Intervento dei vigili del fuoco nel quartiere di Orgosoleddu... 
Ricollegare arterie, vene e nervi, anche di calibri piccolissimi. Trattare un trauma urgente della mano e dell'arto superiore. Ridare una qualità della vita a chi ha subito l'amputazione traumatica del pollice che costituisce una grave menomazione funzionale. E' il lavoro quotidiano del chirurgo della mano in un grande ospedale italiano. Nicola Felici, next president della Società italiana di Chirurgia della mano, è il direttore della Uoc di Chirurgia plastica ricostruttiva e Chirurgia della mano dell'Ao San Camillo-Forlanini di Roma, il centro di riferimento del Lazio per i traumi complessi degli arti, accreditato dalla Federazione europea delle Società scientifiche di chirurgia della mano (Fessh) come 'Hand Trauma and Replantation Center'.
I numeri del Centro: "Ogni anno trattiamo in urgenza circa 400 traumi maggiori della mano e dell'arto superiore - elenca Felici - A questi si aggiungono circa 150 interventi su pazienti con lesioni traumatiche dei nervi periferici e del plesso brachiale, 300 interventi per patologie degenerative della mano (artrosi, malattia di Dupuytren, eccetera), un centinaio di interventi di ortoplastica, ossia ricostruzioni microchirurgiche complesse dell'arto inferiore a seguito di gravi fratture esposte, eseguite in collaborazione con i colleghi traumatologi".
"Oltre a questa attività chirurgica - prosegue - vengono eseguiti circa 900 interventi per patologie minori della mano (dita a scatto, sindrome del tunnel carpale) e tutti gli interventi di chirurgia plastica ricostruttiva su altri distretti come la ricostruzione mammaria dopo mastectomia, le ricostruzioni post-oncologiche del distretto testa-collo, i tumori cutanei, la chirurgia di conferma di genere, per un totale di circa 2.000 interventi di chirurgia maggiore".
Chi è il chirurgo della mano? "In Italia, come nella maggior parte dei paesi Europei, non esiste la specializzazione in Chirurgia della mano - risponde Felici - Il chirurgo della mano generalmente è uno specialista in Chirurgia plastica ricostruttiva, oppure uno specialista in Ortopedia che si è appassionato a questa 'super-specializzazione', ha seguito un percorso formativo orientato sulle patologie della mano, frequentando centri di riferimento per questo tipo di chirurgia. In Italia alla fine degli anni '60 sono sorte due scuole molto importanti che sono state per decenni riferimenti europei e mondiali: il reparto di Chirurgia plastica dell'ospedale di Legnano diretto da Ezio Morelli ed il reparto di Chirurgia della mano di Brescia, di estrazione ortopedica, diretto da Giorgio Brunelli, due grandi maestri e pionieri della chirurgia della mano e della microchirurgia ricostruttiva. Quest'ultima disciplina, la microchirurgia, costituisce un bagaglio tecnico imprescindibile per chi vuole diventare un chirurgo della mano. Grazie alla tecnica microchirurgica è possibile ricollegare arterie, vene e nervi, anche di calibri piccolissimi, mediante l'impiego di strumentario dedicato e del microscopio operatorio. In questo modo è possibile reimpiantare una mano, una gamba o un dito amputato".
Quali sono stati gli interventi più complessi del 2025? "I traumi complessi sono il nostro pane quotidiano - spiega Felici - Cito 2 esempi: un ragazzo di 24 anni che 3 anni fa, a seguito di incidente motociclistico, aveva subito una lesione totale di tutte le radici del plesso brachiale, ossia dei nervi che a livello della colonna cervicale escono dal midollo per innervare spalla, braccio, avambraccio e mano. Arto completamente paralizzato. La microchirurgia riparativa del plesso brachiale e dei nervi periferici è da sempre uno dei miei grandi interessi - racconta il chirurgo - Grazie ad un intervento sulle radici del plesso brachiale che avevo eseguito sul paziente 6 mesi dopo il trauma, il paziente da circa 3 mesi aveva recuperato i movimenti di spalla e gomito, quindi all'inizio del 2025 abbiamo eseguito un trapianto microchirurgico di un muscolo prelevato dalla sua coscia e reimpiantato sul braccio per permettergli di muovere anche le dita della mano re-innervando il muscolo con l'impiego di 2 nervi intercostali. Da qualche mese il paziente ha ricominciato a muovere anche le dita".
Il secondo caso "è quello di un giovane di 20 anni che è arrivato con una grave frattura esposta di gamba, dinamica: moto contro trattore. La vascolarizzazione era interrotta e il piede era ischemico, esisteva il rischio concreto di dover amputare la gamba. Come sempre in questi casi, abbiamo immediatamente portato il paziente in sala operatoria per tentare di salvare il piede, ricostruire i tessuti danneggiati dal trauma con il trapianto microvascolare di un lembo cutaneo e permettere ai colleghi ortopedici di riallineare la frattura - evidenzia lo specialista - Durante l'intervento ci siamo accorti però che il paziente aveva un'anomalia anatomica: una delle 3 arterie della gamba, quella che porta il maggior volume di sangue al piede, era completamente mancante. Io e i miei collaboratori abbiamo dovuto usare tutta la nostra creatività per non arrenderci all'amputazione della gamba. Alla fine, dopo 3 interventi e un successivo trattamento ortopedico, abbiamo vinto noi. Andrea oggi cammina con la sua gamba e con il suo piede".
"Ovviamente, non sempre 'vinciamo' noi, siamo preparati ad affrontare anche gli insuccessi: la nostra è una chirurgia ad alto coefficiente di complessità e le variabili che possono determinare un insuccesso sono moltissime e non sempre è possibile dominarle tutte come vorremmo", chiosa Felici.
