
TikTok ha firmato l'accordo per cedere la sua attività in Usa. ByteDance ha infatti annunciato un accordo con l'Amministrazione Trump , allontanando così lo spettro di un blocco negli Stati Uniti: l'intesa prevede la creazione di una nuova joint venture alla quale verrà trasferito il controllo operativo dell'applicazione negli Usa, dove vanta oltre 170 milioni di utenti. Nella nuova società ByteDance manterrà una partecipazione del 19,9% mentre Oracle, Silver Lake e l'emiratina MGX deterranno ciascuna il 15%, e il resto sarà controllato da partner degli attuali investitori di ByteDance. La Casa Bianca ha comunicato che Oracle dovrebbe monitorare l'algoritmo di raccomandazione di TikTok come parte dell'accordo.
L'accordo potrebbe chiudere un capitolo delicato - anche nei rapporti fra Pechino e Washington - a oltre cinque anni di distanza dal primo tentativo di Trump, nell'agosto 2020, di vietare l'app, evidenziando preoccupazioni relative alla sicurezza nazionale statunitense. I dettagli dell'intesa riflettono i principi già definiti a settembre, quando Trump aveva posticipato al 20 gennaio l'applicazione di una legge che avrebbe vietato l'app, a meno che i suoi proprietari cinesi non ne avessero disposto la cessione. La nuova società statunitense TikTok USDS Joint Venture LLC dovrebbe avere una valutazione di circa 14 miliardi di dollari, ma il valore definitivo non è stato ancora reso pubblico nella giornata di giovedì. ByteDance dovrebbe avere uno dei sette membri del consiglio di amministrazione della nuova società mentre i soci americani avranno la maggioranza dei restanti posti.

Sì all'accordo in Ue su Kiev. Il Consiglio Europeo "concorda di erogare all'Ucraina un prestito di 90 miliardi di euro per gli anni 2026-2027, basato sui prestiti contratti dall'Ue sui mercati dei capitali e sostenuto dal margine di bilancio dell'Ue". Queste le conclusioni sull'Ucraina del Consiglio Europeo, diffuse intorno alle 4 di mattina, dopo la conclusione del summit.
Il Consiglio Europeo "ha discusso gli ultimi sviluppi riguardanti l'Ucraina. Ha fatto il punto sulle attività in corso per far fronte alle pressanti esigenze finanziarie dell'Ucraina per il periodo 2026-2027[1], alla luce delle opzioni presentate dalla Commissione".
"Attraverso la cooperazione rafforzata (articolo 20 Tue) in relazione allo strumento basato sull'articolo 212 Tfue, qualsiasi mobilitazione di risorse del bilancio dell'Unione a garanzia del prestito non avrà alcun impatto sugli obblighi finanziari della Repubblica Ceca, dell'Ungheria e della Slovacchia".
Quanto sopra, si legge ancora, "non pregiudica il carattere specifico della politica di sicurezza e difesa di alcuni Stati membri e tiene conto degli interessi di sicurezza e difesa di tutti gli Stati membri, conformemente ai trattati. Il testo riportato nel documento Euco 26/25 è stato fermamente sostenuto da 25 capi di Stato o di governo. Il Consiglio Europeo tornerà sulla questione nella sua prossima riunione".
Nel documento separato sull'Ucraina, che ha il sostegno di 25 Stati membri su 27, si legge che "in linea con le precedenti conclusioni del Consiglio Europeo, che sottolineano che, nel rispetto del diritto dell'Ue, i beni della Russia dovrebbero rimanere immobilizzati finché Mosca non cesserà la sua guerra di aggressione contro l'Ucraina e non la risarcirà per i danni causati dalla guerra, l'Unione Europea, data la situazione senza precedenti, ha adottato, sulla base dell'articolo 122 Tfue, misure di emergenza eccezionali, temporanee e debitamente giustificate per immobilizzare tali beni in modo più duraturo".
Dopo le recenti proposte della Commissione e dell'Alta Rappresentante Kaja Kallas, il Consiglio Europeo "invita il Consiglio (cioè i ministri, ndr) e il Parlamento Europeo a continuare a lavorare sugli aspetti tecnici e giuridici degli strumenti che istituiscano un prestito di riparazione basato sui saldi di cassa associati ai beni immobilizzati della Russia".

E' stato trovato morto l'uomo sospettato per la sparatoria che alla Brown University di Providence, nello stato americano del Rhode Island, ha fatto due morti e diversi feriti. Ad annunciarlo è stato Oscar Perez, il capo della polizia di Providence, precisando che il sospetto, 48enne cittadino portoghese, "si è tolto la vita". Il corpo di CIaudio Valente, questo il nome del sospetto ex studente dell'università teatro dell'attacco, è stato trovato in un deposito a Salem, nel New Hampshire.
In una dichiarazione giurata riportata dalla Cnn, gli investigatori hanno affermato che le osservazioni di un custode del campus e un post anonimo su Reddit hanno contribuito a restringere le ricerche del sospettato, ma i motivi per i quali l'uomo abbia preso di mira l'università restano finora sconosciuti.
Valente è ritenuto anche responsabile dell'omicidio del professore del MIT Nuno Loureiro pochi giorni dopo l'attacco alla Brown University, hanno affermato i pubblici ministeri. Aveva frequentato lo stesso programma accademico del professore in Portogallo, tra il 1995 e il 2000.
Gli Stati Uniti intanto sospenderanno il loro programma di lotteria per i visti per la diversità, ha dichiarato il Segretario di Stato Kristi Noem, aggiungendo che Valente è entrato nel Paese tramite il programma nel 2017 e gli è stata concessa la green card.
La sparatoria è avvenuta il 13 dicembre scorso nelle aree vicine a Hope Street e sul lato est dell'Università, nel pressi di Governor Street. Per l'attacco era stato fermato un sospetto, poi rilasciato due giorni più tardi.

Sulla questione del finanziamento del fabbisogno dell'Ucraina "ha prevalso il buonsenso". Così la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, nella notte a Bruxelles al termine del Consiglio Europeo che ha deciso di finanziare Kiev con un prestito da 90 miliardi di euro per il 2026-27.
"Sono soddisfatta dei risultati di questo Consiglio Europeo[1] - afferma Meloni - nei quali ho portato le posizioni alle quali chiaramente ero vincolata anche dalla risoluzione parlamentare, dalla posizione portata ieri in Parlamento, particolarmente su due temi che per noi erano più importanti".
Il primo, continua, "era quello di garantire il necessario supporto all'Ucraina per i prossimi due anni, ma di farlo con una soluzione sostenibile sul piano giuridico e sul piano finanziario. Sono contenta che abbia prevalso il buon senso, che si sia riusciti a garantire le risorse che sono necessarie", ma che si sia riusciti "a farlo con una soluzione che ha una base solida sul piano giuridico e finanziario", spiega.
Il tema degli asset congelati alla Russia, ha aggiunto la premier, "rimane nelle conclusioni. Ricordo che la decisione più importante l'abbiamo già presa qualche giorno fa, quando abbiamo immobilizzato gli asset garantendo che non vengano restituiti".
Nelle conclusioni, ha riferito ancora, "si dice che l'Unione Europea, chiaramente seguendo la normativa, lo Stato di diritto eccetera, si riserva anche di considerare l'uso di questi asset, soprattutto per ripagare il prestito che dovrà fare. Ma questo è un 'ongoing', un lavoro che deve ancora andare avanti", ha concluso.

'The Voice Senior', il talent show condotto da Antonella Clerici, che premia le più belle voci over 60 del Paese, va in onda stasera, venerdì 19 dicembre, alle 21.30 su Rai 1 con l'ultimo appuntamento di questa edizione. Una serata ricca di musica che porterà all’elezione del vincitore della sesta stagione.
Sono 12 i concorrenti rimasti in gara (3 per ciascun team) che si esibiranno sul palco con i brani assegnati dai rispettivi coach, ma questa volta a giudicarli e ad eleggere il vincitore di 'The Voice Senior' sarà il pubblico da casa tramite il televoto. Al centro della sfida anche i coach – Loredana Bertè, Arisa, Nek, Clementino e Rocco Hunt - che dopo aver lavorato e preparato le esibizioni insieme ai concorrenti dei rispettivi team, sono ora pronti a darsi battaglia per far eleggere uno dei propri talenti.
Per il vincitore, la possibilità di pubblicare un brano con l’etichetta discografica Warner Music Italia.

