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25.Ago

Ebola, l'intervista all'operatrice italiana in Rdc: "Troppi invisibili muoiono lontano da cure, serve spezzare il silenzio"

Martina Marchiò, coordinatrice medica in Repubblica Democratica del Congo e Vicepresidente di Medici Senza Frontiere

(Adnkronos) - Il virus Ebola non si ferma. Sono passati 100 giorni dalla dichiarazione da parte dell'Oms dell'emergenza di sanità pubblica di rilevanza internazionale per l'epidemia di malattia da virus Bundibugyo nella Repubblica democratica del Congo e in Uganda. Una nuova tragica cavalcata esponenziale del virus nell'Africa centrale che ha fatto registrare oltre 2.600 morti e più di 5.500mila casi. Il direttore generale dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha parlato di un’epidemia lontana dall’essere sotto controllo e di un rischio internazionale che resta. Per Medici senza frontiere (Msf) "le comunità non stanno ricevendo un supporto adeguato per contenere la malattia". A raccontare all'Adnkronos Salute cosa sta accadendo sul fronte Ebola in Rdc, a Bambu nella provincia di Ituri tra le più colpite, è Martina Marchiò, coordinatrice medica in Repubblica Democratica del Congo e vicepresidente di Medici Senza Frontiere.  

Che situazione c’è in prima linea? Quali sono le maggiori difficoltà? "In prima linea la situazione è molto difficile, perché non stiamo affrontando soltanto un’epidemia, ma un’epidemia dentro un contesto di conflitto, spostamenti continui della popolazione e sistemi sanitari già estremamente fragili - spiega Marchiò, che si è laureata in Scienze Infermieristiche nel 2013 e nel 2017 è partita per la prima missione - La difficoltà principale è arrivare rapidamente alle persone. Le distanze, le strade difficili, l’insicurezza e la mobilità della popolazione rendono complicato identificare i casi, seguire i contatti e interrompere le catene di trasmissione. C’è poi una difficoltà molto concreta: curare i pazienti richiede personale, mezzi, acqua, energia, laboratori, dispositivi di protezione e possibilità di trasferimento. Quando uno di questi elementi viene meno, tutta la risposta si indebolisce. E c’è un altro aspetto fondamentale: molte persone arrivano tardi alle cure oppure muoiono prima di raggiungere un centro sanitario. Questo significa che una parte della trasmissione può rimanere invisibile". 

L'Oms avverte che preoccupa soprattutto il fatto che le persone muoiano a casa, nelle loro comunità, fuori dai centri di cura e dalle liste dei contatti. Come si sta lavorando su questo? "Se una persona muore a casa e non era stata identificata come contatto, perdiamo una parte fondamentale della catena epidemiologica. Non sappiamo necessariamente chi ha incontrato, chi l’ha assistita, chi ha preparato il corpo per il funerale o chi si è spostato dopo essere stato esposto. Per questo bisogna - avverte - portare la risposta il più vicino possibile alle comunità: rafforzare la sorveglianza comunitaria, ascoltare le segnalazioni dei villaggi, identificare rapidamente le persone con sintomi, facilitare il trasferimento alle strutture e garantire funerali sicuri e dignitosi. Ma soprattutto dobbiamo andare noi nelle comunità, e non aspettare che siano le persone a raggiungere i centri Ebola. È fondamentale intercettare anche quei casi che oggi rimangono invisibili". Il coinvolgimento della comunità è migliorato? "Sì, ma è un processo fragile e non possiamo considerarlo acquisito. La fiducia non si costruisce con un messaggio dall’alto - risponde - Si costruisce attraverso persone che la comunità conosce: leader locali, operatori comunitari, personale sanitario del territorio, associazioni, autorità religiose e persone che hanno vissuto direttamente la malattia. Quando una famiglia vede che un paziente viene curato, che viene trattato con dignità e che gli operatori sanitari ascoltano le sue domande, la fiducia aumenta. Al contrario, se la comunità vede arrivare squadre dall’esterno soltanto per portare via i malati o gestire i funerali, senza spiegazioni e senza ascolto, la paura aumenta. Per questo il coinvolgimento della comunità non è un elemento accessorio della risposta: è una componente sanitaria essenziale. 

Quali sono le necessità nei villaggi colpiti? Cosa dovrebbe fare la comunità internazionale? "Nei villaggi servono innanzitutto accesso alle cure, diagnosi rapida, acqua, mezzi di trasporto, personale formato e protezioni per gli operatori sanitari - risponde Marchiò - Ma servono anche cose che sembrano meno direttamente legate all’Ebola: alimentazione, sostegno alle famiglie, comunicazione affidabile e continuità degli altri servizi sanitari. La comunità internazionale deve soprattutto evitare che la risposta arrivi troppo tardi o che si interrompa per mancanza di risorse. Servono finanziamenti sostenuti nel tempo, personale e logistica, ma anche investimenti nei sistemi sanitari locali e nella sicurezza che permetta agli operatori di raggiungere le comunità. E serve sostenere la ricerca sul virus Bundibugyo, perché non possiamo affrontare un'epidemia di questa portata contando soltanto sulle risorse disponibili oggi. 

In Africa centrale persistono tante zone di guerra e difficili da raggiungere: l’emergenza sta mettendo a dura prova sistemi sanitari già fragili. Come si riesce a tenere tutto insieme? Pensiamo alle vaccinazioni dei bambini, ad esempio, e al pericolo che le coperture calino. "È una delle nostre grandi preoccupazioni - avverte l'operatrice - Durante un’epidemia è facile che tutto il sistema sanitario venga assorbito dall’emergenza. Ma un bambino non smette di avere bisogno delle vaccinazioni perché c’è Ebola. Una donna non smette di avere bisogno di assistenza durante la gravidanza. E continuano a esserci malaria, polmoniti, malnutrizione, parti e tutte le altre emergenze quotidiane. Se concentriamo tutto sull’Ebola e lasciamo indietro il resto, rischiamo di creare un’altra emergenza sanitaria. Per questo dobbiamo cercare di mantenere attivi i servizi essenziali, anche nei contesti più difficili: vaccinazioni, assistenza materno-infantile, nutrizione, diagnosi e trattamento della malaria e delle altre patologie. Secondo l'infermiera, "la vera sfida è riuscire a fare contemporaneamente risposta all’epidemia e mantenimento del sistema sanitario. In un contesto come l’Ituri significa anche lavorare con le strutture sanitarie già presenti e con gli operatori locali, invece di creare sistemi paralleli che rischiano di scomparire quando finisce l’emergenza.  

Esiste nei territori colpiti dal virus lo stigma dell’Ebola? Essere indicati come possibili veicoli del contagio? "Sì, lo stigma esiste ed è un problema molto concreto. Una persona che è stata a contatto con un malato può essere guardata con sospetto, avere paura di essere isolata dalla propria comunità o di essere rifiutata. E questo può avere conseguenze sanitarie molto serie: se una persona teme di essere stigmatizzata, può nascondere un contatto, non riferire i sintomi o evitare di andare in una struttura sanitaria. È un circolo vizioso: la paura genera silenzio, il silenzio rende più difficile trovare i contatti e questo favorisce la trasmissione. Anche chi guarisce ha bisogno di essere reintegrato nella comunità. La guarigione non deve diventare un nuovo motivo di discriminazione. Alla fine, - conclude - la lotta contro Ebola non si vince soltanto nei centri di trattamento. Si vince quando una persona con la febbre decide di chiedere aiuto, quando una famiglia segnala un possibile caso, quando un villaggio accetta di collaborare con gli operatori e quando un malato non viene più percepito come una minaccia, ma come una persona da curare". 

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