Emodinamica di Carbonia in regime H12 sette giorni su sette... 
La Commissione europea reputa che il cannabidiolo (Cbd) possa essere qualificato quale 'nuovo alimento' purché soddisfi le condizioni previste dalla legislazione Ue sui nuovi alimenti. L'Efsa - Autorità europea per la sicurezza alimentare - ha quindi stabilito "un livello provvisorio di assunzione di sicurezza per gli adulti del Cbd come nuovo alimento", evidenziando "persistenti lacune nei dati" disponibili.
Limite provvisorio per assunzione sicura
In una dichiarazione aggiornata, il gruppo di esperti Nda (Nutrizione, nuovi alimenti e allergeni alimentari) dell'Efsa ha fissato per il cannabidiolo "un livello provvisorio di assunzione sicura pari a 0,0275 milligrammi per chilogrammo di peso corporeo al giorno: circa 2 mg al giorno per un adulto di 70 kg", ha comunicato l'authority, spiegando che "quando le evidenze disponibili sono incomplete gli scienziati dell'Efsa possono stabilire livelli di assunzione sicura provvisori". Il livello fissato "include un fattore di sicurezza supplementare - o fattore di incertezza - per tutelare la salute nonostante i margini di incertezza nei dati a disposizione", precisa l'autorità. Gli esperti Efsa "rivedranno il livello di sicurezza provvisorio allorquando i dati tossicologici e/o umani richiesti verranno forniti o dai richiedenti o tramite ricerche pubblicate".
"Il livello di sicurezza provvisorio - chiarisce l'Efsa - si applica esclusivamente alle formulazioni di integratori alimentari contenenti Cbd con purezza di almeno il 98%, prive di nanoparticelle, e per le quali il processo di produzione sia ritenuto sicuro e di cui sia esclusa la genotossicità". Inoltre, "per le persone di età inferiore ai 25 anni, le donne in gravidanza o in allattamento e quelle che seguono terapie farmacologiche gli scienziati dell'Efsa hanno concluso che la sicurezza del Cbd non può essere stabilita", puntualizza l'authority.
L'Efsa ribadisce le lacune nei dati evidenziate in una precedente dichiarazione del 7 giugno 2022, anche per quanto riguarda i possibili effetti del Cbd sul fegato e sui sistemi endocrino, nervoso e riproduttivo.
"Spetterà ai richiedenti colmare le lacune nei dati", indica l'autorità Ue. Per aiutarli a fornire le informazioni mancanti, l'Efsa ha tenuto una sessione informativa nel giugno 2022 e sta pianificando un webinar successivo in programma ad aprile.
L'autorità procederà all'analisi del rischio per ciascuna richiesta di valutazione del Cbd come nuovo alimento sulla base dei dati messi a disposizione da ogni richiedente.
Cosa dicono i farmacologi
L'aggiornamento pubblicato dall'Efsa che fissa delle soglie di sicurezza provvisorie per il cannabidiolo come nuovo alimento "contribuisce a rafforzare il quadro scientifico e regolatorio di riferimento, promuovendo standard elevati di sicurezza, trasparenza e tutela della salute pubblica, in linea con le esigenze di un'innovazione responsabile e di una corretta informazione del consumatore". Lo dichiara all'Adnkronos Salute Marco Pistis, membro del Consiglio direttivo della Società italiana di farmacologia (Sif) e docente all'università degli Studi di Cagliari.
"Il Cbd è oggi ingrediente di numerosi prodotti consumer liberamente disponibili sul mercato europeo, circostanza che rende ancora più centrale una valutazione indipendente e approfondita del suo profilo di sicurezza", spiega Pistis, precisando che "tale aggiornamento riguarda l'impiego del Cbd come novel food e non il Cbd utilizzato come farmaco, il cui valore terapeutico è documentato e riconosciuto, in particolare nel trattamento di alcune epilessie rare e farmacoresistenti".
