
La disponibilità di nuove strategie preventive e terapie long-acting può contribuire a contenere l'infezione da Hiv, agendo sull'aderenza al trattamento, sia in ambito preventivo che terapeutico. Sono i contenuti principali su cui si sono confrontati oggi a Roma gli esperti che hanno partecipato all'evento 'Ist - Hiv Call 2025: quali opportunità di gestione e prevenzione per l'emergenza sanitaria silente', organizzato da Cencora-Pharmalex con il patrocinio dell'Istituto superiore di sanità, della Società interdisciplinare per lo studio delle malattie sessualmente trasmissibili (Simast), della Società italiana delle malattie infettive e tropicali (Simit) e di Federchimica Assobiotec, con il contributo non condizionato di ViiV Healthcare Italia.
In Italia l'Hiv rappresenta oggi un'epidemia silenziosa, di cui si parla troppo poco, sottolineano gli organizzatori in una nota. Ciò è dovuto principalmente alla scarsa informazione che porta a diagnosi tardive e ritarda ulteriormente la possibilità di contrastare al meglio la diffusione del virus. Nel nostro Paese si stimano 163mila persone con Hiv, di cui 15mila non diagnosticate. Secondo i dati dell'Iss, nel 2024 sono state segnalate 2.379 nuove diagnosi, pari a un'incidenza di 4 ogni 100mila residenti. Le incidenze più alte (maggiori o uguali a 4,5 casi per 100mila residenti) sono state osservate nel Lazio, in Toscana e in Emilia Romagna. Le persone che hanno scoperto di essere Hiv-positive nel sono maschi nel 79% dei casi. L'età mediana è di 41 anni, più alta nei maschi (41 anni) rispetto alle femmine (40 anni).
In questo scenario, l'evoluzione e l'innovazione terapeutica rappresentano una grande speranza per le persone a rischio di contrarre il virus e per le persone già sieropositive, in grado di ridurre significativamente il rischio di infezione così come gli esiti gravi, rendendo l'Hiv una condizione cronica curabile. Secondo Unaids, entro il 2025 l'86% delle persone positive al virus dovrebbe raggiungere una carica virale non rilevabile e il 95% delle persone a rischio dovrebbe avere accesso alla profilassi pre-esposizione (PrEP).
L'evento - prosegue la nota - ha rappresentato un'importante occasione di confronto tra clinici, istituzioni e associazioni di pazienti, focalizzato su innovazioni terapeutiche e sfide della prevenzione dell'Hiv grazie a trattamenti innovativi che garantiscono risultati eccellenti quando la diagnosi è tempestiva.
"Un recente studio clinico ha dimostrato che oltre il 90% dei pazienti preferisce passare alla terapia iniettabile long-acting dopo un primo trattamento orale, questo perché consente loro più libertà nella quotidianità, allontanando così anche il ricordo stigmatizzante di malattia", spiega Massimo Andreoni, direttore scientifico della Società italiana di malattie infettive e tropicali (Simit) e componente Consiglio superiore di sanità. "Strategie preventive e di trattamento long-acting - aggiunge - favoriscono una maggiore aderenza al trattamento, riducono il rischio di fallimento della terapia e aumentano l'efficacia della prevenzione dall'infezione. Noi medici, quando possibile, dobbiamo offrirla alle persone con Hiv. Lato prevenzione, la profilassi pre-esposizione deve essere vista come strumento di prevenzione alla portata di tutti". Le linee guida aggiornate dell'Organizzazione mondiale della sanità sottolineano l'importanza di rendere la long-acting PrEP ampiamente disponibile, riconoscendone il ruolo essenziale nella tutela della salute pubblica.
"Il ministero della Salute ha recentemente presentato il nuovo Piano nazionale di interventi per la prevenzione delle infezioni da Hiv, delle epatiti virali e delle infezioni sessualmente trasmesse (Ist) per il quinquennio 2024-2028 - afferma Maria Rosaria Campitiello, capo Dipartimento della Prevenzione, della ricerca e delle emergenze sanitarie del ministero della Salute - Si tratta di un documento programmatico che punta a rafforzare le strategie di prevenzione, diagnosi precoce e presa in carico, in linea con gli obiettivi dell'Oms per l'eliminazione delle epatiti virali e per il contenimento dell'Hiv e delle Ist entro il 2030. Una delle novità più rilevanti del Piano è il forte investimento sulla prevenzione combinata, sulla distribuzione gratuita di profilattici e il potenziamento della PrEP, che ancora oggi sconta forti ritardi in termini di accessibilità in Italia e alla quale bisogna dare impulso".
Il capo Dipartimento della Programmazione, dei dispositivi medici, del farmaco e delle politiche in favore del Servizio sanitario nazionale del ministero della Salute, Francesco Saverio Mennini, aggiunge: "Le malattie infettive e in particolare l'Hiv, rappresentano ancora oggi una sfida sanitaria rilevante, nonostante i progressi terapeutici. Il ministero della Salute sta lavorando a ridurre l'incidenza delle nuove infezioni, aumentare l'accesso ai test, migliorare il linkage-to-care e favorire l'integrazione tra prevenzione, screening e trattamento, soprattutto nei contesti di maggiore vulnerabilità. Siamo consapevoli di quanto sia importante lavorare in una visione di One Health, integrando innovazione e programmazione. Nella lotta all'Hiv - evidenzia - è indispensabile favorire strategie di prevenzione e trattamento che ci consentano di raggiungere l'obiettivo dell'Oms di eradicazione dell'epidemia da Hiv entro il 2030. Tali strategie rappresenterebbero un investimento tanto sotto il profilo economico, quanto in termini di qualità di vita e complicanze evitate per i pazienti".
Per Luciano Ciocchetti, vicepresidente XII Commissione Affari sociali, Camera dei deputati, "è fondamentale mantenere alta l'attenzione sull'Hiv. Per raggiungere l'obiettivo dell'Oms, la politica deve impegnarsi con forza nella prevenzione e garantire a tutti un accesso equo alle cure più avanzate. Solo una collaborazione autentica tra istituzioni nazionali e regionali, comunità scientifica e associazioni che rappresentano pazienti e comunità coinvolte potrà generare progressi concreti, sia per le persone a rischio sia per chi vive già con il virus".
E' cruciale comprendere e riconoscere, oggi, il ruolo delle strategie long-acting - rimarcano gli esperti - perché può rappresentare un elemento essenziale di tutela della salute pubblica. "La sezione L del Comitato tecnico sanitario (Cts) svolge un ruolo centrale nel coordinamento delle misure volte a contenere la diffusione dell'Hiv, nella sorveglianza della qualità dell'assistenza sanitaria alle persone con Hiv - illustra Giordano Madeddu, presidente sezione L del Cts, ministero della Salute - Ci occupiamo di sviluppo di progetti e terapie innovative. Per il triennio della mia presidenza contiamo di portare avanti delle azioni prioritarie incluse nel Piano nazionale d'azione per eradicare l'Hiv le epatiti e le infezioni sessualmente trasmesse. Non ultimo - conclude - promuovere l'implementazione della PrEP, la semplificazione del testing e il rafforzamento della gestione multidisciplinare delle persone in terapia antiretrovirale, incluse quelle più vulnerabili".

A una settimana dall'apertura, è già sold out il congresso Caract 2025 di anestesia e rianimazione cardiotoracovascolare, in programma il 4 e 5 dicembre al Best Western Plus Tower Hotel di Bologna e organizzato dalla Società italiana di anestesia, analgesia e terapia intensiva (Siaarti). Sono attesi oltre 400 professionisti tra anestesisti, intensivisti, cardiochirurghi, chirurghi toracici e vascolari, perfusionisti e infermieri specializzati, a conferma del ruolo di questo appuntamento come riferimento per la cura dei pazienti cardiotoracici e vascolari più complessi. Per istituzioni, aziende sanitarie e cittadini, il congresso rappresenta un osservatorio privilegiato su come stanno cambiando la rianimazione e l'anestesia cardiotoracovascolare in Italia: un'area ad altissimo impatto in termini di costi, occupazione di posti letto e, soprattutto, vite salvate.
"Caract 2025 conferma la straordinaria vitalità della nostra comunità cardiotoraco-vascolare - afferma Elena Bignami, presidente Siaarti, direttore Uoc Anestesia e rianimazione dell'azienda ospedaliera di Parma - E' il primo congresso Siaarti ad andare sold out praticamente solo con le iscrizioni 'early', un segnale molto forte del bisogno di aggiornamento su questi temi e del riconoscimento della qualità scientifica del nostro programma. Quando un congresso si riempie così in fretta vuol dire che risponde a domande concrete che arrivano dalle terapie intensive, dalle sale operatorie e dai reparti. Il successo di Caract 2025 premia la qualità del programma scientifico, ma soprattutto la capacità di questa comunità di riconoscersi in un appuntamento che mette al centro pratica clinica, sicurezza del paziente - soprattutto di quello più fragile - e lavoro di squadra tra diverse specialità".
Il congresso, sotto la direzione scientifica di Cecilia Coccia, Domenico Massullo, Ettore Panascia e Luigi Tritapepe - informa la società scientifica in una nota - propone 2 giornate dense di contenuti, in cui le sessioni frontali, i dibattiti pro-contro, gli incontri multidisciplinari e le tavole rotonde si intrecciano attorno a pochi grandi fili conduttori: le controversie in anestesia vascolare, gli aggiornamenti in anestesia toracica, la gestione dei vasopressori nello shock settico e cardiogeno, il monitoraggio emodinamico avanzato, le nuove strategie farmacologiche e i progressi nei sistemi di supporto extracorporeo, dall'Ecmo alle assistenze ventricolari. Ogni sessione è pensata come occasione di confronto critico sulle evidenze più recenti e come spazio per immaginare scenari futuri della disciplina. Una delle novità più attese riguarda l'intelligenza artificiale applicata alla gestione della circolazione durante gli interventi e in terapia intensiva. "L'Ai applicata al monitoraggio della circolazione sanguigna rappresenta una delle frontiere più promettenti - sottolinea Bignami - Algoritmi predittivi e sistemi di supporto alle decisioni cliniche stanno già cambiando il modo in cui gestiamo i pazienti più complessi, perché ci aiutano a intercettare prima le instabilità emodinamiche e a personalizzare gli interventi. Ma l'Ai non sostituisce il medico: il suo valore sta nel dialogo con l'esperienza clinica, non nel rimpiazzarla".
L'innovazione tecnologica in chirurgia toracica sarà protagonista di diverse sessioni. "Le tecniche mininvasive stanno rivoluzionando il trattamento delle patologie polmonari - evidenzia Coccia - Per noi anestesisti questo significa ripensare l'intero percorso e cucire l'anestesia e la rianimazione addosso ai singoli pazienti, sempre più complessi: blocchi loco-regionali avanzati, strategie di ventilazione mirate, attenzione particolare al paziente anziano o fragile, protocolli di recupero rapido. L'innovazione chirurgica ha senso solo se è accompagnata da un'evoluzione altrettanto decisa dell'anestesia e della rianimazione, altrimenti rischiamo di perdere l'occasione di migliorare davvero sicurezza e outcome". Un ampio spazio sarà dedicato alla gestione dei pazienti in condizioni critiche, a partire dallo shock cardiogeno e dallo shock settico. "Si tratta di sfide quotidiane nelle nostre terapie intensive - illustra Panascia - Le nuove linee guida internazionali insistono su un utilizzo più razionale dei vasopressori e sull'introduzione di nuove molecole, con l'obiettivo di ottimizzare l'emodinamica preservando allo stesso tempo la funzione d'organo. A Caract non ci limiteremo a presentare i dati, ma cercheremo di discutere in modo critico come tradurre queste indicazioni in protocolli realistici, applicabili nei diversi contesti ospedalieri".
La gestione multidisciplinare del paziente sarà un filo rosso del congresso. "La chirurgia cardiotoracovascolare ci pone di fronte a malati che spesso hanno molte comorbidità e margini di errore ridottissimi - rimarca Massullo - Il paziente sottoposto a interventi cardiovascolari, toracici o vascolari non appartiene mai a una sola specialità. Ha bisogno di un percorso integrato che metta attorno allo stesso tavolo anestesisti, cardiochirurghi, chirurghi toracici e vascolari, perfusionisti, infermieri specializzati. Caract è nato proprio per questo: far sì che ciascuno porti la propria prospettiva e che le decisioni vengano costruite insieme, con l'obiettivo condiviso di aumentare sicurezza e possibilità di recupero". Il tema del monitoraggio avanzato e della protezione d'organo attraverserà molte sessioni. "L'adozione di strategie integrate di monitoraggio e di gestione emodinamica personalizzata - osserva Tritapepe - è fondamentale per prevenire il danno d'organo e ottimizzare gli esiti nei pazienti cardiotoracovascolari complessi. Oggi non possiamo più accontentarci di parametri standard uguali per tutti. Caract 2025 offre ai professionisti strumenti concreti per portare questo approccio nelle loro strutture".
Anche i corsi precongressuali del 3 e 4 dicembre hanno fatto registrare il tutto esaurito, riporta la nota. Si tratta di workshop hands-on che portano direttamente al letto del paziente nuove competenze, dedicati alla gestione avanzata delle vie aeree, alle tecniche di anestesia locoregionale e alle simulazioni pratiche con dispositivi Ecmo e sistemi di supporto extracorporeo. "La formazione pratica è fondamentale - conclude Bignami - In piccoli gruppi, con tutor esperti, i partecipanti possono esercitarsi su scenari realistici e portare a casa competenze immediatamente trasferibili alla pratica clinica, che domani faranno la differenza nei contesti ad alta intensità di cura".

