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25.Nov

Medici italiani in fuga dal Ssn. "Ungheria, Finlandia e Danimarca, nuove mete, conferma per Dubai ma non a lungo termine"

Medici italiani in fuga dal Ssn.

Lasciare il proprio Paese e sceglierne un altro per fare il medico. La migrazione del personale sanitario è un fenomeno che non conosce crisi. Secondo l'ultimo rapporto sul tema dell'Oms Europa, tra il 2014 e il 2023 il numero di medici formati all'estero impiegati nei sistemi sanitari europei è cresciuto del 58%, mentre quello degli infermieri è aumentato del 67%. Nello stesso arco di tempo gli arrivi annuali di medici sono quasi triplicati e quelli degli infermieri sono quintuplicati. L'Italia resta al tempo stesso Paese di origine e di destinazione: secondo il report, da un lato continua a formare professionisti che scelgono di emigrare verso mercati più attrattivi, soprattutto nel Nord Europa; dall'altro, negli ultimi anni, è diventata un polo di attrazione per personale proveniente dall’Est Europa, in particolare infermieri.

Per i medici italiani che hanno le valigie pronte quali sono oggi i Paesi più attrattivi e per quali motivi? "Oggi esiste una carenza di medici generale in Europa e fuori dall'Europa. Esiste anche un grave problema sul tema spesa sanitaria in tanti Paesi europei che sono costretti a stringere la cinghia, penso alla Francia, la Spagna, l'Italia, l'Inghilterra. Al contrario esistono Paesi del Nord-Est Europa che cominciano a essere più interessanti da un punto di vista economico, salario/costo della vita, e penso all'Ungheria, la Finlandia, la Danimarca, l'Olanda - spiega all'Adnkronos Salute Marco Mafrici, presidente dell'Associazione dei medici italiani in Europa e nel mondo (AreMiem) - Tra i Paesi anglofoni Irlanda, Australia e Usa rappresentano una meta molto gettonata, anche se in questi ultimi due Paesi è necessario un percorso lungo e duro per ottenere i titoli per esercitare la professione. Negli ultimi anni la meta Emirati Arabi, Dubai, è diventata molto attrattiva, ma bisogna fare i conti con usi, costumi e clima che sono molto diversi dalle abitudini europee e il rischio è sulla capacità di fare un progetto a lungo temine".

Le soluzioni per trattenere i giovani medici in Italia "esistono e sono a costo zero", è convinto l'espert. "L'Italia ha grandi margini di miglioramento, ma deve iniziare questo processo di cambiamento", avverte. Non c'è una stima precisa dei medici italiani che lavorano in altri Paesi, ma secondo l'Associazione medici di origine straniera in Italia (Amsi), in 5 anni più di 5.000 medici e 1.000 infermieri italiani hanno fatto richiesta di trasferirsi.

'E' raro vedere medici europei lavorare negli ospedali italiani, le mete più gettonate per la formazione rimangono America, Uk e Francia'

La possibilità che il Regno Unito vada avanti con la stretta sui migranti potrà far cambiare idea? I medici italiani che lavorano nel Regno Unito sono preoccupati? "Dopo la Brexit - analizza Mafrici - il Regno Unito ha progressivamente reso più selettiva la politica migratoria. Questo mese il governo inglese ha avviato una consultazione per una profonda revisione del sistema di accesso alla residenza permanente, proponendo un percorso di 10 anni e norme più stringenti rispetto all'attuale procedura quinquennale. Questa proposta ha suscitato perplessità in ampi settori della popolazione e in diverse categorie professionali. Nel settore sanitario il tema è particolarmente rilevante: medici, infermieri e tecnici stranieri rappresentano una quota fondamentale della forza lavoro. In Uk, come nel resto d'Europa, esiste una diffusa carenza di personale sanitario. Per questo motivo, a mio avviso, la riforma non modificherebbe in modo sostanziale la situazione di chi già lavora nel sistema inglese, poiché queste figure sono indispensabili per sostenere il servizio sanitario nazionale".

