
A2A è tra i vincitori del Premio Sviluppo Sostenibile 2025, promosso dalla Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile e da Italian Exhibition Group con il patrocinio del ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica. Nell’ambito di Ecomondo, la principale manifestazione italiana dedicata alla green e circular economy, il Gruppo ha conseguito il primo posto per il settore 'Decarbonizzazione e adattamento al cambiamento climatico' ed è stato premiato per il progetto di recupero di calore dal data center Qarnot, realizzato nella centrale A2A Lamarmora di Brescia.
L’iniziativa rappresenta una delle prime applicazioni in Italia del recupero di calore dai data center e la prima a utilizzare un innovativo sistema di raffreddamento a liquido collegato a una infrastruttura di teleriscaldamento urbano. Grazie alla collaborazione con la società francese Qarnot, l’impianto consente di catturare il calore generato dai server a temperature elevate, fino a 65 °C, e di immetterlo direttamente nella rete, trasformando un’attività energivora in una fonte utile per la comunità. A regime il progetto permetterà di produrre 16 GWh di calore pulito all’anno, soddisfacendo il fabbisogno termico di circa 1.350 appartamenti, evitando l’emissione di oltre 3.500 tonnellate di CO2, l’equivalente dell’anidride carbonica assorbita da 22mila alberi in un anno.
“Questo premio riconosce il valore di un’innovazione che coniuga transizione digitale, economia circolare e sostenibilità ambientale - ha dichiarato Fulvio Roncari, direttore generale della Business Unit Circular Economy di A2A durante la cerimonia di consegna del premio - I data center sono infrastrutture strategiche per il futuro: grandi consumatori di energia, possono diventare alleati della transizione ecologica. Con il progetto Qarnot dimostriamo che ogni cascame termico può essere rimesso in circolo. È una visione concreta di teleriscaldamento 4.0, in cui le reti diventano sistemi intelligenti e integrati al servizio dei territori. Con i data center che potrebbero nascere nei contesti urbani dotati di reti di teleriscaldamento, in Italia si potrebbe recuperare calore green sufficiente a soddisfare il fabbisogno di circa 800mila famiglie. È una grande opportunità per fare della transizione digitale anche una leva di decarbonizzazione delle città”.

La diretta di oggi di 'È sempre mezzogiorno' è saltata a causa di uno sciopero indetto dalla Rai. In onda, al posto dell'episodio dello show culinario con Antonella Clerici, oggi 5 novembre è stata trasmessa una puntata 'speciale', un 'best of' di ricette già trasmesse.
Slc Cgil Nazionale fa sapere che oltre a non essere stato possibile mandare in onda 'È sempre Mezzogiorno', a causa dello sciopero indetto dalla Rsu Slc Cgil di Milano per tutti gli specializzati e le specializzate del Centro di produzione è stata annullata anche 'Buongiorno Regione', trasmessa senza lo studio di Milano 'Buongiorno Italia', e sono saltati il Tg Sport mattutino e il Tg3 delle 12:00. "Sono gli effetti già tangibili dell’adesione massiccia allo sciopero indetto dalla Rsu Slc Cgil di Milano per tutti gli specializzati e le specializzate del Centro di produzione"m si legge sulla pagina Facebook del sindacato.

Una rete oncologica più efficace e vicina ai cittadini, puntando su nuovi programmi di screening, collaborazione con i medici di medicina generale e sinergia tra professionisti per garantire cure tempestive e personalizzate. Ma anche innovazione, formazione continua e riduzione delle tossicità dei trattamenti, con l'obiettivo di migliorare la qualità di vita dei pazienti e assicurare uguali opportunità di cura in tutto il territorio. Sono i contenuti condivisi dagli esperti che hanno partecipato al tavolo clinico-istituzionale 'Oncologia nel Lazio. Diagnosi precoce, innovazione terapeutica e sostenibilità: migliorare gli outcome di cura', promosso da Dico Sanità, che si è svolto a Roma. Istituzioni regionali, clinici, farmacisti e rappresentanti dei pazienti si sono confrontati con l'obiettivo di favorire l'accesso precoce alla diagnosi e alle cure oncologiche, valorizzare l'appropriatezza prescrittiva e garantire sostenibilità economica e percorsi di cura continuativi.
I numeri confermano l'impatto crescente del cancro sulla salute pubblica. Nel Lazio si registrano ogni anno oltre 32mila nuovi casi di tumore e 3mila sono di cancro alla prostata, pari al 9,4% di tutte le neoplasie della regione, come registra il documento ufficiale 'Pdta-Neoplasia prostatica' della Regione Lazio (delibera n. 1273 del 10 luglio 2025, ASL Roma 5). Proprio alla neoplasia più frequente tra gli uomini in Italia, con 40mila nuovi casi diagnosticati ogni anno, è stata dedicata particolare attenzione. Attualmente i tassi di sopravvivenza a 5 anni superano ormai il 90%, ma il cancro della prostata resta una sfida significativa: sono oltre 8.200 decessi i decessi annuali e i nuovi casi sono destinati a crescere dell'1% all'anno fino al 2040.
"Le principali innovazioni terapeutiche nel tumore della prostata stanno cambiando la prospettiva clinica dei pazienti, grazie all'introduzione di farmaci a target molecolare e, più di recente, alla medicina di precisione supportata dall'intelligenza artificiale - spiega Fabio Calabrò, direttore di Oncologia medica 1 dell'Istituto nazionale tumori Regina Elena (Irccs) - L'obiettivo è duplice: individuare i soggetti ad alto rischio e personalizzare il trattamento, evitando over-treatment e garantendo appropriatezza prescrittiva. Questo approccio è indispensabile in un contesto in cui in Italia si registrano oltre mezzo milione di persone con una diagnosi di tumore prostatico. Parallelamente - continua - la costruzione di reti oncologiche regionali e l'attivazione di piattaforme digitali condivise rendono possibile una gestione realmente multidisciplinare, in cui medici di base, specialisti e centri di riferimento collaborano in modo integrato. Questo modello migliora l'accesso alle cure, la sostenibilità del sistema e la qualità di vita dei pazienti, che possono essere seguiti vicino casa quando la condizione clinica lo consente".
Tra i principali fattori di rischio per il cancro alla prostata ci sono l'età, la storia familiare, le mutazioni genetiche, la sindrome metabolica, l'obesità, lo stile di vita e l'alimentazione, oltre al fumo e al consumo di alcol. In Italia - ricordano gli esperti - circa il 27% degli uomini adulti sono fumatori e l'11% presenta obesità, tutte condizioni che possono aumentare l'aggressività della malattia. La familiarità gioca un ruolo significativo: circa 1 paziente su 10 sviluppa una forma ereditaria della malattia e tra coloro con carcinoma metastatico il 12% presenta mutazioni ereditarie in geni coinvolti nella riparazione del Dna, in particolare nel gene Brca2.
"Nel tumore della prostata la vera innovazione è saper unire efficacia, appropriatezza e sostenibilità - sottolinea Bernardo Maria Cesare Rocco, direttore Uoc Clinica Urologica Policlinico universitario Agostino Gemelli, università Cattolica del Sacro Cuore - Lo screening deve essere mirato: rivolto a chi presenta familiarità o rischio genetico, integrando Psa e risonanza magnetica senza contrasto, così da ridurre la mortalità evitando l'over-treatment. E' tempo di un modello nazionale, equo, che non lasci differenze tra regioni. La qualità delle cure dipende anche dall'organizzazione: interventi complessi nei centri ad alto volume e una rete che colleghi ospedali, medici di base e specialisti. Solo un lavoro multidisciplinare garantisce decisioni più precise e percorsi più rapidi. Dobbiamo adottare una medicina di misura: dal massimo trattamento tollerato al minimo trattamento efficace. E' questa la chiave per offrire cure di valore ai pazienti e un sistema sanitario davvero sostenibile".
Per migliorare gli esiti di cura dei pazienti, l'innovazione terapeutica e tecnologica rappresenta oggi uno strumento fondamentale. L'introduzione di nuove terapie comporta però sfide significative: garantire accesso equo, sostenibilità e appropriatezza clinica richiede strategie mirate, programmi di screening capillari e l'uso di strumenti di telemedicina e digital health. Gli esperti hanno sottolineato l'importanza della diagnosi precoce e della collaborazione tra ospedale e territorio, promuovendo modelli organizzativi integrati, approccio multidisciplinare e personalizzazione delle cure.
"E' fondamentale che la rete oncologica centrale dialoghi con il territorio - evidenzia Fabio De Lillo, responsabile Coordinamento Attività strategiche spesa farmaceutica, Regione Lazio - A supporto di questa rete è stata istituita anche una rete delle anatomie patologiche, che consente una valutazione rapida dei casi sospetti di tumore. Un ruolo centrale è svolto inoltre dallo screening oncologico, coordinato dal Dipartimento di Epidemiologia della Regione Lazio, che permette di intercettare precocemente le formazioni tumorali e di sensibilizzare i cittadini all'importanza della diagnosi preventiva. La rete oncologica, nel suo insieme, opera in modo capillare su tutto il territorio regionale, ma è necessario un crescente coinvolgimento e una maggiore partecipazione da parte dei cittadini".
Centrale in questo contesto è il ruolo del medico di medicina generale, protagonista attivo nel percorso oncologico, anche nell'approccio al tumore della prostata, in particolare nel favorire prevenzione e diagnosi precoce, garantire una presa in carico integrata e continua e nel contribuire al superamento della frammentazione dei percorsi assistenziali. Grazie all'uso di strumenti digitali e all'adozione di percorsi condivisi con gli specialisti - rimarcano gli esperti - diventa un vero e proprio costruttore di percorsi di cura, partecipando alla progettazione dei flussi assistenziali e garantendo equità di accesso e qualità delle cure in ogni fase della malattia.
"La medicina generale non è un anello accessorio della rete oncologica, ma il suo punto di partenza e di continuità - precisa Walter Marrocco, responsabile scientifico Fimmg, Federazione italiana medici di medicina generale - Se vogliamo migliorare davvero gli outcome di cura nel Lazio, dobbiamo costruire una rete che parli un linguaggio comune, che metta il paziente al centro e che riconosca nel medico di famiglia il riferimento costante lungo tutto il percorso di malattia e di vita. E' questa la sfida che, come Fimmg, siamo pronti ad affrontare, insieme alle istituzioni, agli specialisti e ai pazienti, per un'oncologia più umana, più integrata e più vicina alle persone".
E' morto il pedone di 86 anni che questa mattina è stato investito da un furgone all'angolo tra via Fratelli Bronzetti e via Melloni a Milano. La vittima stava attraversando la strada sulle strisce pedonali quando è stato travolto dal mezzo, poi fuggito senza prestare soccorso.

