
Gli anziani, soprattutto nelle Rsa, prendono tanti farmaci, con elevati rischi legati alle possibili interferenze fra i vari medicinali, ma anche all'efficacia e alla sicurezza della terapia orale per la prassi diffusa di alterare le pillole per facilitarne la somministrazione a chi ha difficoltà a deglutire, molto frequente nelle strutture assistenziali. "Nelle Rsa ogni anziano assume in media circa 8 farmaci al giorno, che espongono il 42% degli assistiti ad almeno un'interazione pericolosa, con casi che arrivano fino a 7 interferenze contemporanee. Ma rischi rilevanti derivano anche dalla pratica di manipolazione dei farmaci da assumere per bocca, soprattutto pillole", evidenziano Dario Leosco, presidente della Società italiana di gerontologia e geriatria (Sigg) e ordinario di Geriatria all'università Federico II di Napoli, e Andrea Ungar, ordinario di Geriatria all'università di Firenze e ideatore dello studio dal quale emergono questi risultati preliminari, condotto nelle Rsa per valutare l'appropriatezza e i rischi legati alla complessità dei regimi farmacologici.
"Sono circa 17mila" le pillole "assunte ogni giorno dagli anziani nelle Rsa italiane considerate, su un totale di circa 24mila prescrizioni: per la precisione, 15.927 sono compresse e 850 capsule", illustrano Leosco e Ungar. "Tuttavia, le dimensioni delle pillole possono rappresentare un problema per chi ha difficoltà a deglutire, di conseguenza nelle Rsa una compressa su 3 viene divisa o triturata, mentre poco più di una capsula su 4 viene aperta e 'camuffata' con cibi e bevande. Soluzioni semplici, ma non sempre appropriate nel 13% dei casi: rispettivamente nel 5% di tutte le compresse somministrate e nell'8% di tutte le capsule somministrate, con rischi di inefficacia e sicurezza dei farmaci", commentano gli esperti.
I dati di questa prima indagine nazionale svolta nelle Rsa sulle insidie del modello di prescrizione dei farmaci e della loro forma di somministrazione sono stati appena pubblicati su 'Aging Clinical and Experimental Research'. Lo studio ha coinvolto 3.400 anziani residenti in 82 strutture di 12 regioni italiane rappresentative di tutto il territorio nazionale ed è stato condotto dalla Sigg in collaborazione con Anaste Humanitas, che ha scattato una fotografia durante il Prescription Day 2024. "La gestione del farmaco è un processo complesso, che diventa cruciale soprattutto nelle Rsa, dove gli ospiti sono generalmente più anziani, più fragili e con più malattie croniche, rispetto agli anziani che non vivono in comunità, come mostrano i primi risultati dell'indagine - analizza Alba Malara, presidente Fondazione Anaste Humanitas - Infatti, l'età media è di 85 anni, 70% donne, e la quasi totalità convive con 4 o 5 malattie croniche, con diagnosi di demenza in oltre la metà degli ospiti che in molti casi dipendono dall'assistenza per la maggior parte della vita quotidiana".
"Questo contesto di complessità clinica - prosegue Malara - comporta l'assunzione di una media di circa 8 farmaci al giorno, spesso con una pluralità di somministrazioni quotidiane, fino a 4-5 volte. Su un totale di circa 24mila prescrizioni, quasi 17mila sono pillole, con ricorso prevalente a farmaci cardiovascolari, psicofarmaci e gastroprotettori. Tale elevata esposizione farmacologica determina il rischio di almeno un'interazione pericolosa tra 2 o più farmaci, nel 42% degli anziani. La più diffusa risulta quella derivante dalla combinazione di più psicofarmaci, che può aumentare il pericolo di cadute e peggiorare lo stato cognitivo, specialmente nei pazienti con demenza".
Tra i risultati, emerge il ruolo del geriatra all'interno delle strutture residenziali: l'analisi dei dati - spiegano gli esperti - dimostra che se questa figura è presente nelle Rsa si determina una riduzione significativa, tra il 24 e il 37%, delle interazioni tra farmaci. L'aspetto più rilevante emerso dalla ricerca riguarda la manipolazione dei farmaci da assumere per bocca. "Nel contesto delle Rsa si verificano di frequente situazioni particolari nelle quali non è possibile somministrare pillole perché spesso i pazienti possono avere problemi di disfagia e di alimentazione enterale o difficoltà a ingoiare per via dei disturbi psico-comportamentali. Ciò comporta la necessità di alterare i farmaci, prassi largamente diffusa non solo nelle Rsa, ma anche tra gli anziani che non vivono in comunità, con implicazioni di grande rilievo se non appropriata", sottolinea Malara.
"Tra i farmaci che non possono essere manipolati, ma che più frequentemente sono invece alterati, ci sono ad esempio l'antipsicotico quietapina, il pantoprazolo usato contro il reflusso gastroesofageo o la semplice aspirina - elenca l'esperta - Ma anche l'antidepressivo trazodone e gli antipertensivi bisoprololo e ramipril". I rischi di questa manipolazione? Alterare la formulazione dei farmaci - analizzano gli specialisti - può incidere sulla loro efficacia, determinando fenomeni di sovradosaggio o sottodosaggio o anche aumentarne la tossicità, con effetti irritanti sulla mucosa del tubo digerente, oltre a peggiorare l'aderenza del paziente alla terapia per via del gusto sgradevole che il farmaco assume una volta frammentato o spezzato.
"Sbriciolare, dividere o aprire una pillola - avverte Malara - può comportare il rischio di perdere parte del principio attivo e, di conseguenza, della dose terapeutica e dell'efficacia. Non devono mai essere aperte le capsule gastroresistenti perché alterarle comporta la rimozione del rivestimento, progettato per mantenere il farmaco intatto, finché non passa attraverso lo stomaco e raggiunge l'intestino, con potenziali effetti lesivi tossici oltre che diminuzione dei benefici. Anche pillole a rilascio lento o controllato non devono essere spezzate né frantumante, perché formulate in modo da mantenere un livello costante di principio attivo per 8, 12, o 24 ore e influenzare la velocità di assorbimento del farmaco può comportare effetti tossici. Inoltre, la triturazione crea un potenziale pericolo anche per la salute degli infermieri, in quanto la movimentazione delle polveri senza protezione di guanti o maschera li espone al rischio di allergie e intossicazioni da contatto e inalazione, in particolare con farmaci citotossici". Anche "somministrare farmaci con alcune bevande e cibi può influenzarne l'assorbimento e il metabolismo, renderlo inefficace e potenziarne la tossicità".
L'indagine, osserva Ungar, "ha evidenziato che le raccomandazioni già esistenti per la gestione della terapia orale, cioè le attuali 'Do not crush list' disponibili, non sono univoche né aggiornate". Questa "lacuna - conclude Leosco - apre la strada alla necessità di sviluppare riferimenti aggiornati e riconosciuti a livello nazionale, capaci di guidare le decisioni cliniche e ridurre il rischio di errori connessi alla manipolazione inappropriata".

Dopo il superamento delle 1.000 sentenze nei primi 9 mesi del 2025, il contenzioso sulle ferie non godute nel pubblico impiego accelera ulteriormente nella parte finale dell'anno. Secondo un'elaborazione del network legale Consulcesi & Partners - attraverso il portale www.ferienongodute.it[1] - nel corso del 2025 i tribunali e le corti d'appello italiane hanno emesso oltre 2.000 pronunce favorevoli, riconoscendo più di 15 milioni di euro fra indennizzi e spese legali rimborsate a favore dei lavoratori pubblici. Numeri che per Consulcesi "confermano come il diritto alla monetizzazione delle ferie non godute al momento della cessazione del rapporto di lavoro sia oggi pienamente riconosciuto e consolidato, non solo sul piano dei principi, ma anche sul versante dell'effettività delle tutele, con decisioni sempre più rapide e un tasso di rigetti che non supera il 2%".
Nel corso dell'anno - informa una nota - Consulcesi & Partners si è distinta per alcuni dei risultati più significativi a livello nazionale, in particolare nel settore sanitario. Complessivamente, ai professionisti sanitari assistiti da C&P sono stati riconosciuti oltre 330mila euro di liquidazioni tra procedimenti giudiziali e soluzioni transattive, con tempi medi di definizione di pochi mesi e con decisioni che spesso non vengono neppure appellate. Il fenomeno si inserisce in un contesto segnato da carenze strutturali e di organico, in particolare nel Servizio sanitario nazionale, che rende sempre più frequente l’impossibilità di fruire delle ferie maturate. Doppi turni, emergenze organizzative e periodi di massima pressione assistenziale - come quello natalizio - portano spesso al rinvio o alla cancellazione dei riposi, con conseguente accumulo di giornate non godute. "Oggi il contenzioso sulle ferie non godute non è più una incognita - afferma Bruno Borin, responsabile del team legale di Consulcesi & Partners - La rapidità dei procedimenti e la stabilità degli orientamenti consentono spesso di ottenere i risultati attesi, spesso anche attraverso soluzioni transattive".
Proprio sul fronte delle transazioni - riporta la nota - C&P ha concluso 9 conciliazioni giudiziali solo nelle ultime settimane, per un importo complessivo liquidato di 143mila euro, e ottenuto due pagamenti spontanei a seguito di semplice diffida, per ulteriori 14mila euro riconosciuti ai sanitari assistiti. Il team legale di C&P - si legge - registra una forte impennata delle richieste di indennizzo: oltre 100 gestite solo nell'ultima settimana, grazie al servizio di prima analisi sviluppato sul portale www.ferienongodute.it che consente di verificare, con un legale esperto, la propria posizione per capire, con chiarezza, se si ha diritto al pagamento di un indennizzo economico. "Se nei primi mesi del 2025 parlavamo di un orientamento giurisprudenziale ormai consolidato - conclude Borin - oggi possiamo affermare che quel diritto trova concreta applicazione. I numeri di fine anno dimostrano che le ferie non godute rappresentano ormai uno strumento di tutela tangibile e tempestivo per migliaia di dipendenti pubblici".

