
Ci sono stagioni che non appartengono solo alla storia dello sport, ma diventano memoria collettiva. Il 1996 è una di queste. La nuova produzione originale firmata Sky Sport '1996, L’anno di Del Piero' è un racconto intenso e coinvolgente che rievoca il periodo in cui Alessandro Del Piero diventa leggenda del calcio mondiale, definito da lui stesso l’anno che gli cambiò la vita. Appuntamento con il primo episodio oggi, martedì 6 gennaio, alle 17.15 e alle 22.15 su Sky Sport Uno, alle 20 (dopo Lecce-Roma) e a mezzanotte su Sky Sport Calcio, in streaming su NOW e disponibile on demand. Lunedì 12 gennaio seguirà il secondo episodio.
La voce narrante è quella di Alessandro Del Piero, in una sorta di monologo-flusso di coscienza, che pronuncia in piedi, al centro dello studio, circondato dalle immagini e dai contributi d’archivio di quella storica stagione. Il protagonista guardando, rivive momenti, spezzoni di interviste e telecronache, e ci porta dietro le quinte di quanto successo, con una prospettiva del tutto nuova, trent’anni dopo.
Attraverso la propria voce, il campione bianconero e azzurro ripercorre un momento magico della sua carriera svelando dettagli mai raccontati prima. Al centro della storia c’è la Champions League vinta a Roma al termine della finale contro l’Ajax e decisa ai calci di rigore: Del Piero è il capocannoniere della squadra in quella competizione e il simbolo di una Juventus giovane e affamata, capace di tornare sul tetto d’Europa dopo undici anni. Una notte indimenticabile, quella del 22 maggio 1996 all’Olimpico, culminata con Gianluca Vialli che alza la coppa.
Pochi mesi dopo arriva la consacrazione definitiva a Tokyo, con la vittoria della Coppa Intercontinentale contro il River Plate: è proprio un gol di Del Piero a regalare ai bianconeri il titolo di campioni del mondo per club. Nel racconto trovano spazio anche il rapporto con Roberto Baggio, che in quella stagione lasciò la Juventus per il Milan, la sfida contro il Real Madrid nei quarti di finale di Champions e i profondi cambiamenti della squadra. Una Juventus protagonista anche sul mercato, capace di rinnovarsi con innesti importanti come Zidane e Boksic, dopo aver salutato figure chiave come Vialli e Ravanelli, aprendo così un nuovo ciclo vincente. Il racconto prende forma grazie a una potente e accurata ricostruzione d’archivio, un vero e proprio museo virtuale, ricreato in studio anche per mezzo dell’intelligenza artificiale, che restituisce l’energia di un’epoca, la magia degli stadi, l’esplosione emotiva di un talento allora poco più che ventenne, già capace di affacciarsi alla scena internazionale.
Programmi televisivi, parole di compagni e avversari pre e post partita, recuperate in mesi di lavoro d'archivio. E poi, per entrare ancora meglio dentro al senso di quel 1996 per Del Piero e per il valore che quell’anno ha avuto per il calcio italiano e mondiale, ecco quattro contributi importanti che fungono da analisi storica che accompagna il grande numero 10 della Juventus. Stiamo parlando di quattro grandi giornalisti che, 30 anni fa, hanno vissuto quei momenti da cronisti, telecronisti e inviati e ne ripercorrono i dettagli e il contesto. Una vera e propria ricostruzione che non tocca solo il campo di calcio, ma anche i risvolti politici e sociali di quell’anno a metà dei ’90. E così ad alternarsi nelle due puntate ci sono due giornalisti televisivi che hanno raccontato agli italiani quelle imprese. Bruno Longhi, storica voce di Mediaset che raccontò la notte di Roma con la vittoria dell’ultima Champions League da parte della Juventus, e Massimo Marianella che sempre nel 1996, da Tokyo per Telepiù, fu il telecronista del gol con cui Del Piero decise la coppa Intercontinentale contro il River Plate.
A Tokyo - per Tuttosport - era inviato anche Darwin Pastorin che celebra quella Juventus e quel giovane campione raccontando molte storie raccolte giorno dopo giorno, vissute al fianco a quella squadra così vincente, guidata da Marcello Lippi. Infine, Paolo Condò, oggi una delle prime firme, commentatore di Sky Sport, ma che nel 1996 era inviato per la Gazzetta dello Sport al seguito dei più importanti eventi sportivi. '1996, L’anno di Del Piero' non è solo un programma televisivo sul calcio. È una storia di talento, destino e forte identità. Un omaggio al campione e a quell’attimo preciso in cui un calciatore diventa eterno.

La Befana porta freddo e neve sull'Italia secondo le previsioni meteo di oggi, 6 gennaio 2026. Avremo anche tanta pioggia tra Sardegna, Lazio e Campania; una giornata dell’Epifania con il maltempo.
Lorenzo Tedici, meteorologo responsabile media de iLMeteo.it[1], conferma un ulteriore peggioramento delle condizioni meteo, con deboli o moderate nevicate a quote collinari (localmente qualche fiocco fino in pianura) in Emilia Romagna, con accumuli di 10-15 cm sull’Appennino Romagnolo; nevicherà in modo più intenso nelle Basse Marche con 25-30 cm in montagna ma con accumuli discreti fino a quote collinari; la dama bianca cadrà anche in Umbria, Toscana (qui in particolare sulle province di Arezzo e Siena), in Abruzzo e sull’appennino laziale: prudenza dunque su tutte le regioni centrali, soprattutto sulle strade che attraversano la dorsale appenninica.
Le temperature caleranno al Centro-Nord, saranno ancora decisamente eccezionali al Sud: si prevedono fino a 19 gradi in Sicilia, tra 15 e 18°C sul resto del meridione. Da mercoledì 7 gennaio il freddo dilagherà anche verso il Sud e porterà delle nevicate sugli Appennini meridionali oltre i 700-900 metri: sarà vero inverno ovunque.
