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17.Mag

"La Cina aspetta la disfatta russa per riprendersi la Siberia": Kasparov sul regime di Putin

Jill Dougherty e Garry Kasparov - Flickr/Lennart Meri Conference

(Adnkronos) - Tallinn - "Tredici anni fa ero ancora un tesoro nazionale", ha detto Garry Kasparov con ironia amara a Jill Dougherty. "Adesso sono un terrorista ufficialmente incriminato. Ho cambiato status”. Così inizia il dialogo alla Lennart Meri Conference di Tallinn tra l’ex campione di scacchi e ora dissidente russo (da 13 anni è in esilio dal regime putiniano) e la giornalista, già corrispondente da Mosca, per oltre 30 anni alla Cnn e ora docente a Georgetown.  

La prima domanda di Dougherty ha sfidato subito uno dei luoghi comuni più diffusi: Putin sarebbe in difficoltà, nascosto in un bunker, con un cerchio magico sgretolato. Kasparov, da ex scacchista abituato a ragionare con le informazioni disponibili sul tavolo, non è d’accordo. 

"Negli scacchi hai il 100% delle informazioni di fronte a te. Ma la situazione reale di un dittatore è il segreto più gelosamente custodito in qualsiasi dittatura. Parlare di Putin nel bunker, dello stato di salute di Putin, dei suoi cerchi magici, mi ricorda la vecchia cremlinologia: guardare chi stava vicino a Breznev affacciato dal mausoleo di Lenin e cercarci significati politici. È più astrologia che analisi”.  

Quello che invece Kasparov è disposto ad affermare con certezza è altro. Putin non è soltanto in guerra contro l'Ucraina. "Putin è in guerra contro l'Europa, contro tutte le istituzioni europee, contro il mondo libero. E non lo dico io: lo sta comunicando lui stesso, in modo molto costante, da oltre due decenni”. 

Il passaggio più forte del dialogo ha riguardato la prevedibilità di Putin. Kasparov ha ricostruito una linea dritta, che avrebbe dovuto essere visibile a tutti: nel 2005, al suo secondo mandato, Putin disse davanti alla Duma e al Senato riuniti in seduta comune che "il crollo dell'Unione Sovietica è stata la più grande catastrofe geopolitica del XX secolo". Due anni dopo, nel 2007, lo ripeté a Monaco di Baviera, guardando negli occhi George W. Bush e tutti i leader del mondo libero. L'anno seguente, attaccò la Georgia. 

"I dittatori mentono sempre su ciò che hanno fatto. Ma molto spesso ti dicono esattamente quello che faranno. Il Mein Kampf fu pubblicato nel 1925, era un progetto. Nessuno lo prese sul serio. Nel 2007, Putin pose un ultimatum: riportare la Nato ai confini del 1997. Lo rimise sul tavolo nel dicembre 2021. L'obiettivo di Putin era, è e sarà ripristinare la gloria dell'impero russo. E non vi è alcuna indicazione che abbia cambiato idea”. 

Uno dei momenti più elettrici della conversazione è arrivato quando Dougherty, cercando di aprire una finestra sul futuro, ha usato per tre volte consecutive l'espressione "quando la guerra finirà" (when the war ends). Kasparov l'ha interrotta: "Tre volte hai detto war ends. Non hai avuto il coraggio di dire: when Ukraine wins”. 

Dougherty si è difesa: "Ovviamente, perché nessuno sa come si vinca o si perda". E Kasparov ha ribadito la sua formula: "Senza una vittoria ucraina, nulla cambierà in Russia. Niente. Bisogna dimostrare che gli imperi muoiono. E niente, se non la bandiera ucraina issata a Sebastopoli, lo dimostrerà”. 

Kasparov ha proposto una lettura della storia russa che va oltre Putin: non si tratta di un virus comunista, ma di un "virus imperiale" che muta da secoli. "Nel 1991 abbiamo fatto un errore colossale: ci siamo occupati del virus comunista, ma non del virus imperiale, che si è ripresentato. E a meno che non convinciamo il russo medio che l'impero è morto, non vedremo mai nessun cambiamento”. 

La vittoria ucraina, ha spiegato, non richiede una resa incondizionata come nel 1945, né la conquista di Mosca. "Pensate al 1918: la Germania firmò la resa l'11 novembre mentre le sue truppe erano ancora in Francia e in Belgio, perché aveva esaurito le risorse. Putin potrebbe essere messo in una situazione analoga”. 

