Oristano

Confartigianato Sardegna ha chiesto l’intervento del Governo

Il costo del pane lievita. Ha lanciato l’allarme Confartigianato Sardegna, che parla di “ricavi azzerati e attività che rischiano di chiudere, strette nella morsa dell’aumento dei costi dell’energia e delle materie prime”.

La grave situazione accomuna le attività oristanesi a quelle del resto dell’Isola (e di tutta Italia). “Il problema esiste”, conferma Luciano Vacca, uno dei titolari dello storico panificio ‘Nino Vacca’ nel centro di Oristano, “e il nostro tipo di attività raccoglie tutti gli aumenti. Il maggior costo dell’energia elettrica ci riguarda, così come quello per il carburante: anche i forni per il pane consumano gasolio”.

L’aumento che incide di più sul costo del prodotto finale è legato, però, alle materie prime: “Farine e semole sono le materie prime con la più alta percentuale di aumento”, spiega Vacca, “con punte del 60 e 70% rispetto all’anno passato. È fuori da ogni portata, non si era mai visto un aumento del genere”.

“La produzione è sempre in calo, anno dopo anno. Siamo alle prese meno produzione e prezzi in salita”, sottolinea Luciano Vacca.

L’azienda ‘Nino Vacca’ conta attualmente una ventina di dipendenti e produce una quindicina di tipologie diverse di pane: “È il minimo per garantire l’assortimento che caratterizza la nostra attività”.

Una riduzione dei costi non legati prettamente alla produzione potrebbe dare sollievo ai forni: “Su elettricità e petrolio potrebbe intervenire il Governo, in particolare in quelle voci che sono entrate in punta di piedi in bolletta e che non dipendono dal reale consumo”.

Intanto, per evitare la contrazione dei consumi, i fornai cercano di non gravare troppo sul costo finale del pane: “Bisogna agire con cautela, il consumatore finale non può sopportare certi aumenti”.

Se i forni soffrono, i mulini non gioiscono: “C’è stato un raddoppio del costo al quintale del grano rispetto al periodo estivo”, spiega Bruno Sulis, dell’omonimo mulino artigianale di Samugheo, con una produzione di qualche migliaia di quintali all’anno e una clientela prevalentemente locale, tra panifici e market.

“Siamo passati dai 20-30 euro al quintale, massimo 32, agli attuali 52-55 euro al quintale per il grano macinabile. Noi piccoli mugnai ci troviamo male”, continua Sulis, “mentre gli industriali riescono a resistere”.

“Anche se il prezzo dovesse scendere”, commenta il mugnaio di Samugheo, “il grano sardo non tornerà ai livelli di prima: possiamo aspettarci che si parta da 35-40 euro al quintale, non di meno”.

Ad aggravare la situazione anche le forti piogge che non hanno permesso la semina secondo il calendario previsto: “C’è stato un calo del 50% che costringerà a far arrivare da fuori la materia prima. Non avrei problemi se fosse quella pugliese o siciliana, ma sarebbe grave se il grano arrivasse dal Canada, con tutto ciò che comporta un trasporto così lungo”.

Dai calcoli effettuati dall’Ufficio studi di Confartigianato Sardegna su dati del GME, rispetto al 2021 un molino che utilizza quasi 1,5 milioni di kWh/anno potrebbe subire un aumento anche del 220%, passando da 131 a 420 mila euro di costi. Un panificio con un consumo medio di 150mila kwh,potrebbe patire un aumento anche del 145%, passando da quasi 21mila a oltre 51mila. “Confrontando le fatture di acquisto di questo inizio anno con quelle dell’anno scorso”, dice Maria Amelia Lai, presidente di Confartigianato Imprese Sardegna, “si nota come in media le farine di grano tenero per panificazione siano cresciute del 25%, mentre la semola di grano duro del 60%”.

Nell’Isola i panificatori artigiani sono 732, con oltre tremila addetti che quotidianamente fanno arrivare il prodotto fresco sulle tavole dei sardi. Divisi tra produzione e vendita, in ogni periodo dell’anno rappresentano una importante figura di riferimento per tutti i consumatori: la notte lavorando nei laboratori e la mattina vendendo il pane nei punti vendita o distribuendolo casa per casa.

Quello della panificazione è settore fondamentale per l’alimentare isolano. Sempre secondo l’analisi dell’Ufficio studi di Confartigianato Imprese Sardegna, su dati Istat, ogni giorno si sfornano oltre 100mila tonnellate di pane fresco, per oltre 800 i tipi di prodotto. Per ciò che riguarda i consumi, sono 730.510 famiglie sarde che in media spendono ogni mese circa 21 euro per acquistare civraxiu, moddizzosu, pane carasau, etc. Partendo da questo dato è possibile stimare che in media la spesa annua sostenuta da tutte le famiglie dell’Isola per l’acquisto di pane ammonta a 186 milioni di euro.

Gli aumenti dei costi energetici aggiunti a quelli del grano e delle materie prime, però, solo in minima parte hanno traslato la loro azione sui prodotti al consumo che, quindi, hanno continuano a registrare variazioni dei prezzi molto inferiori all’inflazione media e in linea all’inflazione alimentare.

Per questo i panificatori denunciano una situazione di inflazione anomala: crescono i prezzi di produzione ma l’economia è ferma e i consumatori fanno fatica a comprare, perché il lavoro si è ridotto o c’è timore di spendere, con conseguente stagnazione dei consumi.

“Le imprese, quindi, non riuscendo ad assorbire i rincari per coprire almeno il costo di produzione, sono costrette a intervenire sui prezzi del prodotto finito”, continua la presidente Lai. “Non avendo praticamente nessun margine, queste realtà che si sono salvate dal Covid rischiano di spegnersi definitivamente. Il Governo, quindi, deve intervenire in modo deciso, sia per raffreddare i costi per le attività produttive, sia con misure a favore delle famiglie, per sostenere il potere di spesa e garantire occupazione stabile”.

“Il settore non sa fin quando potrà resistere senza interventi di sostegno”, rimarca il segretario regionale di Confartigianato Imprese, Daniele Serra, “perché è difficilissimo recuperare costi talmente elevati e non ristorati con validi effetti dai provvedimenti adottati dal Governo. Dovrebbero intervenire sui costi di sistema. O le istituzioni danno un segnale, con interventi di calmierazione e sgravi, o molte aziende della panificazione rischiano di chiudere”.

Sul settore grava anche la concorrenza del semilavorato estero. “C’è un divario di trattamento tra le nostre imprese e i paesi esteri”, conclude Serra, “perché le straniere beneficiano spesso di tariffe energetiche inferiori a quelle italiane, le nostre realtà rispettano tutte le regole comunitarie, compresi i controlli che hanno dei costi, a partire dalla materia prima fino al prodotto finito. Dall’estero invece non è detto che attuino tutte le norme e non è detto che rispettino i contratti di lavoro”.

Giovedì, 17 febbraio 2022

Fonte: Link Oristano

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