Il calore avvolgente dopo una giornata trascorsa sugli sci. Un rifugio dallo stress dei tour de force di Natale. La sauna per tanti 'vacanzieri dicembrini' è la vera ossessione invernale, pratica di benessere che dalla culla finlandese ha conquistato nel tempo sempre più amanti delle Spa in tutto il mondo (anche se va detto che immergersi nel calore a scopo di purificazione e guarigione è un'usanza antica, osservata da migliaia di anni in molte culture). E tanto meglio se, oltre a garantire l'agognato relax, allunga anche la vita, come negli anni hanno suggerito alcune ricerche dedicate al rituale che si celebra in calde e vaporose cabine rivestite in legno.
Già una decina di anni fa un lavoro pubblicato su 'Jama Internal Medicine' evidenziava il potenziale di longevità della sauna. Lo studio firmato da ricercatori dell'University of Eastern Finland (non a caso vista la diffusione nel Paese nordico) aveva monitorato 2.300 uomini di mezza età per una media di 20 anni, suddividendoli in 3 gruppi in base alla frequenza settimanale con cui si sottoponevano alla pratica. I protagonisti della ricerca trascorrevano in media 14 minuti a seduta a una temperatura di 74 gradi. Nel corso dello studio, come riportato in un focus del tempo (2015) su 'Harvard Health Publishing', era deceduto il 49% degli uomini che andavano in sauna una volta a settimana, rispetto al 38% di chi ci andava da 2 a 3 volte e solo al 31% degli 'habitué' che viaggiavano al ritmo di 4-7 sedute settimanali. Gli autori rilevavano anche che frequenti passaggi in sauna erano associati a tassi di mortalità più bassi per malattie cardiovascolari e ictus. Fra i benefici documentati dalle varie ricerche, si evidenziava in particolare la capacità di contribuire ad abbassare la pressione sanguigna e il potenziale effetto positivo sui vasi.
Nello stesso filone si inserisce anche un altro lavoro, pubblicato più di recente (nel 2021) da ricercatori Usa, che entra nel dettaglio dei meccanismi innescati dalla sauna al livello dell'organismo. La pratica è caratterizzata da un'esposizione passiva a breve termine ad alte temperature, che possono andare da 45 a 100 gradi centigradi. Al di là della piacevole sensazione di sudare pur restando immobili, l'uso della sauna sembra davvero imitare le risposte fisiologiche e protettive indotte durante l'esercizio fisico, evidenziano gli autori della review pubblicata su 'Experimental Gerontology' (Rhonda P. Patrick e Teresa L. Johnson), e frequentarla in modo ripetuto ottimizza le risposte allo stress tramite il fenomeno biologico dell'ormesi e le proteine da shock termico. In altre parole, gli esperti che firmano il lavoro hanno osservato che la sauna sembra ridurre la morbilità e la mortalità in modo 'dose-dipendente'. L'utilizzo frequente della pratica potrebbe in particolare avere un effetto protettivo da malattie cardiovascolari e neurodegenerative e consentire di preservare la massa muscolare e contrastare la sarcopenia (cioè il progressivo declino di massa e forza muscolare legato all'invecchiamento).
L'esposizione ad alte temperature provoca una lieve ipertermia - illustrano gli esperti nello studio - inducendo una risposta termoregolatrice che coinvolge meccanismi neuroendocrini, cardiovascolari e citoprotettivi che agiscono in sinergia nel tentativo di mantenere l'omeostasi (uno stato di equilibrio delle proprie caratteristiche). L'uso ripetuto della sauna, secondo l'analisi, acclimata il corpo al calore e ottimizza la risposta dell'organismo a future esposizioni. Negli ultimi decenni il rituale in questione è emerso come un probabile mezzo per prolungare la durata della salute, sulla base di dati provenienti da alcuni studi sugli esiti osservati nei frequentatori di saune, che hanno identificato legami dose-dipendenti tra l'uso e la riduzione della morbilità e della mortalità. La revisione esplora sia i molteplici benefici che le preoccupazioni relative all'uso della sauna.
Gli autori spiegano che l'esposizione ad alte temperature stressa il corpo, provocando una risposta rapida e robusta che colpisce principalmente la pelle e il sistema cardiovascolare. La pelle si riscalda prima, raggiungendo circa 40 °C, seguita da cambiamenti nella temperatura corporea interna, che aumenta lentamente da 37 a circa 38 e rapidamente fino a circa 39 °C. La gittata cardiaca può aumentare fino al 60-70%, e mentre la frequenza cardiaca aumenta il volume sistolico rimane stabile. Altro meccanismo che si innesca è un aumento transitorio del volume plasmatico complessivo, che fornisce una riserva di liquidi per la sudorazione, raffredda il corpo e promuove la tolleranza al calore. La sudorazione, continuano gli esperti, facilita anche una maggiore escrezione di alcuni metalli pesanti (tra cui alluminio, cadmio, cobalto e piombo). Vengono descritti poi meccanismi molecolari che mitigano il danno e attivano processi endogeni antiossidanti e riparativi.
"Molte di queste risposte si innescano anche in risposta a esercizi di intensità da moderata a vigorosa e includono un'aumentata espressione di proteine da shock termico, regolatori trascrizionali e fattori pro e antinfiammatori", suggeriscono gli autori. Le proteine da shock termico svolgono ruoli di primo piano in molti processi cellulari, ricordano. Lo stress termico le attiva in modo significativo entro 30 minuti dall'esposizione al calore e questa attivazione si mantiene nel tempo. Una delle conseguenze positive di questi processi sono i conseguenti adattamenti cellulari protettivi, che promuovono la salute cardiovascolare. Cosa in particolare sembra avvicinare la sauna all'esercizio fisico? Gli esperti citano per esempio la frequenza cardiaca che può aumentare fino a 100 battiti al minuto durante le sessioni di sauna a temperatura moderata e fino a 150 battiti al minuto durante le sessioni più calde, in modo simile agli aumenti osservati durante l'esercizio moderato-vigoroso. In uno studio condotto su 19 adulti sani, in cui le risposte cardiache a una singola sessione di sauna di 25 minuti sono state confrontate con quelle provocate da un esercizio fisico moderato, i carichi cardiaci erano pressoché equivalenti, con la frequenza cardiaca e la pressione sanguigna dei partecipanti che aumentavano immediatamente in entrambi gli scenari e scendevano al di sotto delle misurazioni basali effettuate prima della sauna o dell'esercizio.

