
"Con l'ammissione della rimborsabilità di seladelpar si ha una nuova opzione terapeutica per una patologia complessa come la colangite biliare primitiva, una malattia rara" cronica, autoimmune del fegato "che porta con sé un carico sintomatologico importante per il paziente. I risultati degli studi clinici hanno dimostrato non solo un impatto sui parametri biochimici, ma anche sulla qualità di vita dei pazienti. Questo risultato conferma il nostro impegno nel portare terapie trasformative, e dunque in grado di cambiare il decorso delle patologie, ai pazienti". Così Carmen Piccolo, Executive Country Medical Director Gilead Sciences, all'incontro con la stampa organizzato dalla farmaceutica oggi a Milano, commenta il rimborso, da parte di Aifa-Agenzia italiana del farmaco, per seladelpar, nuova opzione terapeutica per la colangite biliare primitiva.
L'attività di Gilead nelle malattie del fegato è di lunga data. "Da decenni - ricorda Piccolo - siamo impegnati sul versante delle epatiti virali, dove abbiamo cambiato il decorso naturale dell'epatite C, B e D, quest'ultima la forma più grave. Speriamo di fare lo stesso anche per la colangite biliare primitiva. Il nostro impegno nelle patologie del fegato passa anche dalla collaborazione con tutti i protagonisti del sistema salute, dalla comunità scientifica alle associazioni pazienti, fino alle istituzioni. Ancor prima di tutto questo - sottolinea - c'è sempre l'ascolto dei bisogni dei pazienti, che è quanto ci sia di più importante in patologie" come questa, "in cui il corredo sintomatologico è gravoso ed è quindi importante ascoltarlo per indirizzarlo alle terapie più appropriate".

Per la colangite biliare primitiva "la diagnosi precoce è fondamentale perché si tratta di una patologia progressiva cronica, legata all'informazione dei dotti biliari. Ogni giorno senza diagnosi è un giorno in cui la malattia progredisce". Lo ha detto Davide Salvioni, presidente Amaf (Associazione malattie autoimmuni del fegato), intervenendo oggi a Milano all'incontro con la stampa organizzato da Gilead Sciences in occasione dell'approvazione, da parte dell'Agenzia italiana del farmaco - Aifa, del rimborso per seladelpar, nuova opzione terapeutica per la colangite biliare primitiva.
"E' cruciale arrivare alla diagnosi perché, una volta ottenuta - spiega Salvioni - ci si può affidare a un centro di riferimento, rispetto ai quali a livello italiano siamo messi molto bene. Una volta che la patologia è inquadrata abbiamo tutte le risorse per poterla affrontare quotidianamente. E' quindi fondamentale accendere i riflettori su questa patologia", a beneficio "soprattutto della comunità scientifica e delle 'sentinelle' che operano sul territorio, ossia i medici di medicina generale".
L'auspicio dell'esperto è che "l'avvento dell'informatizzazione del fascicolo sanitario elettronico e dell'intelligenza artificiale, tramite l'incrocio di dati, possa agevolare la diagnosi precoce di queste patologie, per la quale è necessario appunto incrociare alcuni dati, come quelli degli enzimi epatici e gli anticorpi. Molte volte, invece, purtroppo si arriva alla diagnosi solo nel momento in cui i sintomi diventano veramente manifesti - sottolinea - oppure c'è una compromissione delle funzionalità epatica e, nei casi peggiori, si arriva alla cirrosi".

"Storicamente abbiamo trattato la colangite biliare primitiva puntando al miglioramento degli esami ematici, il quale si traduce in un miglioramento della sopravvivenza dei nostri pazienti. Quando però questi ci chiedevano un trattamento anche per i sintomi, come il prurito, avevamo le armi spuntate. Oggi abbiamo invece delle nuove terapie che ci permettono sia di rallentare la progressione di malattia - riducendo auspicabilmente la necessità di ricorrere al trapianto di fegato - sia di trattare" i sintomi importanti come "il prurito". Lo ha detto Marco Carbone, professore di Gastroenterologia all'università degli Studi di Milano Bicocca e dirigente medico dell'Epatologia Asst Grande ospedale metropolitano Niguarda di Milano, oggi nel capoluogo lombardo a un evento organizzato da Gilead Sciences in occasione del via libera alla rimborsabilità da parte di Aifa (Agenzia italiana del farmaco), di seladelpar, nuova opzione terapeutica per la patologia epatica rara e autoimmune.
Intervenire su un sintomo particolarmente debilitante come "il prurito cronico che non risponde agli antistaminici o alle creme - spiega Carbone - e per il quale, per molto tempo, non abbiamo avuto terapie, si traduce in un miglioramento del quadro globale: del prurito notturno, della componente emotiva, della qualità di vita e, verosimilmente, dell'astenia, la stanchezza cronica".
La colangite biliare primitiva, "malattia cronica del fegato e delle vie biliari con un'origine autoimmune - chiarisce l'esperto - è caratterizzata dall'infiammazione cronica e dalla distruzione dei piccoli dotti biliari. Questo porta a un ristagno di bile a livello epatico, allo sviluppo di fibrosi e, quindi, alla cirrosi, se la malattia non viene trattata correttamente e precocemente. La diagnosi sarebbe piuttosto semplice - osserva - perché è una malattia caratterizzata dall'alterazione degli esami ematici. A renderla complessa è il fatto che si tratta di una patologia silente, come molte delle malattie croniche epatiche, che dà purtroppo sintomi solamente in fase molto avanzata".

Oltre 5 miliardi di dollari spesi in munizioni solo nei primi due giorni di guerra contro l'Iran. E' questo il conto presentato dal Pentagono, messo nero su bianco in una valutazione fornita dalla Difesa Usa al Congresso lunedì scorso. Una somma enorme, hanno spiegato alla Cnn due fonti a conoscenza del documento, che ha messo in allarme Capitol Hill.
Troppo rapido infatti per il Congresso il modo in cui il Dipartimento della Difesa statunitense starebbe 'bruciando' sistemi d'arma avanzati - tra cui munizioni guidate di precisione a lungo raggio - ampiamente utilizzate, spiega ancora Cnn, nei primissimi giorni di guerra.
Gli Stati Uniti e i loro alleati, aggiunge l'emittente americana, stanno inoltre impiegando un numero significativo di munizioni per la difesa aerea per abbattere missili balistici e droni iraniani in arrivo, di cui Teheran possiede "un'enorme scorta", ha affermato il senatore democratico dell'Arizona Mark Kelly.
A fronte dell'allarme dovuto al maxi conto, Kelly ha spiegato che i senatori continueranno a chiedere a porte chiuse ai relatori il costo giornaliero del conflitto per gli Stati Uniti.
Diverse fonti del Congresso hanno quindi riferito alla Cnn che la guerra in corso implica che l'amministrazione dovrà presto chiedere al Congresso finanziamenti supplementari per produrre più munizioni. "Questa è la prossima grande battaglia", ha affermato un assistente.
Gli Stati Uniti finora hanno colpito oltre 5mila obiettivi nel corso della guerra iniziata 11 giorni fa, ha spiegato il capo degli Stati maggiori riuniti degli Stati Uniti, il generale dell'aeronautica Dan Caine, fornendo un aggiornamento operativo sull'offensiva contro l'Iran.
Gli Stati Uniti - ha affermato - hanno affondato più di 50 navi iraniane, rispetto alle oltre 30 di giovedì scorso, "utilizzando una combinazione di artiglieria, caccia, bombardieri e missili lanciati dal mare".
Caine ha ribadito che gli Stati Uniti hanno compiuto "progressi significativi" nella riduzione del numero di attacchi missilistici e con droni dall'Iran, con gli attacchi con missili balistici in calo del 90% e gli attacchi con droni in calo dell'83% dal primo giorno di guerra, il 28 febbraio.