Questo inizio 2026 con il botto, con un freddo stile anni ‘80, durerà però poco: da venerdì le temperature subiranno un repentino rialzo anche di 10°C e attenzione, a causa della neve caduta in montagna e in collina (che fonderà con l’aumento delle temperature) e in seguito alle piogge eccezionali di questi ultimi giorni sul Centro Italia (Lazio ed Abruzzo in primis), si teme un ulteriore aumento del rischio idraulico e idrogeologico su alcune regioni.
Un gennaio, dunque, diverso dal solito, con freddo polare ma anche con precipitazioni abbondanti: bizzarrie dell’inizio 2026, meglio controllare sempre il bollettino di criticità della Protezione Civile Nazionale (www.protezionecivile.gov.it), questo mese sembra decisamente anomalo e pericoloso.
NEL DETTAGLIO
Martedì 6. Al Nord: possibile neve a bassa quota su Emilia Romagna. Al Centro: piogge e neve in collina. Al Sud: piogge sparse.
Mercoledì 7. Al Nord: soleggiato, più nubi sulla Romagna. Al Centro: forti piogge e neve a bassa quota sulle adriatiche. Al Sud: piogge e temporali, neve in alta collina.
Giovedì 8. Al Nord: soleggiato; nevicate sulle Alpi di confine (specie Valle d’Aosta). Al Centro: poche nubi. Al Sud: ancora maltempo specie tra Calabria e Sicilia.
Tendenza: nuove piogge ma forte rialzo termico da venerdì (fino a 10°C in più).
La Juve torna in campo in Serie A. Oggi, martedì 6 gennaio, la squadra di Spalletti affronta il Sassuolo al Mapei Stadium nell'anticipo della diciannovesima giornata di campionato. I bianconeri, reduci dal pareggio contro il Lecce, vanno a caccia di 3 punti pesanti in ottica quarto posto Champions, mentre i neroverdi cercheranno di tornare a una vittoria che manca da un mese (ultimo successo il 6 dicembre, contro la Fiorentina). Ecco orario, probabili formazioni e dove vedere Sassuolo-Juve.
Sassuolo-Juve, orario e probabili formazioni
Ecco le probabili formazioni di Sassuolo-Juve, in campo stasera alle 20:45:
Sassuolo (4-3-3) Muric; Walukiewicz, Idzes, Muharemovic, Doug; Thorstvedt, Matic, Lipani; Fadera, Pinamonti, Laurienté. All. Grosso
Juventus (4-2-3-1) Di Gregorio; Kalulu, Bremer, Koopmeiners, Cambiaso; Locatelli, Thuram; Zhegrova, McKennie, Yildiz; David. All. Spalletti
Sassuolo-Juve, dove vederla
Sassuolo-Juve sarà disponibile su Dazn, ma anche su Sky per gli abbonati con Zona Dazn (canale 214). Partita visibile in streaming sull'app di Dazn.

Vertice dei 'Volenterosi' per l'Ucraina, oggi, martedì 6 gennaio, a Parigi con per rendere più concreti gli impegni di sicurezza per l’Ucraina e pianificare una forza multinazionale in caso di cessate il fuoco con la Russia.
Nella capitale francese sono attesi il presidente ucraino Volodymyr Zelenskyj e oltre 27 leader internazionali, insieme ai negoziatori statunitensi di alto livello Steve Witkoff e Jared Kushner. Presente anche la premier Giorgia Meloni. L’obiettivo è rafforzare una posizione comune tra Ucraina, Europa e Stati Uniti, da presentare successivamente a Mosca.
I colloqui per porre fine al conflitto hanno subito un’accelerazione da novembre, ma finora emergono pochi segnali di apertura da parte russa. Le dispute territoriali restano il principale nodo irrisolto e i combattimenti continuano senza un rallentamento significativo.
Secondo una nota inviata alle 35 delegazioni partecipanti, il vertice si concentrerà sulla creazione di una forza multinazionale da dispiegare in Ucraina in caso di cessate il fuoco, in coordinamento con Kiev e con il supporto degli Stati Uniti. Sul tavolo anche un pacchetto più ampio di garanzie di sicurezza, inclusi impegni vincolanti in caso di una nuova aggressione russa.
Nuovi attacchi incrociati
Nel frattempo un attacco ucraino con droni ha colpito nella notte la città russa di Tver, causando un morto e due feriti. Lo ha riferito il governatore ad interim Vitaly Korolev, secondo cui frammenti di un drone abbattuto hanno innescato un incendio in un edificio residenziale: una persona è deceduta e altre due sono state soccorse sul posto. È stata avviata un’indagine sull’accaduto.
Il raid è avvenuto alla vigilia della riunione di Parigi tra i leader Volenterosi, volta a cercare un avanzamento su un piano per porre fine al conflitto. Il ministero della Difesa russo ha dichiarato che nella notte sono stati intercettati 129 droni ucraini in oltre 20 regioni, tra cui Bryansk e Belgorod, al confine con l’Ucraina.
Zelensky silura il capo dei servizi.
Zelensky ieri ha rimosso il capo del servizio di sicurezza SBU, Vasyl Malyuk[1], in un ampio rimpasto dei vertici militari e di intelligence. Malyuk, coinvolto in operazioni chiave come l’attacco “Spiderweb” alle basi russe nel 2025, resterà comunque nella struttura in un nuovo ruolo. La mossa fa parte di una più ampia strategia di Kiev per accelerare l’efficacia difensiva mentre la guerra continua.

