“La scuola a distanza non è per tutti e toglie il rapporto umano”

“La scuola a distanza non è per tutti e toglie il rapporto umano”
Una petizione di tre docenti nuoresi segnala i rischi nascosti dietro una presunta innovazione tecnologica

L’insegnamento “a distanza”, la teledidattica e tutti i mezzi pensati per il mondo della scuola durante questo periodo di emergenza sanitaria non sono sufficienti. E soprattutto non sono inclusivi. È questo l’argomento al centro della petizione lanciata il 27 aprile da tre docenti nuoresi, che insegnano in una scuola primaria statale a Budoni, Torpè e Siniscola. 

Nel documento, di cui si può leggere il testo completo qui sotto, le tre maestre – Daniela Marras,  Giovanna Magrini e Lourdes Ledda – riassumono quelle che vedono come le maggiori criticità nella gestione ministeriale dell’emergenza scolastica.  Dubbi ed esigenze (alcune non nuove) emersi da un confronto con diversi colleghi. La petizione ha già raccolto un centinaio di firme e vuole portare la questione all’attenzione del Governo.

“Gentilissimi,

siamo tre maestre che insegnano in una Scuola Primaria Statale: in seguito ad un aperto confronto tra di noi e con altri numerosi colleghi, abbiamo raccolto quelle che reputiamo essere le maggiori criticità inerenti  la gestione ministeriale dell’attuale emergenza scolastica.

Questo documento riporta, in sintesi, una serie di considerazioni, dubbi ed esigenze (anche pregresse) che vorremmo portare all’attenzione del governo: esso è anche oggetto di una petizione da noi lanciata lo scorso 27 aprile e che, in poche ore, ha già collezionato un centinaio di firme.

La scuola “a distanza” non è per tutti: è per i pochi che possiedono i mezzi e un adeguato supporto famigliare; non raggiunge coloro che, anche tra i banchi, faticano a seguire; è un blando palliativo che consegna solo nozioni e dimentica le relazioni, non contemplando quanto di più educativo ci sia dentro una classe, tra i corridoi, in una palestra o in un cortile scolastico: il rapporto umano.

La privazione, subita dai bambini, di una socialità indispensabile, del contatto diretto con compagni e docenti, non può, infatti, venir compensata da dei, pur ingegnosi, “tele-docenti”.

Noi insegnanti, assai preoccupati, oggi più di ieri vogliamo sollevare la mano, come fino a poco tempo fa insegnavamo ai nostri alunni, per dire “NO” a questo scempio di D.a.D. fatto passare per innovazione tecnologica; “NO” alle arbitrarie disposizioni/imposizioni in merito, dei singoli Dirigenti Scolastici!

“NO” alla didattica a distanza come impersonale sostituta di quella in presenza, nel processo d’insegnamento/apprendimento; “NO” a questa (proficua) operazione di mercato, che foraggia sempre più il concetto di Scuola Azienda.

“NO” alla recentissima trovata della didattica ‘mista’ (un po’ a in presenza, un po’ a distanza) per gli stessi motivi sopraelencati!

“NO” ai grandi sindacati che su queste operazioni oggi tacciono, ma già da tempo erano silenti davanti allo smantellamento della Scuola pubblica, in accordo con qualunque governo si sia avvicendato finora .

“Sì”, invece, agli articoli 33 e 34 della Costituzione.

“SÌ” ai maestri e ai professori che lasciano un segno vivo nei loro discenti, all’insegna non della visibilità mediatica o dell’addestramento a taluni quiz ‘oggettivi’ di valutazione, ma della loro professionalità e competenza, nonché onestà intellettuale!

Davvero si vorrebbe far credere all’opinione pubblica che i mali della nostra Scuola derivino dall’arretratezza tecnologica del corpo docente italiano? Davvero si vorrebbe far intendere che quei mali non siano, al contrario, le classi ‘pollaio’, la soppressione di migliaia di plessi in nome del ‘fare economia’, le ‘cattedre spezzatino’, il precariato a vita, gli edifici mai del tutto a norma ecc.?

Qui non si tratta solo del problema (serissimo) della pandemia causata dal coronavirus, anche se è stato quest’ultimo, purtroppo, a evidenziare ulteriormente la situazione in cui versa la Scuola italiana – resa ancor più insostenibile dalle ultime riforme (l. 107/2015, ad esempio) concepite dal legislatore con l’ausilio di commissioni di esperti: ma se gli esperti siamo noi che “abitiamo” a scuola, perché non ci si permette di collaborare attivamente alla ricerca di soluzioni concrete per migliorare questo nostro settore?

Invece, da decenni, noi insegnanti, e con noi i nostri alunni e figli, stiamo subendo supinamente questo sfacelo (e senza il supporto delle sigle sindacali che contano)!

Basta, quindi, considerarci fannulloni soltanto perché non produciamo beni di consumo: noi “produciamo”, se così si può dire, menti pensanti, in grado (si spera) di vagliare in maniera critica la realtà circostante.

Basta con l’essere continuamente definiti assenteisti ogni qualvolta ci avvaliamo del diritto di scioperare: quando protestiamo, infatti, non siamo in vacanza (definizione sbrigativa per liquidare la questione) e ci viene decurtata una certa somma dal salario (a proposito… perché non devolvere tale somma a sostegno della Scuola stessa?).

E ancora … ci spiace che si parli di noi come di eterni lavativi col pretesto del nostro ‘leggero’ orario di lavoro (non così leggero, poi, se confrontato con quello di altre Scuole europee di tutto rispetto).

Solleviamo dunque la mano, ancora una volta, con la ferma volontà di non arrenderci, per chiedere, sostenuti in questo, dai Cobas Scuola Sardegna, che: lo Stato garantisca a tutti – alunni, docenti, personale ATA – le condizioni più sicure per tornare quanto prima tra i banchi; che la Scuola italiana non venga ridotta ad un “ufficio virtuale” dove le dinamiche affettive tra insegnanti, alunni e altro personale siano equiparate a semplici “atti formali”; che si cominci a pensare di poter “utilizzare questa emergenza per […] invertire la rotta rispetto alle devastanti riforme subite dalla scuola negli ultimi vent’anni e investire seriamente in essa.

– abbattendo il numero di alunne/i per classe;

– fornendo adeguate risorse per il proprio funzionamento;

– prevedendo un piano straordinario di edilizia scolastica;

– garantendo effettivamente il diritto allo studio (trasporti, convitti, mense);

– assumendo tutto il personale precario, docente e ATA che ne ha diritto e, che da anni, “tira la carretta” nelle scuole pubbliche” (Cobas Scuola Sardegna, 9 aprile 2020)

Questo è quanto chiediamo per riappropriarci della nostra dignità d’insegnanti, rendendoci disponibili in qualunque momento ad un leale confronto, con governanti e sindacati, basato sulle reali esigenze della nostra Scuola pubblica.

Giovanna Magrini, Lourdes Ledda, Daniela Marras

Torpè, Siniscola, Budoni

Sabato, 2 maggio 2020

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Fonte: Link Oristano

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