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I disturbi del comportamento alimentare (Dca) non sono un problema esclusivamente femminile e colpiscono in età sempre più precoce: circa il 30% dei casi riguarda minori sotto i 14 anni. Se le ragazze rappresentano la maggioranza dei pazienti, negli ultimi anni si è registrata una crescente evidenza clinica anche tra i ragazzi, soprattutto nella fascia di età 12-17 anni. In occasione della Giornata nazionale del Fiocchetto Lilla, che si celebra il 15 marzo, la Società italiana di pediatria (Sip) richiama l’attenzione su un aspetto ancora poco riconosciuto: nei ragazzi - spiegano gli esperti in una nota - i disturbi alimentari “possono manifestarsi con caratteristiche diverse rispetto alle ragazze e proprio per questo rischiano di essere intercettati più tardi, quando il quadro clinico è già più compromesso. Nell’anoressia nervosa i maschi rappresentano una quota variabile ma non trascurabile dei casi: a seconda delle casistiche, il rapporto maschi-femmine può variare da circa 1:3 a 1:12”. Nella bulimia nervosa e nei disturbi da alimentazione incontrollata la distanza tra i generi appare meno marcata.
“La minore presenza maschile nelle statistiche potrebbe dipendere anche da anni di mancato riconoscimento”, afferma Elena Inzaghi, responsabile del Gruppo di studio Medicina di genere in pediatria della Sip. “Per molto tempo i criteri diagnostici e l’immaginario collettivo hanno identificato i disturbi alimentari come un problema ‘da ragazze’: questo - continua - ha reso più difficile riconoscerli nei maschi, dove i sintomi possono essere meno sovrapponibili ai modelli classici e dove spesso c’è una minore consapevolezza del problema”.
Nei ragazzi il disturbo può non presentarsi con la tipica paura di ingrassare. Più frequentemente - chiariscono i pediatri - emerge “un’attenzione marcata alla massa muscolare, un ricorso eccessivo all’attività fisica, l’uso di integratori, una dieta rigidamente controllata per ‘definire’ il corpo più che per dimagrire”.
Se si cercano solo i segnali tradizionali – restrizione calorica evidente, timore di prendere peso, condotte compensatorie – il rischio è di non riconoscere il disturbo nei ragazzi. È proprio questa diversa presentazione clinica che può ritardare la diagnosi, con il risultato che i maschi potrebbero arrivare all’osservazione specialistica in condizioni più gravi e con una prognosi potenzialmente meno favorevole, soprattutto quando l’esordio è precoce.
“Uno studio condotto presso l’ospedale pediatrico Bambino Gesù su 501 pazienti pediatrici con anoressia nervosa, recentemente discusso sull’ultimo numero della rivista Sip ‘Pediatria’ - illustra Inzaghi - evidenzia che l’età media di presentazione della malattia è risultata significativamente più giovane nei maschi rispetto alle femmine. Nei maschi, inoltre, al momento del ricovero si osservavano parametri clinici indicativi di una maggiore gravità, un dato che potrebbe essere correlato anche a un riconoscimento più tardivo del disturbo”.
Come sottolinea il presidente Sip, Rino Agostiniani: “Se continuiamo a pensare ai disturbi alimentari come a un problema solo femminile rischiamo di non riconoscerli nei ragazzi. È fondamentale che pediatri, genitori e insegnanti imparino a intercettare anche segnali meno tipici, come l’ossessione per la massa muscolare o l’eccesso di esercizio fisico”. Una diagnosi precoce resta il fattore più importante per migliorare l’evoluzione del disturbo, rimarcano gli esperti. Per questo, in occasione della Giornata del Fiocchetto Lilla, la Sip invita a promuovere una maggiore consapevolezza delle differenze di genere nella presentazione dei disturbi alimentari. “L’attenzione alla pediatria di genere - conclude Agostiniani - rappresenta oggi uno strumento fondamentale per migliorare la capacità diagnostica e l’appropriatezza delle cure non solo nei disturbi alimentari, ma in molti ambiti della salute dell’infanzia e dell’adolescenza”.

Con 13.585 nuove diagnosi stimate nel 2024 (6.873 uomini e 6.712 donne), il tumore del pancreas "resta una delle neoplasie più insidiose. Nelle fasi iniziali, infatti, può non dare alcun segnale oppure manifestarsi con sintomi vaghi e poco specifici". Così all’Adnkronos Salute Nicola Silvestris, segretario nazionale dell’Associazione italiana di oncologia medica (Aiom) e direttore dell’Oncologia medica dell’Irccs Istituto Tumori Giovanni Paolo II di Bari, commentando la morte della conduttrice tv Enrica Bonaccorti, scomparsa a 76 anni per un tumore al pancreas diagnosticato lo scorso anno. "Il tumore del pancreas – spiega Silvestris – può rimanere del tutto asintomatico nelle fasi iniziali oppure associarsi a disturbi generici". Quando la malattia "si manifesta in modo più evidente, i segnali sono più tipici e includono: perdita di peso improvvisa, dolori addominali, difficoltà digestive, ittero, urine scure, feci chiare e, a volte, comparsa improvvisa di diabete. In questi casi – sottolinea l’oncologo – la malattia ha spesso già superato lo stadio in cui è possibile intervenire chirurgicamente (praticabile nel 15-20% dei casi), perché il tumore non è più resecabile”.
Sul fronte terapeutico, la ricerca ha ancora poche armi di medicina personalizzata. "Ad oggi – precisa Silvestris – non disponiamo di molti target molecolari per farmaci a bersaglio specifico. L’unica eccezione riguarda i pazienti con mutazioni germinali dei geni Brca 1 e Brca 2. Proprio su questo fronte sono arrivate novità recenti: l’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) ha approvato nelle scorse settimane la rimborsabilità di un farmaco della classe dei Parp-inibitori per i pazienti con queste mutazioni genetiche che non hanno mostrato progressione dopo la prima linea di chemioterapia a base di platino. Sono in corso studi clinici che valutano sia farmaci a bersaglio molecolare sia l’immunoterapia".
Un altro filone di ricerca riguarda il trattamento dei tumori operabili. "I ricercatori italiani – ricorda Silvestris – hanno recentemente pubblicato lo studio clinico 'Cassandra', coordinato dal prof. Michele Reni dell’Irccs Ospedale San Raffaele di Milano nel quale un trattamento chemioterapico sistemico (schema Paxg) pre-operatorio ha raddoppiato la sopravvivenza libera da eventi e migliorato la resecabilità delle neoplasie resecabili o borderline". Fondamentale è far riferimento, anche per questa neoplasia, "a centri oncologici definiti ad alto volume in grado di garantire elevati standard non solo chirurgici ma anche per la cura multimodale di questa neoplasia (terapie sistemiche, radioterapia, cure simultanee e studi clinici) attraverso percorsi multidisciplinari".
A differenza di altri tumori, non esistono programmi di prevenzione secondaria per la popolazione generale a eccezione delle forme ereditarie (5-10% dei casi totali) legate a mutazioni genetiche ereditarie per le quali è indicata una sorveglianza con risonanza magnetica dell’addome superiore con colangio-risonanza o con ecoendoscopia pancreatica. Rilevante è il ruolo della prevenzione primaria". Alcuni comportamenti possono ridurre il rischio. "Il fumo di sigaretta, ad esempio, è il fattore più fortemente associato allo sviluppo di carcinoma pancreatico. Tra gli altri fattori di rischio figurano: obesità, scarsa attività fisica, consumo elevato di alcol, dieta ricca di grassi saturi, scarso consumo di frutta e verdura".
"L’incidenza del tumore del pancreas è in crescita a livello globale, si prevede che diventerà la seconda causa di morte per tumore nel mondo entro il 2030" conclude. Secondo il rapporto “I Numeri del Cancro 2025”, realizzato da Associazione italiana di oncologia medica e Associazione italiana registri tumori (Airtum), in Italia vivono oggi circa 23.600 persone dopo una diagnosi di tumore al pancreas, equamente divise tra uomini e donne (11.800 ciascuno).

La cantante Elettra Lamborghini ha deciso di trasformare le sue notti insonni al Festival di Sanremo in un’operazione di branding degna di un manuale di marketing pop. Secondo i documenti depositati all’Ufficio italiano brevetti e marchi, infatti, il 3 marzo 2026, tre giorni dopo al fine del festival, Lamborghini ha presentato la domanda di registrazione per il marchio verbale “Festini bilaterali”, destinato a una vasta quantità di prodotti e servizi: dai cosmetici ai capi di abbigliamento, dalla musica digitale ai dispositivi elettronici, fino all’organizzazione di eventi di intrattenimento.
L’espressione nasce durante il Festival, quando la cantante - in gara con il brano "Voilà" - racconta sui social di non riuscire a dormire a causa delle feste notturne che animano gli hotel della Riviera ligure: nel cuore della notte pubblica video e messaggi in cui si lamenta della musica a tutto volume mentre gli artisti, dopo prove, interviste e serate all’Ariston, tentano disperatamente di riposare. La situazione diventa presto un piccolo caso mediatico e un meme social quando Lamborghini, con la sua consueta ironia, minaccia di scendere “in ciabatte con il megafono” per interrompere quelli che ribattezza appunto “festini bilaterali”, dando vita a uno dei tormentoni più improbabili dell’edizione. Nei video pubblicati online la si vede perfino andare in giro per i corridoi a individuare l’origine del frastuono e, a un certo punto, tentare anche la fuga strategica: “Stasera vi frego, vado a Montecarlo a dormire”, annuncia ai follower, salvo poi scoprire che neppure il Principato garantisce esattamente il silenzio monastico sperato. Il risultato è che la frase che doveva denunciare il caos notturno di Sanremo potrebbe presto diventare un universo commerciale: profumi, podcast, eventi, gadget e - perché no - feste ufficialmente autorizzate.
