcuni droni iraniani hanno colpito un impianto nel Qatar. Non era una raffineria di petrolio, non era una base militare. Era una fabbrica di elio. Il Qatar produce oltre un terzo dell'elio mondiale. Dopo i droni iraniani, l'impianto di Ras Laffan è rimasto offline. Phil Kornbluth, presidente di Kornbluth Helium Consulting, ha detto che è ormai difficile immaginare uno scenario in cui l'interruzione duri meno di due o tre mesi, con altri quattro o sei mesi prima che le forniture tornino alla normalità.
L'elio è lo stesso gas che gonfia i palloncini, ma nelle fabbriche di chip serve a mantenere temperature e condizioni molto precise durante la lavorazione. Non ha sostituti pratici. Il bromo, invece, serve a incidere i circuiti sui chip. Quasi due terzi della produzione mondiale viene da Israele e Giordania, due Paesi al centro, in modi diversi, della crisi regionale.
"C'è un rischio moderato sui materiali critici. L'elio è quello che stiamo monitorando con più attenzione", ha detto Peter Hanbury, partner della divisione tecnologica di Bain & Company, alla Cnbc. "Il Qatar è una delle principali fonti. Canada e Stati Uniti sono anch'essi grandi fornitori", ha aggiunto, lasciando intendere che alternative esistono, ma richiedono tempo per essere attivate.
L'industria globale dei semiconduttori vale quest'anno circa mille miliardi di dollari. È su questa industria che poggiano il cloud, l'intelligenza artificiale, i pagamenti digitali e buona parte delle comunicazioni mondiali. Una interruzione prolungata delle forniture non sarebbe solo un problema economico. Sarebbe un problema di infrastruttura globale, e questa guerra sta mostrando con chiarezza quanto quelle infrastrutture siano fragili.
C'è però un altro problema, ancora meno visibile. Il primo marzo scorso, droni iraniani hanno colpito due strutture di Amazon Web Services negli Emirati Arabi Uniti e una terza in Bahrain. Non erano basi militari. Erano gli edifici dove vivono i dati di milioni di persone. Dopo gli attacchi, i residenti di Dubai e Abu Dhabi si sono svegliati senza poter pagare un taxi, ordinare da mangiare o controllare il proprio conto in banca. Nvidia ha chiuso temporaneamente i suoi uffici a Dubai. Google ha avuto decine di dipendenti bloccati nella stessa città per le cancellazioni dei voli.
Chris McGuire, che ha lavorato sulla sicurezza tecnologica al Consiglio per la Sicurezza Nazionale sotto Biden e oggi è ricercatore al Council on Foreign Relations, ha detto al Guardian che se le grandi aziende tecnologiche vogliono continuare a investire in Medio Oriente, dovranno farsi una domanda molto concreta: "Se si vuole davvero puntare sul Medio Oriente, forse significa mettere la difesa missilistica sui data center". "Questo è solo l'inizio degli attacchi ai data center", ha aggiunto McGuire. "Oggi sono l'obiettivo meno importante che saranno mai stati. Da qui in poi, con l'intelligenza artificiale sempre più centrale per l'economia e per le operazioni militari, la loro importanza non può che crescere". (di Angelo Paura)

Donald Trump aspetta risposte positive, ma il telefono squilla poco. Il presidente degli Stati Uniti continua a sollecitare la formazione di una coalizione internazionale, con il contributo primario della Nato, per liberare e aprire lo Stretto di Hormuz bloccato dall'Iran con la conseguente paralisi del commercio del petrolio nel Golfo Persico. L'aumento dei prezzi impone una soluzione al rebus, ma l'iniziativa di Trump fatica a decollare.
"Numerosi Paesi mi hanno detto che sono in arrivo. Li annunceremo presto: alcuni sono molto entusiasti, altri meno. Alcuni sono Paesi che abbiamo aiutato per moltissimi anni. Li abbiamo protetti da terribili minacce esterne, eppure non si sono mostrati così entusiasti. E il livello di entusiasmo è importante per me", dice Trump con dichiarazioni generiche: non è chiaro chi abbia dato la propria disponibilità e come intenda contribuire. "Dopo 40 anni che vi proteggiamo, non volete essere coinvolti in qualcosa di così insignificante, in cui verranno sparati pochissimi colpi perché gli iraniani non ne hanno più a disposizione? Io chiedo se hanno dragamine e mi dicono che preferirebbero non essere coinvolti", le argomentazioni del numero 1 della Casa Bianca.
Non è chiaro nemmeno per quale motivo Trump chieda l'intervento di altri paesi, Cina compresa, visto che "non ne abbiamo bisogno". "Voglio vedere come reagiscono", dice con l'ennesima giravolta verbale. "Ho sempre pensato che questa fosse una debolezza della Nato, il nostro compito era proteggerli. Ma ho sempre detto che, quando avremo bisogno di aiuto, loro non ci proteggeranno. Noi abbiamo costruito il più grande esercito del mondo e proteggiamo le persone. Se avessimo bisogno delle loro navi o di qualsiasi altra cosa, di qualsiasi mezzo che potrebbero avere, dovrebbero venire subito ad aiutarci perché noi li abbiamo aiutati per anni", dice. Il presidente non rende nota la lista nera degli 'ingrati', il compito probabilmente spetterà al segretario di Stato. "Saremo delusi da qualche nazione e vi diremo quali sono", dice Trump delegando l'incarico a Marco Rubio.
