Nell'ultima edizione del 2024 in campo anche Musetti e Tiafoe... 
Circa un bambino su 3 e quasi il 60% degli adulti, in Europa, sono sovrappeso o vivono con obesità. Lo stigma e un linguaggio impreciso rendono più difficile l’accesso alle cure e peggiorano la qualità della vita delle persone. Per affrontare questo problema, in occasione del World Obesity Day, la Giornata mondiale di sensibilizzazione sulla patologia, promossa il 4 marzo dalla World Obesity Federation, Parole O_stili, in collaborazione con Lilly, lancia ‘Non c’è forma più corretta’, il primo glossario europeo che promuove un linguaggio più rispettoso, inclusivo e accurato quando si parla di obesità, fornendo strumenti concreti a media, istituzioni, professionisti della salute e cittadini.
Il glossario - spiega una nota - raccoglie e approfondisce 25 parole e concetti chiave, quali ‘body shaming’, ‘grassofobia’, ‘stigma clinico’ e ‘taglia forte’. Per ciascuna espressione la raccolta evidenzia giudizi offensivi e denigratori e commenti – anche di uso comune e apparentemente positivi – che risultano in realtà inappropriati e ledono la sensibilità altrui. Spiegato ciascun termine, il glossario invita a riflettere sull’impatto che l’uso di determinate parole potrebbe avere, incentivando scelte linguistiche inclusive e rispettose. A partire da oggi il glossario, pubblicato lo scorso anno in lingua italiana con il patrocinio dell’associazione pazienti Amici obesi, sarà disponibile in altre 3 lingue europee - polacco, rumeno e ceco - e presto anche in croato e ungherese. Inoltre, in tutti i Paesi coinvolti, le associazioni pazienti sono attivamente impegnate nel conferire il proprio endorsement al progetto, con l’obiettivo di ampliare il dialogo oltre i confini nazionali e promuovere una cultura della cura condivisa.
“Le parole hanno un peso reale - afferma Rosy Russo, presidente di Parole O_stili - possono ferire, escludere o colpevolizzare chi vive con obesità, ma possono anche diventare strumenti di cura. Con questo glossario vogliamo offrire strumenti linguistici consapevoli e rispettosi, perché cambiare le parole è il primo passo per cambiare lo sguardo e restituire dignità alle persone”.
L’obesità è definita dall’Organizzazione mondiale della sanità come una “malattia cronica complessa e multifattoriale, determinata dall’interazione di fattori biologici, genetici, ambientali, sociali e culturali”. Non è riducibile a una questione di responsabilità individuale, ma nel racconto pubblico resta spesso associata a colpa o mancanza di volontà. Secondo l’Istituto superiore di sanità, lo stigma legato all’obesità “influisce negativamente sull’accesso alle cure, sulla qualità delle diagnosi e sull’aderenza ai trattamenti”. Le persone che vivono con obesità “riportano esperienze frequenti di giudizio o semplificazione clinica, che possono portare a ritardare diagnostici o evitare la presa in carico da parte del Servizio sanitario nazionale”. Lo stigma colpisce così in modo sproporzionato chi è già esposto a fragilità sociali, economiche e culturali, aggravando le disuguaglianze nella salute.
“Lo stigma associato alla patologia - sottolinea Federico Villa Ass. Vice President Corporate Affairs & Patient Access Lilly Italy Hub - continua a rappresentare una delle principali barriere per le persone con obesità. In questo contesto, il linguaggio che utilizziamo ha un ruolo determinante: può favorire accoglienza e sostegno, oppure alimentare esclusione e giudizio. In occasione della Giornata mondiale di sensibilizzazione sull’obesità, la diffusione europea del glossario ‘Non c’è forma più corretta’, una guida al linguaggio rispettoso e inclusivo, rappresenta un passo concreto per sensibilizzare sul tema e riaffermare la responsabilità che come azienda sentiamo verso chi vive con obesità e verso il sistema salute nel suo complesso”.
Per lanciare l’iniziativa, Parole O_stili e Lilly hanno pubblicato anche un video-manifesto, disponibile a partire da oggi sui canali social. A questo - illustra la nota - seguirà una campagna digital pensata per sensibilizzare sull’importanza di un linguaggio consapevole e rispettoso quando si parla di obesità. Il video-manifesto traduce in forma visiva il senso del progetto: richiama la responsabilità delle parole nel racconto dell’obesità e invita a superare stereotipi e semplificazioni che alimentano stigma e giudizio. Un invito a riconoscere che il linguaggio è parte integrante di una cultura della cura. Il glossario è disponibile online per consultazione da parte di media, istituzioni, professionisti della salute e cittadini: un passo concreto per migliorare la comunicazione pubblica e ridurre lo stigma legato all’obesità. Ogni traduzione è stata realizzata secondo linee guida linguistiche condivise, curate da Parole O_stili, con la supervisione di Lilly. È inoltre in corso la validazione delle associazioni di pazienti locali, per garantire coerenza culturale e sensibilità dei diversi Paesi.
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Nomadi...
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rimpatrio'... 
Oggi, 4 marzo, è il World Obesity Day, la giornata contro l'obesità, una delle principali emergenze di sanità pubblica a livello globale e nazionale. Come segno concreto di vicinanza ai pazienti con obesità e di impegno nella lotta allo stigma che ancora oggi colpisce chi convive con la patologia, i palazzi delle istituzioni si illumineranno di blu. È l'iniziativa promossa da Amici Obesi in adesione alla campagna globale della World Obesity Federation.
I dati
L'obesità rappresenta una delle principali emergenze di sanità pubblica a livello globale e nazionale, ricorda l'associazione in una nota. In Italia si stimano circa 6 milioni di adulti con obesità (pari a circa l'11-12% della popolazione adulta), una malattia che richiede un approccio integrato, continuità di cura e politiche sanitarie capaci di garantire percorsi di cura adeguati.
Più obesità tra chi ha disturbi mentali, 17% vs 10% e rischio triplo nei giovani
Il 17% dei pazienti seguiti dai Servizi di Salute mentale soffre di obesità[1], contro il 10% della popolazione generale italiana. E il divario è ancora più marcato nei giovani dai 18 ai 34 anni: 13,7% vs 5,5%, un dato quasi triplo. Sono i risultati preliminari della prima indagine sistematica sul rischio di obesità fra le persone con problemi di salute mentale, condotta dalla Società italiana di neuropsicofarmacologia - Sinpf coinvolgendo circa 2mila utenti dei Servizi di Salute mentale in diverse regioni (Friuli Venezia Giulia, Lombardia, Liguria, Piemonte, Toscana e Puglia) e confrontando i numeri raccolti con quelli della popolazione generale rilevati dall'Istituto superiore di sanità (Passi 2023-24). I dati - presentati al Congresso nazionale della Sinpf che si è svolto a fine gennaio a Milano - vengono resi noti oggi in vista della Giornata mondiale dell'obesità in calendario il 4 marzo. La ricerca è in corso e intende approfondire anche altri aspetti del problema, "ma se il dato generale fosse esteso all'intera platea nazionale - calcola la società scientifica - si parlerebbe di oltre 150mila pazienti con obesità nei Servizi di Salute mentale, su circa 900mila.
"L'obesità rappresenta una delle principali malattie croniche del nostro tempo e colpisce in modo particolarmente significativo le persone con disturbi mentali - spiegano Claudio Mencacci e Matteo Balestrieri, presidenti Sinpf - Numerosi studi dimostrano che chi vive con disturbi depressivi, bipolari o schizofrenia presenta un rischio doppio di sovrappeso e obesità rispetto alla popolazione generale. Questo spiega l'importanza di questa ricerca, che già in queste fasi preliminari traccia un quadro molto chiaro anche nel panorama italiano". Virginio Salvi, direttore del Dipartimento di Salute mentale dell'Asst di Crema, che ha condotto l'indagine, precisa che "l'impatto non è solo metabolico. Nelle persone con disturbi mentali l'obesità contribuisce in modo rilevante all'aumento del rischio di malattie cardiovascolari e diabete, con una conseguente riduzione dell'aspettativa di vita. Si stima che chi soffre di gravi disturbi psichiatrici possa avere un'aspettativa di vita ridotta di 10-20 anni, anche per l'aumentata mortalità cardio e cerebrovascolare". Gli studi clinici indicano inoltre che l'obesità può incidere negativamente sul funzionamento mentale, peggiorando le funzioni cognitive e influenzando il decorso di alcuni disturbi.
