
"Si stima che il monossido di carbonio provochi ogni anno solo in Italia tra i 350 e i 600 decessi, con oltre 6mila ricoveri ospedalieri, e l'80% delle intossicazioni che si verifica tra le mura domestiche". Lo affermano gli esperti della Società italiana di medicina ambientale (Sima), che lanciano l'allarme dopo la nuova tragedia avvenuta a Porcari (Lucca) dove a perdere la vita è stata un'intera famiglia: padre, madre e due figli.
Il monossido di carbonio (CO) - spiegano - è particolarmente insidioso poiché è un gas incolore e inodore in grado di provocare a concentrazioni eccessive la morte quasi immediata. Si tratta di un gas da combustione emesso da motori a benzina, fornelli, generatori, lampade a gas, radiatori portatili a kerosene e a gas, caldaie, scaldabagni, caminetti e stufe a legna o a gas[1]. Una volta inalato, il CO si lega all'emoglobina con un'affinità oltre 200 volte superiore rispetto all'ossigeno, formando carbossiemoglobina e compromettendo la capacità del sangue di acquisire e trasportare ossigeno, con conseguente ipossia tissutale.
Nelle abitazioni, in condizioni normali, i livelli sono compresi tra 1,5 e 4,5 mg/m3, ma in presenza di processi di combustione, quali sistemi di riscaldamento e di cottura o di fumo di tabacco, e inadeguata ventilazione, le concentrazioni interne possono raggiungere livelli sino a 60 mg/m3. Per concentrazioni ambientali di CO inferiori a 5 mg/m3 non si hanno effetti apprezzabili sulla salute negli individui sani, mentre in pazienti con affezioni cardiach, anche basse concentrazioni possono provocare una crisi anginosa. A concentrazioni maggiori si verificano mal di testa, vertigini, debolezza, nausea, vomito, dolori al petto e stato confusionale. In alcuni soggetti esposti per lungo tempo all'assorbimento di piccole quantità di monossido di carbonio è stata descritta una sintomatologia caratterizzata da astenia, cefalea, vertigini, nevriti, sindromi parkinsoniane ed epilettiche, aritmie, crisi anginose.
"La severità delle manifestazioni cliniche da intossicazione da CO dipende dalla sua concentrazione nell'aria inspirata, dalla durata dell'esposizione e dalle condizioni di salute delle persone coinvolte - afferma il presidente della Sima, Alessandro Miani - Particolarmente suscettibili sono gli anziani, le persone con affezioni dell'apparato cardiovascolare e respiratorio, le donne in stato di gravidanza, i neonati ed i bambini in genere".
Per evitare incidenti e casi di intossicazione, "è fondamentale sottoporre a manutenzione periodica gli impianti di riscaldamento delle abitazioni - raccomanda Miani - spegnere i motori degli autoveicoli quando si staziona all'interno di spazi chiusi, non usare mai in ambienti chiusi sistemi di cottura progettati per l'utilizzo all'aria aperta. Può essere inoltre utile dotare le abitazioni private di sistemi di allarme in grado di rilevare la presenza di CO".
Transizione energetica, primo incontro del progetto con l'Indian
Institute of Technology...
Incontro sul disciplinare convocato dal Masaf a Cagliari... 
Nuove speranze per le aspiranti mamme. Uno studio pre-clinico apre nuovi scenari nella ricerca sull'infertilità legata all'età, suggerendo possibili sviluppi futuri per migliorare l'efficacia della fecondazione in vitro (Ivf) nelle donne over 35. La ricerca - che ha guadagnato le pagine del quotidiano britannico 'The Times' - è stata condotta dall'azienda biotech Ovo Labs (sedi in Uk a Londra e in Germania a Monaco) e si è concentrata su uno dei principali limiti della procreazione medicalmente assistita: il progressivo invecchiamento ovocitario, riconosciuto come la principale causa del calo dei tassi di successo della Ivf dopo i 35 anni. Nei test di laboratorio, condotti su oltre 100 ovociti umani donati da donne di età compresa fra 22 e 43 anni, è stato osservato un incremento della percentuale di ovociti cromosomicamente idonei dal 47% al 71%. Un successo ottenuto intervenendo su specifici meccanismi cellulari coinvolti nella corretta separazione dei cromosomi prima della fecondazione.
"Se questi risultati venissero confermati da studi clinici, potrebbero rappresentare uno dei progressi più rilevanti nella Ivf degli ultimi decenni", prospetta Antonio Pellicer, pioniere della medicina riproduttiva e fondatore di Ivi, Instituto Valenciano de Infertilidad.
Con l'aumentare dell'età materna - ricorda il gruppo in una nota - la qualità degli ovociti tende a ridursi e aumenta il rischio di anomalie cromosomiche (aneuploidie), una delle principali cause di fallimento dei trattamenti di fecondazione in vitro e di abortività precoce. Il nuovo studio individua come fattore chiave l'indebolimento delle strutture cellulari responsabili della stabilità cromosomica durante la maturazione ovocitaria. L'approccio testato in laboratorio, denominato EmbryoProtect, agisce rafforzando una proteina naturalmente presente negli ovociti e coinvolta nel mantenimento dell'assetto cromosomico. Una metodica che non modifica il patrimonio genetico né arresta l'invecchiamento biologico - si precisa - ma mira a ridurre l'incidenza degli errori cromosomici intervenendo su specifici meccanismi cellulari.
Il tema è particolarmente rilevante anche nel contesto italiano, osservano gli esperti Ivi. In un Paese in cui l'età media alla prima maternità ha raggiunto i 33,8 anni e il numero medio di figli per donna è pari a 1,18, tra i valori più bassi in Europa, sempre più donne si confrontano con le conseguenze biologiche del rinvio della genitorialità, spesso legato a fattori sociali, lavorativi ed economici. "Da decenni sappiamo che la riduzione della qualità ovocitaria è la principale causa di fallimento della fecondazione in vitro, soprattutto nelle donne sopra i 35 anni. Finora non abbiamo avuto strumenti per intervenire direttamente su questo aspetto", ma i nuovi risultati potrebbero aprire a una svolta, commenta Pellicer, professore ordinario di Ostetricia e Ginecologia all'università di Valencia, in Spagna.
