
(Adnkronos) - L’avvocato Fabrizio Gallo, legale di fiducia di Mauro e Miriam Caroccia, ha annunciato che depositerà in giornata presso la procura di Roma, "una memoria con tutte le chat tra l’ex sottosegretario Delmastro e il suo assistito, con richiesta di acquisizione immediata”. Il penalista ribadisce che "sul punto, il Parlamento non può negare l’acquisizione per il caso di specie. Tali chat - sostiene - hanno una rilevanza fondamentale per dimostrare l’estraneità dei miei assistiti rispetto al reato contestato e fanno risalire a chi sia il vero proprietario dell’attività". “D’altronde la vicenda giuridica si scontra - sottolinea Gallo -tra il diritto inviolabile della difesa (art. 24) e il diritto ad una immunità parlamentare (art. 68 c.3). L’Immunita Parlamentare, come recita una sentenza della Corte Costituzionale che sul tema si era già espressa nel 2007, non può prevalere sul diritto di difesa di un cittadino quando soprattutto la produzione di tali chat sono favorevoli per l’indagato. Nel caso di specie siamo di fronte a due situazioni collegate (semplice cittadino e parlamentare) e non ‘coimputate’ di talchè se una prova è favorevole per il cittadino, di certo non sarà pregiudizievole per il Parlamentare, sconfessando quindi quella ratio richiesta per far valere l’immunità". "Non si può trasformare un immunità parlamentare in un privilegio personale e non si può consentire che una prova favorevole al reo, che coinvolge solo terzi che hanno interloquito con un parlamentare non possaessere acquisita pregiudicando altamente il cittadino indagato”, conclude Gallo.

(Adnkronos) - "Più di 1 studente italiano su 6 tra gli 11 e i 17 anni presenta almeno un comportamento a rischio legato all'uso problematico dei social media, al gaming o al gioco d'azzardo". Emerge dall'indagine nazionale 'Dipendenze comportamentali nella Generazione Z 2.0', realizzata tra ottobre e dicembre 2025 dal Centro nazionale dipendenze e doping dell'Istituto superiore di sanità, in collaborazione con il Dipartimento per le Politiche contro la droga e le altre dipendenze della Presidenza del Consiglio dei ministri. Lo studio, condotto su un campione rappresentativo di studenti italiani, ha coinvolto 198 istituti scolastici e oltre 18.000 ragazzi, di cui 8.272 delle scuole secondarie di primo grado e 10.123 delle secondarie di secondo grado. I risultati mostrano che "il 17,3% dei ragazzi tra gli 11 e i 13 anni, pari a circa 280.000 studenti, e il 17,9% dei 14-17enni, oltre 400.000, presenta almeno uno dei tre comportamenti a rischio analizzati".
Per Simona Pichini, direttore del Centro dipendenze e doping dell'Iss, "i risultati mostrano come le dipendenze comportamentali rappresentino una delle aree emergenti della salute pubblica in età evolutiva: videogiochi, gioco d'azzardo e social media possono assumere, per alcuni adolescenti, caratteristiche problematiche, fino a interferire con il sonno, lo studio, le relazioni, il tempo libero e il benessere psicologico". L'Iss auspica "interventi precoci e integrati che coinvolgano studenti, famiglie, scuola, servizi sanitari e ambienti digitali".
Il gaming problematico è diffuso in particolare tra gli studenti più giovani, indica lo studio. "Il gaming, cioè il gioco attraverso dispositivi elettronici come console, computer, smartphone e tablet, rappresenta il comportamento problematico più frequente tra gli studenti di 11-13 anni. In questa fascia di età il 13,6% presenta un profilo compatibile con un disturbo da gaming, pari a circa 219.000 studenti. Tra i 14 e i 17 anni la quota scende al 7,9%, corrispondente a circa 183.000 ragazzi". Il gaming diventa motivo di attenzione non per il semplice utilizzo dei videogiochi, ma quando risulta persistente e difficilmente controllabile, precisa l'Iss. "Anche la sovrapposizione con altri comportamenti problematici è rilevante - dice Claudia Mortali del Centro nazionale dipendenze e doping - Tra gli 11-13enni con gaming problematico il 9,5% presenta anche un profilo di giocatore d'azzardo problematico, rispetto allo 0,5% degli studenti che non giocano ai videogiochi. Similmente, tra i 14-17enni con gaming problematico il 15,3% presenta anche un profilo di giocatore d'azzardo problematico, rispetto al 2,5% degli studenti che non giocano ai videogiochi". Un elemento attenzionato è la spesa: "Tra gli studenti con gaming problematico - riporta l'Iss - quasi 1 su 2 dichiara di aver speso denaro negli ultimi 12 mesi per avanzare più rapidamente o ottenere vantaggi nel gioco. Anche tramite l'acquisto di loot box, ovvero pacchetti digitali dal contenuto 'misterioso', o chiavi per aprirli che consentono di ottenere ricompense dall'esito incerto".
Passando al gioco d'azzardo, attività vietata ai minori di 18 anni, "continua a coinvolgere una quota significativa di adolescenti", rilevano gli esperti. "Tra gli studenti di 11-13 anni il 10,6% dichiara di aver giocato d'azzardo negli ultimi 12 mesi, mentre tra i 14-17enni la percentuale sale al 22,1%. Complessivamente si stimano circa 340.000 studenti italiani con un comportamento di gioco d'azzardo a rischio o problematico. I profili più critici risultano associati a propensione al rischio, impulsività e aggressività elevate, difficoltà del sonno, sintomi ansiosi e depressivi, esperienze di cyberbullismo e minore monitoraggio da parte degli adulti". Viene considerata "particolarmente critica" la modalità di gioco online: "Tra i 14-17enni che giocano esclusivamente online, i giocatori problematici sono il 20%, contro il 13,7% di chi gioca esclusivamente in luoghi fisici. Il dato rafforza la necessità di impedire l'accesso dei minorenni alle piattaforme di gioco d'azzardo attraverso sistemi affidabili di verifica dell'età e controlli efficaci".
Infine i social, il cui uso problematico appare in diminuzione. "L'uso problematico dei social media - si legge - interessa l'1% degli studenti di 11-13 anni (circa 15.900 ragazzi) e il 2,1% dei 14-17enni (circa 48.600 studenti), registrando un calo rispetto al 2022. Il dato positivo non elimina tuttavia la necessità di attenzione verso gli studenti per i quali l'uso dei social diventa eccessivo e compulsivo, interferendo con il sonno, lo studio, le relazioni e il benessere psicologico". In generale, commenta Pichini, "i risultati mostrano che gaming, gioco d'azzardo e uso problematico dei social media non sono fenomeni isolati, ma condividono spesso le stesse condizioni di vulnerabilità e possono presentarsi contemporaneamente". Da qui la necessità di "interventi precoci e integrati".

