
Come e perché ordiniamo a casa non è più solo una questione di praticità: è uno specchio delle nostre emozioni, dei nostri rituali e del modo in cui costruiamo relazioni e identità. I nuovi italiani del delivery, infatti, usano il cibo per dire chi sono, cosa provano e in che 'mood' si trovano. C’è chi ordina sushi per sentirsi cosmopolita, chi finge che la lasagna arrivi dal proprio forno, chi semplicemente non ha voglia di cucinare, e non se ne vergogna affatto. Con il nuovo Osservatorio Just Eat, realizzato con Toluna, si fornisce una fotografia sulle abitudini, le emozioni e i piccoli rituali che trasformano ogni ordine in un gesto culturale. Città diverse, tre generazioni e un unico filo conduttore: il cibo consegnato a domicilio come specchio fedele del nostro modo di vivere, tra praticità, piacere e un pizzico di strategia sociale.
La consegna a domicilio non è più un “piano B”
Con una media di 1,5 ordini a settimana, ordinare a casa è ormai un’abitudine consolidata, più simile a un rituale che a un’emergenza da frigo vuoto. Chi ordina lo fa principalmente in compagnia (92%), spesso in coppia (55%) o in famiglia (49%), e non è raro dover scendere a compromessi sui gusti. La Gen Z lo usa come estensione della propria socialità - spesso si ordina in gruppo, si litiga sui gusti e si risolve con 'ordini paralleli' da ristoranti diversi (succede a più di metà dei giovani), confermandosi la generazione più inclusiva e democratica. I Millennials alternano momenti di convivialità a serate di comfort e binge watching, mentre la Gen X resta fedele ai propri locali di fiducia, quelli 'di sempre', spesso sotto casa. Quindi il delivery è il nuovo tempo per sé: condiviso o solitario, ma sempre meritato. Una curiosità quando si parla di convivialità? Napoli è la città più 'delivery social': il 70% ordina in compagnia, contro il 59% della media nazionale.
Libertà, praticità e piccoli piaceri
Il delivery permette anche di fare cose che altrimenti sarebbero complicate: ordinare quando non si può uscire (45%), provare piatti nuovi o cucine insolite (33%) e mangiare a orari non convenzionali (24%). L’umore e il contesto influenzano fortemente la scelta: il gusto, con le papille gustative, guida il 47% delle decisioni, il 30% con la pancia ordinando qualcosa che sia in grado di saziare, il cervello per il 13% con alimenti sani e nutrienti e l’estetica, con gli occhi, l’11%. Come dimostra la nuova campagna di Just Eat, che mette in scena con ironia la vera battaglia che succede “dal cervello alle papille gustative, è proprio quel momento in cui tutti noi siamo divisi... fino a premere 'Ordina'”.
Per i più attenti alle texture e ai suoni del cibo, il trend Asmr (Autonomous Sensory Meridian Response) si fa sentire: il 19% cerca piatti con consistenze particolari e il 22% si lascia attrarre dall’estetica del piatto. Chi sceglie cosa ordinare, poi, lo fa guidato da praticità e gusto: velocità (50%), costi di consegna (47%) e prezzo dei piatti (45%) sono i principali driver. Chiamare per ordinare divide nettamente le generazioni: la Gen X non lo vive come un problema, mentre Gen Z e Millennials preferiscono le app digital-first, più rapide e comode.
“L’ho fatta io” (forse): il fascino del delivery camouflage
Non tutti però giocano a carte scoperte: quasi 4 italiani su 10 ammettono di aver spacciato, almeno una volta, un piatto da asporto per una propria creazione. È il fenomeno del delivery camouflage, e riguarda soprattutto contesti informali, come cene con amici, aperitivi casalinghi, pranzi in famiglia. Le 'coperture' più frequenti? Lasagne, pasta al forno e dolci, piatti abbastanza credibili da sembrare homemade ma troppo impegnativi da voler davvero cucinare. E mentre la Gen Z lo vive con leggerezza e ironia, tra i Millennials prevale ancora il senso di 'furbizia': il 60% non lo ammette mai apertamente. Insomma, c’è chi cucina e chi sa solo ordinare bene. E se qualcuno chiede la ricetta? Sorriso, pausa tattica e cambio argomento: la consegna è già arrivata.
Delivery & chill: la nuova frontiera del self-care
Se un tempo ordinare cibo a casa era sinonimo di pigrizia, oggi è diventato un piccolo gesto di cura personale. Per il 57% degli italiani rientra nelle proprie routine di self-care: una serata film, il plaid, la pelle che respira grazie alla skincare e il cibo che arriva da solo. È una coccola low effort ma ad alto rendimento emotivo, che unisce comfort e benessere. La cucina ordinata non è più solo nutrimento, ma parte di un rituale che mette insieme tempo per sé, relax e gratificazione sensoriale. La Gen Z è la più 'wellness-oriented': per molti di loro, ordinare diventa quasi un mood stabilizer, il modo più semplice per sentirsi bene.
Estetica sì, ma senza esibizionismo
Contano la forma e il colore, ma non per fare colpo su Instagram. Il 67% degli italiani dichiara di curare l’estetica del cibo che serve a tavola, ma solo il 42% ammette di scegliere in base al potenziale 'instagrammabile'. Più che esibizione, è questione di cura e atmosfera: voglia di rendere speciale anche una cena a casa, di apparecchiare bene, di dare valore al momento. In fondo, il piacere non è solo nel gusto, ma anche nella scena che si costruisce intorno, quella che unisce la comodità di non cucinare alla soddisfazione di 'fare bella figura' con zero stress.
Il cibo non ha più genere - e il feed detta legge
Nel 2025, anche il cibo diventa genderless: il 61% degli italiani è d’accordo nel dire che non esistono più piatti 'da uomini' o 'da donne'. Il sushi non è più femminile, la bistecca non è più maschile: è solo una questione di gusto, umore e voglia del momento. A guidare molte scelte, poi, c’è l’universo digitale. Il 46% si lascia ispirare da serie Tv o film (e chi non ha ordinato ramen dopo aver visto un anime giapponese o mangiato un croissant dopo un format tutto parigino?) e il 57% ammette di aver copiato una ricetta o un trend dai social. Social network, piattaforme di streaming e Just Eat: la nuova triade del food pop contemporaneo.
I trend che stanno ridisegnando il gusto italiano
Le nuove abitudini del delivery italiano si inseriscono in un contesto globale in cui il cibo è sempre più linguaggio culturale, benessere e identità. Nel 2025 cresce la ricerca di equilibrio tra corpo e mente: il trend del 'mindful eating' guida la riscoperta di alimenti come matcha, kefir e cibi fermentati, protagonisti di un aumento delle ricerche online superiore al +50% negli ultimi due anni. Parallelamente, l’esperienza gastronomica si fa multisensoriale: suoni, consistenze e colori conquistano i social che porta anche l’Asmr nel mondo del gusto.
L’influenza della cultura coreana continua a crescere, trasformando piatti come kimchi e tteokbokki in veri simboli pop (+44% e +61% di contenuti TikTok in Italia nell’ultimo anno). Nell’ultimo anno, infatti, analizzando i dati della piattaforma, la cucina coreana ha avuto un boom tra la fine del 2024 e l’inizio del 2025, con un incremento di ordini di piatti tipicamente coreani come Kimchi (+76%), Bibimbap (+21%), fried chicken (+31%). La Corea è ormai entrata nelle case (e nei carrelli digitali) degli italiani, unendo comfort e curiosità globale.
Allo stesso tempo cresce la voglia di casa e autenticità: la 'conscious home cooking' è il nuovo modo per prendersi cura di sé e dove cucinare o ordinare diventa un gesto di creatività e cura. Infine, cibo e bevande si legano sempre più al mondo del self-care, tra beauty routine, comfort food e la nuova 'water bottle culture', che trasforma anche l’idratazione in un segno di stile. Il risultato è un ecosistema in cui il delivery si afferma come vero osservatorio culturale, capace di connettere tendenze globali e quotidianità italiana, trasformando ogni ordine in un gesto di espressione personale e benessere.
Uno sguardo al futuro
Guardando al futuro, il mondo del delivery si muove su più direzioni. Secondo Grand View Research, il mercato italiano continuerà a crescere nei prossimi anni, passando da circa 1,3 miliardi Usd nel 2024 a 1,8 miliardi Usd entro il 2030 (+4,8% annuo). Ma non è solo una questione di volumi: le nuove abitudini si intrecciano sempre più con il benessere, la sostenibilità e l’esperienza emotiva legata al cibo, ridefinendo il modo in cui gli italiani vivono il delivery. La convenienza si fa sempre più integrata e personalizzata: non si ordina solo per fame o mancanza di tempo, ma per ascoltare il proprio stato d’animo, condividere un momento o cercare conforto. In parallelo, cresce l’attenzione verso scelte alimentari più consapevoli e sostenibili, che uniscono valori e identità, perché ciò che si ordina racconta sempre di più chi siamo e come ci vogliamo sentire.
A sostenere questa evoluzione interviene la tecnologia: dati, logistica e nuovi modelli come le cloud kitchen rendono l’esperienza più fluida e vicina ai bisogni reali delle persone. Il risultato è un ecosistema maturo, dove il delivery non è più solo un servizio ma una forma di espressione quotidiana, capace di unire praticità, emozione e innovazione.
Un racconto anche visivo: la partnership con Santomanifesto
Per dare forma e colore ai principali insight emersi dall’Osservatorio, Just Eat ha collaborato con SantoManifesto,[1] collettivo creativo che ha interpretato i risultati della ricerca in chiave visiva. Nascono così due manifesti illustrati, veri e propri 'quadri del quotidiano', che raccontano con ironia e autenticità come gli italiani vivono oggi il delivery: tra convivialità, comfort e identità. I manifesti saranno disponibili in edizione limitata e acquistabili online, per portare a casa, letteralmente, una rappresentazione delle nuove abitudini del gusto.
In sintesi, il delivery è ormai molto più di un servizio: è un linguaggio quotidiano del benessere e dell’identità. Racconta chi siamo, come ci sentiamo e cosa vogliamo (anche senza dirlo). Tra la lasagna 'camouflage' e il poke del mercoledì, tra l’estetica curata e la pizza di conforto, l’Italia 2025 ha riscritto le sue abitudini del gusto, con ironia, autenticità e una buona dose di appetito per la vita, perché dietro ogni ordine c’è una piccola storia di tempo, appartenenza e voglia di sentirsi bene. Ordiniamo per fame, ma in realtà stiamo ordinando emozioni.