Non c'è soltanto la vecchina che di notte, calandosi dal camino, riempie di dolci o di carbone le calze lasciate dai bambini prima di andare a dormire. Non c'è soltanto la donna piegata su sé stessa che 'a bordo' di una scopa fa il giro delle case con il suo carico di delizie per tutti i palati. La nostra Befana, che arriva immancabile nella notte tra il 5 e il 6 gennaio, nel mondo è in buona compagnia. Dagli elfi islandesi ai Re Magi spagnoli, infatti, sono tanti i modi in cui viene celebrata l'ultima notte delle feste, quella che segna di fatto la fine della pausa invernale. Il ricordo della visita dei re Magi a Gesù Bambino nella grotta di Betlemme - che nella tradizione popolare italiana è associata alla comparsa dell'anziana che 'vien di notte con le scarpe tutte rotte' - è celebrato in mille forme diverse da un Paese all'altro. Qualche esempio? Dal profondo Nord ai Paesi più vicine a noi - come la Spagna e la Francia - fioccano riti diversi, ciascuno con una sua peculiarità.
In Islanda
In Islanda, tanto per cominciare, l'Epifania è una questione di giorni. Tredici elfi nordici, chiamati Jólasveinar, ogni notte a partire dal 12 dicembre scendono uno a uno dalla montagna per fare scherzi e lasciare dolci ai bambini. Dopo il 25 dicembre, nei giorni che trascorrono dal Natale all'Epifania, compiono sempre uno a uno il percorso inverso tornando quindi a casa. Il 6 gennaio è il giorno in cui anche l'ultimo elfo lascia la città. È la fine delle feste che vengono salutate con una fiaccolata - cui partecipano anche il Re e la Regina degli elfi - che termina con un falò e dei fuochi d'artificio. Il classico paesaggio invernale, con le città sommerse sotto cumuli di neve fresca, viene animato quindi dagli Jólasveinar, gli elfi nordici. Si tratta di personaggi pittoreschi, figli dei troll Grýla, esseri inizialmente molto cattivi e minacciosi, che con il passare del tempo si sono addolciti.
In Francia
In Francia la questione dell'Epifania è un 'affaire' culinario. La visita dei Re Magi, per i nostri cugini transalpini, è il momento in cui si gusta la 'Gallette de Rois': una torta fatta con pasta sfoglia ripiena di crema frangipane alle mandorle. Secondo la tradizione la persona più giovane distribuisce le porzioni. Una fetta, però, viene sempre lasciata intatta per uno sconosciuto o un povero che dovesse passare. Questa fetta è 'la part du bon Dieu', ovvero 'la parte del buon Dio'. Ma c'è ancora un aspetto curioso. Nella torta si mette una fava: il fortunato che la troverà sarà il Re o la Regina della festa.
I Re Magi in Europa
In Spagna, invece, come da noi, il 6 gennaio si torna in qualche modo alla casella di partenza: dopo i regali di Natale arrivano quelli dei Re Magi. I bambini, la mattina presto, corrono a vedere i doni lasciati dai tre saggi provenienti dal lontano Oriente. Anche in Romania l'elemento centrale del 6 gennaio è l'arrivo dei Re Magi. Un avvenimento festeggiato dai bambini che, bussando di porta in porta, chiedono di poter entrare per raccontare qualche storie e ricevere piccoli regali in cambio.
Alla celebrazione dei Re Magi non sfugge neanche la Germania. Tradizione vuole che, nelle regioni cattoliche, i sacerdoti visitino le case per benedirle raccogliendo in cambio donazioni. I bambini, intanto, partecipano ai canti tradizionali o allestiscono presepi itineranti.
La Befana in Sudamerica
La Befana, con le sue cerimonie e consuetudini, è una vera 'viaggiatrice'. Allontanandosi dal Vecchio Continente, per approdare in Sudamerica, si può fare tappa in Messico dove il 6 gennaio coincide con 'El Dia de los Reyes', l'arrivo dei Re Magi. Per l'occasione si prepara la 'Rosca de Reyes', una ciambella che ricorda una corona con all'interno una figura di Gesù Bambino. Anche in altri Paesi dell'America Latina l'Epifania ha il suo posto d'onore nel calendario.
In Argentina, Paraguay e Uruguay è il giorno dei Re: i bambini lasciano le scarpe vicino alla porta nella speranza di ritrovarle, il giorno dopo, colme di regali; in Cile è il 'Día de los Tres Reyes Magos' ('il giorno dei tre Re Magi') o 'La Pascua de los Negros', ovvero il 'giorno sacro degli uomini neri'. La definizione non allude a un fatto religioso. Ma al fatto che, nel giorno dell'Epifania, in tempi lontani agli schiavi era permesso di non lavorare. Ancora una curiosità: nei Paesi Bassi si usa lasciare aperte le porte e le finestre per fare entrare la buona fortuna dell'anno appena cominciato. (di Carlo Roma)

Dopo il Venezuela, la Groenlandia? Donald Trump volta pagina dell'atlante e cerchia in rosso l'isola, territorio danese autonomo. Il presidente degli Stati Uniti, dopo aver accantonato il tema per mesi, negli ultimi giorni è tornato alla carica. "Dirò solo una cosa: abbiamo bisogno della Groenlandia a livello strategico, dal punto di vista della sicurezza nazionale. E la Danimarca non è in grado di garantirla. Sapete cosa ha fatto la Danimarca? Ha aggiunto una slitta", la risposta di Trump alle domande dei giornalisti.
Per la Casa Bianca, la Groenlandia è un pilastro della 'national security' vista la presenza sempre più minacciosa di Russia e Cina nell'Artico. Il presidente degli Stati Uniti si lascia sfuggire una deadline che, per quanto vaga, non passa inosservata: "Parleremo della Groenlandia in 20 giorni". Quindi, il messaggio che riguarda l'Unione Europea: "All'Ue serve che noi" controlliamo "la Groenlandia. E lo sa".
