
Da una parte i rischi di tossinfezioni alimentari e dall'altra lo spreco. E' quello che dovremmo ricordarci quando mettiamo un alimento nel carrello della spesa, dopo avere letto per bene l'etichetta, che ci fornisce tante informazioni, e soprattutto la scadenza. Per alcuni alimenti va rispettata "senza indugiare perché i rischi di contaminazioni batteriche invisibili sono alti", mentre per "altri dovremmo anche farci guidare dal buon senso". A fare il punto per l'Adnkronos Salute è Antonella Maugliani, prima ricercatrice del Dipartimento Sicurezza alimentare, nutrizione e sanità pubblica veterinaria dell'Istituto superiore di sanità (Iss).
'Da consumarsi entro' o 'preferibilmente entro', qual è la differenza
Il primo passo è fare chiarezza sulle varie tipologie di scadenza che hanno gli alimenti, freschi o meno: "La dicitura 'da consumare entro', seguita dal giorno e dal mese, soprattutto per il latte, lo yogurt e i formaggi freschi, la carne o il pesce - spiega Maugliani - ci impone di non consumarli e non fidarci del nostro occhio e naso per percepire se sono ancora buoni, perché tanti batteri sono invisibili e c'è il rischio di tossinfezioni". Anche se è passato solo un giorno? "Sì, perché quella data è stata messa dall'azienda ed è frutto di prove e rispetta la normativa sulla sicurezza alimentare".
Mentre la dicitura 'da consumarsi preferibilmente entro'? "Meglio chiamarla Tmc (tempo minimo di conservazione) - continua l'esperta - ed è invece un'indicazione relativa alla qualità degli alimenti che si possono consumare anche oltre la data se conservati bene e non sono aperti, ma potrebbero aver perso sapore, freschezza e odori. Un esempio: la pasta, il riso, i cibi in scatola, gli snack, il tonno. Qui vale la regola del buon senso: una volta aperto, se la consistenza e l'odore non è quello tipico conosciuto, meglio controllare l'etichetta e verificare se è passato 1 meso o 1 anno dalla data. Tendenzialmente", per fare un esempio, "una scatoletta di tonno, conservata bene, si può mangiare anche dopo 1 anno".
Maugliani è la responsabile scientifica del progetto Sac (Sicurezza alimentare a casa) dell'Iss, che ha come obiettivi "monitorare come viene percepita la sicurezza alimentare online, per migliorare la comunicazione e supportare i consumatori nelle loro scelte consapevoli, attraverso strumenti digitali dedicati".
"Una delle domande del questionario" 'Mangia sicuro' del progetto Sac dell'Iss "è proprio sulle uova: dove vanno conservate una volta acquistate? Perché al supermercato sono sugli scaffali e non in frigo. Ma, invece, vanno messe in frigo nel ripiano centrale dove viene garantita una temperatura stabile senza sbalzi", sottolinea Maugliani.
L'acqua nelle bottiglie di plastica e l'insalata in busta
Gli italiani, poi, sono dei grandi consumatori di acqua in bottiglie di plastica. Si può bere anche se scaduta? "C'è un problema chimico se andiamo oltre la data di scadenza, ovvero il rilascio di sostanza plastiche. In più non sappiamo come è stata conservata e trasportata. Consiglio - suggerisce l'esperta - di berla entro i limiti della scadenza, non lasciarla mai al sole e mai abbandonare una bottiglietta in macchina e poi pensare di bere il contenuto giorni dopo".
Infine, l'insalata in busta va lavata? "Io consiglio di lavarla perché non tutte sono uguali, ci sono quelle che rientrano nei prodotti di quarta gamma che hanno subito degli accorgimenti nel confezionamento per modificare l'atmosfera nella busta e garantire la salubrità del prodotto", conclude la specialista dell'Iss.

Il successo a Sanremo passa (anche) dai social. Nasce da qui il progetto con cui Human Data fornirà in esclusiva ad Adnkronos un monitoraggio quotidiano del “festival digitale”: una lettura parallela alla tv e al giudizio artistico, basata su conversazioni online, crescita delle community, visualizzazioni video, volume delle menzioni e analisi del sentiment. Ogni mattina, su Adnkronos, saranno pubblicate le informazioni e le curiosità emerse dal web.
L’idea è semplice: affiancare ai tradizionali indicatori del festival una misurazione “social-driven” capace di descrivere, in modo strutturato, quanto gli artisti in gara riescano a catalizzare attenzione e consenso online. Human Data costruirà un indicatore complessivo di performance che restituirà una classifica degli artisti più “forti” nella dimensione digitale: non una graduatoria artistica, ma un termometro dell’impatto sociale e della capacità di trasformare l’attenzione del pubblico in conversazioni, follower e interazioni.
Che cosa verrà pubblicato ogni mattina su Adnkronos
Il format quotidiano include, in particolare:
• la classifica dei 30 cantanti e delle canzoni più discusse;
• il momento più commentato della serata;
• gli ospiti che hanno generato più conversazioni;
• gli episodi più divertenti e virali;
• frasi, tormentoni e “highlight” che hanno fatto parlare gli utenti italiani.
Il progetto integra diverse dimensioni del consenso online: conversazioni sul web, crescita delle community social degli artisti, visualizzazioni video, volume delle menzioni online, analisi del sentiment positivo generato dalle conversazioni digitali.
L’incrocio di queste metriche, elaborato attraverso un modello sviluppato e integrato con l’AI, porta alla costruzione dell’indicatore di performance complessiva e quindi alla classifica social-driven.
Che cos’è Human Data e da dove nasce
Human Data è una piattaforma “AI-driven” pensata per trasformare flussi continui di dati web e social in asset utili per aziende, istituzioni e organizzazioni. Il progetto nasce dall’integrazione di piattaforme proprietarie che operavano già su due fronti: il mondo corporate e il mondo politica/istituzioni. In particolare, l’ecosistema tecnologico mette insieme l’esperienza di SocialCom (guidata da Luca Ferlaino) e Spin Factor (guidata da Tiberio Brunetti), con un focus su data intelligence, social listening e analisi semantica avanzata.