A curare la tutela del marchio è lo studio Mondial Marchi, che sul proprio sito ricorda anche un'altra vicenda che ha visto protagonista la pop star. Lo studio aveva infatti assistito Lamborghini nella battaglia per registrare come marchio il proprio nome, nonostante l'opposizione di uno dei brand più famosi al mondo, Automobili Lamborghini. Con una decisione notificata il 16 aprile 2024, la Commissione dei Ricorsi dell'Ufficio italiano brevetti e marchi ha accolto il ricorso presentato per la cantante, ribaltando la precedente decisione della Divisione di Opposizione che aveva negato la registrazione sulla base della notorietà del marchio automobilistico. La sentenza ha individuato un "giusto motivo" nel fatto che il marchio richiesto coincide con il nome di un personaggio famoso ai sensi dell'articolo 8 del Codice della proprietà industriale: Lamborghini è infatti il cognome della cantante e, insieme al nome Elettra, è diventato noto nel mondo dello spettacolo e del fashion system in modo autonomo rispetto al celebre marchio automobilistico. In sostanza, secondo la decisione, la pop star è diventata "marchio di sé stessa", acquisendo una notorietà indipendente che le consente di sfruttare commercialmente il proprio nome senza trarre indebito vantaggio dalla fama del brand automobilistico, in linea anche con la giurisprudenza europea sul caso Lionel Messi e la registrazione del marchio Messi. (di Antonio Atte)

"Gli Stati Uniti sono il più grande produttore di petrolio al mondo, quindi quando il prezzo del petrolio sale, noi facciamo un sacco di soldi". Parola di Donald Trump, che replica così alle preoccupazioni e pressioni crescenti negli Usa per l'aumento del prezzo della benzina provocato dal conflitto con l'Iran.
"Ma la cosa di più grande interesse e importanza per me, come presidente, è fermare l'impero del Male, l'Iran dall'avere l'arma nucleare e distruggere il Medio Oriente e in effetti il mondo", ha poi aggiunto nel messaggio pubblicato mentre l'Iran diffondeva il primo messaggio di Mojtaba Khamenei[1]. "Non permetterò mai che questo accada", ha poi aggiunto.
A fronte del boom dei prezzi del petrolio, ieri i 32 Paesi membri dell'Agenzia Internazionale per l'Energia - tra cui gli Usa e l'Italia - hanno intanto "deciso all'unanimità di lanciare il più grande rilascio di scorte petrolifere di emergenza[2] mai effettuato" nella storia dell'agenzia.
I paesi dell'Aie, ha annunciato il direttore esecutivo Fatih Birol, "metteranno a disposizione del mercato 400 milioni di barili di petrolio per compensare la perdita di approvvigionamento dovuta all'effettiva chiusura dello Stretto" di Hormuz.
Gli Stati membri dell'Ue dovrebbero quindi notificare "entro le ore 18" di oggi le loro intenzioni riguardo alla proposta dell'Aie, ha spiegato la portavoce della Commissione Europea per l'Energia Anna-Kaisa Itkonen, durante il briefing quotidiano con la stampa, dopo che stamani a Bruxelles si sono riuniti il gruppo di coordinamento per il petrolio (Ocg, Oil Coordination Group) e quello per il gas (Gcg, Gas Coordination Group).

"I pazienti affetti da malattie infiammatorie croniche intestinali (Mici), più di frequente, riferiscono i loro sintomi come bisogni insoddisfatti e il fatto che questi, una volta iniziata una terapia, spariscono il più in fretta possibile. Ci sono, infatti, dei sintomi molto particolari, che impediscono al paziente di condurre la propria vita come l'urgenza evacuativa, il dolore addominale e la stanchezza. Inoltre, si tratta di malattie caratterizzate da un impatto notevole sulla qualità di vita e il paziente vorrebbe che la propria migliorasse". Così Alessandro Armuzzi - presidente eletto della European Crohn’s and colitis organisation - Ecco, professore di Gastroenterologia e direttore Ibd unit presso Humanitas research hospital, Rozzano (Mi) e Humanitas university, Pieve Emanuele (Mi), all’evento di presentazione della campagna 'Colite ulcerosa, Io esco’, che da due anni offre ai pazienti, ai loro caregiver e ai professionisti che operano nei centri specializzati, una piattaforma di incontro e dialogo per capire come gestire al meglio la malattia e trasformare questa esperienza da peso denso di fatica a bagaglio di risorse individuali e collettive.
"L'aderenza terapeutica, poi, è altresì un aspetto molto importante, in quanto è essenziale non interrompere un percorso già iniziato perché si tratta di malattie croniche che, se lasciate a se stesse, progrediscono verso il danno intestinale e le complicanze - spiega - Gli esiti misurabili sono molto importanti, oggi, sia nel concetto di medicina moderna, ma anche in un contesto economico: si misura l'esito per vedere l'efficacia di un intervento. L’esito sintomatologico è voluto non solo dai pazienti, ma anche dai medici in quanto il paziente sta male e inizia un percorso per poi stare bene. Ad impattare molto, ad esempio, è l'urgenza evacuativa, la paura di dover andare in bagno in continuazione e come esito è anch’esso un punto molto importante". "Altri tipi di esiti sono quelli che si ripercuotono sulla qualità di vita e questo è il vero punto innovativo anche di questa campagna: poter inserire nel concetto di remissione non solo sintomatologica o anatomica, ma anche il concetto di miglioramento della qualità di vita e ripristino delle normali funzioni - sottolinea Armuzzi - è un concetto che potrebbe aprire una porta nell'evoluzione della medicina moderna nell'ambito delle malattie infiammatorie croniche intestinali (Mici)".
"Credo che il giovane specialista, che si approccia a questo campo, debba formarsi attraverso alcuni punti cardine: il primo è scegliere la terapia più giusta possibile per quel singolo paziente: oggi abbiamo a disposizione molte terapie, quindi è importante conoscerle bene tutte e disegnarle sul paziente - afferma - Il secondo passo è monitorizzare il nostro intervento, rendendo partecipe a questo tipo di percorso anche il paziente, perché permette di valutarlo e di correggerlo, se non sta funzionando bene". Il terzo ed ultimo punto fondamentale, conclude Armuzzi "è valutare sempre e comunque l'esito e capire che non si tratta solo di un esito sintomatologico e anatomico, ma deve anche riportare il benessere del paziente relativo alla propria qualità di vita".

"L'interazione è il fattore cruciale attraverso cui il paziente può arrivare a una diagnosi e a una cura nel più breve tempo possibile e ottenere quel beneficio che il Sistema sanitario nazionale (Ssn) deve offrire a chi è affetto da malattie infiammatorie croniche dell'intestino (Mici). Sappiamo che sono patologie sempre più frequenti: l’incidenza, infatti, negli anni sta aumentando ed è stimato che entro il 2050 ci saranno 600mila pazienti affetti da Mici". Lo ha detto Edoardo Vincenzo Savarino, segretario generale Ig-Ibd e professore di Gastroenterologia, dipartimento di Scienze chirurgiche, oncologiche e gastroenterologiche, università degli studi di Padova, alla presentazione, oggi alla Camera, della campagna ‘Colite ulcerosa, Io esco', che da due anni offre ai pazienti, ai loro caregiver e ai professionisti che operano nei centri specializzati, una piattaforma di incontro e dialogo per capire come gestire al meglio la malattia e trasformare questa esperienza da peso denso di fatica a bagaglio di risorse individuali e collettive. "L'unico modo per affrontare questo tsunami, in termini epidemiologici, e la presa in carico adeguata di pazienti così complessi e importanti da gestire dal punto di vista clinico, è un'integrazione tra territorio, ospedale, società scientifiche e Sistema sanitario nazionale (Ssn) - spiega - affinché i passaggi siano rapidi, concisi e il paziente possa ottenere una diagnosi nel minor tempo possibile e una cura per tornare alla vita quotidiana in modo sereno e senza problemi".
Ancora oggi il paziente con colite ulcerosa in stadio moderatamente attivo rischia di dover ricorrere al corticosteroide per insorgenza di sintomi che ne penalizzano la qualità di vita. Per migliorare la condizione dei pazienti "abbiamo a disposizione dei farmaci estremamente performanti, in termini di rapidità di azione - ricorda Savarino - Sappiamo che il problema principale dei pazienti con colite ulcerosa è la sintomatologia acuta, il numero delle evacuazioni, la perdita di sangue e il malessere generale. Si tratta di sintomi che richiedono un trattamento farmacologico rapido, che può essere ottenuto con le nuove terapie farmacologiche disponibili ma è necessario che il paziente riesca ad averne accesso nel più breve tempo possibile. Questo può evitare l'utilizzo del cortisone e i suoi effetti collaterali e complicanze che non riguardano solo l'ospedalizzazione e gli effetti collaterali diretti del farmaco, ma anche la possibilità di ricorrere a chirurgia e peggiorare l’outcome chirurgico".