Se gli Stati Uniti attaccassero un Paese della Nato, sarebbe la fine di "tutto", avverte la premier danese, Mette Frederiksen. Più articolata, ma altrettanto perentoria, la replica del primo ministro della Groenlandia, Jens Frederik Nielssen: "Adesso basta"[1], dice il premier. "Basta pressioni. Basta allusioni. Basta fantasie di annessione. Siamo aperti al dialogo. Siamo aperti alla discussione. Ma tutto questo deve avvenire attraverso i canali appropriati e nel rispetto del diritto internazionale", scrive su Facebook. Più tardi, Nielsen usa toni più morbidi: "La situazione non è tale che gli Stati Uniti possano conquistare la Groenlandia. Non è questo il caso. Pertanto, non dobbiamo farci prendere dal panico. Dobbiamo ripristinare la buona cooperazione che avevamo un tempo. Dobbiamo cercare di ristabilire i contatti".
Per Trump, l'Ue sa che il controllo americano sull'isola è necessario. No, a giudicare dalle posizioni espresse a Bruxelles. "Abbiamo ascoltato quelle dichiarazioni. Non sono informata di alcuna discussione con gli Usa da parte dei nostri rappresentanti su questo tema", dice una portavoce della Commissione europea. "Ancora una volta, la Groenlandia ha la sua autonomia e, naturalmente, ogni Paese può essere molto interessante da molti punti di vista, ma questo non dovrebbe innescare alcun interesse che vada oltre, ad esempio, l'interesse commerciale, gli investimenti, eccetera. Nulla che vada oltre questo", ribadisce la portavoce.
Anche il Regno Unito, al di fuori del perimetro dell'Unione, "sostiene" la Danimarca, che "fa bene" a respingere le rivendicazioni di Trump, dice il primo ministro britannico Keir Starmer: "Sostengo" la premier danese Mette Frederiksen, "solo la Groenlandia e il Regno di Danimarca e solo loro devono decidere il futuro della Groenlandia".

La Colombia, il Messico, l'Onu. Donald Trump, dopo l'operazione a Caracas con la cattura di Nicolas Maduro, non si ferma. Il presidente degli Stati Uniti si concentra sul Venezuela, indicando le priorità per ricostruire il paese, e invia messaggi chiari, riassunti da un post del Dipartimento di Stato: "Questo è il nostro emisfero, il presidente Trump non consentirà che la sicurezza venga minacciata". E', in sintesi, l'evoluzione della Dottrina Monroe: il giardino degli Usa, una volta rappresentato dall'America Latina, esiste ancora. E potrebbe allargarsi, a giudicare dalle mire sulla Groenlandia.
"In Venezuela comandiamo tutto"
Il blitz del 3 gennaio in Venezuela, secondo Trump, consente di assestare un colpo letale alla rete di narcotraffico legata a Maduro. "Voglio portare la pace", dice il presidente degli Stati Uniti, che riassume in una frase la strategia per costruire il Venezuela 2.0: "We're gonna run everything". "Gestiremo tutto". Formalmente, gli Usa mirano a garantire una transizione fluida. La presidente ad interim Delcy Rodriguez, 'approvata' da Washington, deve però muoversi entro un perimetro chiaramente definito[1].
Per Washington, si parla soprattutto di economia e in particolare di petrolio. Tutto il resto è secondario. "Stiamo parlando con le persone, non chiedetemi chi comanda perché vi darei una risposta controversa: comandiamo noi. Dobbiamo rimettere il Venezuela in piedi, è un paese morto in questo momento. Servono investimenti massicci delle compagnie petrolifere per ripristinare le infrastrutture", dice Trump.
Cosa deve fare Delcy Rodriguez? "Abbiamo bisogno di totale accesso al petrolio e ad altre cose. Noi eravamo pronti per un secondo attacco. Eravamo pronti e siamo pronti: se non si comportano bene, attaccheremo per la seconda volta. Rodriguez dovrà fronteggiare una situazione peggiore rispetto a quella di Maduro, che ha alzato le mani e si è arreso", il messaggio.
L'Onu critica gli Usa, a Trump non importa
Il blitz di Caracas viene stigmatizzato dall'Onu, attraverso le parole del segretario generale Antonio Guterres. "Rimango profondamente preoccupato per il mancato rispetto delle norme del diritto internazionale", dice nel corso della riunione d'emergenza del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite dedicata alla crisi in Venezuela. "Sono profondamente preoccupato per il possibile aggravarsi dell'instabilità nel Paese, il potenziale impatto sulla regione e il precedente che potrebbe creare per le relazioni tra gli Stati", aggiunge Guterres nell'intervento letto dalla sottosegretaria Onu per gli Affari Politici, Rosemary Di Carlo.
Agli Stati Uniti, tutto questo interessa poco: "Non permetteremo che l'emisfero occidentale venga usato come base operativa per gli avversari, i concorrenti e i rivali della nostra nazione", dice l'ambasciatore Usa alle Nazioni Unite, Mike Waltz.
Colombia, Cuba, Messico: ce n'è per tutti
Trump tira dritto e invia telegrafici messaggi agli altri inquilini del 'suo' emisfero. "La Colombia è guidata da un uomo malato, è un paese che produce cocaina. Ma non lo farà ancora per molto. Un'operazione in Colombia? Suona bene...", dice. Il siluro al presidente Gustavo Petro è pesantissimo. Il leader colombiano, però, non si limita ad incassare: "Sebbene non sia stato mai militare, conosco la guerra e la clandestinità. Ho giurato di non toccare più un'arma dall'Accordo di pace del 1989, ma per la Patria riprenderò le armi", scrive Petro, ex membro del gruppo di guerriglieri M-19. in un lungo post su X.
"Non sono illegittimo, né sono un narcotrafficante, come beni ho solo la mia casa di famiglia che sto ancora pagando con il mio stipendio. I miei estratti conto bancari sono pubblici. Nessuno può dire che ho speso più del mio stipendio. Non sono avido", prosegue Petro, dicendo di avere "enorme fiducia" nel popolo colombiano a cui "ho chiesto di difendere il presidente da qualsiasi atto violento e illegittimo. L'ordine alle forze dell'ordine è di non sparare al popolo, ma all'invasore".