Le infezioni sessualmente trasmissibili (Ist) "continuano ad aumentare in tutta l'Unione europea e nello Spazio economico europeo (Ue/See)", segnala un nuovo rapporto pubblicato oggi dall'Ecdc, Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie, che rivela "un panorama complesso di risposte nazionali" e avverte: sebbene la maggior parte dei Paesi abbia adottato strategie, permangono "ostacoli significativi alle misure preventive e ai test, e mancanza di dati", fattori che stanno rendendo più difficoltosi "gli sforzi per contenere epidemie di clamidia, gonorrea e sifilide".
Il rapporto fornisce la prima panoramica completa di come i Paesi europei stanno affrontando l'aumento delle infezioni sessuali e mostra forti aumenti per esempio sulla gonorrea, i cui tassi di notifica hanno avuto un exploit di quasi il 300% in 10 anni, tra il 2014 e il 2023, in alcune popolazioni chiave: gay, bisessuali e uomini che hanno rapporti sessuali con uomini. Ma non solo: incrementi più recenti si sono osservati anche tra i giovani, in particolare tra le donne di età compresa tra 20 e 24 anni, dove "i tassi di notifica della gonorrea sono aumentati di quasi il 200% solo tra il 2021 e il 2023, segnalando l'urgente necessità di risposte nazionali solide e inclusive", ammonisce l'Ecdc.
Sempre secondo il report, 18 dei 29 Paesi che hanno presentato la relazione sulle malattie sessualmente trasmesse dispongono di una strategia o politica nazionale per la prevenzione e il controllo di queste infezioni. La maggior parte si rivolge specificamente alle popolazioni più colpite dalle attuali epidemie, inclusi i giovani di età compresa tra 15 e 24 anni e gli uomini gay, bisessuali e che hanno rapporti sessuali con uomini. "Tuttavia, molti di questi piani stanno 'invecchiando'", evidenzia l'Ecdc. Solo 10 Paesi hanno aggiornato i propri piani nazionali per le malattie sessualmente trasmissibili negli ultimi 5 anni, "il che significa che molte strategie potrebbero non tenere conto dei cambiamenti comportamentali post-pandemia o delle ultime tendenze epidemiologiche. La mancanza di strategie aggiornate è aggravata da ostacoli significativi per chi cerca assistenza".
In particolare, dettaglia l'Ecdc, "i test sono il fondamento del controllo delle malattie sessualmente trasmissibili, eppure in 13 dei 29 Paesi segnalanti le persone devono ancora sostenere costi diretti per i test di base per queste infezioni. Nei giovani, anche le preoccupazioni relative alla privacy rappresentano un ostacolo, poiché 7 Paesi richiedono ai minori di 18 anni il consenso dei genitori per accedere ai test, scoraggiando potenzialmente gli adolescenti sessualmente attivi dal cercare aiuto. E, ancora, l'Ecdc evidenzia che pochi Paesi raccolgono dati sulla copertura della prevenzione e del trattamento. Nonostante i gravi rischi associati alla sifilide congenita, solo 4 Paesi sono stati in grado di fornire dati sulla percentuale di donne in gravidanza sottoposte a screening per l'infezione.
"Le lacune nella prevenzione sono evidenti anche negli sforzi di vaccinazione - continua l'agenzia con sede a Stoccolma - molti Paesi per esempio hanno politiche per la vaccinazione contro l'Mpox, ma la copertura rimane bassa. I dati mostrano che la percentuale di uomini gay, bisessuali e di altri gruppi che hanno rapporti sessuali con uomini completamente vaccinati contro Mpox è in media solo del 13,2% nei Paesi che hanno presentato i dati". Da qui la raccomandazione: "Le autorità sanitarie pubbliche mantengano alta la vigilanza e garantiscano che la vaccinazione sia accessibile ai soggetti a più alto rischio, alla luce della continua trasmissione di Mpox, inclusa la recente rilevazione di casi del clade Ib acquisiti localmente tra uomini che hanno rapporti sessuali con uomini in Europa.
In generale, l'Ecdc lancia un appello all'azione: "I risultati" del report "sottolineano la necessità di servizi accessibili e risultati misurabili. Per arginare efficacemente queste epidemie, i Paesi sono incoraggiati ad aggiornare le proprie strategie nazionali, rimuovere gli ostacoli ai test e rafforzare i dati di sorveglianza sulle Ist e i dati sulla copertura degli interventi per indirizzare e migliorare gli sforzi di prevenzione".

Durante le vacanze natalizie cambiano le abitudini alimentari: si mangia di più, più lentamente e spesso in modo più ricco. Tutto questo può peggiorare i sintomi del reflusso gastroesofageo, una patologia che colpisce quasi 1 italiano su 10: il 9%, stima Aigo, Associazione italiana gastroenterologi e endoscopisti digestivi.
"A tavola, da Natale all'Epifania, l'importante è comportarsi come durante il resto dell'anno, senza eccedere negli stravizi", spiega all'Adnkronos Salute Francesco Bortoluzzi, segretario nazionale dell'Aigo. Un consiglio rivolto in particolare a chi convive con il reflusso gastroesofageo, che può presentarsi in forma occasionale oppure cronica, "con la R maiuscola", come sottolinea lo specialista.
Per affrontare le feste senza rinunce e senza disturbi, l'esperto indica alcune semplici regole d'oro:
1) Mangiare un poco di tutto, ma poco alla volta: magiare poco e spesso;
2) Evitare o ridurre i cibi notoriamente sconsigliati a chi soffre di reflusso: menta, cioccolato, brodo di carne, agrumi e pomodori. A Natale ancora di più;
3) Via libera a pesce e verdure, più leggeri e facilmente digeribili;
4) Dolci con moderazione: una fetta al giorno di panettone o pandoro è sufficiente;
5) Sì alla frutta secca (come noci e mandorle), ma senza esagerare;
6) Concessi i brindisi, purché con moderazione;
7) Cotechino o zampone? Una fetta per rispettare la tradizione, ma non di più;
8) In caso di reflusso significativo, può essere utile assumere per qualche giorno una pasticca in più (la terapia è a base di inibitori della pompa protonica);
9) Valutare sempre gli stravizi e le loro conseguenze.
Seguendo le indicazioni del gastroenterologo, è possibile godersi le feste natalizie senza rinunciare al piacere della tavola e senza peggiorare i sintomi più tipici del reflusso, ovvero bruciore, acidità, calore e dolore all'altezza dello sterno che si fanno sentire soprattutto dopo i pasti.

"La norma del Ddl Bilancio che sancisce la stabile integrazione nel Ssn dei servizi erogati nelle farmacie rappresenta un volano per potenziare l'assistenza sanitaria territoriale e conferma la bontà dell'accordo siglato da Federfarma e Sumai neel maggio scorso". Lo sottolineano in una nota l'associazione titolari di farmacia e il Sindacato unico medici ambulatoriali italiani. "La norma, infatti - ricordano - riconosce le farmacie come strutture che forniscono prestazioni sanitarie e socio-sanitarie, sottolineando l'importanza della sinergia con gli altri professionisti sanitari. In linea con quanto previsto dal Ddl Bilancio, l'accordo Federfarma-Sumai prevede che le prestazioni di telecardiologia eseguite in farmacia (Ecg, holter pressorio, holter cardiaco) siano refertate dagli specialisti ambulatoriali del Sumai e favorisce le attività di televisita e di telemonitoraggio in farmacia". Per Federfarma e Sumai, "la sinergia tra la rete delle farmacie e quella dei medici specialisti ambulatoriali, insieme ai medici di medicina generale, consentirà di rispondere ancor meglio ai bisogni di salute dei cittadini, favorendo l'accesso alle prestazioni anche alle persone, spesso anziane, che risiedono nelle aree interne, nelle zone montane, rurali e insulari, solitamente lontane dalle strutture sanitarie".
"La stabilizzazione dei nuovi servizi in farmacia rappresenta un passo fondamentale verso una sempre maggiore integrazione tra i professionisti della sanità territoriale - afferma Antonio Magi, segretario generale del Sumai Assoprof - In questo contesto si inserisce la collaborazione tra Sumai e Federfarma, che permette di offrire ai cittadini servizi tempestivi, qualificati e accessibili su tutto il territorio nazionale, e costituisce una soluzione concreta e innovativa per rendere più efficiente la gestione delle liste d'attesa".
Per Marco Cossolo, presidente di Federfarma nazionale, "la norma del Ddl Bilancio conferma l'importanza di creare sinergie tra i professionisti della salute per portare la sanità sempre più vicino ai cittadini, superando le diseguaglianze di accesso alle prestazioni in attuazione dei principi della Costituzione. Stiamo finalmente costruendo una rete di supporto a tutela della salute dei cittadini, che può contribuire efficacemente a dare piena attuazione al modello di assistenza sanitaria territoriale in corso di realizzazione".