Per i farmacologi Sif, l'aggiornamento 'Update of the statement on safety of cannabidiol as a novel food' dell'Efsa rappresenta "un passaggio di rilievo nel percorso di valutazione scientifica del cannabidiolo in ambito alimentare. Il documento ribadisce l'importanza di un approccio metodologicamente rigoroso e basato sulle evidenze, delineando con chiarezza sia i progressi compiuti sia le aree in cui risultano necessari ulteriori dati, in particolare riguardo agli effetti a lungo termine, al profilo epatico e alle possibili interazioni farmacologiche".
La testata ha ripreso le pubblicazioni grazie al gruppo Mazzitelli...
Tecnico Cagliari: 'restare uniti e compatti per superare questo
momento'... 
Eric Dane era uno dei volti noti che aveva rotto il silenzio sulla sua malattia. La Sla, la più frequente delle malattie del motoneurone, è una patologia neurodegenerativa progressiva che colpisce le cellule nervose responsabili del controllo dei muscoli volontari ed esordisce in modo subdolo, solitamente fra i 60 e i 75 anni. Per la star del medical drama 'Grey's Anatomy', morto a 53 anni[1], la diagnosi era però arrivata prima. Lo aveva rivelato al mondo ad aprile 2025. E a settembre dello stesso anno l'associazione Als Network aveva deciso di riconoscergli il premio 'Advocate of the Year' per il suo "straordinario impegno nel sensibilizzare" sulla malattia "e sostenere le persone affette da Sla", sfruttando "la sua visibilità pubblica" per amplificarne le voci e "promuovere la ricerca", bisognosa di risorse e finanziamenti.
La Sla
La malattia che ha colpito l'attore Eric Dane è nota anche come malattia di Charcot, dal cognome del neurologo francese che per primo la descrisse intorno al 1860. Ma viene chiamata anche malattia di Lou Gehrig (leggenda del baseball americano, la cui patologia fu portata all'attenzione pubblica nel 1939). Nomi diversi per una malattia che ha più 'facce'. Basti pensare ai primi segnali che dà: sono vari e aspecifici e vanno da una debolezza muscolare che può colpire un arto o anche il viso, crampi e movimenti involontari dei muscoli, alterazioni nella voce, a rigidità e contrazioni, movimenti limitati.
La malattia, si spiega in diversi focus tra cui quello pubblicato dall'Istituto Humanitas sul suo sito, inizia a manifestarsi quando la perdita dei motoneuroni danneggiati non riesce più a essere compensata dalla presenza dei neuroni superstiti: si arriva così a una progressiva perdita di forza dei muscoli. Nei casi più gravi si può arrivare gradualmente a una paralisi respiratoria, per cui bisogna intervenire con ventilazione meccanica.
Chi si ammala di più
Secondo i dati, ricordati sia da Aisla (l'associazione punto di riferimento per i pazienti con Sla in Italia) che dai neurologi della Sin (Società italiana di neurologia) la Sla viaggia ogni anno al ritmo di circa 3 nuove diagnosi ogni 100.000 abitanti e ha una prevalenza di circa 10 casi su 100.000 abitanti. Sulla base di questi numeri l'Organizzazione mondiale della sanità (Oms) la inserisce fra le malattie rare. In Italia si stimano circa 5.000-6.000 malati. Ancora oggi, seppure molto meno, il sesso maschile ha un'incidenza maggiore di quello femminile, rilevano gli esperti. Sono stati studiati molti fattori di rischio ambientali in associazione alla Sla, dal fumo di sigaretta all'attività fisica intensa (sportiva o lavorativa), dall'esposizione a metalli pesanti, pesticidi o solventi ai traumi generali. Oltre ovviamente alla predisposizione genetica. Ma le cause della malattia, ricorda l'Aisla, sono ancora sconosciute. Negli ultimi anni è stato riconosciuto un ruolo sempre più importante alla genetica, come possibile fattore causale o predisponente. La Sla è infatti per lo più considerata una patologia sporadica (85-90% dei casi), sebbene esistano forme familiari (10-15% dei casi).
