
(Adnkronos) - Una donna allenatore in Bundesliga. L’Union Berlino affida la guida della prima squadra a Marie Louise Eta, che diventa la prima donna ad allenare una squadra del massimo campionato tedesco. Il club della capitale ha annunciato l’esonero del tecnico Steffen Baumgart dopo la 29esima giornata. L’Union Berlino, con 32 punti, è ancora relativamente lontana dalla zona retrocessione. Toccherà a Eta, che sinora ha allenato l’Under 19 e guiderà la squadra femminile nella prossima annata, condurre in porto la stagione.
“Considerato il distacco in classifica nella parte bassa, la nostra permanenza in Bundesliga non è ancora assicurata”, ha dichiarato Eta in vista delle ultime partite della stagione. “Sono felice che il club mi abbia affidato questo incarico impegnativo. Uno dei punti di forza dell'Union è sempre stata, e rimane, la capacità di fare fronte comune in situazioni come questa. E, naturalmente, sono convinta che conquisteremo i punti cruciali con la squadra”.

(Adnkronos) - Francesca Fialdini torna oggi, domenica 12 aprile, con un nuovo appuntamento di 'Da noi... a ruota libera', in onda alle 17.20 su Rai1. Tra gli ospiti di oggi, Barbara Bouchet - interprete del cinema nazionale e internazionale - che, dal 9 aprile, è tornata protagonista sul grande schermo con il film 'Finale: allegro'.
A seguire Leo Gassmann, tra i protagonisti dell’ultimo Festival di Sanremo e ora nel sabato sera di Rai1 con 'Canzonissima', che ha da poco pubblicato il singolo 'Oltre', incluso nell’album 'Vita Vera Paradiso', uscito il 10 aprile.
Poi Francesco Arca e Miriam Dalmazio, tra gli interpreti della nuova serie di Rai 1, 'La Buona Stella', in onda dal 13 aprile in prima serata. Infine Max Laudadio, una carriera tra tv, radio e teatro, che ha recentemente pubblicato il libro “Il Cantico delle formiche dove, ispirato dai versi de 'Il Cantico delle creature', racconta del suo cambio vita alla ricerca della felicità autentica, trovata nelle piccole cose.

(Adnkronos) - Settant’anni e un ruolo che ancora oggi lo definisce: Vincent Mancini, il nipote illegittimo di Don Vito Corleone, l’erede designato da Michael nel capitolo finale della saga. Con 'Il padrino - Parte III', Andy García entra nella storia del cinema: sguardo di fuoco, eleganza carismatica, una presenza scenica che gli vale la candidatura all’Oscar e lo consacra come uno degli interpreti più magnetici della sua generazione.
Ma la sua storia comincia molto prima, all’Avana, dove nasce il 12 aprile 1956. Nel 1961 la famiglia fugge da Cuba dopo l’avvento di Fidel Castro e si stabilisce a Miami. Andy è un bambino che parla poco inglese e molto spagnolo, spesso preso di mira dai coetanei. Le cose cambiano quando il padre riesce a costruire una florida attività di importazione di profumi e il giovane García diventa una promessa del basket, popolare e ammirato. Finché una grave epatite e una mononucleosi non lo costringono ad abbandonare ogni ambizione sportiva. È allora che scopre il teatro, quasi per caso, e capisce che quella sarà la sua strada.
Si iscrive alla Florida International University, recita nelle compagnie locali, poi fa ciò che fanno i determinati: parte per Los Angeles, fine anni Settanta, senza soldi e con un sogno. Lavora come cameriere, facchino, tuttofare. Nel 1981 arriva la prima parte, nel pilot di 'Hill Street Blues'. È l’inizio, ma il salto vero arriva nel 1986, quando Hal Ashby lo sceglie per '8 milioni di modi per morire'. Brian De Palma lo vede, resta colpito, e lo vuole per 'Gli Intoccabili' (1987). García punta però più in alto: non vuole fare lo scagnozzo di Al Capone, vuole essere George Stone, il poliziotto italoamericano che entra nella squadra di Eliot Ness. E ottiene il ruolo.
Da lì, una galleria di personaggi memorabili: il detective di 'Affari sporchi' accanto a Richard Gere, il poliziotto di 'Black Rain' diretto da Ridley Scott, il marito vulnerabile di Meg Ryan in 'Amarsi'. E poi Terry Benedict, l’antagonista elegante e implacabile della trilogia di'Ocean’s Eleven', che gli restituisce la dimensione del grande cinema popolare.
Accanto ai ruoli da attore, c’è il García regista e produttore, profondamente legato alle sue radici cubane. Nel 1993 firma il documentario 'Cachao… Como Su Ritmo No Hay Dos', omaggio a un musicista connazionale. Nel 2005 dirige 'The Lost City', film ambientato nella Cuba pre e post rivoluzione, attraversato da nostalgia, musica e disillusione: un’opera personale, quasi un atto d’amore verso la sua terra, che gli vale l’Imagen Foundation Award per miglior regia e miglior film.
Lontano dai riflettori, García è l’opposto della star hollywoodiana: vita privata blindata, matrimonio solido con Maria Vittoria 'Marivi' Lorido dal 1982, quattro figli, una quotidianità divisa tra la San Fernando Valley e la Florida. Nessuna mondanità, nessun eccesso, nessuna esposizione superflua.
Politicamente conservatore, critico feroce del regime castrista, non ha mai nascosto la sua avversione per il comunismo cubano. Dopo la morte di Fidel Castro dichiarò: "Voglio esprimere il dispiacere che provo per tutti i cubani che hanno sofferto le atrocità e le repressioni causate da Fidel Castro e dal suo regime totalitario".
A 70 anni, Andy García resta un attore di altri tempi: rigoroso, intenso, capace di trasformare ogni ruolo in un frammento di identità. Da Vincent Mancini a Terry Benedict, passando per poliziotti tormentati e uomini in bilico tra luce e ombra, ha costruito una carriera fatta di scelte coerenti e interpretazioni che resistono al tempo. Un gentiluomo del cinema, con lo sguardo di chi non ha mai dimenticato da dove viene.

(Adnkronos) - Verissimo torna oggi, domenica 12 aprile, con il secondo appuntamento del weekend. Tra gli ospiti di oggi Claudio Amendola, in attesa del grande ritorno de 'I Cesaroni'.
Silvia Toffanin accoglierà, con la sua lunga carriera, Cristiano Malgioglio, tra i super giudici del serale di Amici.
E ancora, a Verissimo il periodo delicato che sta vivendo Raffaella Fico e la storia di Ibiza Altea, concorrente uscita da Grande Fratello Vip.
Infine, in studio Manuela Bianchi, nuora di Pierina Paganelli, pronta a raccontare la sua verità sul caso della 78enne uccisa il 3 ottobre 2023. Una vicenda dai contorni complessi che la vede coinvolta anche per essere stata l’amante di Louis Dassilva, attualmente unico indagato per la morte della donna.