Perché conta: la convergenza digitale cambia anche Sanremo
Il punto non è “sostituire” televisione, radio o critica musicale, ma fotografare un pezzo ormai decisivo dell’ecosistema del festival: la conversazione online come acceleratore di popolarità, reputazione e memorabilità. In altre parole, la rete non commenta soltanto Sanremo: contribuisce a plasmarne l’evoluzione, sera dopo sera.
E' stato il gennaio più piovoso degli ultimi 61 anni... 
"Non siamo di fronte al futuro della sanità, ma di fronte a un presente già più che operativo: l'intelligenza artificiale, infatti, è entrata nella sua adolescenza e ha già trasformato e cambiato le nostre vite, nel bene e nel male. Parlando delle cose positive", si può considerare "l'applicazione dell'Ai, insieme alla digitalizzazione, nella ricerca, nella cura e anche nelle prestazioni sanitarie. E' un potenziale di elaborazione di calcolo enorme", che dà anche "la possibilità di fare sempre meno errori e di avere un controllo sempre più accurato di tutti i processi e i sistemi". Lo ha detto Beatrice Lorenzin, componente Commissione Bilancio, Senato della Repubblica, intervenendo oggi a Roma all'evento di presentazione del programma formativo 'Il futuro che cura', promosso da Johnson & Johnson e Microsoft Italia, in collaborazione con Fondazione Mondo Digitale Ets.
"Tra gli aspetti negativi e rischiosi vi è il fatto che si tratta di una macchina che è, di per sé, generativa - osserva Lorenzin - quindi è molto importante ciò che inseriamo, cioè come decidiamo di governare il processo. Non lo stiamo ancora facendo, anzi lo siamo subendo. C'è bisogno di un sistema di regole per garantire libertà, democrazia nell'accesso alle informazioni. C'è un grande tema sulla responsabilità, sia clinica che non clinica: è molto importante che questi aspetti siano governati".
In questo contesto il contributo della formazione "è molto importante - aggiunge Lorenzin - Abbiamo uno strumento eccezionale per migliorare le cure e ridurre i rischi e gli errori, ma le persone devono essere formate. Tutti gli operatori sanitari, in tutta la filiera, ma anche i cittadini vanno formati a saper gestire questo mezzo, preservando sempre, però, il rapporto interpersonale e interrelazionale, perché l'idea di essere curato da un umanoide - conclude - a me non piace molto".
Le ricerche tra Aggius, Trinità d'Agultu e Vignola...
Martedì 24 lavori anche a Sorso sulle reti idriche in via Roma... 
Nonostante i progressi della ricerca, il tumore del colon-retto rappresenta ancora oggi una sfida se consideriamo che nel 2023 sono stati stimati circa 26.000 casi negli uomini (circa il 12% di tutti i tumori nel sesso maschile) e 24.000 nuovi casi nelle donne (circa il 13% di tutti i tumori del sesso femminile). Negli ultimi anni si sono moltiplicati gli studi sull'insorgenza del tumore al colon-retto prima dei 50 anni: in Italia il numero dei casi negli under 50 è addirittura raddoppiato, e la scienza sta cercando di capire quali possono essere i fattori che aumentano il rischio di ammalarsi. Ad oggi la prevenzione rimane una delle armi più efficaci per ridurre l'incidenza e la mortalità di questa neoplasia.
Marzo è il mese europeo dedicato alla prevenzione del tumore del colon-retto e Valeria D'Ovidio, dirigente medico e coordinatore della Uosd di Gastroenterologia ed Endoscopia digestiva dell'ospedale Sant'Eugenio di Roma, ha organizzato un evento proprio al Sant'Eugenio inserendo in calendario per il 14 marzo un appuntamento dedicato a specialisti della materia, per fare un punto della situazione su questo tipo di tumore. Il titolo della tavola rotonda, per addetti ai lavori: 'Cancro del colon-retto: dallo screening alla sperimentazione scientifica… what's next?'. L'inizio dei lavori è previsto alle 9.
I relatori si confronteranno sollevando varie angolazioni del problema. Sono coinvolti i presidenti attuali e past delle società regionali di gastroenterologia del Lazio quali Aigo e Sied, nonché relatori e moderatori di eccellenza provenienti da tutta Italia. Si parlerà di innovazione sia diagnostica che terapeutica. La diagnosi precoce sta diventando non solo più efficace, ma anche più intelligente, grazie all'uso dei test oncologici non invasivi, e all'introduzione della intelligenza artificiale come grande alleato nei programmi di screening.
Il dibattito riguarderà anche la linea sottile di frontiera che spesso c'è tra gli interventi chirurgici veri e propri e le tecniche endoscopiche o mininvasive. Queste ad oggi permettono di trattare le forme di tumore più iniziali o i pazienti non suscettibili di intervento chirurgico che rappresentano una fascia di popolazione che sta proporzionalmente aumentando. Si parlerà infatti anche della gestione dei pazienti fragili che spesso richiedono terapie personalizzate. E' in atto inoltre una vera e propria rivoluzione che sta interessando il microbiota intestinale, che sembrerebbe essere di grande aiuto anche nella diagnosi del cancro del colon-retto e nella scelta di terapie target.
Diverse aziende hanno sostenuto l'iniziativa in qualità di sponsor e partner. Fujifilm healthcare Italia, insieme al partner Gn Medica, ha collaborato all'evento del 14 marzo con l'obiettivo di sensibilizzare la popolazione sull'importanza della prevenzione e dei percorsi di screening, in collaborazione con i professionisti della salute, promuovendo una maggiore consapevolezza sui controlli disponibili e sull'adesione ai programmi raccomandati, come ad esempio il test del sangue occulto nelle feci. Presente al varo della conferenza una formazione da camera della Banda dell'Esercito Italiano, che allieterà l'inizio con un momento musicale dedicato a tutti i relatori della tavola rotonda della giornata e a illustri ospiti presenti.

Dal tiramisù 'doping' legale ai pizzoccheri valtellinesi diventati ormai famosi nel mondo, fino alle file per il gelato al 'pistaccìo', le Olimpiadi di Milano Cortina vincono anche a tavola. Se quello della cucina italiana patrimonio Unesco era forse il trionfo più scontato dei Giochi, più sorprendenti sono le quantità di cibo consumato (assicurano sempre con piacere) dai 2.880 atleti giunti in Italia da tutto il mondo.
