
I recenti casi di violenza domestica in Italia hanno acceso i riflettori su un preoccupante doppio standard nell’applicazione della legge sul femminicidio. Emerge con forza la domanda: il riconoscimento di questo reato dipende dalla professione o dalla vita privata della vittima?

Mentre il vento solleva la sabbia delle sue spiagge incontaminate, la Sardegna nasconde un'altra tempesta, meno visibile ma altrettanto implacabile: quella della disoccupazione e della precarietà economica. In questo contesto, il gioco online si trasforma da semplice passatempo in un'ambigua ancora di salvezza per molti. Non è più solo questione di svago, ma di speranza, spesso disperata, di cambiare una realtà che offre poche vie d'uscita.
Il Paradosso Sardo: Bellezza e Disagio Occupazionale
L'isola combatte da anni con tassi di disoccupazione tra i più alti d'Italia, in particolare tra i giovani e nelle zone interne. La cronica carenza di opportunità lavorative stabili crea un terreno fertile per la frustrazione e l'incertezza sul futuro.
È in questa crepa sociale che attecchisce il fascino per il gioco online. La mancanza di lavoro non significa solo assenza di reddito, ma anche perdita di prospettiva. Il casinò virtuale, accessibile 24 ore su 24 da uno smartphone, diventa allora un luogo simbolico dove, almeno per un attimo, si può sognare un colpo di fortuna in grado di ribaltare tutto.
I Siti dell'Illusione: Dove Convergono le Speranze
In assenza di casinò fisici nell'isola dal 2016, i sardi si rivolgono massicciamente alle piattaforme digitali. I siti più frequentati sono quelli che promettono bonus allettanti e facili registrazioni.
Tra i principali operatori spicca Bet365, un colosso delle scommesse sportive online che attira con quote competitive. Per chi cerca l'eccitazione delle slot machine, LeoVegas si propone come una delle piattaforme di slot più popolari. Non mancano operatori storici come Snai, diventato un punto di riferimento per il gioco online a 360 gradi.
Il poker, spesso visto come un gioco di abilità dove si può "controllare" la sorte, trova il suo tempio in PokerStars. Infine, per un'esperienza di casinò completa, molti scelgono StarCasinò, noto per i suoi giochi con croupier in diretta.
La Trappola della Speranza: Quando il Sogno Diventa Debito
Il meccanismo è perverso: più la realtà quotidiana è grigia, più brillante appare la luce di una possibile vincita. La speranza smette di essere un'emozione e diventa un investimento fallace di tempo e denaro.
Si inizia con piccole puntate, magari vincendo qualcosa, alimentando l'idea che "questa volta potrebbe andare". Poi, quando le perdite iniziano ad accumularsi, subentra la logica del recupero: "Devo giocare ancora per rifarmi".
Il problema è matematico. Le slot online hanno un ritorno al giocatore predeterminato, sempre inferiore al 100% nel lungo periodo. La "voglia di vincita" di cui parlano molti non è un capriccio, ma spesso il sintomo di un bisogno più profondo: sentirsi padroni del proprio destino, anche solo per il tempo di una giocata.
Un Circolo Vizioso: Disoccupazione → Gioco → Indebitamento
Il rischio è che si crei un circolo vizioso devastante:
- La mancanza di lavoro genera stress economico e vuoto esistenziale
- Il gioco online si offre come soluzione illusoria e immediata
- Le perdite aggravano la situazione finanziaria, aumentando l'ansia
- L'ansia spinge a giocare ancora di più nella speranza di risolvere i problemi creati dal gioco stesso
Diventa una corsa senza uscita, dove la pubblicità che promette "la vincita che cambia la vita" non mostra mai l'altra faccia della medaglia: le vite già cambiate, in peggio, dalle perdite accumulate.
Conclusioni: Oltre l'Illusione del Jackpot
Il fenomeno del gioco online in Sardegna non può essere letto solo attraverso le statistiche di mercato. È necessario comprendere il contesto di fragilità socio-economica in cui fiorisce.
Forse, la scommessa più importante che la Sardegna dovrebbe giocarsi non è su una piattaforma digitale, ma sul suo territorio: investire in formazione, sostenere la creazione di lavoro stabile e di qualità, e offrire soprattutto ai giovani prospettive reali. Solo così la speranza potrà smettere di essere una moneta gettata in una slot machine virtuale e tornare ad essere un progetto costruibile giorno dopo giorno.
Avvertenze Importanti
Il gioco online può creare dipendenza patologica. Gioca solo se maggiorenne, stabilisci prima un limite di spesa e di tempo che non comprometta le tue necessità fondamentali e rispettalo. Non cercare nel gioco una soluzione ai problemi economici: le probabilità sono strutturate a favore dell'operatore. Se tu o qualcuno che conosci avete problemi con il gioco, cercate aiuto immediatamente. Chiama il numero verde 800 558 822 o visita il sito Dipendenza da Gioco per un supporto gratuito e riservato.

Reza Pahlavi, figlio maggiore dell'ultimo Shah di Persia, sta tentando di accreditarsi come possibile guida di una transizione politica in Iran, mentre le proteste contro la Repubblica islamica continuano ad allargarsi nonostante la dura repressione. In esilio nell'elegante sobborgo di Potomac, nel Maryland, Pahlavi si è detto "pronto a tornare in Iran il prima possibile". In un'intervista a Fox News ha spiegato che il suo obiettivo è "guidare questa transizione per garantire che tutto sia a posto, nella massima trasparenza, in modo che i cittadini possano eleggere liberamente i propri leader e decidere il proprio futuro".
Dall'estero, il figlio dello Shah ha intensificato gli appelli alla mobilitazione, diventando un punto di riferimento simbolico per una parte dei manifestanti. I suoi recenti messaggi hanno accompagnato proteste in cui il suo nome è stato scandito come slogan e il suo volto esposto sui cartelli portati in piazza, alimentando l'immagine di una possibile alternativa alla Repubblica islamica.
Alla morte del padre nel 1980, Reza Pahlavi si ritrovò "re senza trono", erede di una monarchia ormai abolita. Oltre 40 anni dopo, torna a farsi strada l'interrogativo se il suo momento sia finalmente arrivato. Pur non avendo escluso del tutto un ritorno al Trono del Pavone, Pahlavi insiste sul fatto che la sua missione non sia restaurare la monarchia, ma accompagnare l'Iran verso "una democrazia laica dopo decenni di cattiva gestione".
Nato a Teheran nel 1960 e cresciuto nei palazzi reali, Pahlavi fu inviato nel 1978 negli Stati Uniti per addestrarsi come pilota militare. Un anno dopo, dal Texas, apprese della rivoluzione che rovesciò suo padre. Studiò poi Scienze politiche nel New England e oggi vive stabilmente a Potomac, in una grande casa con sette camere da letto, ma lontana dai fasti della corte imperiale. I suoi sostenitori lo descrivono come una persona accessibile, che frequenta i caffè della zona "apparentemente senza scorta". A 65 anni, Pahlavi "assomiglia in modo sorprendente al padre", con "le stesse sopracciglia nere, i capelli argento pettinati all'indietro e il profilo severo", tratti che hanno contribuito a renderlo un simbolo di resistenza soprattutto per una parte dei giovani iraniani. Ma il suo nome resta profondamente divisivo: molti ricordano anche "l'inflazione galoppante, la corruzione e la brutalità della polizia segreta" sotto lo Shah, e restano forti dubbi su quanta reale base di consenso possa avere oggi nel Paese.
Pahlavi sembra puntare, soprattutto, sui giovani cresciuti dopo il 1979. "I giovani iraniani mi chiamano padre", ha detto al Wall Street Journal. Dal punto di vista finanziario, vive grazie a beni trasferiti all'estero prima della rivoluzione e a donazioni dei sostenitori, mentre lui stesso ha dichiarato di non avere un lavoro se non quello di "liberare l'Iran". Negli ultimi giorni ha invitato gli iraniani a scendere in piazza con la vecchia bandiera con il leone e il sole per "riprendersi gli spazi pubblici", un appello a cui hanno fatto seguito manifestazioni in diverse città.
Resta, infine, incerto il sostegno internazionale. Il suo principale alleato dichiarato è il premier israeliano Benjamin Netanyahu, mentre in Occidente molti leader restano cauti. Una visita in Israele nel 2023, durante la quale parlò di un "messaggio di amicizia dal popolo iraniano", suscitò reazioni fortemente polarizzate. Anche i rapporti con Donald Trump appaiono ambigui: sebbene Pahlavi lo citi come "leader del mondo libero", diversi osservatori dubitano che il presidente americano sia davvero pronto a puntare su di lui.