"Le aspettative dei pazienti nei confronti delle possibilità dell'Aisono molto alte, ad iniziare dalla riduzione dei tempi di accesso, di sviluppo. Pensare che si possano accelerare i clinical trial non è del tutto impossibile, ma dobbiamo avere le prove. Sappiamo che la Fda comincia a prendere in considerazione i dati sintetici per accettare nuovi dati della fase 3, però dobbiamo dimostrare sempre con il metodo scientifico che è lo strumento che ci guida. Sicuramente possiamo dire che c'è molta consapevolezza sull'Ai, ma dobbiamo creare awareness sulle tempistiche e modalità. Da un lato si deve essere veloci: non parlo più ormai di Ia generativa che è un must have nella vita quotidiana, parlo di intelligenza artificiale personalizzata in base ai bisogni e sviluppata ad hoc. Ma ogni volta che si pensa di realizzarle sono già vecchie. Da parte delle aziende serve pensare a modalità nuove. C'è chi suggerisce di pensare quotidianamente come start-up, quindi serve un cambio di mentalità". Così Giovanni Gigante, direttore medico di Chiesi Italia, tra i relatori del convegno di Adnkronos dedicato all'intelligenza artificiale.
Come è cambiato il lavoro delle aziende? "Sul lavoro interno l'Ai interagisce tanto, faccio l'esempio di un meeting interno che è reso molto più snello - risponde Gigante - E poi ora in 5-10 minuti con una query ben scritta hai una analisi della letteratura scientifica che prima aveva bisogno di tempo".
Da qui a 10 anni cosa accadrà con l'Ai? "Ogni mese e anno c'è una velocità di impennata e crescita dell'Ia - osserva Gigante - Sicuramente posso dire che il titolo dell'evento di oggi, 'Intelligenza umana supporto artificiale', è il vero punto della situazione. I dati relativi all'incidenza sul lavoro e sulle assunzioni ci dicono che i ruoli based vengono sostituti dall'Ai, ma i ruoli manageriali e dirigenziali sono mantenuti dall'intelligenza umana. Da qui a 10 anni credo che ci sarà sempre la guida dell'uomo, ma soprattutto è forte il tema dei dati: si vedono i primi fallimenti dell'Ia dovuti alla questione dei dati che le popolano".
(Adnkronos) - La stagione influenzale sta entrando nel vivo. L'aggiornamento dell'Istituto superiore di sanità è atteso per venerdì 28 novembre e il virologo Fabrizio Pregliasco si aspetta nell'ultima settimana monitorata dalla sorveglianza RespiVirNet "oltre 500mila, anche 600mila casi complessivi di infezioni respiratorie acute" o Ari.
Su questo dato totale, spiega l'esperto all'Adnkronos Salute, "presumibilmente non si vedrà ancora un incremento importantissimo della quota rappresentata dall'influenza vera e propria. Però, se guardiamo al dato dei bimbi", in particolare nella fascia 0-4 anni che come sempre è più colpita, "il trend è in salita. Di sicuro l'effetto del freddo di questi giorni lo si vedrà nelle prossime settimane", prevede il direttore della Scuola di specializzazione in Igiene e Medicina preventiva dell'università Statale di Milano.
"Rimangono confermate le attese di una stagione influenzale pesante", conferma Pregliasco. "Una situazione che le autorità europee evidenziano nell'intera regione": l'Ecdc (Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie) e l'Organizzazione mondiale della sanità (Oms) regione Europa hanno infatti segnalato un aumento anticipato dei casi.
"Quindi è davvero fondamentale la necessità del richiamo vaccinale" soprattutto per i più fragili, ripete il direttore sanitario dell'Irccs ospedale Galeazzi-Sant'Ambrogio di Milano. "Per l'influenza, ma anche per il Covid - precisa Pregliasco - anche se ormai la vaccinazione anti Sars-CoV-2 è tristemente fuori moda".

Il diritto alle ferie? E' un principio di rilievo costituzionale del nostro ordinamento che ne stabilisce all’art. 36, comma 3, il diritto e l’irrinunciabilità. La finalità delle ferie rappresenta il concretizzarsi del diritto dei lavoratori al ristoro delle energie psico–fisiche, per tale motivo il relativo godimento costituisce la declinazione di un’efficace tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori. E' quanto ricorda l'approfondimento della Fondazione studi dei consulenti del lavoro dal titolo: 'Il diritto alle ferie tra finalità, dissuasione dal godimento e retribuzione dovuta'.
L'approfondimento punta ad analizzare le fonti che regolano il diritto alle ferie e mettere a fuoco gli effetti sul trattamento retributivo durante i periodi di riposo: è questo il focus dell'approfondimento. Nel documento si ripercorre il quadro normativo, dal dettato costituzionale al codice civile fino al D.Lgs. n. 66/2003, evidenziando come le ferie rappresentino un diritto irrinunciabile finalizzato al recupero psico-fisico del lavoratore e non comprimibile neppure con il consenso del dipendente. Ampio spazio è dedicato al trattamento economico spettante durante le ferie: una questione che negli ultimi anni ha generato numerosi contenziosi e copiosa giurisprudenza. La Corte di Giustizia Ue e la Cassazione hanno, infatti, osservato che un trattamento ridotto della retribuzione potrebbe disincentivare la fruizione delle ferie, tradendo la loro funzione costituzionale.
Le tutele legislative
Tornando all'art. 36 Cost., prevede che il lavoratore abbia diritto al riposo settimanale e a ferie annuali retribuite, specificando la loro irrinunciabilità e quindi l’indisponibilità. È importante evidenziare – alla luce della complessiva trattazione del presente approfondimento – come l’incipit dello stesso art. 36 della Costituzione sancisca il diritto del lavoratore a una retribuzione proporzionata alla qualità e alla quantità del lavoro, e che risulti essere in ogni caso sufficiente ad assicurare un’esistenza libera e dignitosa.
Per quanto concerne la declinazione della disciplina delle ferie operata dal Codice civile, l’art. 2109 prevede che il lavoratore abbia diritto a un periodo annuale di ferie retribuito possibilmente continuativo, nel tempo che l’imprenditore stabilisce, tenuto conto tanto delle esigenze dell’impresa quanto di quelle del lavoratore medesimo. Viene poi demandata alla legge e alla contrattazione collettiva la concreta quantificazione della durata dei periodi riconosciuti. La norma civilistica chiarisce come la definizione del periodo feriale debba rappresentare una sintesi tra le diverse esigenze del datore di lavoro e del lavoratore.
La fonte normativa che disciplina la materia delle ferie è oggi da rintracciarsi in particolare nel D.Lgs. 8 aprile 2003, n. 66 con cui il legislatore ha recepito la direttiva comunitaria 88/2003/ce del Parlamento europeo e del Consiglio del 4 novembre 2003 concernente taluni aspetti dell'organizzazione dell'orario di lavoro. L’art. 10 del decreto, nel rispetto dei dettami di rango costituzionale e civilistici già in precedenza richiamati, sancisce il diritto in capo al lavoratore di fruire di un periodo di ferie retribuite pari a quattro settimane su base annua.
Il diritto alle ferie
Sempre l’art. 10 del D.Lgs. n. 66/2003 stabilisce il godimento di almeno due settimane continuative nell’anno di maturazione in ipotesi di richiesta avanzata dal lavoratore; le restanti due settimane obbligatorie possono poi essere fruite entro l’arco temporale dei diciotto mesi successivi a quello di maturazione. Decisamente incisivo il dettato del comma 2 del medesimo art. 10, che si pone esattamente in linea con il dettato di rango costituzionale e civilistico nel prevedere l’indisponibilità delle quattro settimane obbligatorie con conseguente impossibilità di monetizzazione delle ferie in sostituzione della fruizione, se non in caso di cessazione del rapporto di lavoro.
Nel documento redatto dagli esperti dei consulenti del lavoro trovano spazio anche il caso degli autoferrotranvieri, settore caratterizzato da molteplici indennità che hanno portato i giudici a definire criteri puntuali per individuare le voci da riconoscere durante il periodo di ferie, e dei buoni pasto: erogazioni di natura assistenziale e non retributiva che non rientrano tra le voci da corrispondere durante le ferie.
Famiglia nel bosco: "Ogni nostra scelta è per i bambini, falso il nostro rifiuto agli aiuti offerti"