"Garantire il diritto all'assistenza socio-sanitaria a chi è più vulnerabile deve diventare per gli enti pubblici un obiettivo prioritario. Per farlo è necessario mettere in campo attività, programmi e progetti, sia a livello nazionale che internazionale, finalizzati a migliorare le conoscenze sulle disuguaglianze di salute sociali e proporre modelli di intervento di integrazione sociosanitaria, di inclusione e di tutela della dignità e dei diritti, per una equità di accesso alla salute da parte dei gruppi socioeconomici vulnerabili". Da questa mission nasce l'intesa tra la Federazione nazionale Ordini professioni infermieristiche (Fnopi) e l'Istituto nazionale per la promozione della salute delle popolazioni migranti e per il contrasto delle malattie della povertà (Inmp), che hanno sottoscritto un protocollo d'intesa biennale finalizzato a rendere l'assistenza sempre più vicina e proattiva. Nel documento - informa una nota - i due enti, entrambi vigilati dal ministero della Salute, si sono impegnati a collaborare per garantire assistenza sanitaria e sociosanitaria alle popolazioni migranti e alle persone che vivono in condizione di vulnerabilità socioeconomica. La collaborazione si tradurrà nell'esportare modelli di presa in carico delle popolazioni vulnerabili con particolare attenzione all'accessibilità dei servizi. Fondamentale è l'aspetto della formazione dei professionisti sanitari e dello sviluppo di attività di ricerca e di divulgazione.
"Promuovere un'assistenza sempre più omogenea e accessibile, che possa cioè raggiungere chiunque abbia bisogno - afferma Barbara Mangiacavalli, presidente Fnopi - è nel Dna dell'infermiere di famiglia e comunità che svolge un ruolo chiave nel mettere in connessione la persona assistita con la rete dei servizi disponibili, anche attraverso attività di orientamento e di educazione sanitaria. La collaborazione con Inmp, che si è già tradotta in progetti di successo nella provincia di Biella e che a breve interesserà anche quella di Catanzaro, diventa quindi strategica nella promozione di modelli di intervento innovativi e di buone pratiche per una salute realmente alla portata di tutti".
"Creare una sanità più accessibile, più inclusiva e più vicina alle persone: questo è il mandato dell'Inmp, affidatoci dal ministero della Salute - sottolinea il direttore generale di Inmp, Cristiano Camponi - Lo realizziamo andando nelle aree dove l'accesso ai servizi è più difficile, attraverso lo sviluppo di modelli di intervento sostenibili che possano realmente raggiungere le persone più esposte a vulnerabilità sociale ed economica. Il protocollo con Fnopi permette di rafforzare ancor più il nostro operato, mettendo in risalto l'importanza di figure professionali, come quella dell'infermiere di famiglia e comunità, essenziali e strategiche per intercettare bisogni di salute ancora sommersi, e di offrire risposte appropriate, come già dimostrato nel progetto che stiamo portando avanti a Biella".

Dal vaccino anti-Hpv e l'impegno per proteggere le ragazze dal cancro alla cervice uterina a quello contro la malaria per milioni di bambini tra i più vulnerabili, fino alle campagne in contesti difficili come le zone di guerra. Sono alcune delle storie che hanno segnato il 2025. A selezionarle Gavi, the Vaccine Alliance, che ripercorre i principali progressi sul fronte delle immunizzazioni degli ultimi 12 mesi e i risultati dell'ultimo quinquennio nei Paesi a basso reddito, riflettendo sulle prospettive future e strategiche.
Per quanto riguarda l'Hpv, il Papillomavirus umano, la lotta contro quella che è la principale causa di morte per le donne in alcune delle aree più fragili del Pianeta ha superato l'obiettivo e ora salva più di 1 milione di vite. Il partenariato pubblico-privato che opera per diffondere le vaccinazioni e superare le difficoltà di accesso, insieme ai Paesi a basso reddito e ai partner, ha lavorato per "proteggere oltre 86 milioni di ragazze con il vaccino contro l'Hpv, prevenendo oltre 1,4 milioni di decessi per cancro cervicale e raggiungendo l'obiettivo prima del previsto", segnala Gavi. E' la prima storia di immunizzazione scelta fra le più rappresentative del potere benefico dei vaccini. Grazie a questi sforzi, l'anti-Hpv è ora disponibile nei Paesi in cui si verifica attualmente l'89% dei casi globali di cancro cervicale. La regione africana, dove la malattia continua a essere una delle principali cause di morte tra le donne e dove i tassi di copertura per l'Hpv erano del 4% solo 10 anni fa, ora vanta tra i tassi di copertura più alti al mondo.
E poi i vaccini contro la malaria: oltre 40 milioni di dosi sono state consegnate a 24 Paesi in tutta l'Africa, nel più rapido lancio di vaccini di routine nei 25 anni di storia di Gavi. Questo nuovo strumento sta ora proteggendo milioni di bambini in alcuni dei Paesi con il più alto tasso di malaria al mondo. Nuovi accordi stanno contribuendo a ridurre ulteriormente i costi, consentendo a Gavi e ai partner di raggiungere milioni di bambini in più entro la fine del decennio.
Anche la ricerca è foriera di notizie positive sui vaccini: uno studio condotto dai ricercatori del Burnet Institute e pubblicato sul 'Bmj' ha esaminato 210 epidemie di colera, Ebola, morbillo, meningite e febbre gialla in 49 Paesi a basso reddito tra il 2000 e il 2023. Lo studio ha permesso di rilevare che "la vaccinazione di emergenza ha ridotto i casi e i decessi di quasi il 60% in media e ha diminuito il verificarsi di epidemie su larga scala".
Altro nodo le difficoltà di immunizzazione in situazioni di crisi. Quasi un terzo dei bambini "a dose zero" del mondo, cioè i piccoli che non hanno ricevuto nemmeno una singola dose di vaccini di base, vive in contesti fragili e colpiti da conflitti. Lavorando in collaborazione con organizzazioni locali della società civile e partner umanitari, Gavi e il consorzio Reaching Every Child in Humanitarian Settings (Reach) dell'International Rescue Committee mirano a raggiungere i bambini nelle zone di conflitto e di crisi che i sistemi sanitari non riescono a proteggere. Nell'ottobre 2025, la partnership - che ora distribuisce oltre 1 milione di dosi al mese ai bambini più vulnerabili in Ciad, Etiopia, Somalia, Nigeria, Sud Sudan e Sudan - ha annunciato di aver raggiunto l'importante traguardo di 20 milioni di dosi di vaccino somministrate dal suo lancio nel 2022.
Nonostante una grave emergenza sanitaria globale, i vari Paesi e Gavi hanno lavorato insieme per raggiungere con successo gli obiettivi chiave stabiliti nel quinto periodo strategico dell'Alleanza dal 2020 al 2025 (Gavi 5.0): tra il 2020 e il 2025, i vaccini hanno contribuito a ridurre del 10% la mortalità infantile sotto i 5 anni nei paesi a basso reddito; i bambini nei Paesi supportati da Gavi sono ora maggiormente protetti contro una gamma più ampia di malattie e minacce per la salute, con una copertura su 10 vaccini chiave che ha raggiunto il 63% entro fine 2024, superando l'obiettivo del 60% fissato per il 2025. La vaccinazione supportata da Gavi ha contribuito a prevenire tra 7 e 8 milioni di morti e questi sforzi hanno generato 80 miliardi di dollari di risparmi economici per i Paesi. Attraverso Covax sono stati poi distribuiti 2 miliardi di vaccini contro il Covid in 146 Paesi, "una risposta senza precedenti a un'emergenza sanitaria globale senza precedenti" come è stata la pandemia, sottolinea Gavi.
Tuttavia, la disuguaglianza nei vaccini è persistente e gli insegnamenti tratti dalla pandemia di Covid hanno spinto Gavi a istituire nuovi meccanismi: l'African Vaccine Manufacturing Accelerator (Avma) , progettato in collaborazione con l'Unione africana, mette a disposizione fino a 1,2 miliardi di dollari per accelerare l'espansione della produzione di vaccini commercialmente validi in Africa, nel tentativo di sostenere la sicurezza dell'approvvigionamento globale e regionale e la preparazione alle pandemie; il First Response Fund, istituito per dare il via alle risposte alle principali emergenze di sanità pubblica, ha aiutato Gavi a procurarsi i vaccini Mpox entro pochi giorni da un'emergenza di sanità pubblica di interesse internazionale dichiarata dall'Oms (Organizzazione mondiale della sanità). Le vaccinazioni di routine hanno sofferto a causa della pandemia, ma dopo sforzi mirati i Paesi a basso reddito si sono quasi ripresi, con l'Africa in particolare tornata ai livelli pre-pandemia, nonostante un aumento della coorte di nascite che significa che ogni anno è necessario proteggere più bambini.
Il futuro? "Nonostante il difficile clima fiscale, i Paesi e i partner hanno dimostrato un impegno senza precedenti nei confronti di Gavi - rimarca l'organizzazione - impegnandosi a stanziare 9,5 miliardi di dollari per la strategia 6.0 (2026-2030), con Croazia, Ungheria, Indonesia, Marocco e Uganda tra i nuovi donatori, mentre nuove e ampliate partnership con banche multilaterali di sviluppo forniranno ai Paesi un supporto flessibile e a lungo termine nella transizione dagli aiuti al finanziamento autosufficiente. Con questo livello di sostegno da parte di donatori e partner, Gavi 6.0 segnerà la strategia più ambiziosa fino ad oggi, offrendo il più ampio portafoglio di vaccini e concentrando l'attenzione sui più vulnerabili. Il sostegno alle aree fragili e colpite da conflitti aumenterà del 15% e il nuovo Meccanismo di resilienza fornirà un supporto rapido e flessibile alle popolazioni in crisi, affinché l'immunizzazione rimanga un'ancora di salvezza anche in caso di conflitti ed emergenze umanitarie". Questa attenzione è supportata dal Gavi Leap, programma di trasformazione guidato dai principi di centralità del Paese, autosufficienza nazionale, mandati mirati e durata di vita limitata, che ha razionalizzato il Segretariato, riducendone il personale del 33%, e sta rimodellando il modello operativo di Gavi per garantire che sia nella posizione migliore per altri 5 anni di attività.