"Il miglioramento della gestione di questi pazienti richiede dei percorsi diagnostico-terapeutici chiari, identificati dalle Regioni e dai medici, e che possano essere utilizzabili dai pazienti per arrivare il più in fretta possibile a diagnosi e terapia. Questi Pdta - Percorsi diagnostico terapeutici assistenziali devono essere integrati nella nostra struttura, accettati a livello regionale e applicabili sul territorio in modo da ottenere questi outcome, ma devono richiedere anche delle misure di valutazione per verificare che siano applicati e che siano efficaci per il miglioramento della qualità di vita dei pazienti con malattie infiammatorie croniche dell'intestino (Mici)", conclude.

Un 'dies academicus', quello della sede di Piacenza-Cremona, all’insegna della nutrizione, suggellato dall’invito a tenere la prolusione a Carlo Cracco, che, ha detto il rettore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore Elena Beccalli, "con la creatività dei suoi piatti ha contribuito a rendere la cucina italiana un simbolo globale". Il discorso inaugurale del rettore è partito da due assunti legati all’alleanza tra generazioni: "In un’epoca segnata da una transizione demografica senza precedenti, il binomio tra nutrizione e longevità rappresenta una nuova frontiera dei diritti umani. Inoltre, l’invecchiamento non deve essere inteso come un processo di sottrazione, bensì un’estensione della dignità umana assicurata anche dalle scelte alimentari. In questi due assunti è contemplato l’universo interdisciplinare al centro delle attività dei campus di Piacenza e Cremona". Sul primo versante, "longevità significa non solo aggiungere anni alla vita, ma vita agli anni. Ciò testimonia il legame tra nutrizione, longevità e diritti umani". Ma il problema della nutrizione corretta riguarda anche le giovani generazioni. "Nel 2026, lo scenario globale descrive una realtà paradossale: per la prima volta nella storia, il numero di bambini e adolescenti obesi ha superato quello dei sottopeso". Si tratta "di un tema politico in senso ampio, di una questione sociale di primo livello".
La professoressa Beccalli ha avanzato un appello all’azione su un impegno condiviso tra istituzioni, comunità e mondo della ricerca. "Alle istituzioni, affinché riconoscano pienamente la nutrizione clinica come componente primaria dei livelli essenziali di assistenza. Alle comunità, perché riscoprano il valore del pasto condiviso, potente antidoto alla solitudine, che a sua volta rappresenta una delle cause più insidiose della malnutrizione. Alla scienza, infine, perché continui a innovare nel campo delle tecnologie alimentari senza mai perdere di vista la centralità del piacere del gusto e della qualità dell’esperienza alimentare". Una risposta concreta è la creazione di un nuovo centro di ricerca di eccellenza sulla longevità nel campus di Cremona, avviato con l’Università Bocconi, mediante il sostegno della Fondazione Invernizzi. Il rettore ha, inoltre, ricordato che "se l’uomo è ciò che mangia e se la nostra umanità dipende dalla responsabilità verso l’altro, allora garantire la sicurezza nutrizionale è un atto di giustizia universale e intergenerazionale". Per questo "combattere la povertà alimentare e la malnutrizione clinica non è solo un obiettivo sanitario, è l’unico modo per abitare una società che possa ancora dirsi civile". È necessario assegnare rilevanza alla sostenibilità sociale e ambientale, oltre che economica, sottintendendo uno sviluppo nel presente non realizzato a scapito di quello futuro. "Ciò rimanda a un profilo di giustizia intergenerazionale, basata su un’alleanza tra generazioni".
Di questo ha parlato anche lo chef Carlo Cracco nella sua prolusione, dove ha espresso il senso stesso della cucina, che "non rappresenta soltanto un insieme di tecniche o l’espressione di una creatività individuale: è soprattutto un patrimonio culturale che si sviluppa e si arricchisce grazie alla trasmissione di conoscenze, esperienze e valori tra maestri e allievi". Come figura più significativa per l’alleanza di generazioni, lo chef ha ricordato quella di Gualtiero Marchesi, che "rappresenta non soltanto un grande cuoco, ma anche un maestro capace di formare e ispirare intere generazioni di professionisti". Nelle evoluzioni che ha subito nel tempo la cucina Carlo Cracco ha assegnato grande valore "all’idea di una brigata che operi come una squadra. Ogni persona contribuisce con il proprio talento, la propria sensibilità e la propria energia. Il mio compito, in qualità di chef, è creare le condizioni affinché queste qualità possano esprimersi nel modo migliore".
Secondo lo chef, la storia della cucina è frutto di un’alleanza tra generazioni, fondandosi su un principio molto chiaro: "L’innovazione non nasce mai in modo isolato, ma dall’incontro tra esperienza e futuro. Ogni generazione costruisce il proprio percorso a partire dalle basi lasciate da chi l’ha preceduta. È proprio in questo dialogo continuo tra maestri e allievi, tra organizzazione e creatività, tra memoria e cambiamento, che riconosco la vera forza della cultura gastronomica: una autentica alleanza fra generazioni".
Il rettore Beccalli non ha mancato, nel suo intervento, di richiamare le novità della sede di Piacenza-Cremona. A Piacenza, "le innovazioni interesseranno la triennale in Economia e management per la sostenibilità, il profilo triennale in International business management e quello magistrale in Management. A Cremona, invece, cambierà veste la laurea magistrale in Management e innovazione digitale". Sempre a Cremona ha preso avvio "il master in Intelligenza artificiale e data science per le imprese, nato dalla collaborazione con il Politecnico di Milano, secondo un’autentica logica di co-opetition". E nella città lombarda dal prossimo anno accademico grazie al sostegno della Fondazione Arvedi Bruschini entrerà in funzione una nuova residenza che ospiterà 70 tra studenti e visiting professor. Sul fronte della ricerca il 2025 ha rappresentato un anno eccezionale, «il migliore di sempre in termini di capacità di attrazione di risorse e progettualità. Complessivamente si sono registrati 177 nuovi progetti di ricerca, per un valore di quasi 11 milioni di euro» ha affermato il rettore, senza dimenticare il continuo impegno della sede nel Piano Africa con dieci progetti.
Al dies academicus sono intervenuti anche il sindaco di Piacenza Katia Tarasconi, l’amministratore unico di Epis Monica Patelli e l’ex studentessa e dottoranda di ricerca Rebecca Mariani. Il sindaco ha riaffermato che "per una città come Piacenza poter contare su una realtà universitaria dinamica e qualificata rappresenta quindi una grande opportunità. Significa attrarre giovani da molte parti d'Italia e anche dall’estero. Significa generare scambi culturali, relazioni e nuove idee". La rappresentante dell’Epis e presidente della Provincia ha invitato «a lavorare insieme, mettendo a fattor comune le capacità di ognuno, in particolare dei nostri giovani che sono insieme, presente e futuro, per offrire alle nostre comunità e ai cittadini che le abitano un menù stellato in cui il territorio e la sua gente sono protagonisti». Ha chiuso la cerimonia Rebecca Mariani che ha descritto l’Università come "luogo in cui le generazioni possono dialogare, si incontrano e qualche volta si scontrano ma sempre in modo costruttivo".

"Noi come Grant Thornton interveniamo nella fase finale del processo di sostenibilità, quella della verifica della rendicontazione: controlliamo che il report sia stato redatto secondo i principi di riferimento”. Lo ha dichiarato Enrico Mei, partner di Grant Thornton, intervenendo alla quinta edizione di LetExpo, manifestazione di riferimento per il settore della logistica e dei trasporti. “Il quadro normativo è però in una fase di grande cambiamento – ha spiegato – perché il pacchetto Omnibus ha proposto una semplificazione attraverso due modalità principali: da un lato l’innalzamento delle soglie per i soggetti obbligati alla rendicontazione completa, dall’altro l’introduzione di principi più semplificati che possono essere adottati su base volontaria”.
“A questo si aggiunge la direttiva cosiddetta ‘stop the clock’, che ha posticipato l’obbligatorietà della predisposizione della reportistica”, ha aggiunto Mei, sottolineando come la direzione intrapresa dalle istituzioni sembri ormai orientata verso una maggiore semplificazione. “Data per certa questa traiettoria – ha proseguito – la nuova sfida diventa capire la compatibilità e l’intreccio della rendicontazione di sostenibilità con l’attuale contesto geopolitico, segnato da conflitti e instabilità”.
Secondo il partner di Grant Thornton, infatti, anche il concetto stesso di sostenibilità sta evolvendo: “Il tema si sta progressivamente muovendo verso questioni come la sicurezza energetica e la comprensione di come trattare l’industria della difesa. Oggi esistono due visioni: la prima tende a escludere il settore della difesa dal mondo ESG; la seconda ritiene invece che senza sicurezza non possa esistere stabilità economica e che, senza stabilità economica, diventi difficile perseguire obiettivi ambientali e sociali”. “In questo contesto – ha concluso – si sta affermando l’idea che, oltre alle dimensioni ambientale, sociale e di governance, la rendicontazione possa dover considerare anche il contributo alla sicurezza e alla stabilità geopolitica. Come revisori della sostenibilità osserveremo con molta attenzione le prossime evoluzioni, perché questo sarà uno dei temi più rilevanti dei prossimi mesi”.