Dopo che il legale Giovanni Angelucci ha deciso di rimettere il proprio mandato, Nathan e Catherine, il papà e la mamma che vivevano con i loro figli nella casa del bosco nel Chietino, hanno deciso di diffondere una nota stampa attraverso l'avvocato Marco Femminella per far sapere che "ogni nostro passo compreso il trasferimento in questa straordinaria Terra che ci ha accolti, è stato orientato al benessere psicofisico dei nostri splendidi bambini" e che "non è assolutamente vero" che avrebbero rifiutato "il supporto di istituzioni e privati che mettono a nostra disposizione abitazione alternative".
L'avvocato Angelucci ieri aveva spiegato[1] che avrebbero dovuto incontrarsi il giorno prima "per effettuare insieme il sopralluogo in un’abitazione a pochi chilometri dalla loro, messa gratuitamente a disposizione da un imprenditore della ristorazione di Ortona originario di Palmoli. Una soluzione che si aggiungeva a quella suggerita dal sindaco Masciulli. Tuttavia – afferma l'avvocato – nessuna delle due ipotesi è stata ritenuta accettabile dai coniugi Trevallion-Birmingham e l’incontro non ha avuto luogo".
"Sentiamo, oggi più che mai, il bisogno di ristabilire verità e chiarezza in una vicenda drammatica che ha coinvolto, e anzi stravolto, la nostra famiglia. La scelta che ci ha indotti a revocare il mandato all’avvocato Angelucci passa attraverso il bisogno di una comprensione e di un confronto dialettico nonché prettamente giuridico con le istituzioni con cui abbiamo la necessità imprescindibile di interloquire", affermano Nathan e Catherine nella nota stampa.
"Siamo grati dell’attenzione che ci è stata riservata ma vogliamo che passi un messaggio chiaro: ogni nostra scelta, ogni nostro passo compreso il trasferimento in questa straordinaria Terra che ci ha accolti, è stato orientato al benessere psicofisico dei nostri splendidi bambini, che sono stati, sono e saranno il baricentro unico e indiscusso del nostro cammino", hanno chiarito. "La difficoltà nel parlare e comprendere la lingua italiana, in particolare i tecnicismi legati agli aspetti giuridici, ha certamente costituito un problema enorme nella possibilità di interloquire correttamente e di cogliere le dinamiche processuali di e ciò che stava succedendo[2] - hanno continuato - Solo due giorni fa, e per la prima volta, siamo stati posti nella condizione di leggere in lingua inglese la ordinanza che è stata emessa e quindi di comprenderla nella sua interezza".
Poi sulle alternative che sarebbero state offerte loro dicono: "Ancora questa mattina continuiamo a leggere su alcune testate giornalistiche che saremmo testardamente arroccati su posizioni intransigenti e rigide e che staremmo rifiutando il supporto di istituzioni e privati che mettono a nostra disposizione abitazione alternative. Non è assolutamente vero. Non sappiamo da chi queste notizie siano state veicolate ma è certo che chi lo ha fatto ha posto in essere una condotta scellerata e falsa". "Abbiamo la gioia di preservare il nostro spirito e la nostra filosofia di vita ma non per questo vogliamo essere sordi alle sollecitazioni che vengono dall’esterno - sottolineano - Unitamente ai nostri nuovi difensori, una volta compreso il senso pieno di questo percorso, anche e soprattutto attraverso la traduzione degli atti del fascicolo del Tribunale, siamo pronti a condividerne il fine. Siamo, oggi, nella piena coscienza di non avere di fronte un antagonista ma una istituzione che come noi, siamo certi, ha a cuore la salvaguardia e la tutela dei nostri bambini. Quindi abbiano un fine comune".
"Ci dispiace profondamente che non si sia avuto modo di dimostrare, anche in ragione della tardività della produzione di alcuni documenti che avevamo consegnato, come la educazione parentale sia da noi strettamente osservata, curata e gestita nel pieno convincimento della importanza dell’istruzione e della apertura mentale che deve essere data ai nostri figli", hanno preseguiro Nathan e Catherine. "Ribadiamo con assoluta fermezza che è falso quanto si dice in ordine ad un nostro rifiuto sull’aiuto offerto dal sindaco e da privati per una abitazione alternativa in attesa della ristrutturazione della nostra casa - precisano - Quindi vogliamo concludere ringraziando tutte le persone e tutti i soggetti istituzionali che ci sono stati vicini e che ci auguriamo resteranno vicino a noi con la lealtà e la serenità che sono imprescindibili laddove sono posti in gioco valori primari della vita delle persone".

"La Federazione Internazionale di Judo (Ijf) ha attraversato un periodo di forte pressione geopolitica con misurata responsabilità, garantendo la continua unità della famiglia del judo e la sicurezza e l'equità delle competizioni per tutti gli atleti di tutte le nazioni. A seguito dei recenti sviluppi, tra cui il ripristino della piena rappresentanza nazionale per gli atleti bielorussi, l'Ijf ritiene ora opportuno consentire la partecipazione degli atleti russi a parità di condizioni. Storicamente, la Russia è stata una nazione leader nel judo mondiale e si prevede che il loro pieno ritorno arricchirà la competizione a tutti i livelli, nel rispetto dei principi di equità, inclusività e rispetto dell'IJF". Lo ha annunciato la Federazione Mondiale di Judo che ha deciso, per prima, di porre fine al bando per lo sport di Mosca, deciso dal Cio e da tutti gli organismi sportivi internazionali dopo l'invasione dell'Ucraina.
Da venerdì, nel Grand Slam di Abu Dhabi, i judoka della Russia potranno competere a pieno titolo. Nel 2022, la stessa Ijf aveva tolto a Vladimir Putin la carica di presidente onorario assegnatagli nel 2008.
"L'Ijf rimane impegnata a trattare tutti i suoi membri in modo equo, senza discriminazioni, in conformità con la Carta Olimpica e i principi dello sport, che affermano che lo sport deve essere praticato e rappresentato senza discriminazioni di alcun tipo. Lo sport è l'ultimo ponte che unisce persone e nazioni in situazioni e ambienti di conflitto molto difficili. Gli atleti non hanno alcuna responsabilità per le decisioni dei governi o di altre istituzioni nazionali, ed è nostro dovere proteggere lo sport e i nostri atleti", prosegue l'Ijf.
"Lo sport deve rimanere neutrale, indipendente e libero da influenze politiche. Il judo, radicato nei valori di pace, unità e amicizia, non può permettersi di diventare una piattaforma per agende geopolitiche. La decisione di ripristinare la piena rappresentanza nazionale riflette la fiducia dell'IJF nelle sue garanzie etiche, nonché nella forza e nell'integrità di questo sport. Il comitato esecutivo dell'Ijf ha quindi votato per consentire agli atleti russi di gareggiare nuovamente sotto la bandiera nazionale, con inno e insegne, a partire dall'Abu Dhabi Grand Slam 2025. Questa decisione riafferma il ruolo dell'IJF come federazione veramente globale e rafforza il suo impegno per una governance equa, trasparente e basata sui valori. Lo sport del judo promuove sempre l'amicizia, il rispetto, la solidarietà e la pace".

Novità in arrivo per gli immobili donati e poi rivenduti. Chi acquista oggi un immobile che il venditore ha ricevuto per donazione avrà la certezza di non doverlo restituire. A stabilirlo una norma del Ddl semplificazioni (art. 44), appena approvato in via definitiva, che riforma la circolazione dei beni immobili di provenienza donativa. Una riforma che ha una portata storica, perché rappresenta una grande semplificazione a favore della circolazione dei beni immobili e un conseguente vantaggio per le famiglie e per tutti gli operatori del diritto, sanando una lacuna che da anni penalizzava il mercato immobiliare e la libertà negoziale dei cittadini.
A chiarire come funzionerà ora il sistema è il Consiglio nazionale del Notariato, che per oltre 10 anni si è battuto per questa riforma. Nello specifico, la nuova norma elimina la possibilità, per gli eredi esclusi dalla donazione e lesi dalla medesima nella loro quota di legittima, di agire - come succedeva in passato - anche e direttamente contro i terzi acquirenti, chiedendo la restituzione del bene. Non scompare però la tutela dei legittimari (coniuge, figli e, nei casi previsti, ascendenti) esclusi dalla donazione. Essi vantano comunque un diritto di credito nei confronti direttamente del donatario, pari alla parte lesiva della loro legittima.
Finora il Codice civile stabiliva che, in caso di decesso di un soggetto che aveva effettuato in vita una o più donazioni, i legittimari (coniuge, figli, genitori) potessero chiedere la restituzione del bene e potessero farlo sia nei confronti del donatario che dei suoi aventi causa, entro i dieci anni successivi alla morte. L’azione di restituzione che il Codice civile prevedeva, dunque, non si limitava al rapporto tra eredi e donatario, ma poteva estendersi anche ai terzi che avessero successivamente acquistato il bene donato, entro un termine peraltro molto ampio.
Questo meccanismo nel tempo, fa notare il Consiglio nazionale del Notariato, aveva generato un effetto di grande precarietà, alterando il mercato dei beni di provenienza donativa: fino ad oggi chi comprava un immobile proveniente da donazione rischiava di vederselo sottrarre anni dopo, a seguito di una rivendicazione da parte degli eredi, oltre al fatto che il bene con provenienza donativa risultava difficilmente commerciabile e non appetibile per le banche come garanzia nei mutui.
Per questo, il Notariato da tempo chiedeva con urgenza una tale riforma, anche alla luce del fatto che ogni anno in Italia, secondo i Dati Statistici Notarili che sono dati effettivi di tutti gli atti stipulati, vengono effettuate oltre 200mila donazioni immobiliari: nel 2021 ne sono state effettuate più di 221.000, nel 2022 quasi 213.000, nel 2024 218.000.
Ecco perché, dunque, assicura il Notariato, gli effetti concreti della riforma per i cittadini sono molteplici e tutti positivi. Anzitutto, chi compra un immobile con provenienza donativa avrà maggiore sicurezza giuridica e non rischierà di vederselo sottrarre a distanza di anni. In secondo luogo, le banche potranno accettare senza problemi questi immobili come garanzia ipotecaria, rendendo meno complesso l’accesso al credito, soprattutto per le giovani coppie, le famiglie con redditi medi e gli imprenditori alle prese con la necessità di finanziamenti, senza esborso di ulteriori somme per garanzie accessorie.