La comunità scientifica invita però alla "massima cautela. I risultati sono ancora pre-clinici, non pubblicati su riviste scientifiche peer-reviewed, e dovranno essere validati attraverso studi clinici controllati per valutarne sicurezza, efficacia e reale applicabilità". Ma "se confermati - conclude la nota Ivi - questi dati potrebbero contribuire ad ampliare le prospettive della medicina della riproduzione, alimentando il dibattito sul ruolo dell'innovazione scientifica nel superare, in modo etico e responsabile, i limiti biologici legati all'età materna".

Quella che sembrava solo un'operazione nostalgia è diventata un fenomeno che ha conquistato il pubblico di ogni età: i film del passato tornano come dei 'vecchi amici' o per vivere una seconda 'prima volta' con gli spettatori più giovani. Classici, cult, musical, anime e film-concerto stanno tornando a riempire le poltrone, coinvolgendo un pubblico trasversale che va dagli appassionati della prima ora ai più giovani, spesso alla loro prima visione in sala. Un revival nostalgico si è trasformato in pochi anni in un rito collettivo. Il ritorno in sala più vicino? Fra qualche giorno, per San Valentino, tornano nei cinema 'Pretty Woman' il 9, 10, 11 e 14 febbraio e ‘Ghost’ solo il 14 febbraio.
Sono tante dunque le proiezioni-evento dedicate a titoli come 'Ritorno al futuro', 'Frankenstein Junior', 'Quei bravi ragazzi', 'Blade Runner', 'Taxi Driver', gli anime giapponesi 'Ken il Guerriero' fino e 'Lupin III - Il castello di Cagliostro’, i film-concerto dei Pink Floyd o dei Led Zeppelin ma anche 'Quando la moglie è in vacanza' e 'Gli uomini preferiscono le bionde' per il centenario dell’icona Marilyn Monroe hanno mostrato che il pubblico non cerca solo il film, ma l’esperienza: la condivisione, la partecipazione, l’atmosfera unica che solo la sala può offrire. In molti casi, le proiezioni sono accompagnate da iniziative speciali. Per il cult 'Top Gun' con Tom Cruise, per esempio, il pubblico è stato invitato a partecipare alla proiezione con un outfit ispirato al film, a partire dagli iconici occhiali da aviatore. O come per 'Mamma ho perso l’aereo', tornato nelle sale lo scorso dicembre, l’invito è stato quello di recarsi al cinema sfoggiando il proprio miglior maglione di Natale.
Il rito collettivo batte il divano di casa: "La tv è solitaria, la sala è condivisione". Il cuore del progetto è proprio qui. "Ripetere le battute del film insieme ad altri, ridere insieme, emozionarsi: questo crea un legame che va oltre la semplice proiezione”, dice l'Amministratore delegato di Nexo Digital, Franco Di Sarro, all’Adnkronos. Nexo ha trasformato questo principio in un metodo. "Ogni sala organizza eventi speciali: invitiamo il pubblico a vestirsi a tema, a partecipare attivamente. È un rito che si rinnova. 'Frankenstein Junior', per esempio, lo riportiamo ogni anno: ad Halloween, a Carnevale. Così come riportiamo spesso anche 'Ritorno al Futuro'. E ogni volta arrivano nelle sale circa 60mila persone in un solo giorno”.
A rendere possibile questo ritorno è anche il lavoro di restauro e rimasterizzazione che ha riportato in vita pellicole storiche con qualità visiva e sonora rinnovate. Le versioni in 4K permettono di vedere film che hanno fatto la storia come non erano mai stati visti prima. Per molti spettatori più giovani, abituati allo streaming, la sala diventa così un luogo di scoperta. Per altri, un’occasione per rivivere emozioni legate alla propria memoria cinematografica. "Li abbiamo rispolverati grazie alla tecnologia", dice Di Sarro. Il lavoro parte sempre dalla cura del materiale originale. “Abbiamo iniziato con il restauro delle pellicole, passando dall’internegativo al digitale. All'inizio era il 2K, oggi siamo al 4K, con una qualità visiva e sonora completamente rinnovata”. Il risultato? Una nuova vita per titoli che il pubblico credeva di conoscere già. "Molti spettatori li vedono per la prima volta sul grande schermo, altri li riscoprono dopo decenni. E ogni volta è un'esperienza diversa”.
Anche i festival hanno contribuito a consolidare questa tendenza, dedicando retrospettive e omaggi che attirano un pubblico sempre più giovane e curioso. Secondo Di Sarro, il ruolo dei festival cinematografici è fondamentale: "In quelle occasioni, le sale sono piene di ragazzi. I classici aiutano a formare una sensibilità e anche a capire i prodotti nuovi”, osserva. Un rito collettivo partecipato che si traduce anche in termini di incassi. ‘Mamma ho perso l’aereo’, per esempio, ha incassato circa 1.200.000 euro. Ritorni che spesso battono i film ‘nuovi’. Si può parlare di cannibalizzazione? ”Il cinema chiama cinema: se un film va bene, che sia nuovo o un classico, fa bene al cinema in generale. Chi torna in sala per un cult spesso scopre altri titoli, si riabitua al buio della sala, alla socialità che solo il cinema può dare”. Per Di Sarro “non c'è cannibalizzazione, i cult rappresentano un volano". Come si scelgono i titoli? Tra fanbase, anniversari e fenomeni social la selezione non segue logiche puramente economiche. "Non guardiamo gli incassi originali. Ci sono film da incassi stellari ma invecchiati male, che non vale la pena riproporre. Altri invece hanno generato fanbase enormi, gruppi su TikTok e comunità attivissime. Questi sono segnali forti". E poi ci sono gli anniversari. "Sono un’occasione naturale: creano già un rito di per sé".