Il 'colpo del secolo' realizzato soltanto poche settimane fa in uno dei musei europei più grandi e importanti del mondo, ha messo in luce quanto possa scoprirsi fragile anche un sistema di sicurezza di un’eccellenza a livello globale. Tra videocamere analogiche e datate, sensori perimetrali inattivi, sistemi informatici non aggiornati, scarsa attenzione alle più semplici regole dettate dalla cyber security (password inefficaci e non cambiate frequentemente) e carenza di personale di vigilanza in servizio, il furto, al di là dell’enorme valore delle opere sottratte, appare di incredibile gravità proprio a causa delle tante concause che possono averlo reso, a tutti gli effetti, di semplice attuazione. Quanto accaduto si profila certamente come un caso di particolare riflessione per il settore della sicurezza museale, che rappresenta uno dei più interessanti contesti di applicazione delle tecnologie in mostra a 'Sicurezza', manifestazione dedicata a security&fire in programma da oggi al 21 novembre a Fiera Milano.
'Sicurezza' fa parte di Miba-Milan international building alliance, il format che la vede svolgersi in contemporanea con Gee-Global elevator exhibition, manifestazione dedicata alla mobilità orizzontale e verticale, Made expo, evento leader in Italia per il mondo dell’edilizia e dell’architettura e Sbe-Smart Building Expo, manifestazione della home and building automation e dell’integrazione tecnologica. Il 'colpo del secolo' non è certo un caso isolato: il database dell'Interpol, l'unico che contiene informazioni certificate dalla polizia su oggetti d'arte rubati e scomparsi nel mondo, registra, ad oggi, immagini e descrizioni di 57.000 opere mai ritrovate. Nel solo 2025 un’azione congiunta delle forze dell’ordine ha portato all’arresto di 80 persone e al sequestro di oltre 37.700 beni culturali implicati nel traffico illecito, a dimostrazione di un mercato attivo e ben organizzato.
In Italia è il comando carabinieri tutela patrimonio culturale a occuparsi del recupero di opere trafugate, ma la prevenzione resta lo strumento principale a tutela del patrimonio artistico, culturale e museale. Le soluzioni tecnologiche ci sono: l'Intelligenza artificiale a bordo delle videocamere è in grado di identificare movimenti sospetti e di seguire i malintenzionati anche in folle numerose, grazie all’elaborazione dei big data; i sistemi di controllo accessi sono capaci di reagire in modo autonomo a potenziali tentativi di effrazione e si possono avvalere di sistemi biometrico-digitali per accessi sensibili; soluzioni integrate di antintrusione permettono la gestione da remoto in un’unica piattaforma con alert automatici. Il tutto, reso efficiente e protetto grazie alle nuove potenzialità della cybersecurity, ambito ormai fondamentale per la gestione e la tutela di sistemi che gestiscono immense quantità di dati.
A 'Sicurezza' le soluzioni più avanzate saranno presentate da oltre 340 espositori italiani e internazionali, offrendo una tra le panoramiche più importanti a livello europeo per i settori della security e dell’antincendio. Ma la sola tecnologia, per quanto all’avanguardia, non basta: le soluzioni digitali della security funzionano solo se gestite da risorse professionali competenti, per creare sistemi 'ibridi' uomo-macchina efficaci e resilienti di fronte a minacce sempre più ampie e complesse, come quelle che possono insidiare il patrimonio artistico.
Per questo, 'Sicurezza' dedicherà un incontro di approfondimento a una nuova figura professionale, il cultural security manager: un professionista capace di integrare tecnologie avanzate, visione strategica e sensibilità culturale per garantire la protezione e la fruizione del patrimonio, trasformando la sicurezza in un fattore di sviluppo e reputazione per enti pubblici e imprese. Proprio per offrire l’opportunità concreta di acquisire gli skill necessari per questo profilo, Fondazione Enzo Hruby e Università di Pavia hanno lanciato un corso di perfezionamento in Cultural security management, un percorso unico in Italia che forma nuove competenze manageriali e tecniche al servizio della cultura. Il corso sarà illustrato domani, 20 novembre, dalle ore 14.15 nella Cyber & Security Arena (Pad. 5).
Attraverso 'Sicurezza', proprio da un Paese come l’Italia che è tra i più ricchi al mondo di opere d’arte, può, dunque, arrivare una risposta concreta all’esigenza di tutelare il patrimonio museale. Perché la sicurezza non è una spesa, ma un investimento e un dovere fondamentale per assicurarci che l’eredità culturale del nostro passato possa restare anche come parte del futuro di tutti noi.

Ha ucciso la sorella a coltellate e poi ha chiamato i carabinieri. È accaduto nel primo pomeriggio di oggi a San Paolo Belsito (Napoli). La vittima si chiamava Noemi Riccardi e aveva 23 anni. Dopo aver accoltellato la ragazza, il fratello Vincenzo Riccardi, 25 anni, ha immediatamente chiesto l'intervento dei carabinieri e si è consegnato ai militari dell'Arma. Sul posto è intervenuto il pm di turno della Procura di Nola che coordina le indagini.