"Dobbiamo garantire equità per la steatosi epatica. Ci sono troppe disomogeneità a livello nazionale, nelle diverse regioni, disomogeneità nei percorsi di diagnosi e cura, ma, come per altre malattie, anche in questo caso la diagnosi precoce è essenziale". Così la senatrice Elena Murelli, partecipando oggi a Roma all'incontro dedicato alla patologia, organizzato su iniziativa della senatrice Ylenia Zambito, segretario della X Commissione.
"Grazie alla formazione dei medici si può diagnosticare questa patologia con anticipo e quindi intervenire prima - osserva Murelli - Ciò comporta anche un risparmio nel sistema sanitario: è sempre meglio curare una steatosi nel momento in cui viene diagnostica, piuttosto avere problemi successivi di cirrosi epatica o di trapianto del fegato".
In questo contesto la politica, secondo la senatrice, "innanzitutto può riconoscere la malattia all'interno dei Lea (livelli essenziali di assistenza) e fare in modo che ci sia un coordinamento uniforme tra tutte le Regioni per cui esiste un Pdta (percorso diagnostico terapeutico assistenziale). Non ultimo - aggiunge - l'accesso rapido" alle cure. "Dobbiamo garantire l'omogeneità dei farmaci su tutto il territorio nazionale e, soprattutto, dare la possibilità di reperire velocemente i farmaci innovativi perché, ogni volta che vengono scoperti grazie alla ricerca, creano enormi vantaggi o possono addirittura fungere da salvavita", conclude Murelli.

Regione Lombardia e Regione Veneto annunciano la definizione di una strategia comune di collaborazione istituzionale-politico finalizzata a rafforzare il supporto ai rispettivi sistemi economici e produttivi, promuovendo iniziative condivise per sostenere la competitività delle imprese e consolidare il ruolo dei territori del Nord come principale motore economico del Paese e uno dei più rilevanti poli industriali d’Europa. L’accordo nasce dalla consapevolezza che Lombardia e Veneto rappresentano due dei sistemi economici più dinamici del panorama nazionale e continentale, caratterizzati da un tessuto imprenditoriale diffuso, da filiere produttive altamente specializzate e da una forte vocazione all’export. In questo contesto, rafforzare la collaborazione tra le due Regioni significa valorizzare complementarità industriali e creare nuove opportunità di sviluppo per imprese, lavoratori e territori.
Il patto prevede una serie di iniziative concrete volte a sostenere la crescita economica e a facilitare l’accesso agli strumenti finanziari per le imprese. “Facciamo squadra – ha spiegato l’assessore allo Sviluppo Economico di Regione Lombardia, Guido Guidesi - per aiutare le nostre imprese ad essere competitive, in un contesto molto complicato; è molto importante che i territori maggiormente produttivi e molto influenti sul PIL nazionale collaborino e siano propositivi al fine di fare sentire la voce e le esigenze del ecosistema lombardo-veneto e di tutto il Nord”.
“Con questo accordo – aggiunge l’assessore Massimo Bitonci - rafforziamo concretamente la collaborazione tra le due grandi regioni del Nord, cuore manifatturiero e uno dei principali motori economici d’Europa. Veneto e Lombardia condividono un modello di sviluppo fondato su distretti industriali, pmi, innovazione diffusa e una forte vocazione all’export. Mettere in rete le nostre politiche industriali significa creare nuove opportunità per le aziende, favorire l’integrazione tra filiere complementari e rendere più efficaci gli strumenti di sostegno agli investimenti. Ma non solo: le imprese lombardo-venete chiedono meno burocrazia, accesso più semplice al credito, strumenti finanziari adeguati per sostenere innovazione, digitalizzazione e transizione energetica. Da oggi Veneto e Lombardia parleranno ad una sola voce, mettendo a sistema competenze, risorse e strumenti operativi per accompagnare le nostre imprese”.
Tra le principali direttrici di intervento figura lo sviluppo delle filiere produttive complementari: le Regione Lombardia e Regione Veneto avvieranno programmi congiunti per rafforzare le filiere industriali strategiche, promuovendo l’integrazione tra ‘distretti produttivi’ e ‘siti tecnologici’ presenti nei due territori. L’obiettivo è favorire sinergie tra comparti complementari così da rafforzare la capacità competitiva delle imprese sui mercati internazionali. Inoltre, è previsto il supporto al credito e strumenti finanziari condivisi. Nel dettaglio, le due Regioni lavoreranno alla costruzione di strumenti coordinati di supporto al credito, facilitando l’accesso delle imprese – in particolare pmi – a finanziamenti per investimenti in innovazione, digitalizzazione e transizione energetica. In questa prospettiva verrà rafforzata la collaborazione tra le finanziarie regionali, con l’obiettivo di sviluppare meccanismi congiunti di garanzia, co-investimento e sostegno agli investimenti produttivi.
Prevista anche la collaborazione tra finanziarie regionali: la cooperazione tra gli strumenti finanziari regionali rappresenterà uno degli assi portanti dell’intesa. Attraverso un coordinamento più strutturato tra le società finanziarie delle due Regioni, sarà possibile attivare iniziative comuni a supporto della crescita delle imprese, facilitando l’accesso al capitale e favorendo progetti di sviluppo interregionali. Quanto al rafforzamento della presenza e del peso in Europa, l’intesa mira, inoltre, a consolidare la capacità delle due Regioni di rappresentare e promuovere gli interessi dei propri sistemi produttivi a livello europeo, si pensi ad esempio ai settori strategici della siderurgia e quello della microelettronica. Lombardia e Veneto intendono rafforzare il coordinamento nelle sedi europee per sostenere politiche industriali, programmi di investimento e strumenti finanziari che valorizzino il ruolo dei territori più produttivi d’Europa.
Tra gli obiettivi strategici dell’accordo vi è la costruzione di uno strumento condiviso dedicato al rafforzamento della competitività delle imprese lombarde e venete. Un’iniziativa che potrà integrare competenze, risorse e strumenti finanziari delle due amministrazioni per accompagnare le aziende nei percorsi di crescita, innovazione e internazionalizzazione. Alla base della collaborazione vi è la convinzione che, in una fase di grandi trasformazioni economiche e geopolitiche, fare sistema tra territori rappresenti una leva decisiva per lo sviluppo. Lombardia e Veneto vogliono dunque rimettere al centro il ruolo delle Regioni come protagoniste delle politiche di crescita e innovazione. L’asse del Nord, storicamente motore della produzione e dell’export del Paese, può così rafforzarsi ulteriormente attraverso una strategia condivisa che valorizzi competenze, filiere e capitale imprenditoriale, contribuendo a consolidare la competitività dell’intero sistema Paese. Il patto tra Regione Lombardia e Regione Veneto rappresenta quindi un passo concreto verso una nuova stagione di collaborazione interregionale, fondata su una visione comune di sviluppo economico, innovazione e centralità dei territori.

"La steatosi epatica è una sfida emergente per la sanità pubblica italiana perché i dati epidemiologici ci dicono che si tratta di una patologia con numeri in crescita affrontabile positivamente grazie a un percorso multidisciplinare. Per avere successo, però, è necessaria la precocità dell'intervento. La politica può fare molto, anche alla luce del fatto che esistono terapie innovative con esiti positivi". SI tratta di "coordinare al meglio le attività che devono essere fatte all'interno delle strutture sanitarie, di avere linee guida, un percorso diagnostico e terapeutico nazionale per la presa in carico, le procedure, il follow-up". Lo ha detto la senatrice Ylenia Zambito, segretario X Commissione del Senato, intervenendo oggi a Roma all'incontro 'Steatosi epatica: una sfida emergente per la sanità pubblica italiana', organizzato su sua iniziativa.
"Si tratta di una malattia seria - sottolinea Zambito - che può sfociare in patologie ben più gravi di tipo oncologico o di cirrosi e che può comportare la necessità di trapianto del fegato con costi gravosi sulla sanità. Per evitarlo c'è bisogno di una presa in carico precoce. Per farlo, tutti i professionisti, con al centro l'epatologo, devono essere inseriti in un percorso chiaro, con linee guida il più possibilmente approfondite e condivise su tutto il territorio nazionale".