L'Iran torna in piazza. Proteste antigovernative percorrono le principali città del Paese, alimentate da crisi economica, repressione e malcontento sociale. Al centro della scena politica resta Ali Khamenei, Guida Suprema da oltre 40 anni, simbolo di un regime che affronta una delle sfide più serie dalla sua ascesa al potere.
Nato il 19 aprile 1939 a Mashad, città santa per gli sciiti, Khamenei iniziò il percorso di studi in una 'maktab', l'allora scuola elementare. Figlio secondogenito dell'hojatoleslam Javad Khamenei, frequentò poi il seminario di Mashad, partecipando alle lezioni di alcuni tra i più importanti studiosi dell'epoca, tra cui l'ayatollah Borujerdi e Ruhollah Khomeini, il "padre" della Repubblica islamica. Il giovane Khamenei compì un pellegrinaggio e periodi di studio a Najaf, città irachena fondamentale per la formazione religiosa degli sciiti. L'anno successivo si spostò a Qom, il 'Vaticano' degli sciiti, dove fino al 1964 seguì gli insegnamenti di diversi tra gli ayatollah più noti dell'epoca.
Idee politiche e rivoluzionarie
"Per quanto riguarda le idee politiche e rivoluzionarie e la giurisprudenza islamica, sono certamente un discepolo dell'Imam Khomeini", affermò Khamenei, che nei primi anni Sessanta si unì ai rivoluzionari che si opponevano al regime dello Shah e alla sua politica filo-americana. Il 'matrimonio' con la causa khomeinista gli costò una notte in carcere nel maggio del 1963, quando il leader della rivoluzione gli affidò la missione di portare un messaggio segreto all'ayatollah Milani. Un mese dopo fu nuovamente arrestato per attività antigovernative.
Subito dopo il ritorno di Khomeini a Teheran nel 1979, Khamenei fu nominato membro del Consiglio della Rivoluzione. Dopo lo scioglimento del Consiglio, divenne vice ministro della Difesa e rappresentante personale di Khomeini nel Consiglio Supremo per la Difesa, mantenendo stretti rapporti con i Guardiani della Rivoluzione. Fu anche uno dei negoziatori chiave durante la crisi degli ostaggi americani. Tra i membri fondatori del Partito Islamico Repubblicano (Pir), nel 1981, mentre stava tenendo un discorso in una moschea di Teheran, una bomba esplose facendogli perdere l'uso del braccio destro. L'attentato venne poi rivendicato dai Mojahedin del Popolo.
Il ruolo di presidente dell'Iran
Dopo l'assassinio del presidente Mohammad Ali Rajai, Khamenei fu eletto presidente dell'Iran, incarico che ricoprì per due mandati consecutivi fino al 1989. Alla morte di Khomeini, fu eletto Rahbar dall'Assemblea degli Esperti, dopo l'estromissione dell'ayatollah Montazeri, inizialmente designato come successore. In realtà Khamenei non possedeva i titoli tradizionali per ottenere la carica: la Guida Suprema doveva essere riconosciuta come 'marja-e taqlid', cioè fonte di imitazione. Ma di fronte al vuoto creatosi con la morte di Khomeini, la Costituzione fu modificata per consentire la nomina di un nuovo Rahbar. In una sola notte fu anche 'promosso' da hojatoleslam ad ayatollah.
Le crisi
Sotto la sua leadership l'Iran affrontò momenti di grande difficoltà. Il primo ostacolo fu il doppio mandato del presidente Mohammad Khatami, riformista che spingeva per la distensione con l'Occidente, linea che Khamenei vedeva come fumo negli occhi. Il Rahbar riuscì a far fallire molte delle riforme che miravano ad aprire il Paese sia da un punto di vista sociale che politico. Fu però con il successore, l'ultraconservatore Mahmoud Ahmadinejad, da molti ritenuto suo protegé, che la Repubblica islamica affrontò alcune delle sue crisi più profonde. La contestata rielezione dell'ex sindaco di Teheran nel 2009 portò il Paese sull'orlo del caos, con centinaia di manifestanti uccisi nella repressione dell'Onda Verde. Migliaia di dissidenti, tra cui i due leader dell'opposizione Mir Hossein Mousavi e Mehdi Karroubi, furono arrestati. La presidenza Ahmadinejad fu anche caratterizzata da aspre critiche per la gestione dell'economia e da un progressivo distacco tra l'allora presidente e Khamenei.
Nel 2013 fu eletto presidente il riformista Hassan Rohani, la cui presidenza fu segnata dall'accordo sul programma nucleare (Jcpoa) che nel 2015 portò alla revoca delle sanzioni contro la Repubblica islamica. Intesa che poi nel 2018 l'allora presidente americano Donald Trump fece naufragare. Khamenei appoggiò l'accordo sul piano internazionale, ma contrastò ogni tentativo di Rohani di espandere le libertà civili. L'abbandono del Jcpoa da parte degli Stati Uniti fece sprofondare l'Iran in una nuova crisi economica, innescando proteste antigovernative, tra cui quella del 2019, durante la quale i manifestanti scandirono lo slogan "morte al dittatore", riferendosi alla Guida Suprema.
L'atteggiamento anti-occidentale
L'atteggiamento anti-occidentale di Khamenei, che ha sempre dominato la sua retorica, si consolidò ulteriormente. "L'ho detto fin dal primo giorno: non c'è da fidarsi dell'America", disse commentando la mossa di Trump. Per Israele, definito "un cancro", Khamenei ha più volte minacciato rappresaglie e ha messo in discussione l'Olocausto. Un altro momento drammatico fu l'uccisione del suo stretto alleato Qassem Soleimani, capo della Forza Quds dei pasdaran, assassinato in un raid di un drone statunitense a Baghdad nel gennaio 2020. Khamenei promise "vendetta" e ordinò il lancio di missili balistici contro due basi irachene che ospitavano truppe americane.
Pochi giorni dopo, l'Iran fu scosso dall'abbattimento per errore di un aereo ucraino da parte della contraerea dei Guardiani della Rivoluzione, che provocò 176 morti, scatenando nuove proteste antigovernative. Successivamente, il Paese affrontò la pandemia di Covid-19, con Khamenei inizialmente scettico sull'impatto: "E' un problema che passerà. Non è niente di straordinario", disse.
Oggi, mentre le manifestazioni antigovernative continuano a scuotere l'Iran, il Paese resta segnato anche dal recente conflitto regionale. La cosiddetta guerra dei 12 giorni tra Iran e Israele del giugno 2025 - un'escalation militare che vide raid israeliani e attacchi missilistici iraniani prima di un cessate il fuoco - ha lasciato cicatrici profonde nella società e nelle forze armate di Teheran. Il presidente Donald Trump, intanto, ha minacciato possibili azioni per proteggere i manifestanti, avvertendo che gli Stati Uniti potrebbero intervenire se il regime dovesse reprimere violentemente le proteste.
Questi sviluppi riflettono un Iran sotto pressione su più fronti, con la leadership di Khamenei, e soprattutto la sua eredità, sempre più al centro di un confronto che non è solo domestico ma anche internazionale. Data l'età e i problemi di salute, più volte si sono diffuse notizie - in molti casi false - che volevano Khamenei ricoverato o in punto di morte, alimentando speculazioni sul suo successore.

