
Sinnai, Rinviati gli Eventi a Solanas dopo la Tragedia: "Rispetto per le Vittime e le Famiglie"
SOLANAS – L'Amministrazione comunale di Sinnai ha disposto il rinvio a data da destinarsi degli eventi programmati nella frazione costiera di Solanas per questo fine settimana. La decisione è stata presa in segno di rispetto verso le famiglie coinvolte nella tragedia di oggi e verso l'intera comunità.
Gli Eventi Rimandati
Tra gli appuntamenti rinviati figurano la "Serata Etno-Gastronomica" , prevista per sabato 25 luglio al Parco Madonna della Fiducia, e la "Serata di Giochi da Tavolo" . L'Amministrazione comunale ha comunicato che le nuove date saranno comunicate appena possibile.
Il Motivo del Rinvio
La decisione arriva a seguito dei gravissimi fatti verificatisi oggi tra Solanas e Quartu Sant'Elena. Un uomo di 39 anni, Alessandro Pintus, ha sparato al fratello e alla moglie, uccidendo il primo e ferendo gravemente la seconda. La comunità è sotto shock e il lutto ha sconvolto l'intera area.
Un Gesto di Rispetto
Il rinvio degli eventi è un gesto di rispetto e vicinanza verso le famiglie colpite e verso tutte le persone che vivono e frequentano Solanas. L'Amministrazione comunale invita i cittadini a partecipare alle future iniziative, che saranno riprogrammate con nuovi dettagli e date. La priorità, in questo momento, è il dolore e la solidarietà.

(Adnkronos) - Richard Carapaz vince in solitaria la 18/a tappa del Tour de France, la Voiron-Orcières Merlette di 185 km. L'ecuadoriano del team EF Education–EasyPost si impone con 45" di vantaggio sullo svizzero Mauro Schmid (Team Jayco Alula) e sullo statunitense Matteo Jorgenson (Visma Lease a bike). Lo sloveno Tadej Pogacar (Uae Emirates), arrivato nel gruppo a più di 4' dal vincitore, conserva la maglia gialla di leader della corsa con 4'32" sul belga Remco Evenepoel (Red Bull-Bora Hansgrohe) e 6'51" sul compagno di squadra il messicano Isaac Del Toro. Domani 19/a e penultima frazione della Grande Boucle, con partenza da Gap e arrivo in salita all'Alpe d'Huez dopo 128 km.

(Adnkronos) - Niente smartphone, tablet e altri dispositivi digitali sotto i 3 anni, più sostegno ai genitori fin dalla gravidanza e servizi per la prima infanzia senza schermi. È quanto prevede la proposta di legge 'Disposizioni per la regolamentazione dell'esposizione ai dispositivi digitali nei bambini e nelle bambine da zero a 3 anni a tutela del loro sviluppo neurocognitivo, fisico e relazionale e per la promozione di un graduale accesso al loro utilizzo durante la minore età', presentata oggi al Senato su iniziativa della senatrice Simona Malpezzi e promossa insieme alla Società italiana di pediatria (Sip) e a Fondazione Terre des Hommes Italia Ets.
Il testo, sostenuto in maniera bipartisan da parlamentari di tutti i gruppi politici - informa una nota - punta a introdurre Linee guida nazionali sull'esposizione agli schermi dei bambini e bambine, codificandola come prassi estremamente dannosa e da evitare entro i 3 anni di vita. Si tratta di una legge per costruire un'alleanza con i genitori e che chiama a raccordo tutto il sistema che ruota attorno al bambino - corsi preparto, punti nascita, consultori e pediatri - tutti chiamati ad accompagnare il neo genitore a prendere coscienza di come, una crescita sana, non debba includere il digitale nei primi 36 mesi di vita del bambino. Di qui l'importanza della formazione dei professionisti sanitari, educativi e sociali sui rischi legati a un utilizzo troppo precoce dei dispositivi digitali, nonché la costruzione di una struttura di governance atta a rendere la legge strumento dinamico e flessibile, capace di cogliere l’evoluzione del fenomeno, con attenzione e rigore scientifico. La proposta nasce da un patrimonio crescente di evidenze scientifiche secondo cui l'esposizione precoce e non appropriata ai dispositivi digitali può avere ricadute sullo sviluppo dei bambini e delle bambine. La revisione della letteratura scientifica condotta dalla Commissione Dipendenze digitali della Sip, che ha analizzato 78 studi sugli effetti dell’esposizione digitale, evidenzia infatti come ogni 30 minuti di schermo in più al giorno possono raddoppiare il rischio di ritardo del linguaggio. Ed effetti negativi si riscontrano anche sulle capacità attentive ed esecutive, sulla regolazione emotiva, sul sonno e sulla relazione tra adulto e bambino.
"Questo disegno di legge - dichiara la senatrice Malpezzi, prima firmataria della proposta - mette al centro la tutela dei più piccoli attraverso un potenziamento dell’informazione e della formazione, soprattutto dei genitori. E questo è fondamentale per arrivare alla consapevolezza di un uso critico di quegli strumenti che fanno parte della vita quotidiana, ma che ormai sappiamo fanno malissimo ai nostri giovani e quindi in maniera maggiore ai più piccoli".
"Nei primi anni di vita il cervello attraversa una fase di straordinario sviluppo e ha bisogno soprattutto di esperienze reali: relazione, contatto, movimento, gioco, ascolto e interazione con l'adulto - afferma Rino Agostiniani, presidente Sip - Non si tratta di demonizzare la tecnologia, ma di evitare che venga introdotta troppo presto e che sottragga spazio a esperienze fondamentali per la crescita. I pediatri, attraverso i bilanci di salute e il rapporto continuativo con le famiglie, possono svolgere un ruolo decisivo: informare, intercettare precocemente le situazioni di rischio e offrire ai genitori indicazioni concrete, senza colpevolizzarli. Questa proposta trasforma le evidenze scientifiche in un intervento strutturato di prevenzione".