Le cause di questo legame fra obesità e disturbi mentali "sono molteplici - illustra Salvi - Se alcuni farmaci psicotropi possono favorire l'aumento di peso, un ruolo rilevante è giocato dalla sedentarietà, dalle difficoltà socioeconomiche che orientano verso alimentazioni meno salutari e dall'alimentazione disregolata in risposta a emozioni negative. A ciò si aggiunge una maggiore vulnerabilità genetica, che contribuisce alla più alta prevalenza di obesità anche tra adolescenti con disturbi psicotici e bipolari rispetto ai coetanei sani". Per gli esperti della Sinpf i dati della ricerca indicano già "con chiarezza la necessità di superare la frammentazione tra salute mentale e salute fisica. Le due dimensioni si influenzano reciprocamente e richiedono percorsi di cura integrati, capaci di affrontare la persona nella sua globalità".
L'appello
"L'obesità non è una colpa, ma una malattia complessa e multifattoriale, eppure troppe persone continuano a subirne le conseguenze anche sul piano sociale, rinunciando spesso a prendersi cura della propria salute per vergogna, discriminazione o per la mancanza di adeguate tutele", afferma Iris Zani, presidente dell'associazione che in occasione della Giornata mondiale dell'obesità chiede "con forza" che "si renda pienamente operativa la legge" sull'obesità approvata il 1° ottobre 2025, "garantendo l'inserimento e l'aggiornamento delle prestazioni nei Lea, assicurando percorsi di presa in carico strutturati e omogenei su tutto il territorio nazionale e superando le profonde disuguaglianze regionali nell'accesso alle cure. Servono investimenti, formazione degli operatori sanitari, prevenzione e sensibilizzazione per una lotta concreta allo stigma", è l'appello di Amici Obesi.
L'iniziativa
"Siamo felici di constatare che molte istituzioni hanno già risposto con entusiasmo, accogliendo il nostro invito - sottolinea Zani - La sera del 4 marzo speriamo di vedere il Paese illuminarsi, come segno concreto di attenzione e impegno istituzionale nei confronti dei pazienti con obesità".
Nelle intenzioni di Amici Obesi l'iniziativa vuole essere "un segnale forte che riconosce l'impegno distintivo dell'Italia nell'affrontare questa patologia, culminato con l'approvazione della prima legge nazionale dedicata all'obesità". Ma allo stesso tempo vuole ricordare a tutti che "tanto resta ancora da fare". L'associazione si dice "al fianco delle istituzioni per garantire il pieno riconoscimento dei diritti delle persone con obesità e promuovere un sistema sanitario inclusivo, in grado di supportarle senza giudizio lungo tutto il percorso di cura".

Il sonno è una medicina che previene il rischio di diabete. Bisogna dormire a sufficienza per garantire benefici all'organismo. Ma, allo stesso tempo, non si deve eccedere nel senso opposto: chi ama abbandonarsi fra le braccia di Morfeo, occhio a esagerare nel weekend. Sono le indicazioni che emergono da un ampio studio osservazionale che ha valutato quale potesse essere la soluzione ideale per scongiurare il rischio di insulino-resistenza, precursore della malattia del sangue dolce.
Secondo il lavoro pubblicato sulla rivista open access 'Bmj Open Diabetes Research & Care', è identificabile una durata ottimale del sonno. E chi, oltre a essere già sopra questa soglia nei giorni feriali, in quelli festivi si dedica a un ulteriore recupero di ore di riposo sembra essere esposto a un rischio maggiore di alterazione del metabolismo del glucosio.
Lo studio
Ricerche precedenti avevano già dimostrato una forte associazione fra quanto si dorme ogni notte e il rischio di insulino-resistenza, diabete e disturbi metabolici correlati, anche se non era invece del tutto chiaro il ruolo che potesse avere, se presente, il recupero del riposo nel fine settimana. Lo studio ha considerato come parametro il tasso stimato di smaltimento del glucosio (eGdr), considerato un surrogato affidabile per la resistenza all'insulina.
Più è basso (ad esempio, inferiore a 6-7 mg/kg/min), maggiore è il rischio di resistenza all'insulina; più è alto (ad esempio, superiore a 10 mg/kg/min) e minore è il rischio. Obiettivo degli autori era indagare l'associazione tra la durata del sonno nei giorni feriali e l'eGdr e poi qualsiasi effetto moderatore esercitato eventualmente dal recupero del sonno nel fine settimana, al fine di informare la pratica clinica delle persone con diabete.
Nella loro analisi hanno incluso 23.475 persone di età compresa tra 20 e 80 anni, i cui dati provengono da una serie di indagini del National Health and Nutrition Examination Survey (Nhanes) condotte tra il 2009 e il 2023: fra questi, 10.817 avevano dati disponibili anche sulla durata del sonno nel fine settimana (classificato come nessun recupero; fino a 1 ora; da 1 a 2; e più di 2). L'eGdr è stato calcolato utilizzando una formula che tiene conto della circonferenza della vita, della glicemia a digiuno e della pressione sanguigna e il valore medio era 8,23 tra i partecipanti, i quali nei giorni feriali dormivano in media 7 ore e 30 minuti. Poco più del 48% ha riferito di recuperare sonno nel fine settimana. Chi aveva informazioni al riguardo nella scheda, dormiva in media 8 ore nel weekend.
Quanto bisogna dormire?
Lo studio ha rivelato una curva a U invertita tra la durata del sonno e l'eGdr. Risultato? La durata ottimale del sonno è 7 ore e 18 minuti. Al di sotto di questa soglia, dormire di più era associato a un eGdr più elevato (rischio minore); al di sopra della soglia, invece, dormire di più durante la notte era associato a un eGdr più basso (rischio maggiore), in particolare tra le donne e tra persone di 40-59 anni. Ulteriori analisi statistiche hanno dimostrato che per coloro che dormono meno della soglia ottimale durante la settimana, 1-2 ore di sonno di recupero nel fine settimana - rispetto a nessuna - erano associate a un eGdr più elevato (quindi rischio minore). Ma per chi già dormiva di più nei giorni feriali, aggiungere più di 2 ore di sonno di recupero nel fine settimana è stato associato a un eGdr inferiore (rischio maggiore), dopo aver tenuto conto di fattori potenzialmente influenti, come stile di vita, etnia, stato civile e livello di istruzione. In sostanza, se si dorme a sufficienza nei giorni di lavoro o di scuola, non bisogna esagerare con la sveglia ritardata nel weekend: l'eccesso di sonno non è salutare.
"E' importante sottolineare che sembra esserci una relazione bidirezionale tra sonno e metabolismo", evidenziano i ricercatori. E si può creare "un potenziale circolo vizioso, in cui la disregolazione metabolica interrompe i normali schemi del sonno e il sonno anomalo che ne risulta (inclusa la sua durata prolungata) aggrava ulteriormente la salute metabolica". Gli autori ricordano che si tratta di uno studio osservazionale e, in quanto tale, non è possibile trarre conclusioni definitive su causa ed effetto. Ma i risultati suggeriscono "che i modelli di sonno, in particolare il sonno di recupero del fine settimana, potrebbero essere rilevanti per la regolazione metabolica nel diabete e potrebbero fornire spunti di riflessione per gli operatori sanitari nella gestione dell'assistenza ai pazienti".