Uno sguardo al futuro prossimo: "La stagione 2026 della rassegna 'Nexo Digital Back to Cult' sarà ricca". A San Valentino tocca a 'Pretty Woman'. A distanza di oltre trent’anni dal debutto (1990), la commedia cult diretta da Garry Marshall torna in sala il 9, 10, 11 e 14 febbraio, con Nexo Studios, sulle note dell’intramontabile 'Oh, Pretty Woman' di Roy Orbison. Una sorta di Cenerentola contemporanea, con protagonista Julia Roberts nei panni della prostituta Vivian e Richard Gere in quelli dell’uomo d’affari Edward. Sempre a San Valentino, ma con Lucky Red, torna in versione 4K solo per il 14 febbraio ‘Ghost’ con Patrick Swayze e Demi Moore, che racconta di un amore oltre i confini della mortalità sulle note dell’intramontabile ‘Unchained Melody’. A 25 anni dall'uscita, dal 9 all'11 marzo torna nelle sale con Nexo 'Moulin Rouge!', film diretto da Baz Luhrmann, uscito nel 2001 e interpretato da Nicole Kidman ed Ewan McGregor: molto più di un musical ma un’opera-manifesto che ha ridefinito il genere, fondendo in modo audace immaginario pop, montaggio ipercinetico e rivisitazioni musicali che attraversano epoche e stili. "Poi arriveranno altri titoli. Ce ne sarà uno molto importante alla fine di aprile, un altro a giugno e altri ancora, ma non posso rivelarli", conclude. (di Lucrezia Leombruni)

Negli ultimi 10 anni in Italia i decessi per cancro sono diminuiti del 9%. Un risultato importante a cui hanno contribuito le campagne di prevenzione, l'adesione agli screening e l'innovazione terapeutica rappresentata anche dall'immunoncologia, che oggi fa segnare un ulteriore e importante cambio di paradigma. L'Agenzia italiana del farmaco (Aifa) - riferisce Msd in una nota - ha approvato la rimborsabilità di pembrolizumab in 3 nuove indicazioni, che si aggiungono alle attuali 25. Cambia così la pratica clinica in 2 neoplasie ginecologiche: nel tumore della cervice uterina, dove il rischio di morte è stato ridotto del 43% nelle pazienti in stadio III-Iva secondo la classificazione Figo 2014, e nel carcinoma dell'endometrio, in cui il rischio di progressione della malattia è diminuito del 66%. Nel carcinoma uroteliale non resecabile o metastatico il rischio di morte è stato ridotto del 49% e la sopravvivenza globale mediana è più che raddoppiata rispetto alla chemioterapia. Aifa, inoltre, ha riconosciuto l'importante requisito di innovatività terapeutica ai 2 nuovi regimi basati sull'immunoterapia con pembrolizumab nei tumori dell'endometrio e dell'urotelio. Alle novità nel trattamento delle 3 neoplasie è dedicato un incontro con la stampa oggi a Roma, promosso dall'azienda farmaceutica.
Nel 2024 in Italia sono state stimate quasi 2.400 nuove diagnosi di tumore della cervice uterina, riporta Msd. Nella quasi totalità dei casi questa neoplasia è causata dall'infezione da Papillomavirus umano (Hpv), che si trasmette soprattutto per via sessuale. Aifa ha approvato la rimborsabilità di pembrolizumab, in associazione a chemioradioterapia (radioterapia a fasci esterni seguita da brachiterapia), nel trattamento del carcinoma della cervice localmente avanzato in stadio III-Iva (secondo la classificazione Figo 2014) in pazienti che non hanno ricevuto una precedente terapia definitiva. "Per la prima volta in 25 anni cambia la pratica clinica nel tumore della cervice uterina localmente avanzato ad alto rischio, in cui lo standard di cura finora è stato rappresentato dalla sola chemioradioterapia concomitante - afferma Domenica Lorusso, responsabile del centro di Ginecologia oncologica di Humanitas San Pio X e professore ordinario di Ostetricia e Ginecologia di Humanitas University - La combinazione di pembrolizumab con la chemioradioterapia concomitante esclusiva aumenta, in modo statisticamente significativo e clinicamente rilevante, la sopravvivenza globale".
In particolare, nello studio Keynote-A18 pubblicato su 'The Lancet' l'associazione ha ridotto il rischio di morte del 33% rispetto alla sola chemioradioterapia concomitante e il tasso di sopravvivenza globale a 36 mesi è risultato dell'82,6% per l'associazione rispetto al 74,8% della sola chemioradioterapia in tutta la popolazione. Inoltre, nel setting di pazienti in stadio III-Iva secondo la classificazione Figo 2014 l'associazione ha ridotto il rischio sia di progressione che di morte del 43% rispetto alla sola chemioradioterapia. "Si tratta di un setting potenzialmente curativo", sottolinea Lorusso, che è Principal Investigator dello studio Keynote-A18. "Per questo - prospetta - l'aggiunta dell'immunoterapia con pembrolizumab alla chemioradioterapia consentirà di portare a una potenziale guarigione un maggior numero di pazienti. Con questo approccio è possibile sommare i benefici a lungo termine dell'immunoterapia con l'efficacia immediata della chemioradioterapia, che hanno già dimostrato in altre patologie un effetto di reciproco potenziamento quando somministrate insieme".
Passi avanti anche in un'altra neoplasia ginecologica, il tumore dell'endometrio che ha fatto registrare in Italia circa 8.650 nuove diagnosi nel 2024. Aifa - continua la nota - ha approvato la rimborsabilità di pembrolizumab, in associazione alla chemioterapia (carboplatino e paclitaxel), nel trattamento di prima linea di pazienti affette da carcinoma dell'endometrio primario avanzato o ricorrente con deficit del sistema di mismatch repair (dMmr) e che sono candidate a terapia sistemica. Nello studio Keynote-868, pembrolizumab più carboplatino e paclitaxel seguito da pembrolizumab in monoterapia ha ridotto il rischio di progressione di malattia o di morte del 66% nelle pazienti con deficit di riparazione dei mismatch, rispetto a placebo con chemioterapia (carboplatino e paclitaxel) seguito dal solo placebo.