"Da tempo sentivamo il bisogno di poter incidere in modo più efficace nella tutela dei bambini e bambini, che vediamo tutti i giorni, loro malgrado, esposti ai dispositivi digitali in così tenera età, per via di scelte educative spesso dovute alla mancanza di conoscenza dei danni che ne derivano", sottolinea Federica Giannotta, responsabile Advocacy e Progetti Italia di Fondazione Terre des Hommes Italia Ets. Nel ringraziare "la senatrice Malpezzi che ha condiviso la nostra sensibilità e Sip per la sinergia", Giannotta esprime soddisfazione per "l'impianto e il respiro complessivo di questa proposta che, pur focalizzando la sua attenzione sulla fascia 0-3, rivolge la sua attenzione a tutte le altre età. Tutto nel quadro di un rigore scientifico senza il quale non avremmo promosso questa proposta e con l'attenzione a costruire una necessaria struttura di governance, perché un domani la legge non resti lettera morta".
Questo disegno di legge "è frutto di tantissimi anni di lavoro a contatto con i più giovani e mira a porre l'Italia all'avanguardia in Europa e non solo, creando le prime best practices condivise per trattare e prevenire i disturbi connessi alla sovraesposizione al digitale - precisa Marisa Marraffino, avvocata, consulente legale di Terre des Hommes Italia - È una riforma strutturata che parte dagli adulti per proteggere l'infanzia. I tribunali di tutto il mondo ci stanno mostrando i danni e le responsabilità degli algoritmi nell'esposizione precoce ai devices. L'unica, vera rivoluzione possibile - osserva - è creare una rete di professionisti preparati che lavori costantemente per aiutare i genitori e rivedere i luoghi e gli strumenti deputati alla crescita, studiando linee guida e di intervento sempre aggiornate. È un investimento sul futuro di tutti, che non possiamo più permetterci di rimandare".
Nel dettaglio, l'iniziativa prevede: 1) Linee guida nazionali per proteggere la salute digitale. Entro 6 mesi dall'entrata in vigore della legge, il ministero della Salute, insieme ai ministeri dell'Istruzione e della Famiglia, adotta Linee guida nazionali basate sulle evidenze scientifiche per evitare l'esposizione ai dispositivi digitali di bambini al di sotto dei 36 mesi e, per le età successive fino ai 18 anni, indicando i tempi massimi giornalieri e le modalità di accompagnamento educativo a un uso graduale e consapevole; 2) Una rete intorno alle famiglie: ostetriche, neonatologi, pediatri e consultori. La proposta prevede l'introduzione, nei corsi di preparazione al parto e di accompagnamento alla nascita, di moduli dedicati all'impatto delle tecnologie digitali sui neonati e all'importanza di non utilizzare i dispositivi come strumenti abituali di sedazione o intrattenimento passivo. Consultori familiari, punti nascita e servizi per la prima infanzia dovranno distribuire materiali informativi alle famiglie. Pediatri di libera scelta e medici di medicina generale dovranno integrare nei bilanci di salute una consulenza specifica sull’uso dei dispositivi tra zero e 3 anni.
E ancora: 3) De-digitalizzare i servizi per l'infanzia: più relazione, gioco e movimento. Per i servizi educativi pubblici e privati destinati ai bambini da zero a 3 anni, la proposta prevede il divieto di utilizzo dei dispositivi digitali nelle attività educative. I progetti educativi dovranno privilegiare la relazione, il gioco libero, il movimento e lo sviluppo del linguaggio. La proposta prevede inoltre una formazione specifica del personale educativo sui rischi dell’esposizione precoce; 4) Formare chi si prende cura dei bambini. Si prevede l'integrazione dei piani di studio universitari e dei programmi di formazione continua con moduli sulla neurobiologia dello sviluppo e sui rischi digitali. La formazione riguarderà pediatri, ostetriche, educatori, assistenti sanitari e assistenti sociali, affinché tutti i professionisti che incontrano bambini e famiglie possano riconoscere precocemente le situazioni di rischio e offrire indicazioni coerenti e fondate sulle evidenze scientifiche.
La proposta prevede inoltre l'istituzione, presso il ministero della Salute, di un Tavolo tecnico nazionale permanente per la salute digitale dei minori, con la partecipazione delle istituzioni, dell'Istituto superiore di sanità, dell'Autorità garante per l'infanzia e l'adolescenza, delle società scientifiche, delle associazioni dei pediatri e dei neuropsichiatri infantili, delle associazioni familiari e degli enti del Terzo settore. Il Tavolo avrà il compito di monitorare l'attuazione della legge e di proporre l'aggiornamento almeno triennale delle linee guida. La proposta prevede inoltre attività di ricerca sugli effetti dell’esposizione digitale e una relazione annuale alle Camere. Tra i firmatari della proposta di legge - conclude la nota - oltre alla promotrice Malpezzi (Pd), ci sono: Lavinia Mennuni (Fdi); Elsa Pirro (M5S); Daisy Pirovano (Lega); Daniela Sbrollini (Iv); Licia Ronzulli (Fi); Ilaria Cucchi (Avs); Maria Stella Gelmini (Noi moderati) e Marco Lombardo (Azione).

(Adnkronos) - Il Municipio Roma I Centro e il Corpo italiano di soccorso dell'Ordine di Malta (Cisom) hanno sottoscritto un protocollo d'intesa triennale per promuovere attività sociali e socio-assistenziali di interesse comune a favore della comunità municipale.
L'accordo nasce dalla volontà di rafforzare la collaborazione istituzionale nella risposta ai bisogni delle persone più vulnerabili, con particolare attenzione al contrasto della povertà, dell'emarginazione sociale e della solitudine involontaria, nonché alla promozione dell'inclusione, delle pari opportunità e dell'accompagnamento ai servizi territoriali.
Il protocollo prevede ambiti di collaborazione che includono il supporto alle persone senza dimora, gli interventi di prossimità sociale per anziani soli, persone fragili e nuclei familiari in difficoltà, la distribuzione di beni di prima necessità, l'orientamento verso i servizi sociali, sanitari e socio-sanitari, il sostegno logistico e organizzativo in situazioni di emergenza sociale o climatica e la realizzazione di unità mobili e servizi territoriali di prossimità. Sono inoltre previste iniziative di informazione e sensibilizzazione sui temi dell'inclusione sociale, della prevenzione e del contrasto alla violenza di genere e alle discriminazioni, oltre alla possibilità di sviluppare attività formative, campagne sociali ed eventi rivolti alla cittadinanza. Il protocollo ha natura programmatica e di indirizzo: le singole attività saranno attuate nel rispetto della normativa vigente, dei principi di trasparenza, imparzialità e parità di trattamento, attraverso specifici accordi operativi, procedure pubbliche, strumenti di co-programmazione e co-progettazione o altre modalità previste dall'ordinamento. Con questa intesa, il Municipio Roma I Centro e il Cisom confermano l'impegno comune per costruire una rete territoriale più capace di intercettare i bisogni sociali, sostenere le persone in condizioni di fragilità e promuovere una cultura della solidarietà e della prossimità.