Milano Cortina, caffè ingrediente segreto
Ottomila, mille più di quelli cantati da Alex Britti nel celebre tormentone sanremese, sono i caffè consumati in media ogni giorno nei Villaggi olimpici di Milano e Cortina. Sommando i tiramisù andati a ruba in tutti i buffet e gli espressi consumati con grande stupore 'all'italiana', ovvero al bancone dei bar, la dose di caffeina assunta da atleti e staff sembra ben al di sopra di quella raccomandata. Tra jet lag e festeggiamenti per le medaglie, il tempo per ricaricare le batterie non dev'essere bastato.
Milano Cortina tra pizza e pasta
Pizza e pasta, simboli dell'Italia nel mondo, oltre a fonte di carboidrati fondamentali per gli atleti, si sono confermate protagoniste anche a Milano Cortina. Si calcola che in media nei Villaggi olimpici siano state consumate ogni giorno 12mila fette di pizza. Quanto alla pasta, in occasione dei Giochi il Cio ha addirittura prodotto un nuovo formato: gli Anelli Olimpici.
La pasta 'a cinque cerchi', che con la ricetta alla Crudaiola dello chef stellato Carlo Cracco celebra la tradizione italiana, è stata servita agli atleti di tutto il mondo. La media del consumo di pasta ai Villaggi olimpici nelle settimane dei Giochi è stata di 365 chili al giorno. Sugo privilegiato il classico pomodoro, ma c'è anche chi - come ha raccontato all'Adnkronos lo chef di Casa Italia Livigno Stefano Saltari - ha azzardato il condimento con l'aceto.
In tanti devono però essersi attenuti alla più golosa delle tradizioni italiane, la 'nevicata' di formaggio. Anzi, forse 'valanga' a giudicare dal consumo di Grana Padano: ne sono stati fatti fuori 60 chili al giorno nei Villaggi olimpici.
Milano cortina, diecimila uova al giorno nei villaggi
Se pasta e pizza hanno garantito l'apporto di carboidrati fondamentale per gli atleti, a quello proteico hanno pensato le uova. Tra colazioni, pranzi e cene (il cibo nei Villaggi olimpici era disponibile 24 ore su 24, con finestre molto ampie per i pasti principali) il consumo medio è stato impressionante: 10mila uova al giorno, ben più dei preservativi olimpici che tanto hanno fatto parlare.
Risultato dell'abbuffata olimpica: la Fondazione Milano-Cortina ha calcolato che impilassero tutti i vassoi utilizzati ogni giorno nei Villaggi olimpici si creerebbe una torre alta 60 chilometri, si formerebbe una torre alta 60 chilometri, 18 volte la Tofana di Rozes.

Non uno scontro politico ma un’occasione (rara) di entrare nel merito di una riforma come quella targata Nordio sulla separazione delle carriere e il sorteggio dei magistrati nel Csm: in vista del Referendum Giustizia del 22-23 marzo 2026 il Club de 'IlSussidiario.net[1]' - assieme al Comitato M’Impegno e alla Libera Associazione Forense - propone un incontro dal titolo 'Capire per scegliere: Sì e No sulla separazione delle carriere' per discutere ed entrare nel merito delle diverse posizioni rispetto alla riforma del Governo Meloni. L’incontro si terrà all’Angelicum di Milano in Piazza di Sant’Angelo 2 il prossimo martedì 24 febbraio, alle 20.45 con la possibilità di partecipare attivamente al confronto, con possibilità anche di inviare la propria domanda da porre agli ospiti relatori. Moderano i giornalisti Enrico Castelli ed Eleonora Rossi, con gli interventi previsti di Luciano Violante, ex Presidente della Camera e Presidente di 'Futuri Probabili'; Armando Spataro, ex magistrato e giurista; Enrico Morando, Presidente di LibertàEguale; Paolo Tosoni, avvocato penalista.
Mentre il dibattito politico sembra entrato in una prevedibile ma poco promettente 'battaglia ideologica' tra alcuni sostenitori del Sì e del No alla riforma Nordio, la lunga campagna elettorale verso il Referendum Giustizia merita un approfondimento che vada oltre gli schieramenti: nell’incontro organizzato da IlSussidiario si cercherà di assolvere entrambi i compiti, comprendendo sia a livello basico cosa davvero c’è in gioco nella votazione nazionale sulla riforma costituzionale per la separazione delle carriere (tra magistrati giudicanti e requirenti), sia entrando nel merito della vicenda politica che precede il dibattito oggi iper-polarizzato sul Referendum.
Le ragioni del Sì e del No, il tema del doppio Csm come l’introduzione di una nuova Alta Corte Disciplinare, fino al sorteggio per la composizione del Consiglio Superiore di Magistratura, senza dimenticare l’asse centrale della riforma: la modifica delle funzioni durante la carriera di pm e giudici. Di questo e molto tratterà l’incontro de IlSussidiario.net[2], mostrando le posizioni di eminenti giuristi a favore o contrari alla riforma Nordio, cercando di comprendere a fondo perché politica e magistratura si sono divise al loro interno sulle singole novità introdotte dalla legge già approvata in Parlamento. Da Gratteri a Di Pietro, dall’ANM all’Unione Camere Penali, dal Campo largo al Centrodestra: le divisioni sono tante, ma meritano di essere approfondite per capire realmente cosa potrebbe cambiare in Italia (e cosa no) con la riforma sulla Giustizia, o con la sua eventuale bocciatura.

Fratelli d'Italia cala, Pd e M5S crescono. Il nuovo partito di Roberto Vannacci debutta, la Lega scivola. Il sondaggio Ixè, con le intenzioni di voto oggi in caso di elezioni, propone un podio più compatto. Fratelli d'Italia si conferma primo partito ma rispetto a gennaio cede lo 0,2% scendendo al 28,9%. La formazione guidata dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha un margine di 6 punti rispetto al Pd della segretaria Elly Schlein, che cresce dello 0,3% e sale al 22,9%. In ascesa anche il Movimento 5 Stelle di Giuseppe Conte, che guadagna lo 0,5% e ora vale il 12,7%. Passo avanti anche per Forza Italia, dall'8,4% all'8,8%, e per Verdi e Sinistra, che salgono dal 7,2% al 7,6%: la crescita vale il sorpasso ai danni della Lega, che perde l'1,8% e scivola al 6,2%.