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"La Casa del Made in Italy è la casa delle imprese italiane".
(Adnkronos) - Potrebbe essere un edema cronico delle corde vocali il problema fisico che ha costretto Gerardina Trovato a uno stop forzato del suo tour estivo. "Non abbiamo la diagnosi, possiamo fare delle supposizioni, ma dalla voce del video si può ipotizzare che si tratti di una doppia patologia: edema cronico delle corde vocali, noto come edema di Reinke", una malattia benigna della laringe spesso collegata al fumo di sigaretta, a cui si potrebbe associare il "laringocele", una piccola tasca della laringe.
"Sulla cisti, molto probabilmente, trattandosi di una neoformazione, lo specialista ha pensato di intervenire a scopo precauzionale e per caratterizzarne la natura. Sembra che il target dell'intervento sia quindi duplice: rimuovere la cisti per l'accertamento diagnostico e il miglioramento dei sintomi e, contemporaneamente, 'ripulire' le corde vocali".
Così Domenico Rosario Cuda, presidente Siaf (Società italiana di audiologia e foniatria), professore straordinario di Otorinolaringoiatria all'università di Parma e direttore del reparto di Otorinolaringoiatria all'ospedale Guglielmo da Saliceto di Piacenza, commenta all'Adnkronos Salute il video della cantautrice Gerardina Trovato diffuso via social, con cui l'artista annuncia lo stop per doversi sottoporre a un'operazione d'urgenza alla gola che la costringerà a un periodo di fermo.
"Chi fa uso della voce per questioni professionali - spiega Cuda - può andare incontro a laringiti funzionali, i famosi noduli del cantante e dell'insegnante, per un utilizzo prolungato della voce. Ma quella del video non è una voce da 'noduletto': ci deve essere qualche altro fattore di rischio come il fumo".
Sul recupero post intervento l'esperto è ottimista: "Dipende dalla zona in cui si deve intervenire e dal come si procederà, ma con buone riabilitazioni di logopedia - assicura - si può recuperare molto bene”.

(Adnkronos) - “La realizzazione della Casa di comunità all’interno della Casa circondariale di Rebibbia rappresenta un segnale concreto della volontà di rafforzare la sanità territoriale anche nei contesti più complessi e fragili del Paese”. Così Antonio Magi, segretario generale Sumai Assoprof, a nome del Sindacato unico medicina ambulatoriale italiana e professionalità dell'area sanitaria, esprime apprezzamento “al presidente della Regione Lazio, Francesco Rocca, al direttore generale della Asl Roma 2 e a tutto il dipartimento che ha seguito il progetto per aver trasformato un impegno in una realtà concreta. È un investimento - continua - che mette al centro il diritto alla salute e dimostra come le Case di comunità possano diventare il punto di riferimento dell’assistenza territoriale anche in ambito penitenziario”.
“Questa iniziativa conferma una convinzione che il Sumai Assoprof sostiene da sempre - spiega Magi in una nota - Le Case di comunità possono funzionare soltanto se vengono dotate delle professionalità necessarie. Tra queste, la specialistica ambulatoriale interna rappresenta un elemento imprescindibile. Gli specialisti ambulatoriali convenzionati operano da oltre cinquant’anni sul territorio, conoscono i bisogni assistenziali della popolazione e sono la componente più idonea a garantire visite, diagnostica, presa in carico delle patologie croniche, prevenzione, telemedicina e continuità delle cure”. Le Case di comunità “non possono essere semplici contenitori edilizi - sottolinea - Devono diventare luoghi nei quali il cittadino trovi risposte tempestive e integrate grazie al lavoro di équipe multiprofessionali, nelle quali gli specialisti ambulatoriali convenzionati costituiscono uno dei pilastri dell’assistenza insieme ai medici di medicina generale, ai pediatri di libera scelta, agli infermieri e alle altre professioni sanitarie”.
Per il Sumai Assoprof, l’esperienza di Rebibbia rappresenta un modello organizzativo da sviluppare e replicare. “È adesso necessario passare rapidamente dalla realizzazione delle strutture alla piena attivazione dei servizi, investendo sul personale e valorizzando tutte le professionalità già presenti nel Servizio sanitario nazionale. La specialistica ambulatoriale convenzionata - prosegue Magi - è immediatamente disponibile a dare il proprio contributo, senza necessità di creare nuovi modelli organizzativi, ma rafforzando una rete assistenziale che ogni giorno eroga milioni di prestazioni ai cittadini. Se vogliamo ridurre realmente le liste d’attesa, garantire la presa in carico dei pazienti cronici e rendere operative le Case di comunità previste dal Pnrr e dal Dm 77, occorre investire con decisione sulla specialistica ambulatoriale interna. La Casa di comunità di Rebibbia dimostra che quando le istituzioni lavorano insieme e valorizzano le competenze presenti nel Servizio sanitario nazionale - conclude - è possibile realizzare una sanità di prossimità moderna, efficiente e realmente vicina ai cittadini, anche a quelli più fragili”.

(Adnkronos) - Un poker di candidature interne al programma per la successione di Federica Sciarelli alla conduzione di 'Chi l'ha visto?'. A quanto apprende l'Adnkronos, il direttore dell'Approfondimento Rai, Paolo Corsini, è vicino alla scelta e la rosa finale include quattro profili, tutti interni alla trasmissione: Veronica Briganti, Francesco Paolo Del Re, Raffaella Griggi e Chiara Cazzaniga.
La decisione di optare per una scelta interna da un lato risponde alla volontà di dare continuità anche stilistica al format con una conduzione che conosca a fondo la macchina complessa delle dirette, delle segnalazioni e del rapporto con i familiari degli scomparsi e dall'altro raccoglie le speranze e le sollecitazioni dei 'chilhavisters', i fedelissimi spettatori del programma, che hanno inondato di mail la redazione e di post i social, chiedendo appunto che, di fronte all'impossibilità di un ripensamento della Sciarelli, il testimone passasse ad un volto già familiare allo zoccolo duro del pubblico della trasmissione.
Sarebbero cadute, dunque, tutte le candidature esterne al programma, vere, verosimili o campate in aria, che in queste settimane hanno riguardato tanto altri volti Rai quanto professionisti esterni al servizio pubblico. La scelta sarebbe imminente, anche perché il programma, dovrebbe ripartire, con la nuova conduzione, già il 23 settembre.