Italia-Austria, quarti di finale di Coppa Davis, interrotta nel corso del primo match tra Matteo Berrettini e Jurij Rodionov. Ma cosa è successo? Dopo alcuni stop ai match visti durante l'ultima edizione delle Atp Finals a Torino, stavolta lo stop è legato a problemi tecnici. In particolare, un problema di illuminazione alla Super Tennis Arena di Bologna Fiere (si sono accese delle luci in più e l'illuminazione sul campo non è uniforme). Il match è ricominciato dopo circa un quarto d'ora, quando i tecnici hanno ripristinato le condizioni ideali per la ripresa della prima partita, in cui Berrettini ha vinto il primo set.

“Miba è l’unione di quattro manifestazioni: Made expo, Smart Building expo, Gee e Sicurezza. Quattro appuntamenti diventati una piattaforma di confronto per tutti gli attori della filiera. Ci saranno più di 1.300 espositori che metteranno in mostra il meglio della loro produzione, provenienti da 44 paesi. È il 28% la percentuale di internazionalità in manifestazione”. Così Paola Sarco, amministratore delegato di Made expo e responsabile di Miba, in occasione di Made expo 2025, il più autorevole appuntamento italiano dedicato al mondo dell’edilizia e dell’architettura, in svolgimento a Fiera Milano dal 19 al 22 novembre 2025.
“Miba è anche una piattaforma culturale – conclude Sarco - Saranno più di cento gli eventi organizzati durante i quattro giorni di manifestazione in collaborazione con i nostri partner, che toccheranno tutti i temi e i trend più importanti in questo momento all'interno del mercato delle costruzioni. Sono sostenibilità, digitalizzazione, transizione energetica, comfort e infine sicurezza, sicurezza del costruito ma anche sicurezza delle persone e delle cose”.

“Negli ultimi anni stiamo portando avanti un ampio programma di interventi strategici che riguardano non solo le infrastrutture tradizionali, ma anche la rigenerazione urbana, la digitalizzazione e l’innovazione dei sistemi di mobilità, temi che sono al centro di questo evento. L’integrazione delle tecnologie sostenibili, l’efficientamento energetico e la mobilità innovativa sono aspetti chiave per costruire un Paese più competitivo e pronto ad affrontare le sfide future”.
Così il Vice Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Edoardo Rixi, in una nota inviata nella giornata inaugurale di Made expo 2025, il più autorevole appuntamento italiano dedicato al mondo dell’edilizia e dell’architettura, a Fiera Milano dal 19 al 22 novembre 2025.
Un evento che “il Ministero seguirà con grande attenzione”, conclude Rixi.

L’Ufficio centrale per il referendum, costituito presso la Corte suprema della Cassazione, ha ammesso le quattro richieste di referendum sulla giustizia presentate da deputati e senatori di maggioranza e opposizione. Nell’ordinanza in particolare si dichiara che le richieste di referendum “sono conformi alle norme dell’articolo 138 della Costituzione e della legge 352 del 1979”.
L’ordinanza ora sarà “immediatamente comunicata, in copia autentica, al Presidente della Repubblica, ai presidenti delle Camere, al presidente del Consiglio dei ministri e al presidente della Corte Costituzionale” e verrà notificata “entro cinque giorni dal deposito, ai delegati dei parlamentari richiedenti”.

La malattia reumatologica è ad espressione clinica quindi per la diagnosi precoce è indispensabile prestare "attenzione ai primi sintomi e precisione nella loro identificazione così da poter inviare il paziente quanto prima dal reumatologo, il quale poi deciderà quali sono gli esami più importanti da fare. La prevenzione o la diagnosi precoce fatta attraverso il semplice esame del sangue ha diverse criticità: secondo me, è importante riportare l'attenzione sulla clinica". Lo ha detto Roberto Caporali, presidente eletto Sir - Società italiana di reumatologia, professore di Reumatologia presso l’università degli studi di Milano e direttore del dipartimento di Reumatologia dell’Asst Gaetano Pini-Cto, intervenendo oggi a Milano alla presentazione del Congresso Sir 2025, previsto dal 26 al 29 novembre, a Rimini.
"La prevenzione delle malattie reumatologiche - tema molto importante per noi e di cui, fino a qualche anno fa, non si parlava - si suddivide in due filoni - illustra Caporali - Quella primaria si fonda sul miglioramento degli stili di vita, come l'attenzione all’alimentazione, e di alcune situazioni ambientali, come il fumo di sigaretta, che va evitato soprattutto se si ha familiarità con queste patologie. Esiste poi la prevenzione attraverso i farmaci: importanti studi dimostrano che nelle fasi precocissime di malattia, ancora prima che si palesino i sintomi, è possibile interrompere il disordine del sistema immunitario e prevenire la malattia con delle terapie".
"Tenere sotto controllo le malattie reumatologiche è possibile - avverte l'esperto - se facciamo una diagnosi precoce e iniziamo" tempestivamente la somministrazione dei "farmaci attivi che abbiamo a disposizione. Utili a questo scopo sono anche i controlli ripetuti e gli esami fatti fin dal primo giorno, così come la radiografia e l’ecografia articolare. Riuscire a controllare la progressione di malattia significa cercare" di portare "i pazienti in una situazione di remissione - conclude - che, tendenzialmente, previene anche tutte le complicanze extra articolari".

Un brutto errore, costato l'eliminazione alla Francia in Coppa Davis. Corentin Moutet è stato protagonista in negativo della sfida dei quarti di finale contro il Belgio: nel decisivo match contro Raphael Collignon, dopo aver vinto il primo set e al servizio sul 5-6 per rimanere nel secondo (sul 15-15 nel dodicesimo game), il transalpino ha tentato una giocata totalmente no sense sotto rete. Moutet ha fintato lo smash, cercando in seguito di chiudere il punto con un tweener. Esito? Disastroso. Moutet non è riuscito a colpire la pallina, lisciandola e regalando così un punto cruciale all'avversario, che ha portato a casa il match in rimonta.
Nel secondo match, Rinderknech è stato poi messo ko da Bergs, con la conseguente eliminazione della Francia. Semifinale invece per il Belgio, che nel penultimo atto del torneo se la vedrà con la vincente di Italia-Austria.
Gabriele Tersigni, il carabiniere a cui Santino Tuzi, il brigadiere che dichiarò di aver visto Serena Mollicone entrare in caserma il 1 giugno del 2001, fece le sue confidenze prima di suicidarsi, è stato ammesso a testimoniare al nuovo processo di secondo grado sull'omicidio della 18enne di Arce. Lo ha deciso la terza sezione della Corte d’Assise d'Appello di Roma, presieduta da Galileo D'Agostino. Il processo d'Appello bis ha preso il via il 22 ottobre scorso, dopo che la Cassazione ha annullato la sentenza di assoluzione nei confronti dei tre imputati, l'ex comandante della locale stazione dei carabinieri, Franco Mottola, il figlio Marco e la moglie Anna Maria.
Oltre a Tersigni sono stati ammessi al processo tutti i testimoni che possano contribuire a ricostruire il presunto ingresso della 18enne di Arce nella caserma dei carabinieri dove, secondo la procura, la giovane sarebbe stata uccisa. La Corte ha inoltre disposto l'esame dei tre imputati e sono stati ammessi al processo i consulenti. Su questo punto la difesa ha chiesto che siano sentiti in contraddittorio tra loro e si è riservata di proporre gli abbinamenti. Saranno acquisite le intercettazioni, una ambientale (28 settembre 2008) e una telefonica (10 ottobre 2008), delle conversazioni tra Sonia Da Fonseca e il carabiniere Ernesto Venticinque.
Soddisfatta per l'ammissione al processo della testimonianza di Tersigni, Maria Tuzi, la figlia del brigadiere Santino che morì nel 2008 dopo aver dichiarato di aver visto Serena Mollicone entrare in caserma il 1 giugno del 2001. "Lui era un superiore di mio padre ma non partecipava alle indagini sul caso di Serena e ha raccolto le sue confidenze in qualità di amico non di superiore. Confidenze che vanno a confermare quanto mio padre affermava, ovvero di aver visto Serena entrare in caserma. Mio padre descrive i vestiti di Serena e la sua descrizione coincide con quelli che aveva quando è stata trovata morta. Tersigni fu uno dei primi a giungere sul posto".
Quanto alla morte del padre, Maria Luzi ha avanzato ancora dubbi e annunciato nuovi elementi che lo provano. "L'ho detto quasi sempre, mio padre non può essersi suicidato o se lo ha fatto non è stato per motivi passionali- ha continuato - Mio padre non aveva motivo di togliersi la vita, era diventato nonno da pochissimo tempo, mio figlio aveva solo 10 mesi, e la prima volta che si è commosso è stato proprio quando gli hanno dato tra le braccia mio figlio. Non può esserci sentimento più forte di quello che aveva per mio figlio. Io non credo al suicidio di mio padre".
"Ho dato mandato a un perito della balistica che sta facendo dei lavori importanti sulle foto della pistola (con cui Tuzi si sarebbe sparato ndr) - ha detto - Stiamo cercando anche un medico legale e una grafologa che possano aiutarci a capire di più di quello che già sappiamo". "Per noi oggi è un nuovo inizio. Per quanto mi riguarda non finisce qui: io ho già iniziato con delle nuove indagini e abbiamo degli elementi, anche abbastanza importanti, che finora non erano venuti alla luce. Stiamo ancora lavorando ma ci sono dei particolari che non ci portano al suicidio".