(Adnkronos) - Vent'anni fa un giovane avvocato aderì alla protesta anti-corruzione guidata dall'allora leader dell'opposizione, Viktor Orban, creando un gruppo di assistenza legale chiamato "non abbiate paura". Ed ora Peter Magyar sta usando lo stesso slogan, 'non abbiate paura', per lanciare, da ex insider, la sfida elettorale più temibile che il premier nazionalista ungherese si trova ad affrontare da quando ha assunto il potere nel 2010.
"E' una grande storia, il principe giovane, Davide contro Golia, ognuno si può identificare con lui", dice al Financial Times del 45enne leader di Tisza, Balint Ruff, stratega e direttore di uno show politico in Ungheria. In realtà, Magyar è un Davide particolare, cresciuto in una famiglia dell'establishment intellettuale cristiano democratico post comunista, dove sin da piccolo sentiva di discussioni di politica a cena, tra il padre avvocato e la madre alto funzionario della Corte Suprema, il nonno, Pal Eross, commentatore politico e tra i parenti Ferenc Madl, che è stato presidente tra il 2000 e il 2005.
Entrato nella Fidesz di Orban nel 2003, Magyar ha sposato nel 2006 la collega di partito Judit Varga e poi si sono trasferiti per diversi anni a Bruxelles, lui con un incarico diplomatico e lei come assistente di un europarlamentare. La coppia, che intanto aveva avuto tre figli, torna in Ungheria nel 2018, e l'anno seguente Varga viene nominata ministro della Giustizia. Secondo Miklos Sukosd, politologo dell'università di Copenhagen intervistato da Politico, l'ascesa politica della moglie è fonte di frustrazione per Magyar a cui sarebbero negati incarichi importanti proprio perché "troppo ambizioso e indipendente".
L'ascesa di Varga conosce però una brusca battura d'arresto: durante la campagna elettorale per le Europee del 2024 viene investita dallo scandalo, che travolge anche l'allora presidente Katalin Novak, per la grazia concessa, quando era ministro della Giustizia, ad un ex funzionario coinvolto in una vicenda di pedofilia. Novak è costretta a dimettersi e Varga a rinunciare alla candidatura, e Magyar, che intanto aveva divorziato dalla moglie, coglie l'occasione di cavalcare il movimento di protesta provocato dallo scandalo: lascia Fidesz e accusa Orban di "nascondersi dietro le gonne delle donne", offrendo Novak e la sua ex moglie come capri espiatori di un sistema più ampio di corruzione e declino morale.
"Per molto tempo ho creduto nell'ideale di un'Ungheria patriottica e sovrana, ma negli ultimi anni ho realizzato che non è altro che un prodotto politico, la perpetuazione del potere e l'accumulo di un enorme ricchezza", scrisse nel febbraio 2024, lanciando la sfida da ex insider al granitico potere di Orban. Dopo una manifestazione a marzo con 50mila persone, Magyar inizia a costruire un team di imprenditori e figure pubbliche per un movimento anti-corruzione. E non esita a pubblicare una registrazione audio in cui l'ex moglie parla di un tentativo di insabbiamento di accuse di corruzione di alcuni alti funzionari vicini ad Orban, in particolare il suo capo di gabinetto, Antal Rogan.
Per partecipare alle elezioni europee di giugno, il gruppo si appoggia a un partito poco conosciuto, appunto Tisza, che con un campagna elettorale di pochi mesi, puntata tutta sulla presenza digitale e reti di contatti locali gestite da migliaia di volontari, ottiene il 29,6%, con Fidesz che scende al 44,8%, il risultato più basso mai ottenuto. Tisza così ha 7 eurodeputati che entrano nel gruppo del Ppe, il Partito popolare europeo che Fidesz ha lasciato nel 2021 dopo che da anni i rapporti si erano fatti sempre più tesi a causa dei principi dichiaratamente illiberali di Orban.
A differenza di altri leader dell'opposizione che in questi anni hanno cercato di sfidare Orban, Magyar ha dalla sua il fatto che viene visto come "un insider che aveva un posto in prima fila nel sistema di Orban, che comprende il sistema ed è capace di batterlo", spiega a Politico Katalin Cseh, deputata ungherese indipendente.
Per aggirare lo stretto controllo di Orban sui media ungheresi, Magyar inizia a percorrere il Paese, letteralmente: nel maggio del 2024 cammina 250 chilometri da Budapest alla regione di Oradea, nel nord ovest della Romania, per cercare il sostegno delle minoranze ungheresi, tradizionale bacino di Fidesz, nei Paesi confinanti. E anche negli ultimi giorni di campagna elettorale prima del voto di domenica, ha continuato a fare tappa in almeno sei località al giorno.
Fondamentale, ovviamente, l'uso dei social media, in particolare Facebook, per raggiungere gli elettori, tanto che il governo ungherese accusa Meta di favorire Magyar, dal momento che il suo "algoritmo fondamentale sta lavorando contro i partiti governativi", ha dichiarato a Politico il portavoce di Orban Zoltan Kovacs. "Magyar ha qualcosa che è molto raro oggi in politica, parla il linguaggio dell'algoritmo, ma costruisce anche una fiducia personale", sintetizza il capo degli affari europei di Tisza Marton Haijdu.
Non manca, comunque, chi descrive Magyar come una figura polarizzante, che in pochi mesi ha imposto all'interno di Tisza, una cultura "tossica", che ricorda quella di Fidesz: "la cultura interna al partito è simile, basata sulla fedeltà e non sui risultati", racconta Deszo Farkas, imprenditore che è stato tra i primi nel 2024 a rispondere all'appello per la creazione della nuova formazione politica che poi ha lasciato dopo le Europee.
Lo stesso Magyar ammette di avere un carattere difficile e descrive il partito come "un one-man show": lui è l'unico che può concedere interviste, lasciando agli altri esponenti solo brevi dichiarazioni, mentre sostenitori e volontari non parlano con la stampa, come ha osservato ancora Politico. Per i sostenitori questa disciplina è necessaria per non dare alla stampa filogovernativa munizioni e mantenere il partito concentrato sull'obiettivo centrale di battere Orban.
"Non ci sono stati veri scandali che lo hanno bruciato, forse perché lui ha avvisato sempre in tempo la sua base elettorale", commenta Peter Kreko, consulente elettorale ungherese. In realtà la scorsa estate, Varga, che è rimasta fedele ad Orban ma è uscita dalla politica avviando una società con il suo nuovo partner, ha accusato l'ex marito di abusi fisici e verbali, anche di averla chiusa a chiave in una stanza. Accuse che Magyar sostiene essere una mossa della 'propaganda' di Orban.
Ma con i sondaggi che continuavano a dare Tisza in testa anche alla vigilia del voto, per molti Magyar è diventato qualcosa che esula la sua persona e il suo messaggio politico: è la prima vera chance in 16 anni di rimuovere un premier dichiarato sostenitore di una democrazia illiberale. "Noi non votiamo per Tisza, noi votiamo contro Fidesz, è questa la cosa centrale, gli ungheresi votrerebbero per una capra a questo punto se questa sfidasse Orban", sintetizza Timea Szabo, deputata verde che ha ritirato la sua candidatura per favorire il candidato del partito di Magyar.