L'Iran lancia ogni giorno una pioggia di missili su Israele e sui paesi del Golfo. La difesa dei cieli è affidata in buona parte agli Stati Uniti, costretti a fare gli straordinari per schermare un'area immensa. L'impegno è gravoso e lascia il segno sulle dotazioni degli americani e degli alleati. C'è il rischio che il muro mostri le prime crepe dopo pochi giorni di conflitto? Sì, secondo il Wall Street Journale. La quantità di intercettori 'made in Usa' di ultima generazione rimasti negli arsenali dei Paesi del Golfo e quella di missili e droni da attacco ancora disponibili all'Iran sarà decisiva per l’esito dello scontro e questo è il vero punto critico. E mentre cresce la pressione, anche l’Italia valuta l’invio di un sistema Samp-T negli Emirati Arabi Uniti o in Kuwait.
Secondo il quotidiano americano, al ritmo attuale di utilizzo, il momento in cui i Paesi del Golfo termineranno le loro scorte "potrebbe arrivare molto presto". "Non più di un'altra settimana, probabilmente un paio di giorni al massimo", ha spiegato Fabian Hoffmann, esperto di missili all'Università di Oslo. L’altra variabile chiave è la capacità di Israele e Stati Uniti di distruggere missili e piattaforme di lancio iraniane prima che vengano impiegati. Teheran, secondo stime occidentali, disponeva all’inizio dell’attacco Usa-Israele di oltre duemila missili in grado di colpire i Paesi del Golfo. Il quadro allarmante non viene giudicato attendibile da Donald Trump. Il presidente americano ha assicurato su Truth Social di avere "illimitati armamenti di fascia medio-alta", definiti "roba brutale" e ha bollato l'articolo del Wall Street Journal come "sbagliato" e "una vergogna". "L'Iran sta rapidamente esaurendo i suoi missili", ha ribattuto il numero 1 della Casa Bianca.
I numeri degli attacchi sono già significativi: gli Emirati Arabi Uniti hanno dichiarato di essere stati bersaglio, tra sabato e lunedì sera, di 174 missili balistici iraniani, 8 missili da crociera e 689 droni. Tuttavia, grazie ai radar avanzati e agli intercettori americani, nessun missile ha colpito il territorio e solo 44 droni sono andati a segno. Il Bahrain ha denunciato l’arrivo di 70 missili balistici. L'ambasciata americana in Kuwait e il principale sito per l'estrazione di Gnl del Qatar sono stati colpiti dai droni iraniani.
Ogni missile balistico in arrivo richiede in genere due o tre intercettori – come quelli dei sistemi Patriot o Thaad – per essere neutralizzato. L'Iran aveva nei suoi arsenali al momento dell'inizio dell'attacco Usa Israele, secondo le stime occidentali. più di duemila missili in grado di arrivare nei Paesi del Golfo. Gli Emirati avrebbero ordinato, secondo Hoffman, meno di mille intercettori, il Kuwait circa 500 e il Bahrain meno di cento.
A rafforzare la difesa contribuiscono anche le batterie americane schierate nell’area, ma anche il Pentagono starebbe riducendo le proprie scorte di missili Patriot, anche a causa delle forniture all’Ucraina. La Lockheed Martin lo scorso anno ha prodotto 620 missili Pac-3 Mse e intende aumentare la sua produzione a 2.000 l'anno nel giro di sette anni.
Il costo elevatissimo degli intercettori – milioni di dollari ciascuno – rende inoltre insostenibile il loro utilizzo contro droni a basso costo come gli Shahed iraniani. Questo potrebbe portare a un cambio di tattica: più droni che riescono a superare le difese, più attacchi diretti e una crescente vulnerabilità per Paesi che negli ultimi anni avevano costruito un’immagine di stabilità, attirando investimenti, turismo ed expat e investimenti.
A differenza dell’Ucraina, i Paesi del Golfo non hanno sviluppato un sistema di difesa aerea multilivello efficace anche contro i droni. E se le scorte dovessero davvero esaurirsi in pochi giorni, il conflitto potrebbe entrare in una fase ancora più imprevedibile.

A cambiare la modalità della guerra contemporanea? E' stato l'Iran. E lo ha fatto con il drone Shahed-136, che sta recitando un ruolo di primo piano nel conflitto con Israele e Stati Uniti. Il velivolo è un sistema a lungo raggio, economico e preciso quanto basta: qualità note da tempo, visto che si è rivelato determinante nella guerra in Ucraina. Nella prima fase Mosca ha iniziato a importarlo da Teheran e dall'autunno del 2022 a usarlo contro le città ucraine. Poi Vladimir Putin ha dato via libera all'investimento di due miliardi di dollari per l'apertura di un impianto in Russia per la produzione su licenza del Geran-2, come è stata chiamata la versione locale. Lo Shahed è stato fonte di 'ispirazione' anche per Kiev: l'Ucraina ha dovuto modellare la risposta e ha inventato il sistema di difesa aerea a strati che ora servirebbe ai Paesi del Golfo presi di mira dall'Iran.
La tattica low cost e le conseguenze sui Paesi del Golfo
Determinante, lo Shahed (che in persiano significa 'testimone della fede' o 'martire') lo è in questi giorni anche nella regione del Golfo, dove per la prima volta gli Stati Uniti hanno impiegato su un teatro di guerra una copia del sistema, vale a dire il drone da attacco 'one way' Lucas (Low-cost Unmanned Combat Attack System), e dove l'impiego del drone iraniano contro Emirati Arabi Uniti, Qatar, Bharein, sta esaurendo rapidamente - si stima che accadrà al massimo fra una settimana - gli arsenali di sofisticati, e molto cari, intercettori 'made in Usa' di questi Paesi.
Un singolo drone Lucas costa 35mila dollari mentre un missile da crociera Tomahawk ne costa 2,5 milioni. Le ricche petromonarchie non hanno sentito il bisogno, in questi ultimi anni in cui Kiev sviluppava e dispiegava sistemi di difesa aerea a buon mercato, di fare altrettanto. Da sabato mattina a lunedì sera, i droni iraniani lanciati contro i Paesi vicini sono stati più di mille, in attacchi in cui in larga misura erano impiegati singolarmente. Solo contro gli Emirati arabi uniti, 689, solo 44 hanno avuto un impatto a terra.
Lo Shaed-136, il modello di maggior successo di una filiera avviata dai Pasdaran verso la fine dell'ultimo decennio dimostra che l'innovazione tecnologica non procede in una sola direzione, da Paesi più avanzati a Paesi che lo sono meno. Piuttosto che le innovazioni arrivano da una varietà di fonti, spiegano Steve Feldestein e Dara Massicot in un paper appena pubblicato con Carnegie Endowement in cui sottolineano un altro aspetto innovativo del sistema iraniano. E' caduto il dogma della spesa senza controllo per lo sviluppo di sistemi d'arma. Anche un sistema economico può fare la differenza. L'efficienza dei costi è diventata un parametro importante nel momento in cui le armi non rimangono più chiuse negli arsenali, con il solo obiettivo di esercitare deterrenza, ma vengono usate ogni giorno. "La massa conta, i costi possono essere decisivi e una precisione 'abbastanza buona' può dare vantaggi significativi", riassumono i due analisti.
Per far quadrare i conti e ottimizzare i ridotti arsenali di intercettori, i Paesi del Golfo non useranno più i missili per contrastare i droni, ma solo contro i missili balistici iraniani, come era stata costretta a fare anche Israele verso la fine della 'Guerra dei 12 giorni' dello scorso giugno. "Ci sarà un cambio di tattiche. Gli intercettori saranno usati con maggiore giudizio e solo contro obiettivi di maggior valore, i missili balistici. Questo significa accettare i rischi e consentire essenzialmente a questi droni di penetrare. Questo avrà un effetto devastante sulla relativa calma e stabilità dei Paesi del Golfo che per anni hanno con questo attratto investimenti, turisti ed expat", ha spiegato Becca Wasser, analista al Center for a New American Security, nel 2022 nella commissione per la difesa nazionale strategica Usa, in una intervista al Wall Street Journal.