Tra le mission del team c'è la ricostruzione degli esiti dei traumi amputativi del pollice mediante trapianto microchirurgico autologo di dita del piede. "L'amputazione traumatica del pollice costituisce una grave menomazione funzionale - illustra Felici - La mano perde la funzione di presa per l'assenza dell'elemento opponente. In questi casi si tenta sempre di reimpiantare il pollice amputato, ma non sempre i reimpianti hanno un esito favorevole. Questa tecnica viene usata proprio dopo un insuccesso. Perché tendiamo a non arrenderci mai. Si propone al paziente di utilizzare una parte del suo alluce per ricostruire il pollice amputato. Anche in questo caso si tratta di un intervento microchirurgico. I risultati sono molto buoni, sia dal punto di vista estetico che funzionale. Il danno funzionale del piede è assolutamente tollerabile ed il paziente può continuare a camminare normalmente".
Come sta cambiando il lavoro del chirurgo? Oggi il robot è 'di casa', evidenzia l'esperto, ma c'è anche l'organizzazione della sala. "Come direttore di questa Unità operativa, il mio obiettivo è di migliorare costantemente i risultati e questo si fa attraverso il perfezionamento dei processi organizzativi e dei percorsi assistenziali con cui si tratta il paziente dall'ingresso in ospedale alla sala operatoria, alla terapia intensiva, al reparto di degenza, fino alla dimissione e alla riabilitazione. Fino ad alcuni anni fa - ricorda Felici - il chirurgo svolgeva la parte principale del suo lavoro in sala operatoria. Sicuramente l'intervento chirurgico è ancora il centro del trattamento, ma l'approccio multispecialistico e la condivisione di percorsi basati sulle linee guida e le evidenze scientifiche sono elementi indispensabili per l'eccellenza clinica. Posso ritenermi fortunato perché coordino dei collaboratori che sono giovani professionisti molto bravi e appassionati a cui posso trasmettere la mia esperienza e valorizzarne le attitudini. E perché lavoro in un grande ospedale dove il livello di competenza dei colleghi di tutte le specialità con cui collaboro ogni giorno è altissimo, e in cui la Direzione strategica è molto efficiente, attenta alle esigenze e pronta a sostenere le progettualità dei clinici. Quando ho proposto di introdurre nelle sale operatorie il robot microchirurgico. Il direttore generale Angelo Aliquò ha colto l'importanza del progetto di innovazione tecnologica e lo ha supportato con entusiasmo".
Guardiamo al futuro, come potrebbe cambiare l'approccio della chirurgia della mano con nuove tecnologie? "Il futuro è già iniziato - dice Felici - Da un anno abbiamo a disposizione un robot microchirurgico. Si tratta di un upgrade notevole: ci permette di lavorare con sicurezza su arterie, vene e vasi linfatici di calibro molto piccolo, al di sotto del mezzo millimetro di diametro. Vuol dire poter reimpiantare più agevolmente una falange ad un bambino di un anno o eseguire ricostruzioni di tessuti molto raffinate che consentono di ottenere risultati funzionali sempre migliori. C'è il progetto di acquisire anche un microscopio robotico che in associazione al robot microchirurgico permetterà al chirurgo operatore di lavorare a distanza dal tavolo operatorio. Ovviamente la tecnologia non sostituisce il ruolo del chirurgo, ma ne potenzia e supporta le abilità".
E' una specializzazione che soffre della carenza di vocazioni? "Sicuramente la specializzazione in Chirurgia plastica non soffre di questa carenza: dopo la Dermatologia è la più richiesta. Il problema - rimarca Felici - è che su 100 medici che si specializzano oggi in Chirurgia plastica 90 di loro si dedicheranno alla chirurgia estetica - avverte - L'esigua minoranza che sceglie di orientarsi verso la chirurgia della mano e la microchirurgia ricostruttiva affronta un percorso formativo complesso e articolato che può essere impegnativo, ma estremamente affascinante e ricco di soddisfazioni. Nell'Unità operativa che dirigo e nei corsi di formazione che organizzo vengono a frequentare specializzandi da università di tutta Italia e dall'estero; in molti di loro vedo la stessa passione che ha contagiato anche me da giovanissimo per la chirurgia della mano e la microchirurgia. I tanti sacrifici imposti dall'acquisizione di abilità ed esperienza in un ambito così complesso e super specialistico - conclude - vengono ripagati quotidianamente da soddisfazioni come quelle di riuscire a reimpiantare una mano o restituire la funzione ad un arto paralizzato".

Ricollegare arterie, vene e nervi, anche di calibri piccolissimi. Trattare un trauma urgente della mano e dell'arto superiore. Ridare una qualità della vita a chi ha subito l'amputazione traumatica del pollice che costituisce una grave menomazione funzionale. E' il lavoro quotidiano del chirurgo della mano in un grande ospedale italiano. Nicola Felici, next president della Società italiana di Chirurgia della mano, è il direttore della Uoc di Chirurgia plastica ricostruttiva e Chirurgia della mano dell'Ao San Camillo-Forlanini di Roma, il centro di riferimento del Lazio per i traumi complessi degli arti, accreditato dalla Federazione europea delle Società scientifiche di chirurgia della mano (Fessh) come 'Hand Trauma and Replantation Center'.