Un intervento modulato e intelligente che riprogramma il sistema immunitario alterato, senza aggredirlo, per spegnere l’infiammazione e tornare a una situazione di equilibrio. È lo scenario che si apre grazie a terapie innovative attualmente allo studio per il trattamento delle malattie reumatologiche autoimmuni. Insieme alla possibilità di fare diagnosi precoce, alla medicina di precisione e al contributo dell’Intelligenza artificiale (Ia) , queste nuove prospettive terapeutiche stanno ridisegnando il futuro della reumatologia. Se ne è parlato oggi, a Milano, nel corso della conferenza stampa di presentazione del 62° Congresso nazionale della Sir-Società italiana di reumatologia. L’evento, che si svolgerà a Rimini dal 26 al 29 novembre, celebra quest’anno il 75° anniversario dalla fondazione della Società Scientifica.
"L’innovazione più promettente sono le terapia cellulari nate dalla ricerca sui tumori", spiega Andrea Doria, presidente Sir, professore di Reumatologia dell’Università di Padova, che anticipa uno dei temi più attesi del prossimo Congresso. "Le Car-T (Chimeric Antigen Receptor T cells) sono linfociti del paziente riprogrammati in laboratorio per riconoscere e distruggere le cellule che producono gli autoanticorpi responsabili di infiammazione o altri danni ad organi e tessuti Già usate in oncologia, stanno mostrando risultati sorprendenti anche in alcune malattie autoimmuni come lupus e sclerodermia, con remissioni prolungate".
Ma adesso "la ricerca si sta già spingendo oltre, con una nuova generazione di Car-T dette ‘regolatorie’, più ‘gentili’, capaci di spegnere l’infiammazione invece di distruggere le cellule immunitarie - illustra - In uno studio presentato all’ultimo congresso dell’American College of Rheumatology, queste Car-Treg sono state testate nell’artrite reumatoide per riconoscere come bersaglio specifico la citrullina, molecola chiave in questa malattia, responsabile della produzione di autoanticorpi. Nel tessuto articolare, le Car-Treg legano la citrullina creando un microambiente antinfiammatorio e immunomodulante, riducendo il danno e senza gli effetti collaterali delle Car-T effettrici. Un altro filone emergente - aggiunge Doria - riguarda gli anticorpi bispecifici. Versione ‘smart’ delle terapie biologiche tradizionali, sono molecole capaci di legarsi a due bersagli contemporaneamente, aumentando l’efficacia degli anticorpi a singolo bersaglio. C’è poi il grande capitolo della medicina di precisione: biopsie sinoviali e analisi molecolari dei tessuti articolari promettono di identificare in anticipo quale farmaco funzionerà meglio per ciascun paziente. L’auspicio è che questi progressi entrino nella pratica clinica nei prossimi 4-5 anni. Non parleremo ancora di ‘guarigione’ – perché la predisposizione genetica all’autoimmunità resta – ma di remissioni durature, senza terapia e con una qualità di vita nettamente migliore".
Parlando di nuove frontiere della reumatologia, Roberto Caporali, presidente eletto Sir, professore di Reumatologia dell’Università degli Studi di Milano e direttore del dipartimento di Reumatologia Asst Gaetano Pini-Cto, ricorda come la prima vera rivoluzione non appartenga al futuro, ma al presente, ossia la diagnosi precoce. "Abbiamo conoscenze e strumenti per riconoscere molte malattie reumatiche nelle loro primissime fasi - afferma - Il problema, semmai, è organizzativo: i pazienti devono arrivare prima dal reumatologo, perché intervenire tempestivamente può cambiare la storia della malattia. Grazie a esami del sangue, genetica, profili metabolici, immagini e algoritmi di intelligenza artificiale sta, inoltre, diventando sempre più concreta la possibilità di predire l’andamento della malattia, lo sviluppo delle sue complicanze e la risposta ai diversi possibili trattamenti. Nella psoriasi, ad esempio- chiarisce Caporali - alcuni indicatori permettono già di capire quali pazienti sono più a rischio di sviluppare l’artrite psoriasica; nelle vasculiti o nelle miositi, test mirati possono suggerire se la malattia sarà più o meno aggressiva; nell’artrite reumatoide, l’analisi molecolare della biopsia sinoviale aiuta a distinguere chi risponderà meglio a una certa terapia".
Certo "non si tratta ancora di pratica clinica di routine - avverte - ma la distanza tra laboratorio e ambulatorio si sta accorciando. Alcuni marcatori già li conosciamo, e stiamo imparando a usarli. Altri sono in una fase di ricerca molto vicina all’applicazione reale. Stiamo andando nella direzione di poter scegliere il farmaco giusto, al momento giusto, per ogni specifico paziente. Oggi i reumatologi hanno a disposizione molte terapie - sottolinea l’esperto - ma non sempre è chiaro quale sia la migliore per ciascuno. Con i nuovi biomarcatori, oltre alle caratteristiche del paziente, sarà possibile evitare i tentativi ‘prova e sbaglia’, ridurre i mesi persi con terapie inefficaci e trattare subito in modo mirato i pazienti con malattia precoce o aggressiva”.
Ad accelerare queste trasformazioni c’è l’Intelligenza artificiale. "Le nostre malattie sono complesse, croniche, variabili nel tempo e per monitorarle servono tantissimi dati: clinici, di laboratorio, immagini radiografiche ed ecografiche", evidenzia Angela Anna Padula, vicepresidente Sir, direttrice dell’Uoc di Reumatologia dell’Aor San Carlo di Potenza e responsabile del dipartimento di Reumatologia della Regione Basilicata. "L’Ia può analizzare queste informazioni in modo rapidissimo e preciso, individuando connessioni che all’occhio umano possono sfuggire. È uno strumento potente, che migliora diagnosi, scelta terapeutica e follow-up".
"Al congresso Sir - anticipa Padula - saranno presentati 3 studi che mostrano come l’Ia stia già entrando nella pratica reumatologica. Il primo riguarda le artropatie microcristalline e il deep learning: un algoritmo ha riconosciuto automaticamente i cristalli nelle ecografie del ginocchio, rendendo la diagnosi più oggettiva e accessibile anche nei centri meno specializzati. Il secondo ha impiegato radiomica e machine learning per distinguere due fibrosi polmonari quasi identiche alla Tac (quella idiopatica e quella associata all’artrite reumatoide): una differenza fondamentale perché le terapie sono completamente diverse. Il terzo studio ha riguardato il lupus, con un modello in grado di prevedere il rischio di riattivazione della malattia a 12 mesi, permettendo follow-up più stretti e interventi più tempestivi. Insomma, pur non sostituendo il medico, l’Ia può supportarci in modo straordinario ma dobbiamo usarla con rigore - consiglia l’esperta - gli algoritmi sono tanto affidabili quanto lo sono i dati con cui vengono addestrati. Servono competenze, standardizzazione e collaborazione, non solo tra centri, ma anche tra diverse professionalità, ingegneri, data scientist e clinici".
A tale proposito, Fira- Fondazione italiana per la ricerca in reumatologia Ets lancerà la sua ultima iniziativa a sostengo di una maggior conoscenza e comprensione delle malattie reumatologiche. "La prima Borsa di Ricerca Carla Fracci, che abbiamo potuto finanziare grazie alla raccolta fondi promossa la scorsa primavera attraverso il 1° Gala Fira per la Ricerca, sarà assegnata tramite un bando del valore di 400mila euro destinato a sostenere un progetto dedicato all’epidemiologia delle malattie reumatologiche in Italia", annuncia Alberto Cauli, presidente Fira, professore ordinario di Reumatologia dell'Università degli Studi di Cagliari e direttore della struttura complessa di Reumatologia dell'Aou del capoluogo sardo. "A oggi, infatti, non disponiamo di dati consolidati e aggiornati sulla reale diffusione delle numerose patologie reumatologiche nel nostro Paese - osserva Cauli - Con questo studio intendiamo offrire una fotografia dettagliata, precisa e scientificamente fondata, utile ai decisori, alle Regioni e alle strutture sanitarie per pianificare al meglio le risorse necessarie a rispondere ai bisogni dei pazienti. Siamo convinti che conoscere i numeri reali renderà più efficace sia l’attività clinico-assistenziale sia quella di ricerca. Presenteremo ufficialmente il bando alla comunità dei reumatologi italiani durante il prossimo Congresso nazionale Sir di Rimini, e ci aspettiamo una partecipazione ampia e qualificata, così da poter procedere in tempi rapidi all’assegnazione della borsa".
Confermata anche quest’anno la SiRun, corsa non competitiva organizzata dalla Sir in occasione dell’apertura del suo Congresso nazionale (info e adesioni congressosir.com/sir-run/). A Rimini, verrà inoltre, presentata ufficialmente la nuova brochure Sir sulla prevenzione delle malattie reumatologiche, che sarà consegnata ai partecipanti.