"E' fondamentale creare dei percorsi" di sensibilizzazione "condivisi con tutti gli stakeholder del sistema salute - istituzioni, società scientifiche e associazioni di pazienti - affinché chi è affetto" da steatosi epatica "possa contare, oltre che su una diagnosi precoce, su una corretta presa in carico, un follow-up costante e una cura specifica per il proprio problema di salute. Un altro aspetto cruciale è l'istituzione di un codice di esenzione o di un sub-codice identificativo per questa patologia. Questo passaggio è necessario non solo per tutelare i pazienti, ma anche per permettere, in futuro, una quantificazione precisa dei soggetti da curare”. Così Massimiliano Conforti, neo-presidente dell'Associazione EpaC - organizzazione italiana di pazienti dedicata all'informazione, al supporto e alla tutela dei diritti delle persone affette da epatite C e altre malattie del fegato - partecipando all'incontro 'Steatosi epatica: una sfida emergente per la sanità pubblica italiana', organizzato a Roma su iniziativa della senatrice Ylenia Zambito, segretario della X Commissione.
Per un paziente ricevere una diagnosi di steatosi epatica metabolica "rappresenta un peso enorme - spiega Conforti - trattandosi di una malattia asintomatica e silente. Una volta scoperta la patologia, ci si sveglia ogni mattina con un problema da affrontare che coinvolge non solo la sfera personale, ma anche l'ambiente familiare, il lavoro e il carico di stress quotidiano: fattori che possono influire ulteriormente sullo stato di salute". In questo scenario, la prospettiva di avere a disposizione "future terapie farmacologiche non potrà che migliorare l'aspetto umano, scientifico e personale di chi convive con questa malattia".
"Le richieste più urgenti della nostra associazione - aggiunge il presidente di EpaC - riguardano innanzitutto la necessità di avviare attività di sensibilizzazione su questa patologia emergente. Si tratta di una condizione su cui la popolazione generale e gli stessi pazienti hanno ancora troppe poche informazioni". Se non curata, la steatosi epatica può evolvere in quadri clinici severi ed è per questo che la disinformazione può essere pericolosa. "Analizzando quotidianamente la nostra community - conclude Conforti - notiamo una carenza di consapevolezza che spinge spesso le persone verso l'autocura, con l'utilizzo improprio di prodotti fitoterapici o antiossidanti".

"La steatosi epatica ha una prevalenza di circa il 25% nella popolazione generale, con un aumento nei pazienti affetti da diabete e obesità. Tuttavia è fondamentale sottolineare come la percentuale di pazienti potenzialmente candidabili ai nuovi trattamenti in corso di approvazione rappresenti solo una piccola parte del totale. Pertanto questi soggetti devono essere identificati in maniera precoce e trattati adeguatamente". Lo ha detto Giacomo Germani, segretario dell'Associazione italiana per lo studio del fegato (Aisf) e direttore dell'Unità Trapianto multiviscerale dell'azienda ospedale - università di Padova, all'incontro promosso oggi a Roma dalla senatrice Ylenia Zambito, segretario della X Commissione del Senato.
"La steatosi epatica - spiega l'esperto - è un accumulo anomalo di trigliceridi all'interno delle cellule del fegato, i cosiddetti epatociti, e può portare a diversi quadri clinici, se non adeguatamente diagnosticata e trattata. Può trattarsi di una steatosi semplice, priva di complicanze e facilmente reversibile con norme igienico-dietetiche, quindi con una dieta appropriata e attività fisica. Se non trattata, può però sviluppare infiammazione e quindi il quadro di steatoepatite (Mash), che a sua volta può progredire in fibrosi, ovvero l'accumulo di matrice extracellulare e collagene all'interno del fegato". Lo step successivo: "Cirrosi, sulla quale può insorgere l'epatocarcinoma, ovvero il tumore del fegato. Questi quadri avanzati - sottolinea Germani - possono portare il paziente allo sviluppo delle classiche complicanze della cirrosi, tali da richiedere, nelle situazioni più gravi, il trapianto di fegato. Qualora questo non venga effettuato nei tempi e nelle modalità adeguate, il paziente può andare incontro al decesso".
La figura dell'epatologo diventa dunque fondamentale "nel percorso di diagnosi, gestione e trattamento - chiarisce il segretario Aisf - proprio perché, a fronte di un numero elevato di soggetti affetti, vanno identificati con precisione i pazienti da trattare. In questo senso l'epatologo è cruciale per un'adeguata stratificazione del rischio. La gestione può essere multidisciplinare, in collaborazione con specialisti diabetologi, esperti dell'obesità e medici di medicina generale. Tuttavia è fondamentale che l'epatologo, essendo lo specialista delle malattie del fegato, sia al centro di questo percorso, trattandosi di una patologia a interessamento prettamente epatico". Proprio per questo, aggiunge Germani, le società scientifiche sono "parte attiva nei tavoli istituzionali per la definizione di strategie di diagnosi e trattamento, favorendo l'ottimizzazione delle risorse e l'appropriatezza clinica". I pazienti "che presentano una patologia dismetabolica o una sindrome metabolica devono essere monitorati - rimarca l'esperto - Tutti i pazienti con alterazioni del profilo lipidico, obesità o diabete, devono essere valutati attraverso esami di funzionalità epatica, ecografia ed eventualmente elastometria epatica. Questo serve a stratificare il rischio di progressione della malattia e a valutare l'accesso alle terapie future".

Romina Power ha espresso solidarietà nei confronti di Catherine Birmingham e Nathan Trevallion, i genitori della cosiddetta 'famiglia nel bosco', e ha 'attaccato' la decisione del Tribunale per i Minori dell’Aquila di allontanare i tre figli dalla madre. La cantante ha affidato ai social un messaggio, rivolgendosi al presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, e al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.
"Finora non ho espresso la mia opinione in merito a ciò che sta subendo questa famiglia", ha esordito Romina Power, riconoscendosi nella storia della famiglia. "Negli anni ‘60 io e Albano eravamo la famiglia nel bosco solo che facevamo anche tournée ed incidevamo dischi. Se qualcuno avesse fatto a me ciò che stanno facendo a questa povera mamma io sarei diventata una tigre", ha spiegato esprimendo massima vicinanza alla donna.
Romina Power ha usato parole forti, puntando il dito contro il sistema italiano: "Ma come osano separare una mamma dai suoi figli? L’unico sbaglio che hanno fatto è aver scelto l’Italia per vivere. Se avessero scelto un altro paese, tipo Grecia, Portogallo, Spagna... questo non sarebbe successo".
L’artista lancia poi un appello diretto alla premier Giorgia Meloni affinché "possa intervenire per proteggere questa famiglia" e alla fine del post, Power menziona anche il capo dello Stato, Sergio Mattarella.
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Romina Power accanto al post, ha condiviso anche uno scatto di vecchia data che la ritrae insieme all’ex marito e ai quattro figli: Ylenia, Romina, Cristèl e Yari, insieme sul prato. "L’altra famiglia del bosco", ha scritto Romina Power.