Giacomo Raspadori è l'uomo più discusso del calciomercato in Italia. Ad oggi, lunedì 12 gennaio, l'attaccante dell'Atletico Madrid non ha ancora deciso la prossima mossa per il suo futuro. Il classe 2000 è uno degli obiettivi di mercato della Roma. Anzi, anche qualcosa in più. I giallorossi hanno già un accordo di massima con il club madrileno (prestito a 2 milioni e diritto di riscatto fissato a poco più di 18 milioni), hanno offerto al giocatore un contratto da 4 milioni e gli hanno garantito continuità. Tradotto: se dovesse accettare, il riscatto verrà esercitato in estate.
Nelle ultime ore, per Raspadori si è fatto avanti il Napoli. Il club azzurro, alle prese con l'infortunio di Neres, cerca una punta duttile da consegnare a Conte per la seconda parte di stagione ed ecco dunque il ritorno di fiamma: l'attaccante ha lasciato il Napoli in estate per una nuova esperienza, ma con gli azzurri ha vinto due scudetti ed è entrato nella storia della società. Come riportato dalla Gazzetta dello Sport, se decidesse lasciare l'Atletico il Napoli gli ha già fatto sapere che sarebbe pronto a riprenderlo.
Il Napoli è però alle prese con il 'problema' del mercato a saldo zero e per chiudere operazioni di questo tipo dovrebbe prima effettuare una cessione importante. Sul piede di partenza ci sono Lorenzo Lucca e Noa Lang. Anche per questo, Raspadori 'temporeggia'.

La Russia ha lanciato nella notte un'ondata di droni contro Kiev, colpendo un edificio nella città. Tymur Tkachenko, capo dell'amministrazione militare della capitale ucraina, ha riferito che è scoppiato un incendio in un "edificio non residenziale" nel quartiere Solomiansky della città. I video pubblicati sui social media sembrano mostrare un vasto incendio che si sprigiona dall'edificio. Sono stati segnalati anche incendi di veicoli sul luogo dell'attacco del drone.
Il nuovo attacco a Kiev avviene mentre la città e i suoi residenti sono alle prese con le continue interruzioni di corrente dovute agli incendi. Il sindaco di Kiev Vitali Klitschko aveva precedentemente invitato i residenti della capitale a lasciare, se possibile, la città dopo che l'attacco russo del 9 gennaio aveva lasciato metà dei condomini cittadini senza riscaldamento. Mentre proseguono gli sforzi per ripristinare l'energia elettrica negli edifici residenziali, Klitschko ha avvertito che la situazione dovrebbe restare difficile, poiché si prevede che le temperature gelide persisteranno nei prossimi giorni.

Il freddo ha le ore contate: dopo la parentesi invernale, un netto cambio di scenario meteo è imminente con il ritorno di correnti più miti. Il gelo è previsto ritirarsi verso i Paesi dell’Est, mentre l’anticiclone farà il suo ritorno sull'Italia .
Federico Brescia, meteorologo de iLMeteo.it[1], conferma che l'inizio della nuova settimana vedrà l'alta pressione affermarsi con decisione, stabilizzando il tempo su gran parte del territorio nazionale. Ci aspetta quindi un lunedì caratterizzato da tempo prevalentemente stabile e soleggiato. Tuttavia, è bene ricordare che, trovandoci nel cuore dell'inverno, queste strutture anticicloniche raramente possiedono la solidità delle loro controparti estive.
Le prime avvisaglie di un cedimento, infatti, si manifesteranno già tra martedì 13 e mercoledì 14. L'alta pressione perderà gradualmente colpi a causa della rotazione dei venti che dai quadranti meridionali veicoleranno masse d'aria più miti, ma soprattutto più umide. Questa iniezione di umidità sarà responsabile di un sensibile aumento delle nubi, che si addenseranno in particolare sui settori tirrenici e su parte del Settentrione.
Sarà il Nord-Ovest a sentire per primo gli effetti di questo peggioramento, con la possibilità di qualche piovasco sparso. Le aree più esposte saranno la Liguria e, occasionalmente, le coste più settentrionali della Toscana. Questa tendenza all'instabilità culminerà entro la giornata di giovedì 15, quando qualche precipitazione raggiungerà anche le coste del Lazio.
Il quadro generale sarà completato da un progressivo e diffuso aumento delle temperature, segnando così la definitiva conclusione della parentesi fredda vissuta nei giorni scorsi.
NEL DETTAGLIO
Lunedì 12. Al Nord: tempo grigio in pianura, qualche pioggia in Liguria. Al Centro: prevalenza di sole, nuvoloso in Toscana. Al Sud: stabile e soleggiato. Ventoso.
Martedì 13. Al Nord: molto nuvoloso, piovaschi su Liguria e bassa Lombardia. Al Centro: molte nubi ovunque. Al Sud: nuvoloso in Campania. Venti da sud.
Mercoledì 14. Al Nord: molto nuvoloso, qualche piovasco in Liguria. Al Centro: nuvoloso sulle tirreniche, meglio altrove. Al Sud poco o parzialmente nuvoloso.
Tendenza: nubi in aumento e piogge al Centro-Nord nel fine settimana.

Ore decisive per la conferma dell'arresto di Jacques Moretti, il titolare del locale Le Constellation di Crans Montana teatro della strage di Capodanno. Moretti è in custodia cautelare da venerdì 9 gennaio e oggi potrebbe arrivare la decisione del Tribunale vallesano per le Misure coercitive sulla convalida dell'arresto. La moglie di Moretti, Jessica, è in libertà con il braccialetto elettronico. L'arresto del marito è scattato perché, secondo la procura, esiste il ''rischio di fuga''. Il tribunale competente per la custodia cautelare adotta la decisione entro 96 ore dall'arresto sull'eventuale conferma della misura, come spiegano i media svizzeri.
I coniugi Moretti, secondo la Sonntags Zeitung, erano già finiti nel mirino della giustizia vallesana, senza però essere mai condannati. In particolare nel 2020 le autorità vallesane avrebbero infatti avviato indagini contro la coppia in relazione ai prestiti Covid elargiti agli esercizi pubblici durante la pandemia. Nel marzo del 2020, i Moretti avrebbero ricevuto un prestito di 75.500 franchi, ovvero una cifra corrispondente a circa il 10% del fatturato del bar durante la pandemia. Parte di quella somma sarebbe stata utilizzata per l'acquisto di una Maserati da oltre 33mila franchi, andando così ad ampliare un parco veicoli già notevole, composto da una Mercedes, una Bentley e una Porsche Cayenne.
Le autorità hanno quindi indagato sull'eventuale uso improprio dei prestiti Covid, stabilendo, un anno dopo, che ''non sussistevano gli elementi di reato'', in quanto i gestori del bar avrebbero dimostrato che la Maserati non appartenesse a loro privatamente, ma figurasse nei registri contabili dell'esercizio pubblico. Una seconda indagine avrebbe interessato la coppia nel 2022, questa volta ad opera dell'Ispettorato del Lavoro. Diversi dipendenti avrebbero infatti presentato reclami in merito alle condizioni di lavoro nel bar Le Constellation e nel ristorante Le Senso, sempre gestito dai Moretti.
Nella denuncia citati ''orari di lavoro non rispettati, lavoro notturno non retribuito e periodi di riposo non rispettati''. Nei locali sarebbero arrivati gli ispettori, ma sulla Sonntags Zeitung non sono stati condivisi i risultati di quei controlli.