I geni coinvolti
Cosa ha finora rilevato la ricerca sul Dna? A oggi, riepiloga la Sin, si conoscono 4 geni maggiori coinvolti (Sod1, Tardbp, Fus, c9orf72) e numerosi geni minori. Le mutazioni identificate sono responsabili di circa il 60% dei casi familiari e circa il 12% dei casi sporadici. Recentemente, grazie allo studio dei dati derivanti dai registri di popolazione, sono stati definiti diversi fenotipi di malattia, dalla Sla classica, alla forma bulbare pura, alla sclerosi laterale primaria (o malattia del I motoneurone), alla atrofia muscolare progressiva (o malattia del II motoneurone), fino alla forma denominata 'flail arm syndrome' (sindrome dell'uomo nel barile), alla 'flail leg syndrome' (sindrome delle gambe flaccide), alla Sla monomelica. Sempre nelle ultime 2 decadi è emerso il ruolo dei deficit cognitivi, che sono presenti in una quota fino al 50% dei casi, dalla demenza fronto-temporale classica (10-15% dei casi) alle forme comportamentali. Si fa strada un concetto nuovo: quello dello 'spettro di malattia', in un continuum tra forme motorie pure e forme cognitive pure.
Per la malattia che ha colpito l'interprete di Mark Sloan in 'Grey's Anatomy' e Cal Jacobs in 'Euphoria', l'aspettativa di vita dall'esordio dei sintomi è mediamente di 3-5 anni, ma il decorso varia da paziente a paziente. La diagnosi, spiegano i neurologi, risulta complessa ed è tuttora da considerarsi clinica, sebbene ci siano "alcuni importanti contributi" dalla neurofisiologia e dalle tecniche di neuroimaging (tecniche avanzate di risonanza magnetica nucleare o dell'utilizzo della Pet cerebrale). Attualmente non esistono terapie farmacologiche in grado di arrestare il decorso della Sla. Nel tempo la malattia immobilizza la persona colpita, impedendole di compiere funzioni importanti, come parlare, deglutire e respirare. "Ma non fa perdere la capacità di pensare, di provare emozioni e di condividere con gli altri la propria esperienza di vita", si ricordava appena un paio di giorni fa in una nota diffusa dalla Fondazione Arisla per la pubblicazione del nuovo Bando di finanziamento di progetti di ricerca sulla Sla.
La Fondazione ribadiva l'urgenza di investire in studi sulla malattia, per la quale al momento l'unico farmaco approvato per il trattamento in Italia è il riluzolo (in grado di rallentare il decorso della malattia di alcuni mesi, evidenziano i neurologi), a cui si è aggiunto il tofersen per persone con Sla associata alla mutazione nel gene Sod1. Il supporto di ausili tecnologici, la maggiore consapevolezza dei bisogni dei pazienti e la creazione di centri clinici specializzati hanno dato un contributo al miglioramento della qualità di vita dei pazienti, ma c'è ancora tanta strada da fare. Gli specialisti guardano alla ricerca e all'impulso che ha avuto negli ultimi anni: gli studi sulla genetica, ricorda la Sin, stanno rivelando un numero sempre più importante di geni associati alla Sla e sono in corso progetti volti all'identificazione dei marcatori diagnostici e prognostici, dagli 'staging systems' ai marcatori sierici e liquorali come i neurofilamenti, o le tecniche di neuroimaging. Accanto a questi filoni di, sono attivi anche trial terapeutici con farmaci, tecniche innovative e approcci di terapie cellulari.
La minoranza chiede dibattito dopo lo slittamento per le assenze in
maggioranza... 
Secondo gli ultimi dati della sorveglianza Passi d'Argento dell'Istituto superiore di sanità (Iss), circa 1 anziano su 5 (20-21%) over 65 cade almeno 1 volta all'anno, con una frequenza che aumenta con l'età e tocca il 50% tra gli ultra 80enni. Ora una scarpa 'intelligente' potrebbe aiutare gli anziani a evitare molte di queste cadute. Per ora questa calzatura è solo un prototipo, sviluppato dall'ingegnere Jiayang Li dell'università di Bristol nel Regno Unito, ma presto potrebbe essere prodotta in serie.