Il vaccino antinfluenzale ad alto dosaggio di Sanofi ha dimostrato di ridurre significativamente il rischio di ospedalizzazione negli adulti di età pari o superiore a 65 anni rispetto al vaccino antinfluenzale a dosaggio standard. Sono i nuovi dati diffusi dalla farmaceutica e pubblicati a ottobre su 'The Lancet', relativi allo studio Flunity-HD condotto su larga scala in più stagioni.
"Flunity-HD - spiega Tor Biering-Sørensen, cardiologo, coordinatore scientifico e promotore dello studio - sfrutta la potenza e il rigore scientifico della randomizzazione individuale in contesti reali. Questo studio, primo del suo genere, ha valutato i benefici del vaccino antinfluenzale ad alto dosaggio contro gli esiti gravi dell'influenza rispetto al dosaggio standard, incluse le ospedalizzazioni per cause cardio-respiratorie, in un contesto randomizzato, coprendo 2 aree geografiche. I risultati forniscono prove fondamentali, potenzialmente in grado di ridefinire le strategie di sanità pubblica e le linee guida cliniche". Aggiunge Federico Martinon-Torres, co-sperimentatore principale dello studio Flunity-HD: "Queste nuove evidenze rafforzano la fiducia clinica che i professionisti sanitari ripongono nel fatto che il vaccino antinfluenzale ad alto dosaggio sia in grado di raggiungere una protezione superiore rispetto al dosaggio standard contro gli esiti gravi dell'influenza negli adulti anziani, un gruppo considerato vulnerabile a causa di un sistema immunitario indebolito e di un rischio più elevato di sviluppare complicanze gravi a seguito di un'infezione influenzale".
Nel dettaglio - riporta Sanofi in una nota - rispetto al dosaggio standard, il vaccino antinfluenzale ad alto dosaggio offre: 8,8% (Ic 95%, 1,7-15,5; p unilaterale=0,008) di protezione aggiuntiva contro le ospedalizzazioni per polmonite/influenza; 6,3% (Ic 95%, 2,5-10,0; p<0,001) di riduzione aggiuntiva delle ospedalizzazioni per eventi cardio-respiratori; 31,9% (Ic 95%, 19,7-42,2; p<0,001) di riduzione aggiuntiva delle ospedalizzazioni per influenza confermate in laboratorio; 2,2% (Ic 95%, 0,3-4,1; p=0,012) di protezione aggiuntiva contro le ospedalizzazioni per tutte le cause, che si traduce in un'ospedalizzazione evitata ogni 515 individui vaccinati con il vaccino ad alto dosaggio anziché con un vaccino a dosaggio standard (Ic 95%, 278-3.929). Oltre alle evidenze cliniche, questi risultati hanno messo in evidenza potenziali benefici per la sanità pubblica e la società.
"Fino al 70% delle ospedalizzazioni per influenza interessa i soggetti adulti dai 65 anni di età - sottolinea Bogdana Coudsy, Global Head of Medical, Sanofi, Vaccines - I dati di Flunity-HD confermano che il nostro vaccino antinfluenzale ad alto dosaggio fornisce una protezione superiore contro le ospedalizzazioni rispetto ai vaccini a dosaggio standard nei soggetti anziani. Vaccinare 515 anziani con il vaccino antinfluenzale ad alto dosaggio invece di quello a dose standard potrebbe prevenire 1 ospedalizzazione per qualsiasi causa. Questo può significare molto, soprattutto per gli anziani vulnerabili, riducendo l'impatto sulla loro qualità di vita e aiutandoli a mantenere la loro autonomia più a lungo. Inoltre, prevenire le ospedalizzazioni per influenza può portare benefici sociali come la riduzione dei costi sanitari, una minore pressione sui reparti ospedalieri e un carico ridotto per i caregiver".
Con l'aggiunta di questi nuovi dati - conclude Sanofi - la ricerca completa sul vaccino antinfluenzale ad alto dosaggio copre 15 anni di evidenze cliniche che coinvolgono oltre 45 milioni di adulti anziani.