"Il carcinoma dell'endometrio è uno dei tumori femminili più frequenti ed è l'unica, tra le neoplasie ginecologiche, con incidenza e mortalità in aumento - rimarca Lorusso - Purtroppo, la sopravvivenza mediana per le pazienti con malattia ricorrente o avanzata non supera i 36 mesi. La caratterizzazione molecolare è cruciale e ha un impatto sulla scelta terapeutica. Circa il 30% delle pazienti presenta un tumore con deficit del mismatch repair, cioè un malfunzionamento del meccanismo di riparazione del Dna. L'aggiunta di pembrolizumab alla chemioterapia rappresenta una nuova opzione terapeutica di prima linea per le donne con carcinoma endometriale primario avanzato o ricorrente con deficit del sistema di mismatch repair, dimostrando un miglioramento davvero significativo della sopravvivenza libera da progressione. Si tratta di un risultato straordinario".
Dopo decenni - prosegue Msd - cambia anche il trattamento di prima linea del carcinoma uroteliale non resecabile o metastatico, grazie all'approvazione da parte di Aifa della rimborsabilità di pembrolizumab in associazione a enfortumab vedotin, un anticorpo farmaco-coniugato. Nello studio Keynote-A39, pubblicato sul 'New England Journal of Medicine', la nuova associazione è stata confrontata con la chemioterapia a base di platino, considerata per decenni standard di cura, dimostrando un beneficio significativo e clinicamente rilevante sia in termini di sopravvivenza libera da progressione sia di sopravvivenza globale. A un successivo follow-up mediano di 29,1 mesi l'associazione ha continuato a dimostrare la sua efficacia, riducendo il rischio di morte del 49%, con un incremento della sopravvivenza globale mediana più che raddoppiato rispetto alla chemioterapia. La durata mediana della risposta è stata di 23,3 mesi per l'associazione e di 7 mesi per la chemioterapia.
Per quanto riguarda il tumore alla vescica, nel 2024 in Italia sono stati stimati circa 31mila nuovi casi, di cui oltre il 90% è costituito da carcinomi uroteliali. "Fin dagli anni '80 gli schemi di chemioterapia a base di platino hanno rappresentato lo standard di cura del carcinoma uroteliale non resecabile o metastatico - illustra Roberto Iacovelli, professore associato di Oncologia medica all'università Cattolica del Sacro Cuore, Policlinico universitario Agostino Gemelli Irccs di Roma - La nuova associazione, per la prima volta, ha migliorato la sopravvivenza e il controllo di malattia. Siamo di fronte a una vera rivoluzione della cura e a un'innovazione decisiva per i pazienti, sia per i risultati ottenuti sia per la natura dei trattamenti".
"Pembrolizumab - sottolinea lo specialista - aveva già dimostrato di essere efficace come terapia di seconda linea nel tumore uroteliale. In prima linea, l'associazione pembrolizumab più enfortumab vedotin è caratterizzata da una sinergia nel controllo della malattia a tutto vantaggio dei pazienti. La malattia viene così contrastata su due fronti. Uno è costituito dal sistema immunitario che viene riattivato contro il tumore grazie a pembrolizumab, l'altro è la maggiore selettività nell'aggressione delle cellule malate, grazie all'anticorpo farmaco-coniugato, che costituisce una forma di chemioterapia più evoluta. In questo modo si ottiene un controllo più duraturo e profondo della neoplasia. La sopravvivenza globale mediana è più che raddoppiata - precisa l'esperto - e l'efficacia della terapia nel ridurre significativamente l'estensione della malattia è possibile in una percentuale rilevante dei pazienti, ovvero il 67% rispetto al 44% della chemioterapia. Poiché questi risultati hanno cambiato la storia naturale della malattia, cambierà anche la pratica clinica attuale superando il vecchio standard chemioterapico. Inoltre, la decisione di Aifa è in linea con le linee guida della Società europea di oncologia medica, che raccomandano tale associazione come trattamento di prima linea da preferire nei pazienti con tumore uroteliale avanzato".
Commenta Nicoletta Luppi, presidente e amministratrice delegata Msd Italia: "L'immunoterapia di Msd con pembrolizumab ha segnato un salto quantico in oncologia, un reale cambiamento di paradigma che ha aperto strade un tempo inimmaginabili. Il triplice ampliamento di indicazione da parte di Aifa testimonia il continuo valore dell’immunoterapia nel trasformare la pratica clinica, offrendo nuove prospettive terapeutiche ai pazienti oncologici. Un risultato che nasce da una visione di lungo periodo e da un impegno costante e senza eguali nella ricerca, sostenuto da uno dei programmi di sviluppo clinico più ampi in oncologia: una pipeline diversificata che include oltre 25 meccanismi innovativi e più di 30 tipi di tumore. E' questa fiducia nella scienza, insieme alla capacità di guardare lontano - conclude - a consentirci di immaginare un futuro nel quale continuare a offrire, a un numero sempre maggiore di persone, più tempo e più vita".

Un ruolo per Totti alla Roma? "So che i Friedkin ci stanno pensando, mi auguro che Francesco possa essere davvero utile alla Roma anche perché è davvero parte della Roma". Lo ha detto l'ex tecnico giallorosso, ora dirigente del club, Claudio Ranieri in un'intervista esclusiva a Sky Sport.
Nei mesi scorsi, Totti era tornato a parlare proprio del suo ultimo, turbolento, anno alla Roma. L'ex capitano giallorosso, ospite di Alessandro Cattelan al podcast Supernova, ha ripercorso ricordi e rimpianti mai superati del tutto: "A inizio anno mi dissero che avrei deciso io quando smettere, poi però quando si avvicinava la fine della stagione mi dissero che sarebbe stato il mio ultimo derby".