Nella gestione della schizofrenia, il tempo conta. Conta per ridurre la sofferenza del paziente, contenere il disorientamento e l'angoscia che accompagnano la fase di ricaduta, ma conta anche per costruire da subito un percorso di cura che non si interrompa con la dimissione. È questo il messaggio emerso dall'incontro stampa che si è tenuto a Brescia, dedicato alle nuove evidenze real-world dello studio Reshape su risperidone Ism, prodotto dalla azienda farmaceutica Rovi, con la partecipazione di Christoph Correll, riferimento scientifico europeo del progetto e primo autore della pubblicazione internazionale dei risultati dello studio, e di Antonio Vita, ordinario di Psichiatria dell'Università degli studi di Brescia.
I dati dello studio sono stati da poco pubblicati sul World journal of biological psychiatry. Condotto nella pratica clinica reale, Reshape ha coinvolto 275 pazienti provenienti da 76 centri ospedalieri di cinque Paesi europei, con una significativa partecipazione italiana. I dati presentati - informa una nota - mostrano che il trattamento ha consentito un rapido controllo della sintomatologia, con miglioramenti significativi già a partire dall'ottavo giorno, e una dimissione ospedaliera in una mediana di 8 giorni dall'inizio della terapia. Accanto al miglioramento dei sintomi, è stato osservato anche un recupero del funzionamento personale e sociale, misurato con la scala Psp, già a 28 giorni dalla prima dose. Tra gli obiettivi dello studio figuravano inoltre la durata del ricovero, la soddisfazione riferita dal paziente, la sicurezza e la tollerabilità del trattamento nella pratica clinica quotidiana. Il valore dei risultati, spiegano gli esperti, risiede non solo nella rapidità dell'effetto, ma anche nel loro significato clinico più ampio: trattare precocemente e in modo personalizzato la fase acuta può aiutare a ridurre le fratture nel percorso terapeutico, facilitando un collegamento più solido tra ricovero, dimissione e presa in carico territoriale. Uno dei messaggi chiave emerso dallo studio è proprio la possibilità di costruire un vero 'ponte' tra ospedale e territorio, evitando che il momento della dimissione coincida con una nuova fragilità, si evidenzia.
"Nella fase acuta della schizofrenia - spiega Vita - abbiamo bisogno di un trattamento che sia rapidamente efficace e ben tollerato, ma capace non solo di controllare i sintomi ma anche di gettare le basi per un'alleanza terapeutica e per un progetto di cura che prosegua oltre l'emergenza. Il valore dei dati real-world è questo: ci mostrano che cosa accade davvero nei nostri servizi, con pazienti complessi e bisogni concreti, e ci aiutano a ragionare in termini di continuità di cura, non solo di gestione dell'episodio acuto". Sul piano clinico, un elemento particolarmente rilevante, si legge nella nota, è che i risultati dello studio appaiono coerenti con quelli degli studi registrativi precedenti, rafforzando la fiducia del clinico nell'uso del trattamento nella pratica quotidiana.
"Lo studio Reshape fornisce preziose evidenze real-world che mostrano come Risperidone Ism possa offrire un rapido miglioramento dei sintomi, recupero funzionale, buona tollerabilità e soddisfazione del paziente nelle persone ricoverate per una ricaduta acuta di schizofrenia - sottolinea Correll - Sono risultati che supportano il ruolo di risperidone Ism come opzione terapeutica concreta per stabilizzare rapidamente il paziente e facilitare il passaggio, tanto delicato quanto cruciale, dall'assistenza ospedaliera alla presa in carico territoriale. In questa prospettiva, il miglioramento del funzionamento, della qualità di vita e della continuità terapeutica diventa parte integrante del valore clinico del trattamento".
"L’innovazione per Rovi significa tradurre la ricerca in soluzioni terapeutiche che abbiano un impatto reale nella vita delle persone. Nella gestione della schizofrenia in fase acuta - evidenzia Luca Mantegna, Neuroscience Business Unit Director Rovi Biotech Italia - ciò significa sostenere un approccio che aiuti a stabilizzare precocemente il paziente, favorire una maggiore aderenza terapeutica e costruire un percorso di continuità di cura, con l'obiettivo di migliorare nel lungo termine autonomia, funzionamento e qualità di vita del paziente". Uno dei punti salienti - è emerso dall'incontro - riguarda il recupero funzionale precoce, che incide direttamente sulla vita quotidiana delle persone, facilitando il reinserimento sociale, familiare e relazionale. Proprio questo rapido recupero rappresenta un determinante cruciale della prognosi, sottolineano gli esperti, perché favorisce il reinserimento del paziente, crea le condizioni per interventi psicosociali più mirati e può tradursi in maggiore autonomia della persona. Il miglioramento non riguarda infatti solo i sintomi: i dati presentati indicano un recupero funzionale precoce che può tradursi anche in una migliore qualità di vita, grazie a una più rapida ripresa delle relazioni, della quotidianità e dell’autonomia.
Spazio anche al tema della soddisfazione del paziente e dell'alleanza terapeutica, elementi spesso trascurati nel racconto pubblico della schizofrenia ma decisivi nella realtà clinica. L'accettabilità del trattamento e il suo gradimento da parte del paziente rappresentano infatti fattori centrali per favorire una maggiore aderenza terapeutica e costruire, già dalla fase acuta, un percorso di cura più solido e continuativo. I dati di Reshape - conclude la nota - rafforzano l'idea che la fase acuta non debba essere considerata soltanto un'emergenza da contenere, ma anche un momento decisivo per impostare meglio il futuro del paziente. Non solo stabilizzazione, dunque, ma un approccio più proattivo e integrato, capace di tenere insieme efficacia clinica, continuità assistenziale e recupero funzionale.

Mettere in evidenza la rilevanza i disturbi del sonno come l’insonnia cronica, una condizione ancora sottovalutata, ma che ha un impatto significativo sulla qualità della vita, sulla salute e sui costi sociali diretti e indiretti. È l'obiettivo del Gruppo di lavoro su insonnia e altri disturbi del sonno, all'interno dell'Intergruppo Parlamentare per le Neuroscienze e l'Alzheimer, promosso dalla deputata Annarita Patriarca e dalla senatrice Beatrice Lorenzin, e presentato oggi a Roma.
L'insonnia - informa una nota - è una patologia diffusa che colpisce circa 13,4 milioni di italiani, soprattutto donne (60-70% dei casi), con una maggiore incidenza tra i 45 e i 65 anni, e che comporta gravi ripercussioni sulla salute pubblica e sull'economia nazionale. I costi stimati, infatti, sono circa 14 miliardi di euro l'anno, pari allo 0,74% del Pil, suddiviso tra costi diretti, che riguardano ricoveri, visite mediche, farmaci e costi indiretti, tra cui assenteismo, incidenti stradali e domestici. Chi soffre di insonnia cronica lamenta una scarsa qualità e quantità del sonno che interessa almeno 3 notti alla settimana per un periodo di tre mesi consecutivi: i sintomi notturni, tra cui difficoltà ad addormentarsi o a mantenere il sonno prolungato, hanno delle ripercussioni sul benessere psico-fisico durante il giorno, perché generano stanchezza, scarsa concentrazione, irritabilità. Questi naturalmente incidono sulla partecipazione attiva al mondo del lavoro, e sono un costo nascosto per il welfare collettivo. Inoltre, è una condizione che comporta un impatto sulla salute mentale e fisica di chi ne soffre, che non riguarda solo la notte e il sonno: infatti, oltre il 60% dei pazienti italiani con disturbi del sonno dichiara di subire un impatto negativo significativo sul benessere psicologico e il 43% dei pazienti riporta una compromissione della vita sociale.
“Alla luce delle importanti ripercussioni che i disturbi cronici del sonno hanno sulla qualità di vita dei pazienti e sul sistema sociale, economico e sanitario del Paese, risulta fondamentale che gli esponenti istituzionali riconoscano per primi l’insonnia cronica come una patologia a sé stante e che l’agenda politica riservi uno spazio di confronto adeguato”. Ha dichiarato l’onorevole Annarita Patriarca, segretario presidenza della Camera dei deputati e membro XII Commissione – Camera. “Quello di questi pazienti è un quadro clinico complesso, che richiede risposte puntuali - aggiunge - È necessario che si mettano a terra azioni concrete per l’attivazione di percorsi di assistenza personalizzati e continuativi, per la presa in carico consapevole e multidisciplinare, prevedendo sia un accesso più efficiente e appropriato ai trattamenti sia un riconoscimento giuridico a livello nazionale e regionale, affinché la richiesta di assistenza venga accolta e gestita in modo efficace”. (Video[1])
Il nuovo Gruppo di Lavoro su insonnia e altri disturbi del sonno, “svolge un ruolo centrale nel riconoscere formalmente questa patologia - chiarisce Patriarca - nel promuovere politiche di prevenzione, riconoscimento e gestione precoce, affinché diventi una priorità di salute pubblica. In molti Paesi europei, l’insonnia viene riconosciuta come una patologia indipendente, il cui trattamento viene rimborsato. Anche per queste ragioni, affinché l’Italia non rimanga indietro, è necessario lavorare per formulare una proposta di Legge per il riconoscimento dell’insonnia cronica”.