La strategia di Teheran, con droni 'escalation orizzontale' del conflitto
Ma Teheran sta lanciando in questa guerra centinaia di droni, tanti quanti se non di più dei missili balistici, anche allo scopo di esaurire le difese aree dei Paesi contro cui combatte. Centinaia di droni a lungo raggio al giorno sono stati usati, e vengono tutt'ora usati, dalle forze russe contro le infrastrutture critiche dell'Ucraina, un metodo che Teheran ha appreso e sta usando in questi giorni, arrivando a colpire alberghi, aeroporti, il porto Jebel Ali negli Emirati arabi uniti, la raffineria di Ras Tanoura in Arabia saudita, e l'impianto di produzione di Gnl di Ras Laffan nel Qatar. E se per raggiungere Israele un drone dall'Iran impiegava ore, per i Paesi del Golfo sono necessari a un drone pochi minuti. Per le loro dimensioni ridotte, gli Shahed possono essere nascosti più facilmente di missili e droni. E le testate che portano, pur se di dimensioni ridotte rispetto ai vettori tradizionali, se sganciate contro obiettivi infiammabili come le infrastrutture dell'energia, possono comunque infliggere danni ingenti.
L'impiego massiccio dei droni da parte dell'Iran ha consentito l'"escalation orizzontale" del conflitto (la definizione è di Shashank Joshi, analista di difesa dell'Economist ) che Teheran ha esteso ai Paesi del Golfo, fino ad arrivare alla base della Raf di Akrotiri a Cipro. I Paesi della regione alleati agli Stati Uniti devono quindi iniziare ad apprendere da Kiev come dispiegare lo 'scudo' multitrato con cui l'Ucraina ha imparato a bloccare a costi contenuti gli sciami di droni, fino a 800, che le vengono scagliati contro, grazie ad aerei da combattimento, elicotteri, sistemi elettronici e armi di disturbo e falsificazione di segnali, cannoni e mitragliere anti aeree e altre capacità a basso costo. Perché anche l'Ucraina ha confermato la lezione. Gli Stati Uniti e la Russia non modello con i loro sistemi il teatro di guerra. I 58.272 eventi provocati da droni, con 32.769 vittime, del 2025, sono numeri destinati ad aumentare in modo significativo nei prossimi anni.
Shahed-136: cos'è, quanto costa
Lo Shahed-136 è lungo 3,5 metri e ha una apertura alare di 2,5 metri, un motore a combustione interna e può volare per oltre 2000 chilometri a velocità bassa. E' molto rumoroso. La sua traiettoria è predeterminata anche se di recente, in Ucraina, potrebbe essere stato guidato anche in remoto. Dotato di una testata esplosiva di soli 50 chili di un sistema di guida pre programmato basato su GPS, il drone può essere lanciato in sciami e indirizzato verso bersagli come centrali elettriche, depositi di munizioni, infrastrutture strategiche. Una volta individuato l’obiettivo, il drone vi si getta contro, causando danni significativi a un costo molto inferiore rispetto a un missile da crociera.
Il costo di produzione è stimato fra i 20mila e i 50mila dollari. E' stato impiegato per la prima volta nel giugno del 2021 contro la petroliera israeliana 'Mercer Street', nel Golfo dell'Oman provocando la morte di un rumeno e di un britannico. E' stato progettato dalla Shahed Aviation Industries Research Center, iraniana, che secondo gli Stati Uniti dipende dai Guardiani della rivoluzione. La linea di produzione di droni in Iran è iniziata nei primi anni 2000. A mettere in produzione sistemi dalle stesse caratteristiche, non sono stati solo Ucraina e Stati Uniti, ma anche aziende in China, France e Gran Bretagna.
Secondo fonti ucraine citate da United24 Media, la Russia è in grado ora di produrre 200 Geran-2 al giorno e "nel prossimo futuro" potrà arrivare a mille. Con una testata di peso doppio rispetto ai primi modelli, una velocità che raddoppiata dai 170/200 km/l'ora a 500. E soprattutto, date le antenne e telecamere di cui sono dotati i nuovi modelli, di controllarne la traiettoria da remoto, con la possibilità di colpire anche obiettivi mobili. Le statistiche di Kiev indicano che nei soli tre mesi estivi dello scorso anno, sono stati lanciati 15.933 droni contro il Paese, solo a luglio 6.394, a giugno 5.412 e ad agosto 4.100. Come l'Europa, anche i Paesi del Golfo, possono ora andare a lezione dall'Ucraina.

"L'Iran sta finendo i missili, ha colpito paesi neutrali ed è stata una sorpresa. E ora tutti questi paesi stanno combattendo duramente contro l'Iran". Donald Trump per la prima volta risponde alle domande sull'attacco condotto da Stati Uniti e Israele contro l'Iran. L'offensiva del 28 febbraio ha innescato un conflitto che si è rapidamente esteso in sostanza all'intero Golfo Persico. Teheran ha reagito con missili e droni che hanno colpito i paesi in cui si trovano le basi americane.
"Hanno attaccato paesi che non erano coinvolti e questo descrive il livello di malvagità di questa gente. Ci sono paesi che si sono ritrovati sotto i missili all'improvviso. L'Iran ha attaccato il Qatar, l'Arabia Saudita, gli Emirati. Persino l'Oman[1], il mediatore dei colloqui", dice Trump alla Casa Bianca, nell'incontro con il cancelliere tedesco Friedrich Merz. Tra una risposta e l'altra, il presidente degli Stati Uniti suggerisce l'idea di una sorta di coalizione già esistente. Non sono solo Stati Uniti e Israele, a leggere le parole di Trump, a fronteggiare l'Iran.
Gli Emirati Arabi si preparano
Ufficialmente, nessun paese ha comunicato passi formali. Il dialogo però è continuo. Gli Emirati Arabi Uniti, in particolare, stanno valutando se intraprendere un'operazione militare per fermare il lancio di missili e di droni, afferma la testata americana Axios citando a condizione di anonimato due fonti ben informate. "Gli Emirati Arabi Uniti stanno valutando l'adozione di misure difensive attive contro l'Iran. Sebbene non sia stato coinvolto in alcun modo nella guerra, ha comunque subito il lancio di 800 missili", evidenzia una fonte vicina alle discussioni politiche degli Emirati. "Negli Emirati Arabi Uniti si ritiene che nessun Paese al mondo eviterebbe di valutare la propria posizione difensiva in tali circostanze", ha aggiunto la fonte.
Su 'X' Anwar Gargash, consigliere per la politica estera del presidente degli Emirati Arabi Uniti, scrive che gli attacchi dell'Iran contro gli stati del Golfo "sono stati un errore di calcolo e hanno isolato l'Iran in un momento critico". Nel post Gargash sottolinea che "la vostra guerra non è contro i vostri vicini e questa escalation non fa che rafforzare la narrazione secondo cui l'Iran è la principale fonte di pericolo nella regione e che il suo programma missilistico è una fonte costante di instabilità".
Il ministero della Difesa di Abu Dhabi rende noto che l'Iran ha lanciato 186 missili balistici contro gli Emirati Arabi Uniti: 172 sono stati intercettati, 13 sono caduti in mare e uno è atterrato sul territorio degli Emirati. Sono stati rilevati anche 812 droni, di cui 755 intercettati e 57 che hanno avuto un impatto sul territorio nazionale. Tre cittadini stranieri sono stati uccisi e circa 70 feriti.
"Gli Emirati Arabi Uniti si riservano il pieno diritto di rispondere a questa escalation e di adottare tutte le misure necessarie per proteggere il proprio territorio, i propri cittadini e residenti", afferma il ministero della Difesa.
Qatar già in azione? Israele scommette su azioni Arabia Saudita
Da Israele, a conferma delle parole di Trump, arriva l'indiscrezione secondo cui nei giorni scorsi il Qatar avrebbe già effettuato raid in Iran. A diffondere le news è il canale israeliano Channel 12, uno dei primi ad annunciare la morte dell'ayatollah Ali Khamenei, citando fonti occidentali ben informate a condizione di anonimato. Un alto funzionario israeliano, inoltre, dichiara all'emittente pubblica Kan che - secondo i vertici militari di Israele - presto anche l'Arabia Saudita attaccherà l'Iran.