Finisce l’odissea per Mario Burlò, l'imprenditore torinese detenuto per mesi in Venezuela dal novembre 2024 senza accuse formali. Il 53enne, è stato liberato oggi insieme ad Alberto Trentini ed ha già ha lasciato il carcere venezuelano di El Rodeo per rientrare in Italia.
Burlò era stato fermato a un posto di blocco mentre viaggiava da Caracas a Guasdualito con accuse che non sono mai state chiarite e i suoi legali hanno sempre sottolineato che era detenuto ‘arbitrariamente’ senza che a suo carico fosse formalizzata alcuna accusa.
Burlò, che aveva detto alla famiglia che sarebbe partito per il Venezuela per esplorare nuove opportunità imprenditoriali, risiede alle porte del capoluogo piemontese ed è noto nel mondo dei servizi e dello sport. Fondatore del gruppo OJ Solution, colosso dell’outsourcing con sede a Torino, era un volto noto del panorama economico piemontese.
La sua popolarità era cresciuta grazie alle sponsorizzazioni sportive: Burlò è stato l’ultimo patron della Auxilium Basket Torino prima del fallimento della storica società e ha sostenuto diverse realtà calcistiche e di pallamano tra Piemonte e Sardegna.
Nel febbraio 2025 è stato assolto in Cassazione per concorso esterno in associazione mafiosa nell’ambito di un processo sulla ’ndrangheta in Piemonte e nei giorni scorsi il Tribunale di Torino aveva stralciato la sua posizione sul crac dell’Auxilium Basket.

Il presidente della Federal Reserve Jerome Powell è sotto inchiesta penale federale in relazione alla ristrutturazione da 2,5 miliardi di dollari della sede centrale della banca centrale. Lo riferisce il New York Times, aggiungendo che Powell ha affermato che l'indagine era un pretesto perché la Fed aveva fissato "tassi di interesse basati sulla nostra migliore valutazione di ciò che sarebbe servito al pubblico, piuttosto che seguire le preferenze" del presidente Trump. Il Dipartimento di Giustizia ha citato in giudizio la Fed per ottenere informazioni sui lavori di ristrutturazione della sua base di Washington, ha affermato Powell in una dichiarazione video pubblicata ieri.
Trump ha ripetutamente chiesto alla Fed di tagliare i tassi di interesse e ha criticato personalmente Powell quando si è rifiutato di farlo. L'anno scorso ha definito il presidente un "idiota" e lo ha accusato di "rendere difficile per le persone, soprattutto i giovani, acquistare una casa". Nel video, condiviso su X, Powell afferma: "Venerdì il Dipartimento di Giustizia ha notificato alla Federal Reserve citazioni in giudizio da parte della giuria, minacciando un'incriminazione penale in relazione alla mia testimonianza davanti alla commissione bancaria del Senato lo scorso giugno. Tale testimonianza riguardava in parte un progetto pluriennale di ristrutturazione degli storici edifici adibiti a uffici della Federal Reserve".
Powell ha aggiunto: "La questione è se la Fed sarà in grado di continuare a stabilire i tassi di interesse in base alle prove e alle condizioni economiche, oppure se la politica monetaria sarà invece guidata da pressioni politiche o intimidazioni. Nessuno, e certamente non il presidente della Federal Reserve, è al di sopra della legge, ma questa azione senza precedenti dovrebbe essere vista nel contesto più ampio delle minacce e delle continue pressioni dell'amministrazione. Questa nuova minaccia non riguarda la mia testimonianza dello scorso giugno o la ristrutturazione degli edifici della Federal Reserve. Non riguarda il ruolo di supervisione del Congresso; la Fed, attraverso testimonianze e altre divulgazioni pubbliche, ha fatto ogni sforzo per tenere informato il Congresso sul progetto di ristrutturazione. Questi sono solo pretesti".