Rahmanullah Lakanwal, il 29enne afghano accusato di aver aperto il fuoco nei pressi delle Casa Bianca e ferito in modo grave due militari della Guardia Nazionale, è arrivato negli Stati Uniti attraverso l'Operation Allies Welcome, programma lanciato da Joe Biden nell'agosto del 2021 per proteggere gli afghani a rischio dopo il ritiro delle forze Usa e il ritorno al potere dei Talebani.
Secondo quanto reso noto dalla segretaria alla Sicurezza Interna, Kristi Noem, il sospetto, rimasto ferito nella sparatoria, è arrivato negli Usa l'8 settembre del 2021. Ha fatto richiesta di asilo nel 2024 e lo ha ottenuto nell'aprile di quest'anno, quindi sotto l'amministrazione Trump, scrive la Cnn citando diverse fonti di servizi di sicurezza. Alla maggioranza degli afghani arrivati con l'Operation Allies Welcome veniva assicurata la possibilità di rimanere per due anni nel Paese, senza un permesso di soggiorno permanente.
Secondo i dati del dipartimento per la Sicurezza Interna, oltre il 40% ha fatto poi domanda per uno Special Immigrant Visas, in ragione dei lavori svolti per le forze Usa in Afghanistan o per il fatto di essere legato da rapporti di parentela con qualcuno che li aveva svolti. Come Lakanwal che, secondo quanto testimoniato da familiari ai media americani, ha servito per 10 anni al fianco delle forze speciali Usa, servendo anche con l'esercito afghano nella base di Kandahar.
Nel 2022 il programma Allies Welcome si trasformò in “Enduring Welcome” , per confermare l'assistenza data agli afghani per instradarli verso gli esistenti programmi di accoglienza di rifugiati. Oltre 190mila afghani si sono quindi stabiliti negli Usa attraverso questi due programmi, secondo il dipartimento di Stato. Ma con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca è stato completamente stravolto il sistema dell'accoglienza di rifugiati, lasciando senza aiuti migliaia di afghani che hanno aiutato gli Usa durante la guerra.
Secondo AfghanEvac, organizzazione che aiuta gli afghani a lasciare il Paese tornato in mano ai talebani, sono circa 260mila gli afghani che aspettano il visto per entrare negli Usa, alcuni in Paesi terzi come il Pakistan, molti in Afghanistan dove rischiano persecuzioni. Dopo l'attacco di ieri, Trump ha accusato Biden di aver lasciato che entrassero negli Usa "20 milioni di stranieri sconosciuti e non controllati", chiedendo il riesame di tutte le persone arrivate dall'Afghanistan grazie ai programmi varati dall'amministrazione democratica.
In realtà, tutti gli afghani arrivati dopo la caduta di Kabul sono stati sottoposti a screening da agenti dell'intelligence e dell'antiterrorismo, anche più di una volta, prima di lasciare il Paese e prima di arrivare negli Usa da Paesi di transito. Nei giorni scorsi i media Usa hanno rivelato che l'amministrazione Trump - che per quest'anno ha fissato un minimo storico di rifugiati, appena 7500, con la precedenza riservata agli afrikaner che secondo Trump sarebbero perseguitati in Sudafrica "perché bianchi" - ha già avviato un riesame di tutti i rifugiati accolti negli Usa negli ultimi cinque anni, oltre 230mila.

Una delle domande più antiche della ricerca archeologica sarda sta finalmente trovando risposta: quanti sono i nuraghi dell’Isola? In Sardegna manca un censimento completo, ma oggi sta nascendo un progetto che unisce tecnologie avanzate, ricerca scientifica e partecipazione civica per colmare questa lacuna storica. Ha infatti preso ufficialmente il via il percorso che porterà alla realizzazione dell’Atlante della civiltà nuragica. Il punto di partenza è chiaro e viene sintetizzato in una frase da Pierpaolo Vargiu, presidente dell’Associazione La Sardegna verso l’Unesco: “Si apprezza soltanto ciò che si conosce”. L’impossibilità di definire il numero preciso dei nuraghi pone limiti alla protezione e alla valorizzazione del patrimonio, ed è per questo che la Sardegna ha deciso di cambiare passo.
Durante la “Settimana nuragica”, ospitata all’ex Manifattura Tabacchi di Cagliari, Regione, Università di Cagliari e Sassari, Crenos e CRS4 hanno presentato i primi esiti del progetto regionale sviluppato nell’ambito del Pnrr. Il cuore di questa nuova infrastruttura scientifica è il geoportale “NuragicReturn”, un contenitore di dati provenienti da droni, fotografie aeree, rilievi topografici, archivi storici e contributi locali. Una piattaforma dedicata alla ricognizione dei siti e dei rischi legati ad alluvioni, instabilità del suolo, terremoti e degrado ambientale che diventa così strumento di protezione del territorio.
Il censimento provvisorio registra 10.387 monumenti in 9.410 siti. Una cifra enorme, che dà l’idea della densità archeologica della Sardegna, ma che necessita ancora di perfezionamenti. Ed è qui che entra in gioco la svolta: l’Atlante sarà la prima piattaforma aperta e partecipata dedicata ai nuraghi. Entro il 2026 i cittadini potranno collaborare attivamente segnalando nuovi monumenti, caricando immagini, controllando la posizione dei siti e aiutando a costruire una memoria condivisa.
Parallelamente è nato da circa un anno l’AI Archeo-Hub, il primo polo italiano dedicato all’intelligenza artificiale per l’archeologia, creato con le università sarde e la Duke University. Una struttura che porterà analisi automatica delle immagini, ricostruzioni 3D e nuovi strumenti per la ricerca.
L’ iniziativa, insomma, è molto più di un progetto geografico-tecnologico: rappresenta una svolta culturale, identitaria ed economica. L’Atlante dei Nuraghi è destinato a ridefinire il modo in cui la Sardegna si racconta, restituendo all’Isola il ruolo che le spetta nella storia mediterranea. “Questo patrimonio non è solo un’eredità: è un’opportunità”, afferma Vargiu. “Il nostro patrimonio può diventare un motore di sviluppo culturale, economico e turistico. Un diamante prezioso rimasto troppo a lungo chiuso in cassaforte. L’Atlante dei Nuraghi non è soltanto un progetto tecnologico: è un gesto identitario. È il percorso con cui la Sardegna vuole finalmente raccontarsi al mondo, ma prima ancora a sé stessa. Perché si ama solo ciò che si conosce. E conoscere la civiltà nuragica significa restituire all’Isola il posto che le spetta nella storia del Mediterraneo e nell’immaginario globale”.

Penny Italia annuncia la nomina di Arnd Riehl come nuovo Chief Executive Officer, a partire dal 1° febbraio 2026. Arnd Riehl porta con sé una consolidata esperienza nel Gruppo Rewe, dove è entrato nel 2016 come direttore Vendite Discount National (Penny) in Germania. Dal 2020 al 2023 ha ricoperto la carica di Ceo di Billa Slovacchia, prima di assumere il ruolo di Director People & Culture presso Rewe International AG nel gennaio 2024.
Questa nomina conferma l’impegno di Penny Italia nel rafforzare la propria leadership e nel proseguire il percorso di crescita e innovazione sul mercato italiano. Il piano strategico avviato nei mesi scorsi prosegue con determinazione, prevedendo investimenti significativi per la modernizzazione della rete, l’efficientamento dei processi e la valorizzazione delle leve fondamentali del business, in linea con le evoluzioni del mercato e le esigenze dei clienti.
Attraverso interventi mirati su logistica, assortimenti e patrimonio immobiliare, Penny Italia intende consolidare la propria competitività e assicurare continuità al progetto aziendale, con l’obiettivo di offrire un’esperienza di acquisto sempre più moderna e di qualità. Arnd Riehl succede a Nicola Pierdomenico, che l’azienda ringrazia per il contributo offerto durante il suo mandato e augurandogli ogni successo per il futuro.

“Le persone con BPCO (Broncopneumopatia cronica ostruttiva) sono pazienti che vanno al pronto soccorso, hanno peggioramenti e riacutizzazioni e vengono ospedalizzati. La grande sfida per il futuro è ridurre la sottodiagnosi e intercettare le persone che dopo i 40 anni iniziano ad avere i primi sintomi. Il vero problema è il paziente fumatore: abituato a convivere con la tosse e con le secrezioni, sa che la causa è il fumo e sta lontano dagli accertamenti. Ma il paziente che non fa diagnosi e non si cura, continuando a fumare, corre il rischio di progredire verso forme molto gravi”.
Sono le parole di Claudio Micheletto, Presidente dell’Associazione Italiana Pneumologi Ospedalieri (AIPO-ITS/ETS) e Direttore di Pneumologia presso l’Azienda Ospedaliera Universitaria di Verona, intervenuto nell’ambito del XXVI Congresso Nazionale della Pneumologia Italiana – XLVIII AIPO-ITS svoltosi a Verona, città che ha ospitato anche la tappa conclusiva dell’ottava edizione di ‘Esci dal tunnel. Non bruciarti il futuro’, la campagna nazionale di prevenzione e informazione sui rischi legati al fumo e di sensibilizzazione sul tumore del polmone, promossa da Walce (Women against lung cancer in Europe) Aps e realizzata con il supporto non condizionato di AstraZeneca.
Un’iniziativa, collegata al XXVI Congresso Nazionale della Pneumologia Italiana – XLVIII AIPO-ITS: “Nell'ambito di questo congresso sono state messe a terra diverse iniziative - racconta Micheletto - Abbiamo donato alla città di Verona 180 alberi per creare un nuovo parco”, con l’iniziativa ‘Respiro e Ambiente…fuor di queste mura’ e la Festa della piantumazione, “e abbiamo supportato WALCE nell’installazione a forma di sigaretta in piazza Bra, dove sono state eseguite moltissime spirometrie. I cittadini che sono transitati nel tunnel hanno potuto ritirare materiale informativo, avere notizie sulla BPCO, e la spirometria. Un modo per promuovere l'esecuzione di questo test diagnostico nelle fasi iniziali della malattia”, illustra l’esperto.
“La BPCO identifica una malattia infiammatoria cronica che riguarda i bronchi e i polmoni - approfondisce lo pneumologo - Essendo una malattia infiammatoria, determina secrezioni, tosse produttiva e la cosiddetta dispnea ingravescente, cioè una difficoltà respiratoria progressiva nel tempo. Riguarda grossomodo il 6-8% della popolazione, ma è una malattia con problemi di sottodiagnosi, perché soprattutto nelle fasi iniziali, il fumatore sottostima i sintomi caratteristici”.
Poi lo specialista si sofferma sull’importanza della Giornata Mondiale della Bpco, che si celebra il 19 novembre: “Il primo intento è ricordare i fattori di rischio, invogliare a smettere di fumare e sottolineare gli aspetti nocivi del fumo. Purtroppo in Italia più del 20% della popolazione continua a fumare. È una battaglia che non siamo riusciti a vincere e abbiamo molti giovani che fumano, il ché presuppone un futuro di bronchiti croniche per molti di loro - avverte - Secondo intento è migliorare la prevenzione anche nell'ambito delle infezioni. Per chi ha la Bpco ogni bronchite è uno scalino verso il basso - spiega - Sono importanti il trattamento farmacologico regolare, la prevenzione e l'aspetto vaccinale, ma prima che la funzione respiratoria diventi pessima perché a quel punto ogni nostro intervento ha un'efficacia veramente minima - dice - Impostare il massimo della terapia e della prevenzione nella fase iniziale - conclude - può consentire degli ottimi risultati”.