Il nuovo Gruppo di Lavoro - dettaglia la nota - sta lavorando concretamente - grazie all’importante contributo del comitato scientifico - alla realizzazione un Policy Paper sull’insonnia cronica per promuovere una maggiore consapevolezza a livello istituzionale della patologia e dell’importante burden che ha per la collettività. Il documento getterà delle solide basi affinché questa priorità si concretizzi in misure preventive e di presa in carico efficaci dei pazienti e verrà presentato il prossimo 14 aprile al Centro Studi Americani in un evento dedicato. Il supporto del comitato scientifico è fondamentale perché dà solidità scientifica alla richiesta che l’insonnia cronica diventi una priorità dell’agenda sanitaria del Paese e che sia formulata una proposta di Legge in merito.
“Il tema del sonno riguarda direttamente la qualità delle nostre politiche pubbliche”, ha sottolineato la senatrice Beatrice Lorenzin, Membro 5ª Commissione – Senato. “Non è solo una questione sanitaria, ma un fattore strategico che incide sull’efficienza dei servizi, sulla tenuta del sistema produttivo e, soprattutto, sulla sicurezza delle persone. Quando parliamo di carenza di sonno, parliamo di un elemento che contribuisce a incidenti stradali, errori professionali, tutti costi sociali che certamente il nostro Paese non può permettersi di ignorare. La ricerca - chiarisce - ha confermato e riconosciuto come la qualità del sonno e, a fianco ad esso, la qualità della veglia, contribuiscano al mantenimento del benessere fisico, cognitivo e mentale. Le ipersonnie, la sindrome delle apnee in sonno, e infine l’insonnia cronica vanno riconosciute perché rappresentano patologie oggi trattabili con potenziale abbattimento delle gravi comorbilità cui spesso si associano, enormi risparmi per la sanità e immediato beneficio per la qualità della vita. Nel nostro Paese - conclude - sono stati compiuti passi importanti, ma è giunto il momento di dare un riconoscimento giuridico a queste patologie”.

Nella Giornata nazionale di educazione e prevenzione contro la violenza nei confronti degli operatori sanitari e socio-sanitari, gli infermieri si confermano professionisti "in prima linea", sia perché "più esposti a episodi di violenza" sia perché, "da sempre impegnati a sensibilizzare l'opinione pubblica sul tema delle aggressioni al personale sanitario e a promuovere, grazie al contributo degli Ordini provinciali, buone pratiche" sulla sicurezza in sanità. Un'attività "necessaria", quella di tenere acceso il faro dell'attenzione sul tema, come suggeriscono i dati raccolti dalla Fnopi (Federazione nazionale Ordini professioni infermieristiche) e consegnati all'Osservatorio nazionale delle buone pratiche sulla sicurezza nella sanità (Oseps) per predisporre la relazione annuale sulle attività dell’Onseps relative all'anno 2025.
Nel mese di gennaio 2026, la Federazione ha proposto a tutti gli iscritti un questionario finalizzato a monitorare gli episodi di violenza commessi ai danni dei professionisti sanitari e socio-sanitari nel 2025. Alla survey hanno risposto in 6.232. Numerose, spiega la Fnopi, sono state le testimonianze dei professionisti che hanno raccontato di essere stati vittime di aggressioni, esplicitando modalità, tempi, luoghi ed entità degli episodi. Le adesioni maggiori sono state registrate in Campania, Emilia Romagna, Lombardia, Veneto e Piemonte, regioni dalle quali sono arrivate la maggior parte delle risposte. L'88% sono infermieri e il 2% sono infermieri pediatrici. In 2.771 hanno dichiarato di essere stati aggrediti negli ultimi 12 mesi. Rappresentano il 44% del totale, la maggioranza sono donne e lavorano nel settore pubblico.
Ciò che colpisce - informa la Fnopi - è il numero delle aggressioni rilevate: superiore a quello delle persone aggredite. Gli episodi sono 12mila per una media di 6 l'anno subiti da ogni dichiarante, con una prevalenza di casi di violenza verbale. Dalle risposte del questionario si evince, infine, che i luoghi in cui si verificano la maggior parte delle aggressioni sono principalmente ambulatori pubblici, spazi comuni delle strutture sanitarie, interni o esterni, reparti di degenza, pronto soccorso, servizi territoriali.
Futuro incerto per 12 giornalisti in solidarietà, 'usati due pesi e
due misure'...
Progetto del 2026 si intitola "Il Significato dell'Opera"... 
Le malattie cardio-cerebrovascolari restano la prima causa di mortalità nel mondo. Per questo motivo fa tappa a Palermo (giovedì 19 marzo) 'Il tuo cuore nelle tue mani', campagna itinerante di prevenzione cardio-cerebrovascolare che prevede una giornata di screening gratuiti in piazza Castelnuovo (9–16.30). L’iniziativa è promossa da Daiichi Sankyo in collaborazione con l’Istituto nazionale per le ricerche cardiovascolari (Inrc), e Alice Italia Odv, Cittadinanzattiva, Coordinamento nazionale associazioni del cuore (Conacuore Odv), Fand Associazione italiana diabetici Odv, Feder-Aipa e Fondazione italiana per il cuore - Ets (Fipc). 'Il tuo cuore nelle tue mani' - informa una nota - nasce per incoraggiare ogni cittadino a prendersi cura della propria salute cardiovascolare — informandosi, sottoponendosi a controlli di base e adottando comportamenti di prevenzione. Obiettivo: ridurre il ritardo nella richiesta di assistenza, migliorare la conoscenza dei sintomi (anche nelle loro differenze tra i sessi) e favorire l’adesione ai percorsi terapeutici e di follow-up. La campagna segue la pubblicazione del policy act 'Salute cardiovascolare: un impegno comune per migliorare la prevenzione e l’aderenza terapeutica' realizzato grazie alla collaborazione di Daiichi Sankyo Italia e redatto da un gruppo di lavoro misto composto da istituzioni, esperti sanitari, società scientifiche, associazioni civiche, fondazioni e organizzazioni di pazienti.
Solo nel 2021 le malattie del sistema circolatorio hanno causato oltre 217.000 decessi in Italia (pari al 30,8% del totale), confermandosi la prima causa di morte nel Paese. La scarsa aderenza terapeutica grava sul Ssn per circa 2 miliardi di euro l’anno: migliorandola anche solo del 15% potrebbe ridurre significativamente il rischio di infarto, ictus e mortalità cardiovascolare, con un risparmio potenziale di oltre 300 milioni di euro l’anno. "Questa giornata di screening rappresenta un’opportunità concreta per avvicinare i cittadini alla prevenzione cardio-cerebrovascolare – dichiara Fabrizio Tumminello, presidente di Alice Palermo ovest Odv -. Attraverso controlli semplici e accessibili è possibile, infatti, intercettare precocemente fattori di rischio spesso sottovalutati. Ma lo screening è anche un momento di ascolto e di dialogo, fondamentale per favorire una maggiore aderenza alle indicazioni terapeutiche. Informare, spiegare e accompagnare le persone significa renderle parte attiva della propria salute".
Durante la giornata sarà possibile effettuare gratuitamente i seguenti controlli: elettrocardiogramma (ecg); controllo della pressione arteriosa; profilo lipidico; controllo della glicemia; misurazione della circonferenza vita. Operatori sanitari e volontari saranno presenti per fornire consulenze, materiale informativo semplificato e indicazioni su come rivolgersi ai servizi sanitari territoriali. La campagna non si limita ai controlli ma intende anche sensibilizzare sull’importanza dell’aderenza terapeutica da parte di chi è in cura per una o più patologie. Secondo i dati rilevati dalla recente Indagine civica sull’aderenza terapeutica: un piano d’azione comune, realizzata da Cittadinanzattiva con il supporto non condizionato di Daiichi Sankyo3, metà dei pazienti fatica a seguire le prescrizioni, contando chi le salta raramente (35,6%) e chi occasionalmente (11,5%). "La prevenzione non è solo un diritto ma anche un dovere civico - dichiara Valeria Fava, responsabile Coordinamento Politiche della salute di Cittadinanzattiva -. Offrire screening gratuiti e informazione chiara è, quindi, un’azione concreta per colmare quel deficit di consapevolezza che, come evidenziato dalla survey, frena la richiesta di assistenza".
Il profilo dei pazienti 'non aderenti', come evidenziato dai rispondenti sia medici sia cittadini comuni, è rappresentato principalmente da persone fragili e anziane, con basso livello socioculturale, spesso sole o con scarso supporto familiare. A pesare sulla non aderenza contribuisce molto anche la comorbidità, ossia la presenza di due o più patologie.Fra le motivazioni che portano a non seguire la terapia prevalgono, a detta dei pazienti, aspetti psicologici e percettivi: il 28,3% soffre la sensazione di dipendenza dal farmaco, mentre la pigrizia o mancanza di motivazione (20,8%) e, perfino, la percezione di non essere in pericolo reale (20,2%) contribuiscono a una riduzione dell’aderenza.
"Se per legge abbiamo diritto alla salute, è anche vero che abbiamo il dovere di mantenerci in salute e, quindi, di prevenire le malattie. La campagna Il tuo cuore nelle tue mani è l’applicazione di questo principio perché si rivolge a persone presunte sane che solo occasionalmente si sottopongono a controlli e le sensibilizza ai fattori di rischio coronarico per prevenire le malattie cardiache – sottolinea Giuseppe Ciancamerla, presidente di Conacuore -. Questi controlli sono importanti soprattutto per le donne, che spesso antepongono i problemi della famiglia al proprio stato di salute". Il 36,9% delle donne, infatti, secondo i dati dell’indagine Cittadinanzattiva, riferisce come ostacolo all’aderenza lo stress, in giornate caotiche, con tante cose da gestire, tra ruoli multipli, lavoro, carichi domestici e di cura di altri.