L'Assemblea degli associati di Egualia ha eletto alla guida dell'associazione Riccardo Zagaria, Ad di Doc Pharma, una delle principali aziende italiane specializzate principalmente nella commercializzazione di farmaci equivalenti. Zagaria - manager con oltre 25 anni di esperienza di leadership internazionale maturati in aziende come Giuliani, Italchimici, Zambon, Nycomed, Altana e Sanofi - subentra a Stefano Collatina (presidente e Ad di Baxter Spa), ai vertici dell'associazione nel precedente biennio, che resta componente del Consiglio direttivo.
"L'obiettivo principale del mio mandato - dichiara Zagaria - sarà quello di consolidare il ruolo di Egualia quale attore istituzionale autorevole nel dialogo con le istituzioni nazionali ed europee, valorizzando il contributo economico, sanitario e industriale delle aziende associate. Tra le priorità strategiche ci saranno sicuramente il rafforzamento del dialogo istituzionale strutturato con Stato e Regioni, per un'applicazione uniforme delle politiche di accesso e modelli distributivi dei farmaci equivalenti; la semplificazione dei processi regolatori; la tutela concreta degli interessi industriali e occupazionali del comparto; il rafforzamento della comunicazione istituzionale e pubblica". Nel radar del nuovo presidente anche "la modifica del payback della spesa diretta, introducendo fattori correttivi che tengano conto del peso specifico dei produttori di equivalenti, e la collaborazione strategica con altri soggetti del sistema farmaceutico, in particolare con le aziende italiane di Farmindustria su dossier condivisi". Ultima irrinunciabile frontiera di confronto "l'attuazione delle normative europee a livello nazionale, garantendo una interlocuzione costante con Aifa, Mimit e ministero della Salute a partire da una applicazione del Datamatrix che non penalizzi le aziende".
Oltre che dal presidente Zagaria, il Consiglio direttivo di Egualia è così composto: Salvatore Butti (EG Stada), Umberto Comberiati (Teva Italia), Marco Pianta (Fresenius Kabi Italia), Francesca Romana Ramundo (Sandoz), Fabio Torriglia (Viatris Italia), Stefania Badavelli (Zentiva Italia), Stefano Collatina (Baxter Spa), Andrea Francesco Rottura (Towa Pharmaceutical), Fabio Scaccia (Farmitalia), Giovanni Sala (Medac Pharma), Enrique Hausermann (Ipso Pharma), Serena Zucchetta (Neuraxpharm Italia), Paolo Angeletti (Salf Spa) e Maurizio Silvestri (DMX Pharma).
Rinnovato anche il vertice dei due gruppi autonomi, Ibg (Italian Biosimilars Group) e Vam (Value Added Medicines). A coordinare il gruppo Ibg sarà Francesca Romana Ramundo (Ad Sandoz), supportata dai vicecoordinatori Alessandro Pedone (EG Stada) e Francesca Ceccotti (Organon Italia). Alla guida del gruppo Vam sono stati invece confermati Geremia Seclì (Medac Pharma Italia) nel ruolo di coordinatore e Claudio Bellomo (Viatris) nel ruolo di vicecoordinatore.

"Ogni anno nel reparto vengono presi in carico circa 1.200 nuovi pazienti oncologici, che si aggiungono a quelli seguiti negli anni precedenti. La sfida è riuscire a gestirli a 360 gradi. E l'attenzione alla nutrizione è sempre più centrale nella cura di questi pazienti e dovrebbe essere affrontata fin dalle fasi iniziali della malattia". Lo ha detto Carlo Garufi, direttore dell'Unità complessa di Oncologia medica dell'azienda ospedaliera San Camillo-Forlanini di Roma, intervenendo all'incontro stampa 'Prevenzione e screening nutrizionali precoci: un nuovo capitolo per il paziente oncologico', promosso dalla senatrice della Lega Elena Murelli (X Commissione), oggi a Roma.
Secondo Garufi, oggi il trattamento oncologico non può limitarsi alla cura del tumore, ma "dobbiamo pensare a un approccio che tenga conto non solo della terapia antitumorale, ma anche delle condizioni generali della persona. Tra questi aspetti la nutrizione ha un ruolo fondamentale". Alcune neoplasie presentano infatti criticità particolari proprio dal punto di vista nutrizionale. "Pensiamo, ad esempio, ai tumori del pancreas - ha sottolineato l'oncologo - che sono in forte aumento e rappresentano una delle sfide più importanti per l'oncologia anche per i problemi di malnutrizione che spesso comportano". Per questo motivo al San Camillo si sta lavorando per rafforzare l'approccio nutrizionale all'interno del percorso di cura. "Stiamo cercando di strutturare sempre di più questo aspetto nella nostra unità. Abbiamo la fortuna di avere all'interno dell’azienda un Servizio di Nutrizione clinica che rappresenta un grande supporto per il nostro lavoro". I pazienti che presentano "a nostro avviso deficit nutrizionali vengono indirizzati a una valutazione specialistica già nelle prime fasi della presa in carico nella nostra Uo. Questo permette di individuare subito i pazienti che necessitano di maggiore attenzione e di competenze specifiche". L'oncologo infatti, ha evidenziato Garufi, non può farsi carico da solo di tutte le competenze specialistiche. "E' importante lavorare insieme ai nutrizionisti. L'oncologo resta il punto di riferimento del percorso clinico del paziente, ma deve collaborare con altri specialisti".
"La letteratura scientifica - ha rimarcarto Garufi - dimostra che intervenire precocemente sulla nutrizione può migliorare l'efficacia delle cure. Prima si affronta il problema nutrizionale e migliori sono i risultati delle terapie. Per questo la nutrizione non deve essere considerata solo nelle fasi terminali della malattia, ma fin dall’inizio". Per aiutare i pazienti a orientarsi su questi temi, l'ospedale metterà presto a disposizione anche materiali informativi. L'obiettivo è anche contrastare la disinformazione. "Molti pazienti - ha ricordato l'esperto - cercano fuori dall'ospedale soluzioni nutrizionali miracolose che spesso non hanno basi scientifiche. Questo è il risultato di disinformazione e, a volte, di comportamenti poco ortodossi". Durante l'incontro è stata quindi presentata l'esperienza dell'ospedale romano, ma anche l'esigenza di rafforzare la collaborazione tra oncologi e nutrizionisti. “Vogliamo essere compagni di viaggio dei nutrizionisti in questo percorso, mettendo a disposizione le nostre competenze e la responsabilità clinica nella gestione dei pazienti", ha concluso Garufi.

"Circa il 60% dei pazienti oncologici presenta problemi nutrizionali nel momento in cui affronta le terapie. E l'efficacia di questi trattamenti dipende anche dalla capacità dell'organismo di rispondere alle cure. Per questo è importante prestare attenzione anche a come il paziente si alimenta. In alcuni casi, soprattutto nelle situazioni più gravi, si arriva addirittura a condizioni in cui i pazienti non riescono più ad alimentarsi naturalmente e devono ricorrere alla nutrizione artificiale. Anche questo aspetto influisce sull'efficacia delle terapie". Lo ha detto la senatrice della Lega Elena Murelli (X Commissione del Senato), in apertura della conferenza stampa 'Prevenzione e screening nutrizionali precoci: un nuovo capitolo per il paziente oncologico', da lei promossa oggi nella Sala Nassiriya di Palazzo Madama. Per Murelli investire nella prevenzione nutrizionale potrebbe avere effetti anche sulla sostenibilità del sistema sanitario nazionale. "Se le terapie funzionano meglio e si evitano peggioramenti delle condizioni dei pazienti, si riducono ricoveri, nuove degenze e complicanze. Il risparmio potenziale per il Ssn è stimato in circa 10 miliardi di euro", ha sottolineato.
"E' necessario inserire la nutrizione oncologica all'interno di un team multidisciplinare: accanto all'oncologo e agli altri specialisti, e anche allo psicologo - figura importante per accompagnare il paziente dalla diagnosi alle terapie - deve esserci anche il nutrizionista, a nostro avviso una figura fondamentale che può incidere sull'efficacia del percorso terapeutico del paziente oncologico", ha sottolineato Murelli. Da qui il ringraziamento al ministero della Salute e al direttore generale Ugo Della Marta per l'attenzione sul tema. “Nella legge di Bilancio 2026, con l'articolo 64, sono stati previsti 280 milioni di euro per la prevenzione. Ho presentato l'emendamento 64.3, che tra i vari punti includeva lo screening nutrizionale oncologico. Ringrazio quindi il dottor Della Marta per la lungimiranza con cui ha approfondito e accolto questo emendamento, perché la nutrizione deve essere considerata uno strumento fondamentale di prevenzione".
Resta però aperta la questione dell'organizzazione dello screening nutrizionale: come strutturarlo e a quali pazienti destinarlo. "Deve essere rivolto a tutti o solo ad alcune categorie di pazienti? - ha evidenziato Murelli - Da qui il coinvolgimento, nel corso di questo incontro, di società scientifiche, associazioni di pazienti e aziende, con l'obiettivo di capire come organizzare un programma di screening nutrizionale efficace e applicabile su tutto il territorio nazionale". Per la senatrice "l'aspetto fondamentale è garantire equità, evitando disomogeneità tra le Regioni e assicurando pari accesso alle cure per tutti i pazienti. Come istituzioni vogliamo garantire un accesso equo ed efficiente ai percorsi di cura".