La storia dietro questa invenzione - racconta 'The Independent' - è legata al rapporto tra Jiayang Li e il suo anziano mentore, oggi 89enne, che non riusciva più a camminare bene. Così Jiayang Li ha promesso che l'avrebbe aiutato a superare questo problema. Il punto di partenza è una suoletta interna hi-tech con centinaia di minuscoli sensori che forniscono dati in tempo reale, con la qualità di laboratorio, sull'andatura di chi la indossa. Questo flusso di dati è visualizzabile su un tablet o su un telefono cellulare. "Ho pensato che la tecnologia dei semiconduttore, che stiamo studiando, potesse effettivamente essere d'aiuto", ha spiegato l'ingegnere.
"Mappare in dettaglio i movimenti delle gambe potrebbe rilevare il rischio di cadute, aiutando le persone anziane a camminare con maggiore sicurezza e al contempo a mantenere la propria indipendenza a casa", ha proseguito Jiayang Li. I dati raccolti dai sensori vengono utilizzati per generare immagini del piede della persona, evidenziando i punti di pressione e valutando se sta camminando in modo equilibrato o se rischia di cadere. Secondo l'ingegnere, "la prevenzione delle cadute è una sfida enorme per le popolazioni anziane, quindi la possibilità di anticipare ed evitare che ciò accada grazie alla nostra invenzione è davvero entusiasmante".
Perquisizioni dei carabinieri della Compagnia di Cagliari... 
Continua la discesa della curva che disegna l'andamento della stagione influenzale 2025-2026. Nella settimana dal 9 al 15 febbraio, "l'incidenza totale delle infezioni respiratorie acute nella comunità è stata pari a 8,6 casi per 1.000 assistiti, in diminuzione rispetto ai 9,7 della settimana precedente". Negli ultimi 7 giorni monitorati "sono stati stimati circa 472mila nuovi casi, con un totale dall'inizio della sorveglianza di circa 11,4 milioni di casi". Lo riporta l'ultimo bollettino della sorveglianza RespiVirNet curata dall'Istituto superiore di sanità.
"L'incidenza più elevata - rilevano i medici sentinella - si osserva nella fascia di età 0-4 anni, con circa 33 casi per 1.000 assistiti, in diminuzione rispetto alla settimana precedente (38). L'intensità è a livello basale in Veneto, provincia autonoma di Trento, Molise e Sardegna, molto alta in Basilicata e bassa in tutte le altre regioni e pa".
Nella settimana numero 7 del 2026, "nella comunità si registra per l'influenza un tasso di positività del 5,8%, mentre nel flusso ospedaliero è pari al 6,3%".
"Per quanto riguarda la comunità - prosegue il report pubblicato dell'Iss - tra i virus respiratori circolanti i valori di positività più elevati sono stati rilevati per virus respiratorio sinciziale" Vrs, "Rhinovirus e Metapneumovirus. Anche nel flusso ospedaliero, tra i virus respiratori i tassi di positività più elevati sono stati rilevati per Vrs, per i Rhinovirus e per altri coronavirus diversi da Sars-CoV-2. Per quanto riguarda la caratterizzazione dei virus influenzali, la percentuale dei virus A(H3N2) risulta simile a quella dei virus A(H1N1)pdm09, sia nella comunità che nel flusso ospedaliero. Ad oggi - si precisa - nessun campione è risultato essere positivo per influenza di tipo A 'non sottotipizzabile' come influenza stagionale, che potrebbe essere indicativo della circolazione di ceppi aviari".
"Con i dati aggiornati alla settimana 05 del 2026 - si sottolinea nel rapporto - la sorveglianza degli accessi al pronto soccorso evidenzia un numero di accessi e ricoveri per sindromi respiratorie in diminuzione rispetto a quello registrato nella stessa settimana della stagione precedente". Anche "la sorveglianza delle forme gravi e complicate di influenza evidenzia un numero di casi nella settimana 05 in diminuzione rispetto alla stessa settimana della stagione precedente. Il sottotipo più prevalente tra le forme gravi è A(H1N1)pdm09. Si segnala che la maggior parte dei casi di influenza grave e complicata riguarda persone non vaccinate".