La notte degli 83esimi Golden Globe Awards ha confermato 'Una battaglia dopo l'altra' e 'Adolescence' come grandi protagonisti della serata: il film di Paul Thomas Anderson ha dominato le categorie cinematografiche, mentre la serie tv ha raccolto numerosi riconoscimenti nel settore televisivo.
Sul fronte cinema, 'Hamnet - Nel nome del figlio' di Chloé Zhao ha trionfato come miglior film drammatico e Miglior attrice protagonista in un film drammatico a Jessie Buckley, mentre 'Una battaglia dopo l'altra' su 9 nomination ha conquistato 4 statuette: Miglior film (musical o commedia), Miglior regista, Miglior sceneggiatura e Migliore attrice non protagonista a Teyana Taylor.
Un quadro chiaro: la sfida agli Oscar sarà tra questi due titoli. Da tenere sott'occhio anche 'I peccatori' di Ryan Coogler, vincitore di due statuette, Miglior risultato al cinema e al box office e Migliore colonna sonora, e 'L'agente segreto', Miglior film straniero e Miglior attore in un film drammatico per Wagner Moura.
Timothée Chalamet miglior attore per 'Marty Supreme'
Tra i vincitori dell'83esima edizione condotta dalla comica e attrice Nikki Glaser anche Timothée Chalamet, Miglior attore protagonista in un film (musical o commedia) per 'Marty Supreme' di Josh Safdie. Il giovane divo di Hollywood, vincitore del suo primo Golden Globe, ha battuto Leonardo DiCaprio ('Una battaglia dopo l'altra'), George Clooney ('Jay Kelly'), Ethan Hawke ('Blue Moon'), Lee Byung-Hun ('No Other Choice') e Jesse Plemons ('Bugonia'). "Qui siamo tutti vincitori", scherza Clooney dopo la battuta sul mancato premio di Don Cheadle, con lui sul palco per annunciare il Miglior film drammatico: "Timothée ora ha 30 anni, ma ne aveva tre anni l'ultima volta che hai vinto".
A tornare a casa con una statuetta tra le mani anche Rose Byrne per 'If I Had Legs I'd Kick You' (Miglior attrice protagonista di un film musical o commedia), Stellan Skarsgard per ‘Sentimental Value’ (Miglior attore non protagonista) e Teyana Taylor.
Tra i premi di recitazione, Wagner Moura ha vinto come miglior attore in un film drammatico per 'L’agente segreto', e Jessie Buckley è stata incoronata miglior attrice in un film drammatico per 'Hamnet'.
Il fenomeno KPop
La cerimonia di premiazione ha visto il trionfo anche di 'KPop Demon Hunters', diventato un vero e proprio fenomeno. La stampa estera gli ha assegnato il premio al Miglior film d'animazione e Miglior canzone originale per 'Golden', un brano andato subito virale. La storia della canzone coincide con quella di Ejae, una delle sue autrici, che sul palco dei Golden Globe ha raccontato il percorso che l’ha portata fin lì. "Quando ero una ragazzina ho lavorato senza sosta per dieci anni per inseguire un solo sogno, diventare una idol K‑pop, e mi sono sentita dire che la mia voce non era abbastanza". Ora "essere parte di una canzone che aiuta altre ragazze e persone di tutte le età ad accettarsi e superare le difficoltà è qualcosa che non avrei mai immaginato".
Sul fronte serie, 'Adolescence' con quattro Golden Globe, 'The Studio' e 'The Pitt' con due hanno dominato la cerimonia.
Momento amarcord 'E.R.'
Momento amarcord all'83esima edizione dei Golden Globe: George Clooney e Noah Wyle si sono ritrovati e abbracciati a oltre trent’anni da 'E.R. – Medici in prima linea', la serie che li ha consacrati e che ha segnato un'intera generazione di spettatori. Come riportano i media presenti alla cerimonia, l’incontro tra i due ha suscitato entusiasmo e un’ondata di nostalgia tra i presenti. Clooney ha ricevuto la nomination come miglior attore in un film commedia o musical (categoria vinta da Timothée Chalamet per 'Marty Supreme') per il suo ruolo da protagonista in 'Jay Kelly', mentre Wyle si è portato a casa la statuetta come miglior attore in una serie drammatica per 'The Pitt'. Due percorsi diversi, due carriere ormai lontane dall’ospedale di Chicago che li rese celebri, ma un legame professionale e affettivo che il tempo non ha scalfito. E il loro abbraccio lo conferma. Nostalgia anche con l'apparizione di Macaulay Culkin, celebre interprete della commedia natalizia degli Anni 90 'Mamma, ho perso l'aereo': "So che è strano vedermi fuori dal periodo natalizio, ma esisto tutto l'anno", dice con ironia prima di annunciare il premio alla Miglior sceneggiatura.
Standing ovation per Julia Robert
Durante la serata, anche una standing ovation per l'entrata di Julia Roberts al Beverly Hilton di Los Angeles per annunciare il miglior film drammatico, e frasi in francese da Clooney ("bonsoir, mes amis, c'est un honneur d'être ici", ovvero "buonasera amici miei, è un onore essere qui"). Nulla di casuale: era un riferimento alla sua recente acquisizione della cittadinanza francese, una scelta che ha sollevato polemiche su presunti favoritismi da parte del governo, soprattutto dopo che il divo di Hollywood ha ammesso di avere ancora difficoltà con la lingua nonostante le lezioni intensive.
Il monologo di Nikki Glaser
Per il secondo anno consecutivo la Cbs ha affidato la diretta a Nikki Glaser, che nel suo monologo iniziale ha fatto satira sulle fidanzate giovanissime di Leonardo DiCaprio, su George Clooney volto della Nespresso, sulla battaglia per l'acquisizione di Warner Bros. da parte di Netflix e Paramount, sul caso Epstein e anche sulla stessa Cbs. Insomma, la comica non ha risparmiato proprio nessuno. L'attualità è arrivata anche sul red carpet. Mark Ruffalo, Jean Smart Wanda Sykes e Natasha Lyonne hanno sfilato indossando le spillette anti-Ice per ricordare Renee Good, la donna uccisa a colpi di arma da fuoco da un agente dell'Immigration and Customs Enforcement a Minneapolis. Sulle spille bianche e nere gli slogan 'Be Good' e 'Ice Out'.
La cerimonia si è conclusa con l'omaggio al regista Rob Reiner. I Golden Globe non prevedono un segmento 'In memoriam' dedicato alle celebrità scomparse, ma la conduttrice Nikki Glaser ha voluto comunque ricordare il grande regista. Sul palco è apparsa con un cappellino da baseball nero con il titolo del suo film 'This Is Spinal Tap'. Reiner e sua moglie, Michele Singer, erano stati trovati morti il mese scorso nella loro villa a Brentwood. Una notizia che ha scosso profondamente il mondo di Hollywood.

Washington - Il presidente Donald Trump, nella notte di ritorno verso Washington, è tornato a parlare della Groenlandia, reiterando la necessità statunitense di ottenere il territorio danese in un modo o nell’altro.
"Se non prendiamo la Groenlandia, lo faranno la Russia o la Cina, e non permetterò che accada", ha detto ai giornalisti a bordo dell’Air Force One, dopo aver trascorso il weekend nella sua residenza di Mar-a-Lago, in Florida.
Nei giorni scorsi il leader di Washington aveva escluso, per ora, l’uso della forza militare per occupare l’isola, mentre la sua amministrazione continua a spingere per raggiungere un accordo economico con Copenhagen. "Certo, mi piacerebbe molto stringere un accordo con loro. Sarebbe più semplice. In un modo o nell'altro, avremo la Groenlandia”, assicura il repubblicano, il quale è convinto che i groenlandesi debbano essere i primi ad accettare l’offerta americana.
"La Groenlandia non vuole che la Russia o la Cina prendano il sopravvento. Non si avvicinino a quelle zone. Sono molto lontane dalla Groenlandia. E la difesa della Groenlandia, in pratica, si basa su due slitte trainate da cani. Lo sapevate? La loro difesa consiste in due slitte trainate da cani. Nel frattempo, ci sono cacciatorpediniere e sottomarini russi e cinesi ovunque", ha ripetuto.
Trump ha poi parlato del Venezuela, descrivendo la relazione attuale con il governo della nuova presidente ad interim Delcy Rodríguez come molto positiva, a solo nove giorni dalla cattura dell’ex presidente venezuelano Nicolás Maduro. "In Venezuela le cose stanno andando davvero bene. Stiamo collaborando molto bene con la leadership”, dice il presidente, che non esclude che possa un giorno visitare il paese sudamericano.
Riferendosi a Rodríguez, Trump ha detto: "Ci ha chiesto: ‘Potete acquistare 50 milioni di barili di petrolio?’ E io ho risposto: ‘Sì, possiamo’. Si tratta di 4,2 miliardi di dollari e il petrolio è già in viaggio verso gli Stati Uniti".
Per quanto riguarda un incontro con l’ex vicepresidente di Maduro, Trump non lo esclude più avanti. Allo stesso tempo, conferma che in settimana s’incontrerà con Maria Corina Machado, la leader dell'opposizione venezuelana, a Washington, Al momento non sono ancora noti molti dettagli dell'eventuale incontro con la Premio Nobel, che sarà quasi sicuramente il mercoledì, considerando l'agenda di Trump del giorno prima che lo vedrà viaggiare fin dalla mattina a Detroit per un evento.
Dopo il Venezuela Trump guarda anche a Cuba e ammette che la sua amministrazione sta già discutendo con il governo dell'Avana. Per quanto riguarda un possibile accordo con i cubani, il tycoon di New York non ha voluto svelare nessun dettaglio.
"Lo scoprirete molto presto. E' una delle cose di cui voglio che ci si occupi, uno dei gruppi di persone di cui voglio che ci si prenda cura, sono le persone che provengono da Cuba...Soprattutto, in questo momento ci occuperemo delle persone provenienti da Cuba che non sono cittadini americani e che si trovano nel nostro paese", ha detto Trump a bordo dell'Air Force One.
Di fronte alla domanda di una giornalista che gli chiedeva di un possibile sequestro delle petroliere che si dirigono verso Cuba, Trump non ha negato la possibilità. "Molte persone del settore petrolifero sono davvero interessate", ha affermato, sorridendo, il presidente americano. (di Iacopo Luzi)