Oman: "Si può ancora uscire dalla crisi"
Trump evidenzia che persino l'Oman, mediatore negli ultimi colloqui tra Washington e Teheran, è stato preso di mira. Dal sultanato arrivano, per ora, inviti a riprendere la via diplomatica: "Alle moltissime persone che ci hanno contattato dai quattro angoli del mondo: l'Oman apprezza il sostegno dimostrato nei confronti dei nostri sforzi per fermare la guerra", dice il ministro degli Esteri, Badr al-Busaidi. "Rafforzato da questa solidarietà, l'Oman ribadisce il suo appello per un cessate il fuoco immediato e per il ritorno a una diplomazia regionale responsabile. Ci sono vie d'uscita disponibili. Utilizziamole".

Nel colloquio con il presidente americano Donald Trump il cancelliere tedesco, Friedrich Merz ha ribadito con fermezza la posizione dell'Unione Europea sui negoziati commerciali con gli Stati Uniti, sottolineando che "la Spagna è membro dell'Unione Europea e, in quanto tale, conduciamo i negoziati su un accordo tariffario con gli Stati Uniti solo insieme, o non lo facciamo affatto". In una conferenza stampa all’ambasciata tedesca di Washington, Merz ha sottolineato: "Non c'è modo di trattare la Spagna particolarmente male in questo caso. Se raggiungiamo un risultato, allora raggiungeremo tutti un risultato comune, e questo include la Spagna".
Merz ha spiegato che Trump ha basato le sue critiche principalmente sul contributo della Nato: “Ma questo non ha nulla a che fare con i nostri sforzi europei per raggiungere un accordo commerciale". "L'ho fatto a porte chiuse perché non volevo condurre o intensificare il conflitto pubblicamente”, ha spiegato Merz per quanto riguarda la difesa della Spagna.
Nel corso della conferenza stampa all'ambasciata tedesca di Washington ha affrontato anche il tema del conflitto con l’Iran, evidenziando una posizione compatta europea. "Eravamo uniti nella nostra valutazione del regime dei mullah. È responsabile della brutale oppressione della sua stessa popolazione da decenni”, ha detto Merz, aggiungendo: "Questo regime ha minacciato l'esistenza stessa di Israele per decenni". Secondo Merz, il programma nucleare e missilistico militare dell'Iran minaccia la pace e la sicurezza in tutta la regione: "L'Iran diffonde terrore. Questo mette in pericolo i nostri partner e tutti noi."
In particolare, il cancelliere ha parlato del futuro di Teheran: "Se questo regime ora dovesse finire, sarebbe una buona notizia per l'Iran, per il popolo iraniano e per il mondo." Tuttavia, ha sollevato alcuni dubbi: "Non sappiamo se il piano avrà successo. Non è privo di rischi. L'Iran deve cessare immediatamente i suoi attacchi indiscriminati. Deve porre fine al suo programma nucleare, al suo programma missilistico, al terrore e alla repressione".

Il figlio dell'Ayatollah Ali Khamenei, Mojtaba Khamenei, è stato scelto oggi, martedì 3 marzo, come suo successore. Lo riportano i media vicini all'opposizione iraniana. Mojtaba Khamenei assume quindi il ruolo di Guida suprema dell'Iran. Il padre, ucciso nell’attacco israelo-americano su Teheran, sarà sepolto, invece, nella sua città natale Mashad nel nord-est del Paese.
L'annuncio arriva dopo un attacco con un drone sul consolato Usa a Dubai come ha confermato su X il governo degli Emirati. "Le autorità hanno spento un piccolo incendio, ma non ci sono state vittime", hanno dichiarato i funzionari. I video geolocalizzati e verificati dalla Cnn hanno mostrato una colonna di fumo nero che si alza sopra l'edificio del consolato[1], visibile anche da una distanza considerevole.
L'attacco al consolato è stato confermato anche dal Segretario di Stato americano Marco Rubio. "Purtroppo un drone ha colpito un parcheggio adiacente all'edificio della cancelleria, provocando un incendio. Tutto il personale è sano e salvo", ha assicurato Rubio, parlando in conferenza stampa.
Secondo quanto ha riportato il Washington Post, citando due fonti ben informate, lunedì la sede della Cia all'ambasciata americana di Riad in Arabia Saudita è stata colpita da due droni. Funzionari sauditi hanno confermato il crollo del tetto, dopo l'attacco, senza però parlare di vittime.
Era stato dato per morto, insieme al padre, nel raid aereo israelo-americano che sabato ha ucciso l'Ayatollah Ali Khamenei. E invece Mojtaba Khamenei, 56 anni e secondogenito di Khamenei, è stato scelto come nuova Guida Suprema dall'Assemblea degli esperti. Che, riunitasi a votare online dopo il raid contro la sede di Qom, ha optato per Mojtaba Khamenei cedendo, anche, alle pressioni dei Pasdaran. Eppure era proprio la successione padre-figlio che, inizialmente, aveva fatto di lui un candidato poco probabile in un contesto rivoluzionario come quello iraniano, nato dal rovesciamento della monarchia dello scià. Lo stesso Ayatollah Khamenei, in vita, si era detto poco incline a sostenere una successione dinastica.
Pur senza il carisma del padre, Mojtaba Khamenei è però noto per esercitare una notevole influenza dietro le quinte e per i solidi legami con il Corpo dei Guardiani della rivoluzione islamica, nonché con la sua forza paramilitare Basij. Inoltre era ritenuto il candidato più probabile a mantenere il controllo della rete finanziaria costruita dal padre.
Mojtaba Khamenei, secondo fonti Bloomberg, avrebbe costruito un impero immobiliare globale del valore di oltre 100 milioni di sterline solo nel Regno Unito. I fondi provengono principalmente dalle vendite di petrolio iraniano e sono stati fatti transitare su conti in banche britanniche, svizzere, del Liechtenstein e degli Emirati Arabi Uniti, tramite società fantasma registrate a Saint Kitts and Nevis e nell'Isola di Man. Tra le strutture più documentate figura una villa su The Bishops Avenue a Londra - la cosiddetta "Billionaire's Row" - acquistata nel 2014 per 33,7 milioni di sterline. Il portafoglio si estende ad hotel di lusso a Francoforte e Maiorca, una villa nel "Beverly Hills di Dubai" e beni in precedenza detenuti a Toronto e Parigi. Nessuno di questi asset è intestato direttamente a Mojtaba: il suo nome non compare in nessun documento, sostituito da intermediari fidati e scatole cinesi. L'uomo chiave identificato da Bloomberg è il banchiere iraniano Ali Ansari, sanzionato dal governo britannico nell'ottobre 2025 per aver finanziato i Guardiani della Rivoluzione.
Il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha sanzionato Mojtaba già nel 2019, ma le sanzioni non hanno impedito all'impero di espandersi, sfruttando le lacune nei sistemi di trasparenza sulla proprietà effettiva dei beni in molte giurisdizioni occidentali.

Era un incontro programmato da tempo quello fra Donald Trump e il cancelliere tedesco Friedrich Merz, questo martedì 3 marzo, alla Casa Bianca. Tuttavia questo faccia a faccia – il primo del presidente americano con un leader straniero dall’inizio della guerra israelo-americana contro l’Iran – ha assunto un valore completamente nuovo, finendo per essere dominato dalle discussioni sugli attacchi. Va sottolineato come il governo tedesco abbia ricevuto solamente quella che è equivalsa a una chiamata di cortesia poco prima che le forze americane e israeliane lanciassero la loro operazione, mentre, in generale, gli alleati europei sono stati lasciati all’oscuro delle intenzioni di Washington fino a sabato scorso. "Siamo sulla stessa lunghezza d'onda per quanto riguarda l'eliminazione di questo terribile regime di Teheran”, ha affermato Merz nello Studio Ovale. "Speriamo tutti che questa guerra finisca il prima possibile", ha aggiunto. "Quindi, speriamo che l'esercito israeliano e quello americano stiano facendo la cosa giusta per porre fine a tutto questo e per avere, davvero, un nuovo governo in carica, che torni alla pace e alla libertà". Secondo Merz, la necessità è una: elaborare una strategia per l'intera regione del Medio Oriente. “Siamo molto interessati a un approccio comune, a un lavoro comune e a cosa possiamo fare. E questo è importante, non solo per gli americani. È estremamente importante per l'Europa ed estremamente importante per Israele e la sua sicurezza. Quindi non vediamo l'ora di trovare il modo di affrontare il giorno dopo”.