Segue Azione di Carlo Calenda al 2,9% e subito dietro c'è Futuro Nazionale: il nuovo partito di Vannacci, monitorato per la prima volta da Ixè, si attesta al 2,7% piazzandosi davanti a Italia Viva (2,1%), +Europa (1,5%) e Noi Moderati (1%). Futuro Nazionale, secondo il rilevamento, costruisce il suo elettorato 'prendendo' lo 0,7% da Fratelli d'Italia, lo 0,6% dalla Lega, lo 0,4% da Forza Italia, lo 0,2% da altri partiti e lo 0,8% dagli astenuti e indecisi.

Cristian Chivu litiga con un giornalista prima di Inter-Bodo/Glimt. Oggi, lunedì 23 febbraio, alla vigilia della sfida di San Siro valida per il ritorno dei playoff di Champions League, l'allenatore nerazzurro ha avuto un acceso botta e risposta con un cronista norvegese in conferenza stampa. Il giornalista ha chiesto se "sarebbe una vergogna uscire con una squadra piccola come il Bodo", trovando la reazione piccata di Chivu.
"Lei dice questa cosa e ride pure? Complimenti", ha risposto Chivu, che si trova a rimontare dopo la sconfitta per 3-1 dell'andata, "nel calcio non c'è niente di vergognoso, bisogna rispettare l'avversario. Visto che lei non ci rispetta dicendo che sarebbe una vergogna per noi. Noi invece rispettiamo il Bodo, l'ha fatto vedere contro altre grandi".
"Noi rispettiamo i nostri avversari, anzi facciamo anche i complimenti al Bodo, hanno fatto vedere un progetto sano. Noi vergogna non ne abbiamo, anzi abbiamo fatto anche i complimenti dopo la partita di andata", ha concluso Chivu, visibilmente piccato. Per qualificarsi l'Inter avrà bisogno di vincere con tre gol di scarto, oppure segnarne due senza incassarne per potrare il match ai tempi supplementari o, eventualmente, ai calci di rigore.

Milano Cortina 2026 è stata un’edizione da record per l’Italia. In termini di successo, pubblico e medaglie. Ma anche di guadagni per gli atleti azzurri. Con 30 medaglie (10 ori, 6 argenti e 14 bronzi), gli azzurri hanno superato in maniera netta la precedente migliore spedizione, quella di Lillehammer 1994. Con il quarto posto nel medagliere, dietro alla Norvegia, regina degli sport invernali, e agli Stati Uniti. Podi magnifici e pesanti, anche in termini economici. Con un conto complessivo, per il Comitato Olimpico Nazionale Italiano, di 6,57 milioni di euro. Sommando ori, argenti e bronzi dei campioni azzurri.
Milano Cortina, i premi per i medagliati azzurri
Ma qual è il valore delle medaglie di Milano Cortina 2026? Per gli ori, il premio è di 180mila euro, per gli argenti sono 90mila e per il bronzo 60mila. Il Coni dovrà dunque versare nelle casse degli azzurri una cifra record, anche considerando il numero degli atleti (per le staffette, per esempio, i riconoscimenti sono gli stessi per ogni atleta e non vengono divisi). Federica Brignone , Francesca Lollobrigida (due ori) e Arianna Fontana (un oro e due argenti) portano così a casa, solo guardando ai risultati sportivi (senza considerare introiti da sponsor vari) la bellezza di 360mila euro. Flora Tabanelli, stella azzurra del freestyle, porta invece a casa 60mila euro (come tutti gli altri bronzi).
Milano Cortina, le tasse sulle medaglie
Rispetto alle precedenti edizioni delle Olimpiadi, Milano Cortina 2026 presenta però una novità fiscale. I premi non saranno tassati, per la prima volta nella storia. Le somme riconosciute dal Coni saranno incassate dagli atleti in maniera integrale (non rientrano nel reddito imponibile). Anche in questo, le Olimpiadi italiane rappresentano una svolta.

Clima di vigilia al Festival di Sanremo 2026, dove oggi si stanno tenendo le prove generali dei singoli artisti che domani presenteranno la loro canzone in gara. In collegamento dalla città ligure con lo studio de La volta buona, per tutta la settimana sanremese è presente Jolanda Renga, figlia di Ambra Angiolini e Francesco Renga, in gara quest'anno con il brano 'Il meglio di me'.
Appena conclusa la prova generale, il cantante è stato fermato fuori l'Ariston per collegarsi con il salotto di Caterina Balivo: "È andata abbastanza bene, non benissimo perché all'inizio ho avuto un piccolo problema", ha raccontato.
La conduttrice ha approfittato della presenza della figlia in studio per poter avere uno scambio col papà: "Papo è andata come ti aspettavi o speravi andasse meglio? Sai che la generale in realtà dovrebbe andare male...". "E infatti... non è andata benissimo", ha replicato con ironia il cantante. "Domani sarà perfetto", lo ha rassicurato la figlia Jolanda. "Tutto bene amore, ciao", ha concluso Renga prima di mandare un bacio alla telecamera.
"Il brano mi piace - ha confidato la figlia - il suo mestiere lo sa fare, per me è promosso".
Attivate anche due nuove fermate della linea 5 del Ctm...
Attesa per eventuale vertice di maggioranza, direzione regionale
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Mentre la guerra in Ucraina entra nel suo quinto anno e l’Europa si confronta con un conflitto che ha ormai travalicato il campo di battaglia tradizionale, i Paesi baltici continuano a leggere la crisi con una sensibilità particolare. Per ragioni storiche, geografiche e strategiche. Tallinn parla apertamente di “minaccia strutturale”, di guerra ibrida, di pressione costante esercitata da Mosca attraverso cyberspazio, disinformazione, sabotaggi e destabilizzazione politica.