La radiologia interventistica è sempre di più uno strumento fondamentale nella cura dei tumori, il quarto pilastro - con chemioterapia, chirurgia e radioterapia - capace di integrare tecnologia avanzata, precisione terapeutica e attenzione alla qualità di vita del paziente. In alcune neoplasie è ormai una pratica diffusa con ottimi risultati riconosciuti anche a livello internazionale. La conferma viene dal congresso Icio - Italian Conference on Interventional Oncology che si è appena concluso a Milano e che ha riunito esperti da tutto il mondo per confrontarsi sulle più recenti innovazioni.
"Questo convegno è importante soprattutto per i pazienti - spiega Gianpaolo Carrafiello, presidente di Icio, direttore di Radiologia del Policlinico di Milano e professore dell'università Statale di Milano - Riunire esperti di radiologia interventistica da tutto il mondo ci permette di condividere le conoscenze più attuali e di guardare al futuro, mantenendo sempre il paziente al centro. Oggi possiamo affermare con certezza che i tumori si possono trattare anche con la radiologia interventistica. Abbiamo tanti sistemi di ablazione, apparecchiature che ci permettono di 'bruciare' il tumore con il caldo (e anche con il freddo), ma disponiamo anche di trattamenti ablativi non termici che hanno il vantaggio di distruggere solo le cellule tumorali. Si tratta quindi di una terapia molto mirata, molto focalizzata, che evita potenziali complicanze maggiori e ci consente di ottenere risultati che oggi in alcune neoplasie sono sovrapponibili alla chirurgia stessa, in particolare nel trattamento dei tumori epatici, polmone, rene, pancreas".
"Oggi il nostro intervento non va visto come isolato - precisa l'esperto - ma all'interno di un percorso e di una valutazione multidisciplinare. Queste tecniche garantiscono non solo un'azione lesiva nei confronti delle cellule tumorali, ma favoriscono anche un aumento dell'azione della chemioterapia e dell'immunoterapia. E' importante aumentare il livello di conoscenza della radiologia interventistica contro i tumori e favorire una maggiore condivisione con gli altri clinici".
"L'idea di Icio, nata alcuni anni fa dalla collaborazione con il professor Carrafiello, è quella di fare il punto sulle nuove procedure e su ciò che oggi è consolidato nella radiologia interventistica - sottolinea Luca Brunese, presidente eletto Società italiana di radiologia medica e interventistica (Sirm) e co-presidente del congresso - Non un confronto solo tra radiologi italiani, ma un dialogo aperto con colleghi provenienti da tutto il mondo. E' un'occasione importante per valorizzare la scuola interventistica italiana e per mostrare ai tanti giovani presenti quale livello di eccellenza sia possibile raggiungere".
"E' importante condividere culture scientifiche e percorsi clinici integrati - evidenzia Nicoletta Gandolfo, presidente nazionale Sirm e direttore Dipartimento Immagini Asl 3 di Genova - Questa è la forza della radiologia interventistica oncologica moderna: trasformare la tecnologia in cura, l'immagine in risposta clinica e le procedure in opportunità terapeutiche condivise con tutti gli specialisti coinvolti nel percorso del paziente oncologico".
La radiologia interventistica "è una delle punte più avanzate della medicina moderna - conclude Francesco Blasi, preside della Facoltà di Medicina e prorettore dell'università degli Studi di Milano - Ha davanti a sé un grande futuro nella gestione di molte patologie, dal cancro ad altre condizioni complesse. Dal punto di vista accademico è particolarmente significativo vedere la grande partecipazione dei giovani: un segnale forte dell'interesse e del potenziale di crescita di questa disciplina".

Il formaggio può aiutare a prevenire la demenza. È quanto afferma un nuovo studio, pubblicato su 'Neurology', la rivista medica della American Academy of Neurology, che avrebbe scoperto come basti mangiare 50 grammi o più di formaggio al giorno per diminuire il rischio di sviluppare demenza. Ciò riguarda, in particolare, i formaggi con una percentuale di grassi superiore al 20%, tra cui brie, gouda, cheddar, groviera oltre ai prodotti tipici italiani come parmigiano e mozzarella.
Lo studio è stato condotto in Svezia e ha seguito oltre 27mila adulti per circa 25 anni, mettendo in correlazione così l'assunzione giornaliera di formaggio ad alto contenuto di grassi a un minor rischio di demenza, statisticamente rilevabile. "Per decenni, il dibattito tra diete ricche di grassi e povere di grassi ha plasmato i consigli sulla salute, arrivando a volte persino a classificare il formaggio come un alimento malsano da limitare", ha affermato l'epidemiologa nutrizionista Emily Sonestedt dell'Università di Lund in Svezia.
"Il nostro studio ha scoperto invece che alcuni latticini ad alto contenuto di grassi possono effettivamente ridurre il rischio di demenza", ha spiegato Sonestedt, "mettendo in discussione alcune radicate convinzioni sul rapporto tra grassi e salute del cervello".
Cos'è la demenza
Demenza, secondo quanto riportato dal Ministero della Salute, è un termine generico per indicare diverse patologie che colpiscono la memoria, altre capacità cognitive e comportamenti che interferiscono in modo significativo con la capacità di una persona di mantenere le proprie attività della vita quotidiana.
Le demenze non fanno quindi parte del normale invecchiamento della persona, ma sono l’effetto di specifiche malattie, spesso anche molto differenti tra loro, la cui comparsa è più probabile con l’avanzare dell’età. Le più comuni sono ad esempio il morbo di Alzheimer, la demenza vascolare e il morbo di Parkinson.
Nel mondo, secondo i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), oltre 55 milioni di persone convivono con la demenza. Un dato importante, ancora più eclatante in quanto cresce su base giornaliera, con previsioni che, sempre secondo il Ministero, raggiungono i 150 milioni entro il 2050.
In Italia secondo stime dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS) 1.241.000 persone (che diventeranno 1.609.000 nel 2030 e 2.272.000 nel 2050) soffrono di demenza (di cui il 50-60% sono malati di Alzheimer, circa 600mila persone), e 900mila persone soffrono di deficit cognitivo lieve (Mild cognitive impariment).
Lo studio e la funzione dei formaggi
I latticini sono un gruppo alimentare piuttosto particolare e la loro associazione con la demenza è stata difficile da stabilire. Diversi studi in passato, condotti in Finlandia, Regno Unito e Giappone, avevano già collegato il consumo di formaggio a una possibile prevenzione. Nel nuovo studio, condotto dall'epidemiologo nutrizionista Yufeng Du dell'Università di Lund, i ricercatori hanno basato la loro analisi su uno studio osservazionale di lunga durata della Malmo Diet and Cancer, che ha intervistato residenti svedesi sulla loro dieta monitorandone gli effetti sulla salute.
I partecipanti hanno registrato la loro dieta utilizzando un diario alimentare, un questionario sulla frequenza dei pasti e un'intervista dettagliata sulla preparazione del cibo e sulle abitudini alimentari. I ricercatori hanno poi confrontato il rischio di demenza in base al consumo di formaggio. Circa il 10% di coloro che consumavano 50 grammi o più di formaggio ad alto contenuto di grassi al giorno ha sviluppato demenza, rispetto a circa il 13% di coloro che ne consumavano meno di 15 grammi al giorno.
Dopo aver aggiustato i dati in base ad età, sesso, istruzione e dieta generale, si è notato che le persone che consumavano più di 50 grammi di formaggio ricco di grassi al giorno presentavano un rischio di demenza per tutte le cause inferiore del 13% rispetto alle persone che ne consumavano meno di 15 grammi al giorno.
Nessuna associazione è stata riscontrata invece per formaggi o panna a basso contenuto di grassi, latte di qualsiasi tipo o prodotti a base di latte fermentato come yogurt e kefir. Il burro ha mostrato risultati contrastanti, tra cui un possibile aumento del rischio di Alzheimer in caso di consumo elevato rispetto a chi non ne consumava affatto.
La ricerca però presenta anche dei limiti: "Uno dei maggiori è il consumo di formaggio registrato da un diario alimentare e da un'intervista in un momento preciso, 25 anni prima dell'analisi della diagnosi di demenza. È altamente probabile che la dieta e altri fattori legati allo stile di vita siano cambiati in quei 25 anni", ha affermato Tara Spires-Jones, responsabile della divisione presso il Dementia Research Institute del Regno Unito, che non è stata coinvolta nello studio.