Il presidente non usa toni particolarmente gratificanti nemmeno per chi, a suo dire, si unirà all'impresa. Il Regno Unito, dice, non si è comportato bene. "Non sono contento di come ha agito, ma parteciperà", dice prima di bacchettare il premier britannico Keir Starmer. "Mi ha detto 'sto incontrando il mio team per decidere'. E gli ho detto 'perché devi vedere il tuo team?'. Sei tu il primo ministro, sei tu che devi prendere la decisione, non devi parlare con nessuno. Dopo che abbiamo distrutto le capacità militari dell'Iran e la zona è diventata molto più sicura, ha detto che avrebbe mandato due portaerei: gli ho detto 'no non le vogliamo più'... E' stato deludente", l'affondo di Trump. "Stiamo discutendo, con partner europei, del Golfo e gli Usa, e ovviamo dobbiamo valutare molte opzioni. Noi abbiamo già sistemi di sminamento autonomi nella regione, valutiamo opzioni ed esperienza, ma lavoriamo con gli alleati", dice Starmer nelle stesse ore.
Bene, ma non benissimo, il colloquio con il presidente francese Emmanuel Macron[1]. "Da 1 a 10, darei voto 8. Ma parliamo pur sempre della Francia, non ci aspettiamo la perfezione...", dice Trump, convinto che anche Parigi "aiuterà".
Trump il 31 marzo dovrebbe essere in Cina per la visita fino al 2 aprile. Il viaggio, con annesso incontro con Xi Jinping, potrebbe slittare. "Rinvieremo di poco probabilmente, magari un mese", dice Trump. " C'è una guerra in corso. Penso sia importante che io sia qui". Il rinvio sarebbe legato a motivi logistici e di opportunità, vista la guerra in corso, ma diventerebbe anche un segnale se la Cina - che secondo Washington dipende fortemente dal petrolio del Golfo - non aderisse all'appello. Pechino per ora si esprime con le parole del portavoce del ministero degli Esteri, Lin Jian. La Cina, dice, "una volta di più sollecita le parti a fermare immediatamente le operazioni militari, a evitare ulteriore escalation della situazione tesa e a evitare che il disordine regionale abbia un ulteriore impatto sull'economia globale. Stiamo comunicando con le parti coinvolte per lavorare a una de-escalation della situazione".
Categorica la posizione della Germania. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz esclude la partecipazione del paese alla guerra in ogni forma: "Non abbiamo il mandato delle Nazioni Unite, dell'Unione Europea o della Nato richiesto dalla Legge Fondamentale. E' stato dunque chiaro dall'inizio che questa guerra non è una questione che riguarda la Nato", dice nel corso di una conferenza stampa a Berlino. La Germania, ha quindi chiarito, non è stata consultata né dagli Stati Uniti né da Israele prima dell'inizio della campagna. Questo significa - prosegue - che non c'è mai stata una discussione sul "se" le truppe tedesche sarebbero state coinvolte. Per tale motivo "la questione del come la Germania potrebbe essere coinvolta militarmente qui non si pone".
Semaforo rosso anche dal Giappone. "Nell'attuale situazione con l'Iran, al momento non consideriamo l'avvio di un'operazione di sicurezza marittima", afferma il ministro della Difesa, Shinjiro Koizumi. "La domanda è quello che il Giappone dovrebbe fare di sua iniziativa e quello che sarebbe possibile nella nostra cornice legale, piuttosto che quello che sia richiesto dagli Stati Uniti", spiega la premier Sanae Takaichi spiegando di aver "chiesto a varie sezioni di diversi ministeri di valutare la cosa".
L'utilizzo delle Forze di autodifesa per missioni all'estero è una questione politicamente sensibile per il Giappone, nella cui Costituzione vi è l'articolo, imposto dagli Usa nel 1947 dopo la Seconda Guerra Mondiale, che sancisce la rinuncia formale alla guerra e vieta il mantenimento di forze armate. "Il governo giapponese sta attualmente considerando come adottare le necessarie misure - conclude la premier - ovviamente, queste saranno nell'ambito della legge giapponese, ma stiamo valutando come proteggere le navi collegate al Giappone e i loro equipaggi, e vedere quello che possiamo fare". No anche dall'Australia, mentre il dibattito in Corea del Sud è accompagnato da manifestazioni di protesta contro l'ipotesi di invio di navi.
L'Italia ha escluso la partecipazione alla guerra[2]. "Da una parte per noi è fondamentale, ovviamente, la libertà di navigazione, che è oggetto anche oggi di uno statement che è stato fatto con i nostri partner. Intervenire insomma significa oggettivamente fare un passo in avanti nel coinvolgimento", dice la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, a Quarta Repubblica su Rete4 alla fine della giornata caratterizzata dalla partecipazione del ministro degli Esteri, Antonio Tajani, al Consiglio Affari Esteri dell'Unione europea a Bruxelles. Nella riunione, dice il numero 1 della Farnesina, è stato espresso "l'auspicio di un rapido percorso per arrivare alla pace e stabilità in Medio Oriente. La via del negoziato diplomatico e del dialogo con i Paesi del Golfo è sempre più essenziale per promuovere la de-escalation e garantire la libertà di navigazione e la sicurezza marittima a Hormuz". Esclusa una modifica della finalità della missione europea Aspides: rimane nel Mar Rosso[3] e non sarà coinvolta a Hormuz.
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