“Troppi detenuti tossicodipendenti e con gravi problemi psichici nella Casa Circondariale di Cagliari-Uta. In queste condizioni diventa impossibile soddisfare il recupero sociale a cui deve rispondere la detenzione. Occorre attivare strutture alternative al carcere, aldilà della Rems di Capoterra che accoglie 16 persone, e sostenere, soprattutto per incrementare i posti disponibili e il personale, le Comunità terapeutiche”. Lo afferma Maria Grazia Caligaris, esponente di “ Socialismo Diritti Riforme “, sottolineando che “la Casa Circondariale più importante dell’isola, con una media di 550 detenuti, rischia di essere solo un contenitore del disagio, nonostante gli sforzi degli operatori penitenziari e del servizio sanitario”.“Un recente convegno, promosso dal Dipartimento della Salute Mentale, diretto dalla dott.ssa Graziella Boi, ha offerto uno spaccato della problematica, evidenziando la presenza nel carcere cagliaritano del 50% di tossicodipendenti. Si tratta – ha precisato Caligaris – di persone che, il più delle volte, hanno commesso reati proprio perché hanno fatto uso di sostanze o hanno abusato di medicinali o sono ludopatici. La realtà delle dipendenze è oggi molto complessa e può riguardare persone “insospettabili” con alterazioni comportamentali non sempre controllabili. La preminenza è ancora quella legata all’uso di sostanze psicostimolanti, come cocaina e anfetamine, spesso associate all’alcol e/o a psicofarmaci ansiolitici”.“Detenuti con così gravi disturbi – osserva ancora l’esponente di SDR – gravano sull’equilibrio del sistema detentivo e in particolare sugli Agenti della Polizia penitenziaria che spesso subiscono pesanti aggressioni verbali e/o fisiche. In questo periodo in cui il COVID si è aggiunto alle carenze di personale, la situazione è diventata ancora più delicata. D’altra parte anche il personale sanitario è ritenuto dai ristretti responsabile del loro malessere e fatica a contenere il disagio psichico con terapie alternative ai farmaci. Il risultato è una situazione di continua emergenza che logora il personale e limita le attività di recupero sociale”.“Voler considerare la pena detentiva un’occasione di riscatto, una opportunità per una nuova vita – conclude Caligaris – appare sempre più come un’utopia. E’ quindi indispensabile un progetto regionale finalizzato a dare risposte a detenuti che hanno bisogno principalmente di cure e di un ambiente adeguato ai loro disturbi. Senza strutture alternative il periodo di perdita della libertà sarà fine a se stesso e non produrrà alcun vantaggio per la società”.

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