"Qui in Italia appena arrivi a 36 o 37 anni per la gente non ti reggi più in piedi", ha continuato Totti, "quel periodo in cui non stavo bene, non fisicamente ma con il contesto che c'era intorno, sembrava che io giocassi contro tutto. Ogni volta sembrava che facevo qualcosa in più. Forse era la preparazione o la squadra o anche la mia bravura, ma ribaltavo sempre il risultato".

Jannik Sinner lascia temporaneamente la racchetta e diventa, per un giorno, ‘controllore’ del simbolico treno per Milano Cortina 2026. Oggi, giovedì 5 febbraio, il tennista azzurro è comparso a sorpresa tra i binari della stazione di Milano Centrale e ha vestito i panni di 'controllore ferroviario' per un treno diretto che porta dritto ai Giochi invernali.
Le Olimpiadi si apriranno ufficialmente domani, venerdì 6 febbraio, con la cerimonia inaugurale alla quale Sinner (comunque primo volontario di Milano Cortina 2026) non prenderà parte. Tuttavia, la sua presenza di oggi ha alimentato dubbi e riacceso le speranze dei tifosi.
Al suo fianco un'altra icona dello sport italiano: la schermitrice paralimpica Bebe Vio, che megafono alla mano invitava tutti i passeggeri a salire a bordo del convoglio "diretto alle emozioni olimpiche". Jannik Sinner ha obliterato i biglietti dei passeggeri, salutato i viaggiatori e dispensato sorrisi.
Per la Fpl 'bisogna dare un segnale concreto ai lavoratori'... 
"Fabrizio Corona denuncia Mediaset per tentata estorsione o per qualunque altro reato che la Procura vorrà ravvisare". Ad annunciarlo è il suo legale di fiducia, l'avvocato Ivano Chiesa, che interviene dopo che Mediaset avrebbe inviato delle missive ad alcune discoteche per avvertire i gestori che potrebbero essere corresponsabili nel caso invitassero come ospite Corona.
In un intervento registrato su Instagram, l'avvocato Chiesta spiega che l'iniziativa Mediaset "è una cosa molto grave e non ha fondamento: un gestore di una discoteca non ha nessun dovere se non di garantire la sicurezza, ma non impedire che qualcuno dica quello che vuole perché non siamo in Corea".
Le missive, però, potrebbero avere come effetto "di impedirgli di lavorare. Hanno tentato di silenziare Fabrizio Corona sui social, adesso vogliono silenziarlo negli esercizi pubblici, domani cosa faranno gli impediranno di parlare a casa sua?" aggiunge. Da qui l'iniziativa di Corona di denunciare Mediaset.

Il Mandostan alle Olimpiadi di Milano Cortina 2026? Alla viglia della cerimonia di apertura dei Giochi invernali, con alcune delle gare che sono già iniziate, c'è attesa per scoprire chi saranno i protagonisti della nuova edizione delle Olimpiadi, e le sorprese. Tra queste potrebbe esserci anche il Mandostan, piccolo Stato situato al confine tra Pakistan e Tagikistan che, in realtà, non esiste.
Si tratta di uno 'scherzo' che ha già animato i Giochi invernali di Torino 2006 e che si prepara a ripetersi anche a Milano Cortina 2026. Un gruppo di amici, con la passione dello sport, era riuscito a imbucarsi a feste ed eventi ufficiali riservate alle delegazioni delle varie Nazioni in gara, dichiarando, appunto, di essere emissari a vario titolo dello stato del Mandostan. A chi gli chiedesse in quale sport gareggiassero, rispondevano il freestyle.
Il Mandostan diventò rapidamente virale, diventando così 'reale' soprattutto su internet. Nel corso del tempo hanno creato anche una bandiera (una striscia verde diagonale all'interno di un riquardo giallo, con una stella rossa in alto a destra), delle magliette e altri gadget per esprimere il loro 'orgoglio nazionale'.
Il Mandostan sarà quindi protagonista anche a Milano Cortina? Negli scorsi mesi i ragazzi, desiderosi di replicare le imprese (non sportive) del 2006, si sono intrufolati a diversi eventi ufficiali e hanno creato una pagina Instagram, ora oscurata, assicurando che proveranno a 'imbucarsi' anche in questa nuova edizione dei Giochi. Un'intenzione certificata da un messaggio piuttosto esplicito: "Stay tuned", letteralemente "rimanete sintonizzati" o meglio "state pronti".
Conducente ferito trasportato in codice rosso in ospedale a Lanusei...
Ivan Piras, primo firmatario, 'ordinare le informazioni per
indirizzare politiche'... 
"Otto pazienti affetti da gravi malattie autoimmuni refrattarie ai trattamenti convenzionali hanno potuto interrompere completamente le terapie immunosoppressive. Sette di loro sono oggi in remissione clinica, mentre l'ottavo, affetto da sclerosi sistemica giovanile, mostra un miglioramento clinico importante e progressivo nel tempo". Questo risultato per il trattamento delle malattie autoimmuni pediatriche più gravi è stato ottenuto grazie all'uso delle cellule Car-T dirette contro il bersaglio rappresentato dalla molecola CD19. I dati definitivi (follow-up oltre i 24 mesi) dello studio coordinato dall'ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma, in collaborazione con l'università di Erlangen (Germania), sono stati appena pubblicati su 'Nature Medicine'.
Lo studio e gli 8 piccoli pazienti
Le malattie autoimmuni - spiegano dal Bambino Gesù - sono malattie caratterizzate da un'aggressione del sistema immunitario che, invece di difendere l'organismo da agenti patogeni come batteri e virus, aggredisce i tessuti sani scambiandoli per estranei e pericolosi. Questo malfunzionamento causa un processo infiammatorio che interessa potenzialmente qualsiasi parte del corpo, inclusi organi vitali quali il rene e i polmoni, le articolazioni, la pelle, i vasi sanguigni e altri tessuti. Gli 8 pazienti coinvolti nello studio, 7 femmine e 1 maschio tra 5 e 17 anni, 5 dei quali trattati con cellule Car-T dagli specialisti del Bambino Gesù e 3 dall'università di Erlangen, erano affetti da forme particolarmente aggressive di malattie autoimmuni a esordio pediatrico: 4 da lupus eritematoso sistemico (una malattia cronica che può attaccare vari organi tra cui reni, sistema nervoso centrale e polmoni), 3 da dermatomiosite (una rara patologia infiammatoria autoimmune che colpisce prevalentemente la cute ed i muscoli scheletrici) e 1 da sclerosi sistemica giovanile (una rara malattia autoimmune cronica caratterizzata da infiammazione, vasculopatia, fibrosi del tessuto connettivo, della pelle e degli organi interni).