"La nutrizione clinica, a lungo trascurata, è un elemento sempre più riconosciuto come parte integrante della cura dei pazienti. Per questo il ministero della Salute punta a rafforzare i programmi di valutazione nutrizionale nei percorsi di cura. La legge di Bilancio ha stanziato 238 milioni di euro per il potenziamento di alcuni screening oncologici e per avviare quelli nutrizionali". Lo ha detto all'Adnkronos Salute Ugo Della Marta, direttore generale della Direzione per l'Igiene e la Sicurezza alimentare del ministero della Salute, che si occupa anche delle politiche sulla nutrizione, intervenendo all'incontro 'Prevenzione e screening nutrizionali precoci: un nuovo capitolo per il paziente oncologico', promosso da Elena Murelli, membro della X Commissione del Senato.
"Il tema della nutrizione, anche clinica, è molto importante nell'accompagnare i pazienti - ha affermato - e negli ultimi anni è stato sollevato con forza da tutte le società scientifiche. Anche gli oncologi sottolineano la necessità di avere professionisti della nutrizione al loro fianco nella gestione del malato oncologico". Secondo Della Marta, la nutrizione clinica non è ancora sviluppata in modo uniforme sul territorio nazionale: "In molte regioni non esistono ancora strutture dedicate o professionisti specializzati in numero sufficiente. Spesso ci si affida a medici di altre specialità che svolgono questo ruolo, ma come in tutti i campi della medicina lo specialista formato su questi temi ha un ruolo fondamentale".
Il ministero sta cercando di accompagnare questo percorso anche attraverso le nuove misure previste dalla Manovra "che ha stanziato 238 milioni di euro per il potenziamento degli screening oncologici. Queste risorse - ha spiegato Della Marta - non sono destinate esclusivamente alla nutrizione, ma al rafforzamento complessivo degli screening, come quelli per il tumore della mammella, del polmone e del colon-retto". Ma all'interno di questo pacchetto di interventi è previsto anche "l'avvio dei programmi di screening nutrizionale per i pazienti oncologici. Le risorse verranno ripartite tra le Regioni nell'ambito del Fondo sanitario nazionale per avviare questi programmi". L'obiettivo è migliorare la gestione clinica dei pazienti lungo tutto il percorso di cura. "Lo stato nutrizionale è fondamentale - ha concluso - perché un paziente che non è in buone condizioni nutrizionali risponde peggio alle terapie, oltre ad avere una qualità di vita più bassa. Mantenere un buon stato nutrizionale aiuta invece ad affrontare i trattamenti, spesso pesanti".

Una tempestiva e corretta presa in carico dei pazienti con steatosi epatica a maggior rischio di eventi clinici, in quanto affetti da Mash e/o da fibrosi avanzata, non rappresenta soltanto la miglior strategia per prevenire l'evoluzione verso la cirrosi e le sue complicanze - epatocarcinoma e insufficienza epatica - e per ridurre mortalità e necessità di trapianto di fegato, ma costituisce una concreta opportunità di risparmio di risorse per il Ssn. Con l'obiettivo di definire le migliori strategie diagnostiche e terapeutiche per affrontare la steatosi epatica, specie la forma più aggressiva, si è svolto oggi al Senato un Tavolo di confronto, su iniziativa della senatrice Ylenia Zambito, segretario X Commissione del Senato, a cui hanno partecipato rappresentanti della comunità scientifica, rappresentanti istituzionali e associazioni di categoria.
La steatosi epatica - si legge in una nota - sta rapidamente diventando una delle principali sfide per la sanità pubblica italiana: la diagnosi è spesso tardiva e questo comporta costi sanitari diretti (ricoveri ripetuti, complicanze, percorsi diagnostici complessi e trapianti) e costi indiretti elevati (perdita di produttività, pensionamento precoce, invalidità, morte prematura, carico crescente per caregiver e famiglie). La percentuale di pazienti con steatosi epatica e candidati a trapianto di fegato è aumentata significativamente negli ultimi anni (dal 12,54% al 20,16% nel periodo 2012-2022). La forma più severa della steatosi epatica, definita steatoepatite (Mash) rappresenta il fenotipo progressivo di questa condizione in grado di portare alla deposizione di fibrosi e, potenzialmente, di causare cirrosi. La fibrosi rappresenta il principale fattore di rischio per eventi clinici epatici che aumentano la mortalità e possono rappresentare un'indicazione di trapianto di fegato. E' dunque un predittore prognostico rilevante, e la sua stadiazione permette di mettere in atto programmi di sorveglianza e di cura. Infatti, più tardivi sono diagnosi e trattamento, maggiore è il rischio di progressione della malattia e l’incidenza di eventi clinici a essa correlati.
"Siamo di fronte a una condizione clinica molto complessa, con un impatto sociale e clinico rilevante - ha dichiarato la senatrice Zambito - E' una patologia che richiede una presa in carico del paziente strutturata e multidisciplinare sul territorio, percorsi condivisi e rapidità diagnostica. L'incontro di oggi, tra istituzioni, associazioni, parti terze e classe medica, ha lo scopo di analizzare la complessità della malattia, a partire dai dati epidemiologici che indicano chiaramente l'urgenza e l'opportunità della presa in carico dei casi severi per ridurre la mortalità e contenere in maniera significativa i costi diretti e indiretti a carico del Servizio sanitario nazionale".
"La steatosi epatica, insieme alla sua forma più progressiva (steatoepatite) - ha spiegato Giacomo Germani, segretario Associazione italiana per lo studio del fegato (Aisf) e direttore Unità Trapianto multiviscerale Aou di Padova - rappresenta oggi una delle principali cause di danno epatico nei Paesi occidentali e avrà un impatto sempre maggiore sull'insorgenza di cirrosi, epatocarcinoma e insufficienza epatica, con conseguente aumento della necessità di trapianto di fegato. In Italia ogni anno circa 16mila persone muoiono a causa della cirrosi e delle sue complicanze, e vengono effettuati circa 1.700 trapianti di fegato. Grazie a una presa in carico mirata dei pazienti a rischio, ovvero quelli affetti da malattia progressiva e/o fibrosi avanzata, e grazie all'innovazione terapeutica si potrebbero ridurre mortalità e costi associati. Non si tratta di una condizione limitata al fegato - ha precisato - ma di un quadro clinico e sistemico complesso che comporta un aumentato rischio di diabete, di eventi cardio e cerebrovascolari, di problematiche renali e un incremento di sviluppo di neoplasie". All'interno di questo contesto, ha evidenziato l'esperto, "il ruolo dell'epatologo sta evolvendo. Non è più lo specialista che si occupa della gestione della malattia epatica, ma è una figura clinica con competenze multidisciplinari, che lavora in un team integrato con diabetologi, cardiologi, internisti e medici di medicina generale, intervenendo durante tutto il percorso di presa in carico del paziente". L'epatologo, pertanto, diventa "centrale per assicurare non solo un approccio diagnostico tempestivo, ma anche un trattamento, che a breve sarà anche farmacologico. Tutto questo è fondamentale per affrontare una patologia in continua crescita e ad alto impatto sulla salute pubblica".
Il 3 novembre 2025, Aisf ha pubblicato i risultati della survey nazionale dedicata alla Masld (malattia epatica steatosica associata a disfunzione metabolica)/Mash, con l'obiettivo di fotografare il volume, le caratteristiche cliniche e le modalità di gestione dei pazienti già riferiti ai centri specialistici italiani. "La steatosi epatica, specialmente nei suoi stadi avanzati, non può più essere considerata una condizione transitoria - ha affermato Massimiliano Conforti, neo-presidente dell'Associazione EpaC - E' una malattia seria e va affrontata con la stessa attenzione riservata alle altre patologie croniche del fegato. Per questo è fondamentale che i pazienti vengano seguiti da specialisti epatologi, gli unici in grado di garantire un percorso diagnostico-terapeutico appropriato e tempestivo. Riteniamo urgente che la steatosi epatica venga finalmente inserita nei livelli essenziali di assistenza e che venga creato uno specifico codice di esenzione, all'interno dell'attuale codice 016 dedicato alle epatiti croniche: un passo indispensabile per tutelare i pazienti, garantire equità di accesso e costruire percorsi di cura realmente efficaci".
Il presidente dell'Intergruppo parlamentare Epatiti virali e malattie del fegato, Gianni Berrino, ha sottolineato che "l'evoluzione epidemiologica di questa malattia impone un cambio di paradigma. Dopo i risultati ottenuti nella gestione dell'epatite C grazie a politiche sanitarie coordinate, è necessario ora concentrare l'attenzione sulla steatosi epatica, rafforzando la diagnosi precoce e la presa in carico dei pazienti a rischio. La popolazione che necessita di trattamento specialistico è numericamente contenuta, ma il suo peso clinico e sociale è significativo. La malattia genera un impatto economico rilevante per il nostro sistema sanitario. Il costo medio annuo per paziente con forma grave può arrivare a circa 13mila euro, mentre l'onere complessivo per il Servizio sanitario nazionale è stimato in oltre 7,7 miliardi di euro annui rispetto alla popolazione non affetta. Numeri che dimostrano come la prevenzione e l'intervento tempestivo non siano solo una scelta clinica, ma anche una strategia di sostenibilità per il sistema sanitario".