C'era un tempo, non troppo lontano, in cui una diagnosi di melanoma metastatico lasciava poche speranze, con un'aspettativa di vita misurabile in pochi mesi. Oggi quel paradigma è stato letteralmente ribaltato. Grazie all'immunoterapia stiamo assistendo a quella che i medici definiscono una "rivoluzione terapeutica": il sistema immunitario non è più solo uno spettatore, ma il protagonista assoluto del controllo della malattia e in alcuni casi della guarigione. Il melanoma, in questo senso, ha fatto da laboratorio mondiale. I tassi di successo dei moderni trattamenti parlano chiaro: quasi la metà dei pazienti in stadio avanzato oggi guarda al futuro. Tra i protagonisti di questa rivoluzione c'è anche la ricerca campana, dove sono ancora in corso i più promettenti trial clinici internazionali: dai vaccini terapeutici alla terapia cellulare Til (linfociti che infiltrano il tumore), fino ai virus e ai batteri oncolitici e alle immunoterapie locali. A fare il punto sull'immunoterapia oncologica, in particolare quella relativa al melanoma, sono gli specialisti della Società campana di immunoterapia oncologica (Scito), in occasione del meeting annuale della società scientifica che si è aperto questa mattina a Napoli.
"Tra tutti i tumori, il melanoma è certamente quello contro il quale i progressi dell'immunoterapia hanno da subito prodotto risultati clinici rilevanti - spiega Paolo A. Ascierto, presidente di Scito e della Fondazione Melanoma, nonché professore ordinario di Oncologia all'università Federico II di Napoli - La ricerca sta andando avanti velocemente, offrendo nuove speranze soprattutto a coloro che solo 10 o 20 anni fa non ne avevano alcuna".
Il salto di qualità è impressionante, sottolineano gli esperti. Prima dell'avvento degli inibitori dei checkpoint immunitari, la sopravvivenza a 5 anni per il melanoma in stadio IV era inferiore al 10%. "Oggi, i dati dello studio clinico CheckMate 067 mostrano una realtà completamente diversa: l'uso combinato di 2 farmaci immunoterapici (nivolumab e ipilimumab) ha portato la sopravvivenza globale a 10 anni al 43% - evidenzia Ascierto - Per chi raggiunge una risposta completa, la probabilità di essere vivi a 5 anni supera l'85%, con molti pazienti che possono persino sospendere le cure. Anche nei casi più complessi, come le metastasi cerebrali asintomatiche, la combinazione immunoterapica ha mostrato tassi di risposta di circa il 50%, una cifra impensabile fino a un decennio fa".
Ma l'immunoterapia non sta salvando solo chi è in fase avanzata. La nuova frontiera - ricordano gli specialisti - è la terapia adiuvante e neoadiuvante: somministrare il trattamento prima o subito dopo l'intervento chirurgico per 'addestrare' il sistema immunitario a riconoscere e distruggere eventuali cellule tumorali residue. Nello studio CheckMate 238, la sopravvivenza libera da recidiva a 3 anni è salita al 58%, riducendo drasticamente il rischio che la malattia ritorni.
"A differenza della chemioterapia tradizionale, che attacca direttamente le cellule (incluse quelle sane), l'immunoterapia agisce come un 'personal trainer' per le difese dell'organismo - illustra Ascierto - Toglie i freni al sistema immunitario, permettendo alle cellule T di identificare il tumore come un nemico da eliminare. Questo non solo aumenta l'efficacia, ma crea una sorta di 'memoria immunologica' che continua a proteggere il paziente nel tempo".
Nonostante i successi straordinari, la ricerca non si ferma. "Circa il 30-50% dei pazienti non risponde ancora in modo ottimale o sviluppa resistenza. La sfida - conclude il presidente della Scito e della Fondazione Melanoma - è comprendere perché alcuni sistemi immunitari abbiano bisogno di un 'boost' extra e come personalizzare ulteriormente le cure".