"Con questo protocollo d'intesa rafforziamo la capacità del Municipio I di costruire reti istituzionali al servizio della comunità -afferma Lorenza Bonaccorsi, presidente del Municipio Roma I Centro-. La collaborazione con il Cisom rappresenta un passo importante per rendere ancora più efficaci gli interventi rivolti alle persone più fragili, promuovendo inclusione, solidarietà e prossimità. Mettere in comune competenze, esperienze e risorse significa offrire risposte più tempestive e coordinate ai bisogni del territorio, nel pieno rispetto dei principi di trasparenza, sussidiarietà e interesse pubblico". Questo protocollo, aggiunge l'assessore alle Politiche sociali Claudia Santoloce, "nasce dalla volontà di rafforzare gli strumenti di sostegno alle persone che vivono condizioni di vulnerabilità. Grazie alla collaborazione con il Cisom potremo sviluppare interventi di prossimità, accompagnamento ai servizi, contrasto alla marginalità e prevenzione delle discriminazioni, valorizzando una presenza qualificata sul territorio. Il nostro obiettivo è costruire una rete sempre più capace di intercettare i bisogni, soprattutto di chi rischia di rimanere ai margini, e trasformarli in percorsi concreti di inclusione e tutela della dignità della persona".

(Adnkronos) - Avrebbero lasciato i tre figli di 11, 5 e 3 anni soli in casa per ore mentre loro si trovavano al centro commerciale. Per questo i carabinieri di Lendinara hanno denunciato alla procura di Rovigo una coppia di genitori, un francese di 63 anni e una rumena di 27, per abbandono di minori, segnalando la vicenda anche ai servizi sociali.
La vicenda risale allo scorso giugno, quando i militari sono intervenuti in un condominio per una segnalazione effettuata da alcuni vicini, allarmati dalle voci e dai rumori provenienti dall’appartamento della coppia, dal quale i due erano stati visti uscire ma senza i loro tre figli minori. I genitori, rintracciati telefonicamente dai carabinieri, avevano dichiarato di trovarsi in un centro commerciale di Rovigo per alcune commissioni, solo che sono rientrati a casa diverse ore dopo l’allontanamento e il contatto telefonico coi militari. Quindi per i due è scattata la denuncia.

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(Adnkronos) - C’è un indagato per la morte della giovane donna trovata senza vita la sera di lunedi’ scorso in un appartamento di Barriera di Milano, a Torino, avvolta in un telo e nascosta nel cassettone del letto. A quando si apprende, l’indagato sarebbe stato ascoltato a lungo dagli investigatori della Squadra Mobile di Torino che dal momento del ritrovamento del cadavere, in avanzato stato di decomposizione, sono al lavoro per ricostruire vita privata e lavorativa della vittima. Oggi, intanto, è stata eseguita l’autopsia per accertare le cause della morte e stabilire con maggiore certezza quando la donna è morta. Ancora presto, fanno sapere gli investigatori, per conoscere gli esiti delle analisi. A dare l’allarme era stato un amico preoccupato per non avere avuto piu’ notizie della donna.

(Adnkronos) - Le telecomunicazioni sono la spina dorsale della società digitale e la base industriale su cui un Paese costruisce servizi, innovazione e competitività. Per questo il nuovo ciclo europeo deve stimolare gli investimenti senza introdurre obblighi tecnicamente irrealizzabili o sottrarre risorse alla modernizzazione delle reti. È la posizione espressa da Vincenzo Ferraiuolo, Head of Eu Affairs di Fastweb+Vodafone, alla conferenza organizzata da Adnkronos e Open Gate Italia.
Il giudizio sul Dna è nel complesso positivo. Dopo anni di regolazione orizzontale, la Commissione riconosce la necessità di una politica industriale pro-investimenti. Un esempio è la gestione dello spettro: l’armonizzazione europea può spostare l’obiettivo delle aste dalla massimizzazione degli incassi pubblici alla massimizzazione degli impegni di investimento.
In concreto, minori esborsi puramente finanziari possono liberare risorse per completare il 5G standalone e preparare le reti future. Gli Stati manterrebbero la responsabilità sulle procedure di assegnazione, dentro un quadro europeo più coerente con gli obiettivi industriali.
Ferraiuolo ha valutato positivamente anche la conferma della regolazione ex ante e del quadro Smp, che hanno sostenuto la liberalizzazione. Ma ha chiesto aggiustamenti per l’assetto italiano, nel quale la principale rete all’ingrosso è affidata a un operatore wholesale only. Un soggetto di questo tipo ha minori incentivi a discriminare tra clienti, ma, se opera in condizioni monopolistiche in alcune aree, può avere interesse a estrarre rendite. La regolazione deve quindi guardare alla sostanza del potere di mercato.
Il Dna, secondo Fastweb+Vodafone, non affronta abbastanza il tema degli incentivi all’innovazione. L’Open Internet Regulation ha garantito un internet aperto e impedito agli operatori di discriminare tra applicazioni, ma contiene rigidità nate quindici anni fa. Le reti 5G standalone consentono oggi di differenziare la qualità del servizio in base alle esigenze dell’utente senza favorire una specifica piattaforma.
Un cliente può avere bisogno, in un determinato momento, di una connessione più performante per una videoconferenza, un consiglio di amministrazione a distanza o un evento affollato. Offrire diversi livelli di qualità del medesimo accesso, in modo trasparente e senza discriminare tra Teams, Netflix o altre applicazioni, dovrebbe essere possibile. Le norme attuali, ha spiegato Ferraiuolo, lo impediscono ancora.
Un altro elemento positivo del Dna è il riconoscimento della necessità di cooperazione tra operatori di telecomunicazioni e grandi piattaforme. Una quota molto elevata del traffico sulle reti è generata da pochi Ott. Il meccanismo di conciliazione previsto dal testo è un primo passo, ma se resta volontario difficilmente potrà risolvere controversie reali.
Molto più critico il giudizio sul Cybersecurity Act 2. Il regolamento rafforza correttamente il ruolo dell’Enisa e la risposta ai rischi cyber, ma deve evitare sovrapposizioni con autorità nazionali che hanno già sviluppato forti capacità tecniche. L’agenzia europea dovrebbe coordinare, non sostituire.