Trump liquida Cuba in poche parole: "Molti cubani sono molti a Caracas, sono stati uccisi mentre cercavano di proteggere Maduro. Cuba è pronta a cadere. E' tutto legato al petrolio venezuelano e non ne stanno ricevendo".
Quindi, il Messico. Il vicino degli Stati Uniti torna ciclicamente nel mirino del presidente americano. "I cartelli sono molto forti in Messico, dobbiamo fare qualcosa. Amiamo il Messico, ma la droga passa per là". La presidente Claudia Sienbaum "ha un po' paura, è una splendida persona. I cartelli comandano in Messico". La risposta? "Le Americhe non appartengono a nessuna potenza", dice Sheinbaum. "Il continente americano appartiene ai popoli di ciascuno dei Paesi che ne fanno parte". Basterà per frenare Trump?

Pioggia, freddo e neve anche a quote basse. E con il maltempo, nel giorno dell'Epifania, oggi 6 gennaio 2026 scatta l'allerta meteo per il rischio in particolare di nubifragi al Centro-Sud con riflettori puntati su Roma. A delineare il quadro provvede Mattia Gussoni, meteorologo de iLMeteo.it. "Il freddo e maltempo continueranno ancora per un po' di giorni e ci aspettiamo nevicate sino in pianura in particolare sull'Emilia Romagna e sul Friuli orientale e a bassa quota, cioè fino a quote collinari, su Toscana, Marche e Abruzzo", dice Gussoni all'Adnkronos, sottolineando che bisognerà fare i conti "ancora con la pioggia sul resto del Centro sud con rovesci e temporali molto intensi in particolare sul Lazio e sulla Toscana".
"Sul Lazio c'è l'allerta arancione della Protezione civile in particolare per Roma, Frosinone e Latina con fenomeni particolarmente intensi. Sulle regioni del nord andremo verso un graduale aumento, arriverà il sole ma farà freddo sin dal primo mattino, mentre al centro sud ci vorrà un poco più di tempo e fino alla fine della settimana ci saranno nuovi temporali con nevicate a quote collinari", dice Gussoni facendo riferimento per sommi capi all'allerta meteo.
L'allerta
Nel dettaglio, sottolinea la Protezione Civile, vengono adottati provvedimento per "precipitazioni diffuse, soprattutto sulle regioni tirreniche centro-meridionali, mentre sulle regioni centrali le temperature in calo causeranno nevicate fino a quote collinari".
Dalle prime ore di martedì, secondo il bollettino, temporali in agguato su Lazio, Molise, Campania, Basilicata e Calabria settentrionale. "L'avviso prevede inoltre nevicate in calo fino a quote di 300-400 m, e localmente fino a livello del mare, su Emilia-Romagna orientale, Marche, Umbria e Toscana orientale, in estensione dal pomeriggio all'Abruzzo e al Lazio orientale". Sulla base delle previsioni, per il 6 gennaio scatta l'allerta arancione meteo-idro su settori del Lazio e del Molise e allerta gialla su gran parte del Centro-Sud: sono interessate Marche, Umbria, Campania, Calabria e Sicilia, oltre ancora a Lazio e Molise.
Ordinanza a Roma
Viste le previsioni meteo per Roma il sindaco Roberto Gualtieri ha firmato un’ordinanza che prevede divieto di svolgimento di attività aggregative ludico-ricreative o a carattere sportivo (non agonistiche), su aree pubbliche o su aree aperte al pubblico esposte ai fenomeni meteorici; divieto di accesso, transito o circolazione alle aree verdi, ai giardini, ai parchi e alle ville storiche; divieto di svolgimento di qualunque attività, già preventivamente autorizzata, nelle aree sottostanti ai carichi sospesi ed alla chioma delle alberature e nel raggio di loro potenziale caduta; chiusura al pubblico dei cimiteri cittadini, fatta salva l’esigenza di assolvimento di adempimenti improcrastinabili concernenti i servizi funebri e le attività di polizia mortuaria.
Lunga la lista di raccomandazioni destinate ai cittadini: evitare sottopassi, argini di fiumi, fossi o canali e zone a rischio allagamento; in casa, evitare seminterrati e non sostare a lungo sui balconi; all'aperto, cercare un luogo elevato e riparato ma non sotto le alberature o sotto i i carichi pendenti; cercare di rimanere in una posizione riparata, evitando così di essere colpiti dall’eventuale caduta di oggetti; evitare l’attraversamento e la sosta nelle aree verdi e strade alberate per il possibile verificarsi di rotture di rami, anche di grandi dimensioni, o cadute di alberi che potrebbero colpire le persone o intralciare le strade; prestare cautela nell’avvicinarsi alle zone costiere e ai litorali evitando di sostare su pontili e moli; prestare cautela alla guida di autoveicoli –specie se telonati e caravan- e motoveicoli, al fine di evitare possibili sbandamenti a causa delle raffiche di vento, all’occorrenza, fermarsi; tenersi informati sull’evoluzione della situazione e seguire le indicazioni fornite dalle Autorità.

"Sono stato rapito. Sono un prigioniero di guerra, sono innocente e sono un uomo perbene. Sono ancora il presidente del Venezuela". Nicolas Maduro si è presentato in aula a New York per la prima udienza del processo in cui è imputato con la moglie Cilia Flores. La coppia, catturata nelle prime ore del 3 gennaio a Caracas, si è dichiarata non colpevole davanti al giudice Alvin Hellerstein, 92 anni, in relazione a tutti i 4 capi d'accusa, compreso quello relativo al narcotraffico.
Lo show con le 'finte manette'
Maduro, con i piedi incatenati, è entrato in aula alle 12 locali scortato dagli US Marshal. Niente telecamere, niente fotografi: a raccontare l'udienza, i giornalisti ammessi in aula. Pantaloni color cachi forniti dal carcere, una maglietta blu navy a maniche corte sopra una maglietta arancione. Anche le scarpe di tela del leader venezuelano erano arancioni, un colore che le autorità carcerarie destinano ai detenuti ad alto rischio o che richiedono misure speciali di sicurezza.