Si allunga l'elenco di indagati nell'ambito della inchiesta della Procura di Palermo sugli appalti pilotati nella Sanità che vedono coinvolte 18 persone tra cui l'ex Governatore Totò Cuffaro, per il quale i pm hanno chiesto gli arresti domiciliari. Secondo gli inquirenti un carabiniere sarebbe stato una 'talpa' di Cuffaro. Si tratta del tenente colonnello dei carabinieri, Stefano Palminteri, iscritto nel registro degli indagati. Il carabiniere, che prestava servizio alla Legione come capo sezione operazioni e informazioni e da qualche tempo è stato spostato in altro servizio, è indagato per rivelazione di segreto d'ufficio. Avrebbe rivelato delle notizie coperte dal segreto istruttorio.
Per Palminteri la Procura di Palermo ha chiesto gli arresti domiciliari. “In violazione dei doveri inerenti alla propria funzione rivelava notizie d’ufficio che dovevano rimanere segrete e in particolare allertava Cuffaro e Pace (il deputato regionale della Dc, pure lui indagato) dell’esistenza di indagini che avrebbero potuto riguardarli[1]", scrivono gli inquirenti.

E' giallo sulla morte di Alberto Zordan e Anna Zilio, maratoneti tesserati per la stessa squadra, la veronese Team Km Sport, morti in circostanze simili.
Zorban, i cui funerali si svolgeranno domani alle 15 a Sovizzo (Vicenza), 48 anni, atleta serio e scrupoloso sebbene non fosse un professionista, è morto nel suo letto nella notte tra sabato e domenica scorsa. Il suo decesso fa il paio con quello della sua compagna di squadra, la vicentina Anna Zilio di 39 anni, avvenuta in circostanze simili nella sua casa di Verona il 13 ottobre scorso.
Come riporta il Corriere del Veneto, per entrambi i decessi le procure di Vicenza e Verona hanno disposto l’autopsia per accertare le cause che hanno portato alla morte a distanza di così poco tempo l’uno dall’altra.

L'anno scorso l'arrivo del primo farmaco specifico per la vitiligine ha cambiato la storia della malattia che scolora la pelle con macchie bianco latte concentrate su viso, mani, piedi, ascelle, gomiti e ginocchia. Ma l'avvento del ruxolitinib, un medicinale topico da usare 2 volte al giorno, non manda in pensione la 'terapia della luce' che anzi, insieme alla crema, promette ai pazienti un risultato ottimale in tempi più brevi, riducendo gli effetti collaterali. Lo spiega all'Adnkronos Salute Andrea Paro Vidolin, responsabile del Centro di fotodermatologia e cura della vitiligine dell'ospedale Israelitico di Roma, nella Vitiligine week che fino all'8 novembre offre consulenze mediche gratuite in più di 35 strutture specializzate lungo la Penisola. Visite aperte da quest'anno anche agli adolescenti dai 12 ai 17 anni.
Quanto è diffusa la vitiligine
La vitiligine, ricorda infatti Paro Vidolin, "ha una prevalenza che varia dal 2% al 5% della popolazione generale e colpisce trasversalmente: uomini e donne, di ogni età". Se la causa precisa della patologia non è ancora chiara, oggi si ritiene a che a provocarla concorrano "un disturbo autoimmunitario e un fenomeno legato allo stress ossidativo". Non a caso il ruxolitinib, principio attivo della famiglia dei Jak-inibitori rimborsato in Italia con piano terapeutico, è un farmaco immunosoppressore: contrasta l'auto-attacco ai melanociti, le 'fabbriche' della melanina che pigmenta la cute, aiutando la pelle a recuperare il suo colore.
Come si usa il farmaco e come funziona
Si applica 2 volte al giorno "per periodi anche molto lunghi, 54-58 settimane secondo le pubblicazioni", sottolinea il dermatologo. Ma "associandolo alla fototerapia - puntualizza - si riducono di molto i tempi di ripigmentazione della pelle e soprattutto si riducono i possibili effetti collaterali, riuscendo magari a ottenere in 3 mesi quello che si potrebbe ottenere in oltre 1 anno". Non solo: proprio perché ruxolitinib agisce sopprimendo una via dell'immunità, per evitare di utilizzarlo a vita "va stabilita una terapia di mantenimento adeguata per cercare di mantenere i risultati. E pure in questa fase la fototerapia viene in aiuto".
Anche nell'era della terapia farmacologica mirata, dunque, per 'fare scacco' alla vitiligine continua a rivestire un ruolo chiave la cura della luce che mira a stimolare i melanociti inattivi, ripristinando il pigmento cutaneo. "Il concetto viene ribadito in tutti i congressi internazionali", evidenzia Paro Vidolin: insieme al ruxolitinib "rimane ancora un presidio fondamentale la fototerapia Uvb a banda stretta, sia con le cabine total body per le forme più estese, sia con il laser a eccimeri 308 nanometri per quelle più localizzate".
All'Israelitico l'offerta anti-vitiligine è completa, rimarca lo specialista: "Ci distinguiamo a livello nazionale perché, oltre a essere un centro prescrittore del farmaco, abbiamo tutti i macchinari per la fototerapia da abbinare al ruxolitinib. Si rivolgono a noi anche pazienti da fuori regione: vengono per esempio dalla Puglia o dalla Calabria, per sottoporsi al trattamento anche 1-2 volte alla settimana".
La settimana della vitiligine
La Settimana della vitiligine è promossa dalla Sidemast (Società italiana di dermatologia e malattie sessualmente trasmesse) con il patrocinio dell'associazione pazienti Apiafco (Associazione psoriasici italiani amici della Fondazione Corazza), il supporto organizzativo di Sintesi Education e il contributo non condizionante di Incyte. Il primo obiettivo è "sensibilizzazione sulla patologia, darle visibilità e far comprendere che si tratta di una vera malattia - chiarisce Paro Vidolin - non solo di un disturbo estetico come spesso viene considerata in Italia. Questo è un grosso problema", osserva il dermatologo.
"Per fare informazione mirata - anticipa l'esperto - sta per nascere un'associazione di pazienti con vitiligine, fondata da una persona che ne soffre. Sarà una realtà specificatamente dedicata alla patologia: al centro ci saranno i pazienti e al loro fianco un comitato scientifico con medici che li supporteranno con una visione clinica specialistica per un'attività basata sulle evidenze". Pazienti con vitiligine al servizio di chi come loro convive con la malattia, con la missione di combattere stigma e falsi miti (il più crudele, e infondato, è l'idea del 'contagio'), ma anche di fare lobbying per comprimere i costi e migliorare le possibilità di accesso ai trattamenti di fototerapia.