"Nella terapia delle malattie reumatologiche stiamo assistendo a una grande innovazione, rappresentata dalle terapie cellulari. Oggi, anziché utilizzare gli anticorpi monoclonali come in passato, iniziamo ad utilizzare delle cellule ingegnerizzate per colpire dei bersagli specifici. Si tratta quindi di terapie mirate che permettono di targettizzare le cellule implicate nel processo patologico". Così Andrea Doria, presidente Sir - Società italiana di reumatologia e professore di Reumatologia all’Università degli studi di Padova, anticipando oggi a Milano i temi principali del Congresso Sir 2025, in programma a Rimini dal 26 al 29 novembre.
Tipicamente si utilizzano "i linfociti T che, dopo essere stati prelevati dal paziente attraverso la linfoaferesi - spiega Doria - vengono portati in laboratorio e ingegnerizzati ad esprimere il recettore chimerico per l'antigene che va a colpire i linfociti B, responsabili della produzione degli autoanticorpi, i biomarcatori specifici delle malattie reumatologiche. Questi vengono quindi infusi nel paziente e vanno a colpire le cellule verso cui sono diretti. Il meccanismo d'azione è molto più semplice rispetto a quello degli anticorpi monoclonali - osserva l'epserto - perché una volta che il linfocita T incontra il linfocita B, lo distrugge, determinando quindi una deplezione del numero dei linfociti B molto maggiore e molto più persistente rispetto a quella data dagli anticorpi monoclonali che abbiamo utilizzato fino adesso. Dal punto di vista clinico le terapie cellulari sono infatti in grado di indurre delle remissioni prolungate".
Rispetto alla Car-T tradizionale, impiegata in oncologia, che produce linfociti T effettori, "in studi recentissimi sono stati impiegati i linfociti T regolatori, che hanno dato il via a un'altra piccola rivoluzione - prosegue Doria - Quando questi linfociti T regolatori montano un recettore chimerico per l'antigene vanno a colpire l'antigene specifico - nel caso dell’artrite reumatoide, ad esempio, quello della citrullina - si legano a esso e inducono un ambiente antinfiammatorio immunomodulante. Il vantaggio è quindi quello di ridurre l'infiammazione senza distruggere le cellule".
La distruzione delle cellule B derivata dall’impiego di linfociti T effettrori "comporta infatti degli effetti collaterali - precisa il presidente Sir - come la sindrome da secrezione di tipo chimica che è molto importante, che si verifica in una frequenza piuttosto elevata e che si deve combattere ad esempio con l'impiego delle dell'anti interleuchina 6, oppure si possono verificare alterazioni neurologiche indotte da cellule effettrici. Sono convinto - aggiunge - che nei prossimi anni avremo la possibilità di manipolare il sistema immunitario dei nostri pazienti cercando di indurre una remissione il più profonda possibile con meno effetti collaterali possibili".
La disponibilità di terapie all’avanguardia e lo studio di trattamenti ancora più efficaci e con minori effetti collaterali si scontrano però con la difficoltà di diagnosi e presa in carica con cui i pazienti devono ancora troppo spesso fare i conti. "La reumatologia vive una sorta di contraddizione- afferma Doria - I reumatologi sono concentrati negli ospedali, dove però dovrebbero essere curate solo le malattie più gravi e rare. Viceversa, nel territorio ci sono le malattie reumatologiche più alto impatto epidemiologico, come l'artrosi, l'osteoporosi, la fibromialgia, ma ci sono pochi reumatologi. Questa è una contraddizione che deve essere curata. Una maggior presenza di reumatologi nel territorio porta a una diagnosi precoce e dunque a un riferimento precoce ai centri specialistici. Questi ultimi, a loro volta - conclude - verrebbero così sgravati da tutta quella mole di pazienti che potrebbero essere seguiti nel territorio, a grande vantaggio dei pazienti e anche dei reumatologi".