Trump: "Se non avessimo attaccato lo avrebbero fatto prima loro"
Trump, da parte sua, ha dichiarato di aver preso la decisione di entrare in guerra per prevenire gli attacchi iraniani. "Stavamo negoziando con questi pazzi, e pensavo che ci avrebbero attaccato", ha detto. "Ci avrebbero attaccato se non lo avessimo fatto". Allo stesso tempo, il presidente americano, parlando con i giornalisti, ha assicurato che Israele e il primo ministro Benjamin Netanyahu non lo abbiano forzato ad unirsi nella campagna contro Teheran. "No, forse ho forzato io la loro mano", ha detto Trump. "Al massimo, forse io ho forzato la mano di Israele, ma Israele era pronto, e noi eravamo pronti, e abbiamo avuto un impatto molto, molto potente”, ha ripetuto poco dopo. Un’affermazione che contrasta con ciò che ha detto il Segretario di Stato Marco Rubio ai legislatori del Congresso, questo lunedì, spiegando che gli Stati Uniti si sono trovati di fronte a una minaccia imminente dato che Israele stava per attaccare l'Iran e che l'Iran era pronto a reagire contro le forze statunitensi. Nel primo faccia a faccia con i giornalisti in cui ha risposto alle loro domande dall’inizio della guerra, Trump ha spiegato che "quasi tutto è stato distrutto" nel Paese.
"Non hanno la Marina. È stata messa fuori uso. Non hanno l'Aeronautica. È stata messa fuori uso. Non hanno il rilevamento aereo, è stato messo fuori uso. Il loro radar è stato messo fuori uso. E praticamente tutto è stato messo fuori uso". Interpellato sul possibile scenario peggiore del conflitto, Trump è stato molto schietto: "Immagino che il caso peggiore sarebbe che, dopo aver fatto questo, poi prendesse il potere qualcuno che sia cattivo quanto il precedente leader, giusto?”. E alla domanda su chi vorrebbe che prendesse il potere, ha dato una risposta secca: "Oggi c'è stato un altro colpo alla nuova leadership e sembra che sia stato piuttosto sostanziale. La maggior parte delle persone che avevamo in mente sono morte”, ha reiterato l’americano.
E per quanto riguarda un possibile passaggio di potere in Iran, Trump ha minimizzato l’ipotesi che l'attivista iraniano in esilio Reza Pahlavi – figlio dell'ultimo scià dell'Iran – possa assumere la guida del Paese, affermando di preferire che qualcuno dall'interno dell'Iran se ne occupi. "Alcune persone lo apprezzano, e non ci abbiamo pensato molto", ha detto Trump. "Mi sembra che qualcuno dall'interno sarebbe forse più appropriato".
Le critiche a Spagna e Regno Unito
Trump ha approfittato della riunione nello Studio Ovale per elogiare l’aiuto di alcune nazioni Nato come la Germania: "Non stiamo chiedendo loro di mettere gli stivali sul terreno". E per criticare la posizione di Paesi come il Regno Unito: il governo di Keir Starmer ha dichiarato che non vuole partecipare attivamente al conflitto, ma solo in maniera difensiva, senza permettere agli Stati Uniti di usare una loro base nell’isola Diego Garcia, ubicata nell’arcipelago Chagos dell’Oceano Indiano. “Il Regno Unito è stato molto, molto poco collaborativo con quella stupida isola che hanno ceduto e preso in affitto per 100 anni, forse a causa del fatto che gli indigeni rivendicano l'isola senza mai averla mai vista prima. Cos'è tutto questo? E rovinano i rapporti. È un peccato”. "Non abbiamo a che fare con Winston Churchill”, ha aggiunto.
In particolare, Trump ha criticato duramente la Spagna, definita dall’americano come terribile, in quanto non ha permesso agli Stati Uniti di usare le proprie basi per gli attacchi e non vuole aumentare al 5% la sua spesa militare all’interno dell’Alleanza Transatlantica. “Potremmo usare le loro basi se volessimo. Potremmo semplicemente volare lì e usarle. Nessuno ci dirà di non usarle. Ma non siamo obbligati a farlo. Ma sono stati ostili”, ha detto. Tanto che Trump ha ordinato al segretario del Tesoro Scott Bessent d’interrompere ogni rapporto con il Paese. “La Spagna non ha assolutamente nulla di cui abbiamo bisogno, a parte persone fantastiche. Hanno persone fantastiche, ma non hanno una grande leadership”, ha detto il repubblicano. “Interromperemo ogni commercio con la Spagna. Non vogliamo avere niente a che fare con la Spagna.
Merz, da parte sua, ha provato ad avere un tono più distensivo sulla questione Spagna: “Stiamo cercando di convincere la Spagna a raggiungere il 3% o il 3,5% concordato in seno alla NATO. E come ha detto il Presidente, è corretto, la Spagna è l'unica che non è disposta ad accettarlo, e stiamo cercando di convincerla che questo fa parte della nostra sicurezza comune, che tutti dobbiamo rispettare queste cifre. E questo è il 3,5% per le forze armate e un altro 1,5% per le nostre infrastrutture militari”.
Sulla questione del programma nucleare iraniano, Trump ha affermato che l’attacco dello scorso giugno era necessario per impedire a Teheran di ottenere un’arma atomica nel giro di un mese. E ha criticato l’accordo che l’ex presidente Barack Obama aveva siglato con il Paese mediorientale: “L'altra cosa è che Barack Hussein Obama ha fatto forse il peggior accordo che abbia mai visto, perché ha dato tutto il potere in Medio Oriente all'Iran. È andata esattamente nella direzione opposta. E io l'ho rescisso. Se non avessi rescisso quell'accordo, tre anni fa si sarebbero ritrovati con un'arma nucleare di grandi dimensioni, che sarebbe già stata usata almeno contro Israele, e anche contro altri paesi". Parlando delle eventuali proteste della popolazione iraniana contro il governo, Trump è stato categorico: è ancora troppo presto. "Se avete intenzione di uscire a protestare, non fatelo ancora. È molto pericoloso là fuori. Stanno sganciando molte bombe", ha detto.
Al di là della questione Iran, i due leader hanno parlato della guerra in Ucraina, che secondo Trump rimane in cima alla lista delle sue priorità. Merz ha affermato che c'è un forte interesse per un approccio comune quando si dovrà affrontare il team del "day after", una volta che la guerra sarà finita. Il tycoon di New York pensava che sarebbe stato molto più facile trovare un accordo di quanto non sia, ma ha riconosciuto come vi sia un "odio tremendo" tra Volodymyr Zelenskyy e Vladimir Putin. “Tutto quello che si può fare è fare del proprio meglio. Per ballare il tango ci vogliono due persone, e devono andare d'accordo. Devono riuscire a parlarsi. Si odiano molto. Questo ha un impatto. Davvero un impatto. È un male per entrambi”. “In media, dai 25.000 ai 30.000 soldati muoiono ogni mese in quella stupida guerra, e mi piacerebbe vederla finire. È la peggiore guerra dai tempi della Seconda Guerra Mondiale”, ha aggiunto Trump. Alle parole di Trump, hanno fatto eco quelle di Merz, sottolineando l’importanza di trovare una soluzione in Ucraina: “Ci sono troppi cattivi in questo mondo, in realtà. E questo è un problema di cui dobbiamo parlare, perché tutti vogliamo che questa guerra finisca il prima possibile. Ma l'Ucraina deve preservare il suo territorio, e ci sono interessi di sicurezza e beh, ne parleremo”. (di Iacopo Luzi)
Escono Ivano Cuccu e Carmen Murru, Oristano al Centro lascia la
maggioranza... Trump contro la Spagna dopo il 'no' sull'Iran: "Governo Sanchez terribile, stop accordi commerciali"

Dopo l'attacco all'Iran, Donald Trump coglie l'occasione di un punto stampa con il Cancelliere tedesco Merz per 'bacchettare' in diretta quei Paesi europei che hanno apertamente rifiutato di offrire sostegno all'operazione Usa o 'rei' di non collaborare abbastanza nelle prime fasi dei raid. Nel mirino del tycoon finiscono così la Spagna ma anche la Gran Bretagna, con una stoccata in particolare al premier Keir Starmer.