All'interno del sito tre tombe monumentali e decorate... 
Il Servizio sanitario nazionale attraversa una crisi profonda, definita da molti osservatori un "lento smantellamento" del modello universalistico nato nel 1978. A fronte di una delle più alte speranze di vita in Europa, il sistema soffre di sottofinanziamento cronico - con una spesa pubblica pari a circa il 6,3% del Pil, inferiore alla media Ocse ed europea - e di una grave carenza di personale. Secondo gli ultimi dati Istat, l'indice di vecchiaia ha raggiunto il 208%: oltre 200 over 65 ogni 100 giovani sotto i 14 anni. Gli anziani sono oggi 14 milioni e rappresenteranno il 35% della popolazione entro il 2050. L'invecchiamento strutturale alimenta una crescente domanda di assistenza: circa 24 milioni di malati cronici e 4 milioni di non autosufficienti. La gestione della cronicità assorbe già l'80% della spesa sanitaria, con costi pro capite per gli over 75 fino a 11 volte superiori rispetto ai più giovani. A questa pressione non corrisponde una risposta pubblica adeguata. Il rapporto 'Quando i soldi non bastano - Il razionamento sanitario in Italia: la situazione degli ultimi 6 anni', realizzato da NeXt Economia e università di Roma Tor Vergata con Acli e Caf Acli e il supporto di Comipa, Federcasse Bcc, Federazione Lombarda Bcc e Federazione Toscana Bcc, evidenzia un "razionamento sanitario implicito", con barriere economiche che spingono i cittadini più fragili a rinunciare alle cure. Il documento sarà presentato il 23 febbraio alle 9.30 nella Sala del Refettorio della Biblioteca della Camera dei deputati.
L'aumento dei nuclei unipersonali, che potrebbero coinvolgere il 40% dei cittadini entro il 2050, sposta la domanda dall'ospedale al territorio e al domicilio - rileva il report - richiedendo un'integrazione tra assistenza clinica, supporto psicologico e protezione sociale. Tra le possibili soluzioni, il rafforzamento della 'sanità di territorio' e un nuovo equilibrio tra pubblico, privato e terzo settore. In questo quadro si collocano le mutue socio-sanitarie, che integrano l'offerta del Ssn facilitando l'accesso alle prestazioni private senza sostituirsi al sistema pubblico. Oltre 13 milioni di cittadini risultano assistiti nella sanità integrativa e mutualistica.
Il rapporto cita le esperienze promosse dalle Banche di Credito Cooperativo in Lombardia e Toscana. "Il modello delle Mutue Bcc, associazioni mutualistiche locali promosse e sostenute dalle Banche di Credito Cooperativo e associate al consorzio Comipa - ricorda Alessandro Azzi, presidente della Federazione Lombarda delle Bcc e della Fondazione del Credito cooperativo Tertio Millennio Ets - si fonda sull'obiettivo di offrire un supporto accessibile e di prossimità ai bisogni delle comunità, inclusi quelli sanitari. Un intervento che nasce dal basso e si basa sulla logica solidaristica e cooperativa". Le mutue territoriali, a differenza delle polizze tradizionali o delle casse aziendali, si rivolgono anche a chi è privo di coperture, come lavoratori precari, anziani e famiglie a basso reddito. "Il progetto 'Una banca una mutua' - aggiunge Matteo Spanò, presidente della Federazione Toscana Bcc - in collaborazione con Comipa, testimonia l'impegno delle Bcc nel rispondere ai bisogni primari delle comunità locali. In Toscana operano 10 Mutue promosse da altrettante Bcc. Dal 2019 la crescita delle adesioni e dei servizi conferma il successo di un modello mutualistico e solidaristico che punta sul fare comunità". Dal 2019 al 31 dicembre 2025 le 10 mutue toscane hanno registrato una crescita del 161%: 42.792 soci, che diventano 52.534 includendo i figli minori; nell'ultimo anno i fruitori dei servizi sono aumentati del 20%. Le strutture convenzionate sono circa 1.600 in ambito sanitario e 1.300 in ambito extra-sanitario.