(Adnkronos) - Da giovane leader liberale che nel 1989 invocava in piazza la rottura con Mosca a campione della democrazia illiberale e della destra globale, migliore amico di Vladimir Putin, e Donald Trump, in Europa. E' questa la parabola di Viktor Orban, coriaceo 63enne premier ungherese, che con i suoi 16 anni interrotti al potere è il più longevo leader europeo - escluso il dittatore bielorusso Alexander Lukashenko - che oggi, domenica 12 aprile, affronta, per la prima volta, le elezioni in Ungheria in una posizione di netto svantaggio nei sondaggi.
"Se noi crediamo nella nostra forza, se siamo capaci di portare alla fine la dittatura comunista, se siamo abbastanza determinati, dobbiamo riuscire a costringere il partito di governo a libere elezioni", disse l'allora 26enne Orban nel discorso, pronunciato il 16 giugno del 1989 in occasione della sepoltura solenne dei resti di Imre Nagy, premier durante la rivolta del '56 ucciso dai sovietici, un discorso che lanciò la sua carriera politica.
Orban era allora tra i co-fondatori del'Alleanza dei giovani democratici, organizzazione di studenti anti-comunisti di ispirazione liberal che si sarebbe poi trasformata in Fidesz, che aveva tra i suoi principali finanziatori George Soros, l'imprenditore americano di origine ungherese allora lungi dall'essere il nemico numero uno della destra globale, e nemico della nazione come l'ha poi definito Orban.
Basti pensare che subito dopo la laurea in giurisprudenza, il futuro vate del sovranismo chiese una borsa di studio alla Open Society Foundation di Soros, ora da lui e dall'estrema destra globale considerata crogiolo di tutti i mali della globalizzazione, per finanziare una sua ricerca ad Oxford sui movimenti di base, nella convinzione che "uno dei principali elementi della transizione democratica", scriveva il giovane Orban, potesse essere "la rinascita della società".
Nelle elezioni del 1990, Orban fu uno dei 22 membri di Fidesz eletti in Parlamento, diventando il presidente del partito su cui velocemente impose il suo controllo totale, escludendo chiunque mettesse in discussione la sua autorità o le sue decisioni. E un gruppo lasciò definitivamente il partito quando nel 1994 Orban impose una brusca sterzata dal liberalismo europeista al nazionalismo conservatore. "Quelli che rimasero in Fidesz erano i più omogenei e fedeli a lui, da allora la storia del partito e di Orban sono diventate una cosa sola", racconta la 'fuoriuscita' Zsuzsanna Szelenyi, una degli studenti della prima ora che nei giorni scorsi ha spiegato a Politico le varie fasi del percorso politico di Orban, fino alla "sorprendente" involuzione filorussa.
Dopo un primo mandato come premier tra il 1998 e il 2002, Orban ha poi condotto per otto anni un'accanita opposizione al governo di socialisti e liberisti, fino alla prima vittoria elettorale del 2010, seguita poi da quelle del 2014, 2018 e 2022. Un saldo controllo del potere, ottenuto negli anni anche con una serie di controverse riforme costituzionali, riduzioni delle leggi che garantiscono i 'check and balances', l'indebolimento delle libertà di stampa e dell'indipendenza della magistratura, che in questi anni hanno spinto l'Unione Europea ad avviare numerose procedure di infrazione contro l'Ungheria per violazioni sistemiche del diritto dell'Unione.
Per quanto riguarda il riorientamento verso la Russia, un momento chiave viene considerato l'accordo del 2014 con il quale Orban ottenne un massiccio finanziamento per espandere l'impianto nucleare Paks II. Un allineamento di interessi non solo economici, se solo sei mesi dopo Orban annunciò per la prima volta di puntare alla realizzazione di uno "Stato illiberale", basato su valori nazionali e tradizioni cristiane, esplicitamente citando come modello la Russia di Vladimir Putin. La stessa Russia che solo nel 2007 Orban accusava di essere "fondamentalmente un impero, che vuole trattare male i Paesi vicini e di cui non ci si può mai fidare", ricorda Szelenyi.
E come lo spostamento da posizioni liberali a nazionaliste era stato determinato dal desiderio di trovare uno spazio politico dove imporre più facilmente una smodata ambizione politica, così anche la sua amicizia con la Russia riflette delle ambizioni internazionali. "Orban non può allargare di nuovo l'Ungheria, ma pensa di poterla rendere di nuovo grande", spiega Peter Molnar, compagno di università del premier e anche lui uno dei deputati che lasciarono Fidesz nel 1994, notando come ad ogni scontro tra Budapest e Bruxelles le relazioni con Putin sono diventate più strette.
Non solo i vecchi sodali pensano che l'ambizione sia il vero motore delle scelte politiche di Orban. "Credo che sia affascinato dal potere di per sé, credo che questa sia la cosa che lo guida maggiormente, se vivessimo in un tempo in cui il liberalismo fosse in ascesa, sarebbe liberale", ha scritto nella biografia di Orban pubblicata nel 2021 il giornalista Pal Daniel Renyi, secondo il quale negli anni '90 il premier "ha capito che essere nazionalista, conservatore gli avrebbe dato più libertà nel governare" e l'essere tradizionalista più presa politica, senza contare che in quel momento "c'era un enorme partito socialista, un forte partito liberale mentre quello conservatore tradizionale era a pezzi".
In questi lunghi 16 anni Orban è riuscito a mantenere il potere non solo grazie alle citate controverse riforme che gli hanno permesso di avere il controllo sul Paese, ma anche facendo presa sull'elettorato attraverso l'individuazione di un costante, anche se in evoluzione, nemico, preferibilmente esterno, che costituisce una minaccia alla cultura e la sovranità ungherese, a difesa delle quali si erge Orban.
Nella galleria dei nemici si annoverano il citato Soros, le Ong che favoriscono il multiculturalismo e l'immigrazione, i migranti appunto contro i quali Orban ha costruito un muro sul confine serbo, ancora prima che il suo grande alleato ideologico Trump venisse eletto nel 2016 con la promessa di costruirne uno sul confine con il Messico, la comunità Lgbt, contro la quale nel 2021 viene approvata una legge condannata dalla Ue come anti-gay. Nel 2025 poi raddoppia con una un'altra legge per dichiarare illegali i Pride, misura che però si è poi rivelata una sorta di boomerang politico: lo scorso giugno il Budapest Pride, che il sindaco ecologista Gergely Karacsony ha autorizzato sfidando l'incriminazione, si è trasformato in una grande manifestazione anti-governativa con centinaia di migliaia di partecipanti, tra i quali decine di politici di diversi Paesi della Ue.
E l'Unione rimane il nemico costante della narrativa politica di Orban, in particolare la sua "elite liberal" che "tradisce la volontà del popolo" e detta legge all'Ungheria. Ma in questa campagna il nemico numero uno designato è stata l'Ucraina e la sua pretesa di entrare nella Ue, con Orban che ha descritto Kiev non come la vittima dell'aggressione russa, ma una fonte di pericolo per l'Ungheria.

