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20.Nov

L'indagine sull'Ia, pazienti già 'digitali' e medici in rincorsa

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"Il mondo è sull'orlo di una rivoluzione silenziosa, alimentata non dal vapore o dal silicio, ma da dati e algoritmi". Sono le parole di Hans Kluge, direttore regionale dell'Organizzazione mondiale della sanità per l'Europa, nel giorno in cui viene lanciato anche un report sullo stato dell'arte. Per raccontare la rivoluzione guidata dall'intelligenza artificiale in sanità, Kluge prospetta "un mondo - tra soli 10 anni - in cui una madre in un villaggio rurale potrà ricevere una diagnosi istantanea dal suo telefono, grazie a un'Ai che parla la sua lingua e conosce la sua storia clinica" o in cui "un'infermiera in una piccola clinica potrà accedere agli stessi strumenti all'avanguardia dei principali ospedali di Parigi o Stoccolma; e ogni operatore sanitario - dal volontario di comunità al chirurgo specialista - avrà un assistente Ai che non si stancherà mai, non dimenticherà mai e lo aiuterà a concentrarsi su ciò che conta veramente: l'essere umano che ha di fronte". Un mondo che "non è fantascienza, è alla nostra portata, ma solo se lo costruiremo responsabilmente", premette Kluge mettendo l'accendo sui valori che dovranno fare da guida.

E in Italia a che punto siamo di questa rivoluzione silenziosa? L'Ai è già entrata nella sanità, ma la sua diffusione procede a velocità differenti, secondo una fotografia scattata da una nuova indagine Datanalysis 2025, presentata a Milano nel corso dell'evento 'Noa: the Next-Gen Doctor', promosso da MioDottore in occasione del decennale della piattaforma, e ad un anno dal lancio di 'Noa Notes', servizio basato sull'Ai dedicato al supporto di medici e pazienti. L'indagine - condotta su 2.000 medici (1.000 medici di medicina generale, 500 specialisti ospedalieri, 500 medici di centri privati o convenzionati) e 1.000 pazienti cronici - restituisce il ritratto di un sistema sanitario che evolve, ma con "forti dislivelli" di competenze, fiducia e accesso tecnologico. Tra i medici, l'83% degli specialisti e il 76% dei medici di medicina generale credono che l'intelligenza artificiale cambierà radicalmente la sanità nei prossimi cinque anni. Tuttavia, l'adozione resta rallentata dalla complessità degli strumenti e dalla carenza di competenze digitali, nonostante l'uso quotidiano di software gestionali e piattaforme digitali.

Sul fronte dei pazienti, il quadro appare "sorprendentemente più avanzato". Il 79% utilizza già strumenti digitali - app di prenotazione, teleconsulto o dispositivi indossabili per il monitoraggio della salute - e il 61% dichiara di conoscere l'intelligenza artificiale in ambito sanitario, anche se spesso solo in modo superficiale. Più della metà (58%) si rivolge al proprio medico o centro sanitario 3-5 volte l'anno, segno di un'interazione costante con il sistema, e oltre il 50% ritiene che l'Ai cambierà radicalmente il modo di ricevere le cure.

"Oggi il valore del digitale non sta nel riprodurre la medicina tradizionale, ma nel completarla, migliorando la qualità dell'assistenza e la continuità di cura - ragiona Giuseppe Recchia, vicepresidente di Fondazione Tendenze salute e sanità e co-fondatore della startup daVi DigitalMedicine - Molti medici, sia specialisti sia di medicina generale, utilizzano l'Ai sugli aspetti gestionali della professione, ma la vera opportunità riguarda l'erogazione stessa dell'assistenza, fondamentale in un momento in cui si riescono a cronicizzare anche le malattie più gravi grazie a cure sempre migliori. L'Ai, integrata in app e dispositivi, diventa un moltiplicatore delle possibilità di supporto e di personalizzazione delle cure. Non è solo una questione di processo, ma di esito clinico e di qualità reale della salute. Il 51% dei pazienti ritiene che l'Ai rivoluzionerà l'assistenza, ma presto diventerà il 100%, perché la rivoluzione è già in corso, è al tempo stesso abilitante e potenziante: permette di fare ciò che prima non era possibile, mantenendo l'essere umano al centro. Questi due concetti, abilitazione e potenziamento, la rendono uno strumento necessario. Dobbiamo solo imparare a usarla, perché i Paesi che lo stanno facendo sono già più forti e più capaci di avanzare".

La ricerca, spiega Stefano A. Inglese, esperto di politiche sanitarie, "ci consegna un quadro in rapida evoluzione, nel quale la crescita dirompente delle tecnologie digitali e della Ai è percepita per le sue straordinarie potenzialità, ma anche come un elemento di ulteriore complessità. L'alleggerimento del carico burocratico e la semplificazione delle procedure, la generazione di documentazione clinica, il controllo da remoto dei pazienti cronici, così come il supporto alle scelte decisionali, liberano tempo prezioso dei medici recuperato alla relazione di cura e alla clinica. Una opportunità per medici e cittadini, che tuttavia richiede, per essere colta sino in fondo, che all'innovazione tecnologica si accompagni la necessaria innovazione dei modelli organizzativi, pena il sottoutilizzo o, peggio, il rischio di vanificarne gli effetti positivi".

Nel dettaglio, risulta che gli strumenti digitali più utilizzati oggi sono i software di gestione dell'agenda (32% tra i medici di medicina generale e 37% tra gli specialisti), le piattaforme digitali di comunicazione (22% e 24%) e, rispettivamente, teleconsulto (19%) e refertazione digitale (25%)

"L'utilizzo delle tecnologie digitali e dell'Ai - aggiunge Inglese - sta già cambiando il volto della sanità. Ciò richiede, tra l'altro, il coinvolgimento della comunità medica nello sviluppo e nella regolamentazione dell'Ai in ambito sanitario, e dosi robuste di formazione, tanto per i professionisti che per i cittadini. Scelte obbligate se vogliamo garantire la comunità professionale su aspetti cruciali come l'intangibilità dell'autonomia decisionale, rafforzare la centralità del rapporto medico-paziente, promuovere l'uso appropriato di questi strumenti da parte dei cittadini e consentire al sistema di utilizzarne sino in fondo le potenzialità e il valore aggiunto". Non a caso necessità formativa resta comune a entrambe le categorie: complessità d'uso (21–22%), mancanza di competenze digitali (18–20%), scarsa integrazione con i sistemi esistenti e costi elevati (18%).

"Da dieci anni MioDottore lavora per costruire un ecosistema digitale che semplifichi la relazione tra medico e cittadino e un anno fa, a Milano, abbiamo acceso i riflettori su Noa Notes, il nostro primo servizio basato sull'Ai - spiega Luca Puccioni, Ceo di MioDottore - Quello che emerge dall'indagine di Datanalysis conferma come la tecnologia, se ben gestita, possa rendere la sanità più accessibile, efficiente e umana. La sfida è accompagnare il cambiamento, dotando professionisti e pazienti degli strumenti e delle competenze necessarie per governare l'intelligenza artificiale, e non subirla". Mostrando "come sia possibile semplificare il lavoro quotidiano, ottimizzare il tempo e migliorare la relazione medico-paziente".

Le preoccupazioni più diffuse, secondo l'indagine? Riguardano l’affidabilità delle diagnosi (23%), la riduzione dell’autonomia decisionale dei medici (21%) e la possibile sostituzione della figura del medico (20%). Un dato significativo è che il 55% dei pazienti accetterebbe volentieri l'uso di strumenti digitali avanzati per monitorare la propria salute, ma solo se facili da usare, concludono gli esperti.

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