I numeri del Centro: "Ogni anno trattiamo in urgenza circa 400 traumi maggiori della mano e dell'arto superiore - elenca Felici - A questi si aggiungono circa 150 interventi su pazienti con lesioni traumatiche dei nervi periferici e del plesso brachiale, 300 interventi per patologie degenerative della mano (artrosi, malattia di Dupuytren, eccetera), un centinaio di interventi di ortoplastica, ossia ricostruzioni microchirurgiche complesse dell'arto inferiore a seguito di gravi fratture esposte, eseguite in collaborazione con i colleghi traumatologi".
"Oltre a questa attività chirurgica - prosegue - vengono eseguiti circa 900 interventi per patologie minori della mano (dita a scatto, sindrome del tunnel carpale) e tutti gli interventi di chirurgia plastica ricostruttiva su altri distretti come la ricostruzione mammaria dopo mastectomia, le ricostruzioni post-oncologiche del distretto testa-collo, i tumori cutanei, la chirurgia di conferma di genere, per un totale di circa 2.000 interventi di chirurgia maggiore".
Chi è il chirurgo della mano? "In Italia, come nella maggior parte dei paesi Europei, non esiste la specializzazione in Chirurgia della mano - risponde Felici - Il chirurgo della mano generalmente è uno specialista in Chirurgia plastica ricostruttiva, oppure uno specialista in Ortopedia che si è appassionato a questa 'super-specializzazione', ha seguito un percorso formativo orientato sulle patologie della mano, frequentando centri di riferimento per questo tipo di chirurgia. In Italia alla fine degli anni '60 sono sorte due scuole molto importanti che sono state per decenni riferimenti europei e mondiali: il reparto di Chirurgia plastica dell'ospedale di Legnano diretto da Ezio Morelli ed il reparto di Chirurgia della mano di Brescia, di estrazione ortopedica, diretto da Giorgio Brunelli, due grandi maestri e pionieri della chirurgia della mano e della microchirurgia ricostruttiva. Quest'ultima disciplina, la microchirurgia, costituisce un bagaglio tecnico imprescindibile per chi vuole diventare un chirurgo della mano. Grazie alla tecnica microchirurgica è possibile ricollegare arterie, vene e nervi, anche di calibri piccolissimi, mediante l'impiego di strumentario dedicato e del microscopio operatorio. In questo modo è possibile reimpiantare una mano, una gamba o un dito amputato".
Quali sono stati gli interventi più complessi del 2025? "I traumi complessi sono il nostro pane quotidiano - spiega Felici - Cito 2 esempi: un ragazzo di 24 anni che 3 anni fa, a seguito di incidente motociclistico, aveva subito una lesione totale di tutte le radici del plesso brachiale, ossia dei nervi che a livello della colonna cervicale escono dal midollo per innervare spalla, braccio, avambraccio e mano. Arto completamente paralizzato. La microchirurgia riparativa del plesso brachiale e dei nervi periferici è da sempre uno dei miei grandi interessi - racconta il chirurgo - Grazie ad un intervento sulle radici del plesso brachiale che avevo eseguito sul paziente 6 mesi dopo il trauma, il paziente da circa 3 mesi aveva recuperato i movimenti di spalla e gomito, quindi all'inizio del 2025 abbiamo eseguito un trapianto microchirurgico di un muscolo prelevato dalla sua coscia e reimpiantato sul braccio per permettergli di muovere anche le dita della mano re-innervando il muscolo con l'impiego di 2 nervi intercostali. Da qualche mese il paziente ha ricominciato a muovere anche le dita".
Il secondo caso "è quello di un giovane di 20 anni che è arrivato con una grave frattura esposta di gamba, dinamica: moto contro trattore. La vascolarizzazione era interrotta e il piede era ischemico, esisteva il rischio concreto di dover amputare la gamba. Come sempre in questi casi, abbiamo immediatamente portato il paziente in sala operatoria per tentare di salvare il piede, ricostruire i tessuti danneggiati dal trauma con il trapianto microvascolare di un lembo cutaneo e permettere ai colleghi ortopedici di riallineare la frattura - evidenzia lo specialista - Durante l'intervento ci siamo accorti però che il paziente aveva un'anomalia anatomica: una delle 3 arterie della gamba, quella che porta il maggior volume di sangue al piede, era completamente mancante. Io e i miei collaboratori abbiamo dovuto usare tutta la nostra creatività per non arrenderci all'amputazione della gamba. Alla fine, dopo 3 interventi e un successivo trattamento ortopedico, abbiamo vinto noi. Andrea oggi cammina con la sua gamba e con il suo piede".
"Ovviamente, non sempre 'vinciamo' noi, siamo preparati ad affrontare anche gli insuccessi: la nostra è una chirurgia ad alto coefficiente di complessità e le variabili che possono determinare un insuccesso sono moltissime e non sempre è possibile dominarle tutte come vorremmo", chiosa Felici.
Tra le mission del team c'è la ricostruzione degli esiti dei traumi amputativi del pollice mediante trapianto microchirurgico autologo di dita del piede. "L'amputazione traumatica del pollice costituisce una grave menomazione funzionale - illustra Felici - La mano perde la funzione di presa per l'assenza dell'elemento opponente. In questi casi si tenta sempre di reimpiantare il pollice amputato, ma non sempre i reimpianti hanno un esito favorevole. Questa tecnica viene usata proprio dopo un insuccesso. Perché tendiamo a non arrenderci mai. Si propone al paziente di utilizzare una parte del suo alluce per ricostruire il pollice amputato. Anche in questo caso si tratta di un intervento microchirurgico. I risultati sono molto buoni, sia dal punto di vista estetico che funzionale. Il danno funzionale del piede è assolutamente tollerabile ed il paziente può continuare a camminare normalmente".