Nonostante importanti progressi scientifici e terapeutici, la gestione del tumore della prostata presenta ancora gravi disomogeneità a livello nazionale, sia per quanto riguarda l'esistenza di percorsi di cura strutturati sia per l'accesso alle terapie di nuova generazione. Lo rileva il report 'Tumore della prostata metastatico: nuovi approcci nella gestione multidisciplinare del paziente', presentato oggi nella Sala Stampa di Palazzo Montecitorio durante l'incontro 'Oltre la frammentazione: strategie integrate per la gestione del tumore della prostata metastatico', promosso dall'onorevole Gian Antonio Girelli, membro della XII Commissione Affari sociali della Camera dei deputati, con il contributo non condizionante di Pfizer.
Frutto del lavoro di un team di clinici, economisti, farmacisti, rappresentanti dei pazienti e delle istituzioni regionali, il rapporto ha messo in luce come la patologia rappresenti una delle sfide clinico-organizzative più rilevanti per il Servizio sanitario nazionale, sia per l'alto numero di pazienti coinvolti, sia per la crescente complessità nella gestione della patologia. Nel 2024 - ricorda una nota - sono state stimate circa 40.192 nuove diagnosi di tumore della prostata. Ad oggi in Italia sono circa 485mila gli uomini che vivono con una diagnosi di tumore della prostata. Tra il 2020 e il 2040, secondo le stime prodotte dall'Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (Iarc), il numero assoluto/annuo di nuove diagnosi di carcinomi prostatici in Italia aumenterà dell'1% per anno. Per quanto riguarda la mortalità, nel 2022 sono stati stimati 8.200 decessi per tumori della prostata, mentre la sopravvivenza a 5 anni dalla diagnosi è stata pari al 91%. Nel corso dell'ultimo decennio il carcinoma prostatico è diventato il tumore più diagnosticato nella popolazione maschile dei Paesi occidentali, grazie alla maggiore diffusione dello screening precoce, come il dosaggio del Psa, l'esame digito rettale, l'ecografia prostatica e la biopsia sotto guida ecografica. Una volta identificato, se non opportunamente diagnosticato e trattato, il tumore della prostata può metastatizzare - principalmente nelle ossa, fegato e polmoni - rendendo la gestione del paziente e della malattia più complicata. Spesso il decorso della malattia può essere lento e, se individuato nelle fasi iniziali, gestito efficacemente.
"Serve una cornice nazionale più omogenea, con standard assistenziali chiari e tempi certi per diagnosi, presa in carico e accesso alle terapie più innovative - dichiara Girelli - Rafforzare le reti oncologiche e urologiche regionali, investire in screening e diagnostica precoce e sostenere i centri territoriali con telemedicina e Pdta condivisi è fondamentale. Solo con risorse adeguate e monitoraggio degli esiti possiamo ridurre le disuguaglianze e garantire cure di qualità per tutti i pazienti con tumore alla prostata".
Un esempio virtuoso di prevenzione, riportato nel documento presentato alla Camera, è quello attivato in Lombardia con la collaborazione di Europa Uomo Italia. Si tratta - riferisce la nota - del primo programma di screening prostatico organizzato in Italia, che si inserisce all'interno di un modello di presa in carico multidisciplinare basato su una Prostate Cancer Unit, il lavoro di un team integrato in grado di garantire percorsi diagnostico-terapeutici personalizzati. Tale approccio è conforme alle linee guida nazionali e internazionali che concordano sulla necessità di un approccio multidisciplinare, che coinvolga in modo strutturato tutti gli attori di riferimento e che includa la gestione olistica del paziente che passa anche attraverso il supporto psicologico e la riabilitazione, spesso sottovalutati, ma fondamentali.
"La gestione del paziente affetto da carcinoma della prostata, dalla presa in carico ai percorsi di cura che seguono la diagnosi, ha bisogno di un approccio multidisciplinare e tempestivo - afferma Giuseppe Procopio, direttore del Programma Prostata e della Struttura dipartimentale di Oncologia medica genitourinaria della Fondazione Irccs Istituto nazionale tumori di Milano - E' necessario osservare il paziente da tutti i punti di vista, focalizzandosi non soltanto sul piano terapeutico, ma considerando anche le diverse complessità che la persona può trovarsi ad affrontare". Per poter garantire la messa a terra di un approccio che sia davvero multidisciplinare, serve un team di professionisti (oncologi, radiologi, psicologi, urologi, nutrizionisti, radioterapisti) e altre professionalità quali l'infermiere specializzato, l'anatomopatologo e il fisioterapista, che insieme a quella del medico di medicina generale - che riveste un ruolo chiave nell'intercettare precocemente i primi segnali della malattia - possono accompagnare il paziente e assicurare continuità assistenziale lungo tutto il percorso di cura.
Tale percorso può essere implementato attraverso l'introduzione di una Prostate Cancer Unit che rappresenta un passaggio fondamentale per migliorare la gestione del paziente con tumore della prostata, perché consente di strutturare in modo sistematico e coordinato l'approccio multidisciplinare alla malattia. Una rete nazionale di Prostate Cancer Unit, organizzata secondo un modello 'Hub & Spoke' e sostenuta da un Pdta nazionale certificato - suggeriscono gli esperti - potrebbe trovare il suo sviluppo nell'ambito della programmazione sanitaria nazionale creando le basi per un approccio integrato e condiviso, 'agevolando' sistemi di raccolta dati e monitoraggio degli esiti clinici, oltre a permettere un utilizzo più efficiente delle risorse sanitarie e un accesso a trattamenti innovativi. Serve però un salto culturale che interessi non solo i professionisti, ma anche i pazienti attraverso un coinvolgimento attivo delle associazioni di pazienti che possono giocare un ruolo cruciale non solo in termini di advocacy e promozione di una rete assistenziale più equa e accessibile, ma anche come interlocutori chiave per l'ascolto dei bisogni reali dei pazienti e dei loro caregiver.
"Per l'uomo che deve affrontare un tumore della prostata - commenta Claudio Talmelli, presidente di Europa Uomo Italia - essere curato in un'unità prostatica multidisciplinare (Prostate Cancer Unit) significa accedere a un percorso organizzato, dove viene accompagnato in ogni passaggio, dalla diagnosi fino alla riabilitazione psicofisica, sotto la guida di un team di professionisti di diverse discipline con esperienza specifica nel carcinoma prostatico. Significa avere la garanzia di ricevere il piano terapeutico migliore per il proprio caso, quello che offre le maggiori probabilità di guarigione con il minimo impatto sulla qualità di vita, e poter condividere e partecipare attivamente a ogni decisione sul proprio percorso di cura". E' essenziale quindi, coinvolgere il paziente nel percorso di cura attraverso strumenti di informazione, counseling e accompagnamento decisionale. Inoltre, la formazione continua degli operatori sanitari è imprescindibile per garantire cure aggiornate, personalizzate e multidimensionali.
Nel dettaglio, il report presentato oggi individua le azioni necessarie per realizzare un modello nazionale in grado di garantire una presa in carico del paziente uniforme e globale, che riduca le diseguaglianze territoriali: estendere il modello delle Breast Cancer Unit anche alla salute maschile, garantendo la continuità e dignità nella cura e promuovendo la creazione di percorsi assistenziali dedicati (Pdta) al tumore della prostata (anche metastatico) basati su un'organizzazione strutturata e una gestione multidisciplinare; istituire una rete nazionale di Prostate Cancer Unit, formalmente riconosciuta dal ministero della Salute e coordinata in collaborazione con le Regioni. Ogni unità dovrà rispondere a requisiti minimi condivisi (come la presenza di un team multidisciplinare stabile, riunioni regolari di valutazione congiunta, e Pdta specifici), ispirandosi ai modelli regionali già operativi; garantire a tutti i pazienti affetti da carcinoma prostatico, inclusi i casi metastatici, un accesso uniforme ai servizi del Ssn tramite percorsi diagnostico-terapeutici-assistenziali definiti, strutturati e aggiornati, per assicurare cure tempestive, appropriate ed eque su tutto il territorio nazionale; valorizzare e diffondere le esperienze regionali più virtuose, adattando le buone pratiche ai contesti locali attraverso una strategia nazionale che favorisca l'omogeneizzazione degli standard di cura, e infine investire in programmi continuativi di formazione e aggiornamento per tutti i professionisti coinvolti nella presa in carico del paziente con tumore della prostata, nonché in iniziative informative rivolte alla popolazione maschile per aumentare consapevolezza, prevenzione e accesso ai percorsi di cura.