(Adnkronos) - E' massima l'attenzione globale sulle elezioni di oggi, domenica 12 aprile, in Ungheria dove un'eventuale conferma dei pronostici che indicano la possibile sconfitta di Viktor Orban rappresenterebbe uno scacco sia per Mosca che per Washington, dal momento che il coriaceo premier, che da 16 anni mantiene il potere con la forza del suo pugno illiberale, è il beniamino sia di Donald Trump che di Vladimir Putin. A sfidare Orban è Peter Magyar, ex membro del suo partito Fidesz, oggi a capo di Tisza, che negli ultimi due anni è emersa come forza principale di opposizione. I seggi saranno aperti dalle 6 del mattino alle 7 di sera, con le prime proiezioni verso le 20.
Di fronte ai sondaggi negativi per Orban, gli Stati Uniti di Trump da mesi si sono impegnati a sostenere a tutti i costi il leader di Fidesz, considerato il principale alleato in Europa dell'ideologia nazionalista, di estrema destra cristiana che si è riunita sotto la bandiera Maga. A febbraio c'è stata la visita del segretario di Stato Marco Rubio e all'inizio della settimana, a pochi giorni dal voto quindi, è arrivato a Budapest JD Vance che non ha esitato a salire sul palco di un comizio di Orban.
"Prima di iniziare a parlare, voglio chiamare un ospite speciale", ha detto il vice presidente al comizio, chiamando Trump che ha rivolto poi alle migliaia di sostenitori di Fidesz un nuovo endorsement per Orban. "Lui fa il suo lavoro, non ha permesso alle persone di invadere il vostro Paese come hanno fatto altri che hanno fatto rovinare i propri Paesi, ha mantenuto buono il vostro Paese, ha lasciato gli ungheresi nel Paese", ha detto riferendosi alla comune posizione anti-immigrati, con un nuovo affondo agli altri Paesi della Ue.
Gli appelli a stelle e strisce in favore di Orban sono continuati: "Il giorno delle elezioni è domenica 12 aprile 2026. Ungheria: andate a votare per Viktor Orban", ha scritto l'altro ieri notte su Truth il tycoon, assicurando che il premier nazionalista "non deluderà mai il grande popolo ungherese. Sarò con lui fino alla fine!".
Anche Mosca è mobilitata, anche se in modo meno pubblico, per scongiurare la sconfitta dell'alleato di ferro, che in tutti questi anni ha assicurato una presenza strategica all'interno di Nato e Ue ed è ora cruciale per ritardare o bloccare le misure della Ue in favore dell'Ucraina. Una vera e propria linea diretta, stando alle rivelazioni delle telefonate che il ministro degli Esteri ungherese, Péter Szijjártó, avrebbe effettuato regolarmente durante le pause delle riunioni dell’Unione Europea per aggiornare il suo omologo russo, Sergei Lavrov, "in tempo reale su quanto discusso" e sulle possibili soluzioni. "Grazie a queste telefonate, ogni singola riunione dell’Ue negli ultimi anni ha praticamente avuto Mosca seduta al tavolo", diceva un funzionario europeo al Washington Post.
E sempre il giornale americano ha rivelato che l'intelligence estero russo (Svr) avrebbe pianificato di inscenare un tentativo di assassinio contro Orban per influenzare il voto, secondo un piano, chiamato "Gamechanger" teso a "cambiare radicalmente il paradigma della campagna elettorale", spostando l’attenzione dalle difficoltà economiche che sta attraversando il Paese a temi più emotivi come sicurezza e stabilità. Il Cremlino ha respinto le accuse, definendole disinformazione e non ci sono stati attentati alla vita del premier.
Ma il timore di operazioni di manipolazione da parte della Russia delle elezioni in Ungheria, insieme a quelle di intimidazione e coercizione degli elettori da parte del governo, è stato espresso da un gruppo di europarlamentari che nei giorni scorsi hanno scritto alla Commissione Europea in cui si cita un rapporto di Vsquare secondo il quale il Cremlino avrebbe inviato un team per manipolare le elezioni in Ungheria, un'operazione che sarebbe supervisionata da Sergei Kiriyenko, il primo vice capo dello staff di Putin, che è stato accusato di aver orchestrato una campagna simile anche in Moldova.
Secondo quanto rivelato però venerdì da Meduza, anche al Cremlino in queste ultime ore si sta ammettendo la possibilità che Orban non riuscirà a vincere per la quinta volta di seguito le elezioni. "All'inizio c'era la speranza che Orban e i suoi strateghi politici riuscissero a rovesciare le cose e vincere con le liste di partito, poi la vittoria con i distretti uninominali è diventata lo scenario preferito, ora non si esclude che questo non avverrà", hanno detto due fonti del blocco politico vicino al presidente russo citate dal portale indipendente russo.
Il riferimento è al fatto che in Ungheria 106 dei 199 seggi del Parlamento sono aggiudicati con l'uninominale secco, vince chi ha più voti, mentre gli altri 93 sono aggiudicati con il proporzionale, divisi tra i partiti che hanno superato lo sbarramento del 5%. Poi c'è la questione del voto all'estero, tradizionalmente una solida base elettorale di Orban che si potrebbe rivelare cruciale in caso di testa a testa. Quest'anno un numero record di elettori all'estero, quasi mezzo milione di persone in maggioranza in Serbia e Romania, hanno fatto richiesta della scheda per votare per posta.
(Adnkronos) - "L'Iran non ha accettato le nostre condizioni". JD Vance, vicepresidente degli Stati Uniti, annuncia il fallimento dei negoziati di Islamabad. Le delegazioni di Usa e Iran hanno discusso per oltre 20 ore con l'obiettivo di raggiungere un accordo per porre fine alla guerra, attualmente congelata da una tregua.

