Renzi esce vincitore visto che non voleva più Conte a palazzo Chigi. Draghi dopo aver risolto la partita del Recovery fund potrebbe puntare al Quirinale

ROMA. Fino all'ultimo credevano di avere tempo. Più tempo per trattare per un governo politico, i tempi supplementari per il Conte ter. E invece i partiti della maggioranza giallo-rossa, frantumata dalla scelta di Matteo Renzi di dire no al reincarico all'avvocato, si trovano all'improvviso di fronte alla scelta a lungo evocata e paventata. La scelta mette a nudo le divisioni del centrodestra, che vede già pronto Silvio Berlusconi, raggelati Matteo Salvini (con una spinta al sì dell'ala istituzionale della Lega) e Giorgia Meloni.

E sul fronte della maggioranza uscente, riporta agli occhi di Nicola Zingaretti l'incubo dell'effetto che fece Mario Monti sul Nazareno di Bersani. Minaccia di spaccare, forse irrimediabilmente, il Movimento 5 stelle. Vede Renzi, unico tra i leader, esultante. Di fronte all'appello del capo dello Stato, difficile dire «no». È tra il sì e l'astensione che, secondo le previsioni dei primi minuti dopo l'annuncio, potrebbero collocarsi i partiti. Europeisti da una parte, sovranisti dall'altra: la maggioranza Ursula.

C'è già chi ipotizza che, avviato il Recovery fund, Draghi possa poi fare il salto verso la presidenza della Repubblica, sostenuto dalla stessa larga maggioranza che sosterrebbe il suo governo. Nel centrodestra Fi potrebbe dire sì, Lega e Fdi astenersi. Nel centrosinistra Pd, Leu e Iv potrebbero rispondere sì. Una spaccatura potrebbe invece solcare i Cinque stelle: l'ala più vicina ad Alessandro Di Battista potrebbe separare i suoi destini da quella governista. Solo ipotesi, tutto prematuro, dicono dalle segreterie: i partiti aspettano ad esprimersi. In casa Pd i primi a rispondere all'appello del capo dello Stato per una maggioranza larga e un governo di alto profilo, sono gli ex renziani di Base riformista.

Il Nazareno parla per bocca di Andrea Orlando: «Il percorso indicato dal capo dello Stato merita attenzione e disponibilità ma se era difficile mettere insieme quattro forze politiche che avevano fatto un percorso insieme non sarà semplice con forze politiche che non hanno fatto niente insieme e che non faranno strategicamente niente». Secondo alcune fonti, al dunque il Pd tutto - anche coloro che spingevano per le elezioni con Conte leader - non potrà tradire la sua vocazione alla responsabilità, soprattutto di fronte alle emergenze richiamate da Mattarella, dal Covid alla necessità di varare il Recovery plan. Stessa vocazione potrebbe avere Leu, ma anche a sinistra dicono che è prematuro esprimersi.

Nei primi minuti dopo l'annuncio del capo dello Stato però nessuno commenta, tranne Renzi, che nel governo Draghi ha creduto, su quella soluzione ha scommesso fino alla fine. Lui che ora viene quotato al 2%, osservano fonti parlamentari Dem, ha meno di tutti da perdere rispetto a un governo che 'commissarì la politica. Tutt'altra storia per il Pd, ma anche per i Cinque stelle che dovranno ora decidere come trovare ora un altro equilibrio. Di certo, a sera resta l'amarezza degli ex azionisti della maggioranza per come è finita. L'ira verso Renzi accomuna tutti. Compaiono le prime recriminazioni, anche in casa M5s, su come Conte ha gestito i mal di pancia nella maggioranza e poi le minacce di rottura di Renzi.

«Lui voleva far cadere Giuseppe Conte, ma così ha rotto con tutti noi», dicono a sera dal Pd. C'è chi rilancia l'accusa: «Voleva solo distruggerci, fin dalla scissione». «Allibiti», «sbigottiti», sono gli aggettivi che ricorrono tra i Dem. Il leader di Iv porta la crisi al buio all'estremo, fin dove - osservano a sera gli ex alleati - voleva fin dall'inizio arrivare: via Giuseppe Conte, stop al progetto strutturale di un'alleanza di centrosinistra con l'avvocato come riferimento, sì alla nemesi - per i grandi partiti - di un premier tecnico. Niente, scuotono la testa, avrebbe potuto convincere il leader di Iv a rientrare in maggioranza.

Si è fatto «di tutto» per ricucire, dicono dal Pd: «Noi ci siamo fatti carico di mediare e provare a evitare lo strappo, anche con il lodo Orlando sulla giustizia. Una apertura reale anche sulla squadra di governo. Ma niente». Fino all'ultimo i Dem si rifiutano di dichiarare archiviata l'opzione Conte: le distanze non sono insuperabili, il premier uscente le può colmare, dicono a più voci le diverse anime del partito. C'è chi ipotizza un incarico all'avvocato che stani i forzisti dialoganti e i parlamentari di Italia viva che dissentono dal gruppo. Ma è troppo tardi, si dice convinto Renzi: «Mi lasceranno due o tre senatori? Per ora non è successo e comunque uno pareggerebbe l'uscita a destra di Emilio Carelli».

Il leader di Iv in mattinata incontra Dario Franceschini, che prova a sminare il terreno, preparare le basi per il tavolo di trattativa finale. È metà pomeriggio quando in videoconferenza si collegano Renzi e Franceschini con Vito Crimi per il M5s e Roberto Speranza di Leu. Si parla della futura, potenziale squadra, del governo Conte ter. Il leader di Iv chiede che la discontinuità sia segnata dallo stop a Domenico Arcuri, Mimmo Parisi, ma soprattutto Alfonso Bonafede e Lucia Azzolina. I suoi al tavolo sul programma alzano la posta, vogliono siano messe a verbale le distanze. Si discute di vicepremier potenziali (Orlando, Bonafede, a sera spunta anche Fraccaro), di ministeri, con possibile sostituzione di De Micheli, Catalfo, Costa, Manfredi.

Ma è su Bonafede e Azzolina che, riferirà dopo Renzi ai suoi parlamentari, si produce la rottura: «Bonafede non si muove», la frase attribuita a Crimi; «Non essere arrogante», quella riferita a Renzi. Iv denuncia un veto «della Cgil» su Bellanova al Lavoro, nega di volere Boschi nel governo. Ma il tavolo non si chiude con una rottura definitiva, si ipotizza altro tempo per trattare, manca pochissimo all'accordo, sono convinti i Dem. Renzi gela tutti. «Lo aveva deciso dall'inizio», scuotono la testa gli alleati«. Mattarella, che nella legislatura ha già tenuto a battesimo due governi politici di segno diverso, osserva che a questo punto un governo politico non è più possibile. Non c'è una maggioranza forte. (ANSA).

Fonte: La Nuova Sardegna

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