L'Italia sta affrontando le conseguenze di un progressivo invecchiamento demografico e di una crescente 'pandemia non trasmissibile', rappresentata dalle malattie cronico-degenerative che colpiscono oltre l'80% della popolazione con più di 65 anni. A patologie tipiche dell'età avanzata, quali demenze e deficit cognitivi, si associano frequentemente disturbi cardiovascolari e condizioni croniche come diabete, obesità e ipertensione arteriosa. "Il Servizio sanitario nazionale è chiamato a fronteggiare una complessa crisi epidemiologica che richiede strategie innovative e sostenibili, volte ad assicurare interventi sanitari efficaci e appropriati. In questo contesto, una concreta integrazione tra medicina clinica e medicina di laboratorio rappresenta una condizione imprescindibile per il miglioramento degli esiti terapeutici". Lo ha detto Marcello Ciaccio, presidente nazionale della Sibioc - Società italiana di biochimica clinica e biologia molecolare clinica-medicina di laboratorio, oggi all'apertura del 57° Congresso nazionale che si svolge a Firenze dove per 3 giorni oltre 1.000 specialisti si riuniscono per un incontro scientifico-professionale.
L'evento rappresenta anche un'occasione di riflessione collettiva sul futuro del servizio sanitario italiano. "Viviamo in un contesto in continua evoluzione contraddistinto da innovazione tecnologica crescente, ma anche da una sempre maggiore complessità clinica - sottolinea Ciaccio - L'invecchiamento demografico è rilevante dal momento che in Italia gli over 65 ammontano a oltre 14 milioni, pari al 24% dell'intera popolazione. Gli over 80 sono addirittura più di 4 milioni e sono aumentati di 50mila persone solo in 1 anno. E' evidente che le patologie cronico-degenerative siano in costante aumento, anche a causa della diffusione di stili di vita poco salutari, come fumo, obesità, sedentarietà e consumo eccessivo di alcol. Il progressivo allungamento dell'aspettativa di vita, in Italia come negli altri Paesi occidentali - osserva - ha comportato un sensibile incremento del carico assistenziale e gestionale da parte del sistema sanitario. La medicina di laboratorio svolge un ruolo di primo piano nella prevenzione delle malattie, offrendo strumenti in grado di identificare le alterazioni patologiche ancor prima della comparsa dei sintomi e consentendo così di attuare interventi preventivi mirati che possano bloccare o rallentare la progressione della malattia".
In questa prospettiva, "la collaborazione tra il professionista della medicina di laboratorio e il clinico - evidenzia il presidente Sibioc - rappresenta una condizione imprescindibile, sia per garantire la sostenibilità del sistema sanitario sia per contenere l'impatto delle patologie croniche. Solo attraverso un'integrazione effettiva è possibile assicurare percorsi di cura efficaci, sicuri e sempre più orientati alle reali esigenze dei cittadini".
Il meeting della Sibioc è stato organizzato prevedendo in tutte le sessioni scientifiche la partecipazione di società scientifiche di area clinica di riferimento. "Il congresso nazionale rappresenta un'opportunità per promuovere l'integrazione tra medicina di laboratorio e medicina clinica - rimarca Ciaccio - Le sessioni congiunte vedono la partecipazione di numerose società scientifiche, impegnate insieme a noi nell'affrontare in modo trasversale un ampio spettro di patologie: dalle più diffuse e in costante aumento fino alle malattie rare. Inoltre, verranno presentate le più recenti evidenze scientifiche relative alle malattie neurodegenerative, ai tumori solidi e oncoematologici, nonché ai progressi nei trattamenti di procreazione medicalmente assistita".
"In tutte queste condizioni cliniche - prosegue il presidente Sibioc - la medicina di laboratorio rappresenta oggi un pilastro fondamentale, imprescindibile per un approccio diagnostico e terapeutico efficace. In quest'ottica - spiega - il contenimento della spesa pubblica e la tutela della salute e del benessere dei cittadini passano anche attraverso un costante miglioramento e potenziamento della medicina di laboratorio. Il primo passaggio di questo processo inizia con l'appropriatezza prescrittiva, ovvero richiedere l'esame giusto per il paziente giusto e nel momento migliore. Questo si realizza anche attraverso un costante aggiornamento dei professionisti di medicina di laboratorio e il congresso nazionale rappresenta un'occasione preziosa per condividere conoscenze, esperienze e innovazioni che permettono di migliorare la pratica quotidiana e garantire percorsi diagnostico-terapeutici sempre più appropriati".
Quello di Firenze "è un momento di incontro e confronto tra professionisti, un'occasione per crescere professionalmente e rafforzare il legame tra laboratorio e clinica - conclude Ciaccio - Un'effettiva integrazione tra medicina di laboratorio e medicina clinica rappresenta la condizione per sviluppare servizi sanitari più efficaci, sostenibili e orientati al miglioramento degli esiti di salute. Il traguardo da raggiungere non riguarda soltanto la cura, ma anche la prevenzione e la riduzione dell'impatto delle patologie croniche e degenerative".