Maduro non è mai stato ammanettato, dettaglio insolito per i detenuti federali in custodia cautelare. Le caviglie, invece, erano incatenati. L'imputato, secondo il Washington Post, ha compiuto un gesto 'teatrale' mentre veniva condotto in aula ha finto di essere ammanettato: ha portato le mani dietro la schiena unendo i polsi, che in realtà erano totalmente liberi.
I media presenti hanno descritto un Maduro a tratti nervoso, a giudicare dalle mani in costante movimento. Per lunghi tratti, ha scarabocchiato e preso appunti su un blocco giallo, che probabilmente potrà tenere. Allo stesso tempo, l'imputato ha effettuato le prime mosse per testare i limiti di azione nell'ambito del procedimento. In spagnolo, ha provato a rilasciare una sorta di dichiarazione spontanea alzandosi in piedi. "Ci sarà tempo e luogo", ha detto il giudice, limitandosi a chiedere le generalità: "Voglio solo sapere una cosa. Lei è Nicolas Maduro Moros?". "Sono Nicolas Maduro Moros", la risposta che ha sostanzialmente consentito al giudice di chiudere l'udienza durata poco più di mezz'ora[1].
Gli imputati non hanno chiesto la libertà su cauzione, potrebbero farlo più avanti, magari nell'udienza in calendario il 17 marzo. Maduro e la moglie, che si è definita "la primera dama della Repubblica del Venezuela" in linea con le dichiarazioni del marito, hanno chiesto una visita consolare in carcere. Maduro non ha nascosto la sua sorpresa quando gli sono stati letti i suoi diritti: "Non ne ero a conoscenza".
I legali hanno sollecitato anche controlli medici: Maduro è apparso zoppicante subito dopo l'arrivo a New York nella serata del 3 gennaio, Cilia Flores ha "gravi contusioni alle costole" e "avrà bisogno di cure adeguate" mentre è detenuta nel Metropolitan Detention Center di Brooklyn. Secondo i media Usa, la donna avrebbe un livido sul volto. A udienza finita, spazio anche per un fuoriprogramma. Un uomo, identificato come il 33enne Pedro Rojas, ha urlato in spagnolo a Maduro "pagherai per i tuoi crimini". La risposta è stata immediata: "Conquisterò la libertà".
Rodriguez giura da presidente a Caracas
A Caracas, intanto, il Venezuela volta pagina. Delcy Rodriguez, 'osservata speciale' da Donald Trump per la ricostruzione del paese[2], ha prestato giuramento come presidente ad interim. I media locali precisano che l'ex vice presidente ha giurato davanti al fratello Jorge Rodriguez, rieletto presidente dell'Assemblea Nazionale, il Parlamento di Caracas. All'inizio della seduta, i deputati hanno scandito lo slogan "Vamos Nico" (Forza Nico) a sostegno di Maduro. L'Assemblea ha anche tributato una standing ovation quando è stato indicato il posto vuoto di Cilia Flores. Delcy Rodriguez ha definito Maduro e la moglie "due eroi" e ha promesso di garantire la pace nel Paese, "la tranquillità spirituale, la tranquillità economica e sociale del nostro popolo". La leader ha anche affermato di assumere l'incarico "con dolore per la sofferenza causata al popolo venezuelano dopo un'illegittima aggressione militare contro la nostra patria".
E' stato però Jorge Rodriguez a promettere di esplorare ogni via per "riportare indietro" Maduro. "La mia funzione principale nei giorni a venire... come presidente di questa Assemblea nazionale, sarà quella di ricorrere a tutte le procedure, a tutte le piattaforme e a tutte le vie per riportare indietro Nicolas Maduro Moros, mio fratello, il mio presidente", ha detto ai parlamentari.
Nell'asse tra due famiglie, Nicolas Maduro Guerra, figlio del leader, ha espresso il suo "sostegno incondizionato" alla presidente ad interim Delcy Rodriguez. "A te, Delcy Eloina, il mio sostegno incondizionato per il durissimo compito che ti è stato assegnato. Conta su di me", ha detto nel corso della sessione. Trattenendo le lacrime, ha poi aggiunto: "La patria è in buone mani, papà, e presto ci riabbracceremo qui in Venezuela".
L'influenza, con la variante K, rimane protagonista anche nei primi giorni del 2026 costringendo a letto migliaia di italiani. Il brusco calo delle temperature può portare a un aumento dei malanni di stagione, soprattutto delle infezioni respiratorie, ma non a un nuovo picco di influenza.
"Con il freddo è probabile vedere qualche caso in più di raffreddore e di infezioni respiratorie, anche di origine virale - spiega Massimo Andreoni, direttore scientifico della Simit (Società italiana di malattie infettive e tropicali), all'Adnkronos Salute - ma non ci sarà una nuova impennata dell'influenza stagionale. Il picco è già stato raggiunto tra Natale e Capodanno e, dopo un calo dei casi, non si è mai osservata una nuova risalita".
Questo però non significa abbassare la guardia. "Con le basse temperature non bisogna scherzare – avverte l'esperto – perché l’aria fredda favorisce le infezioni delle vie respiratorie". Particolare attenzione è richiesta per anziani e persone fragili, come cardiopatici e immunodepressi, che dovrebbero evitare sbalzi di temperatura e, se possibile, restare in casa. Se uscire è necessario, Andreoni consiglia di "evitare luoghi chiusi e affollati per ridurre il rischio di contagio o di ricadute, soprattutto in chi ha appena superato l’influenza".
Le "nuove infezioni - precisa - spesso non sono dovute al virus influenzale, ma ad altri virus simili". Da qui l'invito a tornare a usare la mascherina nei luoghi pubblici chiusi, "come autobus, metropolitana e treni, per proteggere sé stessi e gli altri" conclude.