Federico Pellegrino ha forgiato il suo approccio alla vita con le letture dei romanzi storici di Valerio Massimo Manfredi. Il fuoriclasse azzurro dello sci di fondo si avvicina all’ultimo ballo della carriera, le Olimpiadi di Milano Cortina 2026, con la consapevolezza di chi sa di aver dato tutto al proprio sport: "Cerco sempre, leggendo le avventure dei protagonisti, di immedesimarmi nei loro ruoli" racconta in esclusiva all’Adnkronos.
"Da Ulisse ad Alessandro Magno, parliamo di personaggi trasversali della storia, che possono essere d’ispirazione per tutti nei vari momenti della vita. Con le dovute proporzioni, può capitare sempre di affrontare difficoltà, allontanamenti, lunghi viaggi. Possono esserci tante peripezie prima del traguardo". ‘Chicco’, 35 anni, lo ha imparato lungo il percorso che si concluderà a febbraio con i Giochi Olimpici in Italia. Un viaggio che lo vedrà impegnato in prima linea con il privilegio di essere portabandiera, dopo una carriera di trionfi. Con 21 vittorie e 58 podi in Coppa del mondo, oltre a due argenti consecutivi alle Olimpiadi invernali. A PyeongChang 2018, nella sprint a tecnica classica, e a Pechino 2022, nella sprint a tecnica libera.
Ora le Olimpiadi in casa, sventolando il tricolore nella cerimonia d’apertura con Brignone, Fontana e Mosaner. Non male...
"Ho ricevuto la prima telefonata tempo fa, ero in Finlandia, mi vennero chiesti i miei programmi dal presidente delle Fiamme Oro Franceso Montini, che si stava confrontando con il presidente del Coni Buonfiglio. Voleva una panoramica precisa sui miei impegni. Poi sono stato avvisato l’11 dicembre, il giorno prima dell’annuncio a Roma, ma era stata una giornata complicata e non avevo fatto in tempo nemmeno a dirlo ai miei genitori. La mattina, quando un amico mi ha scritto per farmi i complimenti, ho subito fatto una videochiamata alla famiglia per dare la notizia. Mia madre era a lavoro, non ha risposto e l'ha saputo dai gruppi su Whatsapp. Un po’ mi dispiace, ma sappiamo oggi come funziona la comunicazione".
Se lo aspettava?
"Diciamo che ci speravo, visto che i criteri del Coni sono quelli del merito e dei risultati olimpici. Io in questi anni ho avuto tanta concorrenza a livello femminile in termini di vittorie, meno al maschile. Poi, quando il Cio ha ufficializzato per Parigi 2024 l’obbligatorietà di scegliere un uomo e una donna, ho capito di avere una chance. È un motivo in più per essere felice e chiudere in bellezza".
Ha cominciato a immaginare quel momento?
"In questi giorni ho avuto tanti impegni e voglio lasciare che sia il tempo a dirmi come si concretizzerà questa bellissima emozione. Penso poco, quando posso spengo il telefono anche per isolarmi. Inoltre, ho dovuto preparare il discorso per la cerimonia di lunedì 22 dicembre al Quirinale, quando il presidente Mattarella ci consegnerà la bandiera. È una cosa molto seria, mi piacerebbe lasciare il segno. Citerò una persona molto importante per me e ci saranno riferimenti alla mia crescita. Con una chiave di lettura che potrebbe permettere a molti di immedesimarsi".
Cosa si aspetta da Milano Cortina 2026?
"Che ci sia un casino assurdo, in senso buono. Sappiamo come sono gli italiani. Se in pista riusciremo a prendere l’energia che verrà fuori dal tifo, giorno dopo giorno ci gaseremo a vicenda e sarà bellissimo. Adesso stiamo accelerando per presentarci al meglio. Il 6 febbraio sembra lontano, ma il tempo volerà".
Lei cercherà di regalare all’Italia un'altra medaglia nello sci di fondo, sport di estrema fatica. Come si è appassionato a questa disciplina?
"Probabilmente perché non faccio tutta la fatica che in tanti dicono di fare con lo sci di fondo". E se la ride. "Ho imparato a divertirmi sugli sci, provo soddisfazione e non ho mai vissuto la fatica con accezione negativa. Fa parte di un percorso. Se gestita e conosciuta, la fatica aiuta a raggiungere grandi obiettivi. Io poi ho avuto la fortuna di crescere in contesti in cui non è mai stata percepita in modo negativo".
Prima di darsi allo sci di fondo, si divertiva con il calcio...
"Fino ai 16 anni, ero arrivato al livello della rappresentativa valdostana. In quel periodo mamma e papà mi dissero: ‘Ok, ora devi scegliere perché tutto non si può fare’. Lì cominciai a capire l’importanza delle responsabilità in relazione alle mie scelte. I miei suggerirono di portare comunque a casa il diploma, fu la prima cosa. Il pallone resta però ancora una passione. Nella mia vita ho avuto un solo poster appeso in camera, quello di Del Piero. Faccia lei...".
Con gli studi ha continuato anche dopo il diploma, nonostante le difficoltà legate ai tanti impegni. Come procede?
"Sto portando avanti alla Luiss il corso in Economia e management con l’opzione dual career. È una bella opportunità, ma con gli impegni sportivi e familiari, da marito e padre, non è semplice. Dopo le Olimpiadi, il primo obiettivo sarà la laurea".
E poi?
"Le porte aperte sono tante. Mi piacerebbe rimanere nel mondo sportivo, ma non come tecnico sul campo. So che per farlo bene bisogna stare tanto accanto agli atleti e quindi via da casa. Vorrei invece trovare il modo di aiutare i ragazzi dietro le quinte, restituendo in minima parte ciò che lo sport mi ha regalato. Il mio impegno in rappresentanza degli atleti, nel Consiglio Nazionale Coni, potrà aiutarmi se arricchito da un percorso di studio mirato. In più c'è un'attività turistica ricettiva, avviata insieme a mia moglie tra le montagne di Gressoney, in Valle d'Aosta. Si chiamerà De Goldene Traum, che nel dialetto valdostano significa ‘Il sogno d’oro’. Avrà legami con lo sci di fondo e la mia carriera sportiva”.
A proposito di famiglia, è sposato con l’ex fondista Greta Laurent ed è padre di due bambini. Come si concilia la vita quotidiana con lo sport di alto livello?
"Non è semplice. Bisogna tenere in piedi una casa con un papà che c'è e non c'è, un bambino di otto mesi, uno di tre anni e tutto ciò che ne consegue. Qualsiasi genitore può capire quanto impegno comporti anche solo l’organizzazione della vita. Greta per fortuna ha fatto il mio stesso lavoro fino a pochi anni fa e sa cos’è necessario per riuscire a esprimersi al meglio". (di Michele Antonelli)

Mentre abbandona la speranza di entrare a far parte della Nato nel breve periodo, l'Ucraina cerca la migliore alternativa: garanzie di sicurezza simili a quelle dell'articolo 5 dell'Alleanza. Il presidente Volodymyr Zelensky e altri funzionari sono stati chiari: qualsiasi accordo di pace non supportato da una vera forza invita a future aggressioni russe. Dopo i recenti incontri a Berlino tra funzionari ucraini - scrive il Kyev Independent - statunitensi ed europei, Washington sembra disposta a fornire le cosiddette garanzie di sicurezza "simili all'articolo 5", ma non è stato ancora deciso come si presenterebbero nella pratica.
Secondo gli osservatori occidentali e ucraini, a meno che l'Occidente non impegni truppe pronte al combattimento sul territorio, le garanzie non scoraggerebbero la Russia. Mosca ha escluso di accettare un'offerta di pace che preveda la presenza di truppe Nato in Ucraina. Come afferma il parlamentare ucraino Oleksandr Merezhko, il Cremlino accetterà solo un accordo che non gli impedisca, in futuro, di "distruggere o sottomettere l'Ucraina". Parlando con i giornalisti dopo i colloqui di Berlino, Zelensky ha affermato che il team di Trump sembra "pronto" a fornire a Kiev le ambite garanzie di sicurezza simili a quelle della Nato, certificate dal Congresso degli Stati Uniti.
Sebbene i dettagli siano ancora scarsi, una dichiarazione congiunta in sei punti dei leader europei offre qualche chiarimento su cosa potrebbero offrire queste garanzie. Una forza guidata dall'Europa e sostenuta dagli Stati Uniti verrebbe schierata nelle retrovie dell'Ucraina per contribuire alla ricostruzione dell'esercito ucraino e alla sicurezza dei mari e dei cieli. Gli Stati Uniti contribuirebbero anche al monitoraggio del cessate il fuoco. La Coalizione dei volenterosi ha cercato a lungo un "supporto" statunitense in Ucraina, ad esempio sotto forma di intelligence o supporto aereo. Tutto ciò sarebbe ancorato a un "impegno giuridicamente vincolante" da parte dei partner a "ripristinare la pace e la sicurezza" in caso di un futuro attacco, attraverso misure che includono "forza armata, intelligence e assistenza logistica, azioni economiche e diplomatiche".
La formulazione sembra concedere alle parti ampia discrezionalità nella scelta degli strumenti che intendono utilizzare. E in effetti - rileva il giornale ucraino - riecheggia l'articolo 5 della Nato, che afferma che l'assistenza a un alleato "può o non può comportare l'uso della forza armata". Merezhko sostiene che l'articolo 5 funziona come deterrente efficace solo perché è "parte di un'istituzione", sostenuta da tutta la potenza della Nato. L'unico modo in cui una simile garanzia potrebbe funzionare per l'Ucraina, aggiunge, è se inquadrasse qualsiasi attacco contro l'Ucraina come un attacco contro gli Stati Uniti, rispecchiando un'altra parte fondamentale dell'articolo 5.
"Perché altrimenti potrebbero tentare di nuovo di ingannarci con vuote garanzie non legali, come nel caso del Memorandum di Budapest", ha avvertito Merezhko. Per la prima volta, Washington ha segnalato la propria disponibilità a rispondere con mezzi militari se la Russia rinnovasse la sua aggressione, ha affermato il primo ministro polacco Donald Tusk. Tuttavia, la portata e la forma di questo coinvolgimento promesso restano poco chiare e gli Stati Uniti sono stati irremovibili, anche prima del ritorno di Trump al potere, nel dire che non schiereranno le loro truppe in Ucraina. La Coalizione dei Volenterosi a guida europea è quantomeno pronta a schierare gli uomini sul terreno. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha persino suggerito che le forze di pace potrebbero monitorare una possibile "zona smilitarizzata" e, eventualmente, "agire contro le corrispondenti incursioni e attacchi russi".
Mathieu Boulegue, esperto di sicurezza eurasiatica, ha definito i paragoni con l'articolo 5 un "termine improprio", sottolineando che l'alleanza non è stata chiara sul significato delle garanzie in termini di coinvolgimento militare. "Si tratta davvero di quanto siamo credibili in termini di controllo dell'escalation e delle dinamiche di escalation contro il Cremlino", ha detto Boulegue al Kyiv Independent. "E al momento, questa credibilità è molto bassa, se non inesistente". L'attenzione di Zelensky sull'approvazione da parte del Congresso delle garanzie statunitensi ha una chiara implicazione: se la Russia attaccasse di nuovo, non è chiaro se Trump onorerebbe la sua promessa. Secondo l'esperto di politica estera statunitense Dan Hamilton, il Congresso potrebbe rafforzare le garanzie ispirandosi al Taiwan Relations Act, che prevede un sostegno alla difesa più concreto rispetto all'articolo 5 della Nato. Il documento "prevede inoltre specificamente un ruolo per il Congresso e per il presidente", aggiunge.
Tuttavia, Jenny Mathers, docente di politica internazionale presso l'Università di Aberystwyth, avverte che "nulla impedisce a Trump di infrangere le sue promesse o addirittura di ignorare la legislazione approvata dal Congresso, se lo desidera". L'esperto sostiene che Trump ha già dimostrato il suo disprezzo per il potere legislativo nella politica interna, poiché "oltrepassa sistematicamente la sua autorità costituzionale". Inoltre, non è solo l'Ucraina ad avere problemi di fiducia con Trump. Dopo il primo anno della sua presidenza, persino l'articolo 5 della Nato non sembra più così inattaccabile. A marzo, il presidente degli Stati Uniti ha dichiarato che non avrebbe difeso i membri della Nato che non spendono abbastanza per la difesa.