Torna Earth Hour - L’Ora della Terra, la più grande mobilitazione globale per il clima e la natura promossa dal Wwf, quest’anno alla sua ventesima ricorrenza. Sabato 28 marzo alle 20.30 il momento simbolico che unisce persone, città, istituzioni e imprese in ogni parte del mondo in un gesto semplice ma potentissimo: spegnere le luci per un’ora per accendere l’attenzione sulla crisi climatica e il futuro del Pianeta.
Nata a Sydney nel 2007, Earth Hour è cresciuta fino a diventare un evento planetario che nel 2025 ha coinvolto quasi 200 Paesi, con lo spegnimento simbolico delle luci di monumenti iconici, strade, piazze ed edifici pubblici e privati. Anche quest’anno l’Italia parteciperà con spegnimenti e iniziative locali, confermando l’impegno diffuso della società civile e delle municipalità.
A Roma si spegneranno le luci del Colosseo e di Fontana di Trevi, dove si terrà l’appuntamento centrale italiano. Si spegneranno a Firenze le luci di Palazzo Vecchio e Torre Arnolfo, parte di Ponte Vecchio, il David a piazzale Michelangelo, Torri e Porte storiche; a Milano la Torre del Filarete del Castello sforzesco, a Venezia Piazza San Marco, a Pescara la Torre Civica, a Lecce Porta San Biagio. A Napoli luci spente per il Maschio Angioino; parteciperà anche l’Arcidiocesi che spegnerà le illuminazioni di alcune chiese particolarmente rappresentative della città, tra cui il Duomo, la Basilica dell’Incoronata – Madre del Buon Consiglio (Capodimonte) e la Basilica di San Giovanni Maggiore.
Nell’anno in cui il Wwf Italia compie 60 anni, l’organizzazione torna a ribadire che "la lotta alla crisi climatica ha un ruolo fondamentale per la nostra vita e per fronteggiare i rischi che sta correndo la natura, e che ogni gesto che compiamo è un contributo enorme alla tutela del clima e della nostra sicurezza, oggi e nel futuro".
Con questa iniziativa il Wwf Italia chiede a tutti di compiere un gesto per il clima e il Pianeta per 60 minuti: "Un gesto concreto che, insieme a quello di migliaia di persone nel mondo, darà un contributo importante per un futuro più sicuro e sostenibile per tutti. Ognuno può partecipare non solo spegnendo le luci, ma anche dedicando quell’ora ad attività a beneficio dell’ambiente: iniziative di volontariato, eventi comunitari, momenti educativi o riflessioni personali sui propri comportamenti quotidiani".
Il Wwf Italia in questa occasione chiede alle municipalità di "impedire le pubblicità di combustibili fossili negli spazi pubblici, sul modello di quanto fatto in maniera pionieristica dalla città di Firenze o da alcune capitali europee come Amsterdam. Inoltre, è sempre più urgente l’approvazione di una Legge nazionale sul Clima, fondamentale per avviare una trasformazione profonda e trasversale di tutti i settori".

Nino 'Gaspare' Formicola, partner di Andrea Maria Cipriano Brambilla nello storico due 'Zuzzurro e Gaspare', è stato ospite oggi a La volta buona per ricordare l'amico e collega, insieme a Patrizia Aicardi, sorella di Gaspare e vedova di Brambilla, morto il 24 ottobre del 2013 dopo una battaglia contro il tumore ai polmoni.
Tra risate e nostalgia, Formicola ha ricordato anche i battibecchi familiari che si creano dopo il loro matrimonio: "Quando litigavano il problema ero sempre io", ha detto. "Lei mi diceva 'il cretino del tuo socio' e lui 'l'imbecille di tua sorella' e io finivo sempre in mezzo".
La moglie di Zuzzurro ha raccontato com'è nata la loro storia d'amore. All'epoca lavorava con il duo comico-cabarettistico come costumista e ha raccontato che fu proprio lui a corteggiarla con insistenza. "Io lavoravo con loro e lui mi faceva la corte. Poi siamo usciti dopo Natale, e alla fine… siamo andati a cena in un locale, lui arrivò senza telefono. A un certo punto squilla il mio: era il segretario. Gli passo il telefono e la serata finisce lì. Io me ne sono andata", ha raccontato con aria di sfida.
"Lei l’ha messo in riga", ha scherzato Gaspare, puntando sul carattere deciso della sorella.
Nonostante quell'inizio un po' movimentato, tra i due nacque una bella storia d'amore da cui sono nati due figli: "È stato un papà spettacolare", ha raccontato Patrzia Aicardi.
Gaspare ha raccontato un tenero retroscena che racconta molto chi era Andrea: "Stavamo lavorando a Venezia per un tour teatrale. Finivamo intorno a mezzanotte, Andrea partiva subito da Venezia per andare a Milano ed essere lì al mattino per accompagnare i bambini a scuola, e poi ritornava a Venezia per lavorare".