Il quadro delle minacce, inoltre, è cambiato rapidamente. Intelligenza artificiale generativa e tecnologie quantistiche aumentano la velocità e la capacità degli attacchi, indipendentemente dal Paese in cui è stato prodotto l’hardware. Ferraiuolo teme che il regolamento concentri troppa attenzione sulla provenienza delle componenti e troppo poca sul rischio tecnico effettivo.
La previsione di sostituire in tre anni apparati presenti nelle reti mobili, fisse e satellitari è considerata massimalista. Solo in Italia le antenne sono decine di migliaia; in Europa centinaia di migliaia. Nessun Paese ha completato un’operazione analoga in 36 mesi. Stati Uniti e Regno Unito hanno impiegato tempi molto più lunghi e hanno previsto finanziamenti pubblici.
Il rischio è duplice: costi elevati e ritardo negli investimenti. Se gli operatori devono destinare risorse alla sostituzione indiscriminata di apparati che non presentano un rischio concreto, avranno meno capitale per il 5G standalone, la sicurezza avanzata e il 6G. Per Fastweb+Vodafone, le misure di mitigazione devono quindi essere proporzionate al rischio e tecnicamente realizzabili.
La sovranità digitale, dal punto di vista industriale, non può significare soltanto eliminare componenti. Deve creare le condizioni perché le reti europee continuino a innovare, sostenere la crescita e rispondere alle nuove minacce.

(Adnkronos) - L’Unione europea sta passando da una regolazione concentrata sulla concorrenza e sulla tutela dei consumatori a un intervento che persegue esplicitamente obiettivi di politica industriale: riduzione delle dipendenze, resilienza e sovranità digitale. Ma nel settore tecnologico le regole tradizionali non bastano a costruire capacità industriale. È l’analisi proposta da Antonio Manganelli, professore di diritto e politiche della concorrenza all’Università di Siena e ricercatore del Centre on Regulation in Europe.
Il rapporto tra regolazione e politica industriale non è nuovo. La liberalizzazione delle utilities, per esempio, ha creato mercati che non sarebbero nati attraverso la sola apertura formale. Nel digitale, però, il punto di partenza è diverso: non esisteva un monopolio legale locale da smontare, ma un ecosistema globale costruito su dati, standard, effetti rete, capacità di calcolo, scala e grandi capitali investiti in innovazione.
Questi fattori si rafforzano a vicenda e sono molto più difficili da orientare con gli strumenti classici. Il Digital Markets Act punta alla contendibilità dei mercati, ma creare le condizioni di accesso non significa automaticamente far nascere imprese alternative europee. Tra la correzione del mercato e la costruzione di capacità industriale esiste un passaggio complesso.
Per Manganelli, lo Stato può intervenire non soltanto come regolatore, ma anche attraverso la domanda pubblica. Appalti, fondi e criteri di acquisto possono sostenere tecnologie e infrastrutture strategiche, contribuendo a creare un mercato dove il settore privato da solo non investirebbe nella misura necessaria.
Lo stesso cambiamento investe le telecomunicazioni. Nel Dna compaiono obiettivi nuovi rispetto alla regolazione economica classica: competitività, resilienza e target di investimento. Si riapre inoltre la discussione sul contributo delle grandi piattaforme ai costi dell’ecosistema digitale, compresi quelli legati al de-risking e alla sicurezza delle reti.
Manganelli ha individuato quattro tensioni. La prima riguarda il confine tra enforcement e policy making. Usare l’attuazione delle norme esistenti per creare nuove politiche può produrre problemi di Stato di diritto, anche quando l’obiettivo è condivisibile.
La seconda è istituzionale. La Commissione europea propone le leggi, attua le politiche industriali e svolge attività di enforcement. La concentrazione di funzioni nello stesso organismo può generare un conflitto di interessi interno. A livello nazionale, molti compiti sono affidati ad autorità indipendenti; l’Unione potrebbe dover riflettere su nuovi contrappesi.
La terza tensione riguarda gli strumenti industriali. Le misure abilitanti, che costruiscono capacità, devono essere coordinate con quelle restrittive, che escludono attori e servizi dal mercato. Vietare un fornitore senza creare alternative può ridurre la dipendenza ma anche indebolire la competitività.
La quarta è geopolitica ed economica. Il “Brussels effect”, cioè la capacità europea di proiettare le proprie regole oltre i confini, dipende dalla scelta tra contrapposizione e alleanze con giurisdizioni affini. Allo stesso tempo, ogni dipendenza segnala l’esistenza di un bisogno. Ridurla senza assicurare accesso alla tecnologia di frontiera può generare costi e ritardi.
Il Parlamento europeo e il Consiglio possono intervenire soprattutto sul bilanciamento industriale ed economico. Più complesso è affrontare il conflitto di interessi istituzionale, che richiederebbe modifiche profonde. Ma il Parlamento, secondo Manganelli, può usare la propria rappresentatività per rafforzare il controllo democratico sulla nuova politica industriale europea.
La sovranità digitale non sarà quindi il risultato automatico di nuove regole. Dipenderà dalla capacità di combinare mercato, domanda pubblica, investimenti, governance e alleanze internazionali, evitando che la riduzione delle dipendenze si traduca nella perdita di tecnologie necessarie alla crescita.

(Adnkronos) - Si può parlare davvero di sovranità digitale europea quando l’Unione non dispone ancora di una piena struttura costituzionale, di una difesa comune e di un circuito democratico paragonabile a quello degli Stati? È la provocazione lanciata da Edoardo Carlo Raffiotta, professore di diritto costituzionale, diritto dell'innovazione e dell'AI all’Università Milano-Bicocca e componente del Comitato strategia AI, alla conferenza organizzata da Adnkronos e Open Gate Italia.
La sovranità, nella tradizione costituzionale, implica potere e capacità di adottare regole senza riconoscere un’autorità superiore. Ma oggi il potere non coincide più soltanto con il soggetto pubblico. Le grandi imprese tecnologiche controllano dati, infrastrutture e servizi che un tempo appartenevano alla sfera statale, e dispongono di risorse economiche superiori a quelle di molti Paesi.