Seconda semifinale in Supercoppa italiana 2025. Oggi, venerdì 19 dicembre, l'Inter sfida il Bologna - in diretta tv e streaming - all'Al-Awwal Park Stadium di Riad. I nerazzurri, che lo scorso anno sono stati battuti in rimonta dal Milan nella finale delle Final Four di Supercoppa, sono reduci dalla vittoria esterna contro il Genoa, battuto 2-1 nell'ultima giornata di campionato.
Successo che è valso alla squadra di Chivu la vetta della classifica di Serie A con 33 punti, a +1 sul Milan secondo. I rossoblù invece, nell'ultimo turno, hanno perso in casa con la Juventus, che si è imposta 1-0 al Dall'Ara, scivolando così al sesto posto a quota 25.
Bologna-Inter, orario e probabili formazioni
La sfida tra Bologna e Inter è in programma oggi, venerdì 19 dicembre, alle 20 ora italiana. Ecco le probabili formazioni:
Bologna (4-2-3-1): Ravaglia; Holm, Lucumí, Lykogiannis, Miranda; Moro, Pobega; Orsolini, Bernardeschi, Cambiaghi; Castro. All. Italiano
Inter (3-5-2): Sommer; Bisseck, Akanji, Bastoni; Luis Henrique, Barella, Zielinski, Mkhitaryan, Dimarco; Thuram, Lautaro. All. Chivu
Bologna-Inter, dove vederla in tv
Bologna-Inter sarà trasmessa in diretta televisiva e in esclusiva, in chiaro, sui canali Mediaset, in particolare su Italia 1. La partita sarà disponibile anche in streaming su Mediaset Infinity.

L'emendamento sulle pensioni fuori dalla Manovra, il provvedimento viene stralciato dopo il pressing della Lega. Si lavorerà ad un decreto legge che verrà proposto nel Consiglio dei ministri. "C'è stata questa decisione perché la Lega ha posto un problema politico sulle coperture previdenziali. Troveremo una soluzione, chiaramente salvaguardando anche tutti gli aspetti che riguardano imprese, imprenditori e Zes", dice il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Luca Ciriani, al termine degli incontri con maggioranza e opposizione in commissione Bilancio al Senato.
Cosa prevedeva l'emendamento
A far piantare i piedi alla Lega è stata una delle misure contenuto del maxi emendamento da 3,5 miliardi approdato martedì a Palazzo Madama con cui, di fatto, l'esecutivo ha ridisegnato i contorni del ddl bilancio varato a ottobre. Due le questioni. La prima: l'allungamento delle finestre mobili per il pensionamento anticipato. La proposta che ha avanzato il governo infatti prevedeva un allungamento dei mesi per la decorrenza del trattamento pensionistico per i lavoratori con requisiti per la pensione anticipata dal 2032.
Per chi matura i requisiti per l'uscita anticipata (42 anni e 10 mesi di contributi, con un anno in meno per le donne) nel 2031 un posticipo della decorrenza di tre mesi. La decorrenza dovrebbe aumentare progressivamente: a 4 mesi per chi matura i requisiti nel 2032 e 2033, a 5 mesi per chi li raggiunge nel 2034 e a 6 mesi per chi li matura nel 2035 (quindi tre mesi in più rispetto al 2031).
Già saltata la norma per cui dal 2031 il riscatto della laurea breve avrebbe avuto un peso minore[1] per raggiungere i requisiti necessari al prepensionamento, in maniera progressiva dal 2031 in poi. Una clausola di salvaguardia – avevano spiegato i senatori di maggioranza – per sopperire agli eventuali ammanchi di cassa dovuti al tiraggio della previdenza complementare.
La Lega aveva proposto di trovare queste risorse eventuali aumentando ancora l’Irap (da +0,2 punti percentuali nel 2030 fino a +4 punti percentuali nel 2035), ma era arrivato un primo altolà da Forza Italia.
Lo stallo e la soluzione
"La decisione della maggioranza è stralciare gran parte del famoso emendamento 4.1000, di far sopravvivere solo la parte relativa al Pnrr e all'iperammortamento e tutto il resto verrà trasfuso in un decreto che verrà approvato in Cdm probabilmente la prossima settimana", spiega dopo lo stallo in commissione per l'intenzione della Lega, contraria a votare l'emendamento sulle modifiche alle finestre previdenziali.
"Ci sarà quindi l'esigenza di riscrivere il testo e trovare nuove coperture. La parte del Pnrr deve essere salvaguardata perché funzionale alla manovra stessa. Ci sarà uno stralcio, poi una riscrittura, che tra l'altro era la prima opzione prima che si facesse questo emendamento. Tutto quella parte che è transizione 5.0, Zes e tutto quello che non sarà in questo nuovo testo che arriverà stanotte sarà contenuto nel nuovo decreto", dice Ciriani riferendosi ai temi relativi alle imprese.
"La cosa sicura è che tutto ciò che il governo aveva immaginato per le imprese in questo emendamento sarà nel nuovo oppure nel decreto che il governo varerà entro la fine dell'anno. Non un centesimo di un euro in meno di quello che le imprese e il Paese avrebbe avuto da questo emendamento al 31 dicembre sarà dato al Paese", interviene il sottosegretario all'Economia, Federico Freni, commentando la decisione.

Novanta miliardi di euro per l'Ucraina dall'Ue. Il Consiglio Europeo ha raggiunto "un accordo", approvando la "decisione di fornire 90 miliardi di euro di sostegno all'Ucraina per il 2026-27. Abbiamo preso un impegno, lo abbiamo rispettato", annuncia il presidente Antonio Costa, via social.
Il pacchetto finanziario per l'Ucraina "è stato finalizzato. Come avevo richiesto, all'Ucraina viene concesso un prestito a tasso zero di 90 miliardi di euro. Questi fondi sono sufficienti a coprire le esigenze militari e di bilancio dell'Ucraina per i prossimi due anni", dice in una nota il cancelliere tedesco Friedrich Merz.
Questo, continua, "è un messaggio decisivo per la fine della guerra, perché Vladimir Putin farà concessioni solo quando si renderà conto che la sua guerra non darà frutti. I beni russi congelati rimarranno bloccati finché la Russia non avrà pagato le riparazioni all'Ucraina. Abbiamo già preparato il terreno per questo la scorsa settimana. L'Ucraina dovrà rimborsare il prestito solo dopo che la Russia avrà pagato le riparazioni. E lo diciamo molto chiaramente: se la Russia non paga le riparazioni, utilizzeremo, nel pieno rispetto del diritto internazionale, i beni russi immobilizzati per rimborsare il prestito".
"Sono lieto che oggi siamo riusciti a prendere questa decisione all'unanimità, dopo intensi negoziati. In questo modo possiamo ricorrere a strumenti europei collaudati e sostenere l'Ucraina immediatamente, senza ulteriori ritardi", conclude Merz.
Il prestito Ue è chiaramente l’opzione più facile, che può essere attivata subito, in modo da soddisfare il requisito del Fmi per la valutazione di sostenibilità dell'Ucraina e da erogare il denaro in tempo per il secondo trimestre del 2026.

