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23.Giu

Brexit, la notte dello strappo: il Leave vince e l’Ue perde 66 milioni di cittadini

Manifestazione a Londra per rientrare nell'Unione Europea - Fotogramma Ipa

(Adnkronos) - Intorno alle 4 di mattina del 24 giugno del 2016, l'Ue cambia per sempre. I dati che affluiscono da tutto il Regno Unito segnalano un solido vantaggio per il Leave: la Brexit ha vinto. Nigel Farage, l'eurodeputato che ha fatto della Brexit il suo cavallo di battaglia, festeggia concedendosi una colazione al Ritz di Londra bevendo champagne. A Bruxelles, i portavoce della Commissione di Jean-Claude Juncker sono sotto choc: il Regno Unito ha deciso di lasciare l'Unione Europea. Se ne vanno: goodbye, fare thee well, bye-bye Brussels. Da 28 Paesi membri, l'Ue passerà a 27, perdendo 66 milioni di cittadini, il 13% della popolazione.  

 

Il referendum del 23 giugno 2016 ha visto un successo netto dei favorevoli alla Brexit: il Leave ha vinto con il 51,9%, contro il 48,1% di favorevoli al 'Bremain'. La scommessa del primo ministro David Cameron, che aveva voluto il referendum per sconfiggere e mettere a tacere una volta per tutte l'ala euroscettica dei Tories, che gli faceva la fronda, si è rivelata un clamoroso autogol: la Brexit ha vinto, il Regno Unito esce dall'Ue. Lo stesso 24 giugno, Cameron annuncia le proprie dimissioni, che diverranno effettive il 13 luglio 2016. Intanto, la sterlina crolla nel cambio con il dollaro a livelli che non vedeva dal 1985, ma anche le Borse europee sprofondano: a Milano piazza Affari perde oltre il 12%, uno dei crolli peggiori della sua storia.  

 

Il tanto vantato 'statuto speciale' per il Regno Unito strappato da Cameron a Donald Tusk e Jean-Claude Juncker prima del referendum non è servito a nulla. A Bruxelles i quattro presidenti dell'Unione, Jean-Claude Juncker (Commissione Europea), Donald Tusk (Consiglio Europeo), Martin Schulz (Parlamento Europeo) e Mark Rutte (Consiglio Ue), tengono una riunione d'emergenza e pubblicano una dichiarazione: "L'Unione dei 27 Stati membri - assicurano - andrà avanti. L'Unione è la cornice del nostro futuro politico. Ci legano storia, geografia e interessi comuni: svilupperemo la nostra cooperazione su queste basi. Insieme affronteremo la sfida comune di generare crescita, aumentare la prosperità e assicurare un ambiente sicuro ai nostri cittadini. Le istituzioni giocheranno pienamente il proprio ruolo in questo". 

Quella che si è determinata dopo il risultato del referendum in Gran Bretagna, aggiungono i leader Ue mettendo nero su bianco il loro sgomento, "è una situazione senza precedenti, ma siamo uniti nella risposta. Rimaniamo fortemente determinati a sostenere i valori chiave dell'Ue, la difesa della pace e del benessere dei suoi popoli". Il presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker, chiarisce che si aspetta "segnali" da Francia e Germania sul futuro dell'Ue, che ha perduto una delle sue più grandi economie, nonché una delle due potenze nucleari del Vecchio Continente. 

 

La Brexit decisa dal referendum del 23 giugno 2016 verrà realizzata compiutamente solo anni dopo, nel 2023, quando viene sistemato definitivamente il nodo più complicato, quello dell'Irlanda del Nord, un vero rompicapo che i fautori della Brexit, apparentemente, non avevano calcolato. L'Ulster è stata pacificata dopo decenni di guerra civile con gli accordi del Venerdì Santo del 1998: il confine tra le due Irlande non esiste più, sono di fatto unificate grazie alla libera circolazione delle merci e delle persone consentita dall'appartenenza dell'Irlanda e del Regno Unito all'Ue.  

La prospettiva di un'uscita del Regno Unito dall'Ue rimette tutto in discussione, c'è chi paventa un ritorno della guerra civile nell'Ulster. Ci vorranno anni di negoziati e ben due accordi successivi (il protocollo del 2020 e il quadro di Windsor del 2023) per trovare una soluzione. Quello che il capo negoziatore per l'Ue, il francese Michel Barnier, vuole assolutamente evitare è il risorgere del 'border' tra l'UIster e la Repubblica d'Irlanda: sarebbe la fine degli Accordi del Venerdì Santo, mettendo a repentaglio la pacificazione della regione, raggiunta dopo anni di negoziati.  

La soluzione per l'Ulster arriva in due tappe. Con il protocollo del 2020, la frontiera doganale tra l'Ue e il Regno Unito viene sostanzialmente spostata sul Mare d'Irlanda, di fatto separando l'Ulster dal resto del Regno, almeno per il traffico merci. E' una soluzione tampone, che crea molti problemi pratici: occorrerà arrivare al 2023, con il Quadro di Windsor negoziato dal conservatore Rishi Sunak, per trovare una soluzione più duratura, quella dei 'corridoi' per le merci verdi e rossi, in vigore dal 2024.  