Come sta cambiando il lavoro del chirurgo? Oggi il robot è 'di casa', evidenzia l'esperto, ma c'è anche l'organizzazione della sala. "Come direttore di questa Unità operativa, il mio obiettivo è di migliorare costantemente i risultati e questo si fa attraverso il perfezionamento dei processi organizzativi e dei percorsi assistenziali con cui si tratta il paziente dall'ingresso in ospedale alla sala operatoria, alla terapia intensiva, al reparto di degenza, fino alla dimissione e alla riabilitazione. Fino ad alcuni anni fa - ricorda Felici - il chirurgo svolgeva la parte principale del suo lavoro in sala operatoria. Sicuramente l'intervento chirurgico è ancora il centro del trattamento, ma l'approccio multispecialistico e la condivisione di percorsi basati sulle linee guida e le evidenze scientifiche sono elementi indispensabili per l'eccellenza clinica. Posso ritenermi fortunato perché coordino dei collaboratori che sono giovani professionisti molto bravi e appassionati a cui posso trasmettere la mia esperienza e valorizzarne le attitudini. E perché lavoro in un grande ospedale dove il livello di competenza dei colleghi di tutte le specialità con cui collaboro ogni giorno è altissimo, e in cui la Direzione strategica è molto efficiente, attenta alle esigenze e pronta a sostenere le progettualità dei clinici. Quando ho proposto di introdurre nelle sale operatorie il robot microchirurgico. Il direttore generale Angelo Aliquò ha colto l'importanza del progetto di innovazione tecnologica e lo ha supportato con entusiasmo".
Guardiamo al futuro, come potrebbe cambiare l'approccio della chirurgia della mano con nuove tecnologie? "Il futuro è già iniziato - dice Felici - Da un anno abbiamo a disposizione un robot microchirurgico. Si tratta di un upgrade notevole: ci permette di lavorare con sicurezza su arterie, vene e vasi linfatici di calibro molto piccolo, al di sotto del mezzo millimetro di diametro. Vuol dire poter reimpiantare più agevolmente una falange ad un bambino di un anno o eseguire ricostruzioni di tessuti molto raffinate che consentono di ottenere risultati funzionali sempre migliori. C'è il progetto di acquisire anche un microscopio robotico che in associazione al robot microchirurgico permetterà al chirurgo operatore di lavorare a distanza dal tavolo operatorio. Ovviamente la tecnologia non sostituisce il ruolo del chirurgo, ma ne potenzia e supporta le abilità".
E' una specializzazione che soffre della carenza di vocazioni? "Sicuramente la specializzazione in Chirurgia plastica non soffre di questa carenza: dopo la Dermatologia è la più richiesta. Il problema - rimarca Felici - è che su 100 medici che si specializzano oggi in Chirurgia plastica 90 di loro si dedicheranno alla chirurgia estetica - avverte - L'esigua minoranza che sceglie di orientarsi verso la chirurgia della mano e la microchirurgia ricostruttiva affronta un percorso formativo complesso e articolato che può essere impegnativo, ma estremamente affascinante e ricco di soddisfazioni. Nell'Unità operativa che dirigo e nei corsi di formazione che organizzo vengono a frequentare specializzandi da università di tutta Italia e dall'estero; in molti di loro vedo la stessa passione che ha contagiato anche me da giovanissimo per la chirurgia della mano e la microchirurgia. I tanti sacrifici imposti dall'acquisizione di abilità ed esperienza in un ambito così complesso e super specialistico - conclude - vengono ripagati quotidianamente da soddisfazioni come quelle di riuscire a reimpiantare una mano o restituire la funzione ad un arto paralizzato".

"Non è una decisione facile, ma sento che è quella giusta". Anna Tatangelo ha annunciato sui social il rinvio delle date del tour 'Tatangeles'. "Mancherebbe poco, ma ho bisogno di chiedervi ancora un po' di pazienza", ha scritto la cantante, diventata mamma lo scorso 3 gennaio della piccola Beatrice.
Alla base della sua decisione c'è proprio la maternità: "In questo momento della mia vita ho imparato quanto sia importante fermarsi. Come madre oggi sento il bisogno di dedicare tempo alla mia famiglia, soprattutto alla mia piccolina, con la stessa verità e presenza che ho sempre messo la musica", ha continuato.
Tuttavia si tratta solo di uno stop temporaneo, le date sono state riprogrammate per l'autunno. "Sento una grande responsabilità nei vostri riguardi. Per me queste due date rappresentano qualcosa di importante e unico. Ci tengo a creare uno spettacolo che vi somigli, che vi ripaghi dell’amore e della fiducia che mi regalate ogni giorno da anni".
Tatangelo ha sottolineato l'esigenza di prendersi del tempo "per recuperare energie e preparare tutto come meritate" e "curare tutto nei minimi dettagli". I concerti di Milano e Napoli, inizialmente previsti per il 9 e il 17 aprile, si terranno rispettivamente il 19 novembre a Milano e il 17 novembre a Napoli.
A Elmas crolla un muro, allagamenti a Quartu...
Confermati Alberto Mura e Lucia Anna Mameli...
Sul posto il personale dell'Anas...