(Adnkronos) - Il bilancio delle vittime dell'epidemia di Ebola che sta devastando il nordest e l'est della Repubblica Democratica del Congo (Rdc) è aumentato di molto nelle ultime 24 ore, raggiungendo quasi 1.300 morti e quasi 3.000 casi confermati, dopo un aggiornamento effettuato dalle autorità del Paese, che hanno armonizzato i dati nazionali e provinciali.
Il nuovo bilancio, pubblicato dall'Istituto Nazionale di Sanità Pubblica della Rdc, riporta 1.269 morti e 2.905 casi al 22 luglio, con un incremento di 200 morti e circa 350 casi rispetto ai 1.033 morti e 2.536 casi segnalati il giorno precedente.
I funzionari dell'Istituto sottolineano che l'ultima stima, pubblicata oggi sul loro sito web, riflette "l'integrazione di dati armonizzati" nelle province di Ituri e Nord Kivu, epicentro iniziale dell'epidemia.
L'Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) ha dichiarato l'epidemia, causata dal ceppo Bundibugyo, per il quale non esiste un vaccino o una cura approvati, un'emergenza di sanità pubblica di rilevanza internazionale (Pheic). Diverse organizzazioni internazionali hanno avvertito del pericolo causato dalla diffusione del virus, che potrebbe mettere a dura prova le capacità di risposta.
La Repubblica Democratica del Congo (Rdc), che nel dicembre 2025 ha dichiarato la fine dell'ultima epidemia di Ebola nel Paese, in questo caso nel Kasai, è considerata lo Stato con la maggiore esperienza al mondo nella gestione del virus Ebola, avendo affrontato più di una dozzina di epidemie da quando il virus è stato identificato nel 1976 in una doppia epidemia che ha avuto uno dei suoi epicentri nella città congolese di Yambuku, sulle rive del fiume Ebola, da cui la malattia prende il nome.

(Adnkronos) - Lavoratori del braccio e della mente: nessuno escluso. Ormai il rischio sicurezza riguarda tutti. Mentre l'intelligenza artificiale entra negli uffici, nei call center e nei servizi clienti, cresce un paradosso che fino a pochi anni fa sarebbe sembrato fantascienza: migliaia di lavoratori passano parte della giornata ad addestrare gli strumenti che, almeno in teoria, potrebbero un domani rendere superflua la loro stessa mansione.
La sicurezza sul lavoro, insomma, non riguarda più soltanto caschi, impalcature e dispositivi di protezione. Sempre più spesso passa anche dalla salute mentale, dall'organizzazione del lavoro e dalla pressione psicologica generata dall'automazione. A tracciare questo scenario è Stefano Ruberto, responsabile Salute e Sicurezza della Cgil Milano, che in un'intervista all'Adnkronos invita a leggere il fenomeno senza fermarsi alla cronaca dell'ultimo incidente. "Io starei fuori dal tema emergenziale e parlerei piuttosto di una condizione strutturale - afferma Ruberto all'Adnkronos -. Lo sfruttamento lavorativo è molto pervasivo, molto orizzontale e trasversale ai diversi settori produttivi".
Secondo il dirigente sindacale, Milano offre uno spaccato emblematico di questa evoluzione. Dall'edilizia alla logistica, dalla filiera della moda fino al food delivery, le forme di sfruttamento non rappresentano più eccezioni. "Se pensiamo ai cantieri, ma anche alla filiera della moda, ai laboratori che gravitano attorno a Milano o alla logistica, alle consegne e al delivery, vediamo che lo sfruttamento è diffuso e non risparmia praticamente nessun comparto", osserva.
Ma è nel terziario avanzato che sta emergendo una nuova frontiera del rischio. "Le condizioni di lavoro stanno peggiorando anche nei settori impiegatizi", spiega Ruberto all'Adnkronos. "L'intelligenza artificiale da una parte sostituisce alcune posizioni lavorative, dall'altra crea una forte condizione di stress perché molte lavoratrici e molti lavoratori si trovano nella situazione frustrante di addestrare quello che percepiscono come un futuro competitore. È un cambiamento che investe ormai attività quotidiane come l'assistenza clienti, gli uffici commerciali e la gestione dei servizi. "Quel lavoratore si confronta ogni giorno con chatbot e piattaforme di intelligenza artificiale", continua Ruberto. "La domanda che inevitabilmente si pone è: domani questo strumento sarà in grado di dare le risposte che oggi do io? È una frustrazione che agisce quotidianamente".
A rendere ancora più delicata la situazione è anche il fattore anagrafico. "C'è una generazione di lavoratori che non è cresciuta nell'era dell'intelligenza artificiale e che oggi deve utilizzare strumenti che cambiano continuamente", osserva il responsabile Salute e Sicurezza della Cgil Milano. "Anche questo rappresenta un elemento fortemente stressogeno". Secondo Ruberto, il concetto stesso di sicurezza sul lavoro si sta trasformando. Accanto agli infortuni tradizionali continuano infatti a pesare le malattie professionali. "Dal punto di vista clinico i rischi maggiori restano due - spiega -. Da una parte la movimentazione manuale dei carichi, con tutte le patologie dell'apparato muscolo-scheletrico; dall'altra lo stress lavoro-correlato, che è un rischio che i datori di lavoro hanno l'obbligo di valutare e che dipende in larga misura dall'organizzazione del lavoro".
Il risultato è una fotografia nella quale il rischio non riguarda più soltanto chi lavora in cantiere. Se per un operaio il pericolo resta quello di cadere da un ponteggio, per un impiegato può assumere la forma dell'ansia da prestazione, dell'incertezza occupazionale e della sensazione di contribuire ogni giorno a rendere più efficiente il software destinato, forse, a prendere il suo posto. (di Andrea Persili)

(Adnkronos) - Una turista italiana di 52 anni, la fiorentina Sidney Serpretri, è morta in un incidente stradale in Kenya sul tratto da Nairobi a Malindi. Secondo le prime ricostruzioni di Malindikenya.net, la donna era in macchina con il marito e il figlio, che si trovano attualmente ricoverati in ospedale a Mombasa, ma le cui condizioni non sarebbero gravi. Anche l'autista del taxi che trasportava i turisti italiani verso Malindi è rimasto ucciso nell'impatto con il camion che proveniva dalla corsia opposta.