Un eventuale incremento dei contagi, quindi, non dipenderà dal freddo. Non direttamente, almeno. Un altro fattore può incidere sulla diffusione del virus. Con la "ripresa delle scuole è possibile un nuovo aumento dei casi di influenza", anche "se il numero di persone malate è attualmente in diminuzione. Quando parliamo di casi – ricorda l'epidemiologo Massimo Ciccozzi all'Adnkronos Salute– parliamo di persone che possono contagiarne altre. Il brusco calo delle temperature e il ritorno in classe favoriscono la circolazione di molti virus respiratori tipici di questo periodo, non solo quello influenzale".
Il freddo non è una causa primaria, ma può avere un impatto indiretto. "Il freddo", spiega l'esperto, "porta a trascorrere più tempo in ambienti chiusi", come case, bar e ristoranti. "Stare al chiuso ci protegge dalle basse temperature, ma aumenta il rischio di contagio. Per questo continuo a dare lo stesso consiglio a tutti: indossare sempre la mascherina sui mezzi di trasporto pubblico", conclude Ciccozzi.
Incidente sul lavoro il 31 dicembre, eseguita l'autopsia sul corpo
di Ettore Garau...
In relazione al funzionamento degli algoritmi di prezzo o alla
dinamica dei prezzi...
Da mercoledì 7. Inoltre sarà esteso l'orario serale per Quartu
Sant'Elena... 
"Sono due le principali ipotesi" sulla morte di Sara Di Vita, 15 anni, e di sua madre Antonella Di Ielsi, 50 anni, decedute a Campobasso tra il 27 e il 28 dicembre a poche ore di distanza l'una dall'altra, dopo una lunga agonia: "l'ingestione involontaria di una sostanza tossica oppure una tossina prodotta da batteri patogeni. Sono invece esclusi l'epatite fulminante e il botulismo". Lo spiega all'Adnkronos Salute il medico legale Marco Di Paolo, consulente della difesa e della famiglia Di Vita, in attesa dei risultati delle analisi tossicologiche e microbiologiche sulle vittime.
"Al momento possiamo parlare solo in termini generici di una tossinfezione alimentare - chiarisce l'esperto -. Dall'autopsia è emerso che si trattava di due persone sane, senza patologie rilevanti, morte in tempi diversi dopo un evento compatibile con qualcosa di ingerito. Allo stato attuale, però, non è possibile stabilire quale alimento o sostanza abbia causato l'intossicazione". Di Paolo precisa inoltre di "non aver avuto accesso alla documentazione clinica", che è secretata ed è in possesso dei consulenti della Procura. "Molto potrebbero dirci gli esami effettuati sul padre e marito delle vittime, Giovanni Di Vita, eseguiti allo Spallanzani, dei quali siamo ancora in attesa - spiega Di Paolo - così come attendiamo i referti dell'ospedale Cardarelli, dove madre e figlia si sono recate due volte prima di essere rimandate a casa". Restano inoltre da conoscere gli istituti e i laboratori incaricati delle analisi tossicologiche e microbiologiche. "Probabilmente - aggiunge - dopo le festività avremo maggiori informazioni".
"Non sappiamo ancora quale sia stata la causa esatta della morte - conclude il medico legale - ma è certo che madre e figlia hanno sofferto per un vomito incoercibile, fino a 30 episodi in una sola notte, una condizione che ha provocato una grave disidratazione e un danno multiorgano".

"Il no a Mattarella? Nessuno è perfetto, ma prima della rinuncia al Presidente io ricordo che Sinner stava per finire in ospedale a Melbourne durante il match con Rune". Lo ha detto il presidente della Federazione Italiana Tennis e Padel Angelo Binaghi in un'intervista al Corriere della Sera, svelando così un retroscena sul 'rifiuto' del fuoriclasse del tennis azzurro all'invito al Quirinale del presidente della Repubblica Sergio Mattarella nel 2025. Binaghi ha aggiunto: "Non c’è solo il riposo fisico per un tennista, ma anche la necessità di distrarsi e incontrare parenti o amici. Ci vorrebbero 50 ore al giorno".
Il numero uno del tennis italiano parla poi delle peculiarità del movimento azzurro: "Se uno allarga la visuale, vede Musetti, Paolini, la Coppa Davis, un sistema. Allargando ancora di più, si vede che da 15 anni siamo l'unica Federazione al mondo con una televisione tematica. E poi, stavamo perdendo gli Internazionali d'Italia, mentre adesso Atp, Wta e Itf ci cercano perché siamo diventati i migliori organizzatori di tornei. Ci hanno dato Finals e Davis. Le basi le abbiamo poste quando Sinner non era nato. Questa congiuntura favorevole è frutto di una crescita costante, sana, pluriventennale. E in questo percorso si è inserito un fenomeno. La ricerca di performance assoluta di Sinner si sviluppa in modo indipendente da quella della Federazione, ma con la stessa voglia di vincere e di lavorare".

La nuova mossa sul risiko globale di Donald Trump sarà la Groenlandia? Il presidente americano ne parla apertamente con un'insistenza che delinea una vera e propria 'fissazione', tanto pericolosa quanto è radicata nei pensieri del tycoon. "Abbiamo bisogno della Groenlandia dal punto di vista della sicurezza nazionale, e la Danimarca non sarà in grado di occuparsene", è l'ultima dichiarazione in ordine temporale. Cosa vuol dire, in concreto? Trump si riferisce a una necessità territoriale, geopolitica, o si riferisce alle risorse naturali, soprattutto le terre rare, e quindi a un'implicazione più strettamente economica?