La fiction 'Un Professore 3', in onda ieri su Rai1, vince la sfida del prime time con 3.492.000 spettatori, pari al 21,8% di share. Secondo posto per Canale 5 con 'Grande Fratello' che ha interessato 1.620.000 spettatori e il 14,3% di share mentre su Italia1 la Supercoppa Italiana Live ha incollato allo schermo 1.428.000 spettatori con l’8,2% di share.
Fuori dal podio troviamo Rai3 con 'Splendida Cornice' che ha raggiunto 960.000 spettatori (6,4% share) mentre 'Ore 14 Sera' su Rai2 ha intrattenuto 809.000 spettatori (6,3% share). A seguire: Rete 4 con 'Dritto e Rovescio' (753.000 spettatori, 5,8% share); La7 con 'Il processo di Norimberga' (552.000 spettatori, 3,7% share); Tv8 con 'Sei giorni, sette notti' (488.000 spettatori, 2,8% share) e Nove con 'Non sono pronta per Natale' (395.000 spettatori, 2,3% share).
Testa a testa in access prime time. 'Affari Tuoi' su Rai 1, condotto da Stefano De Martino, ha interessato 4.469.000 spettatori con il 21,1% di share. Su Canale 5, 'La Ruota della Fortuna' di Gerry Scotti ha raccolto con 4.436.000 spettatori, ottenendo un identico 21,1% di share, sebbene su una durata maggiore. A rendere la fascia oraria ancora più competitiva è stata la semifinale di Supercoppa Italiana su Italia 1: la partita Napoli-Milan ha incollato davanti al video 4.107.000 spettatori, siglando il 20,3% di share.

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump non ha escluso la possibilità di un conflitto militare con il Venezuela, affermando che l’opzione resta "sul tavolo". In un’intervista a Nbc News, Trump ha risposto a una domanda diretta sulla possibilità di una guerra con Caracas: "Non la escludo, no".
Il presidente ha ricordato di aver ordinato nei giorni scorsi un "blocco" delle petroliere sanzionate in entrata e in uscita dal Venezuela, annunciando che ci saranno ulteriori sequestri. "Non ne parlo - ha detto inizialmente quando gli è stato chiesto se queste azioni possano portare a un conflitto, ma ha poi confermato che si tratta di una possibilità - Dipende. Se sono abbastanza stupidi da continuare a navigare, continueranno a navigare fino a uno dei nostri porti", ha aggiunto. Trump ha inoltre evitato di chiarire se la destituzione del presidente venezuelano Nicolás Maduro sia il suo obiettivo finale: "Lui sa esattamente cosa voglio. Lo sa meglio di chiunque altro".
Il prestito da 90 miliardi all'Ucraina apre la strada agli Eurobond, può essere una svolta per la Ue

L'accordo raggiunto al Consiglio Ue sul prestito da 90 miliardi all'Ucraina può avere un valore superiore a quello più evidente, continuare a garantire sostegno finanziario a Kiev. La scelta di ricorrere al debito comune, e di farlo con un meccanismo che di fatto neutralizza il vincolo dell'unanimità, apre la strada all'utilizzo di Eurobond garantiti dal bilancio dell'Unione. Un passo che può rappresentare una svolta nella capacità futura dell'Europa di finanziare le politiche in cui possono impegnarsi tutti, o quasi, gli Stati membri.
Di fronte ai veti incrociati e alle oggettive difficoltà giuridiche per l'utilizzo degli asset congelati alla Russia a sostegno del finanziamento per Kiev, i 27 membri della Ue hanno trovato un accordo su quello che alla vigilia della riunione del Consiglio era considerato un piano B: un prestito finanziato sul mercato dei capitali con la garanzia del Qfp, il bilancio pluriennale comunitario.
Per ottenere questo risultato sarebbe stata necessaria l'unanimità. E qui si inserisce una formula che potrà rappresentare un precedente utile a sbloccare altri dossier complessi, senza dover necessariamente passare per una riforma, lunga e complessa, dei meccanismi di funzionamento dei processi decisionali. Repubblica Ceca, Slovacchi e Ungheria, i Paesi che di fatto avevano in mano il potere di veto capace di bloccare l'intera operazione, hanno votato l'accordo a fronte di una 'via d'uscita' concordata, la possibilità di non partecipare al prestito per Kiev. Di fatto, si fa debito comune con il consenso di tutti ma con garanzie per chi non vuole partecipare all'operazione che quel debito deve finanziare. E' uno schema che, con i dovuti aggiornamenti caso per caso, potrà essere replicato.
La strada percorsa con il prestito da 90 miliardi all'Ucraina è la stessa strada che ha sempre indicato con forza e convinzione Mario Draghi, a partire dal suo Rapporto: introdurre obbligazioni sovrane comuni europee (gli Eurobond) per finanziare investimenti strategici e aumentare la competitività, strumenti per stimolare il mercato unico, ridurre i costi di finanziamento per gli Stati più indebitati e affrontare le sfide economiche europee.
Il concetto sviluppato da Draghi e sostanzialmente accolto nell'accordo della scorsa notte sul finanziamento all'Ucraina nasce dalla premessa che per gli investimenti necessari, dalla difesa alla transizione verde e a quella digitale, i capitali privati non bastano e i fondi pubblici non possono gravare sui bilanci dei singoli Stati. La conseguenza è che si faccia debito comune, come nel caso specifico del finanziamento all'Ucraina, non per aumentare la spesa pubblica generale o per finanziare sussidi, ma per sostenere obiettivi fondamentali su cui c'è una convergenza strategica. (Di Fabio Insenga)

La Commissione europea ha recentemente approvato asciminib per il trattamento di tutti i pazienti adulti con leucemia mieloide cronica in fase cronica con cromosoma Philadelphia positivo (Lmc-Cp Ph+), sia di nuova diagnosi che precedentemente trattati. Questa decisione viene considerata dagli esperti un importante passo avanti nella gestione della malattia, offrendo una nuova opzione terapeutica caratterizzata da un meccanismo d'azione innovativo e da un profilo di efficacia e tollerabilità favorevole, che risponde a bisogni clinici ancora irrisolti. L'approvazione - ricorda una nota - si basa sui risultati dello studio di fase III Asc4First in cui asciminib, il primo inibitore Stamp per il trattamento della leucemia mieloide cronica, dimostra, nei pazienti di nuova diagnosi, un beneficio clinico superiore rispetto a tutti gli altri inibitori tirosin-chinasici (Tki) disponibili. Circa il 30% dei pazienti di nuova diagnosi in trattamento con i Tki, infatti, non raggiunge gli obiettivi terapeutici entro il primo anno di trattamento, evidenziando come permangano bisogni clinici rilevanti già nelle fasi iniziali della malattia. Lo studio Asc4First, che ha confrontato asciminib con i Tki di prima o seconda generazione, ha mostrato a 96 settimane tassi di risposta molecolare maggiore significativamente superiori (74,1%) rispetto a tutti gli inibitori della tirosin-chinasi di confronto (52%).
"La leucemia mieloide cronica è una neoplasia ematologica caratterizzata dalla proliferazione incontrollata delle cellule mieloidi e dalla presenza del cromosoma Philadelphia - spiega Massimo Breccia, professore associato di Ematologia della Sapienza università di Roma - Nella maggior parte dei casi viene diagnosticata in fase cronica, spesso in modo casuale. Oggi è considerata una patologia gestibile nel lungo periodo, ma richiede un trattamento continuo e un monitoraggio costante. La terapia con Tkis ha aumentato la sopravvivenza, tuttavia, oltre agli importanti effetti collaterali, il 30% dei pazienti non raggiunge una risposta ottimale nei tempi attesi". Tale scenario sottolinea l'urgenza di avere disponibili soluzioni terapeutiche innovative "in grado di rispondere ai bisogni clinici non soddisfatti nelle linee precoci offrendo efficacia e tollerabilità elevate".
I dati recentemente presentati al congresso della Società americana di ematologia (Ash) a Orlando evidenziano come asciminib possa offrire un profilo di tollerabilità superiore rispetto ai Tki, standard of care nei pazienti con Lmc-Cp di nuova diagnosi, riducendo l'incidenza di eventi avversi e favorendo la continuità terapeutica.
"Nelle fasi iniziali della leucemia mieloide cronica - chiarisce Breccia - l'obiettivo è ottenere risposte molecolari rapide e profonde, perché queste si associano a un migliore controllo della malattia nel tempo. Efficacia e tollerabilità sono fattori strettamente connessi: una terapia ben tollerata favorisce la continuità del trattamento e contribuisce al raggiungimento di risultati clinici più solidi. L'inibitore Stamp come asciminib è un farmaco che agisce specificamente sulla tasca miristoilica di Abl. L'innovazione terapeutica rappresentata da questa classe di farmaci antitumorali ha introdotto un nuovo paradigma nel trattamento della patologia: grazie a un meccanismo d'azione differente rispetto agli inibitori della tirosin-chinasi tradizionali, questa terapia consente infatti di ottenere migliori risposte molecolari, riducendo il rischio di eventi avversi. I dati clinici dimostrano che tale approccio innovativo può migliorare in modo significativo l'efficacia del trattamento fin dalle prime linee. Ridurre il carico degli effetti collaterali - sottolinea lo specialista - significa inoltre aumentare la probabilità che il paziente mantenga la terapia nel tempo, un aspetto cruciale per consolidare risposte stabili e durature".
Il raggiungimento precoce di risposte molecolari profonde - prosegue la nota - rappresenta un prerequisito fondamentale per obiettivi terapeutici di lungo periodo, come la remissione libera da trattamento. "Pensare alla possibilità di sospendere la terapia - osserva Breccia - significa impostare fin dall'inizio una strategia sostenibile. Trattamenti che combinano elevata efficacia e buona tollerabilità possono aumentare la probabilità di ottenere risposte stabili, migliorando in modo significativo gli outcome a lungo termine. Asciminib ha mostrato efficacia e sicurezza anche nei risultati emersi dallo studio di fase 2 Asc2Escalate nella coorte di pazienti già trattati con un Tki. Inoltre, i dati preliminari di qualità di vita dello studio Asc4First suggeriscono che il nuovo trattamento possa anche offrire importanti benefici in tal senso, favorendo anche l'aderenza terapeutica".