Sin dalla prima segnalazione, a quanto si apprende, l'Ambasciata d'Italia a Nairobi in raccordo con la Farnesina sta seguendo la vicenda con la massima attenzione, e ha preso immediatamente contatto con l’ospedale e con il marito, che ha riferito che lui e il figlio si troverebbero in condizioni stabili. L'Ambasciata continuerà a fornire massima vicinanza e ogni possibile assistenza alla famiglia.
Lo scorso aprile, a Diani, un incidente in moto era costato la vita a Stefano Quadrelli, riminese di 63 anni, mentre l'anno prima, sempre a Diani erano morti altri due turisti, il milanese Marco Curcio e la valtellinese Karen Demozzi.

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"È stato già fatto". Così il ministro delle Imprese e del Made in
Italy, Adolfo Urso, ha risposto a Cagliari a una domanda sulla
crisi industriale del Sulcis e sulla richiesta della Sardegna di un
piano complessivo per affrontare i nodi strutturali dell'area, a
partire dai costi dell'energia e dei trasporti. "Dopo diversi anni,
con il ministero dell'Ambiente e il nostro supporto, la Regione ha
siglato un'intesa che riguarda due navi rigassificatrici che
potranno fornire gas alle imprese energivore del territorio", ha
affermato il ministro.
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(Adnkronos) - “La difficoltà maggiore che noi vediamo è che il genitore ancora oggi può scegliere come alternativa a una relazione sana e pedagogica con il proprio bambino, il device. Esponendolo allo strumento, in quel momento colma una lacuna, permette al device di occupare uno spazio-tempo che non è in grado, non vuole o non sa come riempire. Stiamo facendo un passo indietro: abbiamo capito che è la dimensione della genitorialità che va supportata, non giudicata, ma proprio messa nelle condizioni di capire e di agire, in modo convinto, su quell'alternativa che non è mai da percorrere. Dobbiamo essere pronti nell'accompagnare il genitore affinché non guardi mai al device come a un'alternativa possibile nella fascia zero-36 mesi”. Lo ha detto Federica Giannotta, responsabile advocacy Terre des Hommes Italia, partecipando all’incontro organizzato in Senato per presentare la proposta di legge su iniziativa della senatrice Simona Malpezzi - 'Disposizioni per la regolamentazione dell’esposizione ai dispositivi digitali nei bambini e nelle bambine da zero a tre anni a tutela del loro sviluppo neurocognitivo, fisico e relazionale e per la promozione di un graduale accesso al loro utilizzo durante la minore età'- promossa insieme alla Sip-Società italiana di pediatria e la stessa Fondazione. Sostenuta in maniera bipartisan da parlamentari di tutti i gruppi politici, la proposta punta a introdurre Linee guida nazionali sull’esposizione agli schermi dei bambini e bambine, una prassi ritenuta estremamente dannosa e da evitare entro i tre anni di vita.
“Le linee guida previste dalla proposta di legge - continua Giannotta - permetteranno di accompagnare” i genitori “via via nella crescita del bambino all'uso del digitale, sempre più gradatamente, bloccando l'automatismo di ricorrere al cellulare sempre e comunque”. Come? “Facendo cultura - chiarisce - conoscenza e dando strumenti per comprendere appieno, a tutti i livelli, quelle che sono le conseguenze dannose e gravissime sul cervello del bambino e sullo sviluppo neurocognitivo, di linguaggio e delle competenze basiche che un genitore non vuole che vengano rallentate nel proprio bambino”.
Un genitore "vuole che il proprio bambino abbia il massimo delle possibilità - aggiunge Giannotta - Nel momento in cui si rende conto che sta mettendo in mano a un bambino uno strumento che tutto questo non glielo permetterà più, anzi lo rallenterà e sarà pericoloso, farà una scelta consapevole. È come fare una scelta rispetto al che cosa mangiare o al come relazionarsi in altri contesti", conclude.

(Adnkronos) - Il principe Harry cammina lungo un viale erboso costeggiato da siepi e alberi, con i figli Archie e Lilibet, tenendo in mano mazzi di fiori. E' la foto pubblicata da Meghan Markle sui social, che la moglie del duca di Sussex ha scattato due settimane fa, durante il viaggio della famiglia in Gran Bretagna, ad Althorp House, la tenuta degli Spencer nel Northamptonshire dove è sepolta la principessa Diana. Lo scatto della duchessa, intitolato 'Vacanze estive', fa parte di una serie di fotografie postate su Instagram che rappresentano il recente viaggio della sua famiglia in Europa. La tomba della Principessa del Galles si trova su un'isola appartata situata all'interno del lago ovale della tenuta, luogo scelto per la sepoltura proprio per il suo isolamento.
Il fratello di Diana, Charles Spencer, ha raccontato in un suo libro che l'acqua e lo spesso strato di fango circostante hanno lo scopo di scoraggiare le intrusioni indesiderate. Il conte ha parlato in passato del conforto che trae dal sapere che i suoi nipoti, William e Harry, possono far visita alla madre in privato. "Penso che sia molto importante che siano lì con lei", ha detto a People. "Per fortuna qui è molto tranquillo, e possono andare e venire a loro piacimento. Ed è una cosa meravigliosa per me". Non è la prima volta che Meghan si reca ad Althorp. Nel suo libro di memorie 'Spare', Harry ha decritto la visita alla tenuta nel 2022, in occasione del 25° anniversario della morte di Diana, in cui portò la moglie: "Finalmente, stavo portando a casa la ragazza dei miei sogni per farle conoscere la mamma".
Harry ha partecipato a diversi eventi di beneficenza in tutto il Regno Unito questo mese, anche se per motivi di sicurezza Meghan e i bambini non hanno potuto accompagnarlo per l'intera durata del viaggio. Ciononostante, la duchessa e i due bambini si sono recati in Gran Bretagna, e la visita ha incluso l'attesissimo incontro con Re Carlo e la Regina Camilla. Il monarca non vedeva i suoi nipoti, che vivono in California, dal 2022 e la riunione ha rappresentato un momento significativo per la famiglia, viste le ben note tensioni tra Harry e la famiglia reale negli ultimi anni.

(Adnkronos) - L’Italia è il sogno degli stranieri, ma fatica a immaginare il proprio. È da questa contraddizione che parte The Italian Dream, il nuovo libro di Alec Ross pubblicato da Feltrinelli. Americano con radici familiari abruzzesi, già consigliere per l’innovazione di Hillary Clinton e Barack Obama, imprenditore, investitore e docente alla Bologna Business School, Ross prova a fare qualcosa di ambizioso e, per sua stessa ammissione, provocatorio: offrire agli italiani non un programma politico, ma uno specchio nel quale guardarsi.