In Italia sono quasi 4 milioni i pazienti oncologici e 3 milioni i caregiver – spesso familiari – che si prendono cura di loro ogni giorno, dedicando tempo e forze. Due percorsi diversi e complementari, fisicamente ed emotivamente complessi, che possono trovare supporto nell’arte e nella scrittura: è quanto sostiene Fondazione IncontraDonna, che ha ideato il premio letterario ‘SopratTutto Scrivere - Lara Facondi’. Il tema di quest’anno, 5ª edizione, è ‘L’immaginario e l’onirico nella scrittura e nella creazione artistica: la voce del paziente e del caregiver’. I 4 vincitori verranno annunciati venerdì 21 novembre a Roma, presso l’Officina delle Arti Pier Paolo Pasolini, Laboratorio di Alta formazione artistica e Hub Culturale della Regione Lazio, diretto da Tosca.
"Il premio nasce da un’idea della giornalista Lara Facondi ed è dedicato alla sua memoria - spiega Antonella Campana, presidente Fondazione IncontraDonna - Per Lara la scrittura e l’arte possono diventare strumenti di cura e rinascita: modi per raccontarsi, per trasformare il dolore, per ritrovare equilibrio e forza nel cammino della malattia. È a partire da questa visione che abbiamo scelto di proseguire il progetto, dando voce a chi vive l’esperienza oncologica in prima persona o accanto a un proprio caro. Per questa edizione abbiamo ricevuto un numero straordinario di contributi: un segnale forte del bisogno di esprimersi e di condividere emozioni, e la conferma di quanto sia importante continuare a offrire spazi di ascolto e di espressione. Crediamo che questo tipo di creatività abbia un ruolo fondamentale nel percorso di cura, è anche per questo che continuiamo a investire nella medicina narrativa: perché restituisce dignità ai vissuti e crea connessioni".
Il concorso - informa una nota - premia 4 categorie: narrativa, poesia, opera grafica e premio speciale ‘Maria Arcidiacono’. I riconoscimenti saranno consegnati dai membri del Consiglio di amministrazione di Fondazione IncontraDonna, mentre le opere saranno lette dai partecipanti del corso di teatro del progetto Re-Start Cancer Care ideato sempre dalla Fondazione. "SopratTutto scrivere è un appuntamento che seguiamo con grande attenzione e non potremmo esserne più felici – conclude Tosca, direttrice artistica di Officina Pasolini - Ogni edizione porta con sé storie e sensibilità diverse. Per noi è un privilegio poter offrire anche quest’anno uno spazio in cui queste voci possono trovare ascolto. Siamo felici di accogliere questa cerimonia, che rappresenta un momento importante di condivisione e vicinanza verso le persone che vivono un percorso oncologico e verso chi, come i caregiver, le sostiene ogni giorno". L’evento per la consegna dei premi è alle ore 21 presso l’Officina Pasolini Hub Culturale – Teatro Eduardo De Filippo.
(Adnkronos) - Nel suo intervento al Dialogo Mediterraneo Italo-Spagnolo, organizzato a Roma da Med-Or e Real Instituto Elcano, il presidente della fondazione Marco Minniti ha tracciato una mappa delle tre grandi partite che oggi si giocano nella regione: il percorso verso una pace duratura in Medio Oriente, la crescente instabilità africana e la competizione globale sulle risorse strategiche. Una riflessione che diventa un appello diretto all’Europa: “Non credete a chi dice che gli equilibri del mondo si decidono altrove. Il Mediterraneo è tornato al centro dello scenario globale. È un’occasione storica. Perderla sarebbe un errore drammatico”.
Dopo l’introduzione di Alfredo Mantovano e prima del discorso dell’ex ministra degli Esteri spagnola Ana Palacio, Minniti parte da una notizia appena arrivata da New York: il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha approvato una risoluzione sulla crisi medio-orientale. “Non la chiamo storica: la storia la fanno gli storici. Ma è una risoluzione molto importante”, sottolinea. Dopo anni di paralisi dovuta ai veti incrociati, l’Onu torna a contare: “Lo si deve all’iniziativa americana: senza, non saremmo arrivati a questo risultato. È solo un punto di partenza, ma un punto di partenza vero”.
L'ex ministro dell'Interno invita però a non guardare solo a Gaza, perché i fronti che possono far saltare tutto sono almeno due:
Il Libano e il disarmo di Hezbollah. La questione è esplosiva: “La fine dell’anno è la scadenza per decidere il disarmo di Hezbollah. Oggi la situazione non è sotto controllo”. Gli episodi di fuoco contro militari di Unifil - spiegati da Israele come errori dovuti al maltempo - per Minniti sollevano domande inquietanti: “E se ci fossero stati dei morti? Cosa avremmo davanti oggi?”
E poi la Cisgiordania e gli incidenti a rischio escalation. La tensione è alta: “Ieri scontri durissimi della polizia israeliana per smantellare un insediamento illegale; altri per la raccolta delle olive. Tutto è drammaticamente intrecciato”. Il punto politico, però, riguarda la credibilità stessa dei processi di disarmo: “Se non si disarma Hezbollah, perché dovrebbe farlo Hamas? E allora per Israele sarebbe una minaccia diretta alla sua sicurezza”.
Minniti lega la crisi mediorientale alle fragilità africane: “Certo che c’è un filo diretto. Non possiamo far finta che non esista”.Le previsioni sono chiare: “Nei prossimi vent’anni l’Africa continuerà a crescere demograficamente; noi in Europa siamo in recessione demografica. Questa partita va governata, non può essere lasciata ai trafficanti di esseri umani”.
Richiama il discorso di Mantovano, con l’immigrazione legale che va incentivata, quella illegale combattuta, e aggiunge: “Se l’Europa ha retto è grazie agli accordi con i Paesi di partenza e transito. Lo hanno fatto per primi Italia e Spagna, poi è arrivata, in modo cruciale, la stessa Unione Europea”.
La strategia, dice citando Lao Tzu, è dialogare e investire nei Paesi africani: “Una strategia senza tattica è la via più lunga per la vittoria. Una tattica senza strategia è il rumore di fondo di una sconfitta”.
Per Minniti, “se oggi parliamo con relativa calma di migrazioni è perché la Tunisia sta rispettando gli impegni”. Ma la politica interna è instabile, e la penetrazione cinese aumenta: “Quest’estate la Cina è diventata il principale cooperatore economico tunisino. Aziende cinesi gestiscono finanziamenti europei. È una situazione turbolenta, con una leadership diciamo inquieta”.
Il presidente di Med-Or descrive un’Africa attraversata da nuovi protagonisti: “Cina e Russia da anni, ma quest’anno la sorpresa è la Turchia”. L’ammirazione per la capacità geostrategica di Ankara non gli impedisce una nota di allarme: “Per Italia, Spagna ed Europa avere una Turchia molto forte in Somalia, Mali, Niger dovrebbe farci riflettere. La fame vien mangiando. Oggi sono partner; domani, se i rapporti di forza saranno favorevoli, potrebbero decidere diversamente”.
Minniti ricorda il nuovo attivismo di Khalifa Haftar: “La Cirenaica valuta di fare proprio l’accordo del 2019 che assegna alla Turchia l’uso delle acque territoriali libiche. Haftar lo aveva definito una svendita nazionale. Il fatto che oggi la situazione sia cambiata in modo così significativo ci deve fare riflettere”.
La situazione è instabile in Somalia, nel Sahel, i ministri degli Esteri di Etiopia ed Eritrea si attaccano, c’è il conflitto latente tra Algeria e Marocco sul Sahara Occidentale, una nuova legge sull’emergenza nazionale ad Algeri (che affida i poteri non al presidente ma al capo di Stato Maggiore). E non mancano gli allarmi di queste ore: “In Nigeria ieri hanno rapito 27 ragazze. Non Boko Haram, ma gang criminali. Ma ci riporta dritti al 2014. La Nigeria è il Paese più popoloso dell’Africa: pensiamo davvero di poterne fare a meno? Se la Nigeria collassa, può essere l’innesco di una destabilizzazione globale”, spiega Minniti.
Che lega la dimensione geopolitica a quella economica: “La Cina ha potuto fermare Trump nella sua escalation commerciale grazie al monopolio sulle terre rare, legato sia alle risorse proprie che all’influenza in Africa. E ora sta spingendo in Sudamerica”.
Ricorda l’episodio simbolico del G20 in Brasile: “La Cina si è presentata con il progetto di una nuova rotta che colleghi i due oceani. Gli Usa con otto elicotteri (usati) contro il narcotraffico. Xi è stato ricevuto in un modo, Biden è stato mandato a parlare con gli indigeni dell’Amazzonia. Anche noi europei rischiamo la stessa fine, per questo l’accordo con il Mercosur è fondamentale”.
“L’accordo annunciato tra Qatar, Congo e i ribelli è cruciale per metalli e terre rare. Mi fa piacere che l’abbia fatto il Qatar: sono quelli che definisco gli amici necessari. Ma mi è venuta una gelosia: avrei voluto che lo facesse l’Unione Europea, che invece rimane distante”.
Il discorso ha poi virato sulle iniziative nazionali, visto che il seminario è stato organizzato insieme all’ambasciata spagnola in Italia e a quella italiana in Spagna: il piano strategico spagnolo 2025-2028 per l’Africa, il Piano Mattei italiano. Poi l’auspicio: “Che questi due progetti convergano in un piano europeo. L’Europa deve assumersi la responsabilità”.
Il quadro geopolitico lo impone: “Gli Stati Uniti hanno scelto un unilateralismo radicale, legittimato dal voto del 5 novembre di un anno fa. È vero che tra quanto detto e quanto fatto non c’è sempre coincidenza, ma sul piano formale la scelta c’è stata. E non dobbiamo vederla come una minaccia per l’Europa, ma una sfida esistenziale”.
E allo stesso tempo: “C’è una parte del mondo che preferisce avere rapporti con un continente che ha storia, principi, democrazie. La partita si gioca in Africa e l’Europa ha uno spazio politico enorme”.
Minniti riconosce le preoccupazioni dei partner europei per il fronte nord-est - Ucraina, Baltico, Russia - ma insiste: “C’è un filo rosso che lega tutto questo al Mediterraneo e all’Africa. La sicurezza europea si gioca anche lì”. Per questo immagina una partnership più forte tra Italia, Spagna e altri Paesi mediterranei, con un ruolo centrale dell’Ue. E chiude con un’immagine evocativa: “L’Africa rischia una destabilizzazione a catena. Basta un incendio, e il rogo diventa incontrollabile”. Dalla Somalia alla Libia, dal Sahel alla Nigeria, dalle tensioni del Maghreb ai colpi di Stato nell’Africa occidentale, il rischio è sistemico. “L’Africa è un pezzo fondamentale della stabilità dell’Unione Europea, del suo futuro. E la sfida è adesso”.
Il seminario, con il coordinamento del direttore delle Relazioni istituzionali Andrea Manciulli, si è poi sviluppato attraverso quattro tavole rotonde dedicate alla sicurezza nel Mediterraneo, al rapporto tra Occidente e Global South, al futuro della relazione transatlantica e alle opportunità di cooperazione tra Europa e America Latina. Esperti italiani e spagnoli hanno analizzato la crescente centralità del Mediterraneo allargato, il ruolo delle potenze emergenti, le trasformazioni geopolitiche in atto e le sfide per la stabilità europea, affrontando temi quali sicurezza, migrazioni, nuovi equilibri globali e diplomazia economica.
La giornata si è chiusa con gli interventi di Riccardo Guariglia, Segretario Generale della Farnesina; Giuseppe Buccino Grimaldi, Ambasciatore d’Italia in Spagna; Miguel Fernández-Palacios, Ambasciatore di Spagna in Italia; e Charles Powell, Direttore del Real Instituto Elcano.