Negli ultimi giorni, il ministro degli Affari esteri estone Margus Tsahkna ha lanciato un allarme destinato a far discutere: prepararsi fin d’ora a impedire l’ingresso nello spazio Schengen ai combattenti russi coinvolti nell’invasione dell’Ucraina. Ma i temi caldi sono molti: la necessità di mantenere alta la pressione economica sulla Russia, la gestione dei rischi di lungo periodo e l’urgenza di rafforzare le capacità difensive europee, soprattutto sul piano tecnologico e industriale.
L’Adnkronos ne ha parlato con Lauri Bambus, ambasciatore estone in Italia.
Ambasciatore, partiamo dalle sanzioni. In Europa il dibattito resta acceso: c’è chi sostiene che non funzionino o che abbiano effetti limitati.
Le sanzioni funzionano, e lo vediamo chiaramente. È comprensibile che nel dibattito pubblico emergano dubbi, perché le sanzioni non producono effetti immediati e visibili come un evento militare. Non sono uno strumento spettacolare, ma strutturale. Agiscono nel tempo, erodendo capacità economiche, finanziarie, tecnologiche. Funzionano contro individui, contro aziende, contro la Russia come Stato. Proprio per questo è essenziale continuare. Non possiamo permetterci oscillazioni o segnali di stanchezza. Le sanzioni sono parte integrante della nostra strategia di risposta all’aggressione russa. E, soprattutto, devono restare ancorate all’unità tra alleati, in Europa ma anche a livello globale.
Quindi per Tallinn il nodo centrale è la continuità e l’evoluzione delle misure?
Le sanzioni non sono un pacchetto statico. C’è sempre spazio per sviluppare nuove misure, rafforzare quelle esistenti, chiudere le scappatoie. Per esempio, oggi si discute di strumenti come il divieto di servizi marittimi per navi e operatori russi. Può sembrare un tema tecnico, ma la questione della cosiddetta ‘flotta ombra’ ha implicazioni strategiche molto concrete. Dobbiamo ricordare che la pressione economica è un processo cumulativo. Ogni misura, presa singolarmente, può sembrare limitata. Ma nel loro insieme le sanzioni riducono progressivamente lo spazio operativo della Russia.
Quanto conta la dimensione internazionale oltre l’Unione europea?
Conta moltissimo. Non è sufficiente che le sanzioni arrivino solo dall’Europa. Più ampia è la coalizione dei Paesi coinvolti, maggiore è l’impatto. Non basta una sola “famiglia” di Stati. La Russia opera in un sistema globale, quindi anche la risposta deve avere una dimensione globale. Le sanzioni funzionano meglio quando diventano un meccanismo multilaterale di pressione, non una misura isolata.
Uno dei temi più sensibili riguarda i visti Schengen per i cittadini russi. Qual è oggi la posizione dell’Estonia?
Estonia e molti altri Paesi hanno già adottato misure per ridurre o fermare il rilascio di visti Schengen ai cittadini russi, in particolare per motivi turistici. È una decisione che nasce da valutazioni di sicurezza, non da logiche simboliche. Oggi parliamo sempre più di solidarietà tra Stati Schengen. Schengen è uno spazio di libera circolazione, quindi le decisioni di un singolo Paese hanno inevitabilmente effetti su tutti gli altri. In questo contesto si inserisce anche la discussione sui combattenti russi.
Il suo governo insiste molto sul profilo degli ex combattenti.
La Russia ha mobilitato e dispiegato numeri enormi, ben oltre un milione di individui. Tra questi ci sono ex detenuti liberati dalle colonie penali, ma anche combattenti radicalizzati che definiscono apertamente l’Europa come un nemico. Non è realistico immaginare che, una volta terminata la guerra, queste dinamiche scompaiano automaticamente. La transizione post-bellica è sempre una fase delicata. Parliamo di individui addestrati al combattimento, esposti a violenza prolungata, talvolta provenienti da contesti già fragili prima della guerra.
Si tratta di una questione morale o di sicurezza?
La partecipazione a una guerra di aggressione non è un atto neutrale. Ma è fondamentale mantenere un approccio individuale. Non possiamo e non dobbiamo dire che tutti siano colpevoli. Il punto è trovare un equilibrio tra apertura e vulnerabilità, tra la volontà di mantenere canali di dialogo e la necessità di proteggere la sicurezza europea. Non stiamo parlando di chiudere l’Europa alla società russa. Vogliamo dialogo e cooperazione con i russi del futuro. Ma oggi dobbiamo essere prudenti, perché la sicurezza richiede valutazioni realistiche dei rischi.
Lei ha citato combattenti ideologicamente radicalizzati. Questo si collega alla guerra ibrida?
Certamente. La guerra ibrida è ormai una realtà consolidata. La Russia utilizza strumenti non convenzionali: cyberspazio, informazione, disinformazione, sabotaggi. In questo tipo di conflitto, la vulnerabilità delle società aperte diventa un fattore strategico. Le operazioni ibride non coinvolgono necessariamente solo agenti professionisti. Possono coinvolgere individui vulnerabili, persone facilmente influenzabili o ricattabili. In questo contesto, la presenza di ex combattenti addestrati rappresenta un fattore di rischio aggiuntivo.
L’Europa è oggi più preparata rispetto al passato?
Direi di sì. Siamo più sicuri, e questo è un risultato importante. C’è maggiore consapevolezza, maggiore coordinamento, maggiore attenzione alla resilienza. Prima del 2022, molte discussioni sulla guerra ibrida sembravano teoriche. Oggi quasi tutti i Paesi europei hanno sperimentato direttamente cyberattacchi, pressioni informative, tentativi di destabilizzazione. Detto questo, resta ancora molto da fare. La sicurezza europea è indivisibile. Se non agiamo insieme, restiamo vulnerabili insieme.
L’Estonia ha aumentato significativamente la propria spesa per la difesa.
Sì. Quest’anno abbiamo portato la spesa al 5% del Pil. È uno sforzo enorme per un Paese piccolo. Ma la sicurezza non è solo una questione militare. Parliamo di sicurezza energetica, resilienza civile, cybersicurezza. La Russia non colpisce solo obiettivi militari, ma anche infrastrutture civili, ospedali, impianti energetici. Questo impone una visione più ampia della difesa.