Dougherty ha affrontato un tema scomodo: cosa fanno davvero i leader dell'opposizione russa in esilio? Kasparov non ha risparmiato i suoi stessi colleghi. "Le persone che incontri frequentemente a Washington sono sognatori che elaborano piani grandiosi su come ricostruire la Russia dopo Putin. Ma nulla di tutto ciò avrà senso a meno che l'Ucraina non vinca la guerra". E più direttamente: "Non hanno un piano. Scrivono bei documenti per ottenere fondi e donazioni. Punto”. 

Anche la delegazione russa nell'Assemblea Parlamentare del Consiglio d'Europa, di cui fa parte, è vista da Kasparov come un organismo ancora troppo debole, ma che rappresenta l'unico embrione istituzionale di un'alternativa al regime di Putin. 

Vero apprezzamento invece per Boris Nemtsov, "l'unico politico che si era opposto con fermezza all'annessione imperiale", quando nel 2014 Mosca annesse la Crimea. Ucciso l’anno dopo con quattro colpi di pistola alle spalle. 

Alla domanda filosofica di Dougherty sulla pokayanie - il concetto russo di penitenza, di espiazione - Kasparov ha risposto con una diagnosi impietosa. La Russia non ha mai attraversato un vero processo giudiziario di condanna dei crimini comunisti. E il momento breve di autocoscienza degli anni Ottanta è stato rapidamente sepolto sotto una restaurazione nostalgica. "Vladimir Putin non è stato un incidente. Abbiamo perso una finestra molto breve, alla fine degli anni '80 e all'inizio degli anni '90, per uscire dal binario imperiale”. 

La sua conclusione "Dovete costringere i russi a fare una scelta. La guerra è perduta, l'impero è morto. Volete rientrare in Europa pagando i risarcimenti e riconoscendo i crimini del regime? Oppure volete diventare un satellite della Cina? I russi non abbracceranno la democrazia occidentale con il cuore. Forse lo faranno con lo stomaco, per la fame”. 

Kasparov ha sollevato uno scenario che pochi osano nominare: il rischio che, se l'Occidente non agisce, sia la Cina a fare a pezzi l'impero russo. "La Cina ha rivendicazioni territoriali enormi sulla Russia: un’area grande quasi il triplo della Francia, 1,5 milioni di chilometri quadrati. L'intero territorio da Vladivostok a Chita era cinese fino al 1860. E la Cina aspetta. Se non facciamo nulla, l'Impero russo collasserà - ma sarà la Cina a farlo collassare. Forse tra qualche anno ci sarà un referendum in Siberia orientale e scopriremo che è cinese”. 

La sessione di domande non è stata meno interessante. Una giornalista russa in esilio, riconosciuta come terrorista dal Cremlino per il suo sostegno all'esercito ucraino, ha chiesto se sia pensabile un'alleanza militare europea senza gli Stati Uniti. Per Kasparov, "la sicurezza e l'indipendenza dei paesi baltici e della Polonia non dovrebbero dipendere dal capriccio di un uomo nell'Ufficio Ovale che si è dimostrato, per tutta la sua vita, molto obbediente alle richieste del Cremlino. Il solo fatto che stiamo dibattendo se attivare o meno l’articolo 5 lo indebolisce, se non lo rende irrilevante. Putin ci sta ascoltando”. 

"Come dovrebbe trattare l'Unione Europea una Russia che ha perso la guerra?", la proposta di Kasparov, in parte ironica in parte serissima, è la "Russia Taiwan": creare un'entità politica alternativa che raggruppi i milioni di russi che vogliono tagliare i ponti con il regime di Putin, offrire loro documenti, offrire loro uno status, formarli come forza politica. "Abbiamo milioni di russi che vogliono uscirne. Non hanno dove andare. I loro passaporti scadono nel '26 e nel '27. L'Europa continua a rilasciare oltre mezzo milione di visti l'anno — ma non a loro. Dategli una chance”. 

Infine, uno studioso dell'Università della Florida ha posto una domanda sulla paralisi delle élite occidentali, su quella costante self-deterrence che nel 2022 portò l'amministrazione Biden a rifiutare di consegnare armi serie all'Ucraina perché "l'esercito sarebbe crollato in due settimane". La risposta di Kasparov è stata un atto d'accusa: "Appeasement è una parola negativa, ma Chamberlain aveva buone intenzioni. Era ingenuo, non faceva affari con Hitler. Noi abbiamo fatto qualcosa di peggio: abbiamo saputo, capito, e comunque non abbiamo agito. L'Ucraina ha dimostrato che l'unico modo per rendere Putin prevedibile è mostrare forza”. (di Giorgio Rutelli) 

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