Alberto Trentini è libero dopo oltre un anno di carcere in Venezuela. Il 46enne cooperante umanitario, originario del Lido di Venezia, era detenuto dal 15 novembre 2024 senza accuse ufficiali a suo carico. La sua liberazione è avvenuta oggi, 12 gennaio 2026.
Esperto di cooperazione internazionale, ha lavorato con ong come Save the Children e Medici Senza Frontiere, partecipando a missioni in Etiopia, Nepal, Libano e Sud America. Al momento dell’arresto collaborava con l’organizzazione francese Humanity & Inclusion, attiva in 60 Paesi nell’assistenza alle persone con disabilità e inclusione sociale. Arrivato a Caracas il 17 ottobre 2024 per una missione umanitaria, era stato fermato durante un controllo mentre viaggiava verso Guasdualito, nello stato di Apure, insieme all’autista locale Rafael Ubiel Hernández Machado, poi rilasciato dopo alcuni mesi.
Da allora Trentini era recluso nel carcere di massima sicurezza El Rodeo I, vicino a Caracas, struttura nota per sovraffollamento e gravi violazioni dei diritti umani. Pur etichettato informalmente da fonti vicine al regime Maduro come "cospiratore" o "terrorista", non esistono capi d’imputazione né un processo a suo carico. Il caso viene considerato un esempio di "diplomazia degli ostaggi", con arresti arbitrari di stranieri usati come leva politica. Era detenuto in isolamento, con accesso limitato alla luce naturale e all’esercizio fisico. Trentini, secondo le informazioni diffuse, soffre di ipertensione cronica, gestita con farmaci forniti dall’ambasciata italiana, e durante la detenzione ha perso molto peso causa della dieta insufficiente. Aveva potuto telefonare alla famiglia solo tre volte nel 2025 e non dispone di un avvocato indipendente.
La famiglia – i genitori Armanda Colusso ed Ezio Trentini e la sorella – aveva inizialmente mantenuto il riserbo, salvo poi rivolgere appelli pubblici nell'ultimo anno lamentando lentezze ma riconoscendo l’impegno del ministro degli Esteri Antonio Tajani e della premier Giorgia Meloni. Il governo italiano ha seguito il dossier come prioritario, anche tramite l’inviato speciale Luigi Vignali. Il caso è stato sollevato in sedi internazionali, compresi G7 e Parlamento europeo. Oggi, finalmente, la buona notizia.

Alberto Trentini e Mario Burlò sono stati liberati in Venezuela. Lo annuncia il ministro degli Esteri, Antonio Tajani. "Alberto Trentini e Mario Burlò sono liberi e sono nella sede dell'ambasciata d’Italia a Caracas. Lo ho appena comunicato al Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che ha sempre seguito la vicenda in prima persona", il messaggio di Tajani sui social. "Ho parlato con i nostri due connazionali che sono in buone condizioni. Presto rientreranno in Italia. La loro liberazione è un forte segnale da parte della presidente Rodriguez che il governo italiano apprezza molto", aggiunge Tajani.
"Accolgo con gioia e soddisfazione la liberazione dei connazionali Alberto Trentini e Mario Burlò, che si trovano ora in sicurezza presso l’Ambasciata d’Italia a Caracas. Ho parlato con loro, e un aereo è già partito da Roma per riportarli a casa", dichiara la presidente del Consiglio Giorgia Meloni.
"Desidero esprimere, a nome del governo italiano - aggiunge Meloni -, un sentito ringraziamento alle Autorità di Caracas, a partire dal residente Rodriguez, per la costruttiva collaborazione dimostrata in questi ultimi giorni e a tutte le istituzioni e alle persone che, in Italia, hanno operato con impegno e discrezione per il raggiungimento di questo importante risultato", conclude la presidente del Consiglio.
"Alberto finalmente è libero! Questa è la notizia che aspettavamo da 423 giorni! Ringraziamo tutti quelli che hanno reso possibile, anche lavorando nell’invisibilità, la sua liberazione. Tutti questi mesi di prigionia hanno lasciato in Alberto e in noi che lo amiamo ferite difficilmente guaribili, adesso avremo bisogno di tempo da trascorrere in intimità per riprenderci", le parole della famiglia di Alberto Trentini, assistita dall’avvocata Alessandra Ballerini. "Ringraziamo tutti per esserci stati vicini, ma vi chiediamo di rispettare il nostro silenzio e la nostra riservatezza. Ci sarà tempo per trovare le parole giuste per raccontare fatti e accertare responsabilità. Oggi vogliamo solo pace. Grazie!".

Per le persone anziane, camminare anche una volta a settimana è un bonus notevole per il cuore. L'attività e il movimento, anche sporadici, riducono il pericolo di infarto e di altre patologie, contribuendo ad ad abbassare il rischio di morte. E' il quadro complessivo delineato da uno studio di Harvard.
L'esercizio, anche per le persone anziane, garantisce una serie di benefici per la salute. Per chi ha più di 60 o 70 anni, però, può diventare complicato svolgere attività fisica anche lieve. Lo studio confezionato dall'ateneo americano offre nuovi elementi utili per delineare il quadro e fissare alcuni parametri. Secondo la ricerca pubblicata sul British Journal of Sports Medicine, camminare una o due volte a settimana è associato ad una riduzione significativa del rischio di morte e di malattie cardiovascolari.
Lo studio ha monitorato 13.547 donne americane di età superiore ai 62 anni, con un'età media di 72 anni. Le persone coinvolte nella ricerca hanno indossato un activity tracker per sette giorni consecutivi tra il 2011 e il 2015 e sono state seguite per oltre un decennio. Nessuna di loro, evidenzia la ricerca, presentava malattie cardiache o cancro all'inizio dello studio. Nel periodo di monitoraggio fino alla fine del 2024, 1.765 donne sono decedute e 781 hanno sviluppato malattie cardiache. Raggiungere almeno 4.000 passi in uno o due giorni alla settimana è stato associato a un rischio inferiore del 26% di morte per tutte le cause e del 27% di morte per malattie cardiache. Chi ha raggiunto questa soglia di passi in almeno tre giorni alla settimana ha abbattuto il rischio inferiore di morte per qualsiasi causa del 40%. I rischi legati a patologie cardiovascolari sono rimasti attorno al 27%.
L'elemento che emerge dallo studio, secondo gli autori, è l'importanza della quantità di passi. Passa in secondo piano il numero di giorni in cui si raggiungono un certo numero di passi. In media, le donne coinvolte nella ricerca hanno fatto 5.615 passi al giorno. Lo studio, bisogna evidenziare, è solo osservazionale non è opportuno trarre conclusioni definitive su rapporti causa-effetto. Oltretutto, gli scienziati hanno valutato esclusivamente donne.
Il lavoro, in ogni caso, "suggerisce che la frequenza del raggiungimento delle soglie di passi giornaliere non è critica (anche 1 o 2 giorni a settimana con 4.000 passi al giorno è stata correlata a una minore mortalità e malattie cardiovascolari), e che il volume dei passi è più importante della frequenza del raggiungimento delle soglie di passi giornaliere nella popolazione anziana".