"La nutrizione è un elemento fondamentale nella cura dei pazienti oncologici e dovrebbe essere valutata fin dal momento della diagnosi. Il paziente oncologico può presentare problemi di malnutrizione già al momento della diagnosi e questa condizione tende a peggiorare nel corso della malattia, soprattutto durante le terapie attive". Lo ha spiegato Paolo Pedrazzoli, direttore dell'Oncologia del Policlinico San Matteo di Pavia Irccs e coordinatore del Gruppo di lavoro sulla Nutrizione del paziente oncologico dell'Aiom (Associazione italiana di oncologia medica), nonché coordinatore delle Linee guida nazionali Aiom sulla Nutrizione nei pazienti oncologici in terapia attiva, intervenendo all'incontro stampa 'Prevenzione e screening nutrizionali precoci: un nuovo capitolo per il paziente oncologico', che si è tenuto oggi al Senato.
Secondo l'oncologo, la malnutrizione ha un impatto diretto sull'efficacia delle cure. "Un paziente malnutrito spesso non riesce a sostenere pienamente i trattamenti. Questo comporta un aumento della tossicità delle terapie, più ricoveri ospedalieri e quindi anche maggiori costi sanitari", ha sottolineato. La condizione nutrizionale influisce anche sulla possibilità di seguire correttamente le cure. "Quando il paziente è malnutrito - ha aggiunto Pedrazzoli - diventa più difficile rispettare tempi e dosaggi dei farmaci. Tutto questo incide non solo sulla qualità di vita, ma anche sulla prognosi". Per questo motivo, secondo l'esperto, la presa in carico nutrizionale dovrebbe iniziare subito. "Il mantenimento di uno stato nutrizionale adeguato è associato a risultati clinici migliori. Si stima che circa il 20% dei pazienti oncologici muoia per problematiche legate alla malnutrizione", ha rimarcato.
Negli ultimi anni il tema ha ricevuto crescente attenzione, anche grazie al lavoro delle società scientifiche come Aiom e delle associazioni di pazienti. Tra le richieste rivolte alle istituzioni c'è quella di rafforzare lo screening nutrizionale precoce. "Chiediamo che la valutazione nutrizionale diventi obbligatoria per tutti i pazienti oncologici, fin dal primo accesso in ospedale", ha precisato Pedrazzoli. Alcune Regioni hanno già adottato misure in questa direzione: "La Lombardia, ad esempio, ha introdotto un sistema che penalizza economicamente le strutture che non effettuano lo screening nutrizionale nei pazienti ricoverati". Tra le proposte avanzate dagli specialisti anche quella di garantire l'accesso gratuito ai supplementi nutrizionali orali e di rendere lo screening nutrizionale una pratica sistematica in tutti gli ospedali. "Alle istituzioni chiediamo più attenzione su questo aspetto per troppo tempo sottovalutato", ha concluso l'esperto.

"E' fondamentale individuare precocemente i pazienti oncologici a rischio di malnutrizione per migliorare gli esiti clinici e la tolleranza alle terapie". Lo ha detto Annalisa Mascheroni, segretario della Sinpe (Società italiana di nutrizione artificiale e metabolismo) e direttrice della Struttura di Nutrizione clinica dell'ospedale di Melegnano (Milano), intervenendo all'incontro stampa 'Prevenzione e screening nutrizionali precoci: un nuovo capitolo per il paziente oncologico', promosso dalla senatrice della Lega Elena Murelli (X Commissione del Senato), oggi a Roma.
"Il supporto nutrizionale precoce è essenziale per migliorare gli esiti clinici nei pazienti oncologici - ha affermato - Per intervenire in modo tempestivo è necessario identificare subito i pazienti malnutriti o a rischio di malnutrizione. Questo è possibile grazie a strumenti di screening validati che abbiamo già a disposizione". Una volta individuati i pazienti a rischio, è necessario avviare un trattamento nutrizionale idoneo adeguato. "L’intervento - ha spiegato Mascheroni - può consistere in counseling nutrizionale, supplementi nutrizionali orali oppure nutrizione artificiale, a seconda delle necessità cliniche". Secondo l'esperta, però, in Italia l'accesso a questi interventi non è uniforme. "La situazione è ancora molto eterogenea tra le regioni. In alcune, come la Lombardia da cui provengo, lo screening nutrizionale è stato reso obbligatorio e i pazienti possono accedere a trattamenti nutrizionali orali, come gli Ons. In altre regioni, invece, queste opportunità non sono ancora garantite".
Per quanto riguarda i pazienti più a rischio di malnutrizione, Mascheroni ha indicato alcune tipologie di tumore particolarmente critiche. "Sono soprattutto i tumori del pancreas, dell'apparato gastrointestinale - come esofago e stomaco - i tumori testa-collo e il tumore del polmone. Queste patologie hanno un impatto nutrizionale particolarmente forte, non caso sono 'big killer' dal punto di vista nutrizionale". "Detto questo - ha concluso - tutti i pazienti oncologici dovrebbero comunque essere sottoposti a una valutazione nutrizionale".

"La presa in carico nutrizionale del malato oncologico deve iniziare al momento della diagnosi e non quando le condizioni del paziente sono già talmente compromesse da impedire l’avvio dei trattamenti". Lo ha detto Maurizio Muscaritoli, presidente della Sinuc (Società italiana di nutrizione clinica e metabolismo), intervenendo alla conferenza stampa 'Prevenzione e screening nutrizionali precoci: un nuovo capitolo per il paziente oncologico', promossa dalla senatrice della Lega Elena Murelli (X Commissione del Senato), oggi a Roma. "Lo diciamo chiaramente da anni - ha spiegato Muscaritoli - e lo abbiamo anche pubblicato: i concetti alla base di questa indicazione sono quelli del 'parallel pathway', cioè un percorso di presa in carico metabolico-nutrizionale del paziente oncologico che deve iniziare fin dalla diagnosi e procedere in parallelo al percorso diagnostico-terapeutico oncologico, che è già molto ben consolidato".
Secondo il presidente Sinuc, il supporto nutrizionale non deve fermarsi alla fase di cura: "Come ricordato oggi, questo percorso deve proseguire nel tempo. Anche quando il paziente è in remissione o guarito, infatti, le cicatrici nutrizionali della malattia e dei trattamenti possono rimanere". "Dobbiamo quindi pensare a una presa in carico sul lungo termine - ha aggiunto - per garantire, laddove possibile, anche il completo recupero funzionale di queste persone".
Per Muscaritoli, parlare di screening nutrizionale precoce significa portare alla luce un problema clinico e di salute pubblica spesso trascurato. "Per molto tempo - ha osservato - ci si è concentrati solo sull'eliminazione del tumore, senza considerare tutto ciò che circonda la malattia, cioè il paziente oncologico". Il tema è rilevante anche dal punto di vista terapeutico: "Un malato oncologico malnutrito tollera peggio i trattamenti. Intercettare precocemente la malnutrizione attraverso lo screening significa fare prevenzione terziaria, cioè evitare il progressivo aggravarsi della malattia", ha precisato il presidente Sinuc. "La malnutrizione - ha concluso - è una malattia nella malattia: quando compare in un paziente oncologico peggiora il quadro clinico e si associa a una prognosi molto più sfavorevole".