Criticità ordinaria sino alle 9 di domenica 1 febbraio... (Adnkronos) - E' passato un mese dall'incendio di Capodanno al locale 'Le Constellation' di Crans-Montana, in Svizzera. Negli occhi ancora le immagini della tragedia che ha coinvolto ragazzi giovanissimi, tra cui gli italiani feriti, trasportati nei giorni successivi all'ospedale Niguarda di Milano per affrontare la prima difficile fase: una lotta per la vita, per gran parte di loro (uno dei pazienti è stato sottoposto anche a trattamento Ecmo, la macchina 'riposa-polmoni', al Policlinico di Milano). Adesso che i giorni dell'emergenza più acuta sono quasi alle spalle, c'è spazio per un bilancio positivo: "I primi momenti sono stati molto complessi. La preoccupazione di tutti all'inizio era proprio giorno per giorno, ora per ora, i tempi erano contingentati, si doveva garantire la sopravvivenza e la stabilizzazione" dei feriti, che nel momento di massima presenza hanno raggiunto quota 12. "Ora stiamo entrando in una fase più tranquilla da un punto di vista chirurgico, dove gli aspetti da trattare sono funzionali ed estetici, che sono altrettanto importanti". A regalare tempo prezioso e fare da 'ponte' fra queste due fasi è stato un elemento: la pelle donata e custodita in una biobanca del Niguarda, spiega all'Adnkronos Salute Giovanni Sesana, responsabile Banca dei tessuti e terapia tissutale della struttura sanitaria meneghina.
"Nei primissimi giorni, che sono stati i più importanti e intensi, abbiamo impiegato circa 15mila centimetri quadrati di cute e poi ne è servita altra a distanza, non più con picchi così alti. Fra tutti i pazienti" ad oggi "siamo sui 30-35mila centimetri quadrati di cute utilizzata per tutte le varie fasi", riepiloga l'esperto. "Siamo tutti molto contenti, perché questi ragazzi stanno uscendo dalla fase acuta, anche se siamo consapevoli che avranno ancora una bella battaglia. Le loro Olimpiadi iniziano adesso e, se le affronteranno così come hanno risposto finora le vincono, pur se ci sarà da lottare parecchio", dice Sesana. E c'è emozione nelle sue parole nel ricordare "la bella risposta da parte di tutto il sistema sanitario e di tutto il Niguarda per questi ragazzi. L'ospedale si è mosso anche per far sì che non fossero soli, è stato attento al fatto di trasferirli insieme, e lasciarli sempre insieme e questo - il fatto di potersi vedere l'un l'altro, pur sofferenti - spero e credo abbia aiutato".
Per la banca dei tessuti, continua Sesana, "la risposta immediata è stata facile, perché abbiamo potuto disporre di una buona quantità di cute come nostra riserva, grazie proprio al fatto che l'anno scorso abbiamo avuto 125 donazioni, cioè 125 persone che, in maniera gratuita, hanno detto sì" a questo gesto solidale post mortem, "senza sapere a cosa sarebbe servita, e noi siamo riusciti a mettere in banca la cute che poi si è rivelata un salvavita per i ragazzi di Crans. Io lo dico sempre: è un dono veramente importante. E in questo caso è stato utilizzato in maniera inaspettata, perché nessuno poteva prevedere un evento di questo genere. Nella tragedia che ha rappresentato Crans, è stato molto bello vedere che il dono di tante persone ha permesso poi a distanza di tempo un intervento così importante nei confronti di ragazzi così giovani, che sono il nostro futuro".
E' proprio perché il senso di tutto questo ritorni alle famiglie dei donatori che il network del Centro regionale trapianti scrive poi delle lettere di ringraziamento. "E' un grazie importante a coloro che hanno donato", riflette Sesana. Quei centimetri di pelle sono cruciali, ripete l'esperto. "La cute, fra tutti i tessuti, è l'unico salvavita, nel senso che in momenti come questo, immediatamente posteriori a delle ustioni di grandissima quantità di superficie corporea, permette la sopravvivenza dei pazienti. Il primo grazie lo si deve agli specialisti che sono intervenuti, quindi alla rianimazione da una parte e alla chirurgia plastica dall'altra". E, "insieme alla bravura dei rianimatori e dei chirurghi plastici, la cute è il materiale che ha permesso la sopravvivenza dei pazienti in quei primi giorni".
Cute che "viene usata nei primi giorni in grande quantità e rimane come copertura per 10-14 giorni. Poi, il passaggio successivo è che può essere necessario un altro utilizzo" di questi tessuti donati, "oppure si va verso altre soluzioni più chirurgiche, fino - più avanti nel tempo - agli interventi definitivi per i quali si ricorre anche all'autotrapianto, cioè si preleva la cute dello stesso paziente per andare a rimodellare delle parti", prosegue lo specialista. "Un po' di risultati belli ci sono già, alcuni pazienti sono usciti dalla fase più acuta e c'è chi è già andato in riabilitazione. Nei prossimi mesi si affronteranno gli aspetti funzionali ed estetici" con gli esperti della chirurgia plastica. "Noi con la cute donata serviamo invece proprio nella fase dell'emergenza", in cui la pelle da sostituire "è tanta. La cute donata ha due grosse capacità - spiega Sesana - protegge dalle eventuali infezioni, dà una copertura. Ma è anche uno stimolo alla ricrescita degli strati più profondi, cioè la cute manda proprio dei messaggi, per cui l'organismo sa che è coperto e quindi inizia a riprodurre dal profondo tutte le cellule che poi ricrescono piano piano".
Adesso, continua il medico, "c'è ancora un po' di preoccupazione per qualche paziente dal punto di vista respiratorio. Ci sono stati i primi giorni difficili, in cui la rianimazione ha fatto dei salti enormi, ottenendo dei buoni risultati". Per i chirurghi plastici si è trattato di "vedere quanta cute doveva essere tolta e quanta poteva essere lasciata perché potesse essere ricostruita. Quindi la prima fase è proprio quella della pulizia e della demolizione chirurgica, della stabilizzazione per far sì che il paziente possa essere trasportato in sala operatoria per subire degli interventi che possono essere anche molto lunghi. Adesso inizierà una parte del percorso meno concitata e più serena dal punto di vista chirurgico. Il fatto che i pazienti fossero ragazzi - giovani e senza patologie, se non questo evento traumatico - dal punto di vista clinico ha fatto la differenza, nonostante la preoccupazione legata alla giovane età" per gli aspetti psicologici e di resilienza.