"Era prima di tutto una vera amica". Così Giancarlo Magalli ha ricordato Enrica Bonaccorti, scomparsa oggi all'età di 76 anni. Il conduttore ospite oggi a La volta buona ha ripercorso il legame professionale e personale che li univa, nato nel 1985 grazie al quiz televisivo 'Pronto, chi gioca?'. Bonaccorti, ha ricordato Magalli, lo considerava come "il figlio che non ho mai avuto".
Magalli ha parlato della malattia della conduttrice: "Tutti sapevamo che stava male. E sapevamo, soprattutto, che stava combattendo contro un cancro davvero bastardo, lo sapeva anche lei ma non ha mai mollato".
L'ultima apparizione di Bonaccorti risale al 12 febbraio, proprio a La volta buona. In quell'occasione era stata celebrata la sua lunga carriera, mettendo per un momento da parte la malattia: "Vederla qui, allegra, vivace, sorridente ci ha aperto il cuore a una speranza. Una speranza che si è spenta questa mattina", ha aggiunto Magalli spiegando che per partecipare alla trasmissione Bonaccorti si era fatta aiutare dai medici: "Lei non voleva farsi vedere come una malata oncologica. Simbolo di una grande professionista".
Il ricordo di amici e colleghi ha commosso Caterina Balivo che più volte si è interrotta nel discorso per asciugare le lacrime e riprendere fiato.

"Sono aumentate rapine, risse e lesioni personali, con un’efferatezza 'apparentemente insensata' che nasconde fragilità emotive diffuse e un progressivo svuotamento affettivo. Sebbene la violenza oggi appaia sempre più armata, con l’uso di pistole, coltelli e armi improprie, gli adolescenti sono sempre più 'disarmati' di fronte a nuove fragilità psicologiche e relazionali, spaventati da un mondo esterno che considerano pericoloso, imprevedibile, segnato da conflitti e violenze all’interno delle famiglie e nella società, con casi di autolesionismo e tentati suicidi e, in alcuni casi, uso di sostanze e dipendenze. Preoccupa, inoltre, la crescita nel 2025 di minori denunciati o arrestati per associazione mafiosa in alcuni territori". E' quanto emerge dal rapporto 'Dis(armati). Un’indagine sulla diffusione della violenza giovanile, tra percezione e realtà', realizzata dal Polo Ricerca di Save the Children con il sostegno di Fondazione Iris Ceramica Group Ets e diffuso oggi. Attraverso le voci di minorenni e neomaggiorenni, rappresentanti delle amministrazioni pubbliche, magistrati, esperti, operatori del terzo settore e del sistema di giustizia minorile che accompagnano ragazze e ragazzi nei percorsi di reinserimento – con approfondimenti nelle città di Roma, Milano, Napoli, Bari e Terni – la ricerca restituisce una fotografia della violenza che è "un grido profondo degli adolescenti e che interroga con urgenza il mondo degli adulti". Le voci e le immagini, riportate all’interno del rapporto di ricerca, sono state raccolte con la collaborazione del giornalista e autore Danilo Chirico, insieme al fotoreporter Alessio Romenzi e al regista e autore Vito Foderà.
Il viaggio compiuto da Save the Children per comprendere il fenomeno della violenza giovanile - con un’attenzione alla diffusione delle armi e al coinvolgimento dei minori nelle reti della criminalità organizzata - evidenzia "come nell’ultimo decennio sia cambiata l’intensità e le modalità della violenza agita dagli adolescenti: più immediata, visibile, condivisa e amplificata anche attraverso i social media. Ma allo stesso tempo ci restituisce una 'geografia della violenza' che mette in luce come le diverse tipologie di reati di natura violenta non abbiano una diffusione omogenea su tutto il territorio nazionale, con una concentrazione maggiore di alcune tipologie in determinate aree del Paese".
Osservando il dato di minori e giovani adulti segnalati agli Uffici di Servizio Sociale per i Minorenni (Ussm) dall’Autorità giudiziaria, emerge un progressivo calo, pari a poco più di un terzo negli ultimi vent’anni, passando da 23.000 nel 2004 a 14.220 nel 2024 . Guardando invece al dato relativo ai minori e giovani adulti presi in carico dagli Ussm, questi sono 23.862 , in aumento rispetto agli anni precedenti, soprattutto a causa della permanenza prolungata nel sistema penale di giustizia minorile, anche in seguito all’attuazione del cosiddetto 'Decreto Caivano' che ha ampliato i casi di custodia cautelare per i minorenni e ristretto l’accesso alle alternative al carcere. Il 73% ha tra i 14 e i 17 anni e l’1% ha meno di 14 anni, i giovani adulti sono il 26%.
Allargando lo sguardo all’Europa, i minori e i giovani adulti in contatto con il sistema di giustizia perché sospettati o autori di reato, sono passati in Italia da 329 ogni 100 mila abitanti nel 2014 a 363 nel 2023, e il valore rimane uno dei più bassi dell’area .
Secondo i dati forniti dal Servizio Analisi Criminale del Ministero dell’Interno, rispetto a 10 anni prima, nel 2024 sono aumentati i 14-17enni denunciati o arrestati per rapina (3.968 nel 2024, più del doppio rispetto al 2014), lesioni personali (4.653 nel 2024 rispetto alle 1.921 del 2014), rissa (1.021 nel 2024, 433 nel 2014) e minaccia (1.880 nel 2024, 1.217 nel 2014) mentre diminuiscono i minorenni segnalati per il reato di associazione per delinquere (109 nel 2024, 406 nel 2014). Se nel 2024 il numero di minori denunciati o arrestati per associazione mafiosa conferma il trend di 10 anni prima (49), il dato per il primo semestre 2025 (46) suggerisce una possibile preoccupante crescita nell’annualità.
Inoltre i dati fotografano una maggiore diffusione delle armi tra i minori – anche improprie - con un aumento da 778 a 1.946 dal 2019 al 2024 dei minori segnalati per porto abusivo di armi o oggetti atti ad offendere e un picco di 1.096 nel primo semestre del 2025. I giovani intervistati per questa ricerca raccontano che girare armati fa sentire “più sicuri”, ma a volte anche “più nervosi”, altri lo fanno per status o come simbolo di potere. La crescita riguarda quasi tutte le regioni e, tra le città metropolitane, si segnalano Napoli (che passa da 59 nel 2019 a 152 nel 2024), Milano (da 43 a 150), Roma (da 32 a 96), Bologna (da 21 a 88) e Torino (da 31 a 82). "A preoccupare, quindi, è la normalizzazione dell’utilizzo del coltello che, a prescindere dalle motivazioni, espone i ragazzi, più che in passato, al rischio di andare incontro a un’escalation di violenza. Spesso tra i giovani che escono di casa armati si crea un 'cortocircuito della paura': la paura porta all’esigenza di difendersi, di fare paura, di armarsi, esponendosi al rischio di fare o farsi male", si legge nel rapporto di Save the Children.
“Per prevenire e affrontare il complesso fenomeno della violenza giovanile è fondamentale un cambio di prospettiva da parte del mondo adulto, che spesso fatica ad ascoltare davvero i giovani e a coglierne i bisogni più profondi” dichiara Antonella Inverno, responsabile ricerca e analisi dati di Save the Children. “Da questo viaggio tra le voci ‘disarmate’ di ragazze e ragazzi che attraversa tutto il Paese, emerge chiaramente come la violenza sia un fenomeno alimentato da vuoti educativi, solitudine, mancanza di spazi e di opportunità di crescita. Di fronte a questo scenario, un approccio emergenziale che fa della punizione e del controllo gli strumenti principali – quasi gli unici - per prevenire e affrontare la violenza minorile non è coerente con il superiore interesse del minore né in linea con i principi del diritto minorile, ma rischia fortemente di risultare inefficace. È necessario coinvolgere minori e giovani adulti in percorsi di responsabilizzazione in grado di rendere evidenti le conseguenze dei comportamenti violenti, avere uno sguardo attento ai bisogni, ai vissuti e alle potenzialità di ragazzi e ragazze e avere una reale disponibilità ad ascoltarli e a metterli nelle condizioni di partecipare alla vita sociale. Questo cambio di prospettiva da parte del mondo adulto deve essere accompagnato da un forte impegno istituzionale, con un chiaro obiettivo: garantire il benessere di bambini, bambine e adolescenti e, di conseguenza, agire preventivamente su quei fattori che possono alimentare la violenza”.

Una rabbia interiore e una 'mancanza di rispetto totale per la propria vita' - tra tentativi di suicidio, casi di autolesionismo, disturbi alimentari - e quella degli altri, in una sorta di 'disinvestimento affettivo'. In questo contesto, il gesto violento appare svuotato del suo peso specifico. E' quanto emerge nei racconti dei ragazzi raccolti nel rapporto 'Dis(armati). Un’indagine sulla diffusione della violenza giovanile, tra percezione e realtà', realizzata dal Polo Ricerca di Save the Children con il sostegno di Fondazione Iris Ceramica Group Ets. “In quel momento sei come in un videogame, vuoi solo finire il livello”, spiega un ragazzo. Anche davanti ai magistrati, come emerge dalle interviste realizzate per la ricerca, il racconto dei minori resta spesso frammentato, infantile, privo di una reale percezione della gravità del reato commesso. L’assunzione di alcuni tipi di sostanze psicotrope, inoltre, rischia di avere un effetto moltiplicatore della violenza, trasformando la rabbia in azione e abbassando la soglia di percezione del rischio fino ad azzerarla.