L'anno scorso l'arrivo del primo farmaco specifico per la vitiligine ha cambiato la storia della malattia che scolora la pelle con macchie bianco latte concentrate su viso, mani, piedi, ascelle, gomiti e ginocchia. Ma l'avvento del ruxolitinib, un medicinale topico da usare 2 volte al giorno, non manda in pensione la 'terapia della luce' che anzi, insieme alla crema, promette ai pazienti un risultato ottimale in tempi più brevi, riducendo gli effetti collaterali. Lo spiega all'Adnkronos Salute Andrea Paro Vidolin, responsabile del Centro di fotodermatologia e cura della vitiligine dell'ospedale Israelitico di Roma, nella Vitiligine week che fino all'8 novembre offre consulenze mediche gratuite in più di 35 strutture specializzate lungo la Penisola. Visite aperte da quest'anno anche agli adolescenti dai 12 ai 17 anni.
La vitiligine, ricorda infatti Paro Vidolin, "ha una prevalenza che varia dal 2% al 5% della popolazione generale e colpisce trasversalmente: uomini e donne, di ogni età". Se la causa precisa della patologia non è ancora chiara, oggi si ritiene a che a provocarla concorrano "un disturbo autoimmunitario e un fenomeno legato allo stress ossidativo". Non a caso il ruxolitinib, principio attivo della famiglia dei Jak-inibitori rimborsato in Italia con piano terapeutico, è un farmaco immunosoppressore: contrasta l'auto-attacco ai melanociti, le 'fabbriche' della melanina che pigmenta la cute, aiutando la pelle a recuperare il suo colore. Si applica 2 volte al giorno "per periodi anche molto lunghi, 54-58 settimane secondo le pubblicazioni", sottolinea il dermatologo. Ma "associandolo alla fototerapia - puntualizza - si riducono di molto i tempi di ripigmentazione della pelle e soprattutto si riducono i possibili effetti collaterali, riuscendo magari a ottenere in 3 mesi quello che si potrebbe ottenere in oltre 1 anno". Non solo: proprio perché ruxolitinib agisce sopprimendo una via dell'immunità, per evitare di utilizzarlo a vita "va stabilita una terapia di mantenimento adeguata per cercare di mantenere i risultati. E pure in questa fase la fototerapia viene in aiuto".
Anche nell'era della terapia farmacologica mirata, dunque, per 'fare scacco' alla vitiligine continua a rivestire un ruolo chiave la cura della luce che mira a stimolare i melanociti inattivi, ripristinando il pigmento cutaneo. "Il concetto viene ribadito in tutti i congressi internazionali", evidenzia Paro Vidolin: insieme al ruxolitinib "rimane ancora un presidio fondamentale la fototerapia Uvb a banda stretta, sia con le cabine total body per le forme più estese, sia con il laser a eccimeri 308 nanometri per quelle più localizzate". All'Israelitico l'offerta anti-vitiligine è completa, rimarca lo specialista: "Ci distinguiamo a livello nazionale perché, oltre a essere un centro prescrittore del farmaco, abbiamo tutti i macchinari per la fototerapia da abbinare al ruxolitinib. Si rivolgono a noi anche pazienti da fuori regione: vengono per esempio dalla Puglia o dalla Calabria, per sottoporsi al trattamento anche 1-2 volte alla settimana".
La Settimana della vitiligine è promossa dalla Sidemast (Società italiana di dermatologia e malattie sessualmente trasmesse) con il patrocinio dell'associazione pazienti Apiafco (Associazione psoriasici italiani amici della Fondazione Corazza), il supporto organizzativo di Sintesi Education e il contributo non condizionante di Incyte. Il primo obiettivo è "sensibilizzazione sulla patologia, darle visibilità e far comprendere che si tratta di una vera malattia - chiarisce Paro Vidolin - non solo di un disturbo estetico come spesso viene considerata in Italia. Questo è un grosso problema", osserva il dermatologo.
"Per fare informazione mirata - anticipa l'esperto - sta per nascere un'associazione di pazienti con vitiligine, fondata da una persona che ne soffre. Sarà una realtà specificatamente dedicata alla patologia: al centro ci saranno i pazienti e al loro fianco un comitato scientifico con medici che li supporteranno con una visione clinica specialistica per un'attività basata sulle evidenze". Pazienti con vitiligine al servizio di chi come loro convive con la malattia, con la missione di combattere stigma e falsi miti (il più crudele, e infondato, è l'idea del 'contagio'), ma anche di fare lobbying per comprimere i costi e migliorare le possibilità di accesso ai trattamenti di fototerapia.

Tra le polemiche e le proteste, accentuate dallo scandalo della bambola sessuale dai tratti infantili venduta online dal gigante asiatico dell'e-commerce, Shein inaugura oggi il primo negozio fisico al mondo, nel cuore di Parigi, al sesto piano dello storico grande magazzino Bhv, con tanto di polizia antisommossa schierata a presidio del centro della capitale.
Nelle vicinanze, un gruppo di attivisti per i diritti dei bambini ha organizzato una protesta, mostrando i cartelli 'Proteggete i bambini, non Shein'. Proteste che si aggiungono a quelle sulle condizioni di lavoro adottate nelle fabbriche di Shein e per l'impatto ambientale del suo modello di business ultra-fast fashion, alla base dell'opposizione all'arrivo in Francia di Shein da parte di politici, sindacati e grandi marchi della moda.
Poi, il più recente caso della bambola sessuale dall'aspetto infantile[1], su cui la procura di Parigi ha aperto un'indagine che riguarda tanto Shein quanto i rivenditori online rivali AliExpress, Temu e Wish. Shein si è impegnata a "collaborare pienamente" con le autorità giudiziarie francesi e ha annunciato l'imposizione di un divieto su tutte le bambole sessuali. Il portavoce di Shein in Francia, Quentin Ruffat, ha attribuito la vendita delle bambole a "un malfunzionamento dei nostri processi e della nostra governance".
Per tutto questo, Frédéric Merlin, direttore della società Sgm che gestisce Bhv, ha ammesso ieri di aver valutato l'interruzione della partnership con Shein ma di aver poi cambiato idea e di essere fiducioso riguardo i prodotti Shein che saranno venduti nel suo grande magazzino. Shein, che ha 25 milioni di clienti in Francia, ora programma di aprire cinque negozi in altre città francesi, tra cui Digione, Grenoble e Reims.