Nei primi giorni dell'operazioni militare contro l'Iran, alcuni Paesi "sono stati d'aiuto, altri no", le parole di Trump, che ha iniziato dagli elogi prima di passare alla 'lista nera': "La Germania è stata ottima. Altri sono stati molti bravi. Il capo della Nato, Mark Rutte, penso sia fantastico" ma "altri europei sono stati terribili...".
La dura risposta dopo il 'no' della Spagna
Ed è così che, davanti ai giornalisti, il leader Usa ha quindi annunciato lo stop agli scambi commerciali con la Spagna, il cui "terribile" governo di Pedro Sanchez ha rifiutato di consentire agli aerei statunitensi di utilizzare le sue basi per attaccare l'Iran e si è opposto all'aumento dei fondi per la difesa nell'ambito della Nato. "La Spagna si è comportata in modo terribile. Ho detto a Bessent di interrompere il commercio con la Spagna. Non vogliamo avere nulla a che fare con loro", l'attacco di Trump.
L'attacco a Starmer
Trump si è poi scagliato contro il premier britannico Keir Starmer per il rifiuto iniziale a concedere l'utilizzo di basi militari britanniche nell'operazione militare in Iran. "Non sono contento del Regno Unito - ha detto Trump parlando ai giornalisti -. Ci sono voluti tre o quattro giorni per capire dove potevamo atterrare. Non abbiamo certo a che fare con Winston Churchill".
Perché Trump bacchetta Spagna e Gb
Già dopo le prime ore dei raid, la Spagna si era smarcata del tutto dagli Usa, rifiutando apertamente il sostegno all'operazione voluta da Trump con Israele. "Ogni Paese prende le proprie decisioni di politica estera. La Spagna ha una posizione molto chiara: la voce dell'Europa deve essere in questo momento una voce di equilibrio e moderazione, lavorare per la de-esclation e perché si torni al tavolo negoziale", aveva spiegato il ministro degli Esteri spagnolo, Jose Manuel Albares. "Una logica di violenza come quella che stiamo vivendo porta ad una spirale di violenza e azioni militari unilaterali fuori dalla Carta delle Nazioni Unite, fuori da qualsiasi azione, nessuno ha un obiettivo chiaro. L'Europa deve difendere il diritto internazionale, la de-escalation e i negoziati".
La posizione della Spagna di non sostenere gli attacchi all'Iran ha spinto il Pentagono a ritirare una decine di aerei cisterna KC-135 dispiegati nella base di Moron de la Frontera, e, in misura minore, a Rota, usati per il rifornimento in aria dei caccia, ha confermato la ministra della Difesa, Margarita Robles, sottolineando che gli accordi di cooperazione, che stabiliscono le regole per la permanenza delle truppe americane in Spagna, prescrivono che queste "devono operare nell'ambito della legalità internazionale" mentre ora sono impegnate in azioni unilaterali, senza il sostegno di organizzazioni multinazionali, come Onu, Nato e Ue.
"Le basi non daranno appoggio, a meno che non sia necessario dal punto di vista umanitario", ha aggiunto, sottolineando che fino a quando "non ci sarà una soluzione, il trattato non sarà applicato".
Dal canto suo, il premier britannico Keir Starmer nelle scorse ore aveva già confermato alla Camera dei Comuni che la Gran Bretagna non prenderà parte alla fase iniziale degli attacchi. "Riteniamo che il modo migliore per andare avanti nella regione e per il mondo sia una soluzione negoziale in cui l'Iran accetti di rinunciare a qualsiasi aspirazione a sviluppare armi nucleari e di cessare le sue attività destabilizzanti nella regione", aveva dichiarato il premier, precisando che la sua è "la posizione che hanno da tempo i successivi governi britannici". "Il presidente americano Donald Trump ha espresso il suo disaccordo con la nostra decisione di non essere coinvolti con gli attacchi iniziali. Ma spetta a me decidere cosa è negli interessi nazionali britannici. Ed è quello che ho fatto e a cui mi attengo".
Dg Maschio, 'sostegno reale durante la fase più complessa
dell'emergenza'... 
"Proteggere i bambini alla loro prima stagione di Rsv-virus respiratorio sinciziale, è fondamentale. Significa proteggerli da una" infezione "grave che, quando colpisce i bambini più piccoli, determina patologie respiratorie come la bronchiolite", che li porta "all’ospedale. I bambini vengono ricoverati, hanno bisogno di essere intubati, hanno bisogno dell'ossigeno e della terapia intensiva. Proteggerli da questo, con i mezzi che abbiamo, significa dare ai bambini un'opportunità di salute molto importante". Lo ha detto Chiara Azzari, professoressa ordinaria di Pediatria dell'università di Firenze, in occasione dell'evento 'Road to immunity' organizzato da Sanofi oggi e domani a Roma, che riunisce rappresentanti delle istituzioni, società scientifiche, clinici ed esperti di sanità pubblica per un confronto sul ruolo delle strategie di prevenzione nelle malattie respiratorie. Al centro dell'incontro c'è l'evoluzione dello scenario epidemiologico e il valore delle nuove soluzioni preventive, dai vaccini innovativi agli anticorpi monoclonali a lunga durata d'azione. "Il monoclonale che stiamo utilizzando adesso, per tutti i bambini - sottolinea Azzari - ha cambiato la storia dell'Rsv poiché è in grado di proteggere oltre il 90% dei bambini: le famiglie lo accettano tutte molto volentieri. Questo fa sì che il numero delle ospedalizzazioni si riducano del 90%: se in ospedale prima di questa terapia ricoveravo 30 bambini, adesso ne devo ricoverare solo 3. E' un grande guadagno in termini di salute".
Aggiunge Eugenio Baraldi, professore ordinario di Pediatria dell'università di Padova: "Da anni sappiamo che l'infezione da virus respiratorio sinciziale, soprattutto nei primi anni di vita, può portare a delle conseguenze a lungo termine. In particolare, all'insorgenza del broncospasmo ricorrente o dell'asma. Quello che stiamo osservando, dopo l'avvento dell’anticorpo monoclonale, è che evitando l'infezione nei primi mesi di vita si può prevenire la complicanza. L'immunoprofilassi - precisa - va ben oltre il fatto di prevenire l'infezione acuta: abbiamo dati preliminari che ci dicono che possiamo ridurre la prevalenza dell'asma".
Attualmente "l'Rsv è sicuramente uno dei casi paradigmatici in cui si vede come la programmazione e l'intervento sanitario in prevenzione è assolutamente costo-efficace e, in alcuni casi, addirittura 'cost saving'", quindi fonte di risparmi, osserva Andrea Marcellusi, presidente Ispor (International Society for Pharmacoeconomics and Outcomes Research) Italy Rome Chapter. "Le evidenze che abbiamo a disposizione sono tantissime ormai - chiarisce l'esperto - Oggi abbiamo dati 'real world' che sono in grado di dimostrare come l'intervento sanitario di nirsevimab abbia generato riduzioni di spesa e una gestione ottimale delle risorse sanitarie, riducendo ospedalizzazioni e garantendo efficienza gestionale di questi pazienti, oltre a migliorarne la qualità di vita".