Questo spostamento rende necessario un livello europeo di risposta, ma non risolve il problema della legittimazione. Per Raffiotta, la sovranità europea non nasce da un’etichetta né dalla somma di singoli regolamenti. Richiede un’infrastruttura costituzionale e un rapporto chiaro tra cittadini, istituzioni politiche e apparati tecnici.
Il rischio è trasferire decisioni fondamentali attraverso atti settoriali senza costruire prima un circuito democratico adeguato. La tecnica deve sostenere la politica, mentre la responsabilità della scelta deve restare riconoscibile. A livello europeo, secondo il costituzionalista, questo rapporto appare ancora incompleto.
Anche la semplificazione rischia di diventare una formula astratta. Mentre le istituzioni dichiarano di voler ridurre gli oneri, l’Ai Office e gli organismi europei continuano a produrre linee guida e documenti complessi. Quattro regolamenti in pochi mesi possono aumentare la stratificazione anziché ridurla, soprattutto per imprese e amministrazioni che devono tradurre le norme in compliance concreta.
Il fattore tempo è altrettanto importante. Il processo legislativo europeo può richiedere anni, mentre la tecnologia cambia in pochi mesi. Le consultazioni pubbliche consentono ai portatori di interesse di presentare osservazioni, ma resta da capire quanto queste posizioni incidano sul testo finale, costruito attraverso passaggi tra Commissione, Consiglio, Parlamento e trilogo.
In assenza di una piena sovranità europea, gli Stati devono mantenere un ruolo. Non soltanto per ragioni identitarie, ma perché gli interessi industriali, economici e di sicurezza dell’Italia non coincidono necessariamente con quelli di Francia o Germania. La frammentazione è un problema, ma può anche rappresentare il riflesso di interessi nazionali legittimi.
Raffiotta ha richiamato inoltre la dimensione criminale della minaccia cyber. Il rischio non proviene soltanto da Stati ostili: ransomware, furto di dati e sottrazione di segreti industriali sono attività riconducibili in larga parte a organizzazioni criminali. Una strategia di sicurezza basata esclusivamente sulla nazionalità dei fornitori rischia quindi di non cogliere l’intero quadro.
La soluzione passa per una semplificazione reale, con meno norme e contenuti più chiari, e per investimenti effettivi. Gli interessi politici nazionali devono restare nelle mani delle istituzioni democratiche finché l’Europa non avrà costruito una struttura federale pienamente legittimata.
Raffiotta ha infine indicato una contraddizione: l’Unione cerca di uniformare le regole tecnologiche per attrarre investimenti, ma lascia irrisolta la frammentazione fiscale, che continua a generare competizione interna. Parlare di sovranità digitale senza affrontare questo livello significa intervenire su una parte del problema e non sulle condizioni economiche che determinano la localizzazione delle imprese.

(Adnkronos) - Il negoziato sul Cybersecurity Act 2 entra nella sua fase più politica con il Titolo IV, dedicato alla sicurezza delle catene di approvvigionamento e alla possibile esclusione dei fornitori ad alto rischio dai settori critici. Il principio di ridurre le dipendenze tecnologiche è largamente condiviso tra gli Stati membri; il confronto si concentra ora sulla calibratura delle misure, sui tempi di attuazione e sugli oneri per gli operatori.
Massimiliano Fara, esperto cyber, digitale e telecomunicazioni della Rappresentanza permanente d’Italia presso l’Ue, ha presentato il quadro del dibattito durante la conferenza di Adnkronos e Open Gate Italia, precisando che il negoziato è ancora in corso e che le posizioni definitive dovranno essere costruite nei prossimi mesi.
La sicurezza è la condizione di base per ogni successivo sviluppo tecnologico e industriale. Il Cybersecurity Act 2 si inserisce quindi in un sistema europeo che punta ad alzare il livello di protezione senza bloccare innovazione e investimenti. Il Titolo IV aggiunge però un elemento geopolitico alle valutazioni tecniche: la possibilità di designare fornitori ad alto rischio e imporne l’esclusione da reti e infrastrutture critiche.
Il phase out di componenti hardware e software già in uso comporterà sforzi tecnici e finanziari significativi. Per Fara, la discussione dovrà tenere conto dei costi reali per gli operatori e della diversa situazione dei mercati nazionali. Tempi troppo rigidi potrebbero incidere sugli investimenti e sulla continuità dei servizi.
L’Italia arriva al tavolo con un vantaggio: non parte da zero. Il recepimento della Nis 2, il perimetro di sicurezza nazionale cibernetica e il Golden Power hanno già consentito di sperimentare strumenti simili a quelli che l’Unione vuole estendere ai Ventisette. Questa esperienza può offrire esempi concreti su valutazione del rischio, prescrizioni, controllo delle forniture e impatto industriale.
L’obiettivo italiano, secondo Fara, dovrebbe essere evitare una sovrapposizione tra il nuovo livello europeo e i meccanismi nazionali già maturi. Il quadro comune deve integrare gli strumenti, garantire coerenza e valorizzare le capacità sviluppate dagli Stati membri.
Particolare attenzione dovrà essere riservata al tessuto produttivo. Le misure colpiranno direttamente i grandi operatori delle telecomunicazioni, ma possono avere effetti anche sulle piccole e medie imprese e sulle filiere che dipendono da componenti e servizi digitali. La sicurezza deve rimanere il fondamento, senza diventare un fattore di indebolimento industriale.
Per Fara, l’Italia dispone degli strumenti e dell’esperienza per giocare una partita rilevante nel negoziato. La sfida sarà trasformare il consenso politico sulla riduzione delle dipendenze in regole applicabili, sostenibili e compatibili con gli investimenti già effettuati.

"Quanto avvenuto è un campanello d'allarme, ma non nuovo perchè sappiamo i rischi collegati a queste tecnologie. E'necessario però avere tutta una serie di guardrails che riescono a mantenerle nei binari giusti". Così, con Adnkronos/Labitalia, Giuseppe Italiano, prorettore alla Ai e alle Digital Skills dell'Università Luiss 'Guido Carli', commenta la notizia che due avanzati modelli di Ai di OpenAI, la società produttrice di ChatGpt, sono sfuggiti al controllo durante un test di sicurezza, hackerando in autonomia una nota piattaforma per programmatori. Incidente cyber definito dall'azienda di San Francisco "senza precedenti".