Il Regno Unito in campo per placare Donald Trump e 'salvare' la Groenlandia. Il presidente degli Stati Uniti considera l'isola, territorio autonomo controllato dalla Danimarca, vitale per la sicurezza nazionale a stelle e strisce. "O facciamo un accordo con le buone o lo facciamo con le cattive", ha detto Trump, che vuole muoversi rapidamente per arginare l'influenza di Russia e Cina nell'Artico. Per evitare 'le cattive', ecco l'iniziativa a cui lavora il premier britannico Keir Starmer. Downing Street, come riferisce il Telegraph, starebbe trattando con gli alleati europei l'invio di una forza militare in Groenlandia che venga incontro all'esigenza di proteggere l'Artico espressa dalla Casa Bianca.
I funzionari britannici, in un'iniziativa che coinvolgerebbe alleati Nato, hanno incontrato i loro omologhi di paesi quali Germania e Francia per avviare i preparativi. I piani, ancora in fase embrionale, potrebbero prevedere lo schieramento di soldati, navi da guerra e aerei britannici per proteggere la Groenlandia dalle mire di Mosca e Pechino.
"Condividiamo l'opinione del presidente Trump: la crescente aggressività della Russia nell'Estremo Nord deve essere scoraggiata e la sicurezza euro-atlantica rafforzata. Le discussioni della Nato sul rafforzamento della sicurezza nella regione continuano e non potremmo mai fornire anticipazioni", le parole di una fonte governativa britannica. "Il Regno Unito sta collaborando con gli alleati della Nato per guidare gli sforzi volti a rafforzare la deterrenza e la difesa nell'Artico. Il Regno Unito continuerà a collaborare con gli alleati, come ha sempre fatto, su operazioni nel nostro interesse nazionale, proteggendo le persone in patria", continua la fonte.
Perché non basterà per Trump
Con sentinelle occidentali, Trump si accontenterà? Poco probabile, se si considera che per il presidente americano "Putin non teme l'Europa, teme me". Washington, d'altra parte, non sembra tener conto della versione proposta da diplomatici di paesi nordici[1] che, citati dal Financial Times, contestano la narrazione trumpiana secondo cui navi russe e cinesi opererebbero vicino alla Groenlandia.
"Non è affatto vero che i cinesi e i russi siano lì. Ho visto le informazioni dei servizi segreti. Non ci sono navi, né sottomarini", le parole di una fonte. "L'idea che le acque intorno alla Groenlandia siano piene di navi o sottomarini russi e cinesi non è affatto vera. Sono nell'Artico, sì, ma sul lato russo", il quadro delineato dall'altro funzionario.
Rubio in campo, incontro con ministro degli Esteri danese
Gli Stati Uniti intanto continuano a muoversi autonomamente alla ricerca di una soluzione diplomatica. La premier danese Mette Frederiksen conferma che il ministro degli Esteri Lars Løkke Rasmussen incontrerà il segretario di stato americano Marco Rubio la prossima settimana. "Siamo a un bivio", dice Frederiksen durante una conferenza del partito. Nei giorni scorsi Rubio aveva dichiarato di voler incontrare i rappresentanti danesi in tempi brevi. A perorare la causa di Copenhagen provvede il primo ministro svedese, Ulf Kristersson, che boccia la "retorica minacciosa" dell'amministrazione americana e elogia la Danimarca, un alleato "molto fedele" degli Stati Uniti.
In primavera, il vicepresidente JD Vance aveva definito la Danimarca un 'cattivo alleato', scatenando l'ira degli interessati, che avevano ricordato di aver affiancato gli americani in particolare in Iraq e in Afghanistan. "Gli Stati Uniti dovrebbero invece ringraziare la Danimarca, che nel corso degli anni è stata un alleato molto leale", dice Kristersson. "La Svezia, i paesi nordici, gli Stati baltici e diversi grandi paesi europei sono solidali con i nostri amici danesi".

Dopo il Venezuela, c'è Cuba nel mirino di Donald Trump. Il presidente degli Stati Uniti prevede un crollo di L'Avana ribadendo le previsioni già formulate nei giorni scorsi. Per la prima volta, però, Trump fa riferimento ad un potenziale accordo con l'isola.
"Per molti anni Cuba ha vissuto grazie alle ingenti quantità di petrolio e denaro provenienti dal Venezuela. In cambio, Cuba ha fornito 'servizi di sicurezza' agli ultimi due dittatori venezuelani, ma ora non più!"!, scrive il presidente americano su Truth, ricordando il legame tra L'Avana e Caracas con il consolidato scambio tra uomini per la sicurezza di Nicolas Maduro e petrolio.
Il consiglio (o l'ultimatum)
Il leader venezuelano si è affidato a militari cubani per formare la propria scorta: nell'attacco del 3 gennaio, sarebbero morti almeno 32 uomini. "La maggior parte di quei cubani sono morti nell'attacco degli Stati Uniti della scorsa settimana, e il Venezuela non ha più bisogno di protezione dai teppisti e dagli estorsori che lo hanno tenuto in ostaggio per così tanti anni", dice Trump.
"Il Venezuela ora ha gli Stati Uniti d'America, l'esercito più potente del mondo (di gran lunga!), a proteggerlo, e noi lo proteggeremo. Non ci sarà più petrolio o denaro per Cuba. Zero!", prosegue il numero 1 della Casa Bianca prima della proposta nemmeno troppo velata: "Consiglio vivamente di raggiungere un accordo, prima che sia troppo tardi".
L'Avana risponde
L'invito, se così si può definire, viene respinto al mittente in maniera perentoria. ''Nessuno può dirci cosa dobbiamo fare'', afferma il presidente cubano Miguel Díaz-Canel. Cuba è "pronta a difendere la patria fino all'ultima goccia di sangue. Cuba è una nazione libera, indipendente e sovrana'', aggiunge in un post su X.
Sul social di Elon Musk si esprime anche Bruno Rodriguez, ministro degli Esteri di L'Avana. "Cuba non riceve né ha mai ricevuto compensi monetari o materiali per servizi di sicurezza prestati a qualsiasi paese. A differenza degli Stati Uniti, non abbiamo un governo che si presta al mercenarismo, al ricatto o alla coercizione militare contro altri Stati", scrive su X.
"Come ogni altro Paese - sottolinea poi - Cuba ha il diritto assoluto di importare combustibile dai mercati disposti ad esportarlo e che esercitano il proprio diritto di sviluppare relazioni commerciali senza interferenze o subordinazione alle misure coercitive unilaterali degli Stati Uniti". "Il diritto e la giustizia sono dalla parte di Cuba. Gli Stati Uniti si comportano come un egemone criminale e incontrollato che minaccia la pace e la sicurezza, non solo a Cuba e in questo emisfero, ma in tutto il mondo", dice ancora.