Di questa esperienza, conclude Sesana, "porto con me la consapevolezza dell'importanza di un progetto che la Regione Lombardia porta avanti da tempo, quello di una Banca unica regionale qui al Niguarda. Vuol dire avere una banca con tutti i tessuti, all'interno di un ospedale dove ci sono dei professionisti che li usano. Noi con i chirurghi plastici lavoriamo insieme tutti i giorni, sanno che cosa possiamo dare loro e noi sappiamo di cosa loro hanno bisogno. Anche in questo evento la vicinanza è stata perfetta". E poi "c'è l'aspetto più personale, sul fatto che qualcosa di positivo nonostante la tragedia resta, in un sistema che ha funzionato bene. Nella risposta si è vista la competenza clinica, ma anche l'affetto del sistema sanitario nei confronti dei pazienti. La migliore risposta possibile che potevamo dare" e che include anche il dono, "quelle belle azioni fatte dai cittadini. Quando è successo l'evento di Crans avevamo in banca fra i 50 e i 55mila centimetri quadrati di cute, poi sono scesi e adesso li stiamo recuperando, stiamo tornando ad avere una scorta come prima, perché le donazioni continuano". Nell'immediatezza dell'emergenza, però, "avevamo pronti anche dei contatti con le altre banche italiane per poter ricevere cute. Ce l'abbiamo fatta da soli, però il sistema rete era lì, pronto a darci una mano".

E' passato un mese dall'incendio di Capodanno al locale 'Le Constellation' di Crans-Montana, in Svizzera. Negli occhi ancora le immagini della tragedia che ha coinvolto ragazzi giovanissimi, tra cui gli italiani feriti, trasportati nei giorni successivi all'ospedale Niguarda di Milano per affrontare la prima difficile fase: una lotta per la vita, per gran parte di loro (uno dei pazienti è stato sottoposto anche a trattamento Ecmo, la macchina 'riposa-polmoni', al Policlinico di Milano). Adesso che i giorni dell'emergenza più acuta sono quasi alle spalle, c'è spazio per un bilancio positivo: "I primi momenti sono stati molto complessi. La preoccupazione di tutti all'inizio era proprio giorno per giorno, ora per ora, i tempi erano contingentati, si doveva garantire la sopravvivenza e la stabilizzazione" dei feriti. "Ora stiamo entrando in una fase più tranquilla da un punto di vista chirurgico, dove gli aspetti da trattare sono funzionali ed estetici, che sono altrettanto importanti". A regalare tempo prezioso e fare da 'ponte' fra queste due fasi è stato un elemento: la pelle donata e custodita in una biobanca del Niguarda, spiega all'Adnkronos Salute Giovanni Sesana, responsabile Banca dei tessuti e terapia tissutale della struttura sanitaria meneghina.
"Nei primissimi giorni, che sono stati i più importanti e intensi, abbiamo impiegato circa 15mila centimetri quadrati di cute e poi ne è servita altra a distanza, non più con picchi così alti. Fra tutti i pazienti" ad oggi "siamo sui 30-35mila centimetri quadrati di cute utilizzata per tutte le varie fasi", riepiloga l'esperto. "Siamo tutti molto contenti, perché questi ragazzi stanno uscendo dalla fase acuta, anche se siamo consapevoli che avranno ancora una bella battaglia. Le loro Olimpiadi iniziano adesso e, se le affronteranno così come hanno risposto finora le vincono, pur se ci sarà da lottare parecchio", dice Sesana. E c'è emozione nelle sue parole nel ricordare "la bella risposta da parte di tutto il sistema sanitario e di tutto il Niguarda per questi ragazzi. L'ospedale si è mosso anche per far sì che non fossero soli, è stato attento al fatto di trasferirli insieme, e lasciarli sempre insieme e questo - il fatto di potersi vedere l'un l'altro, pur sofferenti - spero e credo abbia aiutato".
Per la banca dei tessuti, continua Sesana, "la risposta immediata è stata facile, perché abbiamo potuto disporre di una buona quantità di cute come nostra riserva, grazie proprio al fatto che l'anno scorso abbiamo avuto 125 donazioni, cioè 125 persone che, in maniera gratuita, hanno detto sì" a questo gesto solidale post mortem, "senza sapere a cosa sarebbe servita, e noi siamo riusciti a mettere in banca la cute che poi si è rivelata un salvavita per i ragazzi di Crans. Io lo dico sempre: è un dono veramente importante. E in questo caso è stato utilizzato in maniera inaspettata, perché nessuno poteva prevedere un evento di questo genere. Nella tragedia che ha rappresentato Crans, è stato molto bello vedere che il dono di tante persone ha permesso poi a distanza di tempo un intervento così importante nei confronti di ragazzi così giovani, che sono il nostro futuro".
E' proprio perché il senso di tutto questo ritorni alle famiglie dei donatori che il network del Centro regionale trapianti scrive poi delle lettere di ringraziamento. "E' un grazie importante a coloro che hanno donato", riflette Sesana. Quei centimetri di pelle sono cruciali, ripete l'esperto. "La cute, fra tutti i tessuti, è l'unico salvavita, nel senso che in momenti come questo, immediatamente posteriori a delle ustioni di grandissima quantità di superficie corporea, permette la sopravvivenza dei pazienti. Il primo grazie lo si deve agli specialisti che sono intervenuti, quindi alla rianimazione da una parte e alla chirurgia plastica dall'altra". E, "insieme alla bravura dei rianimatori e dei chirurghi plastici, la cute è il materiale che ha permesso la sopravvivenza dei pazienti in quei primi giorni".