Ma cosa è avvenuto davvero? "Si tratta dei modelli di OpenAI, ChatGpt 5.6 , Sol e poi un modello che è in pre-release, quindi ancora non è disponibile. Hanno fatto un test su un benchmark di cyber security. Quindi il modello doveva in qualche modo superare le domande relative a questo benchmark e fare delle azioni. Hanno fatto un esperimento abbastanza controllato perché il modello agiva in una sandbox, quindi era abbastanza era isolato dal mondo esterno. E per far eseguire, per misurare le prestazioni di questi modelli su questi benchmark di cybersicurezza, hanno allentato i 'guardrails', che sono quei meccanismi che in qualche modo cercano di bloccare le attività più pericolose. Questo modello è però tendenzialmente basato su AI agentica, con agenti non 'confinati' in qualche modo in un cassetto, ma a cui vengono delegati dei compiti e che riescono a capire con un certo grado di autonomia come conseguire gli obiettivi", sottolinea Italiano.
E da questa capacità è quindi scaturito l'incidente di 'hackeraggio'. "Quello che è successo è che gli agenti AI evidentemente si sono resi conto che operare in un ambiente chiuso, in una sandbox, avrebbe diminuito le loro capacità. Quindi hanno cercato di uscire da questa sandbox e di avere accesso a internet, al 'mondo esterno', per conseguire al meglio gli obiettivi che gli erano stati prefissati. Loro operavano in un ambiente che non era completamente isolato, ma c'era un proxy che in qualche modo limitava l'uscita all'esterno di questi agenti", spiega Italiano.
"Quindi -continua l'esperto- hanno interagito con questo proxy, hanno usato delle vulnerabilità che non sono ancora state rivelate, e sono riusciti a uscire hackerando questo proxy. Nel momento in cui erano su internet hanno cercato di capire quali erano i siti in cui potevano più facilmente conseguire le risposte agli obiettivi che gli erano stati prefissati e hanno scelto il sito di Hugging Face, che a loro giudizio poteva contenere le informazioni per conseguire questi obiettivi", ribadisce Italiano.
Situazioni che possono verificarsi nuovamente, secondo l'esperto, rappresentando un pericolo per la sicurezza di tutti. "Ma dal mio punto di vista non c'è una grossa novità -spiega Italiano- in tutto questo perché noi eravamo già a conoscenza di questo rischio. Se noi infatti diamo degli obiettivi a una tecnologia di intelligenza artificiale e non diamo tanti altri vincoli questa tecnologia cerca di conseguire gli obiettivi. C'è un meccanismo che si chiama 'reward hacking'. Cioè io cerco di hackerare il meccanismo per conseguire il massimo dei reward che mi sono stati dati", sottolinea. E Italiano ricorda che "ci sono tutta una serie di meccanismi che per noi esseri umani sono normalissimi, ma per un agente di AI non lo sono affatto. Quindi se noi non riusciamo a dare tutti questi vincoli e gli agenti AI hanno totale autonomia su come conseguire questi obiettivi, ovviamente ciò è molto pericoloso".
Per Italiano, quindi, è "il punto fondamentale, secondo me, è come governare queste tecnologie e come in qualche modo mantenere il controllo su di esse. Gli agenti AI sono particolarmente complessi perché hanno un grado di autonomia molto elevato. Dobbiamo in qualche modo capire come studiarli, comprenderli e riuscire a mettere guardrails sicuri. Quanto accaduto, ripeto, è un campanello di allarme, ma non è completamente nuovo, lo conosciamo da una decina d'anni. Con queste tecnologie dobbiamo prima di tutto capire che non dobbiamo antropomorfizzarle, non si comportano come noi esseri umani e quindi non dobbiamo pensare che agiscano e abbiano un senso comune come abbiamo noi. E poi avere tutta una serie di guardrails che riescono a mantenerle nei binari giusti. E questo chiaramente è molto complicato perché abbiamo delle tecnologie che evolvono a una velocità incredibile e soprattutto i problemi sulla cyber security sono immensi. Adesso c'è stato questo incidente, ma già vari mesi fa abbiamo visto quello che Anthropic Mythos è riuscito a fare, sfruttando delle vulnerabilità in tempi velocissimi per creare incidenti di cybersicurezza. Già allora avevamo avuto un grosso campanello di allarme", conclude. (di Fabio Paluccio)

(Adnkronos) - Il Digital Networks Act segna un cambio di passo nella politica europea, perché mette competitività e attrazione degli investimenti al centro del nuovo quadro per le telecomunicazioni. Ma l’armonizzazione del mercato non deve trasformarsi in un accentramento politico delle decisioni nella Commissione europea. È la posizione espressa da Francesco Torselli, europarlamentare di Fratelli d’Italia e shadow rapporteur del Dna, alla conferenza organizzata da Adnkronos e Open Gate Italia.
Il punto più delicato riguarda la gestione dello spettro, le licenze e il ruolo finale di Bruxelles. Per Torselli, sarebbe stato più comprensibile rafforzare un organismo tecnico; la proposta affida invece maggiori poteri alla Commissione, che è un organo politico. Il rischio è che l’uniformità europea non tenga conto delle peculiarità nazionali, degli investimenti già realizzati e delle eccellenze sviluppate dai singoli Paesi.
L’Italia, ha ricordato, ha costruito competenze avanzate in cybersicurezza, cloud e tecnologie quantistiche. Difenderle non significa opporsi al mercato unico o conservare tecnologie obsolete. Significa riconoscere che imprese e istituzioni hanno investito rispettando il quadro normativo vigente e che una nuova disciplina non può cancellare senza transizione ciò che è stato costruito.
Torselli ha comunque riconosciuto gli elementi positivi del Dna. La semplificazione delle regole e la riduzione della frammentazione tra 27 mercati possono rendere l’Europa più attrattiva. Competitività e investimenti sono parole che, fino a pochi anni fa, avevano uno spazio molto più limitato nel dibattito dell’Unione.
Più prudente il giudizio sugli obiettivi industriali nei semiconduttori. Pensare che l’Europa possa diventare protagonista nel giro di cinque o sette anni nei chip neurali e per l’intelligenza artificiale appare, secondo l’europarlamentare, eccessivamente ambizioso. La direzione è corretta, ma tempi e strumenti devono essere credibili.
Anche la transizione delle reti richiede gradualità. Il passaggio alla fibra e al 5G è condivisibile, ma parlare già di 6G rischia di anticipare una fase mentre il 5G non è ancora pienamente realizzato. Il Dna deve prevedere una roadmap per tappe, con attenzione alle aree interne e rurali, che rappresentano una parte molto ampia del territorio europeo.