Maltempo e neve in arrivo su gran parte dell'Italia per le prossime festività natalizie. Tra la giornata di oggi e quella di sabato 20 dicembre, dice all'Adnkronos Mattia Gussoni, meteorologo de 'iLMeteo.it[1]', è infatti previsto "il passaggio di un insidioso ciclone". Piogge e temporali anche intensi "colpiranno in modo particolare la Sicilia e la Calabria ionica. Il tempo sarà più asciutto altrove, da segnalare solo il rischio di nebbie sulle pianure del Nord e zone interne del Centro. Qui avremo, infatti, atmosfere grigie e purtroppo livelli di inquinamento dell'aria nuovamente in aumento".
Le previsioni meteo per la settimana di Natale
Da domenica 21 dicembre è attesa una svolta sul fronte meteo. "Una nuova e profonda perturbazione atlantica inizierà, infatti, ad avvicinarsi da ovest, determinando un graduale peggioramento delle condizioni meteo" aggiunge Gussoni. "La settimana di Natale, dunque, sarà verosimilmente caratterizzata dal maltempo. Già dalla giornata di lunedì 22 dicembre - prosegue Gussoni - l'ingresso di correnti fredde favorirà la formazione di un vero e proprio ciclone che punterà verso l'Italia e che innescherà una fase di maltempo su molte delle nostre regioni. Le piogge, anche molto intense, colpiranno dapprima il Nord Ovest ed i settori tirrenici, per poi estendersi, tra martedì 23 e mercoledì 24 dicembre, al resto del Centro-Sud e alle Isole Maggiori".
Dove e quando arriverà la neve
In arrivo come anticipato anche delle nevicate. "I fiocchi potranno spingersi fino a quote collinari sul basso Piemonte, in particolare nel Cuneese" sottolinea il meteorologo. "Mentre sul resto del territorio la neve è attesa prevalentemente al di sopra dei 1000–1200 metri, molto dipenderà dal freddo in ingresso e dalle intensità delle precipitazioni. Il ciclone si manterrà piuttosto attivo anche nei giorni seguenti. Proprio nel corso della giornata di Natale un secondo ciclone potrebbe investire il nostro Paese provocando nuove piogge al Nord con nevicate abbondanti sulle Alpi oltre i 700/800 metri e rovesci temporaleschi al Centro-Sud", conclude Gussoni.

"Spero che l'Ucraina si muova in fretta. La Russia è lì, ma ogni volta che" l'Ucraina "impiega troppo tempo, i russi cambiano idea". Donald Trump continua a vedere la fine della guerra 'vicina'. I negoziati, però, non sono ancora in prossimità della meta.
Il presidente degli Stati Uniti va in pressing su Kiev, chiamata ad accettare un piano che sostanzialmente la priverebbe del Donbass. La questione territoriale è lo scoglio principale se si considera l'Ucraina, che chiede - e sembra in grado di ottenere - garanzie di sicurezza per l'eventuale scenario post-guerra.
Trump e la 'fiducia' in Putin
Trump, almeno in base alle ultime dichiarazioni, sembra contare sulla disponibilità di Vladimir Putin ad un'intesa. E sbaglia, secondo l'analisi dell'Institute for the study of war (Isw), il think tank americano che monitora il conflitto quotidianamente.
Le parole del presidente russo, le ultime poco più di 24 ore fa, dimostrano che "non sarà soddisfatto da un accordo basato sul piano di pace americano". "Il Cremlino -ricorda l'Isw- non ha dichiarato pubblicamente ed esplicitamente che avrebbe accettato il piano in 28 punti o qualsiasi versione successiva, ma ha piuttosto respinto molti punti del piano nelle ultime settimane. Putin non ha alcuna intenzione di rinunciare ai suoi obiettivi massimalisti in Ucraina[1] e cercherà di perseguirli dopo qualsiasi sospensione delle ostilità a condizioni diverse da tali obiettivi".
Il Donbass non basta a Mosca
Trump, e non solo lui, ritiene che il Donbass potrebbe saziare Mosca. Il think tank ricorda che "il piano in 28 punti prevedeva che la Russia rinunciasse al territorio che controlla al di fuori della Crimea occupata, degli oblast di Donetsk, Luhansk, Zaporizhia e Kherson e che la linea del fronte negli oblast di Kherson e Zaporizhia venisse congelata". La realtà attuale è profondamente diversa. Putin continua a fare riferimento alla "creazione e all'espansione di zone cuscinetto in Ucraina", accendendo i riflettori su Kharkiv e Sumy. Il ministro della Difesa, Andrei Belousov, indica tra gli obiettivi raggiunti la presa di Kupyansk, in realtà liberata in parte dagli ucraini. Per Belousov, la città rappresenta la base per allargare l'influenza russa nell'oblast di Kharkiv.
La 'missione' appare difficilmente realizzabile in una guerra bloccata lungo buona parte del fronte. Un accordo, osserva l'Isw, non impedirebbe alla Russia di tentare la spallata in futuro. "È probabile che il Cremlino stia cercando un accordo di pace senza garanzie di sicurezza, per creare le condizioni affinché la Russia possa rinnovare la sua aggressione contro l'Ucraina in futuro, al fine di raggiungere l'obiettivo bellico massimalista di Putin di ottenere il pieno controllo effettivo sull'Ucraina", lo scenario più estremo delineato dagli analisti, che evidenziano il carattere "essenziale" delle garanzie richieste da Kiev[2].
Zelensky e le garanzie di sicurezza
"Credo che la fine della guerra sia legata alle garanzie di sicurezza", perché senza di esse "non ci sarà una fine: ci sarà una certa pausa. E poi la Russia, se sarà pronta per una nuova aggressione, aggredirà", ribadisce Zelensky.
"Nessuno crede nel memorandum di Budapest o negli accordi di Minsk", prosegue, riferendosi alle promesse di non belligeranza infrante da Mosca e sottolineando che Kiev non ne ha mai avute di concrete: nemmeno il piano di Trump, in sostanza, sarebbe un argine di sicurezza. Da qui la necessità di un esercito ucraino forte, su cui gli stessi statunitensi, spiega, sollevano dubbi riguardo alla qualità e ai numeri.
Alla fine, "l'obiettivo è ottenere una risposta alla domanda, cosa faranno gli Stati Uniti d'America se la Russia ci aggredisce di nuovo? Cosa faranno queste garanzie di sicurezza? Come funzionerà? Cosa faranno tutti i partner? Come? Con quale potere fermeranno Mosca specificamente? Penso che dobbiamo ottenere una risposta a tutto questo. Può essere una risposta non pubblica, ma deve essere fissata in certi documenti", conclude Zelensky.