Nel report è centrale anche il ruolo della cooperazione socio-sanitaria. "L'evoluzione demografica, l'incremento delle cronicità e l'innovazione tecnologica rendono indispensabile una governance multilivello capace di integrare risorse pubbliche e strumenti mutualistici in modo complementare - dichiara Marco Marcocci, vicepresidente nazionale di Confcooperative con delega al Welfare e alla digital health e presidente di Confcooperative Roma e Lazio - L'obiettivo è costruire un modello di sanità integrata che preservi l'universalità del Ssn, riduca le disuguaglianze territoriali e socio-economiche e trasformi la sanità integrativa da risposta emergenziale a leva strutturale di equilibrio del sistema".
Coinvolti 10 comuni , risorse per oltre 3,2 milioni di euro...
Nell'aeroporto della Gallura un incontro con gli operatori del
settore... 
in collaborazione con: Openfarma
Capelli più fragili, perdita di densità e opacità non sono solo un problema estetico, ma possono riflettere squilibri nutrizionali, stress ossidativo e alterazioni del ciclo di crescita del follicolo. Nel 2026 aumenta l’interesse verso gli integratori per capelli, considerati un supporto nutrizionale utile, ma non sostitutivo di cure mediche o di uno stile di vita sano.
Gli esperti sottolineano che l’efficacia non dipende dal singolo ingrediente, ma dalla sinergia tra nutrienti e dalla corretta valutazione delle esigenze individuali. Ogni organismo reagisce in modo diverso, ed è proprio questa variabilità a rendere fondamentale un approccio consapevole e personalizzato.
Capelli e nutrizione: un legame sempre più evidente
La crescita del capello è un processo biologico complesso che richiede un apporto costante di nutrienti essenziali. In presenza di carenze nutrizionali, i capelli possono apparire più sottili, fragili e privi di luminosità. Un’alimentazione equilibrata resta la base per la salute del follicolo pilifero.
I nutrienti essenziali che favoriscono la crescita dei capelli sono:
· Aminoacidi per la sintesi della cheratina
· Vitamine del gruppo B per il metabolismo cellulare
· Minerali essenziali per la salute del follicolo
· Antiossidanti per contrastare lo stress ossidativo
In presenza di carenze nutrizionali, i capelli possono apparire più sottili, fragili e meno luminosi.
Quali sono gli ingredienti più utilizzati negli integratori
Aminoacidi e cheratina: la struttura del capello
Aminoacidi come L-cisteina, prolina e BCAA sono spesso presenti nelle formulazioni per il loro ruolo nella produzione di cheratina, la proteina che costituisce il capello. Un apporto adeguato può migliorare resistenza ed elasticità.
Possibili benefici
· rafforzamento del fusto
· maggiore elasticità
· riduzione della fragilità
Limiti
Non riattivano follicoli inattivi né contrastano forme di alopecia genetica.
Vitamine del gruppo B e microcircolazione
Vitamine come B5, B6 e B3 contribuiscono al metabolismo energetico e al mantenimento della microcircolazione del cuoio capelluto.
Gli esperti sottolineano che, in assenza di carenze, non accelerano la crescita oltre i ritmi fisiologici.
Minerali essenziali per la salute del cuoio capelluto
Zinco, rame e manganese sono coinvolti in processi fondamentali:
· regolazione della produzione di sebo
· supporto alla pigmentazione
· difesa antiossidante
Antiossidanti ed estratti naturali
Tra gli ingredienti più studiati figura l’estratto di mela Annurca, associato in letteratura a un possibile supporto alla fase di crescita del capello e al miglioramento della lucentezza.
Un’analisi completa degli attivi più utilizzati e del loro ruolo fisiologico è disponibile in questa guida sugli integratori per capelli[1] , che approfondisce benefici, limiti e sinergie nutrizionali.