La malnutrizione oncologica è una condizione spesso sottovalutata, che compromette la tolleranza ai trattamenti e aumenta significativamente i costi sanitari: è quanto emerso oggi a Roma durante l'incontro 'Prevenzione e screening nutrizionali precoci: un nuovo capitolo per il paziente oncologico', promosso da Elena Murelli, membro della X Commissione del Senato. L'iniziativa ha rappresentato un'occasione per ribadire la necessità di dare piena attuazione alle misure previste dalla legge di Bilancio 2026, che ha stanziato risorse dedicate all'introduzione di un programma di screening nutrizionale per i pazienti oncologici, e per promuovere l'inserimento dello screening nutrizionale nei livelli essenziali di assistenza (Lea), garantendo equità e uniformità di accesso su tutto il territorio nazionale.
In apertura, la senatrice Murelli, ha sottolineato le responsabilità della politica nella gestione delle risorse destinate dall'ultima Manovra: "La malnutrizione in oncologia - ha detto - è una condizione che incide in modo determinante sulla qualità di vita dei pazienti. Le istituzioni hanno il dovere di garantire lo stanziamento tempestivo delle risorse previste per l'implementazione dei programmi di screening nutrizionale nei pazienti oncologici. L'introduzione standardizzata di uno strumento di screening rapido ed efficace, come il 'Pronto', nei percorsi di presa in carico permetterebbe di prevenire la malnutrizione, assicurando un efficientamento dell'utilizzo delle risorse pubbliche. Oltre a ciò, per delineare un percorso assistenziale continuativo, è necessario prevedere già da ora la stabilizzazione dei finanziamenti per il futuro".
Relativamente alla necessità di promuovere la centralità della nutrizione clinica nella presa in carico del paziente oncologico, Ugo Della Marta, direttore generale dell'Igiene e della Sicurezza alimentare del ministero della Salute, è intervenuto sostenendo che "è necessario superare le disuguaglianze nel supporto alla terapia nutrizionale. Un primo step è stato fatto in occasione della legge di Bilancio appena approvata, ma un'altra occasione utile in questo senso - ha ricordato - è rappresentata dal Dpcm di modifica dei livelli essenziali di assistenza. E' questo il momento giusto per includere nei Lea gli screening nutrizionali e l'accessibilità uniforme agli alimenti a fini medici speciali, per garantire ai pazienti pari diritti in tutto il territorio nazionale".
Nell'ambito del dibattito relativo ai percorsi di cura in oncologia, Maurizio Muscaritoli, presidente della Società Italiana di nutrizione clinica e metabolismo, ha spiegato che "la malnutrizione rappresenta una delle complicanze più frequenti nel paziente oncologico, con una prevalenza che può arrivare fino all'80% a seconda del tipo e dello stadio di tumore. L'identificazione precoce del rischio nutrizionale può quindi migliorare la tolleranza ai trattamenti e ridurre le complicanze cliniche. In quest'ottica, il 'Pronto', strumento di screening rapido sviluppato con il supporto non condizionato di Abbott, basato sull'evidenza e validato, può incidere positivamente sulla qualità della vita dei pazienti".
Una diagnosi precoce equivale, inoltre, a risparmi ingenti per il Servizio sanitario nazionale: "L'impatto economico della malnutrizione correlata all'oncologia è monumentale - ha evidenziato Annalisa Francesca Mascheroni, segretario della Società italiana di nutrizione artificiale e metabolismo - La malnutrizione aggrava il quadro clinico, rendendo i trattamenti più complessi e onerosi. Queste evidenze sottolineano come investire in programmi di screening nutrizionale precoce e in percorsi di nutrizione non sia soltanto una scelta clinica, ma anche un intervento di contenimento dei costi a medio e lungo termine per il Ssn". Inoltre, intervenire precocemente sullo stato nutrizionale significa tutelare la dignità e la qualità di vita delle persone con tumore: "Per i pazienti la nutrizione non è un aspetto accessorio, ma parte integrante del percorso di cura e un diritto che deve essere garantito in modo uniforme su tutto il territorio nazionale", ha rimarcato Francesco De Lorenzo, presidente del Comitato esecutivo della Favo.
L'iniziativa, realizzata con il contributo non condizionante di Abbott, ha confermato l'urgenza di garantire lo stanziamento delle risorse necessarie all'implementazione dei programmi di screening nutrizionale e dei percorsi di nutrizione clinica per i pazienti oncologici, nonché di ribadire l'importanza della collaborazione tra oncologi e nutrizionisti per assicurare un percorso di cura equo e integrato.

L'insonnia è un disturbo caratterizzato da difficoltà ad addormentarsi, a mantenere il sonno durante la notte oppure da risvegli mattutini precoci che impediscono di riposare in modo adeguato. Le cause possono essere molteplici: stress, ansia, abitudini scorrette, condizioni mediche, variazioni ormonali e fattori ambientali. Per questo è importante riconoscerla e intervenire con strategie adeguate che includono una corretta igiene del sonno, tecniche di rilassamento, supporto psicologico e, quando necessario, trattamenti specifici. In occasione della Giornata mondiale del sonno che si celebra ogni anno il secondo venerdì di marzo, Synlab accende i riflettori sull'insonnia e in particolare sul ruolo del sonno nella salute femminile lungo tutte le fasi della vita. Perché l'insonnia è femmina, sottolineano gli esperti. Le donne - spiega una nota - presentano un rischio più elevato di sviluppare insonnia rispetto agli uomini, una vulnerabilità legata sia a fattori sociali sia, soprattutto, alle oscillazioni ormonali che influenzano in modo diretto i meccanismi fisiologici del riposo. Estrogeni e progesterone, infatti, intervengono direttamente nei meccanismi neurofisiologici che regolano l'addormentamento e la continuità del riposo. Quando la concentrazione di questi due ormoni varia, anche il sonno tende a perdere stabilità diventando più leggero, frammentato e associato a risvegli frequenti.
"Nel corso della vita di una donna i cambiamenti ormonali non hanno un impatto soltanto sul corpo, ma anche sul modo in cui si dorme - afferma Giorgia Chinaglia, neurologa ed esperta del sonno Aims (Associazione italiana di medicina del sonno), responsabile dell'Ambulatorio per i disturbi del sonno, Synlab Data Medica Padova - Durante la gravidanza, ad esempio, le oscillazioni ormonali del primo trimestre possono portare a una sonnolenza o a difficoltà di addormentamento, mentre nel terzo trimestre i cambiamenti fisici, come l'aumento del volume corporeo, rendono il sonno meno continuo". La gravidanza rappresenta uno dei momenti più delicati. In alcuni casi, oltre alle variazioni fisiche e ormonali può insorgere la sindrome delle gambe senza riposo, una malattia caratterizzata da un fastidioso impulso a muovere gli arti inferiori più frequente nelle ore serali, spesso associato a difficoltà ad addormentarsi e risvegli ripetuti, e che durante la gravidanza può comparire in soggetti predisposti a causa della carenza di ferro.
Anche la menopausa e il momento di transizione che la precede rappresentano un periodo in cui la qualità del sonno può deteriorarsi in modo significativo. E' in questa fase, caratterizzata da oscillazioni ormonali irregolari, che molte donne iniziano a sperimentare risvegli più frequenti e un sonno meno stabile, spesso accompagnato da vampate notturne e sudorazioni che interrompono la continuità del riposo. Oltre ai fattori fisiologici, questa frammentazione del sonno può influire sul benessere emotivo, contribuendo a irritabilità, sbalzi d'umore e, nei casi più complessi, alla comparsa o al peggioramento di disturbi depressivi. "La transizione verso la menopausa è un momento particolarmente sensibile per il sonno femminile. Non è tanto l'arrivo della menopausa in sé a creare difficoltà, quanto i mesi o gli anni che la precedono - chiarisce Chinaglia - In questa fase molte donne sperimentano risvegli ripetuti o un sonno frammentato, anche in assenza di un vero problema di addormentamento. La qualità del sonno peggiora e, proprio perché estrogeni e progesterone partecipano alla promozione del sonno profondo, la loro riduzione rende più vulnerabili ai disturbi del sonno".
Accanto all'insonnia - prosegue la nota - un altro disturbo molto diffuso nelle donne, ma spesso sottovalutato, sono le apnee notturne. Nella popolazione generale le apnee sono più frequenti negli uomini, ma nelle donne la condizione è ampiamente sottostimata perché i sintomi si manifestano in modo diverso. Nelle donne, infatti, non sempre c'è un russamento evidente e spesso compaiono piuttosto insonnia, stanchezza diurna, sonno disturbato e risvegli frequenti. Dopo la menopausa, inoltre, l'incidenza nella donna tende ad avvicinarsi a quella maschile, con un impatto significativo sulla salute cardiovascolare e sulla qualità di vita.
Nonostante le terapie disponibili per migliorare la condizione, molte donne continuano a non aderire alla terapia, in particolare all'utilizzo della Cpap, considerata il trattamento più efficace nelle forme moderate e gravi. La scarsa aderenza è legata soprattutto a fattori psicologici e culturali poiché il dispositivo viene spesso percepito come ingombrante, poco estetico e difficilmente conciliabile con l'immagine femminile durante il riposo notturno.
"Nelle donne l'aderenza alla Cpap è ancora troppo bassa, spesso la mascherina viene percepita come poco estetica e difficile da accettare nel contesto della vita di coppia - riferisce Riccardo Drigo, pneumologo ed esperto del sonno Aims - Eppure, nelle forme moderate e severe, questa terapia rimane la più efficace. Per migliorare la compliance stiamo introducendo un nuovo modello di adattamento basato sulle '4 T': telemedicina, supporto dedicato, tracciabilità dell'uso e una personalizzazione sartoriale dei parametri. L'obiettivo è accompagnare le pazienti in un percorso più graduale e accogliente, così da favorire un utilizzo costante e realmente efficace della terapia".
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