Quali sono oggi i principali gap europei?
Le capacità produttive, in particolare nell’industria della difesa. Produzione di munizioni, sistemi, tecnologie. Non basta avere strategie o dichiarazioni politiche. Servono volumi, tempi adeguati, catene di approvvigionamento robuste.
Dove dovrebbe investire prioritariamente l’Europa?
Nelle tecnologie moderne. Cyberdifesa, intelligenza artificiale, sistemi autonomi. Tutto è connesso: droni, guerra elettronica, dominio marittimo, piattaforme aeree. E qui la cooperazione resta decisiva. Certamente tra Paesi europei e con gli Stati Uniti, ma anche con partner come Giappone, Corea del Sud, Australia. L’innovazione non ha confini geografici, mentre le minacce sono sempre più sofisticate.
Come vede Tallinn la traiettoria della guerra in Ucraina?
È impossibile parlare del futuro dell’Ucraina senza gli ucraini. Accogliamo con favore gli sforzi diplomatici che hanno portato russi e ucraini allo stesso tavolo. È un passo avanti. Ma non vediamo segnali concreti di un cambiamento strategico russo.
Questo riporta al tema delle sanzioni.
Dobbiamo continuare a esercitare pressione affinché la Russia percepisca internamente che la guerra deve finire. Economia, energia, restrizioni commerciali: tutti strumenti che contribuiscono.
Il messaggio dell’Estonia ai partner europei?
La guerra non è solo una questione militare. È una sfida sistemica. Servono unità, resilienza e preparazione agli effetti di lungo periodo. La sicurezza europea si costruisce nel tempo, non solo nei momenti di crisi. (di Giorgio Rutelli)

La Società italiana di neonatologia (Sin) e Uniamo - Federazione italiana malattie rare, in occasione della Giornata mondiale delle malattie rare che si celebra il 28 febbraio, richiamano l'attenzione sull'evoluzione degli screening neonatali e sulle prospettive aperte dall'introduzione del sequenziamento genomico per garantire diagnosi precoci e percorsi di cura tempestivi, appropriati ed equi, fin dai primi giorni di vita.
Le malattie rare sono oltre 7mila e colpiscono 300 milioni di persone nel mondo, circa il 70% ha un'origine genetica e una quota significativa interessa l'età pediatrica, spiegano Sin e Uniamo in una nota. Lo screening neonatale rappresenta una delle più rilevanti conquiste della medicina preventiva. Grazie a un semplice prelievo effettuato nei primi giorni di vita, oggi è possibile diagnosticare precocemente diverse malattie metaboliche, endocrine e genetiche rare, consentendo trattamenti tempestivi che cambiano radicalmente la storia naturale di queste patologie e migliorano in modo significativo la qualità e l'aspettativa di vita dei bambini. Le nuove tecnologie di sequenziamento genomico potrebbero ampliare ulteriormente questo scenario, permettendo l'identificazione rapida di centinaia di malattie genetiche gravi, ma potenzialmente trattabili in epoca neonatale. Accanto alle opportunità, emergono anche importanti questioni etiche e cliniche, sottolineano gli esperti. Il sequenziamento esteso può infatti individuare varianti genetiche di significato incerto o associate a malattie a esordio tardivo e non trattabili, generando ansia e incertezza nelle famiglie e ponendo complessi problemi interpretativi. Non tutte le mutazioni identificate si traducono necessariamente in manifestazioni cliniche, e il rischio di sovradiagnosi è concreto.
"Si tratta di una prospettiva scientifica di grande rilievo, che potrebbe rafforzare il ruolo dello screening come strumento di prevenzione e di equità su tutto il territorio - afferma Massimo Agosti, presidente Sin - Insieme a Uniamo riteniamo indispensabile una 'cabina di regia' nazionale. Il principio guida deve restare il migliore interesse del minore e della sua famiglia. Lo screening neonatale deve offrire un beneficio diretto e concreto al neonato, limitandosi alle condizioni per le quali esiste un trattamento efficace. Ogni estensione deve essere valutata con rigore scientifico e responsabilità etica. Fondamentali risultano, inoltre, il consenso informato dei genitori, la tutela dei dati genetici e la garanzia di equità di accesso su tutto il territorio nazionale, per evitare nuove disuguaglianze in un ambito così delicato". La genomica neonatale può rappresentare una straordinaria opportunità per la salute pubblica e per le famiglie colpite da malattie rare, ma la sua introduzione deve avvenire all'interno di un quadro normativo chiaro, condiviso e trasparente, affinché resti uno strumento di prevenzione e cura orientato al bene del bambino, ovunque nasca.
"Gli screening sono programmi di salute pubblica pensati per migliorare la salute e la qualità di vita del neonato, e non devono trasformarsi in strumenti di raccolta indiscriminata di dati o di sorveglianza genetica - evidenzia Luigi Memo, segretario del Gruppo di studio di genetica clinica neonatale della Sin - La sfida è coniugare innovazione tecnologica, tutela dei diritti e responsabilità sociale. La combinazione tra diagnosi precoce, terapie innovative e interventi non farmacologici appropriati può realmente cambiare la storia naturale di molte malattie rare, ma questo è possibile solo se l'accesso alle cure è equo, continuo e strutturato".
Negli ultimi anni lo sviluppo delle terapie geniche ha aperto scenari fino a poco tempo fa impensabili per alcune malattie rare di origine genetica, soprattutto quando il trattamento viene avviato in epoca precoce. Accanto alle terapie farmacologiche e avanzate, è però essenziale garantire anche l'accesso a percorsi assistenziali, riabilitativi, nutrizionali e di supporto multidisciplinare, che rappresentano una parte integrante della presa in carico della persona con malattia rara, precisano Sin e Uniamo. "Lo screening neonatale esteso è uno straordinario strumento per individuare fin dalla nascita patologie che possono essere trattate prima che compaiano i sintomi - dice Annalisa Scopinaro, presidente Uniamo - I trattamenti possono essere non solo farmacologici, ma anche, nella nostra visione, abilitativi e riabilitativi. Bisogna considerare la diagnosi un momento dal quale parte una presa in carico olistica che riguarda tutti gli stakeholders ed è preceduto da tanta informazione. I bambini e le loro famiglie devono essere accompagnati in un percorso di supporto e di cura che non li lasci mai da soli. Dobbiamo essere cauti e coesi rispetto a tutta una serie di tematiche che hanno risvolti etici importanti: come affrontare, nel caso degli screening genetici, varianti ancora non conosciute e le possibili influenze sul fenotipo; genotipi e fenotipi non congruenti; patologie cosiddette late onset, cioè a insorgenza tardiva. Dovremmo scegliere le patologie da screenare con ampio consenso da parte di tutte le comunità coinvolte: scientifica, istituzionale, associativa".