Todde, 'previsto un incentivo di 2.000 euro mensili'... Non è solo una guerra di missili e deterrenza. È una partita di obiettivi non dichiarati, di consenso interno fragile e di alleanze regionali in bilico. Nelle ore successive all’operazione americana contro l’Iran, la domanda centrale non è tanto se gli Stati Uniti abbiano la capacità militare di sostenere lo sforzo, quanto quale sia l’obiettivo politico. L'Adnkronos ne ha parlato con Alissa Pavia, che a Washington è senior fellow dell’Atlantic Council, esperta di Nord Africa e Medio Oriente, direttrice dell’area Mena di Geopolitica.info. Dalla confusione sugli obiettivi dell’amministrazione Trump al nodo del regime change, dal ruolo dei proxy iraniani alla postura dei Paesi del Golfo, emerge un quadro fluido in grado di ridisegnare l’intero Medio Oriente.
Negli Stati Uniti l’operazione contro l’Iran viene percepita in modo diverso rispetto alla narrazione europea, spesso molto critica verso Trump?
È ancora presto per dirlo con certezza. Un primo sondaggio indica che una parte consistente degli americani non è entusiasta di una politica interventista. Il Midwest e quella che viene definita “Mainland America” hanno espresso più volte frustrazione per le questioni economiche interne e non vedono necessariamente un intervento militare come un beneficio diretto per il Paese. Allo stesso tempo, la morte di Khamenei viene percepita da molti come un fatto positivo. C’è un elemento di contraddizione: alcuni di coloro che oggi criticano l’interventismo erano gli stessi che solo pochi mesi fa chiedevano un’azione forte per fermare la repressione in Iran.
C’è chiarezza sugli obiettivi strategici dell’amministrazione americana?
No, assistiamo a una certa confusione. Si è parlato di regime change, ma il regime change è cosa diversa dalla decapitazione militare. Inizialmente Trump aveva evocato un cambiamento totale della leadership e dell’assetto politico. Poi ha citato il Venezuela come possibile modello, ma lì non c’è stato un vero cambio di regime. Questa ambiguità crea incertezza nell’opinione pubblica e anche tra i membri dell’amministrazione. È significativo che nessun segretario sia andato nei talk show domenicali per spiegare la linea ufficiale: segno che non c’è una narrativa condivisa.

Dal punto di vista militare, la missione è sostenibile?
Il dibattito qui non si concentra tanto sulla capacità militare. Gli Stati Uniti, insieme a Israele, sono chiaramente più forti dell’Iran. La vera preoccupazione è la durata. L’Occidente tende a indebolirsi politicamente con il protrarsi delle guerre. Il consenso interno può erodersi rapidamente se non sono chiari gli obiettivi. Inoltre, le dichiarazioni contraddittorie sul possibile invio di truppe di terra aumentano l’incertezza. Se l’obiettivo fosse davvero un regime change, sarebbe difficile immaginarlo senza presenza fisica sul territorio.
È realistico immaginare che l’opposizione iraniana possa prendere il potere?
È il problema cruciale. Trump ha incitato il popolo iraniano a ribellarsi. Se questo accadesse, potrebbe presentarlo come una vittoria politica personale, rafforzando la sua legacy. Ma resta il nodo di chi governerebbe dopo. La diaspora iraniana è enorme, ma non è mai riuscita a esprimere una figura unitaria. Si è parlato di Reza Pahlavi, che non ha un vero sostegno interno. Se il regime repressivo crollasse senza una struttura alternativa pronta, il rischio sarebbe un caos endemico. Gli iraniani hanno una storia di sommosse popolari, ma trasformare una rivolta in governo stabile è un’altra cosa.
Esiste un piano americano per il “day after” iraniano? Un possibile “piano Marshall”?
Di sicuro non è il petrolio l’obiettivo primario. Gli Stati Uniti oggi sono esportatori netti di energia e non hanno la stessa dipendenza di vent’anni fa. L’obiettivo sembra piuttosto indebolire l’Iran, ridurre la minaccia dei missili balistici e ottenere un negoziato sul nucleare più favorevole all’Occidente. Un eventuale governo ad interim filo-occidentale potrebbe aiutare a gestire lo Stretto di Hormuz e stabilizzare il commercio internazionale. Ma non mi sembra che l’obiettivo sia “estrarre petrolio”, come spesso si sostiene in Europa.
Cosa accade alla rete dei proxy iraniani?
Hezbollah ha mostrato divisioni interne prima di intervenire. Questo dimostra quanto dipendano dall’Iran per la direzione strategica. Il rischio maggiore è la frammentazione: milizie più autonome e meno coordinabili sono anche più difficili da contenere. Se viene meno un comando centrale forte, si possono creare situazioni ancora più instabili, come già accaduto in Yemen.
Il conflitto può ridisegnare il Golfo?
Dipende tutto dagli obiettivi e dai risultati. Gli Emirati hanno lasciato intendere di essere pronti a sostenere un’azione risolutiva contro il regime iraniano, ma non vogliono mezze misure. I Paesi del Golfo temono di essere lasciati esposti. Nel 2019, dopo gli attacchi agli impianti sauditi, la mancata risposta americana fu percepita come un tradimento. Se oggi si ripetesse una percezione simile, il Golfo potrebbe rafforzare ulteriormente i legami con Cina e Russia. La sicurezza del Golfo si basa sulla protezione americana. Se questa appare incerta, l’intero assetto regionale potrebbe cambiare. (di Giorgio Rutelli)

Oltre 7 milioni di italiani soffrono di problemi d'udito, di cui circa 112.000 under 14. In occasione della Giornata mondiale dell'udito che si celebra oggi, Stefano Di Girolamo, presidente della Società di otorinolaringoiatria pediatrica, fa il punto con l'Adnkronos Salute su quali rischi oggi corre la salute uditiva dei grandi e dei piccoli. "Fortunatamente - spiega - per i bambini abbiamo lo screening universale per le ipoacusie e questo permette di non avere zone d'ombra dove ti perdi i piccoli sordi. In più abbiamo gli impianti cocleari che ci permettono di sopperire alla mancanza di un organo di senso. Ma ci sono dei punti da migliorare, ad esempio la gestione delle otiti ricorrenti che possono causare anche danni seri. Quindi c'è la necessità di aumentare l'attenzione e di avere un maggior coinvolgimento dei pediatri". La salute dell'udito è spesso messa a repentaglio "in età adolescenziale dall'esposizione cronica a un'intensità sonora forte. Pensiamo alle discoteche o ai concerti, quando si esce con l'orecchio ovattato vuol dire che c'è stato un stimolo eccessivo, ma penso anche all'uso illimitato e a volume alto delle cuffie e degli auricolari".
Sono 3 i rischi da non sottovalutare, indipendentemente dall'età: "Quello legato a motivi professionali e ludici - avverte lo specialista - poi le otiti ricorrenti nel bambino e infine, poco noto, gli effetti di radio e chemioterapia che ci fanno sopravvivere di più in caso di tumore, ma causano danni collaterali e anche perdita dell'udito".
Il messaggio della Società di otorinolaringoiatria pediatrica in occasione della Giornata mondiale dell'udito è "la prevenzione ad ogni età anche nella terza", suggerisce il presidente che aggiunge: "C'è ancora uno stigma sugli apparecchi acustici che invece sono un dispositivo importantissimo anche in funzione anti-demenza. Se non senti non capisci cosa ti accade intorno e ti isoli dalla società e dalla famiglia, con la conseguenza che sopraggiunge un calo delle capacità cognitive e la depressione". Se ci sono i primi sintomi di un deficit uditivo "occorre una visita specilistica, un esame audiometrico e iniziare una riabilitazione uditiva in grado di mantenere la capacità di ascoltare", conclude Di Girolamo.