Tutti presentavano una storia clinica complessa, caratterizzata da risposta parziale o solo temporanea a numerosi trattamenti immunosoppressivi, inclusi farmaci biologici diretti contro i linfociti B, e da un grave coinvolgimento di organi vitali, come reni e polmoni, con episodi potenzialmente letali in più di un caso.
La terapia con Car-T
La terapia con Car-T - ricordano gli esperti dell'Irccs della Santa Sede - prevede la manipolazione in laboratorio dei linfociti T del paziente per renderli capaci di riconoscere il bersaglio tumorale, attraverso l'introduzione di una sequenza di Dna che codifica per una proteina chiamata recettore chimerico antigenico (Car, Chimeric Antigen Receptor). Nelle leucemie linfoblastiche acute e nei linfomi non Hodgkin il Car riconosce un bersaglio rappresentato dall'antigene CD19 espresso dalle cellule tumorali, che vengono in questo modo riconosciute e attaccate. Lo stesso antigene CD19 è espresso anche dai linfociti B del sistema immunitario, che, nel caso di malattie autoimmuni B-mediate, giocano un ruolo cruciale nel determinare la malattia. L'eliminazione mirata di queste cellule consente non solo di ridurre l'infiammazione, ma di ripristinare l'equilibrio del sistema immunitario, aumentando la possibilità di remissioni durature senza terapie croniche. Un obiettivo particolarmente rilevante in età pediatrica, dove l'esposizione prolungata agli immunosoppressori può compromettere la funzione di organi critici, crescita, sviluppo e, soprattutto, qualità di vita.
"Con le cellule Car-T anti-CD19 abbiamo applicato in modo innovativo un approccio di terapia genica già consolidato nelle leucemie e nei linfomi a un ambito completamente diverso, cioè quello delle malattie autoimmuni - afferma Franco Locatelli, responsabile dell'area di Oncoematologia e Terapia cellulare e genica del Bambino Gesù - In queste patologie il bersaglio non è una cellula tumorale, ma i linfociti B cosiddetti auto-reattivi che alimentano l'infiammazione e il danno d'organo. I risultati pubblicati oggi su 'Nature Medicine', ottenuti su 8 pazienti seguiti nel tempo, dimostrano che questo approccio può portare a un controllo profondo e duraturo della malattia, con sospensione completa delle terapie immunosoppressive: un traguardo particolarmente importante in età pediatrica. Questa ulteriore pubblicazione scientifica conferma, grazie alla presenza di un'Officina farmaceutica istituzionale, il ruolo pionieristico dell'ospedale Bambino Gesù nell'ambito delle terapie avanzate e, in particolare, delle cellule Car-T".
I dati e i risultati "straordinari" dello studio
I dati, si legge in una nota del Bambino Gesù, mostrano che tutti e 8 i pazienti hanno sospeso completamente le terapie immunosoppressive. Sette hanno raggiunto una remissione clinica completa, mentre nel paziente con sclerosi sistemica - una malattia che per sua natura evolve più lentamente - si osserva comunque una riduzione significativa e continua della gravità e una stabilizzazione del coinvolgimento d'organo, senza progressione della malattia. Nei pazienti con lupus è stata documentata una riduzione marcata e progressiva dell'attività di malattia, con remissione completa e miglioramenti clinicamente rilevanti anche nelle forme più gravi, comprese quelle con insufficienza renale avanzata. Nei pazienti con dermatomiosite giovanile si è osservato un recupero della forza muscolare, una regressione delle manifestazioni cutanee e una netta riduzione di complicanze croniche e dolorose come la calcinosi cutanea (cioè il deposito di calcio), tradizionalmente difficile da trattare".
"I risultati sono stati straordinari, non avevamo mai visto una remissione clinica così profonda con le terapie tradizionali - sottolinea Fabrizio De Benedetti, responsabile dell'area di ricerca di Immunologia, Reumatologia e Malattie infettive dell'ospedale - I dati sono particolarmente importanti perché le malattie autoimmuni in età pediatrica hanno un costo sociale altissimo in termini di qualità della vita del paziente e del nucleo familiare, oltre a un costo economico rilevante per il sistema sanitario. Questi risultati rafforzano la prospettiva di avviare studi clinici dedicati per offrire questa strategia a un numero più ampio di bambini con malattie autoimmuni gravi. Non a caso negli ultimi 4 mesi abbiamo trattato con le Car-T altri 4 bambini e ragazzi".
Lo studio - riferiscono gli esperti - evidenzia inoltre che i benefici clinici si mantengono anche dopo la ricostituzione delle cellule B, suggerendo che la terapia Car-T non agisca come una semplice soppressione temporanea, ma possa indurre un vero e proprio 'reset' del sistema immunitario. A questo si associano segnali di regressione del danno d'organo, documentati da biopsie renali di controllo e da esami radiologici e funzionali a carico del polmone.
Dal punto di vista della sicurezza - conclude la nota - gli eventi avversi osservati sono stati lievi e transitori, senza infezioni gravi né complicanze a lungo termine. La terapia si è dimostrata ben tollerata anche in pazienti con condizioni cliniche estremamente complesse. Lo studio è stato realizzato anche attraverso il supporto dei fondi derivanti dalla progettualità CN3, nella quale l'ospedale Bambino Gesù svolge il ruolo di coordinatore per lo spoke 10 dedicato agli approcci di terapia genica.