(Adnkronos) - "Non abbiamo raggiunto un accordo". JD Vance, vicepresidente degli Stati Uniti, annuncia la fumata nera nei colloqui con l'Iran a Islamabad. Vance fa il punto dopo 21 ore di colloqui in Pakistan. "Abbiamo avuto discussioni sostanziali con gli iraniani. Ed è una buona notizia", dice oggi, all'alba di domenica 12 aprile, riferendosi al confronto per consolidare la tregua che ha congelato la guerra. "La brutta notizia è che non abbiamo raggiunto un accordo. E credo sia una notizia negativa per l'Iran molto più di quanto lo sia per gli Stati Uniti. Quindi, torniamo negli Usa senza avere un'intesa", dice il numero 2 dell'amministrazione.
"Siamo stati accomodanti, il presidente" Donald Trump "ci ha detto 'dovete negoziare in buona fede e fare il massimo sforzo per ottenere un accordo'. Lo abbiamo fatto, purtroppo non siamo riusciti a compiere nessun progresso. L'Iran non ha accettato i nostri termini. Ce ne andiamo da qui con una proposta molto semplice", dice facendo riferimento ad una imprecisata "offerta finale e migliore". "Vedremo se gli iraniani l'accetteranno", afferma, auspicando una risposta positiva che sinora non c'è stata.
L'Iran, dice Vance rispondendo alle domande, non è disposto a rinunciare al proprio programma nucleare: "Il fatto è che dobbiamo vedere un impegno concreto da parte loro, non devono cercare di dotarsi di un'arma nucleare e non devono cercare gli strumenti che consentirebbero loro di farlo rapidamente". Teheran ad oggi dispone di circa 440 chili di uranio arricchito al 60%, una base che consentirebbe rapidamente di arrivare a disporre di materiale utile per la produzione di armi atomiche. "La domanda è: “'Vediamo un impegno fondamentale da parte degli iraniani a non sviluppare un'arma nucleare, non solo ora, non solo tra due anni, ma a lungo termine?'. Non l'abbiamo ancora visto, speriamo di vederlo".
Trump, dice Vance, è stato continuamente aggiornato sugli sviluppi. "Ovviamente abbiamo parlato costantemente con il presidente. Non so quante volte l'abbiamo sentito, una mezza dozzina nelle ultime 21 ore", dice il vicepresidente, che ha avuto contatti anche con il segretario di Stato, Marco Rubio, con il segretario alla Difesa, Pete Hegseth, con il segretario al Tesoro Scott Bessent e con l'ammiraglio Brad Cooper, comandante del Centcom, il comando centrale degli Usa. "Siamo stati on contatto costante con il team perché abbiamo negoziato in buona fede".
Il vicepresidente va via senza rispondere alle domande sullo Stretto di Hormuz: cosa faranno ora gli Stati Uniti? Lo Stretto, vitale per il 20% del commercio mondiale di petrolio, è sostanzialmente paralizzato da settimane. L'Iran, anche al tavolo negoziale, ha rivendicato un ruolo di gestione del braccio di mare. Nelle ultime ore gli Stati Uniti hanno reso noto che due navi - i cacciatorpediniere Uss Frank E. Peterson e Uss Michael Murphy - hanno attraversato lo Stretto e hanno iniziato a "stabilire le condizioni" per le attività di sminamento. Altre risorse, compresi droni sottomarini, si uniranno alla missione "nei prossimi giorni". "Qualsiasi tentativo di navi militari di attraversare lo Stretto sarà oggetto di una risposta severa. La marina delle Guardie della Rivoluzione dispone della piena autorità per gestire in modo intelligente lo Stretto di Hormuz", la replica di Pasdaran.
L'assenza di un'intesa non dovrebbe sorprendere né 'turbare' Trump, a giudicare dalle dichiarazioni rilasciate dal presidente mentre erano in corso i negoziati: "In ogni caso, vinciamo... Forse raggiungeranno un accordo, forse no. Non importa. Dal punto di vista dell’America, vinciamo. Vinciamo comunque. Li abbiamo sconfitti militarmente... Che si raggiunga o meno un accordo, per me non fa alcuna differenza. Non hanno una marina, non hanno radar, non hanno un’aviazione. I loro leader sono tutti morti. Khamenei non c’è più. Per molti anni ha governato; non c’è più. Con tutto questo, vedremo cosa succede ma non mi interessa", le parole del presidente degli Stati Uniti che, nel corso della giornata di sabato, ha più volte annunciato l'imminente riapertura dello Stretto di Hormuz.

(Adnkronos) - E' lo Stretto di Hormuz il nodo più difficile ancora da sciogliere tra Iran e Usa, al tavolo dei negoziati fiume in Pakistan. L'ultimo tentativo di scongiurare una escalation nella guerra che va avanti ormai da sei settimane sembra infatti essersi arenato sul controllo dello Stretto, che Teheran insiste a voler mantenere ritenendo "eccessive" le pretese della controparte americana al tavolo. Tra le condizioni per la fine del conflitto, congelato per ora dalla tregua, gli Usa pongono invece la riapertura della via fondamentale per il commercio del 20% del petrolio mondiale.
Da Islamabad, continuano intanto a rincorrersi le indiscrezioni dei media sui negoziati. Se fonti del Pakistan ostentano ottimismo parlando di colloqui "in gran parte positivi", fonti della sicurezza di Teheran assicurano alla Cnn che lo status dello Stretto rimarrà invariato fino a quando Iran e Stati Uniti non raggiungeranno un "quadro comune" per la prosecuzione del dialogo.
La fonte afferma che le "richieste eccessive" avanzate dalla parte americana su diverse questioni, tra cui la vitale via navigabile, hanno finora impedito alle due parti di concordare una base comune per far progredire i colloqui. "L'Iran non ha fretta", aggiunge la fonte, precisando che Teheran ha inoltre comunicato agli Stati Uniti che, fino al raggiungimento di un quadro comune, "nemmeno il numero di navi concordato potrà transitare".
La fonte avverte quindi che, se i negoziatori statunitensi non adotteranno quello che ha definito un "approccio realistico", lo Stretto rimarrà chiuso.
La fonte inoltre spiega che l'Iran ha dimostrato la sua capacità di imporre tale chiusura, definendo la situazione "la ripetizione di un errore di valutazione" che sarebbe "a danno dell'America".
Se da parte americana, almeno finora, non è trapelata nessuna notizia diretta dal tavolo delle trattative, a parlare a chilometri e chilometri di distanza è come sempre il presidente Donald Trump.
"Hanno discusso per molte ore... Vedremo cosa succede. In ogni caso, vinciamo... Forse raggiungeranno un accordo, forse no. Non importa. Dal punto di vista dell’America, vinciamo", le parole del tycoon ai giornalisti mentre in Pakistan si apre un nuovo round di colloqui trilaterali.
"Siamo in negoziati molto approfonditi con l’Iran. Vinciamo comunque. Li abbiamo sconfitti militarmente... Che si raggiunga o meno un accordo, per me non fa alcuna differenza. E questo perché abbiamo vinto, che ascoltiate o meno le fake news", ha poi rincarato la dose. Per il leader americano infatti gli iraniani "non hanno una marina, non hanno radar, non hanno un’aviazione. I loro leader sono tutti morti. Khamenei non c’è più. Per molti anni ha governato; non c’è più. Con tutto questo, vedremo cosa succede ma - ha tagliato corto il presidente Usa - non mi interessa".
Dal canto suo, il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica agirà con fermezza contro qualsiasi tentativo di navi militari di attraversare Hormuz, riferisce intanto la tv di Stato iraniana Irib. "Qualsiasi tentativo di navi militari di attraversare lo Stretto - sottolineano i Pasdaran - sarà oggetto di una risposta severa. La marina delle Guardie della Rivoluzione dispone della piena autorità per gestire in modo intelligente lo Stretto di Hormuz". Il passaggio nello Stretto, aggiungono, sarà "concesso solo alle navi civili in condizioni specifiche".
Questa dichiarazione arriva dopo l’annuncio del Comando Centrale statunitense secondo cui due navi da guerra della Us Navy avevano attraversato questa via marittima strategica per neutralizzare mine piazzate da Teheran. Una versione smentita "fermamente" dall'Iran, che ha minimizzato parlando di una sola nave, poi tornata indietro dopo che le forze iraniane avevano minacciato un attacco entro 30 minuti dall'attraversamento.