Restrizione calorica di nuovo sotto la lente della scienza. L'approccio che prevede di ridurre l'apporto totale che giornalmente viene introdotto con la dieta viene esplorato da un team di ricercatori in chiave protettiva per il cervello, rispetto ai cambiamenti dannosi che possono insorgere con l'età. Dal nuovo studio, a firma di esperti della Boston University Chobanian & Avedisian School of Medicine, emerge che consumare il 30% di calorie in meno rispetto al solito per più di 20 anni potrebbe rallentare l'invecchiamento cerebrale.
L’età e il ruolo della microglia nei danni cerebrali
Con l'avanzare del tempo, spiegano gli autori, le cellule del sistema nervoso centrale vanno incontro a disfunzioni metaboliche e un aumento del danno ossidativo. Questi problemi cellulari rischiano di compromettere la capacità di preservare la guaina mielinica (il rivestimento protettivo che circonda le fibre nervose), portando alla degradazione della sostanza bianca correlata all'età. La microglia è la principale cellula immunitaria del cervello e la sua attivazione è una normale risposta a lesioni o infezioni. In condizioni come l'invecchiamento o l'Alzheimer, la microglia può attivarsi cronicamente, portando a uno stato infiammatorio dannoso che impatta sui neuroni, ma le ragioni esatte di questo processo non sono ancora del tutto chiare.
Lo studio dei ricercatori Usa è stato condotto utilizzando un modello sperimentale strettamente correlato all'uomo. "Sebbene la restrizione calorica sia un intervento consolidato che può rallentare l'invecchiamento biologico e ridurre le alterazioni metaboliche legate all'età in modelli sperimentali di breve durata", il lavoro appena pubblicato su 'Aging Cell' "fornisce una rara prova a lungo termine che la restrizione calorica può anche proteggere dall'invecchiamento cerebrale in specie più complesse", illustra l'autrice corrispondente Ana Vitantonio, studentessa Phd al quinto anno del Dipartimento di farmacologia, fisiologia e biofisica.
Uno studio di oltre 40 anni
La ricerca si basa su uno studio avviato negli anni '80 in collaborazione con il National Institute on Aging coinvolgendo 2 gruppi: uno seguiva una dieta normale ed equilibrata, mentre l'altro assumeva circa il 30% di calorie in meno. L'obiettivo originale era determinare se un apporto calorico ridotto potesse prolungare la durata della vita. I partecipanti hanno vissuto la loro vita naturale e i loro cervelli sono stati analizzati post-mortem. I ricercatori hanno utilizzato una tecnica nota come sequenziamento dell'Rna a singolo nucleo, che ha permesso loro di valutare il profilo molecolare delle singole cellule cerebrali. Hanno confrontato le cellule cerebrali di chi seguiva una dieta normale con quelle delle persone sottoposte a dieta ipocalorica, il che ha permesso di osservare come un apporto calorico ridotto influisse sull'espressione dei geni e sull'attività dei percorsi legati all'invecchiamento nelle cellule cerebrali.
Risultati: cellule più “giovani” con meno calorie
Le cellule cerebrali sottoposte a restrizione calorica sono risultate metabolicamente più sane e più funzionali, esibendo una maggiore espressione dei geni correlati alla mielina e un'attività potenziata nei principali percorsi metabolici che sono cruciali per la produzione e il mantenimento della mielina.
Secondo gli autori, questi risultati supportano l'idea che interventi dietetici a lungo termine possano influenzare la traiettoria dell'invecchiamento cerebrale a livello cellulare.
Le implicazioni per memoria e apprendimento
"Ciò è importante perché queste alterazioni cellulari potrebbero avere implicazioni rilevanti per la cognizione e l'apprendimento - rimarca Tara L. Moore, Phd, professoressa di anatomia e neurobiologia - In altre parole, le abitudini alimentari possono influenzare la salute del cervello e un apporto calorico ridotto può rallentare alcuni aspetti dell'invecchiamento cerebrale se implementato a lungo termine".

Ci si sveglia, ci si alza e si controlla lo smartphone. A volte, non serve nemmeno lasciare il letto per dare la prima occhiata al cellulare. Lo 'swipe' per entrare nel telefono è un gesto abituale, che viene ripetuto decine di volte nel corso della giornata. L'automatismo rischia di diventare una pericolosa routine con effetti dannosi, come tutti gli eccessi. I più esposti sono giovani e giovanissimi.
In oltre otto anni di ricerca su adolescenti e millennial, come evidenzia il Washington Post, il professor Larry Rosen - professore emerito di psicologia alla California State University di Dominguez Hills - ha osservato che i ragazzi controllavano o sbloccavano i loro smartphone tra le 50 e le 100 volte al giorno, in media ogni 10-20 minuti da svegli.
Dove tieni il cellulare di notte?
Il WP ricorda un sondaggio condotto da YouGov a maggio sull'uso del telefono: 8 americani su 10 durante la notte tengono il cellulare in camera da letto, spesso a pochi centimetri dal cuscino. Nello stesso sondaggio, gli interpellati hanno spiegato di prendere in mano il proprio dispositivo circa 10 volte al giorno.
L'argomento è finito sotto i riflettori dei ricercatori Nottingham Trent University nel Regno Unito e della Keimyung University in Corea del Sud che si sono soffermati sulle conseguenze di un accesso continuo - o quasi - allo smartphone: controllare in continuazione il telefono, secondo i ricercatori, può determinare l'inizio della compromissione delle capacità cognitive. Qual è la linea rossa? Esiste un limite? A quanto pare, sì.
La linea rossa
I ricercatori hanno determinato che controllare il telefono circa 110 volte al giorno può segnalare un utilizzo ad alto rischio o problematico. A questo risultato, si aggiunge quello a cui è arrivata la Singapore Management University. Lo studio dell'ateneo asiatico ha evidenziato che le frequenti interruzioni di attività per controllare i nostri dispositivi portano a maggiori vuoti di attenzione e di memoria. A differenza del tempo totale trascorso davanti allo schermo, la frequenza con cui si controlla lo smartphone è un indicatore molto più forte di deficit cognitivi quotidiani. In sintesi, sbloccare continuamente il telefono costringe il cervello a passare rapidamente da un'attività all'altra compromettendo la capacità di concentrarsi su una sola azione.
In media, durante una riunione di mezz'ora, una persona su 4 controlla il telefono almeno una volta. Dopo ogni interruzione, possono servire anche 25 minuti per ritrovare la piena concentrazione secondo la professoressa Gloria Mark, ricercatrice alla University of California at Irvine.
Smartphone, alcol e droga: tutte dipendenze
"Gli smartphone attivano lo stesso sistema di 'ricompensa' di droghe e alcol. I telefoni creano un circolo vizioso compulsivo, controlliamo" il cellulare "senza pensarci e sperimentiamo l'astinenza quando non controlliamo o non abbiamo accesso al nostro telefono", dice Anna Lembke, professoressa di psichiatria e medicina delle dipendenze presso la Stanford University School of Medicine.
A integrare il quadro, i dati dei ricercatori tedeschi dell'Università di Heidelberg: dopo sole 72 ore senza utilizzare lo smartphone, l'attività cerebrale si sviluppa secondo i modelli tipici dell'astinenza da sostanze. La ricerca suggerisce che brevi pause dall'uso dello smartphone possono aiutare a ridurre le abitudini problematiche. La soluzione? Disattivare le notifiche, eliminare tutte le app non necessarie, spegnere il telefono tra un utilizzo e l'altro. E, magari, lasciarlo anche a casa ogni tanto.

L’assemblea dei delegati dell’Associazione Cassa di previdenza dei ragionieri e degli esperti contabili (Cnpr), presieduta da Luigi Pagliuca, ha approvato l’assestamento del preventivo 2025 e il bilancio di previsione per l’anno 2026.
Il 2025 è influenzato da una buona tenuta dei rendimenti del patrimonio mobiliare e da un buon incremento della contribuzione da parte degli iscritti; la ripresa delle quotazioni dei mercati dopo le incertezze scaturite dal “Liberation day” per l’imposizione dei dazi da parete degli Stati Uniti ha visto prevalere la propensione per l’indirizzamento degli investimenti verso il mercato azionario, che consentito il realizzo di un incremento della previsione dei proventi da investimenti che si prevede registreranno alla fine dell’anno un valore di 1139 milioni, mentre gli oneri per gli investimenti si assesteranno a euro 36,4 milioni.
Gli eventi geopolitici, in un anno connotato dal dispiegamento delle politiche commerciali della nuova presidenza statunitense e dal rallentamento della crescita economica si sono riflessi sul realizzo dei risultati finanziari. L’attenuazione dell’inflazione, avviata verso il tasso obiettivo del 2% in Europa e poco sopra negli Stati Uniti, consente un miglioramento dei tassi reali positivi, ancorché gli effetti sulla domanda interna almeno per l’Italia non aiutano la crescita economica che si prevede in contrazione allo 0,4% nel 2025. I mercati hanno registrato una breve fase di consolidamento dei risultati nel mese aprile anche a seguito del dispiegamento delle politiche commerciali da parte degli Stati Uniti, mediante l’incremento delle tariffe doganali Il budget assestato sottoposto all’approvazione dell’assemblea rileva un risultato al lordo delle poste di rettifica, iscritte all’insegna della prudenza, positivo per euro 109,10 milioni e un risultato netto positivo di 25,57 milioni.
Le rettifiche, che influenzano il risultato netto, sono legate all’incremento di 5 milioni di svalutazione delle attività finanziarie che esprimono un dato assestato di 44 milioni e all’incremento della svalutazione dei crediti verso iscritti per 3,4 milioni, che portano la svalutazione dei crediti iscritti nell’attivo circolante a complessivi euro 39,52 milioni. Il budget assestato non tiene conto delle variazioni positive derivanti dal riaccertamento delle maggiori sanzioni e interessi pregressi, già svalutate in passato.
Il bilancio di previsione assestato evidenzia una leggera contrazione delle entrate contributive pari a euro 2 milioni che portano l’assestamento delle entrate per contributi 333,55 milioni, a fronte di una morosità che al mese di ottobre era di poco inferiore al 15% rispetto all’accertamento della contribuzione dovuta. La spesa per le prestazioni previdenziali e assistenziali si assesta a 305,4 milioni con un incremento di 3,6 milioni, mentre le prestazioni assistenziali si confermano in base alla misura preventivata, con una previsione di fine esercizio pari a 8,66 milioni di euro.
Il Preventivo per l’esercizio 2026 prospetta un risultato al lordo delle rettifiche di valore pari a 97,67 milioni (35,9 milioni il risultato netto). Sono stime all’insegna della significativa prudenza, che valutano un leggero incremento della contribuzione degli iscritti, in considerazione dell’adeguamento della contribuzione minimale per effetto dell’inflazione in misura pari al 1,238%. La contribuzione è stimata in 340,94 milioni riferita ad una popolazione tra iscritti attivi e pensionati che proseguano l’attività di 27.000 soggetti.
La spesa per le prestazioni istituzionali anche essa in crescita per l’effetto della perequazione delle prestazioni dal 1° gennaio 2025 in misura pari al 1,238% stima un costo di 305,02 milioni riferito ad una stima di 13.120 pensionati (con un incremento di 573 prestazioni), con un maggior costo rispetto al budget assestato di 9,67 milioni di euro.
I proventi lordi derivanti dagli investimenti sono stimati in 103,03 milioni, di cui 23,98 derivanti investimenti immobilizzati e 79,05 milioni da investimenti iscritti nell’attivo circolante, con un decremento di 11,3 milioni rispetto al budget assestato. Gli oneri derivanti dagli investimenti iscritti nel circolante sono stimati in 20,4 milioni, con una contrazione di 16 milioni di euro rispetto al budget assestato. Il risultato netto derivante dalla gestione finanziaria degli investimenti si stima pari 82,62 milioni di euro contro i 77,61 milioni di euro indicati nel budget assestato. Il patrimonio mobiliare investito comprensivo dei fondi immobiliari, dato questo che alla data del 31 ottobre 2025 registra un rendimento finanziario, da inizio anno 2025, positivo del 5,01%; quello delle gestioni a mandato, con un patrimonio investito a valori di mercato pari a euro 1.255,3 milioni rileva un rendimento da inizio anno del +7,03%.
Per l’anno 2025, l’ente prevede di conseguire proventi finanziari in crescita con il budget assestato, in lieve contrazione rispetto al dato consuntivato nel bilancio del 2024, con rendimenti leggermente in calo i sia sulla componente obbligazionaria che sulla componente azionaria investita.
Prosegue nell’assestamento della previsione 2025 e nella previsione del risultato 2026, la politica del prudente apprezzamento dei crediti verso gli iscritti, che portano l’ente a svalutare sensibilmente i crediti contributivi per 39,52 milioni nel 2025 e 27,75 milioni nel 2026. L’ente sta proseguendo le azioni dirette alla regolarizzazione delle posizioni contributive, con l’intensificazione di azioni esecutive da attuarsi nel corso del 2026, sulle posizioni irregolari oggetto di rivendicazione riguardanti le annualità contributive fino al 31/12/2021 che ha comportato una mole di oltre 8.000 decreti ingiuntivi.
Nonostante l’intensificarsi delle procedure di recupero, che vede ad oggi la morosità corrente di poco inferiore al 15% dei contributi accertati nell’anno corrente, resta da intensificare l’azione di contrazione della morosità originatasi negli anni più recenti, in parte avviata nel corso del 2022. La situazione impone la necessità di proseguire la valutazione di una prudente e cospicua politica di accantonamento del rischio sui crediti.
La svalutazione dei crediti per contributi e sanzioni, che alla fine del 2026 registrerà l’ammontare complessivo di 333,5 milioni di euro, non consiste nella rinunzia al recupero, che prosegue nei confronti di tutti i debitori. Essa è una posta contabile che intende tutelare il rischio di inesigibilità derivante dal consolidarsi di posizioni accumulate negli anni, ed anche a eliminare dal bilancio tecnico le influenze che i crediti - potenzialmente non esigibili - possono avere.
Nel corso dell’adunanza il comitato ha provveduto ad approvare l’aggiornamento dell’analisi ALM valevole per il triennio 2026 -2028. L’analisi della strategia di investimento si pone il perseguimento di una sensibile accelerazione del processo di contrazione della componente investita nella componente immobiliare che è prevista alla fine del periodo 2028 pari 19,8%: al 30 /06/2025 la componente immobiliare si attesta al 27,8%. L’obiettivo di rendimento reale è fissato all’ 1,6% netto, mentre quello nominale è posizionato al 3,7% a seguito di una inflazione stimata nella coda del triennio (2,1%). L’indice di sostenibilità è in miglioramento registrando sulla scorta dei valori a mercato al 30/06/2025 un funding ratio pari a 115,5% (nell’Alm elaborata nel 2024 si attestava al 93,3%) e un valore atteso alla fine del 2025 identico. La crescita del funding ratio rispetto alla precedente analisi migliora del 22,2%.
L’allocazione del patrimonio mobiliare nel prossimo anno vede un incremento del posizionamento sui mercati azionari al 34,0% (31,6% il posizionamento al 30 giugno 2025); un incremento della classe d’investimento alternativa declinata complessivamente al 15% (2% la componente liquida e 13% quella illiquida a fronte di un posizionamento al 30 giugno del 9,1%, rispettivamente il 2,1% per la componente liquida e 7,0% per la componente illiquida), un posizionamento al 46,0% sulle asset class obbligazionarie (50,8% il posizionamento al 30 giugno), e una leggera contrazione dell’allocazione delle partecipazioni al 2,5% (3,2% il posizionamento al 30 giugno 2025). L’ente ha inoltre approvato il nuovo bilancio tecnico attuariale redatto sulla base dei dati al 31/12/2024, che attesta la sostenibilità a 50 anni del fondo previdenziale, nonché il rispetto dei requisiti richiesti dalla legge 335/1995 in tema di equilibrio finanziario a 30 anni.