Integratori: cosa possono fare e cosa no
Possono contribuire a
· migliorare la resistenza del capello
· supportare capelli fragili e sfibrati
· favorire la lucentezza e l’aspetto sano
Non possono
· curare l’alopecia androgenetica
· sostituire una dieta equilibrata
· garantire risultati uniformi
Gli specialisti ricordano che la risposta all’integrazione varia in base alla genetica, allo stato nutrizionale, alle condizioni ormonali e tanti altri fattori. È quindi consigliabile consultare un professionista prima di iniziare.
Come scegliere un integratore in modo consapevole
Scegliere un integratore per capelli richiede attenzione. Non tutti i prodotti sono uguali, e valutare alcuni aspetti può fare la differenza. I principali criteri da considerare sono i seguenti:
· Dosaggi corretti – verificare le quantità per dose giornaliera
· Biodisponibilità – forme più assimilabili migliorano l’efficacia
· Qualità delle materie prime – preferire prodotti certificati
· Sinergia degli ingredienti – formulazioni bilanciate funzionano meglio
· Consulenza professionale – fondamentale in caso di problematiche persistenti
L’importanza di un approccio globale
Secondo dermatologi e nutrizionisti, i risultati migliori si ottengono integrando più fattori:
· alimentazione equilibrata
· gestione dello stress
· cura del cuoio capelluto
· costanza nell’assunzione (3–6 mesi)
L’integratore rappresenta quindi un supporto, non una soluzione unica.
Conclusioni
Nel 2026 l’interesse verso gli integratori per capelli continua a crescere, ma la scelta consapevole resta fondamentale. Formulazioni bilanciate, dosaggi adeguati e uno stile di vita sano sono elementi chiave per sostenere il benessere dei capelli nel tempo.
Gli integratori possono rappresentare un supporto utile, purché scelti in modo informato e coerente con le proprie esigenze individuali. È fondamentale considerare l’integrazione come parte di una strategia più ampia di prevenzione e cura della salute.
La vera chiave non è il prodotto miracoloso, ma la consapevolezza delle proprie esigenze e delle reali possibilità offerte dall’integrazione nutrizionale.
Sigilli a un'area di circa 3mila metri quadrati...
Denuncia dell'associazione Sdr...
Pastore, 'modello dimostra che Ig sono strumento di sviluppo
sostenibile'... 
"I piccoli comuni rappresentano il 70% dei comuni e amministrano oltre il 55% del territorio nazionale. La responsabilità dell’essere sindaco nei piccoli comuni è molto significativa, si è creato un circolo vizioso che accelera lo spopolamento ma il calo della popolazione non riduce in modo proporzionale i costi e quindi rende più difficile mantenere dei presidi di servizi pubblici. Servono politiche strutturali che riguardano innanzitutto gli investimenti, quindi infrastrutture digitali sulla capacità di sostenere l'imprenditorialità locale". Così il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, durante l’evento conclusivo degli Stati generali dei piccoli comuni di Anci, al centro congressi La Nuvola, a Roma.
“Servono strategie stabili sul personale e sugli investimenti, sui servizi, su tante dimensioni dell'azione amministrativa sulle quali le politiche vanno pensate su scala nazionale e poi declinate in modo differenziato, tenendo conto di questa realtà. Noi siamo un paese unito - prosegue Gualtieri -, abbiamo il dovere di pensarci tutti parte della stessa nazione, nessuno deve essere lasciato da solo e tutti vanno sostenuti per il contributo che svolgono in questo straordinario impegno civico che non è solo politico, ma è una missione che ha portato tutti voi a scegliere di dedicare tanto tempo al bene comune, all'amministrazione del proprio territorio, alla rappresentanza di cittadini che poi trovano nel sindaco il punto di riferimento fondamentale. Questa missione unisce tutti, i grandi e i piccoli, il nord e il sud e penso che questi stati generali abbiano mostrato bene uno spirito di fratellanza, di amicizia, di solidarietà di comunità, ed è questo spirito la risorsa più preziosa”, conclude Gualtieri.