Per tradurre la Brexit in realtà il capo negoziatore scelto dall'Ue, il francese Michel Barnier, ha dovuto negoziare ben due accordi quadro con il Regno Unito. Il primo è stato l'accordo di recesso, che stabiliva i termini del 'divorzio' tra Ue e Gran Bretagna, i cui negoziati si sono protratti per oltre due anni e che è stato firmato nell'ottobre del 2019, permettendo l'uscita del Regno il 31 gennaio 2020. Successivamente, Barnier e la sua squadra dovettero negoziare un secondo accordo, quello sulle relazioni commerciali tra Regno Unito e Ue, che venne concluso in extremis alla vigilia di Natale del 2020, in piena pandemia di Covid, a pochi giorni dalla scadenza del periodo di transizione. Oltre alla questione Ulster, una delle questioni più difficili da negoziare è stata quella della pesca e dell'accesso alle acque britanniche, cara soprattutto alla Francia.  

 

La Brexit, per molti osservatori, è stato un evento 'lose-lose', in cui tutte le parti hanno perso. Il Regno Unito, dal referendum in poi, è entrato in un'era di instabilità politica in precedenza sconosciuta alla patria del bipartitismo: dal 2016 ad oggi il Regno ha cambiato ben cinque primi ministri. Alla conservatrice Theresa May (2016 - 2019), che non riuscì a far passare alla Camera dei Comuni l'accordo trovato con l'Ue, è succeduto il Tory Boris Johnson (2019 - 2022), seguito dalla meteora Liz Truss (2022), che si dovette dimettere dopo aver causato una crisi dei Gilt, i Buoni del Tesoro britannici. Dopo Truss è stata la volta di un altro Tory, Rishi Sunak (2022 - 2024), cui ha fatto seguito il laburista Keir Starmer (2024 - oggi), la cui posizione appare tutt'altro che solida, malgrado la schiacciante vittoria riportata alle politiche di due anni fa.  

Economicamente, lasciando l'Ue il Regno non ha fatto un buon affare, almeno finora: secondo uno studio del National Bureau of Economic Research di Cambridge, Massachusetts, la Brexit ha ridotto il Pil britannico nel decennio al 2025 nella misura del 6-8%, gli investimenti del 12%, l'occupazione del 3-4% e la produttività di altrettanto. A pesare sugli investimenti è stata soprattutto l'incertezza generata dalla decisione di lasciare l'Ue.  

Ma anche l'Unione Europea è uscita parecchio ammaccata dalla Brexit. Le illusioni del 2016, quando si pensava che, senza i britannici, l'Ue avrebbe accelerato sulla strada della 'ever closer Union', si sono rivelate per quello che erano: wishful thinking. La speranza di strappare alla City di Londra il titolo di seconda piazza finanziaria mondiale, a vantaggio delle Borse continentali, è andata clamorosamente delusa, con l'Unione bancaria e l'Unione dei mercati dei capitali impantanate nell'Eurogruppo, vittime dei disaccordi tra gli Stati membri. Le Borse europee restano piccole, separate e poco rilevanti, mentre Londra rimane un centro finanziario globale di prim'ordine. 

Soprattutto, la Brexit ha fallito la principale promessa che era stata fatta ai cittadini britannici: quella di ridurre l'immigrazione. L'immigrazione dall'Ue è effettivamente diminuita: poco prima del referendum del 2016 sull'adesione all'Ue, ricorda il Migration Observatory, i cittadini dell'Unione costituivano la maggioranza del saldo migratorio netto verso il Regno Unito (esclusi i cittadini britannici).  

A seconda della fonte, i cittadini Ue hanno contribuito per una quota compresa tra il 59% e il 77% del saldo migratorio netto stimato nell'anno conclusosi a marzo 2015. Questo picco era in parte dovuto a fattori temporanei: il pieno accesso al mercato del lavoro britannico concesso nel 2014 ai cittadini rumeni e bulgari e i flussi migratori provenienti dai Paesi dell'Europa meridionale, dove la disoccupazione giovanile era elevata a causa della crisi dell'Eurozona.  

Dal referendum in poi, il quadro è nettamente cambiato e ora il saldo migratorio con l'Ue è addirittura negativo: nel 2025 è stato di -42mila persone. Ma il calo dell'immigrazione dai Paesi Ue è stato compensato da un forte aumento dell'immigrazione dai Paesi extra Ue che, dopo un picco negli anni 2021-23, è calata nei due anni successivi per via delle misure adottate dal governo per contrastarla, rimanendo tuttavia a livelli più che doppi rispetto al periodo pre-Brexit.  

Ora che la Brexit è una realtà consolidata, le ragioni della geopolitica sono tornate a farsi sentire, con tutto il loro peso. La guerra scatenata dalla Russia contro l'Ucraina nel febbraio 2022 ha favorito un riavvicinamento tra il Regno Unito e l'Ue: per iniziativa del presidente francese Emmanuel Macron è stata creata la Comunità Politica Europea, che si è riunita per la prima volta a Praga nell'ottobre del 2022 e che fornisce un quadro per i rapporti tra l'Ue e gli altri Paesi europei, Gran Bretagna in primis. Il ritorno alla Casa Bianca di Donald Trump, con l'attacco all'Iran condotto insieme ad Israele senza consultare gli alleati europei, ha favorito un ulteriore riavvicinamento, nella crescente consapevolezza che, in un mondo in rapida trasformazione dove le vecchie regole sembrano non contare più, gli europei devono darsi da fare. E' presto per dire se tutto questo favorirà un ulteriore ravvicinamento tra Bruxelles e Londra. Ma i rapporti bilaterali, dai tempi di Boris Johnson che accostava l'Ue ad Adolf Hitler o ad un capo di intimo femminile troppo stretto, sono decisamente migliorati.  

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