Le nuove misure per la tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro sono state analizzate oggi in occasione della 13sima Giornata nazionale dell’ingegneria della sicurezza, organizzata dal Consiglio nazionale degli ingegneri. Il Cni rileva che “occorre riconoscere che il Paese si è dotato negli ultimi anni di una normativa sempre più efficace in termini di prevenzione dal rischio sui luoghi di lavoro e sulla gestione di contesti di pericolo, sebbene il quadro complessivo resti critico. Vale la pena di chiedersi a che punto siamo, a cominciare dal tema della sicurezza sui luoghi di lavoro”. “Occorre affinare - suggerisce - gli strumenti di prevenzione, controllo, monitoraggio e formazione, perché sappiamo, come mostrano i dati, che incrementare i livelli di attenzione porta buoni frutti. In questo senso si muove certamente il Decreto legge 31 ottobre 2025 n. 159 che affina i sistemi di controllo già esistenti ed introduce strumenti innovativi che consento di tracciare i flussi di lavoro consentendo di migliorare le tecniche di prevenzione da infortuni, facendo conoscere meglio non solo pericoli realmente accaduti ma situazioni potenzialmente pericolose ovvero i cosiddetti ‘near-miss’. Di una molteplicità di nuovi strumenti, inclusa la cosiddetta patente a punti dei lavoratori, introdotta un anno fa si parlerà nel primo tavolo di discussione in programma il cui obiettivo è quello di definire come strumenti sempre più sofisticati ed efficaci possano realmente configurarsi come una infrastruttura a rete in cui imprese e lavoratori operino in condizioni di crescente sicurezza”.
Il Cni ricorda come “le statistiche Inail mostrino come sempre elementi in chiaro-scuro, ma i miglioramenti sono oggi più evidenti rispetto al passato. Tra il 2020 ed il 2024 le denunce di infortunio sul lavoro sono passate da 572.406 a 592.882 con un incremento del 3,5%. Tuttavia occorre osservare i dati più in filigrana. Nel medesimo periodo infatti gli incidenti su luogo di lavoro (al netto di quelli in itinere) vero e proprio si sono ridotti del 3,2% (passando da 506.514 nel 2020 a 489.472), mentre quelli in itinere, legati sostanzialmente al transito dall’abitazione al lavoro (su cui incidono altri elementi di rischio legati sostanzialmente alle condizioni di trasporto) sono aumentati del 56% (passando da 65.892 nel 2020, a 103.010 nel 2024). Anche escludendo dall’analisi l’anno 2020, ovvero l’anno del Covid-19, questo trend si è ripetuto più di recente. Tra il 2022 ed il 2024, per esempio gli incidenti sul lavoro sono diminuiti del 19%, mentre quelli in itinere sono aumentati dell’8%”.
“Le denunce di infortunio mortale sul luogo di lavoro (sono esclusi quindi quelli in itinere) - sottolinea - sono passate da 1.502 nel 2020 a 894 nel 2024 con una flessione del 40% e per il 2025 l’Inail prevede, fortunatamente, un ulteriore flessione. Viceversa, le denunce di incidente con esito mortale in itinere sono aumentate quasi del 30%. Nel complesso in Italia le denunce di incidente con esito mortale tra il 2020 ed il 2024 si sono ridotte del 30%. Occorre ricorda comunque che in linea generale gli incidenti sul luogo di lavoro (mortali e non) sono sempre la larga maggioranza degli incidenti totali”.
“Il quadro legato all’incidentalità sui luoghi di lavoro - commenta il Cni - resta certamente complesso, perché anche un solo infortunio rappresenta una criticità, ma il trend in calo incoraggia ad intensificare non solo i controlli, ma a sviluppare strategie e strumenti che possano rendere sempre più noti e controllabili i fattori di rischio.
L’impressione è che la normativa italiana in materia di prevenzione dei rischi sui luoghi di lavoro possa contribuire notevolmente ad innalzare i livelli di prevenzione da incidenti. Peraltro non a caso una comparazione a livello europeo mostra come l’Italia registri un tasso di incidentalità mortale sui luoghi di lavoro più contenuto rispetto ai principali Paesi industrializzati. Eurostat riporta per il nostro Paese 0,87 incidenti mortali per 100.000 occupati, a fronte dei 3,3 incidenti (per 100.000 occupati) registrati in Francia e dell’1,5 incidenti in Spagna. L’Italia registra comunque meno incidenti mortali rispetto alla media UE che si caratterizza per 1,26 incidenti mortali per 100.000 occupati”.
“Il Codice di prevenzione incendi - ricorda il Cni - varato nel 2015, ha rappresentato un punto di svolta nella gestione delle crisi relative al rischio di incendio offrendo ai professionisti la via per nuove metodiche legate alla prevenzione. Le nuove norme hanno introdotto, infatti, un approccio più prettamente prestazionale alla sicurezza antincendio, consentendo al professionista, a determinate condizioni, di derogare alle norme prescrittive raggiungendo egualmente l’obiettivo della messa in sicurezza di un impianto o di una struttura. Si tratta di un passaggio culturale e tecnico particolarmente rilevante, fortemente sostenuto dal Consiglio nazionale degli ingegneri. L’approccio prestazionale consentirebbe di sanare, garantendo elevati standard di sicurezza, molte situazioni complesse, legate soprattutto alla vetustà delle strutture, situazioni che una rigida applicazione delle norme prescrittive consolidate non consentirebbe di affrontare fino in fondo”.
Nel corso dell’evento è stato ricordato che i casi legati ad incendi in Italia si mantengono su livelli elevati. Gli interventi dei vigili del fuoco per gli eventi in assoluto più diffusi, ovvero quelli dell’incendio o esplosione, sono stati nel 2024 pari a 226.630 in flessione rispetto agli anni precedenti, ma comunque sempre su livelli molto elevati. Nel 2023 gli incendi o esplosioni legate a strutture produttive o strutture residenziali sono stati 239.127 e nel 2022 sono stati 270.068. Negli ultimi 10 anni gli incendi e le esplosioni, secondo quanto emerge dalle statistiche elaborate dal Corpo nazionale dei vigili del fuoco, non sono mai state inferiori ai 200.000 casi l’anno. Si tratta dunque di un problema diffuso che può oggi essere affrontato solo attraverso una efficace opera di prevenzione. Per i professionisti antincendio oggi si tratta di una sfida importante che implica l’affinamento o il rafforzamento delle competenze acquisite ed un più preciso impegno in termini di aggiornamento professionale; ma è una sfida che vale la pena di cogliere per arrivare ad un sistema di prevenzione incendi probabilmente più efficace rispetto a quello attuale.
Alcuni dati prodotti dal Corpo nazionale dei vigili del fuoco mostrano come le istanze complessive presentate con il cosiddetti ‘Approccio codice’, nel 2014, siano state 14.238, per le quali però l’approccio conforme rappresenta ancora la netta maggioranza, mentre l’approccio alternativo è stato applicato solo nel 15% dei casi. Un’indagine condotta dal Centro studi Cni su un campione di oltre 1.000 professionisti anti incendio conferma alcuni aspetti: la grande maggioranza degli intervistati ha dichiarato di utilizzare il Codice abitualmente (alcuni con qualche difficoltà), mentre l’8% non ne fa ricorso ed una ulteriore quota del 15,7% lo usa ma si appoggia alla consulenza di altri colleghi. Inoltre se la grande maggioranza (quasi il 90% degli intervistati che usa il Codice) utilizza abitualmente l’approccio con soluzioni conformi, solo il 31,7% sperimenta le soluzioni alternative, sebbene questa quota si sia allargata leggermente negli ultimi anni, in quanto nel 2022 essa era praticata dal 28,2% dei professionisti.
E’ evidente che l’approccio ‘alternativo’ richiede probabilmente una sorta di salto culturale che necessita di tempo per essere meglio conosciuto dalla platea dei professionisti antincendio, ma la strada sembra essere segnata visto che la percentuale di chi la utilizza sta comunque aumentando.
“Conoscere meglio - sottolinea il Cni - l’approccio dei professionisti al Codice, ed eventuali criticità, appare oggi determinante per poter calibrare meglio soprattutto una azione di accompagnamento alla formazione ed all’aggiornamento professionale. Le analisi condotte sia dal Corpo nazionale dei vigili del fuoco che dal Centro studi Cni si rivelano in questo caso preziose. Sappiamo infatti quali sono gli aspetti legati alle pratiche di prevenzione incendi verso le quali i professionisti incontrano maggiori difficoltà e sono per esempio quelle legate alla gestione delle vie d’esodo, quelle concernenti la resistenza al fuoco, il controllo di fumi e calore, la compartimentazione. Questo consente di capire su quali aspetti tecnici la formazione continua deve maggiormente operare”.
“Il tema della formazione per i professionisti anti incendio - ha spiegato - assume oggi un ruolo strategico e critico. Il Centro studi Cni rileva come la grande maggioranza dei professionisti ambirebbe ad una parziale riformulazione dei percorsi di aggiornamento puntando maggiormente sulla focalizzazione di analisi di casi pratici (lo chiede il 69% degli intervistati) oltre alla possibilità di un incremento sostanziale del numero dei corsi formativi (43% degli intervistati). Il futuro della prevenzione incendi è però anche legato a forme più evolute di analisi e predisposizione di strategie attraverso l’approccio del ‘Fire safety engineering’ che punta totalmente ad un approccio prestazionale. Anche su tale metodica emergono aspetti interessanti. I dati più recenti rilevati dal Corpo nazionale dei vigili del fuoco rilevano come nel 2024 le istanze presentate con Fse siano state 466, una minoranza del totale almeno in termini numerici. I dati vanno però letti considerando gli elementi circostanti. L’approccio Fse può risultare molto più articolato rispetto alle pratiche conformi, con non poche complicazioni e costi mediamente superiori alle pratiche con approccio Codice”.
In effetti dalle analisi condotte dal Centro studi Cni risulta che appena il 5,4% ha dichiarato di usare abitualmente il Fire safety engineering, mentre il 51,1% per il momento non ne fa ricorso. Occorre chiedersi perché, e qui risultano utili le risposte di chi lo ha sperimentato. Tra questi, il 56,6% considera l’Fse complesso (soprattutto nella modellistica e nelle simulazioni) ed il 41,2% ritiene che esso implichi costi elevati tali da far desistere, probabilmente, sia il professionista che il committente.
Tecniche di prevenzione più performati implicano la presenza di professionisti sempre più preparati, in un campo, in cui peraltro la tecnologia sta evolvendo molto rapidamente. L’Università può offrire un contributo importante sviluppando casi studio, attività integrate e percorsi applicativi che coinvolgano direttamente i professionisti. La modellazione della dinamica dell’incendio e gli approcci quantitativi richiedono una formazione più strutturata, capace di connettere in modo continuo teoria e pratica, soprattutto alla luce delle nuove tecnologie che spingono verso un approccio prestazionale. L’Università può inoltre supportare mettendo a disposizione banche dati utili a impostare l’approccio ingegneristico.
L’evento ha fatto luce anche sulla certificazione delle competenze professionali che, secondo il Cni “sta evolvendo da strumento volontario a elemento strategico per garantire sicurezza. Nel 2023-2024 le certificazioni professionali accreditate per le persone hanno segnato un incremento dell’11%, secondo Accredia. Il Consiglio nazionale degli ingegneri ha scelto di dotarsi di un sistema di certificazione delle competenze attraverso l’agenzia Certing perché l’iscrizione all’Ordine, pur essendo una condizione necessaria per l'esercizio della professione, non è più del tutto sufficiente in un mondo che cambia con velocità straordinaria”. Per il Cni “un esempio emblematico è il Bim, Building information modeling, che fino al 2019 era confinato alle università e oggi è obbligatorio per legge in tutti i bandi pubblici. In questo contesto, la certificazione rappresenta il ‘gradino in più’ che attesta le competenze specialistiche acquisite e mantenute nel tempo”. Un focus particolare è stato dedicato alla certificazione in ambito di sicurezza delle infrastrutture viarie, attraverso l’esperienza di Ansfisa, Agenzia nazionale per la sicurezza delle ferrovie e delle infrastrutture stradali e autostradali. L’Agenzia ha collaborato con Certing per sviluppare la figura del safety service manager nel settore stradale, un professionista certificato che prende decisioni strategiche sulla sicurezza dell'infrastruttura. Questo modello, che richiama quello europeo per i piloti e i controllori di volo, garantisce che le competenze siano verificate da un soggetto terzo e non autoreferenziale, assicurando che chi opera sulla sicurezza stradale possieda competenze certificate e aggiornate costantemente.
Dal versante privato, Unicmi ha presentato la prospettiva delle associazioni di categoria e delle imprese che producono dispositivi di sicurezza, come le barriere stradali. L’associazione ha fortemente sostenuto la creazione della certificazione dell’ingegnere esperto in barriere stradali, riconoscendo che in un settore popolato spesso da improvvisati, la certificazione rappresenta un presidio di qualità e competenza. Le grandi aziende del settore si sono assunte la responsabilità di firmare certificati di corretta posa, richiedendo che questi siano sottoscritti da ingegneri certificati, elevando così gli standard di qualità e sicurezza del mercato.
Si è anche parlato delle prospettive future, con Unicmi che ha anticipato l’intenzione di sviluppare nuove certificazioni, come quella per l’ingegnere esperto in facciate continue, dimostrando come il modello possa essere replicato in diversi ambiti specialistici dove la sicurezza e la complessità tecnica richiedono competenze certificate e riconoscibili.
Costruire una cultura della sicurezza realmente diffusa e condivisa tra parti datoriali, lavoratori e professionisti della sicurezza. Questo l’auspicio della 13sima Giornata nazionale dell’ingegneria della sicurezza dove è stata presentata un’indagine condotta congiuntamente da Cni, Ance e Formedil, con il supporto del Centro studi Cni che ha coinvolto oltre 1.850 lavoratori del settore edile. Questo studio ha indagato la percezione del rischio e il livello di cultura della sicurezza nei cantieri, offrendo una fotografia inedita del settore. I risultati dell'indagine rivelano un quadro complessivamente positivo in cui emerge un atteggiamento informato e proattivo dei lavoratori. Oltre l’80% degli intervistati dimostra una buona conoscenza delle norme di sicurezza, si dichiara adeguatamente informata e formata, e partecipa attivamente ai processi di miglioramento delle condizioni lavorative. Questo dato testimonia l’efficacia del lavoro svolto negli anni dagli enti di formazione, dalle imprese e dai professionisti.
L’approccio della tavola sarà quello di non soffermarsi solo sugli aspetti positivi, ma di individuare costruttivamente le aree di miglioramento. Emergono infatti alcuni aspetti che si configurano come altrettante aree in cui è possibile intervenire in termini di formazione e di sensibilizzazione: circa il 14% degli intervistati ritiene che le persone esperte possano fare a meno dei dispositivi di protezione individuale, una percentuale che in termini assoluti rappresenta circa 250 lavoratori su 1.850. Altre criticità riguardano il coinvolgimento nelle decisioni operative (38% si sente poco coinvolto) e la difficoltà nel modificare collaborativamente le modalità di esecuzione delle fasi lavorative (21%). Emergono poi ulteriori elementi, come il fatto che siano i lavoratori più esperti e con più anzianità lavorativa, rispetto ai più giovani a ritenere di poter fare a meno di dispositivi individuali di protezione, il che sottolinea ancora una volta la necessità di un'opera costante di sensibilizzazione e controllo nei cantieri a non abbassare mai il livello di attenzione per ciò che riguarda la sicurezza personale.
Sono stati evidenziati i progressi compiuti dal sistema formativo italiano nel settore edile, sottolineando come strumenti quali le scuole edili territoriali del Formedil e l’impegno delle imprese associate ad Ance abbiano contribuito a innalzare significativamente il livello di attenzione alla sicurezza. Tra le proposte emerse, particolare rilevanza ha assunto l’importanza della formazione continua e sul campo, attraverso le cosiddette ‘pillole formative’ e l’addestramento pratico, aspetti che peraltro trovano riscontro nel nuovo accordo Stato-Regioni sulla formazione in materia di sicurezza. E’ stata, inoltre, sottolineata l’esigenza di una formazione che non sia solo teorica, ma calata nella realtà operativa del cantiere, capace di sviluppare una vera percezione del rischio.
“Oggi siamo in condizione di valorizzare al meglio il ruolo dell’ingegneria della sicurezza”. A dirlo Francesco Paolo Sisto, vice ministro della Giustizia, intervenendo alla 13sima Giornata nazionale dell’ingegneria della sicurezza. “Dobbiamo creare - auspica - un sistema normativo che induca le imprese ad essere adempienti in termini di sicurezza. Le imprese si devono sentire sulla stessa barca dei lavoratori. Dobbiamo fare in modo che se l’impresa è adempiente la responsabilità si deve riduce ‘a colpa grave’. In questo quadro l’ingegnere della sicurezza ha un ruolo fondamentale perché è colui che porta in azienda quelle competenze che possono consentire una corretta valutazione del rischio”.
Paolo Zangrillo, ministro della Pa, intervenendo con un videomessaggio sostiene che “la sicurezza sul lavoro non può essere considerato un semplice adempimento. In questo senso auspico lo sviluppo delle sinergie tra il Consiglio nazionale degli ingegneri e la Pa che ci consentano di prenderci cura delle nostre persone. Assistiamo a tanti drammatici momenti sui luoghi di lavoro. Il Governo è impegnato nella promozione di una maggiore cultura della sicurezza. Le innovazioni tecniche sono importanti ma poi servono le capacità e le competenze delle persone. Per questo siamo impegnati a migliorare i processi di formazione”. “I professionisti e gli ordini rappresentano una garanzia per i cittadini e le imprese, soprattutto per chi tra loro è più debole. Gli ingegneri che si occupano di sicurezza sono un punto di riferimento per la Pa e per questo diventa fondamentale un rapporto sinergico, anche per la funzione di stimolo che i professionisti possono rappresentare per la Pa”. A dirlo Emanuele Prisco, sottosegretario all’Interno.
“La sicurezza è l’essenza degli ingegneri. Siamo qui per garantire la sicurezza dei cittadini. Sono tanti i professionisti e gli operatori che lavorano ogni giorno sulla prevenzione, sono l’anima di quella che in questa giornata abbiamo definito ‘l’infrastruttura invisibile del vivere civile’. Ma nelle emergenze sono sempre al fianco dei cittadini”, spiega Elio Masciovecchio, vicepresidente del Cni. “Per questa edizione della Giornata nazionale dell’ingegneria della sicurezza - sottolinea Tiziana Petrillo, consigliera Cni con delega alla Sicurezza e alla Prevenzione incendi - abbiamo scelto un sottotitolo particolarmente significativo ‘infrastruttura invisibile del vivere civile’, perché la sicurezza è esattamente questo: un’infrastruttura, proprio come le strade, i ponti, le reti di comunicazione. E’ invisibile quando funziona bene, diventa drammaticamente visibile quando manca. E’ quell’insieme di regole, competenze, formazione, tecnologie, cultura condivisa che consente a una società di progredire in modo equilibrato, garantendo a ogni persona di tornare a casa sana e salva alla fine della propria giornata lavorativa”.
“Oggi - ricorda - siamo riuniti qui a Roma, una città che ci ricorda una lezione fondamentale: il progresso non si costruisce per sostituzione, ma per stratificazione. Questa è la logica che deve guidare anche la nostra azione professionale: ogni intervento normativo, ogni innovazione tecnologica, ogni percorso formativo non deve azzerare ciò che funziona, ma aggiungervi valore. Stratificare significa costruire memoria condivisa, continuità di sapere, solidità di sistema. Significa che le competenze acquisite ieri sono il terreno fertile su cui innestare le innovazioni di domani, ogni livello di tutela raggiunto diventa base inamovibile per il livello successivo”.
“Sono tre - continua - i concetti fondamentali che ricordiamo in ogni edizione della nostra Giornata. Il primo è la centralità della persona. Ogni scelta, ogni norma, ogni innovazione deve partire da lì: è la persona che dobbiamo proteggere, valorizzare, mettere al centro di ogni processo. Il secondo è la sicurezza come concetto dinamico. Non possiamo affrontarla con schemi fissi. La sicurezza deve stare al passo, evolversi, anticipare i rischi e adattarsi con flessibilità. Il terzo è la percezione del rischio. E’ lì che si gioca la vera partita. Se non c’è consapevolezza, se non si sviluppa la capacità di leggere i segnali, le norme restano sulla carta. La percezione del rischio è ciò che trasforma una regola in un comportamento concreto. Su questi tre pilastri – persona, evoluzione, consapevolezza – possiamo costruire un sistema della sicurezza davvero integrato, condiviso, vivo. La sicurezza non è un compito da delegare, ma una responsabilità condivisa. Oggi rinnoviamo l’impegno a far funzionare ogni giorno quell'infrastruttura invisibile che protegge vite, valorizza il lavoro e sostiene la crescita del Paese. Come Consiglio nazionale degli ingegneri continueremo a lavorare per norme chiare, formazione di qualità, competenze riconosciute e filiere responsabili”.