Il punto di partenza è il confronto con il Sogno Americano, la promessa secondo cui chi lavora duramente e rispetta le regole può migliorare la propria condizione e offrire ai figli opportunità superiori a quelle ricevute. Quella narrazione oggi appare molto meno credibile persino negli Stati Uniti, attraversati da diseguaglianze, polarizzazione e riduzione della mobilità sociale. Ma l’Italia, osserva Ross, non ha mai costruito un racconto nazionale altrettanto immediato e orientato al futuro. È celebrata per ciò che è stata, per la sua storia, la bellezza e il modo di vivere, ma molto meno per ciò che vuole diventare.
Il libro cerca questa possibile identità attraverso otto dualismi: “Giovane e Vecchio”, “Innovazione e Tradizione”, “Forma e Sostanza”, “Apprendimento e Stimoli superficiali”, “Unità e Divisione”, “Breve Termine e Lungo Termine”, “Fiducia e Sfiducia”, “Ottimismo e Pessimismo”. Non sono opposizioni da risolvere scegliendo una parte, ma forze da tenere insieme: l’esperienza senza il dominio gerontocratico, la tradizione senza l’immobilismo, la bellezza senza il conformismo, l’identità locale senza il campanilismo, la prudenza senza la paralisi.
La forza del libro sta soprattutto nei casi concreti. Ross racconta Max Ciociola, che da Manfredonia arriva a fondare a Bologna Musixmatch; xFarm Technologies, che porta intelligenza artificiale, sensori e robotica nell’agricoltura; Pelliconi, impresa familiare capace di trasformare la produzione di tappi in un’attività industriale tecnologicamente avanzata e globale; la famiglia Gaja, arrivata alla quinta generazione senza trasformare la continuità in rendita; Emidio e Chiara Pepe, che applicano la logica del lungo periodo non soltanto al vino, ma anche alla crescita professionale dei dipendenti.
C’è poi Andrea Pontremoli, amministratore delegato di Dallara, che lei indica come l’incarnazione più completa del suo Italian Dream.
La sua storia personale parte dal mondo operaio. Ha ha lavorato duramente, ha rispettato le regole e ha costruito una traiettoria di successo molto legata all’innovazione.
Dallara non è soltanto una delle aziende più innovative d’Italia, ma una delle più innovative al mondo. Allo stesso tempo, Pontremoli ha investito con la sua famiglia a Bardi, il suo borgo. Un giorno è a Dubai, quello successivo alla 500 Miglia di Indianapolis, ma continua a nutrire il proprio territorio. Collega il locale al globale e la tradizione all’innovazione.
Poi c’è il give back. Invece di trasformarsi in una specie di nuovo duca o patrizio, ha creato una scuola, aiuta le generazioni successive, fa da mentore. Non cerca soltanto la compagnia di persone famose o ricche: cerca occasioni per istruire e aiutare gli altri, creando un effetto di rete.
È importante anche il suo rapporto con Gian Paolo Dallara, che ha quasi novant’anni e continua ad andare in ufficio cinque giorni alla settimana. Non c’è una lotta tra passato e futuro, ma un'alleanza. In Andrea si incontrano tradizione e innovazione, giovane e vecchio, locale e globale.
Brunello Cucinelli ha fatto qualcosa di simile in Umbria. Hanno personalità diverse, ma condividono un modo di pensare: dimostrano che non siamo costretti a scegliere tra competizione internazionale e responsabilità verso il luogo da cui proveniamo.
Il libro è una specie di manifesto per uscire da 30 anni di stagnazione economica e ideale. Ma da dove si comincia per applicarlo: dalla politica, dalle scuole, dalle università, dalle aziende o da un movimento organizzato?
Le strade sono molte. Qui emerge la parte più americana e forse un po’ “cowboy” del mio pensiero, quella contenuta nella parola agency: la capacità di agire e di non aspettare sempre che qualcun altro risolva i problemi. Il libro non propone un programma di partito o una politica trasversale da implementare a Roma. La mia idea è che ciò che non riusciamo a fare a livello europeo dobbiamo provare a farlo a livello nazionale, o di regione, o di comune, o di singola azienda o infine di singola persona.
Ognuno può trovare dentro di sé la realizzazione di un proprio sogno. Naturalmente è meglio quando esiste anche una risposta di sistema, ma molto spesso i sistemi non vengono creati dall’alto: nascono dal basso. Anche la Silicon Valley è stata un progetto molto decentralizzato. In Italia ormai credo più nei singoli casi che nei grandi sistemi. Per costruire un nuovo sistema bisogna elevare e rendere visibile ciò che funziona a livello locale.
Ho ricevuto centinaia di messaggi da persone che hanno letto il libro, dal ragazzo di diciannove anni fino ad alcuni dei nomi più importanti del paese. C’è chi mi ha scritto: “Adesso capisco che cosa devo (o voglio) fare”. Non mi presento come il guru americano venuto a spiegare agli italiani come devono vivere. Voglio stimolare una riflessione. Un ceo con trentamila dipendenti mi ha raccontato che, alla fine di ogni capitolo, doveva chiudere il libro, fare una passeggiata e pensare. Per me quello è già un risultato.
Non crediamo più che una soluzione o una guida possa arrivare dall'alto perché ormai vediamo i leader solo attraverso la lente della polarizzazione?
Uso un esempio molto semplice: se una persona dice che l’alba è a est e il tramonto a ovest, chi appartiene alla fazione opposta troverà comunque un modo per contestarla. Se Giorgia Meloni dice che le piace il colore azzurro, l’opposizione risponderà che è una vergogna. Naturalmente la stessa cosa accade a parti invertite. Siamo ancora troppo immersi in una dinamica da Guelfi e Ghibellini.
Pensiamo anche alla caduta del governo Draghi. Aveva il sostegno della maggior parte degli italiani, ma non è stato sufficiente per rimanere in carica. Io vengo dal mondo di Obama, dal centrosinistra, ma obiettivamente Giorgia Meloni ha fatto, ai miei occhi, un lavoro abbastanza positivo. Non si è rivelata la Mussolini che alcuni immaginavano.
Eppure chi sta all’opposizione non riesce a pronunciare neppure una parola positiva su di lei. La dinamica è troppo tribale. In questo senso, purtroppo, l’Italia sta diventando americana.
Quanto pesano gli algoritmi, i social media e un’informazione sempre più schierata nella scomparsa di figure considerate autorevoli al di là delle appartenenze?