Secondo il presidente dell'AreMiem, "per i professionisti che scelgono il Regno Unito per un'esperienza formativa o lavorativa limitata nel tempo cambierebbe poco. Diverso è il caso di chi desidera costruire un progetto di vita stabile nel Paese: la prospettiva di un percorso più lungo potrebbe indurre a ulteriori valutazioni. Tuttavia, la verità è che, anche con regole più rigide, per medici e operatori sanitari l'accesso alla residenza permanente rimarrebbe generalmente possibile, data la necessità del loro ruolo".

L'Italia ha varato misure per il rientro dei 'cervelli in fuga', ad esempio, la detassazione. Hanno funzionato? O comunque c'è un trend di espatri ancora elevato? "In Italia, come in molti Paesi europei, il peso della spesa sanitaria incide significativamente sui bilanci statali. E' un Paese a differenza degli altri che rimane meno attrattivo per i professionisti stranieri: è raro vedere medici europei lavorare negli ospedali italiani - chiosa Mafrici - Gli stipendi poco competitivi rispetto al costo della vita, l'organizzazione complessa e lenta delle strutture sanitarie, un sistema professionale ancora troppo gerarchico rendono il nostro Paese meno appetibile, anche per chi cerca solo un'esperienza formativa. Le mete più gettonate per la formazione rimangono America, Uk, Francia. Le eccezioni in Italia esistono, ma dipendono spesso dalla visione dei singoli dirigenti".

'Chi torna in Italia riparte scoraggiato da un sistema che non premia merito, impegno e dedizione'

"La legge per il rientro dei 'cervelli', soprattutto nella sua prima versione - prosegue Mafrici - era una vera opportunità per attrarre ricercatori e professionisti formati e maturati all'estero. Le recenti modifiche regressive della legge, le nuove proposte di legge che mirano a peggiorare la legge Gelli sulla responsabilità professionale non contribuiscono a rendere l'Italia competitiva rispetto ad altri Paesi europei - ammonisce il presidente dell'AreMiem - Le criticità non riguardano solo gli stipendi: molti giovani ripartono perché scoraggiati da un sistema che non premia merito, impegno e dedizione, e che rende difficile lavorare in modo efficiente.

Cosa fare per rendere l'Italia più attrattiva? "Semplificare - suggerisce l'esperto - Riformare i ruoli apicali: trasformare il primario e il direttore sanitario in primi inter pares, garantendo maggiore autonomia operativa ai medici, in particolare ai chirurghi, con spazi reali per esprimere le proprie competenze e crescere professionalmente. Rafforzare il ruolo dell'Ordine dei medici: prevedere un filtro preliminare prima dell'apertura di cause legali. E' inaccettabile che si intentino azioni giudiziarie con l'obiettivo di ottenere indennizzi dalle assicurazioni professionali. Differenziare le strategie di reclutamento sul territorio: in molti Paesi europei esistono incentivi economici e fiscali per chi sceglie di lavorare in zone periferiche o meno attrattive; 'Italia potrebbe adottare soluzioni analoghe".

Il presidente dell'Associazione dei medici italiani in Europa e nel mondo indica poi una strada: "Abolire il concorso pubblico per l'assunzione dei medici". Nei Paesi europei più attrattivi "non si fanno concorsi per entrare in ospedale, è sempre la direziona sanitaria insieme al primario che si prendono la responsabilità di valutare un profilo professionale e di assumerlo a seconda delle esigenze dell'ospedale. Lo spettro delle raccomandazioni si combatte responsabilizzando le figure preposte alla selezione del personale sanitario. A mio avviso - conclude Mafrici - in un mondo come il nostro competitivo e veloce, è inammissibile che un team di lavoro e un servizio sanitario si costruisca affidandosi al fato e al risultato casuale dei concorsi pubblici".

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