L’eccellenza del vino calabrese torna protagonista a Roma per continuare a raccontare il patrimonio enologico della Regione e definire le prossime tappe del percorso di valorizzazione che proseguirà nel 2026. Sempre con il claim 'Calabria Straordinaria' come filo conduttore, la Regione punta a rafforzare la presenza e la percezione delle etichette calabresi sui principali mercati italiani ed europei e lo fa partendo dalla Capitale, uno dei contesti più dinamici, dove l’interesse verso i vini della Calabria continua a crescere, trovando un pubblico sempre più attento e coinvolto. Infatti, il 2026 firmato Calabria si aprirà con un evento dedicato al mondo del trade e agli appassionati capitolini, con una degustazione che vedrà schierata una selezione di alcune delle più importanti etichette regionali.
Dopo un anno ricco di successi e riconoscimenti, che ha visto la Calabria conquistare i principali palcoscenici del settore, da Vinitaly al Merano WineFestival passando per Roma con Vinòforum e per Napoli con VitignoItalia, fino oltre confine con il ProWein e Wine Paris, il 2026 si preannuncia altrettanto interessante per il comparto vitivinicolo calabrese. La Regione Calabria non solo rinnova la sua presenza negli appuntamenti già consolidati, ma mira a rafforzare un’immagine unitaria e riconoscibile della propria produzione.
“Il nostro obiettivo - ha sottolineato Gianluca Gallo, assessore all’Agricoltura della Regione Calabria - è dare continuità a una narrazione solida e coerente con le nostre tradizioni vitivinicole, espressione autentica del territorio e della nostra identità regionale. Vogliamo che la nostra regione sia sempre più apprezzata tanto per la qualità dei vini quanto per la forza delle sue radici e la modernità delle nostre visioni che rappresentano il motore per il futuro. Roma rappresenta un punto di partenza strategico ma il nostro impegno guarda anche oltre i confini italiani e trova nei mercati internazionali uno stimolante approdo”.
Non a caso, il 2026 vedrà confermata la partecipazione al ProWein, ormai da anni tappa imprescindibile, a sottolineare la crescente sintonia con il mercato tedesco, complice anche una ristorazione di livello che trova nelle etichette calabresi qualità e unicità. La presenza in Germania rappresenta solo una tappa di un ciclo di appuntamenti e iniziative destinato ad accompagnare la Regione Calabria per tutto l’arco del 2026. Verrà ampliato lo spazio nell’ambito di Wine Paris, a dimostrazione di come la promozione dei vini di questa splendida terra debba necessariamente passare per i mercati più importanti. Nutritissimo il calendario di appuntamenti che caratterizzeranno l’agenda calabrese nelle giornate di Vinitaly, tra degustazioni, focus e face to face con giornalisti italiani e internazionali. E si consolida ulteriormente la liaison con la manifestazione scaligera, con la terza edizione di Vinitaly and the City che si terrà a Sibari alla fine di luglio.
“Se è vero che è importante portare i nostri vini in giro per l’Italia e per il mondo - ha ribadito l’assessore Gallo - risulta fondamentale accogliere i principali player del vino nella nostra bellissima regione. Perché solo attraversando la conoscenza dei nostri territori, lasciandosi travolgere dalla bellezza dei luoghi in cui i nostri vini nascono, si può capire fino in fondo cosa significa realmente la viticoltura calabrese”.
E in tal senso vanno viste le diverse attività che si svolgeranno nella regione, oltre quelle già descritte. Sarà infatti il comune di Cirò il teatro del Merano WineFestival che, dal 6 all’8 giugno 2026, tornerà in Calabria per scoprire da vicino i luoghi, i vitigni e le persone che custodiscono l’unicità di questo straordinario patrimonio enologico. Sempre Cirò ospiterà a fine marzo la Sessione Rosè del Concours Mondial de Bruxelles, con decine di operatori del settore provenienti da ogni parte del mondo a conferma di una partnership ormai storica con il CMdB. Un’attenzione all’incoming confermata anche dal fatto che sono in fase di definizione dei press tour che consentiranno alla stampa di settore, italiana e internazionale, di vivere delle esperienze uniche in quella che sempre più viene percepita come 'Calabria Straordinaria'.