Per la prima volta in più di 100 anni, i Socialdemocratici hanno perso il controllo di Copenaghen, capitale della Danimarca. Alle elezioni municipali il partito della premier, Mette Frederiksen, ha subito una sconfitta storica: la guida del municipio passerà a Sisse Marie Welling della Sinistra Verde (Socialistisk Folkeparti, Sf). "Il calo è più grande di quanto ci aspettassimo", ha ammesso Frederiksen, commentando la discesa del consenso per i Socialdemocratici nella capitale danese dal 17,2% al 12,7% e la debacle della loro candidata, Pernille Rosenkrantz-Theil, ex ministra degli Affari sociali e dell'Edilizia abitativa, amica di Frederiksen, con cui condivide la proprietà di una casa estiva.
A livello nazionale il partito della premier ha subito una flessione significativa, scendendo dal 28,4% delle elezioni locali del 2021 al 23,2%, mentre il Partito Popolare Danese di estrema destra ha guadagnato terreno, passando dal 4% al 5,9%. Oltre a Copenaghen, i Socialdemocratici hanno subito pesanti sconfitte anche nei comuni di Frederikshavn, Koge, Fredericia, Gladsaxe e Holstebro.
Tra le ragioni del calo dei consensi citate dagli analisti ci sono l'aumento dei prezzi alimentari, lo squilibrio tra aree urbane e rurali e le politiche intransigenti di Frederiksen su questioni come l'integrazione e l'immigrazione. La sconfitta, sebbene rappresenti un duro colpo per il partito, non dovrebbe però mettere in discussione la leadership della premier.
Karoline Lindgaard, candidata sindaca del movimento ecologista Alternative, ha individuato la crisi per i Socialdemocratici nel fatto che questo ultimi "si sono spostati politicamente a destra, diventando un partito populista di destra su temi quali l'integrazione, il sostegno alla disoccupazione e l'ambiente. Si è trattato di una manovra strategica cinica per evitare di perdere elettori a favore dell'estrema destra, ma sembra, in base ai sondaggi, che tutto ciò che hanno fatto sia stato preparare i propri elettori a unirsi all'estrema destra invece di restare con i socialdemocratici".

La Space economy e la Blu economy sono sempre più interconnesse e l’Italia può esercitare oggi una leadership internazionale e porsi come modello di eccellenza.
È questo il messaggio lanciato dalla terza edizione del Forum Space&Blue che si è tenuto oggi a Roma presso la sede del ministero delle Imprese e del Made in Italy. Fra i temi condivisi l'opportunità di costruire una filiera italiana integrata, capace di rafforzare la sovranità tecnologica nazionale attraverso l’innovazione, il trasferimento tecnologico e lo sviluppo di soluzioni dual use. Il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, ha confermato che la Blu Economy e la Space Economy "sono due settori che il governo ritiene strategici per la transizione climatica e per un nuovo modello di sviluppo sostenibile. L'Italia è leader mondiale nelle tecnologie satellitari e nei sistemi di osservazione della terra ed è anche per questo che ci siamo candidati ad ospitare l'Hub Europeo per lo sviluppo digitale".
Il ruolo centrale del nostro Paese è stato sottolineato anche dal ministro per la Protezione Civile e le Politiche del Mare, Nello Musumeci: "siamo gli unici ad esserci dotati di una legge per lo spazio e per la dimensione subacquea e su questo Bruxelles, che non ha fatto passi concreti, dovrà necessariamente confrontarsi con la nostra normativa", ha ribadito il ministro, lanciando l'idea di "un'Agenzia con il compito di applicare una normativa articolata, fino ad oggi antropizzate per ovvie ragioni di sicurezza solo dalla Marina Militare ma che, grazie alle nuove tecnologie, diventerà appetibile al mondo della ricerca". Per Josef Aschbacher, direttore generale dell’Agenzia Spaziale Europea, il forum Space&Blue "riflette l'eccellente tradizione italiana nelle attività marittime e spaziali e sono convinto che la leadership dell'Italia possa contribuire a creare un grande consenso verso lo sviluppo di una filiera sempre più integrata".
Durante i lavori, l’Agenzia Spaziale Italiana ha annunciato l’istituzione della nuova task force “Space and Blue” e il lancio del primo bando Asi dedicato allo sviluppo di tecnologie e applicazioni integrate Spazio–Mare. Due iniziative che rappresentano un acceleratore significativo per la crescita della filiera italiana in un settore ad alto potenziale tecnologico e industriale. Il Forum ha anche sancito la nascita di un tavolo di lavoro permanente al ministero delle Imprese e del Made in Italy con l’obiettivo di aprire nuove opportunità per le imprese, valorizzare competenze e know-how nazionali e orientare ricerca e sviluppo verso applicazioni concrete. In un quadro internazionale segnato da sfide quali connettività, sicurezza, transizione energetica e protezione delle infrastrutture critiche, l’integrazione tra Spazio e Mare si configura come un asset essenziale per rafforzare la resilienza e la competitività dell’Italia.