La chiave politica indicata da Torselli è il principio di sussidiarietà. La discussione non dovrebbe essere ridotta alla perdita di sovranità nazionale o agli incassi delle aste per le frequenze. Il tema è stabilire a quale livello una decisione possa essere presa nel modo più efficace, preservando quanto gli Stati hanno già fatto bene.
Nel rapporto tra politica e tecnica, Torselli ha invitato entrambe a rispettare il proprio ruolo. La politica deve fissare obiettivi e direzione; i tecnici devono scegliere gli strumenti più adeguati, mantenendo neutralità tecnologica. Quando la politica si innamora di una tecnologia specifica, come avvenuto nel dibattito sull’auto elettrica, rischia di confondere il fine con il mezzo.
Allo stesso modo, la struttura tecnica della Commissione non può sostituirsi alla decisione politica. Una macchina europea già complessa e lenta deve recuperare contatto con la realtà industriale e sociale. Il Dna può essere un’occasione per rendere il mercato più semplice e moderno, a condizione che la centralizzazione non diventi il prezzo da pagare per l’armonizzazione.

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Con quasi 22 milioni di presenze raggiunte nel 2025 e una
concentrazione di turisti, soprattutto italiani, nei tre mesi
estivi, la Sardegna si pone il problema della sostenibilità per non
rischiare l'impatto negativo dell'overtourism. "A giugno, luglio e
agosto siamo già vicini alla saturazione", ammette l'assessore
regionale del Turismo, Franco Cuccureddu, nel giorno in cui ha
presentato i dati da record sui flussi turistici nell'Isola. "I
Comuni devono tutelare le proprie spiagge con il numero chiuso e
con diversi accorgimenti. Rispetto ad altre realtà che soffrono
l'overtourism, abbiamo il vantaggio del filtro degli aerei. Più di
tanto non si può crescere, perché mancherebbero gli slot, oltre
alle strutture ricettive".
Una riforma organica del sistema educativo regionale per
contrastare dispersione scolastica, spopolamento e povertà
educativa, mettendo al centro bambini e ragazzi, il loro "diritto
alla felicità" e la costruzione di un pensiero critico. È
l'obiettivo della proposta di legge "Sistema educativo di
istruzione della Sardegna", presentata dal gruppo consiliare di
Sinistra Futura.
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(Adnkronos) - "L'ideale sarebbe nominare il ct entro questa settimana, ma ancora di più aspettare la persona che noi realmente vogliamo. C'è fretta ma dentro di noi nemmeno tanta". Così il direttore tecnico della Nazionale Paolo Maldini, in conferenza stampa stampa insieme al presidente Figc Giovanni Malagò e all'Advisor Leonardo al termine dell'Assemblea della Lega Serie A. "Guardiola? Non possiamo dare notizie, avete individuato uno degli obiettivi, ma abbiamo parlato anche con Ancelotti -aggiunge Maldini-. Ci pareva giusto partire dai migliori al mondo ma ne va verificata la disponibilità. Sento grande responsabilità e pressione, qui c'è un progetto ambizioso. È una chiamata alle armi, quando l'Italia chiama è difficile dire di no. Non conoscevo le difficoltà iniziali, ma ho sentito la possibilità di fare e la volontà di tutti di partecipare al rinnovamento. Questo è stato importante per la scelta, così come la capacità persuasiva del presidente Malagò. Ho messo tutta la mia forza per convincere Leo, tra noi c'è totale condivisione di valori e stima. La Serie A, nell'incontro che abbiamo avuto, ha dato totale disponibilità ad accogliere i nostri progetti sportivi".
Malagò ha rivelato di averci "messo due settimane a convincere Maldini e Leonardo. Con loro ho stilato un progetto che va oltre il ct. Da qui dalla Lega Serie A è partita questa mia avventura e sono felice di essere tornato oggi. Di solito si parte dal ct, poi la filiera, io ho invertito l’ordine. Sono un discreto persuasore e ho voluto prima chiudere con Paolo e Leonardo. Il ct è un punto ma ce ne sono altri e altri profili su cui lavorare, la condivisione è fondamentale. Io parlo di progetto a 6 anni sperando di essere confermato, Paolo ai presidenti ha parlato di 8-10. Vogliamo colmare il gap con le altre nazionali che è evidente. Racconto un aneddoto, durante queste due settimane di persuasione. Dopo un minuto ho detto a Maldini che se avesse voluto avremmo potuto parlare di aspetti economici. Mi è stato detto che non ci sarebbe stato nessun problema e così è stato. Io l'ho molto apprezzato. Il secondo elemento è che non ho stilato io il contratto, ma ho detto alla persona incaricata di chiedere se fossero da prevedere dei premi. Maldini ha detto che non c'è alcuna richiesta di premi o bonus, perché loro sono dei vincenti".
Leonardo ha sottolineato che "c’è da costruire un’idea, io e Paolo siamo complici di sogni e di idee già da tanti anni. A lui è arrivata questa proposta molto forte, con il passare dei giorni è diventato il suo sogno e quindi anche il mio. La nostra complicità e l’amicizia sono ingredienti che potremo trasmettere, c’è bisogno di energia positiva in un momento così. Vogliamo creare un movimento che coinvolge tutti altrimenti non riusciremo a uscire. Vogliamo fare il ct quanto prima ma definire bene quello che vogliamo. Abbiamo le idee chiare in tanti casi, si parla di piani A B C e abbiamo le idee chiare anche su quello".

"Con riferimento alle notizie diffuse sull’approvazione di un emendamento al disegno di legge di riforma dell’ordinamento dei dottori commercialisti, è necessario ricondurre il dibattito entro il corretto perimetro giuridico. L’inserimento dell’espressione assai generica 'ambito giuslavoristico', ritenuto tipico di una professione, in un disegno di legge non è infatti un percorso giuridicamente idoneo a delineare una nuova professione giuslavoristica né, tantomeno, a modificare il sistema delle competenze professionali previsto dall’ordinamento attuale. Le attività riservate e le competenze delle professioni ordinistiche possono essere attribuite o modificate esclusivamente da specifiche disposizioni di legge e non attraverso formule descrittive e ambigue. È altresì opportuno ricordare che la legge n. 12 del 1979 non attribuisce agli altri professionisti una generale competenza in materia di diritto del lavoro, ma si limita ad autorizzarli allo svolgimento di determinati adempimenti in materia di lavoro, previdenza e assistenza sociale per conto delle imprese. Ben diverso è il ruolo dei Consulenti del Lavoro, professionisti abilitati attraverso uno specifico percorso formativo, praticantato obbligatorio ed esame di Stato". E' quanto sottolinea il Consiglio nazionale dell'ordine dei consulenti del lavoro in una nota.