E' stato approvato nell'Unione europea anifrolumab per l'autosomministrazione per via sottocutanea (Sc), tramite penna pre-riempita, per il trattamento dei pazienti adulti con lupus eritematoso sistemico (Les) in aggiunta alla terapia standard. L'approvazione della Commissione europea segue il parere positivo da parte del Comitato per i medicinali per uso umano (Chmp) dell'Agenzia europea del farmaco (Ema) ed è basata sui risultati positivi dello studio di fase III Tulip-Sc. Nello studio - informa AstraZeneca in una nota - la somministrazione di anifrolumab Sc ha portato a una riduzione statisticamente significativa e clinicamente rilevante dell'attività di malattia, rispetto al placebo, nei pazienti con lupus eritematoso sistemico attivo, autoanticorpi-positivo, in forma da moderata a grave nonostante la terapia standard.
Il lupus eritematoso sistemico è una patologia autoimmune debilitante che colpisce più di 3,4 milioni di persone a livello globale. Colpisce principalmente le donne e può causare dolore, rash cutanei, affaticamento, tumefazione alle articolazioni e febbre. In Europa le persone con Les presentano un rischio di morte da 2 a 3 volte superiore rispetto alla popolazione generale. Sebbene i corticosteroidi orali siano spesso utilizzati per alleviare i sintomi del Les, sono associati a eventi avversi e non mirano ai meccanismi alla base della malattia.
"L'approvazione europea di anifrolumab per l'autosomministrazione tramite penna pre-riempita rappresenta una notizia estremamente rilevante per le persone che convivono con il lupus eritematoso sistemico - afferma Thomas Dörner, reumatologo, professore di Reumatologia ed Emostasiologia presso lo Charité University Hospital di Berlino, Germania e investigator dello studio Tulip-Sc - I clinici hanno ora la possibilità di raggiungere un numero più ampio di pazienti con questo medicinale, che ha dimostrato di ridurre significativamente l'attività di malattia e il rischio di danno d'organo". Il lupus eritematoso sistemico "è stato storicamente sottovalutato - sottolinea lo specialista - ma con raccomandazioni terapeutiche che puntano alla remissione di malattia, un impiego più precoce dei biologici e una minore dipendenza dai corticosteroidi orali, stiamo osservando progressi concreti verso standard di cura più elevati".
Aggiunge Jeanette Andersen, Chair of Lupus Europ: "Il lupus eritematoso sistemico è una malattia fortemente debilitante che colpisce principalmente le giovani donne ed è associata a una sintomatologia che compromette in modo significativo la qualità di vita. Anifrolumab ha rappresentato un'innovazione terapeutica molto attesa nel trattamento del Les e la possibilità di somministrazione a domicilio garantisce ora ai pazienti un'opzione più flessibile e pratica".
"Siamo impegnati a migliorare il trattamento del lupus eritematoso sistemico e, dal momento del suo lancio, anifrolumab somministrato tramite infusione endovenosa ha migliorato gli outcome di malattia per decine di migliaia di persone che convivono con questa patologia - dichiara Ruud Dobber, Executive Vice President, BioPharmaceuticals Business Unit, AstraZeneca - Circa il 70% dei pazienti con Les in trattamento con un farmaco biologico utilizza un'opzione di autosomministrazione per via sottocutanea, per tale motivo questa approvazione consentirà di portare ai pazienti i benefici clinicamente significativi di anifrolumab, ampliando al contempo la possibilità di scelta del paziente in merito a modalità e luogo in cui ricevere il trattamento".
Il profilo di sicurezza di anifrolumab osservato nell'interim analysis dello studio Tulip-Sc - riporta la nota - è risultato coerente con il profilo clinico già noto del farmaco somministrato tramite infusione endovenosa. I risultati ad interim dello studio sono stati presentati durante il Congresso dell'American College of Rheumatology (Acr) 2025 e saranno pubblicati prossimamente su una rivista scientifica. La somministrazione per via sottocutanea di anifrolumab è in corso di valutazione da parte delle autorità regolatorie in diversi Paesi a livello globale, inclusi gli Stati Uniti e il Giappone. La somministrazione tramite infusione endovenosa è approvata per il trattamento del Les in forma da moderata a grave in oltre 70 Paesi nel mondo, inclusi gli Stati Uniti, l'Ue e il Giappone, e sono attualmente in corso revisioni da parte delle autorità regolatorie in altri Paesi. A oggi, più di 40mila pazienti sono stati trattati con anifrolumab a livello globale.

Federica Pellegrini è di nuovo incinta. L'annuncio è arrivato oggi attraverso il suo profilo social, con un post che svela l'attesa della seconda figlia dal marito ed ex allenatore Matteo Giunta, a quasi due anni dalla nascita della primogenita Matilde. La 'Divina' del nuoto italiano ha condiviso con i suoi follower una tenera immagine in bianco e nero che mostra il suo pancino, su cui si posano le sue mani, quelle di Matteo Giunta e la piccola mano della figlia Matilde, nata a gennaio 2024.
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Un post condiviso da Federica Pellegrini (@kikkafede88)[1]
A corredo del post, una frase ironica che cita il celebre film d'animazione: "Piovono polpette". L'ex campionessa olimpica ha poi aggiunto un messaggio carico di emozione: "Inaspettata, come le sorprese più belle… ti aspettiamo piccolina".

Si è tenuta ieri a Roma, presso la Sala Einaudi di Confedilizia, la quinta edizione del Premio Antonio Catricalà, appuntamento che celebra la memoria di un giurista e servitore dello Stato, simbolo di rigore, equilibrio e senso delle responsabilità civiche. Nel corso della cerimonia il riconoscimento è stato conferito a Sabino Cassese, uno dei più autorevoli esponenti del pensiero giuridico italiano, e ad Andrea Illy, in segno di apprezzamento rispettivamente per una vita straordinaria dedicata allo studio del diritto e al servizio del bene comune, e per l’impegno nel mondo dell’impresa e nella promozione di valori di eccellenza e responsabilità sociale.
Sono intervenuti Gianni Letta, già sottosegretario alla Presidenza del Consiglio e figura di rilievo nella politica italiana, e Francesco Paolo Sisto, giurista e parlamentare con una lunga esperienza istituzionale, sottolineando l’eredità umana e professionale di Antonio Catricalà, richiamandone i valori morali e la visione istituzionale, e mettendo in rilievo la straordinaria statura intellettuale e civile di Cassese e l’impegno imprenditoriale e responsabile di Illy.
L’evento, promosso dal Comitato organizzatore guidato dal presidente onorario Fiaip Paolo Righi, insieme a Roberto Somella, direttore di Milano Finanza, e a Andrea Pancani, vicedirettore del TgLa7, conferma il significato più autentico dell’iniziativa: non solo un omaggio al merito, ma anche un’occasione di memoria e di impegno civile, volta a riaffermare il valore della competenza, dell’etica pubblica e della responsabilità verso le istituzioni dello Stato.