(Adnkronos) - Donald Trump piazza la mossa a sorpresa nello Stretto di Hormuz mentre Stati Uniti e Iran parlano a Islamabad, in Pakistan, per consolidare la tregua che ha interrotto la guerra. I colloqui vanno in scena con il confronto tra le due delegazioni, intanto due navi della marina americana avviano l'operazione di sminamento dello Stretto di Hormuz, da settimane bloccato dall'Iran.
Il braccio di mare, essenziale per il 20% del commercio mondiale del petrolio, è 'ostaggio' di Teheran da settimane con effetti sull'aumento del prezzo del greggio e dei carburanti in molti paesi, Italia compresa. La riapertura dello Stretto, per gli Usa una condizione essenziale alla base della tregua, non si materializza. Secondo il New York Times, Teheran non riesce a localizzare o rimuovere tutte le mine navali disseminate in mare. La Repubblica islamica avrebbe utilizzato piccole imbarcazioni per posare le mine, ma senza una mappatura precisa delle loro posizioni.
Lo Stretto rappresenta il nodo principale nelle trattative di Islamabad e rischia di trasformarsi in uno scoglio insormontabile. Gli Stati Uniti, secondo i media iraniani, avanzano "richieste eccessive" su Hormuz. L'agenzia di stampa Fars afferma che la delegazione a stelle e strisce - guidata dal vicepresidente JD Vance - presenta "richieste inaccettabili su diverse questioni". Secondo l'agenzia di stampa Tasmin "la delegazione americana ha ostacolato il progresso dei negoziati con le sue consuete richieste eccessive", sottolineando che la questione dello Stretto di Hormuz "è uno degli argomenti che suscitano forti divergenze".
Per provare a scardinare lo stallo, gli Stati Uniti prendono l'iniziativa. "Stiamo iniziando il processo di bonifica dello Stretto di Hormuz come favore a Paesi di tutto il mondo, tra cui Cina, Giappone, Corea del Sud, Francia, Germania e molti altri. Incredibilmente, non hanno il coraggio o la volontà di fare questo lavoro da soli", annuncia Trump con un post sul social Truth. "È molto interessante notare, tuttavia, che petroliere vuote provenienti da molte nazioni si stanno dirigendo verso gli Stati Uniti d'America per caricare petrolio", aggiunge.
L'affermazione del presidente arriva mentre filtrano le indiscrezioni relative all'ingresso di un numero imprecisato di navi americane nello Stretto. Le news piovono sul tavolo dei negoziati, con un effetto potenzialmente dirompente per l'Iran, che vuole vedere riconosciuta la propria autorità nella gestione del braccio di mare. Teheran smentisce la presenza di navi Usa, i media della Repubblica islamica rilanciano la versione secondo cui un cacciatorpediniere americano, in procinto di attraversare lo Stretto, avrebbe fatto dietrofront dopo aver ricevuto un avvertimento di una unità della marina iraniana.
"Abbiamo il migliore, il più sofisticato equipaggiamento di sminamento del mondo, lo sappiamo, lo stiamo solo mettendo in posizione", ribatte Trump. Gli Stati Uniti prendono l'iniziativa per uscire dall'angolo e contrastare la narrativa secondo cui l'Iran sarebbe in grado di dettare l'agenda. "I fake news media sono pazzi o semplicemente corrotti", tuona il presidente in uno dei numerosi post. "Gli Stati Uniti hanno completamente distrutto l'esercito iraniano, compresa l'intera Marina e l'Aeronautica. La leadership è morta. Lo Stretto di Hormuz sarà presto aperto e le navi vuote si stanno dirigendo a tutta velocità verso gli Stati Uniti per caricare petrolio. Ma se date retta alle fake news, stiamo perdendo!", scrive il presidente.
A completare il quadro, ecco la nota del Comando centrale americano (Centcom). "Oggi abbiamo iniziato il processo di apertura di un nuovo passaggio e condivideremo presto questa rotta sicura con la navigazione commerciale per incoraggiare il flusso del libero commercio", dichiara l'ammiraglio Brad Cooper. Nella dichiarazione si precisa che le navi che hanno attraversato lo Stretto sono i cacciatorpediniere Uss Frank E. Peterson e Uss Michael Murphy, che hanno iniziato a "stabilire le condizioni" per le attività di sminamento. Altre risorse, compresi droni sottomarini, si uniranno alla missione "nei prossimi giorni", conclude il comunicato del Centcom. Nello Stretto, quindi, non sono stati inviati cacciamine o dragamine. L'impiego di cacciatorpediniere alimenta discussioni: gli Usa conoscono già la rotta 'sicura'?

(Adnkronos) - Problema di salute per Elettra Lamborghini. La cantante ha rivelato sui social di essere finita al pronto socccorso a causa di una forte cistite. Con una foto condivisa su Instagram, Lamborghini è apparsa sdraiata su un letto d'ospedale attaccata ad una flebo. "Non so se riuscirò a farcela stasera ma grazie al team del Policlinico Gemelli per avermi aiutata", ha scritto la cantante che stasera avrebbe dovuto partecipare a Canzonissima, il programma in diretta su Rai1 condotto da Milly Carlucci.
Proprio la conduttrice, all'inizio della puntata, ha spiegato che la cantante ha avuto un imprevisto: "Elettra Lamborghini è stata poco bene oggi pomeriggio. Purtroppo sta facendo di tutto per essere qui stasera e noi le auguriamo di farcela. Forza Elettra, ti aspettiamo, capita a tutti di avere un momento di difficoltà". Al momento non è chiaro se la cantante riuscirà a partecipare alla trasmissione. La stessa Lamborghini ha definito questo episodio come una delle cistiti più forti che abbia mai avuto.