Vladimir Putin spia l'Europa dal mare. La guerra tra la Russia e l'Ucraina, con l'Europa a sostegno di Kiev, si combatte anche con l'attività di spionaggio. Mosca, in questo settore, fa affidamento sulla cosiddetta 'flotta fantasma' che comprende in particolare le petroliere. Le navi, nonostante le sanzioni adottate contro la Russia, salpano dal Baltico o dal Mar Nero trasportando greggio nell'attività fondamentale per i conti. Non si tratta però esclusivamente di rotte commerciali, come evidenzia la Cnn.
Le navi, spesso battenti bandiere di altri paesi, poco prima di saltare accolgono a bordo membri dell'equipaggio 'a sorpresa'. I documenti consultati dall'emittente mostrano che, in due casi, la lista dello staff comprende personale non russo. All'elenco, in extremis, vengono aggiunti un paio di nomi russi, con tanto di dettagli relativi ai passaporti: sulla base delle informazioni raccolte dalla tv, si tratta di uomini che operano nel settore della sicurezza.
Il 'cervello' dell'operazione
Il cardine dell'operazione, che rientra nel quadro generale di guerra ibrida, è la società Moran Security, che impiega anche mercenari e elementi in passato ingaggiati dalla Wagner. Al vertice dell'azienda c'è Vyacheslav Kalashnikov, ex ufficiale dei servizi russi. Per le intelligence occidentali, la Moran ha solidi legami con l'apparato militare e i servizi russi: la compagnia è stata sanzionata dagli Stati Uniti nel 2024. La presenza di questi elementi sulle navi, secondo l'intelligence ucraina, è diventata prassi negli ultimi 6 mesi.
E alcuni dei 'marinai' avrebbero anche scattato foto di strutture militari europei. Tra gli incarichi riservati ai russi sulle petroliere, anche la sorveglianza dei capitani delle navi: l'obiettivo è garantire che ogni attività venga svolta nell'interesse del Cremlino. Secondo informazioni fornite da servizi occidentali, afferma la Cnn, gli uomini della Moran sarebbero stati coinvolti anche in operazioni di sabotaggio: quali, però, rimane un mistero. I servizi ucraini hanno condiviso con la Cnn i nomi di almeno 8 individui russi che sono saliti a bordo di navi della flotta fantasma: in molti casi, sono stati evidenziati legami con la sfera militare.
La petroliera fantasma e i droni
Il caso più noto riguarda la petroliera Boracay: dopo le sanzioni, ha ripetutamente cambiato nome e bandiera. Il 20 settembre è salpata da Primorsk, nel Baltico. A bordo - in un equipaggio formato da asiatici - sono comparsi due russi, definiti 'tecnici'. Uno dei due era un ex agente, che ha lavorato anche per la Wagner. A luglio, sulla stessa nave era salito un uomo legato a corpi speciali inquadrati nel ministero della Difesa russo.
La Boracay a settembre, in particolare dal 22 al 24, è transitata lungo le coste della Danimarca, proprio mentre un'ondata di droni mandava in tilt l'aeroporto di Copenhagen. Nessuna prova che i droni siano partiti dalla petroliera. La Borecay successivamente intercettata al largo della Bretagna. Le autorità francesi hanno arrestato il capitano cinese, reo di non aver seguito gli ordini impartiti: a bordo, sono state riscontrate irregolarità anche relative all'affiliazione della nave, formalmente con bandiera del Benin.

Alta tensione in semifinale di Supercoppa. Al termine della sfida tra Napoli e Milan di oggi, giovedì 18 dicembre, non c'è stata la consueta stretta di mano tra i due allenatori. Antonio Conte e Massimiliano Allegri infatti non si sono incrociati al triplice fischio, con il tecnico del Napoli che è andato in campo a salutare i suoi giocatori, mentre quello del Milan è corso negli spogliatoi. Durante il giro di campo Conte ha incrociato invece Landucci, storico secondo di Allegri, stringendogli la mano.
Le scintille tra le due panchine sono durate per tutti i novanta minuti e sono esplose, evidentemente, al termine del match. La panchina del Napoli ha protestato a più riprese per decisioni dell'arbitro Zufferli giudicate non adeguate, come in occasione della manata di Maignan a Politano[1], per cui Conte chiedeva il rosso mentre il direttore di gara, dopo un rapido check del Var, ha lasciato giocare.
In quell'occasione, al 55', è nato un acceso battibecco tra le due panchine con protagonisti Allegri e il dirigente del Napoli Lele Oriali, che si è rivolto anche al quarto uomo 'raccomandandosi' di segnare a referto le parole, piuttosto colorite, dell'ex allenatore della Juventus. Sul finale di gara è stato proprio Conte a rivolgersi ad Allegri con un eloquente "Ma basta", dopo l'ennesima protesta del tecnico livornese.

Dopo il caos sul riscatto della laurea in manovra, arriva anche la frenata in maggioranza sulle pensioni. E a puntare i piedi è la Lega, che lancia l'ultimatum. "Il punto è molto semplice: con un allungamento anche formale dell'età pensionistica noi quell'articolo" dell'emendamento del governo da 3,5 miliardi "non lo votiamo". A dirlo è stato il relatore alla manovra, il senatore della Lega Claudio Borghi, al termine dell'ufficio presidenza della commissione Bilancio di Palazzo Madama. Intanto sono stati sospesi i lavori della commissione, riprenderanno alle 23
Poco prima gli esponenti dell'opposizione Daniele Manca (Pd), Stefano Patuanelli (M5S) e Antonio Nicita (Pd) e Raffaella Paita (Iv), lasciando la seduta, avevano dichiarato che il sottosegretario all'Economia, Federico Freni, "aveva escluso riformulazioni dell'emendamento del governo". Borghi, però, non ha chiuso del tutto a questa ipotesi: "Qualche tentativo mi auguro che lo si faccia".
Il riscatto della laurea varrà di meno per la pensione anticipata ma non sarà retroattivo. Era questa l’indicazione che aveva dato la premier Giorgia Meloni nel suo intervento in Senato ed è questa la risposta che ha dato oggi, per i corridoi di Montecitorio, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti a chi gli ha chiesto della nuova formulazione del governo dell’emendamento alla manovra che contiene la stretta sulle pensioni. Il testo depositato in Commissione Bilancio però dice un’altra cosa: la misura che abbassa il peso del diploma di laurea riscattato non c’è più. “Giorgetti ha sbagliato”, aveva chiosato il relatore della Lega Borghi.
Secondo il testo[1], depositato in Quinta, le risorse che sarebbero dovute arrivare da questa misura per coprire gli eventuali costi derivanti dalle norme sulla previdenza complementare, verrebbero recuperate da una rimodulazione dei fondi nello stato di previsione di via XX Settembre ancora da ripartire per le infrastrutture. Resterebbe invece, per ora, l’allungamento delle finestre mobili per l’uscita anticipata.
Ed è su questo punto che il Carroccio non si arrende: la mezza marcia indietro dell’esecutivo non basta. “Mancano le finestre: chiederemo una nuova riformulazione”, assicurava ancora Borghi, che sull’aumento dell’età pensionabile non vuole dare “segni equivocabili” perché “non c’è nessuna volontà politica”. E’ plausibile che arrivi quindi un nuovo, ulteriore, testo dall’esecutivo? “Dovrebbe arrivare qualcosa”, diceva il capogruppo di FdI in Senato, Lucio Malan, secondo cui se da un lato l’ideale sarebbe “eliminare” queste finestre, un più realistico auspicio è quantomeno “di attenuare il più possibile”.
Intanto però il nodo blocca la Commissione: dopo la ‘notturnina’ di mercoledì le votazioni sono riprese nel pomeriggio di giovedì, ma – con l’arrivo dell’emendamento – sono state sospese poche ore dopo, fino alle 21. Nei corridoi dell’ammezzato sono comparsi i capigruppo di maggioranza e opposizione, convocati per degli incontri bilaterali con il governo (era presente il ministro per i Rapporti con il Parlamento Luca Ciriani, oltre al sottosegretario al Tesoro Federico Freni).
“Il governo ha superato una soglia pericolosa: non siamo più di fronte ad una riforma discutibile ma ad una riforma delle pensioni fatta in maniera surrettizia, sbagliata e gravemente lesiva di diritti acquisiti su cui la presidente del Consiglio ha smentito, in aula, il ministro dell’Economia”, è il commento del capogruppo del Pd, Francesco Boccia. “Abbiamo chiesto un time-out”, perché – denuncia – “è evidente che la maggioranza è pesantemente divisa” e che ha prodotto una finanziaria “caotica, pasticciata, inadeguata e spinge alla macelleria sociale perché pagano sempre gli stessi. La propaganda è caduta, la vicenda dell’oro è stata una grandissima boutade su cui purtroppo è stato fatto discutere il Paese, come altre cose”.
A far piantare i piedi alla Lega – e anche alle opposizioni – è stata una delle misure contenuto del maxi emendamento da 3,5 miliardi approdato martedì a Palazzo Madama con cui, di fatto, l’esecutivo ha ridisegnato i contorni del ddl bilancio varato a ottobre. Le questioni sono due. La prima: l’allungamento delle finestre mobili per il pensionamento anticipato. La proposta che ha avanzato il governo infatti (e che è tuttora in piedi) prevede un allungamento dei mesi per la decorrenza del trattamento pensionistico per i lavoratori che maturano i requisiti per la pensione anticipata dal 2032. Si dispone infatti, per chi matura i requisiti per l'uscita anticipata (42 anni e 10 mesi di contributi, con un anno in meno per le donne) nel 2031 un posticipo della decorrenza di tre mesi. Ma quest'ultima aumenta progressivamente: a quattro mesi per chi matura i requisiti nel 2032 e 2033, a cinque mesi per chi li raggiunge nel 2034 e a sei mesi per chi li matura nel 2035 (quindi tre mesi in più rispetto al 2031).
Accanto, la norma saltata, secondo cui dal 2031 il riscatto della laurea breve avrebbe avuto un peso minore per raggiungere i requisiti necessari al prepensionamento, in maniera progressiva dal 2031 in poi. Una clausola di salvaguardia – avevano spiegato i senatori di maggioranza – per sopperire agli eventuali ammanchi di cassa dovuti al tiraggio della previdenza complementare. La Lega aveva proposto di trovare queste risorse eventuali aumentando ancora l’Irap (da +0,2 punti percentuali nel 2030 fino a +4 punti percentuali nel 2035), ma era arrivato un primo altolà da Forza Italia con Gasparri che, a margine dei lavori della Bilancio, aveva commentato con un asciutto: “I patti si rispettano”.