"Proprio questa distinzione -spiegano i professionisti- è stata ribadita recentemente dal Tar Lazio, che ha chiarito la differenza tra professionisti abilitati, cui l’ordinamento attribuisce competenze proprie e specialistiche, e professionisti autorizzati, ai quali la legge consente esclusivamente lo svolgimento di specifici adempimenti. Una distinzione sostanziale che non può essere superata attraverso richiami terminologici. Del resto, lo stesso parere dell'Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato sul Ddl di riforma dell'ordinamento dei dottori commercialisti chiarisce espressamente che il legislatore delegato non è chiamato ad attribuire nuove competenze professionali né a istituire nuove riserve, evitando qualsiasi ampliamento della sfera di competenza già riservata", sottolineano i professionisti.
"Dal D.Lgs. n. 276/2003 (legge Biagi) in poi, tante altre disposizioni normative hanno individuato solo i consulenti del lavoro quali professionisti a cui assegnare competenze specialistiche di elevata professionalità in materia di lavoro. È comprensibile -spiegano i consulenti del lavoro- che la grande ambizione di taluni organi di rappresentanza dei dottori commercialisti sia fare i consulenti del lavoro. È una naturale aspirazione che testimonia il prestigio raggiunto dalla nostra categoria. Ma la professionalità non si acquisisce per imitazione, cambiando il proprio nome o con sterili formule di stile".
"Per diventare consulenti del lavoro -sottolinea il Consiglio nazionale dell'ordine dei professionisti- non si possono seguire scorciatoie surrettizie. Serve studiare diritto del lavoro, fare il praticantato presso un iscritto a uno dei 106 Consigli provinciali, avere una formazione specialistica e superare l’apposito esame di Stato".
"Solo allora si potranno avere le competenze previste dalla normativa vigente per i consulenti del lavoro. Che sono oggi la professione leader del mondo del lavoro. Ogni giorno assistono oltre 10 milioni di lavoratori e circa 1,8 milioni di imprenditori, garantendola corretta applicazione di una delle discipline più complesse dell’ordinamento italiano. Le professioni si fondano sulle competenze e sulle capacità, non sulle definizioni. E le competenze si conquistano con lo studio, la specializzazione e l’esperienza, non con un semplice richiamo lessicale in una disposizione normativa", concludono i consulenti del lavoro.

(Adnkronos) - L'analisi delle conversazioni online delle ultime 24 ore relative alla notizia della condanna di Ilaria Salis per il licenziamento illegittimo di due collaboratori evidenzia un clima fortemente negativo. L'87% delle conversazioni esprime una valutazione critica, mentre il 13% assume un orientamento positivo, difendendo Salis o denunciando quelli che vengono considerati attacchi strumentali da parte delle forze di centrodestra. É quanto emerge dal rapporto realizzato in esclusiva per Adnkronos da Spin Factor, società leader a livello nazionale nella consulenza strategica e analisi dei dati, attraverso Human, la propria esclusiva piattaforma di social listening AI driven.
Le emozioni prevalenti sono lo scherno e il sarcasmo (35%), seguiti da indignazione e rabbia (25%), riconducibili soprattutto all'accusa di incoerenza tra la narrazione politica e i fatti contestati. Seguono il disprezzo (15%), la soddisfazione per la vicenda (10%), la preoccupazione o frustrazione (8%), espressa principalmente da una parte dell'elettorato di centrosinistra, e infine la solidarietà nei confronti di Salis (7%). Il tema più ricorrente riguarda la vicenda giudiziaria in sé (34%), con riferimenti alla condanna, al risarcimento di circa 300 mila euro e al licenziamento ritenuto illegittimo, elementi che costituiscono il punto di partenza della maggior parte delle conversazioni. Segue l'accusa di ipocrisia nei confronti della sinistra (21%), sintetizzata nell'idea che chi si propone come difensore dei diritti dei lavoratori non avrebbe rispettato tali principi nella gestione dei rapporti di lavoro.
Un ulteriore filone di discussione riguarda il paragone con altri casi che hanno coinvolto Alleanza Verdi e Sinistra, in particolare la vicenda Soumahoro, e le critiche rivolte alla dirigenza del partito (17%). Il 14% delle conversazioni richiama invece la precedente vicenda giudiziaria ungherese e il tema dell'elezione al Parlamento europeo, spesso interpretata dagli utenti come uno "scudo" rispetto alle vicende giudiziarie. Chiude la classifica dei temi più discussi la questione della presunta irreperibilità e della mancata notifica degli atti (7%), citata da una parte degli utenti come ulteriore elemento di critica.
Il tema del Campo Largo emerge solo marginalmente nel dibattito. I riferimenti diretti alla coalizione rappresentano meno dell'1% delle conversazioni, mentre circa il 5,7% richiama indirettamente le tensioni interne al centrosinistra, con richieste rivolte ai leader della coalizione affinché prendano posizione sulla vicenda e con critiche rivolte agli esponenti che hanno difeso l'eurodeputata. Nel complesso, il dibattito rimane fortemente concentrato sulla vicenda giudiziaria e sulle implicazioni politiche legate alla figura di Ilaria Salis, mentre gli effetti sul Campo Largo risultano, almeno in questa fase, secondari.
Resta la Germania il primo mercato straniero, e in assoluto, per il
turismo in Sardegna: per la prima volta nel 2025 i tedeschi hanno
superato i tre milioni di presenze, in aumento del 19,8% rispetto
al 2024 e con 4,8 giorni di permanenza media. Segue la Francia con
un 1,6 milioni di presenze, in aumento del 21,6%: in dieci anni i
francesi hanno più che triplicato i pernottamenti. La Svizzera, al
terzo posto, supera per la prima volta il milione di presenze,
seguita dal Regno Unito con oltre 800 mila presenze e dalla Polonia
(con 608.903), in aumento di oltre il 36% in un anno. La Spagna,
pur crescendo del 17,2% rispetto al 2024, fa registrare poco più di
mezzo milione di presenze.Pagina 11 di 347
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