'Il diritto all'alimentazione: possiamo trasformarlo in realtà?'. È questo il titolo - l'originale 'Nourishment as a Right: Can We Make It a Reality?' - dell’intervento di Frederic Leroy, docente di Microbiologia e biotecnologie dell’alimentazione presso la Facoltà di scienze e bioingegneria della Vrije Unversiteit di Bruxelles, all’interno di un convegno sulla sicurezza alimentare organizzato da Renew Europe - sotto il patrocinio dell’eurodeputato belga Benoît Cassart, allevatore e co-presidente dell’Intergruppo sulla Zootecnia Sostenibile – presso il Parlamento Europeo. In risposta alle crescenti sfide sanitarie e ai consigli alimentari spesso contrastanti, un gruppo di scienziati guidati da Leroy ha lanciato una nuova ricerca scientifica riassunta nella Nuorishment Table, ossia una vera e propria ‘Tavola nutrizionale’, uno schema innovativo progettato per aiutare le persone a fare scelte alimentari informate. Si tratta di uno strumento flessibile, che supera le attuali linee guida alimentari standardizzate e introduce il concetto di ‘nutrizione adeguata’ come chiave per salute e benessere duraturi. Un’evoluzione che supera l’idea diffusa di ‘dieta sana’ comunemente considerata tale se basata su cibi di origine vegetale e povera di grassi.
Mentre a livello globale molte organizzazioni internazionali e alcuni Governi spingono per una grande transizione alimentare verso diete a base vegetale nella convinzione che queste rappresentino a priori una scelta più ‘sana’ - informa una nota - la Nourishment Table promuove un approccio meno restrittivo. Propone una nutrizione ‘adeguata’, attraverso un’alimentazione che includa un’ampia gamma di alimenti di origine animale e vegetale, con profili nutrizionali complementari. La Tavola nutrizionale pone l’accento sulle preferenze individuali e propone uno schema alimentare basato su evidenze scientifiche, ampio e capace di adattarsi ai cibi regionali e culturalmente sensibili. In questo modo, ciascuno può scegliere cosa mangiare in base ai propri fabbisogni nutrizionali, alle tradizioni alimentari e alle preferenze personali.
Nel dettaglio, la Tavola nutrizionale è un framework flessibile basato su evidenze scientifiche, progettato per offrire un approccio più personalizzato alla nutrizione, che si concentra su 2 fattori chiave: la densità nutrizionale – ovvero l’equilibrio tra nutrienti essenziali come proteine e micronutrienti rispetto al contenuto energetico – e il grado di trasformazione degli alimenti. Dall’unione di questi e parametri nasce uno schema visivo e pratico, che mostra quali combinazioni di alimenti favoriscono la salute e quali la compromettono. La ricerca suggerisce che diete onnivore, ricche di cibi minimamente o moderatamente trasformati ad alta densità nutrizionale, come una via maestra per una nutrizione adeguata. Questo approccio può soddisfare un’ampia gamma di esigenze dietetiche, dai modelli alimentari tradizionali alle esigenze specifiche di gruppi come bambini, donne in gravidanza e anziani.
Le evidenze derivanti da anni di diete ‘tradizionali’ e ‘ancestrali’ - spiegano gli esperti - dimostrano che una dieta in cui almeno il 25–30% delle calorie proviene da alimenti di origine animale come carne, pesce, uova e latticini, tende a favorire un buono stato di salute, evitando carenze di micronutrienti come ferro, zinco, vitamina B12, iodio e calcio, difficili da ottenere da fonti esclusivamente vegetali. Tuttavia, l’approccio resta flessibile e inclusivo, valorizzando le culture alimentari locali e le preferenze personali. Il framework riconosce anche il valore delle diete a base vegetale, che possono essere ricche di nutrienti ma spesso richiedono una pianificazione attenta per garantire la completezza nutrizionale. Questo può comportare l’inserimento di alimenti fortificati o di integratori. In sintesi, benefici offerti dalla Nourishment Table sono: 1) Riduzione delle carenze nutrizionali globali e delle malattie da diete povere di micronutrienti; 2) Maggiore senso di sazietà e miglior regolazione dell’appetito grazie al ritorno a cibi veri, naturali e poco lavorati; 3) Flessibilità e inclusione culturale, contro modelli dietetici “universali” o ideologici; 4) Sostegno alla produzione locale e alle tradizioni culinarie come strumenti di salute pubblica; 5) Educazione alimentare basata sulla scienza, non sul marketing.
I consigli convenzionali su una ‘dieta sana’ - riferisce la nota - spesso non riescono a guidare efficacemente le popolazioni verso una migliore alimentazione. Nei Paesi più ricchi, dove i consumatori hanno a disposizione un’ampia varietà di alimenti, la dipendenza da cibi ultra-processati (Upf), spesso ricchi di additivi artificiali, zuccheri e grassi, è in aumento. Questi alimenti sono associati a un rischio più elevato di problemi di salute, come obesità e disturbi metabolici. L’Organizzazione mondiale della sanità ha recentemente riportato che i tassi di obesità sono più che raddoppiati dal 1990, e oggi colpiscono circa una persona su otto a livello mondiale. Inoltre, nonostante l’abbondanza di scelta nei Paesi ad alto reddito, le Nazioni unite segnalano che una persona su tre nel mondo non può permettersi una dieta nutrizionalmente adeguata. Ciò dimostra che le linee guida alimentari attuali non sono universalmente applicabili e che è necessario spostare l’attenzione verso la scelta individuale.
"Un'alimentazione adeguata è più di una semplice ‘dieta sana’: è un approccio pratico e scientificamente provato per comprendere quali alimenti soddisfino i nostri bisogni fisiologici - spiega Leroy - Il nostro obiettivo è fornire un quadro di riferimento che rispetti le scelte individuali, rendendo più facile per i consumatori scegliere alimenti nutrienti nella loro vita quotidiana". La sfida è quindi unire rigore scientifico e buon senso: una nutrizione adeguata nasce da cibi nutrienti e poco trasformati, scelti in libertà e adattati ai propri bisogni. Secondo i ricercatori, in un mondo diviso tra eccessi e carenze, questa visione rappresenta una proposta scientifica per i decisori politici che si allinea agli obiettivi di sostenibilità senza sacrificare la qualità nutrizionale.

"I bambini tra gli 8-9 anni, che utilizzano precocemente i dispositivi tecnologici, possono essere coinvolti, passivamente o attivamente, in diversi reati. In particolare, nel caso di bullismo e cyberbullismo, ci sono bambini della stessa età che frequentano luoghi simili e che possono essere vittime o autori di aggressioni, spesso nel silenzio dei compagni di classe". Così Barbara Strappato, primo dirigente della Polizia di Stato, intervenendo agli Stati generali della Pediatria 2025 sul tema ‘Il bambino digitale’, organizzati in Senato dalla Società italiana di pediatria (Sip) in occasione della Giornata mondiale del bambino e dell’adolescente.
"La diffusione di video e contenuti su chat scolastiche - spiega Strappato - aumenta l’impatto emotivo di questi comportamenti e rende più difficile per i bambini parlarne con gli adulti. L’unica cosa che un bambino non deve fare è tenere per sé eventi negativi o dolorosi, come se fossero segreti. Il nostro compito - conclude - è accompagnarli a raccontare ciò che accade e far capire loro che non devono mai tenere per sé episodi negativi o dolorosi".

"Il bambino spesso utilizza il digitale senza sapere cosa c’è dietro allo schermo, con rischi significativi. Per questo dobbiamo accompagnarlo nell’esplorazione della rete come facciamo quando attraversa la strada. È fondamentale, come genitori, accompagnarli senza giudicarli, altrimenti rischiano di chiudersi e di cercare online risposte e curiosità legittime per la loro crescita in modo autonomo, esponendosi a pericoli. Partire dai banchi di scuola per creare una nuova cittadinanza digitale è essenziale, così da trasformare la tecnologia da rischio a opportunità di crescita per i nostri figli". Lo ha detto Marco Valerio Cervellini, della divisione formazione dell’Agenzia per la Cybersicurezza nazionale (Acn) partecipando, oggi in Senato, agli Stati generali della Pediatria 2025 sul tema ‘Il bambino digitale’, organizzati in occasione della Giornata mondiale del bambino e dell’adolescente, dalla Sip-Società italiana di pediatria su iniziativa del senatore Marco Meloni.
Sulla strada della consapevolezza nel mondo digitale, l’Agenzia per la Cybersicurezza nazionale, è impegnata "affinché famiglie, scuola e istituzioni possano dare un contributo concreto per formare una cittadinanza digitale consapevole e responsabile nel nostro Paese", conclude.