Il riscatto della laurea varrà di meno per la pensione anticipata ma non sarà retroattivo. Era questa l’indicazione che aveva dato la premier Giorgia Meloni nel suo intervento in Senato ed è questa la risposta che ha dato, per i corridoi di Montecitorio, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti a chi gli ha chiesto della nuova formulazione del governo dell’emendamento alla manovra che contiene la stretta sulle pensioni. Il testo depositato in Commissione Bilancio però dice un’altra cosa: la misura che abbassa il peso del diploma di laurea riscattato non c’è più. “Giorgetti ha sbagliato”, chiosa il relatore della Lega (lo stesso partito del titolare del Mef), Claudio Borghi.
Secondo il testo[1], depositato in Quinta, le risorse che sarebbero dovute arrivare da questa misura per coprire gli eventuali costi derivanti dalle norme sulla previdenza complementare, verrebbero recuperate da una rimodulazione dei fondi nello stato di previsione di via XX Settembre ancora da ripartire per le infrastrutture. Resterebbe invece, per ora, l’allungamento delle finestre mobili per l’uscita anticipata.
Ma il Carroccio non si arrende: la mezza marcia indietro dell’esecutivo non basta. “Mancano le finestre: chiederemo una nuova riformulazione”, assicura ancora Borghi, che sull’aumento dell’età pensionabile non vuole dare “segni equivocabili” perché “non c’è nessuna volontà politica”. E’ plausibile che arrivi quindi un nuovo, ulteriore, testo dall’esecutivo? “Dovrebbe arrivare qualcosa”, dice il capogruppo di FdI in Senato, Lucio Malan, secondo cui se da un lato l’ideale sarebbe “eliminare” queste finestre, un più realistico auspicio è quantomeno “di attenuare il più possibile”.
Intanto però il nodo blocca la Commissione: dopo la ‘notturnina’ di mercoledì le votazioni sono riprese nel pomeriggio di giovedì, ma – con l’arrivo dell’emendamento – sono state sospese poche ore dopo, fino alle 21. Nei corridoi dell’ammezzato sono comparsi i capigruppo di maggioranza e opposizione, convocati per degli incontri bilaterali con il governo (era presente il ministro per i Rapporti con il Parlamento Luca Ciriani, oltre al sottosegretario al Tesoro Federico Freni).
“Il governo ha superato una soglia pericolosa: non siamo più di fronte ad una riforma discutibile ma ad una riforma delle pensioni fatta in maniera surrettizia, sbagliata e gravemente lesiva di diritti acquisiti su cui la presidente del Consiglio ha smentito, in aula, il ministro dell’Economia”, è il commento del capogruppo del Pd, Francesco Boccia. “Abbiamo chiesto un time-out”, perché – denuncia – “è evidente che la maggioranza è pesantemente divisa” e che ha prodotto una finanziaria “caotica, pasticciata, inadeguata e spinge alla macelleria sociale perché pagano sempre gli stessi. La propaganda è caduta, la vicenda dell’oro è stata una grandissima boutade su cui purtroppo è stato fatto discutere il Paese, come altre cose”.
A far piantare i piedi alla Lega – e anche alle opposizioni – è stata una delle misure contenuto del maxi emendamento da 3,5 miliardi approdato martedì a Palazzo Madama con cui, di fatto, l’esecutivo ha ridisegnato i contorni del ddl bilancio varato a ottobre. Le questioni sono due. La prima: l’allungamento delle finestre mobili per il pensionamento anticipato. La proposta che ha avanzato il governo infatti (e che è tuttora in piedi) prevede un allungamento dei mesi per la decorrenza del trattamento pensionistico per i lavoratori che maturano i requisiti per la pensione anticipata dal 2032. Si dispone infatti, per chi matura i requisiti per l'uscita anticipata (42 anni e 10 mesi di contributi, con un anno in meno per le donne) nel 2031 un posticipo della decorrenza di tre mesi. Ma quest'ultima aumenta progressivamente: a quattro mesi per chi matura i requisiti nel 2032 e 2033, a cinque mesi per chi li raggiunge nel 2034 e a sei mesi per chi li matura nel 2035 (quindi tre mesi in più rispetto al 2031).
Accanto, la norma saltata, secondo cui dal 2031 il riscatto della laurea breve avrebbe avuto un peso minore per raggiungere i requisiti necessari al prepensionamento, in maniera progressiva dal 2031 in poi. Una clausola di salvaguardia – avevano spiegato i senatori di maggioranza – per sopperire agli eventuali ammanchi di cassa dovuti al tiraggio della previdenza complementare. La Lega aveva proposto di trovare queste risorse eventuali aumentando ancora l’Irap (da +0,2 punti percentuali nel 2030 fino a +4 punti percentuali nel 2035), ma era arrivato un primo altolà da Forza Italia con Gasparri che, a margine dei lavori della Bilancio, aveva commentato con un asciutto: “I patti si rispettano”.

Polemiche e nervosismo in Napoli-Milan, semifinale di Supercoppa, con gli azzurri che protestano per una mancata espulsione di Mike Maignan. Succede tutto a inizio ripresa, quando al 55' il portiere francese para in due tempi il tiro da fuori di Rrahmani. Al momento di bloccare il pallone però, Maignan è sbilanciato da Politano, che ha provato ad avventarsi sulla ribattuta, 'cadendo' nel più classico dei falli di reazione.
Maignan ha infatti rifilato una leggera manata all'esterno del Napoli, che si è poi toccato il volto dolorante. Immediate le proteste degli azzurri, con l'arbitro Zufferli che ha interrotto il gioco per permettere il check alla sala Var. Dopo qualche secondo però il gioco è ripreso, con l'intervento del portiere rossonero che non è stato quindi sanzionato.
Da qui è nato un acceso battibecco tra le due panchine con protagonisti il tecnico del Milan Massimiliano Allegri e il dirigente del Napoli Lele Oriali, che si è rivolto anche al quarto uomo 'raccomandandosi' di segnare a referto le parole, piuttosto colorite, dell'ex allenatore della Juventus.

Ora è ufficiale: Milan-Como si giocherà in Australia, a Perth, il prossimo 8 febbraio. A confermarlo, ai microfoni di Sportmediaset, il presidente della Lega Calcio Ezio Maria Simonelli in occasione della Supercoppa Italiana a Riad. "Si giocherà lì come da programma, con Infantino ci siamo incontrati in modo cordiale e avevamo dei dubbi soprattutto sugli arbitri perché ce li avevano imposti stranieri. Collina mi ha dato garanzie sugli arbitri asiatici, ha dei fischietti di qualità da segnalare per la partita. Noi accetteremo questa condizione, poi metteremo a punto il resto".
Simonelli ha poi parlato della Supercoppa Italiana in Arabia Saudita: "Napoli-Milan tutto esaurito? Siamo contenti per il successo di pubblico per questa competizione, siamo soddisfatti di questa internazionalizzazione che sta portando i suoi frutti. Il pubblico qua si sta appassionando”.
L'annuncio di Milan-Como a Perth è stato commentato così dall'allenatore del Milan Massimiliano Allegri a Sportmediaset: "Spero che sia apripista per il calcio italiano e non un caso isolato. Altrimenti sarebbe un problema".