"Otto pazienti affetti da gravi malattie autoimmuni refrattarie ai trattamenti convenzionali hanno potuto interrompere completamente le terapie immunosoppressive. Sette di loro sono oggi in remissione clinica, mentre l'ottavo, affetto da sclerosi sistemica giovanile, mostra un miglioramento clinico importante e progressivo nel tempo". Questo risultato per il trattamento delle malattie autoimmuni pediatriche più gravi è stato ottenuto grazie all'uso delle cellule Car-T dirette contro il bersaglio rappresentato dalla molecola CD19. I dati definitivi (follow-up oltre i 24 mesi) dello studio coordinato dall'ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma, in collaborazione con l'università di Erlangen (Germania), sono stati appena pubblicati su 'Nature Medicine'.
Le malattie autoimmuni - spiegano dal Bambino Gesù - sono malattie caratterizzate da un'aggressione del sistema immunitario che, invece di difendere l'organismo da agenti patogeni come batteri e virus, aggredisce i tessuti sani scambiandoli per estranei e pericolosi. Questo malfunzionamento causa un processo infiammatorio che interessa potenzialmente qualsiasi parte del corpo, inclusi organi vitali quali il rene e i polmoni, le articolazioni, la pelle, i vasi sanguigni e altri tessuti. Gli 8 pazienti coinvolti nello studio, 7 femmine e 1 maschio tra 5 e 17 anni, 5 dei quali trattati con cellule Car-T dagli specialisti del Bambino Gesù e 3 dall'università di Erlangen, erano affetti da forme particolarmente aggressive di malattie autoimmuni a esordio pediatrico: 4 da lupus eritematoso sistemico (una malattia cronica che può attaccare vari organi tra cui reni, sistema nervoso centrale e polmoni), 3 da dermatomiosite (una rara patologia infiammatoria autoimmune che colpisce prevalentemente la cute ed i muscoli scheletrici) e 1 da sclerosi sistemica giovanile (una rara malattia autoimmune cronica caratterizzata da infiammazione, vasculopatia, fibrosi del tessuto connettivo, della pelle e degli organi interni). Tutti presentavano una storia clinica complessa, caratterizzata da risposta parziale o solo temporanea a numerosi trattamenti immunosoppressivi, inclusi farmaci biologici diretti contro i linfociti B, e da un grave coinvolgimento di organi vitali, come reni e polmoni, con episodi potenzialmente letali in più di un caso.
La terapia con Car-T - ricordano gli esperti dell'Irccs della Santa Sede - prevede la manipolazione in laboratorio dei linfociti T del paziente per renderli capaci di riconoscere il bersaglio tumorale, attraverso l'introduzione di una sequenza di Dna che codifica per una proteina chiamata recettore chimerico antigenico (Car, Chimeric Antigen Receptor). Nelle leucemie linfoblastiche acute e nei linfomi non Hodgkin il Car riconosce un bersaglio rappresentato dall'antigene CD19 espresso dalle cellule tumorali, che vengono in questo modo riconosciute e attaccate. Lo stesso antigene CD19 è espresso anche dai linfociti B del sistema immunitario, che, nel caso di malattie autoimmuni B-mediate, giocano un ruolo cruciale nel determinare la malattia. L'eliminazione mirata di queste cellule consente non solo di ridurre l'infiammazione, ma di ripristinare l'equilibrio del sistema immunitario, aumentando la possibilità di remissioni durature senza terapie croniche. Un obiettivo particolarmente rilevante in età pediatrica, dove l'esposizione prolungata agli immunosoppressori può compromettere la funzione di organi critici, crescita, sviluppo e, soprattutto, qualità di vita.
Locatelli, 'applicato in modo innovativo un approccio di terapia genica già consolidato nelle leucemie e nei linfomi a un ambito completamente diverso'
"Con le cellule Car-T anti-CD19 abbiamo applicato in modo innovativo un approccio di terapia genica già consolidato nelle leucemie e nei linfomi a un ambito completamente diverso, cioè quello delle malattie autoimmuni - afferma Franco Locatelli, responsabile dell'area di Oncoematologia e Terapia cellulare e genica del Bambino Gesù - In queste patologie il bersaglio non è una cellula tumorale, ma i linfociti B cosiddetti auto-reattivi che alimentano l'infiammazione e il danno d'organo. I risultati pubblicati oggi su 'Nature Medicine', ottenuti su 8 pazienti seguiti nel tempo, dimostrano che questo approccio può portare a un controllo profondo e duraturo della malattia, con sospensione completa delle terapie immunosoppressive: un traguardo particolarmente importante in età pediatrica. Questa ulteriore pubblicazione scientifica conferma, grazie alla presenza di un'Officina farmaceutica istituzionale, il ruolo pionieristico dell'ospedale Bambino Gesù nell'ambito delle terapie avanzate e, in particolare, delle cellule Car-T".
I dati, si legge in una nota del Bambino Gesù, mostrano che tutti e 8 i pazienti hanno sospeso completamente le terapie immunosoppressive. Sette hanno raggiunto una remissione clinica completa, mentre nel paziente con sclerosi sistemica - una malattia che per sua natura evolve più lentamente - si osserva comunque una riduzione significativa e continua della gravità e una stabilizzazione del coinvolgimento d'organo, senza progressione della malattia. Nei pazienti con lupus è stata documentata una riduzione marcata e progressiva dell'attività di malattia, con remissione completa e miglioramenti clinicamente rilevanti anche nelle forme più gravi, comprese quelle con insufficienza renale avanzata. Nei pazienti con dermatomiosite giovanile si è osservato un recupero della forza muscolare, una regressione delle manifestazioni cutanee e una netta riduzione di complicanze croniche e dolorose come la calcinosi cutanea (cioè il deposito di calcio), tradizionalmente difficile da trattare".