Non è un problema soltanto italiano. Quando sono cresciuto negli Stati Uniti, i grandi volti dell’informazione televisiva erano Peter Jennings, Tom Brokaw e Dan Rather. Si poteva provare a indovinare se fossero democratici o repubblicani, ma nessuno lo sapeva davvero. Erano straight down the middle: davano le notizie. Oggi figure di quel tipo quasi non esistono più. Gli incentivi degli algoritmi premiano le persone che esprimono punti di vista estremi.
Riguarda anche me: capita spesso che mi intervistino e che facciano il titolo con qualcosa che non ho detto e che non penso. Si prende una posizione e la si estremizza per dare forza a una posizione preconfezionata.
Nel libro il ceo di Golden Goose, Silvio Campara, appare come esempio negativo, il “villain” della storia. Perché le sue parole l’hanno colpita tanto?
Lo potete vedere su Instagram, dove dice ai ragazzi “Fregatevene dei titoli di studio, fregatevene dei soldi, cercate di essere connessi a voi stessi perché i soldi arriveranno di conseguenza. Ve lo assicuro”. Frasi che trovo offensive perché in questo momento l’apprendimento è più importante che mai.
Oggi non si può prendere una laurea a 23 anni e pensare che la propria formazione sia conclusa. Dobbiamo diventare tutti lifelong learners, gente che continua a imparare per tutta la vita.
I giovani devono sviluppare pensiero critico e possedere una base solida di conoscenza. Altrimenti diventeranno schiavi dell’intelligenza artificiale e di chi, invece, dispone degli strumenti culturali per governarla.
Lei è un sostenitore dell’innovazione tecnologica, ma quando parla dei bambini usa parole durissime. A quale età dovrebbero entrare nel mondo digitale?
Sotto gli undici anni, secondo me, non dovrebbero toccare il digitale.
Conosco quasi tutti i grandi protagonisti della Silicon Valley: chi crea queste tecnologie è rigidissimo nel regolamentarne l’uso all’interno delle proprie famiglie. Dal punto di vista dello sviluppo neurologico dei bambini sono molto preoccupato.
I genitori devono assumersi la responsabilità di stabilire limiti, anche quando è faticoso e anche quando il figlio risponde che tutti i compagni hanno già un telefono o utilizzano una determinata piattaforma.
Immaginiamo che il “ban” europeo ipotizzato da Ursula von der Leyen, niente social prima dei 16 anni, entri in vigore. Ma poi quando i ragazzi saranno esposti a tutto questo, in particolare all’AI, come potranno costruire attenzione, profondità e capacità critica e sfuggire agli stimoli superficiali di cui parla nel libro?
La preparazione migliore avviene negli anni precedenti. Bisogna leggere ai bambini da quando sono piccoli, creare l’amore per il libro di carta e insegnare loro ad amare l’apprendimento prima che arrivi il telefono.
Ho tre figli, che oggi hanno 23, 21 e 19 anni. Sono nati nel pieno della digitalizzazione, ma quando hanno ricevuto i primi telefoni possedevano già l’amore per i libri e per la conoscenza.
Poi bisogna essere molto diretti: spiegare come si usa la tecnologia, che cosa si può o non si può pubblicare sui social, come si gestisce il tempo. Non è facile e gli algoritmi non sono stupidi. Sanno che se mi piace il calcio posso perdere 20 minuti davanti a uno schermo senza che me ne accorga. Anche per noi adulti leggere un libro è più difficile oggi rispetto a otto anni fa. Serve disciplina.
Dobbiamo diventare maestri, non schiavi, delle tecnologie. L’intelligenza artificiale può funzionare come una bicicletta oppure come una sedia a rotelle. La bicicletta ci permette di andare più veloci, ma continuiamo a utilizzare e sviluppare i muscoli. La sedia a rotelle, se viene usata quando potremmo camminare, finisce invece per atrofizzarli.
Il prezzo di questa vigilanza non rischia di essere un rapporto molto più intenso e controllato tra genitori e figli? Le generazioni precedenti potevano vivere spazi separati, fare esperienze ed errori lontano dagli adulti.
La tecnologia può essere utilizzata anche per mantenere un rapporto sano e continuo. Mio figlio di 23 anni si è già laureato e vive ad Austin, in Texas. Gli altri due sono all’università, ma siamo in contatto quasi ogni giorno.
Quando avevo la loro età, forse parlavo con i miei genitori per quindici minuti la domenica sera. Ma in un mondo pieno di incertezze e minacce - che non possono più essere controllate come in passato perché sono nelle tasche di tutti noi, 24 ore al giorno - i ragazzi hanno bisogno di genitori solidi, con intelligenza emotiva e capaci di costruire un rapporto di fiducia. Possono essere severi, ma devono essere affidabili. Da sempre i giovani cercano confini, anche quando protestano contro quei confini.
Uno dei punti che ho trovato più curiosi nel libro sono i ringraziamenti: più che un’appendice, una mappa della sua vita italiana. Ci sono Romano e Giorgio Prodi, Vittorio Manes, definito il “Batman” italiano, e molte figure legate a Bologna e all’Emilia-Romagna. Ne emerge una rete non soltanto professionale, ma fatta di tavole condivise, famiglie che si incontrano, conversazioni e amicizie inattese.
È anche una dimostrazione dell’accoglienza italiana. Quando sono a Bologna, sento di fare parte della comunità. Non è banale e non accade in questo modo ovunque nel mondo.
È una rete di persone che lavorano nello stesso territorio, si confrontano, si aiutano e costruiscono qualcosa insieme. Nel libro parlo molto della Silicon Valley come di una rete di relazioni, non soltanto come di un luogo geografico. A Bologna ho trovato, con caratteristiche naturalmente diverse, qualcosa che ha una funzione simile: una comunità capace di accogliere e mettere in circolo idee, competenze e fiducia. Ho chiamato Manes il Batman italiano perché è un professore e avvocato penalista serissimo che appare quando ci sono i casi più difficili da risolvere. Per fortuna, non ho mai dovuto chiamarlo per aiutarmi...
A proposito di amicizie inattese, ci sono Achille Lauro e Michelle Hunziker.
Sono due storie divertenti. Non ho una televisione in Italia, quindi ho conosciuto Michelle senza averla mai vista prima. E ho conosciuto Lauro senza avere mai ascoltato una sua canzone.
Forse siamo diventati amici proprio perché non ero un fan, né sono uno che vuole circondarsi di celebrità, e questo lo apprezzano. A Lauro do qualche consiglio e gli presento persone che altrimenti forse non incontrerebbe. È anche un esempio di lifelong learning: oggi è una persona molto diversa rispetto a cinque o sei anni fa.