(Adnkronos) - Problema di salute per Elettra Lamborghini. La cantante ha rivelato sui social di essere finita al pronto socccorso a causa di una forte cistite. Con una foto condivisa su Instagram, Lamborghini è apparsa sdraiata su un letto d'ospedale attaccata ad una flebo. "Non so se riuscirò a farcela stasera ma grazie al team del Policlinico Gemelli per avermi aiutata", ha scritto la cantante che stasera, con un colpo di scena, è poi riuscita a partecipare ugualmente a Canzonissima, il programma in diretta su Rai1 condotto da Milly Carlucci.
Proprio la conduttrice, all'inizio della puntata, ha spiegato che la cantante ha avuto un imprevisto: "Elettra Lamborghini è stata poco bene oggi pomeriggio. Purtroppo sta facendo di tutto per essere qui stasera e noi le auguriamo di farcela. Forza Elettra, ti aspettiamo, capita a tutti di avere un momento di difficoltà". La cantante, che ha definito questo episodio come una delle cistiti più forti che abbia mai avuto, ha però sfidato la sorte e - a sorpresa - è arrivata in studio per una cover all'insegna della tenerezza, 'I bambini fanno oh' di Povia.

(Adnkronos) - Nuova puntata di Amici, nuovo botta e risposta tra Gigi D’Alessio e Anna Pettinelli. Anche nella puntata del talent show andata in onda stasera, sabato 11 aprile, si è consumato tra il giurato e la professoressa un ennesimo scontro verbale.
Il diverbio è nato durante la sfida tra Riccardo e Alex. Dopo un commento pungente di Anna Pettinelli che ha messo in discussione il talento di Riccardo, D’Alessio è intervenuto per difenderlo attaccando duramente la professoressa di canto. Ne è seguito un acceso botta e risposta, al termine del quale il cantautore napoletano ha dichiarato: “Un vincente trova sempre una strada, un perdente sempre una scusa”.
La reazione di Anna Pettinelli non si è fatta attendere: "Vediamo questa strada dove va a finire", ha detto accusando poi D'Alessio di presentarsi in studio con una serie di frasi fatte per ottenere gli applausi dal pubblico.
Gigi D'Alessio ha replicato poi stuzzicando la professoressa: "Questa l'ho trovata nei Baci Perugina", concludendo con una nota di ironia.
Il rapporto 'complicato' tra i due affonderebbe le radici nel 2021, quando LDA, figlio di Gigi D’Alessio, partecipò come concorrente ad Amici. In quell'occasione Anna Pettinelli si mostrò spesso critica con il giovane artista, criticando il suo stile e paragonando spesso la sua scrittura a quella dei bambini. La docente mise in sfida più volte LDA, scontrandosi spesso con Rudy Zerbi, che all'epoca seguiva il cantante.
Secondo i telespettaori, il comportamento di D'Alessio sarebbe un risposta alle critiche rivolte in passato al figlio da Anna Pettinelli.

(Adnkronos) - Ora è il momento dell'unità. Vanno messe da parte le divisioni e stop alle polemiche perché bisogna guardare al futuro e rilanciare il partito. Questo l'input che sarebbe emerso con forza ieri dal vertice fiume nella sede di Mediaset tra Antonio Tajani e i figli di Silvio Berlusconi, Marina e Pier Silvio, di fronte ai malumori emersi negli ultimi giorni sulla sostituzione di Paolo Barelli alla guida del gruppo alla Camera e il nodo dei congressi locali per il controllo del partito attraverso la sfida delle tessere.
Un richiamo al senso di responsabilità di tutti, apprende l'Adnkronos da fonti parlamentari azzurre qualificate, sarebbe arrivato anche oggi da parte della famiglia Berlusconi, d'intesa con Antonio Tajani, tramite la mediazione di Gianni Letta, per superare le resistenze di chi nel partito avrebbe continuato a esprimere riserve su Enrico Costa come nuovo presidente dei deputati forzisti, nome indicato al summit di Cologno Monzese.
Costa rappresenta un punto di mediazione e di incontro, sarebbe stato il messaggio recapitato in mattinata attraverso una serie di contatti, soprattutto telefonici, per rasserenare gli animi. Ora però bisognerà aspettare la prossima settimana per l'ufficializzazione delle dimissioni di Barelli (per il quale i boatos continuano a ipotizzare un futuro da sottosegretario nel governo Meloni ma tutto dipenderà anche dagli esiti dei prossimi contatti tra Tajani e gli alleati, in primis Giorgia Meloni). Allo stato, non è stata convocata l'assemblea del gruppo azzurro alla Camera dove bisognerà procedere alla nomina di Costa ed, eventualmente, dei suoi vice. Oltre alla exit strategy per Barelli (si starebbe studiando un modo per superare il nodo dell'eventuale incompatibilità legata alla presidenza di Federnuoto), si tratterà di risolvere la questione di tempi e modalità della nuova stagione congressuale: su questo tema, raccontano, potrebbero concentrarsi adesso i malumori.
La prossima settimana, secondo qualificate fonti azzurre, il governatore piemontese Alberto Cirio, d'accordo con Tajani, sarebbe atteso a Milano per incontrare Marina Berlusconi e per calendarizzare i congressi: si tratterebbe di verificare quali si possono fare o meno, perché l'intenzione sarebbe quella di celebrarli solo dove il partito è unitario.

(Adnkronos) - Nessun '6' né '5+1' al concorso del Superenalotto di oggi, sabato 11 aprile 2026. Centrati invece cinque punti '5' che vincono 42.156 euro ciascuno. Il jackpot per il prossimo concorso sale a 149,2 milioni di euro.
Al SuperEnalotto si vince con punteggi da 2 a 6, passando anche per il 5+. L'entità dei premi è legata anche al jackpot complessivo. In linea di massima:
- con 2 numeri indovinati, si vincono orientativamente 5 euro;
- con 3 numeri indovinati, si vincono orientativamente 25 euro;
- con 4 numeri indovinati, si vincono orientativamente 300 euro;
- con 5 numeri indovinati, si vincono orientativamente 32mila euro;
- con 5 numeri indovinati + 1 si vincono orientativamente 620mila euro.
La schedina minima nel concorso del SuperEnalotto prevede 1 colonna (1 combinazione di 6 numeri). La giocata massima invece comprende 27.132 colonne ed è attuabile con i sistemi a caratura, in cui sono disponibili singole quote per 5 euro, con la partecipazione di un numero elevato di giocatori che hanno diritto a una quota dell'eventuale vincita. In ciascuna schedina, ogni combinazione costa 1 euro. L'opzione per aggiungere il numero Superstar costa 0,50 centesimi.
La giocata minima della schedina è 1 colonna che con Superstar costa quindi 1,5 euro. Se si giocano più colonne basta moltiplicare il numero delle colonne per 1,5 per sapere quanto costa complessivamente la giocata.
E' possibile verificare eventuali vincite attraverso l'App del SuperEnalotto. Per controllare eventuali schedine giocate in passato e non verificate, è disponibile on line un archivio con i numeri e i premi delle ultime 30 estrazioni.
Questa la combinazione vincente del concorso di oggi del SuperEnalotto: 19, 28, 38, 48, 77, 85. Numero Jolly: 59. Numero SuperStar: 57.