Centinaia di morti in Iran, dove le proteste di piazza vengono represse nel sangue. Donald Trump valuta una serie di opzioni militari con la possibilità di colpire il regime di Teheran. Dopo l'ennesima giornata di violenza, le vittime in totale sarebbero oltre 500 dall'inizio delle manifestazioni. Secondo l'ong statunitense Human Rights Activists News Agency, sarebbero morti almeno 490 manifestanti e avrebbero perso la vita anche 48 agente. Gli arresti nel paese sarebbero oltre 10mila.
La fondazione del premio Nobel Narges Mohammadi, invece, ha denunciato di "aver ricevuto resoconti assolutamente orribili di sparatorie di massa contro i manifestanti da parte delle forze governative iraniane''. Queste sparatorie, si legge, avrebbero ''causato la morte di oltre duemila manifestanti".
I video e la carneficina
Video verificati dalla Cnn e provenienti dalla provincia di Teheran mostrano una folla di persone al Kahrizak Forensic Medical Center mentre cercano di identificare i propri cari tra centinaia di cadaveri. Le persone sono radunate davanti a un monitor che mostra le foto dei defunti e secondo le informazioni visualizzate sullo schermo potrebbero esserci fino a 250 corpi.
Un'altra clip dalla struttura forense mostra corpi in sacchi neri allineati su un marciapiede fuori dall'edificio, con persone radunate intorno. Si sentono urla di angoscia e si vedono persone piangere accanto ai corpi. Alcuni corpi vengono adagiati su un'area sterrata vicino all'edificio, mentre le famiglie cercano freneticamente i loro cari.
L'agenzia di stampa statale Tasnim diffonde un video con scene dall'istituto di medicina legale. La clip mostra il giornalista dell'agenzia che parla con persone in lutto che raccontano che i loro parenti non erano manifestanti. Un uomo in lutto racconta in lacrime al giornalista che la sua amata è stata colpita alla testa da un sasso e che la vittime era filo-governativa. Parlando alla telecamera il giornalista afferma che tra le vittime ci sono anche manifestanti che "miravano a scontrarsi" con le forze di sicurezza o "volevano impadronirsi di una base militare o qualcosa del genere e potrebbero aver usato armi". "Ma la maggior parte di queste persone erano persone comuni e le loro famiglie sono famiglie comuni", aggiunge.
Le contromanifestazioni
Il governo iraniano, nelle stesse ore, ha dichiarato tre giorni di lutto nazionale in onore delle vittime della "battaglia di resistenza" contro le proteste. Il presidente Masoud Pezeshkian si è detto "profondamente commosso" dalla perdita di vite umane e ha invitato gli iraniani a unirsi alla Marcia di resistenza nazionale oggi.
La giornata di lunedì 12 gennaio sarà caratterizzata da "raduni nazionali" per denunciare le proteste in corso, come riporta l'agenzia di stampa Irna. Una delle controproteste avrà luogo in piazza Enqelab, nel centro di Teheran, a partire dalle 14 ora locale. L'obiettivo, spiegano i media iraniani, sarebbe quello di "condannare le azioni dei rivoltosi e dei terroristi armati".
Le opzioni per Trump
Davanti a questo scenario - e dopo gli avvertimenti lanciati negli ultimi giorni - Trump sta esaminando una serie di potenziali opzioni militari, secondo le informazioni fornite alla Cnn da due funzionari. Il presidente americano ha ricevuto documenti relativi a eventuali piani di intervento: le valutazioni riguardano anche opzioni che non comportano l'uso diretto della forza militare. Le riflessioni delle prossime ore saranno determinanti per definire la strategia. Un eventuale attacco, però, potrebbe non essere immediato: le operazioni per preparare l'azione dovrebbero essere completate in toto e la procedura richiederebbe tempo.
All'interno dell'amministrazione, c'è chi teme che un eventuale raid - magari contro strutture non militari a Teheran - potrebbe penalizzare le proteste inducendo una parte della popolazione a sostenere il regime. Non viene esclusa l'ipotesi di una reazione di Teheran che potrebbe innescare un'escalation nella regione.
Domani vertice alla Casa Bianca
Il giorno chiave potrebbe essere martedì 13 gennaio. Domani, come riferisce il Wall Street Journal, Trump avrà martedì un briefing con i suoi collaboratori senior per discutere una serie di misure per rispondere alla repressione iraniana. Il 'menù comprende anche azioni informatiche ed economiche.
Durante l'incontro voluto dal presidente con alti funzionari dell'amministrazione si parlerà di una strategia complessiva, che comprende anche il rafforzamento delle fonti antigovernative online, l'impiego di armi informatiche contro siti militari e civili iraniani, l'imposizione di ulteriori sanzioni al regime. Sul tavolo, anche attacchi militari.
Alla riunione dovrebbero partecipare il Segretario di Stato Marco Rubio, il capo del Pentagono Pete Hegseth e il Capo di Stato Maggiore Congiunto, il Generale Dan Caine. Secondo il Wsj non è previsto che Trump prenda una decisione definitiva durante l'incontro, poiché la valutazione è ancora in una fase iniziale.
Un nuovo attacco aereo contro l'Iran sarebbe il secondo autorizzato da Trump al Paese. Ad agosto 2025, i bombardieri stealth B-2 hanno danneggiato gravemente tre siti nucleari iraniani.
L'opzione Musk
Nel mosaico studiato dalla Casa Bianca c'è spazio anche per Elon Musk. Una delle opzioni in discussione è la possibilità di inviare in Iran terminali di Starlink, servizio internet satellitare che fa capo al magnate, per la prima volta durante l'amministrazione Trump.
Questa soluzione potrebbe aiutare i manifestanti a evitare il blocco di internet nel Paese, com'è avvenuto di recente. L'accesso online in Iran è bloccato da giorni, come evidenzia la ong di monitoraggio della sicurezza informatica Netblocks. "La connettività con il mondo esterno che rimane solo all'1% del suo livello abituale", afferma la ong su X. "Il crollo delle telecomunicazioni continua a influire sulla capacità della popolazione di accedere alle informazioni e di comunicare con i propri cari", si sottolinea.
L'amministrazione Trump, d'altra parte, è anche consapevole che agire in modo 'quasi simbolico', danneggiando il regime senza indebolirlo realmente, potrebbe demoralizzare i manifestanti, ad oggi convinti che Washington li sosterrà.

Mangiare poco, alzarsi da tavola non completamente sazi, limitare il più possibile il vino. Quando si mangia la pasta, meglio quella integrale. Sono le regole che il professor Silvio Garattini, presidente e fondatore dell'Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri, ha illustrato nelle sue recenti apparizioni televisive tra La volta buona su Raiuno e Che tempo che fa, sul Nove.
Si parte da un dato basilare, valido per qualsiasi regime alimentare si scelga: "Bisogna mangiare poco e in modo vario. L'organismo non deve lavorare troppo". Il digiuno totale non è una soluzione: "Io a mezzogiorno prendo almeno una spremuta d'arancia o una banana", dice lo scienziato, che ha compiuto 97 anni. L'alimentazione è un bonus ulteriore se abbinata a scelte che orientano lo stile di vita in generale: "Ho cercato di fare tutto quello che si considera utile per favorire la longevità. Non ho mai avuto determinate forme di dipendenza, non ho mai fumato e ho sempre bevuto pochissimo alcol".
Capitolo vino: sulla tavola di Garattini, non c'è. "Da quando l'Oms ha detto che l'alcol è cancerogeno non bevo più alcol né lo regalo, perché non voglio dare cancro alla gente", sintetizza. Insieme all'alcol, nella spesa ideale dello scienziato non troverebbero posto due alimenti di uso estremamente comune. "Sconsiglio la carne rossa e il burro, che va sostituito con olio d'oliva. La carne rossa è un fattore di rischio per il tumore del colon ed è produttrice di alcune sostanze ritenute lesive a livello cardiovascolare", dice il professore. Se proprio non se ne può fare a meno, bisogna consumarla con moderazione: "Non dovremmo superare i 100-150 grammi a settimana, ci sono tante altre di proteine animali, a partire dal pesce, da preferire".
Il professore più volte si è espresso sul digiuno intermittente, ridimensionando l'importanza di una divisione della giornata in finestre: "Non è così importante quando si mangia, conta la quantità totale. Uno può anche mangiare 5 volte al giorno, basta che il totale sia relativamente poco. Si può mangiare 3 o 5 volte al giorno, conta cosa si mangia: frutta e verdura, se possibile pane e pasta integrali. Ma conta soprattutto il quanto", sottolinea.