Michelle proviene dal mondo dello spettacolo, ma sta diventando sempre più un’imprenditrice di talento. Mi piacciono le amicizie diverse, trasversali e inaspettate.
Invece tra le persone meno conosciute ringrazia Alessandro Cillario, fondatore di Cubbit, che nel libro spiega uno dei concetti di cui meno gli italiani si rendono conto: siamo un popolo che si fida troppo poco del prossimo e delle istituzioni.
Alessandro non è famoso e non è miliardario, almeno per ora, ma è nell’1% delle persone più intelligenti che conosco. Spiega come agli italiani storicamente manchi fiducia e per questo si riempiono di regole, controlli e burocrazia.
L’idea della copertina, con la parola “American” cancellata e sostituita da “Italian”, è stata sua. Volevo scrivere un libro sul tema, ma doveva essere chiaro che non si trattava di un’imitazione del modello statunitense. L’immagine esprime esattamente questa intenzione: non importare un sogno già confezionato, ma aiutare l’Italia a riconoscere e costruire il proprio. (di Giorgio Rutelli)

(Adnkronos) - “Siamo molto contenti dell’invito ricevuto da BeGreat e della possibilità che ci è stata data di rappresentare e portare avanti i valori che la LUISS promuove da tanti anni: una preparazione accademica di alto livello affiancata a un’attività sportiva praticata ad alti livelli”. Lo ha dichiarato Flavio Finozzi, responsabile della LUISS Sport Academy, intervenendo al roadshow “Growing Our Sports Talents – Every Champion Starts with a Dream”, ospitato nell’ambito del Giffoni Film Festival. “Essere qui al Giffoni su invito di BeGreat rappresenta un’opportunità importante per raccontare un percorso che come LUISS portiamo avanti da tempo e che oggi trova in questo progetto un alleato naturale. BeGreat ci ha dato la possibilità di accelerare un processo culturale che riteniamo fondamentale: far capire ai giovani che è possibile praticare sport ad alto livello e, allo stesso tempo, costruire un percorso universitario solido e una preparazione accademica adeguata”. Secondo Finozzi, il tema della dual career rappresenta oggi una delle principali sfide per il mondo dello sport e dell’università.
“Il nostro obiettivo è dimostrare ai ragazzi che non devono scegliere tra studio e sport. Le due esperienze possono convivere e rafforzarsi a vicenda. Una preparazione universitaria rappresenta un patrimonio fondamentale anche quando la carriera sportiva, inevitabilmente, arriva al termine, sia per ragioni legate all’età sia perché nella vita cambiano interessi e prospettive. Per questo è importante costruire fin da subito un percorso che guardi anche al futuro professionale”.
“Non vogliamo illudere i ragazzi che partecipano al Giffoni o tutti quei giovani che sognano di diventare atleti di alto livello. Lo sport richiede sacrificio, resilienza, impegno e la capacità di affrontare ogni giorno nuove sfide. Lo dimostrano i nostri migliori atleti, che hanno raggiunto risultati importanti grazie al lavoro quotidiano, alla determinazione e alla volontà di non fermarsi davanti alle difficoltà. Per avere successo – ha aggiunto – bisogna impegnarsi costantemente, portare avanti con convinzione i propri obiettivi e, soprattutto, non rinunciare mai ai propri sogni. Questo è il messaggio che vogliamo trasmettere ai giovani e che condividiamo pienamente con BeGreat”. Finozzi ha infine richiamato anche la propria esperienza personale. “Anch’io sono stato un atleta, ho giocato a basket e non ho mai smesso di puntare al massimo. BeGreat ci ha dato ancora una volta la possibilità e la forza di continuare a diffondere questo messaggio, sia personalmente sia come LUISS. Crediamo che investire nei giovani significhi offrire loro strumenti concreti per affrontare il presente e costruire il proprio futuro, dentro e fuori dallo sport”.

Un investimento da 420 milioni di euro che punta a coinvolgere 150mila studenti del quarto anno delle scuole superiori, circa un terzo degli iscritti all'ultimo biennio. È la dimensione del nuovo Piano promosso dal ministero dell'Istruzione e del Merito per rafforzare le competenze linguistiche attraverso esperienze di mobilità internazionale, stage, tirocini e percorsi formativi all'estero. Un progetto senza precedenti per ampiezza delle risorse stanziate, che conferma come il rapporto tra formazione e mondo del lavoro stia assumendo un ruolo sempre più centrale nelle politiche educative.
Le candidature sono aperte fino al 27 luglio e rappresentano la prima finestra di un'iniziativa che punta ad avvicinare sempre di più la formazione scolastica alle esigenze del mercato del lavoro. E un plauso arriva da aziende e operatori che sono in campo proprio per supportare il sistema dell'istruzione e avvicinare i giovani al mondo dell'occupazione.
"Accogliamo con grande favore - commenta Vanessa Rota, Ceo & Founder di Mlc Edu Ltd - la lungimiranza dimostrata dal governo nello stanziare questi bandi. Puntare sulla mobilità internazionale dei giovani significa investire nel futuro del Paese. Un'esperienza di studio all'estero non è una spesa, ma un investimento che nel tempo si moltiplica: apre porte che altrimenti resterebbero chiuse, forma competenze linguistiche e interculturali sempre più richieste, e restituisce ai ragazzi una fiducia in sé stessi che li accompagna per tutta la vita. In Mlc Edu mettiamo la nostra esperienza a fianco delle scuole, supportandole nell'interpretare i requisiti del bando e nel costruire proposte formative solide, coerenti e realmente efficaci per gli studenti. Sappiamo quanto sia complesso per gli istituti orientarsi tra scadenze e criteri, ed è proprio in questo che vogliamo essere un partner affidabile. Per questo invitiamo le scuole a cogliere questa opportunità: la scadenza del 27 luglio è vicina, ma il ritorno di questo investimento dura una vita intera".
L'iniziativa del ministero si inserisce in un contesto in cui cresce il ruolo delle imprese e delle organizzazioni nella formazione dei giovani. Sempre più realtà, infatti, affiancano ai tradizionali Percorsi per le competenze trasversali e l'orientamento (Pcto) programmi di alternanza, mentoring, stage e inserimento professionale che consentono agli studenti di confrontarsi con contesti lavorativi reali, sviluppare competenze tecniche e trasversali e orientare con maggiore consapevolezza il proprio futuro.