Per trasformare questa visione in realtà - conclude la nota - occorre un'azione sinergica tra istituzioni, medici specialisti (biologi, genetisti, neonatologi, psicologi, ecc.) e associazioni delle persone con malattia rara e familiari come Uniamo. L'obiettivo deve essere l'attuazione di un programma di screening che elimini le barriere d'accesso, assicurando a ogni neonato il diritto a una diagnosi precoce e alle migliori cure disponibili, indipendentemente dalla propria regione di nascita.

Continuano a vincere nei tribunali i medici ex specializzandi, ma i rimborsi riconosciuti dalle sentenze restano bloccati o fortemente rallentati, segnala Consulcesi. I tempi del Dipartimento Affari giuridici e legislativi della Presidenza del Consiglio dei ministri sono infatti lunghissimi. E' quanto emerge dalle più recenti decisioni giudiziarie sul contenzioso relativo alla mancata remunerazione degli anni di formazione specialistica, che torna a riaccendere il tema dei tempi di esecuzione delle sentenze da parte dello Stato con migliaia di camici bianchi bloccati nel limbo dei rimborsi.
L'ultima pronuncia arriva dalla Corte di Appello di Roma (n. 7937/2025) che, in sede di rinvio dalla Cassazione, ha accolto le domande di 148 medici tutelati da Consulcesi - informa il network - condannando la Presidenza del Consiglio dei ministri al pagamento di oltre 3,4 milioni di euro. Una decisione che si inserisce in un orientamento giurisprudenziale favorevole ai professionisti che si sono specializzati a cavallo tra gli anni '80 e '90 senza ricevere un'adeguata remunerazione, in violazione delle specifiche direttive Ue (75/362/Cee, 75/363/Cee e 82/76/Cee). Negli ultimi vent'anni, attraverso azioni collettive promosse su scala nazionale, migliaia di professionisti sanitari hanno ottenuto il riconoscimento del diritto a un'equa remunerazione per gli anni di specializzazione. Secondo i dati del network legale Consulcesi, che ha patrocinato la stragrande maggioranza dei ricorsi, le somme complessivamente riconosciute superano i 600 milioni di euro. Il quadro giuridico è stato chiarito anche a livello europeo. Con la sentenza del 3 marzo 2022 (C-590/20), la Corte di Giustizia dell'Unione europea ha stabilito che l'Italia avrebbe dovuto garantire un'adeguata retribuzione ai medici in formazione già a partire dal 1 gennaio 1983. Un orientamento recepito dal legislatore con l'articolo 3 della legge di Delegazione europea 2024, che ha previsto l'istituzione di un tavolo tecnico interministeriale per valutarne gli effetti.
Se il diritto degli ex specializzandi appare oggi pacifico, resta però aperta la questione dell'esecuzione delle sentenze, rimarca Consulcesi. In numerosi casi, infatti, alla pronuncia favorevole non segue il tempestivo pagamento delle somme dovute, nonostante i titoli giudiziali siano pienamente esecutivi. Il baricentro del contenzioso, dunque, si è spostato dal riconoscimento del diritto alla necessità di garantire tempi certi nei rimborsi. "Oggi non si discute più del diritto degli ex specializzandi - spiegano dal network legale - Il tema è fare in modo che alle sentenze seguano i pagamenti. In caso contrario, il rischio è che una vittoria in tribunale si trasformi in un'attesa indefinita". Per superare queste criticità, Consulcesi ha avviato e intensificato il ricorso agli strumenti previsti dall'ordinamento per l'esecuzione dei giudicati, a partire dal giudizio di ottemperanza davanti al Tar, che consente di imporre all'amministrazione termini certi di pagamento e, nei casi di ulteriore inerzia, la nomina di un commissario ad acta.
La vicenda - ricostruisce una nota - risale agli inizi degli anni Ottanta, con l'adozione delle direttive europee 75/362/Cee, 75/363/Cee e 82/76/Cee, che imponevano agli Stati membri di garantire un adeguato compenso ai medici durante gli anni di formazione specialistica. Nonostante l'obbligo fosse operativo dall'inizio del 1983, lo Stato italiano non corrispose le borse di studio ai medici immatricolati tra il 1983 e il 1993. Successivamente si è aperto un secondo fronte di contenzioso per i medici iscritti alle scuole di specializzazione tra il 1994 e il 2006: in questi casi le borse venivano erogate, ma senza il riconoscimento della rivalutazione periodica, delle coperture previdenziali e assicurative e delle differenze contributive.
Il mancato adempimento ha dato origine a un vasto contenzioso davanti ai tribunali di tutta Italia, promosso da medici che si sono ritenuti ingiustamente discriminati. Una sentenza della Corte di Cassazione (n. 17434 del 2 settembre 2015) ha inoltre ampliato il perimetro dei potenziali ricorrenti, chiarendo che il diritto al rimborso spetta anche a coloro che hanno completato la specializzazione dopo il 1° gennaio 1983, indipendentemente dalla data di inizio del corso post laurea.

Tutte le pazienti con carcinoma dell'endometrio avanzato o ricorrente, indipendentemente dallo stato di Mmr (mismatch repair), potranno accedere al trattamento con dostarlimab e chemioterapia in prima linea. L'Aifa - Agenzia italiana del farmaco ha ampliato l'impiego dell'immunoterapia che l'anno scorso aveva avuto il via libera, in associazione sempre con carboplatino e paclitaxel, per le pazienti con deficit del mismatch repair o instabilità dei microsatelliti (dMmr/Msi H) in stadio di malattia avanzato o ricorrente, che rappresentano circa il 20-30% delle donne a cui viene diagnosticata la neoplasia. Oggi - informa Gsk in una nota - l'indicazione riguarda anche l'altra fetta più consistente di donne, vale a dire quelle che non presentano deficit del mismatch repair o instabilità dei microsatelliti (pMmr/Mss). L'agenzia regolatoria ha inoltre riconosciuto a dostarlimab il valore dell'innovatività, proprio per il vantaggio terapeutico rispetto allo standard di cura attuale.