“Questi ragazzi non cercano la violenza per il gusto di farla. Cercano un posto nel mondo e spesso lo trovano dentro dinamiche violente: in questo modo, qualcuno li vede, li riconosce. Molti di loro non hanno una prospettiva di futuro, ma hanno un presente molto esigente” spiega un operatore. Lo raccontano anche i ragazzi seguiti dai servizi di giustizia: “Se non reagisci, perdi rispetto e sei finito. Meglio passare per pazzo che per debole”.
Prendendo in considerazione i dati sul numero di minorenni di 14-17 anni denunciati o arrestati si registra un aumento di 14-17enni segnalati per rapina: 3.968 nel 2024, più del doppio rispetto al 2014, in crescita in quasi tutte le regioni del centro e del nord Italia, in particolare in Valle d’Aosta (+3 ogni mille abitanti nella fascia 14-17 anni), Emilia-Romagna (+2,65 ogni mille), Friuli Venezia-Giulia (+2,42 ogni mille) e Liguria (+2,34 ogni mille), con le sole eccezioni di Piemonte (-0,39 ogni mille) e Lazio (-0,54 ogni mille). Il dato del primo semestre 2025 (2.364) conferma il trend in aumento, con un’incidenza maggiore in Emilia-Romagna (3,06 ogni mille abitanti), Lombardia (1,7 ogni mille), Liguria (1,44 ogni mille) e Toscana (1,38 ogni mille). Sempre nel primo semestre 2025, tra le città metropolitane spiccano: Milano (294 minorenni denunciati o arrestati), Roma (124), Bologna (103) e Torino (85).
Sono 4.653, invece, i minori denunciati o arrestati per lesioni personali (di cui 592 ragazze), quasi il doppio rispetto a dieci anni prima, in crescita costante in tutte le regioni, come indicano anche i 2.425 casi del primo semestre 2025. L’incidenza maggiore in Friuli-Venezia Giulia (2 ogni mille abitanti nella fascia 14-17 anni), Emilia-Romagna (1,89 ogni mille) e Valle d’Aosta (1,63 ogni mille) e, tra le città metropolitane, sempre nel 1° semestre 2025, Milano (129 minorenni denunciati o arrestati), Roma (75), Torino (83) e Bologna e Napoli (73).
I minorenni denunciati o arrestati per rissa registrano un aumento che sfiora il 100% tra il 2019 e il 2024, con 1.021 segnalazioni, di cui 955 ragazzi, con un’incidenza maggiore in Molise (1,21 ogni mille abitanti nella fascia 14-17 anni). Nel primo semestre 2025 sono 507 i minorenni segnalati, in linea con l’anno precedente. Le città metropolitane più coinvolte nello stesso periodo sono: Milano (33 minorenni segnalati), Genova (32) e Palermo (31).
Un simile andamento, ma con valori più elevati, riguarda i minori denunciati o arrestati per il reato di minaccia, che aumentano significativamente dopo il 2019 fino a raggiungere i 1.880 casi nel 2024 (988 nei primi sei mesi del 2025), di cui 303 ragazze, con un’incidenza maggiore, anche in questo caso, in Molise (1,62 ogni mille abitanti nella fascia 14-17 anni), mentre l’aumento più significativo tra il 2014 e il 2024 si è registrato in Friuli Venezia-Giulia (+1,5 ogni mille abitanti nella fascia 14-17 anni). Tra le città metropolitane, nel 1° semestre 2025, svettano Roma (49 minorenni segnalati), Milano (41) e Torino (28). Diminuisce, invece, il numero di minori denunciati o arrestati per associazione per delinquere, 109 nel 2024 (erano 406 nel 2014), in particolare nel Lazio (-0,46 ogni mille abitanti nella fascia 14-17 anni, nel decennio considerato). I principali dati di analisi dello scenario, sottolinea Save the Children, si basano sulle denunce, ma occorre tenere presente che non sempre queste, dopo il vaglio dell’autorità giudiziaria, si trasformano in processi a carico dei minorenni segnalati.
“Puntare su punizioni e misure repressive può sembrare una risposta immediata, ma non funziona. La violenza giovanile nasce spesso in un vuoto educativo e sociale: è lì che bisogna intervenire. Prevenire significa investire in contesti che offrano ai ragazzi opportunità, ascolto, relazioni rispettose e alternative positive. Serve sostenere le famiglie nelle sfide dell’adolescenza, promuovendo modalità di comunicazione basate sul rispetto reciproco. Nelle scuole è urgente rafforzare i percorsi di educazione alla non violenza, il supporto al benessere psicosociale e attivare presidi di ascolto e intervento precoce. Accanto a questo, è fondamentale investire stabilmente nell’educativa di strada e di comunità, e garantire spazi pubblici dove i giovani possano incontrarsi, esprimersi e partecipare in modo positivo. La via educativa è cruciale anche per accompagnare i giovani in percorsi di responsabilizzazione rispetto alle proprie azioni perché comprendano le conseguenze dei loro comportamenti. Le competenze emotive e sociali devono supportare nella presa di consapevolezza delle proprie azioni e di come possono impattare, a volte in modo tragico, su altri coetanei e sulla comunità più allargata. Per riuscire a fare tutto questo serve un’alleanza forte tra scuole, famiglie, servizi sociali, terzo settore e istituzioni locali”, spiega Giorgia D’Errico, direttrice Relazioni Istituzionali di Save the Children.
Iniziativa dal 27 al 29 marzo per garantire cure a vittime di
guerra... 
I social sono ambienti tipici di espressione dell’adolescenza e, quando questa espressione è violenta, diventano anche luogo dove la violenza viene messa in scena, “certificata” e amplificata: molti episodi vengono filmati e condivisi perché il bisogno di apparire prevale anche sul rischio di essere scoperti. Il 13,4% di ragazzi tra i 15 e i 19 anni ha assistito a scene di violenza che venivano filmate, a fronte di un 8,4% delle ragazze. In alcuni casi, anche se più ridotti, i ragazzi dichiarano di avere filmato loro stessi scene di violenza con il proprio cellulare, il 4,5% dei maschi e il 2% delle femmine “Almeno fare paura significa essere visti”, dice un ragazzo. La violenza diventa così una performance identitaria in cui il bisogno di visibilità e l’esaltazione delle azioni rappresentano elementi necessari. E' quanto si legge nel rapporto 'Dis(armati). Un’indagine sulla diffusione della violenza giovanile, tra percezione e realtà', realizzata dal Polo Ricerca di Save the Children con il sostegno di Fondazione Iris Ceramica Group Ets e diffuso oggi
In questo scenario, la musica svolge un ruolo significativo: trap, rap e, in alcuni contesti, il neomelodico sono linguaggi con cui esprimere rabbia, marginalità e desiderio di riscatto. Per molti adolescenti, la musica è un modo per essere ascoltati in un mondo adulto che probabilmente li considera già irrecuperabili.
Nei primi sei mesi del 2025 i minori denunciati o arrestati per associazione mafiosa sono 46, a segnalare un aumento rispetto al 2024, quando sono stati 49. Dei 46, quasi la metà si registrano a Catania e a Napoli. Ad allarmare anche l’aumento, in alcuni territori, dei minori denunciati o arrestati per omicidio (passati da 102 nel 2014 a 193 nel 2024), con un’incidenza maggiore in Campania (0,15 ogni mille abitanti tra i 14 e i 17 anni) e con 27 minorenni segnalati a Napoli nel primo semestre 2025 (erano stati 28 in tutto il 2024). E' quanto emerge dal rapporto 'Dis(armati). Un’indagine sulla diffusione della violenza giovanile, tra percezione e realtà', realizzata dal Polo Ricerca di Save the Children con il sostegno di Fondazione Iris Ceramica Group Ets e diffuso oggi.
"L’affiliazione criminale nasce spesso dalla povertà educativa: nei vuoti di opportunità, l’illegalità offre ai ragazzi fragili appartenenza e protezione - si legge nel rapporto - Senza alternative, spesso costretti a scelte obbligate che si intersecano con le attività criminali della famiglia e da contesti relazionali e sociali complessi, in territori privi di opportunità e servizi, attratti da logiche di potere, denaro e riconoscimento sociale, i minorenni entrano precocemente in contatto con le armi per affermarsi all’interno del gruppo o del quartiere. Ma occupandosi esclusivamente dell’arma o del reato, invece che del minore, si corre il rischio di consegnarli alla cultura criminale. Per i ragazzi coinvolti in contesti di criminalità organizzata, la difficoltà a interrompere la condotta delinquenziale e, quindi, la probabilità di commettere più di un reato è di 3,48 volte superiore rispetto ai coetanei che non sono coinvolti in questi contesti".

