Più chiaro di così, l’assessore della Sanità Mario Nieddu non poteva proprio essere. Per spiegare il perché del blocco imposto alle viste intramoenia, ovvero le prestazioni private negli ospedali (il compenso va ai medici e in parte alla struttura che li ospitano) ha detto che, in sostanza, i medici moltiplicano le visite intramoenia restringendo gli spazi per quelle garantite dal servizio sanitario, e dunque creando un tappo che rende impossibile smaltire le liste d’attesa. Finito nel fuoco incrociato delle polemiche ad alzo zero, Nieddu si è stufato e ha messo nero su bianco la sua verità, in pratica sganciando una bomba: “Se è vero che l’attività in intramoenia viene svolta al di fuori degli orari in cui si esegue l’attività istituzionale è anche vero che si verificano casi in cui i professionisti, a fronte di pochissime prestazioni rese nell’orario di lavoro, accumulano un elevato volume di prestazioni intramoenia e questo è inaccettabile e non è contemplato dalla normativa vigente. Peraltro è responsabilità delle aziende sanitarie garantire il rispetto degli equilibri previsti dalla legge e l’attuazione dei piani d’abbattimento delle liste d’attesa”.

 

Immediata la reazione dei medici, che intanto hanno ricordato a Nieddu di essere uno di loro (significa forse richiamarlo a fare i loro interessi e non quelli dei sardi?) e poi hanno negato su tutta la linea, cercando allo stesso tempo di deviare l’attenzione sulle solite lamentele per la mancanza di personale e i turni insostenibili. E perché i medici ospedalieri che respingono le accuse di preferire visitare a pagamento anche quando non dovrebbero, non portano numeri per smontare quelle accuse? Perché non dimostrano, anche loro nero su bianco, che loro hanno fatto quello che dovevano senza allargarsi nel privato pur venendo contemporaneamente pagati dal servizio pubblico? Perché questo dovevano fare: prendere i turni e pubblicarli, invece si sono limitati ad alimentare una polemica inutile e fastidiosa, arrivando perfino a sostenere che lo stop all’intramoenia farà aumentare le liste d’attesa, affermazione che non ha alcuna razionalità.

 

 

“Lo strumento dell’attività libero professionale all’interno delle strutture pubbliche nasce con uno scopo ben diverso, quello di consentire ai pazienti la scelta del medico curante, cosa che in sanità pubblica non può essere garantita. In alcun modo l’attività intramuraria può o deve essere considerata una stampella all’attività ordinaria se si vuole garantire un accesso all’assistenza equo secondo i principi che animano la sanità pubblica”, conclude Nieddu, ricordando le regole del gioco.

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