Un incontro speciale, carico di significato umano, quello che si è svolto questa mattina in Vaticano, nel corso dell’udienza privata tra i consulenti del lavoro e il Santo Padre. Un’occasione per sottolineare il ruolo sociale della categoria, fortemente impegnata nel favorire l’inserimento socio-lavorativo delle persone più fragili e nel promuovere un lavoro sicuro, dignitoso e inclusivo. Valori e funzioni che trovano spazio nel volume 'Lavoro, persone, comunità. I consulenti del lavoro nel Giubileo della Speranza', donato a Papa Leone XIV. Progressi e limiti dell’inclusione nel mercato del lavoro italiano sono al centro anche della fotografia scattata per l’occasione dalla Fondazione studi dei consulenti del lavoro in un focus sui diversi segmenti della popolazione che vivono situazioni di fragilità, sulle motivazioni che ostacolano l’inclusione e sui risultati ottenuti finora. I dati che emergono dalla nota evidenziano segnali incoraggianti sul fronte del mercato occupazionale. Il numero dei Neet si è ridotto di quasi 1 milione di unità negli ultimi anni, pur restando ancora oltre 2 milioni di giovani esclusi da percorsi di lavoro o formazione.
Miglioramenti, seppur graduali, si registrano anche per le persone con disabilità, il cui tasso di occupazione è cresciuto nel tempo (il 41,8% risulta occupato) così come sono aumentate le iniziative di formazione e lavoro rivolte agli ex detenuti. Accanto a questi elementi positivi, permane un’area di inclusione debole, legata al lavoro sommerso e alla povertà educativa e lavorativa, che richiede interventi mirati per rafforzare qualità e stabilità dell’occupazione.
Ed è proprio in questo contesto che il ruolo dei consulenti del lavoro assume una valenza strategica. “L’incontro con il Santo Padre è stato un momento di grande valore umano e simbolico, che ha contribuito a rafforzare il nostro ruolo sociale, ricordandoci come il lavoro debba essere prima di tutto uno strumento di dignità, inclusione e servizio verso i più fragili: è questa la missione che ogni giorno anima il nostro impegno nel sostenere lavoratori e imprese, nel contrastare le disuguaglianze e nel costruire opportunità per chi è ai margini del mercato del lavoro”, ha commentato il presidente del Consiglio nazionale dell’ordine dei consulenti del lavoro, Rosario De Luca.
“Cerchiamo di costruire il domani garantendo il diritto alla pensione ai colleghi. Lavoriamo anche per garantire assistenza e aiuto sulla previdenza, sulla sanità e a tutte quelle attività che garantiscono il benessere e le prospettive future dei consulenti”. A dirlo Sergio Giorgini, presidente Enpacl, nel corso dell’evento ‘Costruire il domani-etica, valori, sostenibilità, legalità’, promosso dal Consiglio nazionale dell’ordine dei consulenti del lavoro, dall’Enpacl, dalla Fondazione studi e dalla Fondazione Lavoro.
“Questo è un Governo stabile che sta producendo risultati positivo dal punto di vista dell’occupazione. Credo che sia importante, in tutte le scelte che facciamo, mantenere il rigore della competenza e dei valori etico-professionali; aspetti questi che fanno la differenza”. A dirlo Marina Calderone, ministro del Lavoro e delle politiche sociali, nel corso dell’evento. “Non c’è inclusione senza lavoro; aver bisogno di un sostegno non è una condizione da cui non si può uscire, anzi - avverte - un sostegno serve per poi entrare nel mercato del lavoro”.
“Diminuiscono gli infortuni nel settore strettamente lavorativo - osserva - ma aumentano quelli in itinere. E proprio su questo dobbiamo lavorare. Con il decreto sicurezza che oggi approviamo ci prenderemo cura dei superstiti minori che hanno perso un genitore sul lavoro, pagando borse di studio per essere accompagnati serenamente nel mercato del lavoro. Il 2026 - assicura - ci porterà un ulteriore impegno per la realizzazione di norme che non devono essere però attuate con gli occhiali del passato”.
“Oggi - sostiene Fabrizio D’Ascenzo, presidente Inail - è una giornata storica perché si sono incastrate tre questioni fondamentali: conversione in legge del decreto sicurezza, la pubblicazione del nuovo bando Isi e l’evento organizzato dai consulenti del lavoro mi dà l’occasione di parlarne. I consulenti del lavoro conoscono benissimo l’attività dell’Inail; con la categoria abbiamo stipulato una convenzione per collaborare su formazione e informazione in materia di salute e sicurezza sul lavoro. Noi cerchiamo di fare in modo che con la prevenzione, il prima, si possa evitare il dopo. La nostra ricerca ci consente di ottenere tecnologie utilissime per la prevenzione. L’Ia generativa consente di ottenere qualcosa in più che noi autonomamente non possiamo ottenere però va governata. Lo strumento ci consente di evitare che il prima possa condizionare il dopo nella vita di una persona”.
“Bisogna investire nel lavoro per far sì che le persone con disabilità nel nostro Paese diminuiscano. Incentiviamo le imprese a dedicare 1 ora per attività sul posto di lavoro dei dipendenti, defiscalizzando quell’ora”. A dirlo Francesco Vaia, Autorità garante nazionale diritti persone con disabilità. “La disabilità - spiega - nasce dalla genetica, dall’infortunistica che non è solo sul lavoro, ma anche sulla strada e domestica, e dall’invecchiamento non attivo. Oggi il mondo del lavoro è la più grande infrastruttura dinamica esistente sia sul pubblico che sul privato e su questo bisogna intervenire per aiutare il mondo dei disabili”.
La povertà educativa rappresenta una delle principali dimensioni strutturali di fragilità nel mercato del lavoro italiano, in quanto incide in modo persistente sulla capacità delle persone di accedere, mantenere e valorizzare un’occupazione, amplificando il rischio di esclusione lavorativa e di inclusione debole anche in presenza di crescita dell’occupazione. Quasi il 40% degli italiani tra i 20 e 64 anni che hanno al massimo un livello di istruzione medio restano fuori dal mercato del lavoro perché inattivi, mentre un altro 10% circa non riesce ad accedere ad un’occupazione, pur ricercandola. Emerge dalla nota, presentata oggi dalla Fondazione studi dei consulenti del lavoro, 'Progressi e limiti dell'inclusione del mercato del lavoro italiano'.
Il livello di inclusione dei soggetti a bassa scolarità risulta sensibilmente inferiore rispetto alle fasce di popolazione con livelli di istruzione più elevati, tra le quali diminuisce sia la propensione all’inattività (è del 26,9% tra i diplomati e del 14,9% tra i laureati) che la difficoltà di inserimento occupazionale (il tasso di disoccupazione è del 6,2% tra i diplomati e 3,4% tra i laureati).
Si tratta di un fenomeno fortemente caratterizzato dal punto di vista geografico: al Sud, non solo la quota di soggetti a bassa scolarità è più alta del resto d’Italia (tra i 25 e 64 anni arriva al 45,6% contro il 37,5%), ma il rischio di esclusione dal mercato del lavoro è decisamente superiore: è inattivo il 50,1% della popolazione a bassa scolarità (contro valori medi di poco superiori al 30% nelle altre macroaree) mentre il 16,7%, pur cercando lavoro, non riesce a trovarlo (contro un valore che oscilla dal 5,8% nel Nord Ovest, 5,2% nel Nord Est e 6,8% nel Centro).
Per quanto la povertà educativa resti un elemento di forte criticità nel nostro Paese, negli ultimi anni, le maggiori opportunità create da un mercato del lavoro estremamente dinamico, che ha visto anche nel Mezzogiorno crescere i livelli occupazionali, hanno favorito una maggiore efficacia delle politiche volte all’inclusione dei segmenti di più difficile collocazione. Il tasso di inattività, infatti, è ritornato sui livelli pre-Covid, dopo avere registrato tra 2020 e 2022 un incremento significativo (42,2 nel 2020) mentre quello di disoccupazione è diminuito dal 14,4 del 2018 al 13,2 del 2021, fino all’attuale 9,6% con un decremento particolarmente marcato nell’ultimo triennio. In parte collegato ma non sovrapponibile, è il fenomeno dei Neet.
Questo, se da un lato può rappresentare l’esito diretto di percorsi di povertà educativa, caratterizzati da bassi livelli di istruzione, competenze di base insufficienti e transizioni scuola–lavoro fragili o interrotte, dall’altro include situazioni riconducibili a fattori ulteriori, quali la debolezza della domanda di lavoro locale, la precarietà dei percorsi di ingresso nel mercato del lavoro, i carichi familiari, le condizioni di salute o lo scoraggiamento prolungato.
Un fenomeno che pur restando strutturale - sono ancora 2 milioni 79 mila i giovani di 15-34 anni non inseriti in percorsi di lavoro o istruzione, pari al 17,3% delle popolazione in tale fascia d’età - ha tuttavia registrato negli ultimissimi anni un drastico ridimensionamento, riconducibile in parte al rafforzamento della domanda di lavoro in alcuni settori a elevata intensità occupazionale, in parte all’espansione e alla maggiore focalizzazione delle politiche pubbliche rivolte ai giovani - in particolare sul versante dell’orientamento, della formazione professionalizzante e delle politiche attive - che hanno contribuito a intercettare una quota di giovani precedentemente inattivi o scoraggiati.
A questi elementi si aggiungono fattori demografici, come la riduzione delle dimensioni delle coorti giovanili, che ha attenuato la pressione sull’ingresso nel mercato del lavoro, e un progressivo adattamento dei percorsi formativi alle esigenze produttive. L’insieme di tali fattori ha contribuito a ridurre di quasi un milione il numero dei Neet, passati da 3.011 mila del 2018 agli attuali 2.079 mila, e a portare l’incidenza dal 24,6% al 17,3%, grazie soprattutto alla riduzione di quanti erano alla ricerca di lavoro (passati da 1 milione 123 mila a 630 mila, per una contrazione del 43,8%) e, in misura meno rilevante, degli inattivi (ridotti da 1.889 mila a 1 milione 449 mila, per una contrazione del 23,3%).
