Agognata, inseguita, desiderata. Invocata come unica via d’uscita a una strettoia economica che la crisi ha reso soffocante. Immaginata come baluardo della libertà perduta da tanto, troppo tempo. Raccontata come sola possibilità di ripresa. E alla fine, la zona bianca è arrivata.

Alla Sardegna l’onore e l’onere di essere la prima regione d’Italia ad aver centrato un obiettivo che, per come si stavano mettendo le cose, sembrava fortemente a rischio. Eppure. Eppure, tutti questi festeggiamenti per aver tagliato il traguardo non ci sono state. Basta dare una rapida occhiata ai social, termometro in presa diretta degli umori nazional popolari. E’ evidente: la gente ha paura. Contenta, certo, di poter tornare a mangiare una pizza, guardare un film al cinema o assistere a uno spettacolo teatrale. Ma spaventata all’idea che ci si possa trovare presto nella condizione di dover richiudere tutto. Il timore, insomma, è che la zona bianca sia considerata un liberi tutti che in questo momento sarebbe letale. Perché è un attimo ritrovarsi punto e a capo, soprattutto perché la variante inglese del coronavirus si sta facendo sentire un po’ in tutte le zone dell’isola, e gli scienziati ci hanno detto e ripetuto che non solo è molto più contagiosa rispetto all’originale, ma è anche più propensa a colpire bambini e ragazzi, con quello che può significare per le scuole.

Onori e oneri, dunque. Onori, perché i sardi in tutto questo difficile periodo hanno dimostrato di saper rispettare le regole, che sono l’unico vero antidoto al contagio insieme ai vaccini. Oneri, perché ora la Sardegna deve dimostrare di essere in grado di gestirla, la zona bianca. Impossibile dimenticare le scene di assembramento, spesso pure senza mascherine, alla vigilia di ogni stretta, quasi a voler incamerare ossigeno per uscire vivi dall’apnea.

Da lunedì, giorno in cui scatterà la nuova classificazione, bisognerà essere più prudenti di prima, per tenere a bada coi comportamenti di ciascuno il rischio che la situazione sfugga ancora di mano.

Del resto, come dimenticare quello che è successo l’estate scorsa, con il virus esploso in Costa Smeralda dopo la riapertura dei locali dei vip e le discotecate come se non ci fosse un domani. Un domani che invece c’è stato eccome, difficile da gestire e superare. La grande fuga dei turisti, arrivati persino imbottiti di tachipirina per abbassare la febbre, l’ingiusta accusa ai sardi di essere untori, i balbettii politici sui pareri del comitato tecnico scientifico regionale, il peggioramento quotidiano, le chiusure a catena. E poi le polemiche con il governo, l’ex governo a guida Conte che però a guardia della salute pubblica aveva sempre lo stesso ministro Speranza con il quale il governatore Solinas ha intrapreso una prova muscolare a suon di decreti e ricorsi al Tar. Passato un anno che sembra un secolo, adesso si ripropone il tema dei passaporti sanitari per entrare nell’isola a fare le vacanze: idea bocciata l’anno scorso, del resto non c’erano le condizioni per realizzarlo (non esistevano i test rapidi, i vaccini erano un’idea lontanissima e la voce della Sardegna era la sola a invocarli), tornata in auge quest’anno grazie anche agli insperati assist di altre importanti località turistiche, Grecia in testa.

Insomma, la Sardegna oggi esce dall’incubo e ha una grande occasione. Di ripresa e persino di essere d’esempio per altre regioni. Non sprechiamola.

Sara Panarelli

 

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