Ma creare opportunità significa anche abbattere le distanze, non solo quelle tra scuola e lavoro, ma anche quelle geografiche. Per migliaia di ragazzi che vivono nelle isole minori, infatti, la prima barriera da superare è l'accesso stesso alle occasioni di formazione e crescita. È da questa consapevolezza che nasce l'impegno della Fondazione Sanlorenzo, che lavora per ridurre il divario tra isole e terraferma attraverso progetti dedicati all'educazione, alla mobilità e alla valorizzazione dei giovani talenti, tra cui le borse di studio 'Oltremare' e iniziative come 'Adotta uno scrittore'.
"Per un ragazzo di Linosa o di Capraia, il primo vero viaggio non è quasi mai verso l'estero: è verso la terraferma. Con progetti come le borse di studio 'Oltremare' e 'Adotta uno scrittore' lavoriamo esattamente su questo: non tanto sull'extra, quanto sul semplice diritto di non sentirsi tagliati fuori. Il paradosso è che oggi, per molti studenti delle isole minori, arrivare al Salone del Libro di Torino rappresenta un'esperienza di mobilità paragonabile, se non superiore,- a uno scambio all'estero: si confrontano con un mondo che non è il loro, tornano con domande nuove, proprio come farebbero tornando da un gemellaggio internazionale. Sorprenderebbe sapere quanti pochi siano i ragazzi delle isole minori che hanno potuto permettersi un'esperienza fuori dal loro arcipelago. Colmare quel primo gap è, spesso, la premessa perché il viaggio internazionale abbia davvero senso", spiega Cecilia Perotti, che guida Fondazione Sanlorenzo con il fratello Cesare e il padre Massimo.
Quando questo percorso incontra direttamente il mondo produttivo, l'esperienza formativa può trasformarsi in un'opportunità professionale concreta. Per molte imprese l'alternanza non rappresenta più soltanto uno strumento di orientamento, ma un investimento sulle competenze e sul ricambio generazionale. È quanto accade in Tecnocupole Pancaldi, dove negli anni diversi percorsi scolastici si sono trasformati prima in stage e poi in assunzioni.
“L'alternanza scuola-lavoro è un investimento sul futuro del nostro tessuto industriale: significa creare competenze, favorire il ricambio generazionale e rendere le imprese più aperte, dinamiche e capaci di affrontare le sfide dell'innovazione. Per questo, da anni apriamo le porte della nostra azienda a studenti e studentesse, offrendo loro l'opportunità di conoscere da vicino una realtà manifatturiera ad alto contenuto tecnologico e di confrontarsi con processi, competenze e responsabilità che difficilmente potrebbero sperimentare in aula", afferma Michela Pancaldi, ceo di Tecnocupole Pancaldi.
"In alcuni casi questi percorsi si sono trasformati prima in stage e poi in assunzioni, dimostrando che quando scuola e impresa collaborano in modo concreto si creano opportunità reali per i giovani e valore per il sistema produttivo. Crediamo che ogni azienda abbia la responsabilità di contribuire alla crescita delle nuove generazioni, valorizzando il talento senza distinzioni di genere e aiutando i ragazzi a costruire con maggiore consapevolezza il proprio futuro professionale”, aggiunge.
Il dialogo tra formazione e impresa, però, non si interrompe con il diploma. Sempre più spesso prosegue durante il percorso universitario, quando gli studenti hanno l'opportunità di confrontarsi con il lavoro quotidiano e sviluppare quelle competenze trasversali che difficilmente si apprendono sui libri. È la strada scelta da Lexant, che attraverso il Mentoring Program accompagna gli studenti di Giurisprudenza nella scoperta della professione.
"L'università fornisce solide competenze giuridiche, ma oggi per diventare un buon professionista servono anche capacità che si sviluppano solo entrando presto in contatto con il mondo del lavoro. Per questo abbiamo scelto di investire nel mentoring, affiancando studenti di giurisprudenza durante il loro percorso universitario. È un'opportunità per accompagnarli nella crescita professionale, trasmettendo fin da subito valori, metodo, capacità di lavorare in squadra, autonomia e attenzione al cliente", racconta Nicola Traverso, partner di Lexant SBtA.
"Allo stesso tempo rappresenta un investimento anche per lo studio: ci permette di conoscere i talenti prima del loro ingresso sul mercato e di arricchirci grazie allo sguardo, alle competenze e alla sensibilità delle nuove generazioni. Non a caso uno dei ragazzi che ha iniziato questo percorso con noi oggi, dopo la laurea, sta svolgendo la pratica professionale all'interno di Lexant", sottolinea.
C'è poi chi ha scelto di fare della formazione un progetto capace di cambiare davvero il futuro delle persone. È la Scuola di Fondazione Barilla, nata per offrire a giovani motivati, provenienti da situazioni di fragilità economica e sociale, un'opportunità di alta formazione nel mondo della ristorazione. Un percorso gratuito che mette insieme competenze tecniche, cultura gastronomica e attenzione al valore delle materie prime, accompagnando i partecipanti fino allo stage e al primo ingresso nel mondo del lavoro.
"Oggi formare un cuoco - avverte Giulio Negri, Senior Operations Manager Fondazione Barilla - significa andare oltre l'apprendimento delle tecniche di cucina. Significa preparare professionisti capaci di interpretare le sfide della ristorazione contemporanea, con competenze che spaziano dalla valorizzazione delle materie prime alla riduzione degli sprechi e alla consapevolezza del valore culturale del cibo".
"Con La Scuola di Fondazione Barilla abbiamo costruito un percorso formativo di eccellenza rivolto a giovani che, pur avendo incontrato nel proprio percorso di vita ostacoli economici o sociali, hanno talento, motivazione e il desiderio di costruire il proprio futuro nella ristorazione. Li mettiamo a contatto con alcuni dei migliori professionisti del settore e li accompagniamo fino allo stage, perché il talento possa tradursi rapidamente in una concreta opportunità di lavoro. Per molti di loro è l'occasione di trasformare la passione per la cucina in una professione e di entrare nel mondo della ristorazione con competenze già spendibili", conclude.

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La Regione Sardegna metterà a disposizione degli enti locali 83,5
milioni di euro per riqualificare gli immobili scolastici. Comuni,
Unioni di Comuni e Comunità montane potranno presentare le
candidature sulla piattaforma Ares (Anagrafe regionale edilizia
scolastica) dal 23 settembre fino al 23 ottobre, data di scadenza
dell'avviso pubblico curato dall'assessorato della Pubblica
Istruzione nell'ambito della programmazione FSC 2021-2027 e del
Piano straordinario di edilizia scolastica Iscol@.Pagina 7 di 347
Sarda News - Notizie in Sardegna
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