Resta molto critica la situazione a Pokrovsk, lo snodo logistico-ferroviario del Donetsk, nell'est dell'Ucraina, che i militari russi potrebbero puntare ad usare come piattaforma di lancio per nuove offensive in direzione del Dnipropetrovsk. A constatarlo è DeepState, il gruppo nato per iniziativa di alcuni volontari, vicino all'esercito ucraino e che mappa regolarmente la linea del fronte: l'esercito russo "continua ad ammassare forze in città", scrive in un post pubblicato su Telegram, dove parla di una "città gradualmente assorbita, con le forze russe che hanno già preso il controllo di alcune aree, stabilito posizioni, creato siti di stoccaggio e mantenuto libere le vie di rifornimento logistiche in vista di ulteriori infiltrazioni in città". Alcune unità inoltre stanno tentando "di prendere il controllo dell'area tra Pokrovsk e Hryshyne, con tentativi simultanei di raggiungere quest'ultima", situata leggermente più a nord.
La battaglia potrebbe essere entrata nella sua fase finale e Pokrovsk potrebbe diventare la prima importante località ucraina conquistata dall'esercito russo dalla presa di Avdiivka, nel febbraio 2024, secondo alcuni analisti. Ma - constata DeepState, le operazioni ucraine contro i russi continuano con attacchi di droni e, più in generale, numerose immagini pubblicate su Internet "testimoniano un lavoro costante sulle posizioni nemiche".
Nella tarda serata di ieri l'intelligence militare ucraina (Hur) aveva diffuso il filmato di quella che descriveva come un'operazione speciale in corso nella città.
Il video mostrava riprese aeree e terrestri di attacchi con droni, carri armati, fanteria, elicotteri e artiglieria, a testimonianza della portata della lotta contro l'avanzata delle forze russe. "Sono in corso aspri combattimenti con gli occupanti russi", aveva dichiarato l'Hur.
Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky si è recato ieri "nel settore di Pokrovsk"[1] per visitare diverse unità "che garantiscono la difesa" della città, come ha dichiarato sul suo canale Telegram. "Questo è il nostro Paese, questo è il nostro fianco orientale e faremo tutto il possibile per garantire che rimanga ucraino", ha affermato.
Se il capo di stato maggiore russo, Valery Gerasimov, sostiene che migliaia di militari ucraini sono circondati a Pokrovsk, sono diversi gli esperti che confutano questa affermazione e per i quali nel nord della città resta sotto controllo ucraino un corridoio largo da uno a tre chilometri. L'accerchiamento dunque non sarebbe totale ma la zona è sotto il fuoco costante dei droni russi, che attaccano i veicoli che cercano di rifornire le unità ucraine ancora posizionate a Pokrovsk e a Myrnohrad, che assieme formano una conurbazione un tempo abitata da 100mila persone.
La "Battaglia di Pokrovsk" è iniziata un anno e mezzo fa, ricostruiscono gli analisti, ma i tentativi di assalto frontale hanno incontrato una forte resistenza. Mosca ha cambiato tattica l'estate scorsa, quando ha impegnato le sue unità di droni contro la logistica militare ucraina, mentre prendeva la città con un movimento a tenaglia da nord. Bersaglio di attacchi da due anni, la città si è svuotata ormai di quasi tutti i civili, ma non è stata rasa al suolo, e la guerra strada per strada potrebbe in teoria durare mesi. Il taglio dei rifornimenti mette però le forze di Kiev in una posizione insostenibile.

Un uomo ha investito deliberatamente con la propria macchina dieci persone, tra cui pedoni e un ciclista, sull'isola d'Oléron, a ovest della Francia. Lo riporta Le Parisien. Tre persone sono rimaste ferite in modo molto grave, ha riferito la gendarmeria nazionale. Altre due in modo lieve. L'automobilista è stato arrestato. Secondo le prime informazioni, l'uomo avrebbe gridato "Allahu Akbar" (Allah è grande), prima di investire le persone. Tuttavia, la procura antiterrorismo "non è coinvolta in questa fase", ha dichiarato il procuratore generale di Le Rochelle, Arnaud Laraize, il quale ha comunque specificato che è stata aperta un'inchiesta per tentato omicidio.
I fatti si sono svolti stamattina intorno alle 8,45, quando l'uomo alla guida del suo veicolo ha investito diverse persone tra due villaggi dell'isola di Oléron, Dolus-d'Oléron e Saint-Pierre-d'Oléron. Pochi minuti dopo il suo gesto, è stato fermato dagli agenti di polizia mentre tentava di appiccare il fuoco al suo veicolo. Nell'auto sono state trovate delle bombole di gas, che, secondo Le Parisien, hanno preso fuoco solo parzialmente. L'uomo è stato immediatamente arrestato presso la stazione di polizia di Saint-Pierre-d'Oléron. E' un cittadino francese sulla trentina residente a La Cotinière, un villaggio sulla costa occidentale dell'Île d'Oléron. "È noto per le sue numerose trasgressioni, in particolare per il consumo abituale di droghe e alcol", ha dichiarato al giornale il sindaco di Saint-Pierre-d'Oléron, Christophe Sueur.
In un messaggio pubblicato su X, il ministro dell'Interno, Laurent Nuñez, ha dichiarato che si recherà oggi stesso sul posto, "su richiesta del Primo Ministro". Il ministro dell'Interno ha confermato l'apertura di un'indagine.

Nel 2022 Ring ha presentato Ring Intercom, una soluzione innovativa pensata per offrire a chi vive in appartamento maggiore comodità e tranquillità, permettendo di gestire l’ingresso del proprio edificio in modo semplice e sicuro. Da allora, sempre più persone in tutta Europa si affidano alla tecnologia di Ring Intercom per trasformare e semplificare l’accesso alle proprie abitazioni. Oggi, Ring annuncia la disponibilità in Italia di Ring Intercom Video, la nuova generazione della gamma di dispositivi Ring per la sicurezza domestica intelligente. Chi dispone di un citofono video compatibile può contare su un controllo visivo ancora più completo dell’ingresso del proprio edificio: grazie a Ring Intercom Video, infatti, è possibile vedere e parlare con chiunque si trovi all’ingresso e autorizzare l’accesso anche da remoto, ovunque ci si trovi.
Che ci si stia rilassando sul divano o ci si trovi in viaggio, con Ring Intercom Video si ha sempre sotto controllo ciò che accade davanti all’ingresso di casa, direttamente dal palmo della propria mano.
La funzione Live Video View e l’audio bidirezionale permettono di vedere, parlare e, se necessario, aprire la porta ai visitatori tramite l’app Ring. Inoltre, chi possiede un dispositivo Echo Show, può usufruire di ancora più comodità con il monitoraggio video e la comunicazione a mani libere.
La funzione di streaming di Ring Intercom Video consente agli utenti di verificare visivamente chi è all’ingresso prima di sbloccare da remoto l’accesso all’edificio, ovunque si trovino. Grazie allo streaming video, è possibile sapere sempre chi si trova alla porta, aggiungendo un ulteriore livello di sicurezza alla quotidianità in appartamento. La perfetta integrazione con l’app Ring permette lo streaming video in tempo reale dall’ingresso dell’edificio, offrendo una visione immediata per verificare chi sta suonando alla porta.
Ring Intercom Video è progettato per essere installato facilmente in autonomia, in meno di un’ora e senza bisogno di modifiche strutturali: la soluzione ideale sia per proprietari che per inquilini affittuari. Il dispositivo è anche compatibile con la verifica automatica per le consegne di Amazon, che consente ai clienti di Ring di fornire un accesso controllato e temporizzato ai corrieri Amazon verificati per accedere all’edificio e consegnare i pacchi in modo sicuro, anche quando non si è in casa.
Ring Intercom Video rivoluziona la gestione degli accessi agli edifici, rendendo la vita in appartamento più semplice e sicura. Chi viaggia spesso o chi passa molto tempo fuori casa, può ora vedere, parlare e gestire l’accesso ai visitatori in qualsiasi momento, per una tranquillità senza compromessi.
Ring Intercom Video è da oggi disponibile su Amazon.it . Dal 2 dicembre, chi possiede già un citofono compatibile e ha acquistato Ring Intercom in passato, può aderire al programma di permuta. Per ulteriori informazioni, visitare il sito qui[1] .