Il sistema di mismatch repair (riparazione degli errori di appaiamento del Dna) - chiarisce la nota - è un meccanismo cellulare di correzione degli errori che si verificano quando il Dna viene copiato. Se è funzionante, si parla di pMmr (proficient Mismatch Repair): le cellule riparano gli errori in modo efficiente. Quando invece è compromesso, si parla di dMmr (deficient Mismatch Repair): le cellule accumulano più errori e mutazioni, spesso con instabilità dei microsatelliti (Msi H). L'aumento del carico mutazionale rende i tumori dMmr più 'visibili' al sistema immunitario, stimolato a riconoscere il tumore dopo il trattamento con inibitore di check point. Lo studio Ruby ha dimostrato però che anche nelle pazienti pMmr l'aggiunta dell'immunoterapia determina un miglioramento degli outcomes di malattia: per questo è stata riconosciuta anche in Italia la rimborsabilità del farmaco. In particolare, lo studio Ruby - che ha coinvolto 494 pazienti, 118 rappresentative della popolazione dMmr/Msi-H e 376 pMmr/Mms - evidenzia che, nella popolazione pMmr/Mms, la combinazione chemioterapia standard più inibitore di checkpoint immunitario dostarlimab, anticorpo monoclonale anti-Pd-1, ha ridotto il rischio di progressione o morte a 24 mesi del 28,4% rispetto al 18,8% del braccio placebo. La riduzione del solo rischio di morte è stata del 21%, con un incremento della sopravvivenza globale di 7 mesi.
"Era ormai acclarato - afferma Domenica Lorusso, direttore del programma di Ginecologia oncologica Humanitas San Pio X di Milano - che l'immunoterapia in combinazione con la chemio avesse cambiato lo standard di cura delle pazienti dMmr. Ma queste pazienti rappresentano il 20-30% della popolazione con tumore dell'endometrio. Per la stragrande maggioranza c'era un unmet need inespresso, a cui oggi risponde questa ulteriore indicazione, che celebra l'arrivo e l'efficacia dell'immunoterapia anche in una popolazione che per 20 anni ha potuto contare solo sulla chemioterapia". Si tratta di "un tracking change, una pietra miliare - spiega Lorusso - Il Ruby ha cambiato la pratica clinica e le linee guida del tumore dell'endometrio. Da 4 anni le donne con questa neoplasia, e noi clinici, viviamo in un mondo nuovo, un mondo che non esisteva. I 7 mesi di sopravvivenza globale anche nel setting pMmr sono importanti e significativi. Prima di tutto perché rappresentano una mediana di sopravvivenza, il che vuol dire che ci sono donne che ne beneficiano per molto più tempo. In secondo luogo perché questi risultati ci dicono che prima usiamo l'immunoterapia e meglio è".
La prima approvazione per dostarlimab, lo scorso anno - ricostruisce Gsk - era stata data per la popolazione dMmr/Msi-H, quella considerata più responsiva all'immunoterapia, con una la riduzione del rischio di progressione o morte pari al 72%. Inoltre, in un'analisi esploratoria pre-specificata della sola sopravvivenza globale (Os) in questo specifico setting, l'aggiunta di dostarlimab alla chemioterapia aveva determinato una riduzione del 68% del solo rischio di morte, sempre confrontata alla chemioterapia. A 3 anni il 78% delle pazienti trattate era vivo, rispetto al 46% delle pazienti a cui era stata somministrata la sola chemioterapia. Anche in quel caso Lorusso aveva sottolineato come il 72% di riduzione della progressione della malattia o di morte in donne con carcinoma dell'endometrio avanzato o recidivante fosse "un traguardo enorme, inimmaginabile".
Il tumore dell'endometrio o del corpo dell'utero rappresenta la quasi totalità dei tumori che colpiscono il corpo dell'utero ed è la quarta neoplasia più frequente nella popolazione femminile, dopo quelli al seno, al colon e al polmone, ricorda la nota. In Italia ogni anno si registrano circa 9mila nuovi casi: oltre il 90% ha oltre 50 anni. Le donne che hanno ricevuto questa diagnosi sono 133mila. "Oggi, per molte donne con carcinoma dell'endometrio avanzato o recidivato - commenta Ilaria Bellet, presidente Acto Italia - questa nuova indicazione significa una cosa semplice e potente: una possibilità in più quando la malattia fa paura e il tempo diventa prezioso. E' un passo avanti concreto che può offrire maggiore controllo della malattia e più tempo di vita, con l'obiettivo di vivere quel tempo meglio". Nel ringraziare "l'azienda per l'impegno nella ricerca e per aver acceso i riflettori su una patologia ancora troppo poco conosciuta", Bellet rimarca che "ora la priorità è trasformare l'innovazione in accesso reale: informazioni chiare alle donne, percorsi rapidi e uniformi, e una presa in carico che tenga insieme cura e qualità di vita".
"Il raggiungimento di una sopravvivenza globale significativamente migliorata - dichiara Elisabetta Campagnoli, direttore medico oncoematologia di Gsk - non è solo un traguardo scientifico: è la prova concreta che la ricerca rigorosa, la collaborazione con la comunità scientifica e l'impegno a fianco delle pazienti possono tradurre il lavoro scientifico in risultati tangibili che impattano positivamente la vita delle pazienti. Questo successo, frutto dell'instancabile lavoro di Gsk insieme a ricercatori, clinici e pazienti, ci responsabilizza a proseguire nella ricerca, a garantire terapie efficaci e personalizzate e a rinnovare il nostro impegno per migliorare la qualità e la durata della vita delle persone colpite dalla malattia. E' un risultato di cui essere orgogliosi e uno slancio deciso per fare ancora di più, oggi e nel futuro".