(Adnkronos) - Uno studente di 17 anni, arrivato a Firenze dalla Sicilia in gita scolastica, è morto a causa di un malore. Secondo le prime informazioni, il giovane – di Adrano, in provincia di Catania – si sarebbe sentito male mentre stava facendo un giro su una bici elettrica, e dopo aver perso conoscenza non si sarebbe più ripreso. La procura di Firenze ha disposto il sequestro della salma per l'esame autoptico previsto per martedì 14 aprile.

(Adnkronos) - I corpi di due donne, madre e figlia, di 82 e 50 anni, in avanzato stato di decomposizione sono stati trovati dal nucleo Saf dei vigili del fuoco di Milano in un appartamento al quarto piano di uno stabile in via Rovani 118 a Sesto San Giovanni.
L'allarme è stato lanciato verso le 17.30 dai condomini preoccupati per i forti odori che provenivano dall'abitazione. Dopo aver forzato la porta di ingresso, i vigili del fuoco non hanno potuto che constatare, insieme a carabinieri e 118, il decesso delle due donne, per le cui cause si dovrà attendere il responso degli esami autoptici disposti dalla magistratura.

(Adnkronos) - Un bimbo di un anno e mezzo si trova ricoverato in gravi condizioni al Policlinico Gemelli dopo essere caduto dalla finestra di una palazzo a Civita Castellana, nel Viterbese. Il piccolo, di origine marocchina, nella caduta ha riportato un grave trauma cranico e si trova ora in prognosi riservata nella terapia intensiva pediatrica, intubato e ventilato meccanicamente in sedazione farmacologica.
È intanto morto oggi in ospedale il bambino di poco più di un anno che giovedì pomeriggio, attorno alle 17, era caduto da una finestra al secondo piano di un palazzo in via Ada Negri a Bologna. Il bambino era ricoverato all’ospedale Maggiore. Sul posto erano intervenuti il 118 e la Polizia.

(Adnkronos) - “Chi prega ha coscienza del proprio limite, non uccide e non minaccia la morte. Invece, alla morte è asservito chi ha voltato le spalle al Dio vivente”. Papa Leone XIV utilizza parole nette presiedendo la veglia di preghiera per la pace a San Pietro.
“Viene trascinato nei discorsi di morte persino il Nome santo di Dio, il Dio della vita. Scompare allora un mondo di fratelli e sorelle con un solo Padre nei cieli e, come in un incubo notturno, la realtà si popola di nemici. Ovunque si avvertono minacce, invece di chiamate all’ascolto e all’incontro. Fratelli e sorelle, - scandisce Leone - chi prega ha coscienza del proprio limite, non uccide e non minaccia la morte. Invece, alla morte è asservito chi ha voltato le spalle al Dio vivente, per fare di sé stesso e del proprio potere l’idolo muto, cieco e sordo, cui sacrificare ogni valore e pretendere che il mondo intero pieghi il ginocchio”. Da qui il potente monito: “Basta con l’idolatria di sé stessi e del denaro! Basta con l’esibizione della forza! Basta con la guerra!”.
“La vera forza - dice Leone - si manifesta nel servire la vita. San Giovanni XXIII, con semplicità evangelica, scrisse: ‘Dalla pace tutti traggono vantaggi: individui, famiglie, popoli, l’intera famiglia umana’. E ripetendo le parole lapidarie di Pio XII aggiungeva: ‘Nulla è perduto con la pace. Tutto può essere perduto con la guerra’”. Il Pontefice sferza i fedeli: “Uniamo le energie morali e spirituali di milioni, miliardi di uomini e donne, di anziani e di giovani che oggi credono nella pace, che oggi scelgono la pace, che curano le ferite e riparano i danni lasciati della follia della guerra”.
"Cari fratelli e sorelle, certo vi sono inderogabili responsabilità dei governanti delle Nazioni. A loro gridiamo: fermatevi! È il tempo della pace! Sedete ai tavoli del dialogo e della mediazione, non ai tavoli dove si pianifica il riarmo e si deliberano azioni di morte!”, l’accorato appello del Papa ai potenti del mondo. Il Pontefice si rivolge a quanti ripudiano la guerra: “Vi è però, non meno grande, la responsabilità di tutti noi, uomini e donne di tanti Paesi diversi: un’immensa moltitudine che ripudia la guerra, coi fatti, non solo a parole. La preghiera ci impegna a convertire ciò che resta di violento nei nostri cuori e nelle nostre menti: convertiamoci a un Regno di pace che si edifica giorno per giorno, nelle case, nelle scuole, nei quartieri, nelle comunità civili e religiose, rubando terreno alla polemica e alla rassegnazione con l’amicizia e la cultura dell’incontro. Torniamo a credere nell’amore, nella moderazione, nella buona politica. Formiamoci e giochiamoci in prima persona, ciascuno rispondendo alla propria vocazione. Ognuno ha il suo posto nel mosaico della pace!”.
“San Giovanni Paolo II, instancabile testimone di pace, con commozione disse nel contesto della crisi irachena nel 2003: ‘Io appartengo a quella generazione che ha vissuto la Seconda Guerra Mondiale ed è sopravvissuta. Ho il dovere di dire a tutti i giovani, a quelli più giovani di me, che non hanno avuto quest’esperienza: ‘Mai più la guerra!’, come disse Paolo VI nella sua prima visita alle Nazioni Unite. Dobbiamo fare tutto il possibile! Sappiamo bene che non è possibile la pace ad ogni costo. Ma sappiamo tutti quanto è grande questa responsabilità’”, dice il Papa che fa proprio “questa sera il suo appello, tanto attuale”.
Stop alla “follia della guerra”. La veglia presieduta dal Papa si conclude con la supplica a Gesù: “Signore Gesù, tu hai vinto la morte senza armi né violenza: hai dissolto il suo potere con la forza della pace. Donaci la tua pace, come alle donne incerte nel mattino di Pasqua, come ai discepoli nascosti e spaventati. Manda il tuo Spirito, respiro che dà vita, che riconcilia, che rende fratelli e sorelle gli avversari e i nemici. Ispiraci la fiducia di Maria, tua madre, che col cuore straziato stava sotto la tua croce, salda nella fede che saresti risorto. La follia della guerra abbia termine e la Terra sia curata e coltivata da chi ancora sa generare, sa custodire, sa amare la vita. Ascoltaci, Signore della vita!”.

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