Cute che "viene usata nei primi giorni in grande quantità e rimane come copertura per 10-14 giorni. Poi, il passaggio successivo è che può essere necessario un altro utilizzo" di questi tessuti donati, "oppure si va verso altre soluzioni più chirurgiche, fino - più avanti nel tempo - agli interventi definitivi per i quali si ricorre anche all'autotrapianto, cioè si preleva la cute dello stesso paziente per andare a rimodellare delle parti", prosegue lo specialista. "Un po' di risultati belli ci sono già, alcuni pazienti sono usciti dalla fase più acuta e c'è chi è già andato in riabilitazione. Nei prossimi mesi si affronteranno gli aspetti funzionali ed estetici" con gli esperti della chirurgia plastica. "Noi con la cute donata serviamo invece proprio nella fase dell'emergenza", in cui la pelle da sostituire "è tanta. La cute donata ha due grosse capacità - spiega Sesana - protegge dalle eventuali infezioni, dà una copertura. Ma è anche uno stimolo alla ricrescita degli strati più profondi, cioè la cute manda proprio dei messaggi, per cui l'organismo sa che è coperto e quindi inizia a riprodurre dal profondo tutte le cellule che poi ricrescono piano piano".
Adesso, continua il medico, "c'è ancora un po' di preoccupazione per qualche paziente dal punto di vista respiratorio. Ci sono stati i primi giorni difficili, in cui la rianimazione ha fatto dei salti enormi, ottenendo dei buoni risultati". Per i chirurghi plastici si è trattato di "vedere quanta cute doveva essere tolta e quanta poteva essere lasciata perché potesse essere ricostruita. Quindi la prima fase è proprio quella della pulizia e della demolizione chirurgica, della stabilizzazione per far sì che il paziente possa essere trasportato in sala operatoria per subire degli interventi che possono essere anche molto lunghi. Adesso inizierà una parte del percorso meno concitata e più serena dal punto di vista chirurgico. Il fatto che i pazienti fossero ragazzi - giovani e senza patologie, se non questo evento traumatico - dal punto di vista clinico ha fatto la differenza, nonostante la preoccupazione legata alla giovane età" per gli aspetti psicologici e di resilienza.
Di questa esperienza, conclude Sesana, "porto con me la consapevolezza dell'importanza di un progetto che la Regione Lombardia porta avanti da tempo, quello di una Banca unica regionale qui al Niguarda. Vuol dire avere una banca con tutti i tessuti, all'interno di un ospedale dove ci sono dei professionisti che li usano. Noi con i chirurghi plastici lavoriamo insieme tutti i giorni, sanno che cosa possiamo dare loro e noi sappiamo di cosa loro hanno bisogno. Anche in questo evento la vicinanza è stata perfetta". E poi "c'è l'aspetto più personale, sul fatto che qualcosa di positivo nonostante la tragedia resta, in un sistema che ha funzionato bene. Nella risposta si è vista la competenza clinica, ma anche l'affetto del sistema sanitario nei confronti dei pazienti. La migliore risposta possibile che potevamo dare" e che include anche il dono, "quelle belle azioni fatte dai cittadini. Quando è successo l'evento di Crans avevamo in banca fra i 50 e i 55mila centimetri quadrati di cute, poi sono scesi e adesso li stiamo recuperando, stiamo tornando ad avere una scorta come prima, perché le donazioni continuano". Nell'immediatezza dell'emergenza, però, "avevamo pronti anche dei contatti con le altre banche italiane per poter ricevere cute. Ce l'abbiamo fatta da soli, però il sistema rete era lì, pronto a darci una mano".
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"Sei anni fa", il 30 gennaio 2020, "l'Organizzazione mondiale della sanità dichiarò l'epidemia di nuovo coronavirus", poi battezzato Sars-CoV-2, "un'emergenza di interesse internazionale (Pheic), il livello di allarme più alto previsto dal diritto sanitario internazionale all'epoca. Questa pandemia ha cambiato per sempre la salute globale". A ripercorrere la crisi del Covid, e tutto quello che è venuto dopo, è una delle esperte Oms che è stata da subito in prima linea, l'epidemiologa Maria Van Kerkhove, direttrice ad interim del Dipartimento Epidemic and Pandemic Threat Management. La sua è una riflessione su quanto è stato fatto, su cosa si è riusciti ad imparare da questa emergenza storica, e su come il mondo si sta preparando per il futuro. "Il mio messaggio per il 2026 è semplice: non abbandoniamoci alle minacce che affrontiamo".
"Alcuni sostengono ancora che l'Oms sia stata 'troppo lenta' a dichiarare una Pheic - osserva in un lungo post su X - Gran parte di questa retorica riflette pregiudizi retrospettivi e politicizzazione. Le decisioni furono prese sulla base delle informazioni disponibili al momento dell'evolversi degli eventi e il contesto è importante". Van Kerkhove ripercorre la timeline dell'epoca, ricordando alcune date cruciali, da quel 31 dicembre 2019 in cui l'Oms riceve un alert da Wuhan, la metropoli cinese dove si scoprì in origine la presenza di Sars-CoV-2, il primo fronte di quella che diventerà una pandemia globale.