De Benedetti, 'in futuro studi clinici dedicati per offrire questa strategia a un numero più ampio di bambini'
"I risultati sono stati straordinari, non avevamo mai visto una remissione clinica così profonda con le terapie tradizionali - sottolinea Fabrizio De Benedetti, responsabile dell'area di ricerca di Immunologia, Reumatologia e Malattie infettive dell'ospedale - I dati sono particolarmente importanti perché le malattie autoimmuni in età pediatrica hanno un costo sociale altissimo in termini di qualità della vita del paziente e del nucleo familiare, oltre a un costo economico rilevante per il sistema sanitario. Questi risultati rafforzano la prospettiva di avviare studi clinici dedicati per offrire questa strategia a un numero più ampio di bambini con malattie autoimmuni gravi. Non a caso negli ultimi 4 mesi abbiamo trattato con le Car-T altri 4 bambini e ragazzi".
Lo studio - riferiscono gli esperti - evidenzia inoltre che i benefici clinici si mantengono anche dopo la ricostituzione delle cellule B, suggerendo che la terapia Car-T non agisca come una semplice soppressione temporanea, ma possa indurre un vero e proprio 'reset' del sistema immunitario. A questo si associano segnali di regressione del danno d'organo, documentati da biopsie renali di controllo e da esami radiologici e funzionali a carico del polmone.
Dal punto di vista della sicurezza - conclude la nota - gli eventi avversi osservati sono stati lievi e transitori, senza infezioni gravi né complicanze a lungo termine. La terapia si è dimostrata ben tollerata anche in pazienti con condizioni cliniche estremamente complesse. Lo studio è stato realizzato anche attraverso il supporto dei fondi derivanti dalla progettualità CN3, nella quale l'ospedale Bambino Gesù svolge il ruolo di coordinatore per lo spoke 10 dedicato agli approcci di terapia genica.
'Condividiamo appello alla mobilitazione della governatrice Todde'...
Da Mamoiada a Marrubiu un milione di euro dalla Regione... 
Mentre cresce l’hype per la 76ma edizione del Festival di Sanremo, i riflettori si accendono sugli artisti e sulle rivalità. Gli esperti Sisal hanno individuato i testa a testa che, tra i diversi generi che quest’anno compongono il ricco 'bouquet' dell’Ariston, potrebbero promettere più 'spettacolo'. Il cantautorato pop, fortemente rappresentato anche in questa edizione, potrebbe per esempio riservare un acceso duello tra due amatissimi protagonisti della scena contemporanea: Ermal Meta e Tommaso Paradiso. Chi fra i due avrebbe più chance di piazzarsi meglio in finale? Le probabilità potrebbero essere più alte per il cantautore romano che, offerto a 1,72 su Sisal.it, spodesterebbe così l’ex vincitore di Sanremo 2018, a 2,00.
Spazio poi all’indie italiano. Tra i testa a testa potenzialmente più sorprendenti spicca quello tra Levante e il duo Maria Antonietta–Colombre. Sei anni fa era stata proprio l’artista siciliana, debuttante all’Ariston, a volere Maria Antonietta al suo fianco insieme a Francesca Michielin per formare nella serata Cover una squadra tutta al femminile sulle note di 'Si può dare di più'. Oggi, che sono entrambe in gara, non è da escludere che possano diventare accese rivali. Un’ipotesi che vedrebbe il duo marchigiano in testa a 1,65, contro il 2,10 di Levante. Il rap della nuova scena è invece rappresentato da Sayf, il cui flow incisivo e potente potrebbe sfidare lo stile fresco e originale di Tredici Pietro, in un confronto puramente GenZ che vedrebbe il primo favorito a 1,44 rispetto al secondo, a 2,60.
A interpretare la voce di Napoli ci penseranno Luchè e Sal Da Vinci, tra cui potrebbe disputarsi uno scontro in cui l’urban avrebbe la meglio sulla tradizione partenopea. Su Sisal.it il testa a testa vede infatti favorito Luchè a 1,65 rispetto a Da Vinci, a 2,10. E infine, la sfida tra re e regina dei tormentoni, Elettra Lamborghini e Samurai Jay, che si gioca ad armi pari (1,85) e proprio per questo potrebbe rivelare grandi sorprese.
Italia maglia nera per spreco alimentare, ogni settimana buttato oltre mezzo chilo di cibo a persona

Nel confronto con gli altri Paesi europei, lo spreco settimanale pro capite degli italiani è di 555,8 g, più dei francesi (459,9 g), spagnoli (446,5 g), olandesi (469,6 g) e tedeschi (512,9 g). Siamo ultimi in questa classifica, con circa 100 grammi di cibo buttato in più a persona rispetto a uno spagnolo o a un francese, come confermano i dati del Cross country report 2025 di Waste watcher international, diffusi in occasione della 13sima Giornata nazionale per la prevenzione dello spreco alimentare.
Tuttavia, una nota positiva c'è: dal 2015 a oggi, in Italia lo spreco pro capite settimanale è sceso di quasi 100 grammi, passando da 650 g agli attuali 555,8 g. Sebbene stia aumentando la consapevolezza del legame tra spreco e impatto ambientale, siamo però ancora lontani dal traguardo per il 2030, che prevede una riduzione dello spreco domestico fino a 369,7 grammi a settimana.
Secondo il Food waste index report 2024 dell’Unep (Programma delle Nazioni Unite per l'Ambiente), ogni anno nel mondo vengono sprecate 1,05 miliardi di tonnellate di cibo, pari a un terzo della produzione globale. Un paradosso etico insostenibile: mentre ogni persona getta quasi 80 kg di alimenti all’anno, oltre 670 milioni di persone soffrono la fame. Lo spreco pesa anche sull’ambiente: è responsabile di quasi il 10% delle emissioni globali di gas serra e consuma un quarto dell’acqua dolce destinata all’agricoltura. In termini di emissioni, se lo spreco alimentare fosse un Paese, sarebbe il terzo emettitore di gas serra dopo Cina e Stati Uniti. In questo scenario, la filiera zootecnica italiana si distingue per best practice orientate alla sostenibilità, con riduzioni significative di consumi idrici ed emissioni. Ma il percorso virtuoso non si ferma agli allevamenti o agli stabilimenti: la sfida continua sugli scaffali dei supermercati e nelle nostre case. È nelle cucine, infatti, che si gioca la partita decisiva.



