
Emanuele Ragnedda avrebbe avuto la "volontà di annientare la
vittima". La pubblico ministero Noemi Mancini ha ribadito più volte
questo concetto: cancellare Cinzia Pinna era, secondo la sua tesi,
ciò che la notte tra il 12 e il 13 settembre del 2025 ha mosso la
mano dell'imprenditore di Arzachena, reo confesso dell'omicidio
della 33enne di Castelsardo avvenuto con tre colpi di pistola al
volto.
Nella seconda udienza apertasi questa mattina
davanti alla gup Federica Di Stefano del tribunale di Tempio
Pausania, è iniziata la discussione del processo a carico di
Ragnedda, 41enne di Arzachena, accusato di omicidio volontario
aggravato da crudeltà, motivi abbietti e sevizie, occultamento di
cadavere, calunnia e cessione di cocaina. La pubblico ministero ha
chiesto il rinvio a giudizio per l'uomo, presente in aula,
ricostruendo la vicenda e quanto emerso dalle indagini scattate una
volta trovato il corpo della donna, dodici giorni dopo il suo
omicidio, all'interno della sua tenuta di Concaentosa, nelle
campagne tra Palau e Arzachena.
Nella prima udienza tenutasi lunedì 13 luglio si
sono costituiti in giudizio in rappresentanza dei familiari della
vittima - i genitori, la sorella e gli zii - gli avvocati Antonella
e Nino Cuccureddu. Parte civile anche Luca Franciosi, presunta
vittima di calunnia, rappresentato dagli avvocati Nicoletta e
Maurizio Mani. Nella scorsa udienza la gup aveva rigettato la
richiesta di accesso alla giustizia riparativa, presentata dai
difensori di Ragnedda, Luca Montella e Gabriele Satta.
La giudice valuterà ora le aggravanti,
determinando se il processo, in caso di rinvio a giudizio,
proseguirà davanti alla Corte d'assise di Sassari con la via
ordinaria. Oppure se ci sarà il rito abbreviato, chiesto delle
difese, direttamente davanti al gup di Tempio.
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