In Piemonte un imprenditore ha ucciso la moglie e i figli gemelli. L'ennesimo delitto legato all'incapacità di accettare la fine di un amore, la fine di un incontro, la fine di una situazione che non è la fine di tutto

Ritorniamo ancora, purtroppo, a rimescolare le emozioni legate ad un ennesimo omicidio di una donna e di due bambini. Stavolta l’assassino, oltre che uccidersi, ha anche premuto il grilletto contro il cane. Era, a dire di tutti, un uomo tranquillo, un padre modello, uno che aveva costruito una vita che è stata giudicata perfetta: casa di proprietà, azienda agroalimentare a due passi dall’abitazione, un giardino con la fontana e un patio bellissimo per far giocare i bambini. Quelli a cui ha puntato una pistola calibro 22.

L’arma era regolarmente detenuta in quanto aveva un regolare porto d’armi per uso sportivo. Tutto regolare. Dannatamente regolare. Come sempre. Lo scenario che si snoda nel sipario dell’orrore è sempre uguale a se stesso: vita familiare apparentemente rosea, felicità soffusa che appanna la cruda realtà, qualche piccola crepa dovuta a dissidi, gelosie, poca voglia di capire, nessuna disposizione ad ascoltare i rumori di una compagna che, invece, utilizzava spartiti e pentagrammi diversi.

Il copione prevedeva la separazione. Avvocati, discussioni, divisione di beni, bambini da contendere, orari da rispettare, quote di mantenimento. Tutto regolare. I matrimoni non sono eterni, lo abbiamo capito da un pezzo e, probabilmente, l’amore che ha portato due persone all’altare è diverso da quello che scorre negli anni, che percorre vie impervie che lentamente si allontanano e finiscono per scegliere diversi orizzonti. Forse – e dico forse – il concetto di felicità non è uguale per tutti e non necessariamente deve combaciare con la felicità di coppia.

Le persone, come le storie, si modificano e le ferite non producono mai lo stesso dolore. Le persone, come le storie, incappano in narrazioni che possono non essere le stesse e non per questo devono essere recise in maniera drammatica. Non siamo più disposti – ormai da troppo tempo – ad ascoltare e rispettare l’altro, inteso come amico, compagno, figlio, nipote, avversario politico, amante, nemico atavico. Sempre tesi, sempre pronti a porci in maniera simmetrica con chi abbiamo davanti con il terribile gioco “tu gridi, io grido più forte”.

Mancano i punti di riflessione, mancano i mediatori, manca quello che raffredda gli istinti. Ed ecco che la tragedia di Carignano (in provincia di Torino e quindi nel profondo Nord) diventa la tragedia di un paese che non riesce a modificare gli assetti sociali, non riesce – perché non c’è stata nessuna formazione in proposito - a far comprendere l’importanza del rispetto per l’altro.

Quando si sdogana l’insulto, l’urlo smodato, la violenza verbale e virtuale e si manca di rispetto ecco che tutto diventa verosimile, tutto diventa normale. Anche l’orrore. Come può un uomo, un marito, un padre riuscire a premere il grilletto nei confronti di chi ama e ha amato? Come può decidere di dire basta alla vita degli altri? Quale può essere il movente che lo ha portato sul baratro più infame, come può essere giustificato un delitto di questo genere? Non può essere giustificato. E non vale che, come decisione ultima, si punti la pistola e anch’egli si uccida. Non basta perché rimangono corpi senza parole, muti testimoni di una tragedia che parte da lontano.

Non basta perché la lezione al rispetto, alla calma, alla riflessione, alla mediazione è da anni che non va in onda in nessun canale della nostra esistenza. Credo manchino i cromosomi sociali giusti a uomini egoisti e piccoli, spaventati e subdoli, narcisisti ed incapaci di accettare la fine di un amore, la fine di un incontro, la fine di una situazione che non è la fine di tutto. Non poteva essere, in questo caso, la fine di tutto: c’erano figli da far crescere, c’erano figli con i quali era necessario amare, farli sorridere, far credere loro che nei momenti duri, cupi, difficili la soluzione non è dipingere le pareti dell’esistenza di nero, semmai provare a utilizzare tutti i colori di una tavolozza che sembra perduta.

Acquistare una pistola significa non essere disposti a discutere. E’ solo una prova inutile di forza, una minaccia agli altri e a se stessi. E’ la sconfitta delle parole. E della vita.

Fonte: La Nuova Sardegna

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