Polmoni, fegato, reni, cuore, cervello, sistema riproduttivo maschile e femminile (testicoli, ovaie), placenta, sangue, latte materno. Le microplastiche sono state ritrovate anche in questi organi, tessuti e fluidi del nostro organismo, come testimoniano diversi studi ricordati da Maria Grazia Petronio, vicepresidente dei medici per l'ambiente Isde Italia e coordinatrice della Campagna nazionale di prevenzione dei rischi da plastica, che ha approfondito il tema anche al congresso Isde Italia chiuso ieri a Sansepolcro (Arezzo).
Petronio traccia un quadro preoccupante dell'emergenza inquinamento da plastica: dalla crescita esponenziale della produzione alla presenza ubiquitaria di micro e nanoplastiche nell'aria, nell'acqua, nei cibi e negli ambienti domestici. "Queste particelle - spiega all'Adnkronos Salute - hanno la capacità di penetrare nell'organismo sia attraverso l'ingestione di alimenti contaminati, sia attraverso la respirazione (in particolare per quanto riguarda le fibre liberate dai tessuti o dal consumo degli pneumatici) e anche attraverso la cute (cosmetici, scrub, dentifrici)". Una volta entrate nel nostro corpo, "queste particelle hanno la capacità di liberare le sostanze chimiche di cui sono composte. Molte delle quali tossiche, interferenti endocrini. E quindi sono capaci di 'disturbare' tutte le fasi più delicate della vita: dalla riproduzione allo sviluppo fetale, dalla gravidanza e all'adolescenza".
La plastica, continua l'esperta, "è un complesso cocktail chimico di cui spesso non si conosce la composizione. Ogni polimero può infatti contenere vari additivi come plasticizzanti, ritardanti di fiamma, stabilizzanti, coloranti oltre a residui di produzione. In più la nanoplastica può trasportare all'interno dell'organismo anche sostanze chimiche pericolose presenti nell'ambiente compresi, antibiotici e microrganismi".
'Bambini esposti a questi materiali fin dai primi giorni di vita, urge affrontare l'emergenza'
"Oggi bambini sono esposti alla plastica, in maniera costante e invisibile, sin dai primi giorni di vita. E questo è un problema serio, in particolare in un organismo ancora non sviluppato. Per esempio: è stato dimostrato che l'esposizione agli ftalati e ai bisfenoli può alterare lo sviluppo neurologico con impatto anche sul quoziente intellettivo", evidenzia Petronio illustrando le iniziative della campagna nazionale Isde contro la plastica. Un lavoro capillare e multidisciplinare, con interventi nelle scuole primarie e materiali informativi per gestanti, pediatri e famiglie. E ancora: il progetto 'Spesa sballata' per ridurre gli imballaggi; formazione dei professionisti sanitari; collaborazione con il Coni per eventi plastic-free ('La plastica non fa sport'); iniziative territoriali di educazione ambientale; supporto normativo alle amministrazioni locali.
"Ridurre l'esposizione è possibile, ma servono scelte politiche chiare e un cambiamento culturale collettivo", precisa la vicepresidente di Isde Italia. "La plastica è il simbolo della crisi ecologica: visibile e invisibile, utile e tossica. E' tempo di affrontarla con la stessa urgenza con cui affrontiamo una pandemia", conclude.

"Forse siamo stati un po' ottimisti a scrivere che la riforma 'è in cammino'. Mi pare che ci siano sostanzialmente in campo due partiti, se possiamo definirli così: uno convinto che con una manutenzione ordinaria del sistema si possa andare avanti a lungo e qualcun altro, fra cui il sottoscritto, convinto che siamo arrivati al punto che sia necessario ripensare più complessivamente il sistema". Sono le parole di Federico Spandonaro, professore all'università degli Studi di Roma Tor Vergata, fondatore e presidente del comitato scientifico di Crea Sanità, alla 20esima edizione del Forum Risk Management in corso fino al 27 novembre ad Arezzo.
"Credo che la natura pubblica del sistema, alla fine, si possa sempre ricondurre all'elemento chiave dell'equità e, quindi, della riduzione delle disparità - aggiunge Spandonaro - I dati che abbiamo dicono che in questi 40 anni le disparità non si sono ridotte: siamo riusciti, forse, a tamponare in buona parte l'effetto dell'invecchiamento, ma non siamo riusciti a cambiare la traiettoria in termini di disparità sia geografiche, sia socio economiche. In una condizione di questo genere, le risorse sono scarse e credo che il sistema si debba interrogare su cosa è prioritario dare e cosa invece debba essere riorganizzato, anche con una collaborazione del privato".
Il Pnrr "è un evento unico e irripetibile, che speriamo sia un investimento che porterà a casa dei risultati e un rendimento - auspica l'esperto - Però il problema vero è la crescita nel medio-lungo periodo. Si stima per i prossimi anni una crescita della spesa nei sistemi sanitari di 1,5 punti. Se invece andiamo a vedere la crescita negli ambiti più tecnologici, farmaci e dispositivi, parliamo di 7-8 punti. In quel gap si capisce che c'è una difficoltà di sostenibilità", conclude.