La quasi totalità (97%) delle persone che convive con una malattie infiammatoria cronica intestinale (Mici) vorrebbe ricevere un supporto psicologico al momento della diagnosi, e il 60% anche durante il ricovero e dopo le dimissioni: ma 2 pazienti su 3 non hanno mai ottenuto alcun tipo di sostegno emotivo. È quanto emerge dall’indagine nazionale 'Sunrise' che è stata presentata nel corso dell’evento realizzato nell’ambito della campagna 'Colite ulcerosa, io esco', promossa da Alfasigma in collaborazione con Amici Italia e con il patrocinio di Ig-Ibd. Nonostante circa il 65% dei pazienti dichiari di essere in remissione, la malattia continua a essere vissuta come un’esperienza ‘non solo fisica’: si rivelano diffusi livelli di nervosismo (53%), preoccupazione per le proprie condizioni di salute (50,9%), mancanza di energie (46,8%) e un significativo senso di solitudine.
"Ansia, depressione, paura della recidiva, senso di incertezza verso il futuro e stigma sono componenti strutturali dell’esperienza di malattia, che influenzano direttamente l’andamento clinico e la risposta alle terapie. Quando questi bisogni non vengono intercettati e accompagnati, il rischio è quello di una presa in carico parziale: pazienti che faticano ad aderire alle cure, che vivono con maggiore stress le fasi di riacutizzazione, che si sentono soli nei momenti di transizione più delicati, come il passaggio dall’età pediatrica a quella adulta o l’eventualità di un intervento chirurgico – afferma Salvo Leone, presidente International federation of crohn's & ulcerative colitis associations (Ifcca) e direttore generale Amici Italia – Un paziente seguito anche sul piano emotivo tende ad avere un decorso più stabile, a ricorrere meno ad accessi impropri in urgenza e a utilizzare in modo più appropriato le risorse disponibili. Questo si traduce in migliori esiti clinici, in una riduzione dei costi indiretti legati a ospedalizzazioni, assenze dal lavoro o dalla scuola e, più in generale, in una maggiore sostenibilità dei percorsi di cura".
Proprio con riferimento al vissuto psicologico della malattia, 'Io esco' propone l’adozione, nei Pdta di queste patologie, di valutazioni strutturate del benessere psicologico, finalizzate a orientare tempestivamente i pazienti verso i supporti adeguati, nonché l’istituzione di percorsi gestiti da professionisti delle Ibd Unit con interventi psicologici volti a sostenere l’elaborazione emotiva e migliorare così l’aderenza del paziente alle terapie. Contestualmente, un’altra indagine – promossa da Elma Research – su pazienti con colite ulcerosa conferma che 1 paziente su 2 manifesta il bisogno di una presa in carico più efficace. Inoltre, il 47% vorrebbe essere informato e coinvolto rispetto alle scelte terapeutiche, il 38% vuole servizi di supporto socio-assistenziale e il 37% è interessato ad accedere a terapie complementari (supporto psicologico, nutrizionale e terapie integrate). Il 43% dei pazienti si dichiara in remissione, ma l’84% di questi continua a manifestare sintomi extraintestinali che ne minano la qualità di vita; un sostanziale disallineamento tra il vissuto del paziente e la valutazione clinica che denota il bisogno di strategie condivise che mirino ad un esito di cura soddisfacente dal punto di vista della qualità di vita.
"Il paziente con Ibd è affetto da una patologia gastrointestinale, spesso aggravata da problematiche extra-intestinali che comprendono possibili manifestazioni articolari, cutanee, epatiche e oculari, problemi nutrizionali, stanchezza cronica – speiga Edoardo Vincenzo Savarino, associato di Gastroenterologia Dipartimento di Scienze chirurgiche, oncologiche e gastroenterologiche, Università degli Studi di Padova, segretario generale Ig-Ibd Italian group for the study of inflammatory bowel disease – Pertanto, non basta soltanto stadiare oggettivamente la malattia, ma dobbiamo occuparci anche delle problematiche nutrizionali del paziente, che hanno sì un impatto significativo sulla qualità di vita, ma anche sulla risposta alle terapie farmacologiche o chirurgiche; e di tutto quello che riguarda la sfera psicologica. È necessario promuovere un approccio multidisciplinare con il coinvolgimento di diversi specialisti, quali gastroenterologo, nutrizionista, radiologo, chirurgo e psicologo". Un’affermazione, questa, in linea con la proposta di 'Io esco' - riprota una nota - di rafforzare formalmente il ruolo delle Ibd unit definendone standard minimi organizzativi, tecnologici e professionali. In particolare, valorizzare la multidisciplinarietà all’interno del Pdta, incentivando il coinvolgimento di diversi specialisti, quali gastroenterologo, nutrizionista, radiologo, chirurgo, psicologo, nonché di definire indicatori strutturati per l’identificazione precoce, la stratificazione del rischio e il monitoraggio dell’andamento della malattia. L’obiettivo è favorire il raggiungimento di una remissione duratura e completa, libera da corticosteroidi e un miglioramento significativo e sostenibile della qualità di vita del paziente.
Fondamentale, nel percorso di cura, l’appropriatezza terapeutica, che non vuol dire solo "scegliere il farmaco giusto", ma fare la cosa giusta, al momento giusto, per quel singolo paziente. "In pratica – evidenzia Alessandro Armuzzi, presidente eletto della European crohn’s and colitis organisation (Ecco) e ordinario di Gastroenterologia e direttore Ibd unit presso Humanitas Research Hospital e Humanitas University – significa prevedere un inquadramento iniziale strutturato definendo estensione e severità, fattori prognostici, comorbidità, preferenze del paziente, e valutare da subito rischio di progressione di malattia; dare obiettivi condivisi e misurabili, cioè concordare obiettivi clinici e obiettivi 'di vita' (lavoro, sport, viaggi, sonno); monitorare costantemente in modo oggettivo e soggettivo, integrando sintomi con biomarkers e strumenti (ad esempio calprotectina fecale, ecografia, endoscopia), per evitare undertreatment o overtreatment; scegliere e sequenziare tra le varie opzioni terapeutiche sulla base di profilo di rischio, rapidità d’azione attesa, comorbidità, stile di vita, desiderio di gravidanza, aderenza; fornire strumenti pratici".
'Io esco' - prosegue la nota - sostiene l’importanza di favorire l’adozione di strumenti di intelligenza artificiale per un’analisi avanzata dei dati clinici, amministrativi e informazioni riportate dal paziente, intercettando precocemente mancate risposte, difficoltà di aderenza o bisogni insoddisfatti. Da questi dati potrà essere sviluppato un set aggiornato di indicatori innovativi per misurare appropriatezza, personalizzazione e qualità di vita del paziente, garantendo un monitoraggio dinamico del percorso clinico e supportando decisioni terapeutiche basate su evidenze. L’utilizzo di strumenti di AI potrà permettere di analizzare in modo integrato questi indicatori, rendendo possibili scelte più appropriate e contribuendo a percorsi di cura sostenibili.
Ad aprire l’incontro è stato Giorgio Mulè, vicepresidente della Camera, che ha ospitato l’iniziativa alla Camera, portando l’attenzione sui bisogni dei pazienti emersi dalle indagini presentate nel corso dell’evento e sulle proposte istituzionali della campagna 'Colite ulcerosa, Io esco' che si propongono come obiettivo quello di realizzare una concreta innovazione dei modelli di presa in carico dei pazienti con Ibd. "Ospitare alla Camera un momento di confronto come quello promosso dalla campagna 'Io esco' – le parole di Mulè – significa riconoscere il valore di un’interlocuzione sinergica e virtuosa tra Istituzioni, comunità scientifica e Associazioni di pazienti. Al contempo, significa anche comprendere quanto sia importante ascoltare la voce delle persone che ogni giorno si confrontano con la complessità delle Ibd. Le evidenze emerse dalle ricerche presentate oggi mostrano chiaramente come la qualità della presa in carico non possa limitarsi alla sola dimensione clinica, ma debba includere attenzione alla persona e ai suoi bisogni psicologici, sociali e relazionali. Personalizzazione, umanizzazione e innovazione sono i tre assi lungo i quali i modelli di presa in carico sono chiamati ad evolvere. In tal senso le istanze presentate da 'Io esco' e tese a promuovere Pdta per le Ibd aggiornati ed omogenei, a istituire un approccio multidisciplinare alle IBD integrando il supporto psicologico, ed a riconoscere il ruolo dei centri Ibd sul territorio, rappresentano un atto di indirizzo fondamentale per il nostro lavoro di referenti istituzionali, il cui unico obiettivo è promuovere politiche sanitarie sempre più funzionali e capaci di rispondere ai reali bisogni dei pazienti".
La Campagna - dettaglia la nota - è nata nel 2024 con l’obiettivo di sostenere l’empowerment del paziente e la sua consapevolezza nel percorso di cura grazie ad un ecosistema che integra eventi formativi nei Centri, strumenti digitali e canali social. "Mettere la vita al centro della cura significa prendersi carico del paziente in maniera olistica e accompagnarlo verso una migliore qualità di vita. L’impegno di Alfasigma è favorire questo approccio grazie al confronto strutturato tra pazienti, clinici e centri specializzati in Ibd, e oggi siamo orgogliosi di apire il dialogo alle Istituzioni – commenta Massimo Giorgio Visentin, Global Chief Commercial Officer di Alfasigma – Le malattie infiammatorie croniche sono per noi un’area di primario interesse. Con campagne come “Io esco' offriamo una piattaforma di informazioni e servizi fortemente orientata alla collaborazione con il sistema".
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