Scorrere quella timeline è rivivere il film dell'emergenza affrontata. I giorni scorrono fino al 13 gennaio 2020 quando si rileva il primo caso fuori dai confini cinesi, al 20 dello stesso mese quando il direttore generale Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus, annuncia la convocazione di un Comitato di Emergenza ai sensi del regolamento sanitario internazionale (ai tempi i casi segnalati fuori dalla Cina erano 3). Il 26 gennaio, una delegazione senior dell'Oms guidata dal Dg va in Cina per saperne di più in prima persona sull'epidemia e incontrare alti dirigenti cinesi, il 30 gennaio il nuovo coronavirus diventa un'emergenza internazionale (i casi erano meno di 100 fuori dalla Cina). Ma l'Oms, assicura Van Kerkhove, "prende sul serio le critiche e apporta modifiche. Numerose revisioni indipendenti hanno guidato le riforme, tra cui un Regolamento sanitario internazionale rafforzato e un nuovo livello di allerta: 'emergenza pandemica', e l'adozione dell'Accordo sulle pandemie. I sistemi si evolvono perché impariamo".
Sei anni dopo, continua Van Kerkhove, "Covid-19 non è scomparso. Il virus Sars-CoV-2 continua a circolare a livello globale, evolversi, reinfettare e causare gravi malattie e Long Covid. Tutti noi sentiamo ancora gli impatti più ampi di questi 6 anni. Nel tempo, i miei messaggi si sono evoluti con l'evolversi della situazione: il 2020-2021 è stato un anno di risposta alle emergenze, il 2022-2023 di transizione e avvisi, il 2024-2025 di vigilanza e preparazione. All'inizio della pandemia, abbiamo visto quanto velocemente un nuovo virus possa diffondersi, ma anche quanto possano essere potenti, quando sono allineate, la scienza, la collaborazione e la condivisione dei dati. Allo stesso tempo, le disuguaglianze hanno rallentato i progressi e causato perdite di vite umane. La fine dell'emergenza nel 2023 non ha significato la fine della minaccia". Oggi però "esistono strumenti efficaci per il Covid e altri patogeni con potenziale epidemico e pandemico: vaccini aggiornati, trattamenti efficaci, sistemi di sorveglianza, misure di prevenzione. Tuttavia, l'adesione, soprattutto tra i soggetti più a rischio, rimane troppo bassa in molti luoghi", avverte l'esperta.
La strategia aggiornata dell'Oms per il Covid si concentra su protezione, integrazione e preparazione, integrando la prevenzione e la cura" di questa patologia "nei sistemi sanitari di routine, non trattandolo come un problema del passato". Per l'esperta, "la sorveglianza delle malattie e la condivisione delle informazioni sono davvero importanti. La riduzione dei test e delle segnalazioni ha creato crescenti lacune nei dati, rendendo più difficile rilevare precocemente i cambiamenti e agire rapidamente. Non dovremmo smantellare i sistemi che abbiamo costruito, dovremmo rafforzarli", esorta. "Una parte critica dei 6 anni di Covid è la sindrome post-virus, "il long Covid. I sintomi a lungo termine colpiscono milioni di persone e devono essere centrali nel modo in cui valutiamo l'impatto, la ripresa e la preparazione. Le evidenze attuali suggeriscono che circa il 10-20% delle persone sperimenta una varietà di effetti a medio e lungo termine dopo la guarigione iniziale".
E poi c'è il capitolo operatori sanitari, scienziati, soccorritori, i professionisti che hanno affrontato l'onda d'urto della pandemia. "Hanno portato un peso straordinario, spesso a caro prezzo. Dobbiamo loro più che ringraziamenti". E c'è un'immagine che tormenta Van Kerkhove. E' la foto della mano di un paziente Covid in terapia intensiva, stretta fra due guanti di gomma che un'infermiera aveva riempito di acqua calda per simulare il contatto umano impossibile per la necessità dell'isolamento. "Questa immagine - confida l'esperta - mi spinge a fare di più ogni giorno. "Sei anni dopo, ciò che sappiamo è chiaro: il Covid non è scomparso, i vaccini riducono la malattia grave, la sorveglianza fa risparmiare tempo e vite umane, e la preparazione e la prontezza devono essere continue". Da qui le richieste per il 2026: "Proteggere le persone più a rischio, mantenere una sorveglianza rigorosa e la condivisione delle informazioni, investire nella ricerca e nell'assistenza per il Long Covid, prepararsi prima della prossima crisi, non dopo. Il lavoro continua".

Un angelo con il volto di Giorgia Meloni, in una basilica in pieno centro a Roma: a San Lorenzo in Lucina, dove è in corso un importante restauro, il volto della premier è apparso in una cappella della basilica, vicino alla sagrestia: su un muro, con al centro il busto di Umberto II, l’angelo di sinistra tiene in mano la corona reale, mentre l’angelo di destra, con un volto che assomiglia a quello del presidente del Consiglio[1], tiene fra le mani una pergamena, su cui è raffigurata l’Italia: “La vollero i monarchici”, racconta monsignor Daniele Micheletti, responsabile della basilica.
“A me pare proprio la Meloni. Il restauro di questa cappella, i cui disegni sono stati realizzati nel 2000, è stato curato da Bruno Valentinetti e si è concluso verso Natale scorso, c'erano delle infiltrazioni dalle fondamenta e dal tetto. È venuto proprio bene, anche se la parte migliore della cappella sono i disegni sul soffitto, dove non c’è nessuna Meloni. I disegni sono stati rifatti prendendoli dalla cappella speculare della Madonna, che adesso non posso mostrarvi”, in quanto sottoposta a restauro.
“Per me - prosegue il monsignore - non è un problema avere un angelo con il volto della premier. Fra Meloni e Schlein chi avrei preferito? Nessuna delle due. Se ci sarà una crescita nei fedeli di destra non è un problema: li aspetto domani a messa”, conclude scherzando.
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