Il mobbing indica comportamenti ostili e ripetuti che mirano a isolare o danneggiare psicologicamente il lavoratore ed è tornato proprio recentemente al centro del dibattito pubblico. Ne parla Luca Furfaro, consulente esperto nelle politiche del lavoro e del welfare, che indica cinque segnali per riconoscerlo e sottolinea come la giurisprudenza riconosca il mobbing come una forma di persecuzione psicologica, nonostante manchi ancora una legge dedicata.
I 5 segnali per riconoscere il mobbing
1) L’esclusione da riunioni, chat di gruppo o dalle interazioni sociali: quando una persona viene sistematicamente esclusa dagli incontri di lavoro o dalle comunicazioni informali come chat o momenti di socialità, si crea un isolamento che impedisce di partecipare pienamente al proprio ruolo. Questa esclusione non è casuale, ma spesso una strategia per marginalizzare e indebolire il lavoratore.
2) Campagne diffamatorie o gossip che minacciano la credibilità o la professionalità dell’individuo: diffondere voci false o deformate sul conto di qualcuno, ridicolizzarne le competenze o mettere in dubbio la sua serietà professionale è un modo subdolo di attaccare la sua reputazione. Questo tipo di comportamento può danneggiare profondamente la fiducia in sé stessi e la percezione che gli altri hanno di quel lavoratore.
3) Critiche eccessive o micromanagement senza basi chiare o fondate: una costante e sproporzionata attenzione ai dettagli, con continui rimproveri che non si basano su motivazioni oggettive, può diventare un modo per far sentire inadeguata una persona e minare la sua autonomia. Questo tipo di controllo esasperato tende a creare disagio e insicurezza, andando oltre una semplice valutazione della performance.
4) Informazioni nascoste o sabotaggio: non comunicare dati, scadenze o novità importanti, oppure ostacolare intenzionalmente il lavoro di qualcuno, sono pratiche che rallentano o compromettono inevitabilmente i risultati. Questi atteggiamenti non solo impediscono alla persona di lavorare efficacemente, ma la mettono anche in una posizione svantaggiata rispetto agli altri colleghi.
5) Freddezza o trattamento del silenzio: ignorare deliberatamente una persona, non risponderle o rivolgerle la parola solo quando strettamente necessario produce una sensazione di isolamento emotivo e professionale. Questo tipo di comportamento crea un ambiente gelido, carico di tensione, che può indurre ansia, stress e senso di abbandono.
Cosa fare in caso di mobbing
Per affrontare efficacemente il mobbing, è fondamentale che tanto i lavoratori quanto le aziende adottino un ruolo attivo e responsabile. I lavoratori devono innanzitutto riconoscere i segnali di disagio e non sottovalutare comportamenti che minano il proprio benessere, cercando supporto interno o, se necessario, rivolgendosi a esperti esterni o sindacati. Dall’altro lato, le aziende hanno il dovere di creare ambienti di lavoro trasparenti e inclusivi, promuovendo una cultura di rispetto e ascolto, e mettendo in atto procedure chiare per la gestione e la prevenzione di comportamenti vessatori. Solo con un impegno condiviso si può intervenire tempestivamente, evitando che situazioni di disagio si cronicizzino e compromettano la salute psicofisica dei lavoratori.
E' necessario sottolineare che il mobbing non deve essere per forza perpetrato dal datore di lavoro o da un manager: talvolta sono gli stessi colleghi che mettono in pratica azioni vessatorie nei confronti di uno dei propri pari a livello professionale. In questo caso si parla di mobbing orizzontale e la responsabilità del collega è configurabile solo a titolo extracontrattuale, ma permane quella del datore di lavoro di non aver impedito tali condotte.
Infatti, in caso di mobbing, il datore di lavoro viola l’obbligo di garantire un ambiente sicuro e risponde contrattualmente dei danni. Chi denuncia il fenomeno deve provare il rapporto di lavoro, le condotte vessatorie, il danno subito, il nesso causale e anche l’intento persecutorio che lega tra loro gli atti. Se questo intento non emerge, il giudice deve comunque valutare se ci sia una responsabilità datoriale per aver tollerato un ambiente stressante o dannoso (straining o responsabilità per ambiente di lavoro stressogeno), situazione che richiede solo la prova del danno e del suo collegamento con il contesto lavorativo.
Per Furfaro "è quindi illegittimo che il datore di lavoro, anche solo per colpa, consenta il mantenersi di un ambiente che provochi un danno alla salute del lavoratore. Questa modalità si differenzia dal mobbing perché non richiede necessariamente la prova di un intento persecutorio unificante, ma si fonda sulla violazione colposa dell'obbligo di sicurezza. In questo scenario, il lavoratore deve provare il danno e il nesso con l'ambiente di lavoro, mentre il datore deve dimostrare di aver agito diligentemente per prevenire il medesimo danno".
"Oggi - commenta - in un mercato del lavoro sempre più veloce e competitivo, prendersi cura del clima in azienda influisce davvero sul lavoro di tutti. Per i datori di lavoro, saper riconoscere segnali di disagio, evitare situazioni stressanti e favorire rapporti rispettosi tra colleghi e superiori è fondamentale per il buon funzionamento di un’organizzazione".

Mentre c'è da sciogliere il nodo allenatore, Carlos Alcaraz si diverte con Flavio Cobolli. Il tennista spagnolo sta preparando la nuova stagione a Murcia con l'azzurro, grande protagonista del trionfo in Coppa Davis proprio contro la Spagna del numero uno del mondo, assente a Bologna per infortunio. Tra un allenamento e l'altro però i due trovano anche il modo per concedersi qualche momento di svago.
Nell'ultimo video postato sulle storie Instagram di Stefano Cobolli, padre di Flavio, si vede l'azzurro costretto a pagare una 'penitenza' particolare dopo aver perso una sfida di campo. Alcaraz è infatti saltato sulle spalle di Cobolli, che lo ha portato così in giro facendo finta di colpirlo come un fantino con il suo cavallo.
"Si paga... come sempre", ha scritto Stefano Cobolli, facendo intendere che non è la prima volta che Flavio paga una penitenza di questo genere. Risate e sorrisi tra i due, mentre l'azzurro si esibisce in squat con Alcaraz sulle spalle a fare il gesto del torero. Poi l'abbraccio, fraterno, tra i due.
Alcaraz e l'addio al coach Ferrero, i motivi dell'addio
A seguire la preparazione di Alcaraz non c'è Juan Carlos Ferrero. Il tennista spagnolo si è infatti separato dallo storico allenatore, che lo ha seguito per sette anni, ufficializzando l'addio con un lungo post su Instagram[1]. Ferrero ha risposto a sua volta con una, velata, frecciata: "Mi sarebbe piaciuto continuare", ha scritto il coach, facendo così intendere che la decisione di separarsi non sia stata del tutto condivisa. Ma quali sono stati i motivi dell'addio?
I motivi dell'addio sembrano essere di natura contrattuale. Secondo quanto riportato da diversi media spagnoli, alla base della separazione ci sarebbe proprio il rinnovo del contratto di Ferrero. Il coach vantava infatti percentuali molto alte sugli introiti del giocatore, reduce da una delle migliori stagioni della carriera culminata con la riconquista del primo posto nel ranking Atp.
L'entourage di Alcaraz avrebbe quindi provato ad abbassare queste percentuali e a rinegoziare un accordo al ribasso, che però Ferrero non ha accettato. Da qui nasce la rottura che ha portato poi alla definitiva separazione. Ma non è tutto. Sempre dalla Spagna riportano di un rapporto che si era fatto più teso tra i due, con Carlos che avrebbe voluto più libertà rispetto a quella che gli 'concedeva' Ferrero, che negli ultimi anni ha lavorato per far sì che il tennis fosse al primo posto.
Chi sarà il nuovo allenatore?
Per ora non sembrano essere previsti nuovi inserimenti nello staff di Alcaraz. Stando a quanto riportato da Marca, ad allenare lo spagnolo rimarrà Samuel Lopez, mentre potrebbe avere sempre più risalto nel team la figura di Alvaro Alcaraz, fratello di Carlos finora sparring partner.