A beneficiare maggiormente del dinamismo del mercato è stata la componente più giovane, dove l’incremento delle opportunità occupazionali ha favorito l’uscita da una condizione di esclusione non ancora 'cronicizzata': le fasce d’età 20-24 anni e 25-29 anni sono quelle in cui si sono registrati i miglioramenti più significati, con una riduzione dell’incidenza dei Neet sulla popolazione di circa 9 punti percentuali tra 2018 e 2024. Di contro, tra i 30-34enni, la riduzione è stata molto meno sensibile (circa 5 punti percentuali), registrandosi proprio in questa fascia d’età l’incidenza più alta di giovani esclusi da qualsiasi forma di impegno lavorativo o formativo (23,2% contro il 21,5% dei 25-29enni, 17,8% dei 20-24enni e 6% dei 15-19enni).
In Italia ci sono condizioni di fragilità specifiche che determinano forme di esclusione più difficili da contrastare. Al contrario della povertà educativa che configura una fragilità di natura cognitiva e formativa, che incide soprattutto sulla capacità di utilizzare il lavoro come leva di mobilità e stabilità (limitando l’accesso a occupazioni qualificate, riducendo l’adattabilità ai cambiamenti produttivi e aumentando il rischio di precarietà e povertà lavorativa), ma non preclude necessariamente l’ingresso nel mercato del lavoro in senso assoluto, le fragilità specifiche tendono a richiedere interventi di tipo compensativo, protettivo o di accompagnamento intensivo, in grado di supportare un’inclusione al lavoro che difficilmente il soggetto interessato può realizzare in autonomia. E' il caso degli ex detenuti, dove la condizione di detenzione produce una discontinuità biografica e occupazionale accompagnata da stigma, perdita di reti sociali e talvolta restrizioni formali, che determinano una situazione di emarginazione dal lavoro difficile da scardinare. Quello degli ex detenuti è un universo non quantificato dalle statistiche ufficiali, ma che nell’ultimo anno (giugno 2024-giugno 2025) si è alimentato di quasi 30 mila unità. Tra 2013 e 2023, secondo la relazione al Parlamento del Garante Nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale, sono state più di 370 mila le persone uscite in libertà.
L’uscita dal carcere avviene frequentemente in assenza di un lavoro, con reti sociali deboli o compromesse e con un accesso limitato ai servizi per l’impiego. In questi casi, la combinazione di stigma, vincoli amministrativi, problemi abitativi e, talvolta, condizioni di salute o dipendenze pregresse rende estremamente difficile un reinserimento occupazionale rapido e stabile. Ancora di più se il periodo di detenzione è stato caratterizzato dalla sospensione di qualsiasi tipo di attività lavorativa. (segue) Secondo un rapporto del Cnel del 2025 'Recidiva zero' solo il 34,3% dei detenuti è coinvolto in attività lavorative. Un dato molto basso, che tuttavia risulta in crescita negli ultimi anni, considerato che nel 2004 la percentuale era del 26,6%. Fra le tipologie di lavoro in cui sono impegnati i lavoranti detenuti, si osserva una concentrazione nei servizi d’istituto (il 70,7% è impegnato in questa tipologia), mentre il 5,4% lavora in istituto per conto di cooperative o imprese, il 5,3%, essendo in regime di semilibertà, lavora in proprio o per conto di datori di lavoro esterni e il 5% si occupa della manutenzione dei fabbricati. Anche la frequenza di attività formative rappresenta un’opportunità per il successo del futuro reinserimento, ma i numeri mostrano come gli spazi di attivazione siano ancora molto ampi.
Il rapporto evidenzia infatti come il 31,3% sia stato coinvolto nella frequenza di percorsi di istruzione di primo e secondo livello nell’anno scolastico 2023-2024, anche se il conseguimento dei titoli di studio presenta un tasso di successo limitato pari al 56,9% per chi ha frequentato i corsi di secondo livello, mentre per il primo livello la quota di promossi si è fermata al 34,6% (anno scolastico 2023-2024). Segnali più positivi emergono con riferimento alla partecipazione ai corsi di formazione professionale, che segnano un incremento dei detenuti partecipanti, passati dal 4,1% del 2019 al 7,2% del 2024. Edilizia, orientamento al lavoro, giardinaggio e agricoltura sono le altre tipologie di corsi che hanno riscontrato il maggior numero di iscritti, con tassi di successo in tutti e tre i casi superiori al 90%. (segue) Anche la disabilità si configura come una condizione personale che comporta limitazioni funzionali e la necessità di adattamenti organizzativi che il mercato del lavoro non sempre è in grado di offrire. E in grado di determinare situazioni di esclusione particolarmente gravose per le persone le cui prospettive di inclusione professionale restano ancora fortemente limitate nel nostro Paese.
Secondo le elaborazioni di Fondazione Studi su dati Istat, su 100 persone tra i 15 e 64 anni che, pur presentando disabilità gravi, sono in condizione di poter lavorare, solo il 41,8% lavora mentre il 21% non riesce ad inserirsi nel mercato del lavoro, pur ricercando un’occupazione. Si tratta di un universo stimabile in circa 150/170 mila persone che risultano escluse dal mercato a causa della permanenza di limiti strutturali, fisici, logistici e soprattutto culturali che ne precludono sistematicamente le chances di inclusione. Peraltro, malgrado negli ultimi anni si siano registrati importanti miglioramenti sotto il profilo dell’inclusione formativa e sociale delle persone che presentano disabilità, il rapporto con il lavoro rappresenta per questa parte di popolazione una dimensione ancora critica, pur in presenza di qualche positivo segnale. Rispetto al 2013, la quota di occupati tra persone con disabilità grave in condizione di poter lavorare è aumentata, passando dal 35,4% all’attuale 41,8%, con una crescita particolarmente significativa negli ultimi tre anni, grazie al positivo andamento del mercato, che ha generato nuove opportunità anche per questo segmento di offerta. Va tuttavia evidenziata al contempo la persistenza di barriere rilevanti nell’accesso al lavoro, considerato che la quota di persone che non riescono ad accedere ad un’occupazione, pur desiderando lavorare, resta elevata e sostanzialmente stabile nei dieci anni considerati.
Nel mercato del lavoro c'è un’area di confine, che potrebbe essere definita di inclusione debole, in cui l’accesso all’occupazione è formalmente possibile ma strutturalmente instabile e precario. In questa situazione, il lavoro non svolge pienamente la sua funzione di inclusione sociale ed economica: la continuità occupazionale è fragile, il potere contrattuale ridotto e le opportunità di mobilità limitate. Riguarda lavoratori che, pur essendo presenti nei circuiti produttivi, rimangono esposti a un elevato rischio di esclusione, in cui il confine tra lavoro regolare e lavoro irregolare tende a farsi poroso e le condizioni di debolezza contrattuale tendono a tradursi in fragilità economica.
Il lavoro sommerso rappresenta l’area di più evidente di manifestazione, dove le tante forme in cui si può configurare l’irregolarità del rapporto danno conto di una condizione occupazionale, oltre che non legale dal punto di vista formale, estremamente debole sotto il profilo sostanziale. Una condizione che ancora accomuna una quota estremamente rilevante di lavoratori, stimabile secondo Istat in quasi 3 milioni di unità di lavoro, pari al 12,7% del totale.
Va tuttavia evidenziato come nell’ultimo decennio, e in particolare a partire dal 2020, il fenomeno abbia registrato una flessione dovuta in primis agli effetti della regolarizzazione del 2020, ma anche al miglioramento delle condizioni di accesso all’occupazione. Il dinamismo della domanda, unito alla scarsità crescente dell’offerta di manodopera, ha avuto un effetto positivo nelle condizioni di ingaggio di molti lavoratori: il tasso di irregolarità si è infatti ridotto dal 14,8% del 2018 al 12,7%, mentre il numero degli irregolari (sempre espresso in unità di lavoro) è passato da 3,5 milioni a 3 milioni circa per una contrazione superiore al 15%.
Restano tuttavia ambiti di attività in cui l’irregolarità fa più difficoltà a scardinare la logica sistemica che ne è alla base. E' il caso del settore domestico, dove l’Istat conta 55 irregolari ogni 100 occupati, alloggio e ristorazione (24), il settore dei servizi artistici e dell’intrattenimento (22), agricoltura e pesca (18).
In parte legati al sommerso sono i fenomeni di povertà lavorativa, che tuttavia fanno riferimento ad uno spettro molto più ampio di situazioni, in cui il lavoro, pur essendo presente, non consente di raggiungere un livello di reddito e di sicurezza economica sufficiente a garantire condizioni di vita dignitose. Essa riguarda lavoratori formalmente occupati, spesso con contratti regolari, che tuttavia sperimentano bassi salari, discontinuità occupazionale, part-time involontario o una combinazione di più fattori che rendono il reddito da lavoro insufficiente. In questa prospettiva, la povertà lavorativa non coincide con l’assenza di lavoro né con l’irregolarità giuridica dell’occupazione, ma rappresenta una forma di inclusione debole, in cui il lavoro perde la sua funzione di protezione sociale.
Considerando il rischio di povertà tra gli occupati, Istat stima che nel 2024 la quota di famiglie in condizione di povertà assoluta con persona di riferimento occupata fosse pari al 7,9%, un valore più basso rispetto all’anno precedente, quando tale indicatore si collocava all’8,1%, ma superiore rispetto al 2018, quando si attestava al 6,1%. Il rischio, secondo le stime Istat, è più elevato tra le famiglie con titolare un lavoratore dipendente (8,7%), in particolare se operaio o assimilato (15,6%) rispetto a quelle in cui il capofamiglia ha un lavoro indipendente (5,2%). In via generale, il rischio povertà associato ad un occupato è superiore a chi è ritirato dal lavoro (5,8%).