Julio Velasco, allenatore della squadra italiana femminile di pallavolo campione del mondo e considerato tra i più grandi allenatori della storia della pallavolo mondiale, terrà un discorso in occasione dell’evento di chiusura del corso di formazione della Lum school of management per dirigenti della pubblica amministrazione dal titolo 'Competenze manageriali per sviluppare la pa'.
All’incontro, che si terrà domani, giovedì 6 novembre dalle ore 9.30, presso la sala 2 della Fiera del Levante di Bari, prenderanno parte il Rettore della Lum Antonello Garzoni, Michele Emiliano, presidente della Regione Puglia, Ciro Giuseppe Imperio, direttore del dipartimento personale e organizzazione della Regione Puglia, Benedetto Giovanni Pacifico, dirigente sezione organizzazione e formazione personale della Regione Puglia, Angelo Rosa, professore associato in organizzazione aziendale alla Lum e Elio Sannicandro, direttore generale Asset.

Si è tenuta volutamente lontana dai riflettori sin dalla vittoria a sorpresa delle primarie democratiche del marito Zohran Mamdani, Rama Duwaji l'artista nata 28 anni fa in Texas in una famiglia siriana che diventerà la nuova 'first lady' di New York. Non ha fatto campagna elettorale in questi mesi al fianco del marito, né apparizioni televisive o interviste. Nelle scorse ore era sotto i riflettori al Brooklyn Paramount Theater.
Sui suoi social, l'illustratrice e fumettista promuove il suo lavoro incentrato sulle donne in Medio Oriente e le sofferenza dei palestinesi. Nell'Election Day, dopo aver votato con Mamdani, su Instagram ha pubblicato una foto con la scritta "Let's go NYC". In un post su Instagram, dove sfiora i 270mila follower, nel giorno della vittoria alle primarie lo scorso giugno di Mamdani affermava "non potrei essere più orgogliosa". Ci sono poi le foto, assolutamente newyorkesi pubblicate da Mamdani sui social, del matrimonio della coppia, all'inizio dell'anno alla City Hall, con le immagini della sposa in abito bianco corto, stivali e un mazzo di fiori, lo sposo in abito da cerimonia indiano, in un vagone della metropolitana.
"Rama non è solo mia moglie, è un'artista incredibile che merita di essere nota per quello che fa", scriveva Mamdani, replicando a chi l'accusava di nascondere la moglie, dell'artista laureata alla School of Visual Arts di New York. Prima del matrimonio civile la coppia si è sposata in una cerimonia religiosa a Dubai, dove vive la famiglia Duwaji. Duwaji sarà la first lady newyorkese esponente della Gen Z, che tradizionalmente si trasferisce a Gracie Mansion, la residenza del sindaco di New York.

Roberta Morise ed Enrico Bartolini sono diventati genitori per la seconda volta. La coppia ha annunciato l'arrivo di un maschietto con una storia condivisa su Instagram: "Ieri mattina alle 8 in punto è arrivato Geremia. La sua vita è un dono, e io la mamma non vediamo l'ora di viverla insieme". Queste le parole a corredo di una foto in bianco e nero che ritrae la manina del neonato mentre stringe le dita dei due genitori.
Roberta Morise ed Enrico Bartolini sono diventati genitori di Gianmaria il 24 maggio del 2024. E pochi mesi dopo si sono uniti in matrimonio. La showgirl, in un’intervista rilasciata a Gente, aveva confidato le sue sensazioni riguardo la seconda gravidanza: “Sono stata assalita dalle sensazioni. Prima dallo stupore, poi da smarrimento e paura. Ero felice, certo, ma anche spaventata. Forse non mi sentivo pronta ad avere un altro bambino. Guardavo Gianmaria così piccino...", aveva detto Roberta Morise.
La conduttrice aveva condiviso alcuni scatti sui social che annunciavano la gravidanza: "Papà, mi prendo cura della mamma mentre tu sei via. Tengo d'occhio anche quel simpatico birbante di mio fratello Gianmaria. Ci manchi, ti aspettiamo, tuo Enea", recitava la didascalia. Inizialmente, infatti, il bambino avrebbe dovuto chiamarsi Enea, ma la coppia deve aver cambiato idea scegliendo poi di chiamare il bambino Geremia.

Si chiama doxiciclina ed è un antibiotico ad ampio spettro comunemente usato per trattare diverse infezioni batteriche e l'acne. Secondo una nuova ricerca, questo farmaco comunemente prescritto potrebbe contribuire a ridurre il rischio di schizofrenia in alcuni giovani. Gli esperti che firmano lo studio pubblicato sull''American Journal of Psychiatry' - scienziati dell'Università di Edimburgo, in collaborazione con l'Università di Oulu e l'University College di Dublino - hanno scoperto che i pazienti dei servizi di salute mentale per adolescenti trattati con doxiciclina avevano "significativamente meno probabilità di sviluppare la schizofrenia in età adulta rispetto ai pazienti trattati con altri antibiotici".
Gli esperti affermano che i risultati evidenziano il potenziale di riutilizzare un farmaco esistente e già ampiamente usato come intervento preventivo per gravi malattie mentali, come appunto la schizofrenia, che in genere si manifesta nella prima età adulta ed è spesso associata ad allucinazioni e convinzioni deliranti.
Lo studio
Per comprendere meglio i possibili modi per prevenire questa condizione, i ricercatori hanno applicato modelli statistici avanzati ai dati di registri sanitari su larga scala provenienti dalla Finlandia. Il team ha analizzato nel dettaglio le informazioni relative a oltre 56mila adolescenti a cui erano stati prescritti antibiotici e che si rivolgevano ai servizi di salute mentale, e ha rilevato che quelli trattati con doxiciclina avevano un rischio di sviluppare schizofrenia inferiore del 30-35% rispetto ai coetanei che avevano ricevuto altri antibiotici. Quale potrebbe essere il meccanismo alla base di questo risultato? I ricercatori hanno ipotizzato che l'effetto protettivo potrebbe essere collegato all'impatto della doxiciclina sull'infiammazione e sullo sviluppo del cervello.
I risultati
Studi precedenti suggerivano già che questa molecola può ridurre l'infiammazione nelle cellule cerebrali e influenzare la potatura sinaptica (o pruning), un processo naturale in cui il cervello affina le sue connessioni neurali. Un pruning eccessivo è stato associato allo sviluppo di schizofrenia. "Circa la metà delle persone che sviluppano schizofrenia aveva precedentemente frequentato servizi di salute mentale per l'infanzia e l'adolescenza per altri problemi di salute mentale - evidenzia Ian Kelleher, responsabile dello studio e professore di psichiatria infantile e adolescenziale all'Università di Edimburgo - Al momento non disponiamo di interventi noti per ridurre il rischio di sviluppare la schizofrenia in questi giovani.
Questo rende i risultati dello studio d'interesse. Poiché è uno studio di natura osservazionale non possiamo trarre conclusioni definitive sulla causalità, ma è un segnale importante per indagare ulteriormente l'effetto protettivo della doxiciclina e di altri trattamenti antinfiammatori nei pazienti psichiatrici adolescenti come un modo per ridurre potenzialmente il rischio di sviluppare gravi malattie mentali in età adulta".