Altre parole, sempre di poche ore fa, suggeriscono che il primo aspetto, quello geopolitico, sia prevalente. ''In questo momento la Groenlandia è accerchiata da navi russe e cinesi ovunque'. E la Danimarca, ha scherzato Trump, ha aumentato la sicurezza della Groenlandia ''aggiungendo un'altra slitta trainata da cani''. Andando oltre la provocazione verbale, e soprattutto svilendo l'autonomia e la sovranità di un Paese della Ue, Trump vuole sostenere che il possesso della Groenlandia sposterebbe strategicamente a suo favore il confronto con Russia e Cina e che questo argomento sia prioritario, in nome della sicurezza nazionale. Un argomento che, peraltro, Trump ha già utilizzato durante il suo primo mandato e che, nella storia degli Stati Uniti ricorre: dalla dottrina Monroe della prima metà dell'Ottocento ai diversi tentativi non andati a buon fine di 'acquistare' la Groenlandia. In estrema sintesi, controllare l'Artico per Trump vuol dire proteggere il territorio americano.
C'è però sul tavolo, facendo riferimento a precedenti dichiarazioni e ricordando la propensione agli affari e l'approccio commerciale aggressivo della presidenza americana, anche l'aspetto economico legato alle risorse che la Groenlandia detiene, nel sottosuolo e in mare. Petrolio, gas e terre rare che non sono sfruttare oggi e che, evidentemente, possono essere funzionali ai piani di Trump.
Sfruttare le risorse della Groenlandia è stato però finora difficile innanzitutto per ragioni geografiche. La collocazione nell'Artico e un territorio ricoperto per l'80% da ghiaccio e con un clima estremo, insieme alle pochissime infrastrutture e alle rigorose restrizioni ambientali, hanno finora reso i costi di estrazione elevati. Soprattutto se comparati ad altri contesti, come la Cina, una potenza mineraria che non deve fronteggiare le stesse difficoltà. In estrema sintesi, la Groenlandia ha un grande potenziale se si pensa soprattutto all'estrazione del litio o della grafite, fondamentali per l'elettrificazione, ma i tanti progetti minerari che sono stati proposti non sono mai stati realizzati, perché i costi ne rendono insostenibile il business.
Per queste ragioni, la Groenlandia per Trump può essere uno Stato su cui spostare i carrarmati nel tavolo da gioco del Risiko, in una logica di conquista che, almeno allo stato attuale, ha molto più a che vedere con una 'aspirazione' legata alla strategia geopolitica che alla logica economica. (Di Fabio Insenga)

"Sono innocente, non sono colpevole. Sono un uomo perbene". Nicolas Maduro, presidente del Venezuela catturato dagli Stati Uniti, si dichiara non colpevole nella prima udienza del processo a suo carico a New York. Il giudice Alvin K. Hellerstein ha chiesto a Maduro di dichiarare le proprie generalità.
L'imputato si è definito presidente del Venezuela e ha dichiarato di essere stato "rapito". Maduro, come riferisce il New York Times, si è alzato in piedi e ha iniziato a parlare in spagnolo, probabilmente per rilasciare una sorta di dichiarazione spontanea. "Ci sarà tempo e luogo", la replica del giudice, limitandosi a chiedere le generalità dell'imputato. Anche la moglie di Maduro, Cilia Flores, si è dichiarata "non colpevole, totalmente innocente".
Maduro si è presentato in aula indossando una t-shirt sopra la divisa arancione da detenuto. Il leader venezuelano, come la moglie, ha utilizzato vistose cuffie nere per ascoltare la traduzione di quanto detto durante l'udienza, in particolare dal giudice. Maduro ha affermato di avere "per la prima volta" l'atto di incriminazione tra le mani. "Vorrebbe che glielo leggessi?", ha chiesto il giudice. "Preferisco leggerlo di persona", la risposta attraverso un interprete.

Ci sono circa 680 turisti italiani bloccati tra Sharm El-Sheik, in Egitto, e l'isola yemenita di Socotra a seguito della cancellazione dei loro voli. Le cause sono differenti: la cancellazione dei voli dall'Egitto è dovuta al guasto tecnico alle comunicazioni che ha portato a una sospensione del traffico aereo dalla Grecia, mentre nello Yemen i voli sono stati cancellati dopo gli scontri tra forze governative e separatisti nel sud.
Egitto
A seguito della cancellazione di tre voli commerciali diretti a Milano nella giornata di ieri - a causa della sospensione del traffico aereo dalla Grecia per un guasto tecnico alle comunicazioni[1] - circa 600 connazionali sono attualmente fermi nella località turistica di Sharm El-Sheik, in Egitto.
Di essi, i clienti Alpitour (circa 90) dovrebbero rientrare con un volo straordinario Neos, previsto partire a mezzanotte di stasera. Sullo stesso volo, rientreranno altri connazionali con il coordinamento dell'Ambasciata d'Italia al Cairo, che ha inviato due funzionari sul posto, fa sapere la Farnesina in una nota.
In stretto raccordo con la Farnesina, l'ambasciata sta inoltre prestando la massima assistenza ai connazionali rimasti a terra per assicurare che siano alloggiati in strutture adeguate e per identificare nuovi voli che permettano il loro rientro in Italia nel più breve tempo possibile.
Yemen
Sono centinaia i turisti stranieri bloccati sull'isola yemenita di Socotra, nel mare Arabico, dopo la cancellazione dei voli seguita agli scontri nel Paese tra forze governative e separatisti nel sud. Lo hanno riferito fonti locali all'Afp. "Stanno bene", si assicura. "Abbiamo oltre 400 turisti stranieri - ha detto all'Afp il vice governatore di Socotra, responsabile per la cultura e il turismo, Yahya bin Afrar - i loro voli sono stati sospesi".
Tra questi ci sono circa 80 italiani bloccati in diversi hotel e campeggi. Lo fanno sapere fonti della Farnesina, secondo cui l'Unità di crisi lavora insieme ai tour operator e alla nostra ambasciata a Riad per agevolare il rientro dei connazionali.
"È assolutamente sconsigliato, nell'attuale situazione, recarsi in Yemen ed effettuare viaggi in tutto il Paese, inclusa l'isola di Socotra", è quanto si legge nell'avviso pubblicato su Viaggiare sicuri, il portale della Farnesina gestito dall'Unità di crisi aggiornato al 31 ottobre scorso e valido tuttora.
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