Il personale? C’è ma è insufficiente, ormai i sindacati non hanno più voce a furia di sgolarsi per denunciare una delle cause principali del caos nella sanità sarda. Che rimane in ferie, è proprio il caso di dirlo, anche a Ferragosto. Pazienti cambiati di reparto che perdono la possibilità di vedere, anche solo per un’ora al giorno, i propri cari, o che finiscono al pronto soccorso e lì ci rimangono per 24 ore, sopra una barella, accuditi per quanto possibile da infermieri e medici stremati, prima di poter entrare in reparto. Sì, è davvero un’estate rovente per quanto riguarda la sanità isolana. E, stavolta, caro raro, hanno deciso di metterci la faccia anche i ricoverati, cioè chi vive sulla propria pelle l’oceano di disagi e criticità. Consolata Crabu ha 59 anni ed è di Isili. Dal venti luglio è ricoverata all’Oncologico di Cagliari: “Ho fatto il trapianto di midollo il ventotto luglio, dopo pochi giorni, sia a me che agli altri pazienti, ci hanno cambiato di reparto. Dal settimo al sesto piano, dal centro trapianti midollo osseo alla Ematologia, Siamo tutti in camere singole, ma veniamo alternati con pazienti con patologie normali”. Impossibile, per la donna, ormai da tanti giorni, vedere i suoi cari: “Al settimo piano c’era un vetro divisorio, qui non c’è. La causa del trasferimento, così ci è stato detto, è perchè c’è carenza di personale”. Nulla di strano, purtroppo, nella sanità della Sardegna. “I pazienti del centro trapianti erano pochi ed è stato più semplice trasferirli tutti. In questo reparto non è possibile avere contatti con i parenti nemmeno attraverso un vetro, cosa importantissima per chi deve affrontare lunghe degenze. Oltretutto ci sono i problemi pratici gravi, per l’igiene personale è molto importante poter usufruire della doccia tutti i giorni, servizio reso difficile perché dalla rosetta esce l’acqua con il conta gocce. Inoltre lo scarico del lavandino è intasato, creando un’ulteriore difficoltà”. Non sa quando sarà dimessa, la Crabu: “Potrei restare qui un’altra settimana o anche per un mese. Trenta, quaranta, cinquanta giorni in totali, non ci sono date fisse. Sono triste nel non poter vedere e parlare con i miei cari dal vivo, ma solo al telefono”. Con la salute non si scherza, ma è chiaro che dalle sue parole traspare l’amarezza per un quasi isolamento forzato: “I medici, gli Oss e gli infermieri del centro trapianti midollo osseo sono empatici, bravissimi e gentilissimi e fanno di tutto per mitigare i disagi. Purtroppo, però, la situazione di profondo disagio è grave e non deve essere ignorata. Si tratta di una decisione calata dall’alto”. Un’altra storia di quasi ordinaria follia arriva dal Policlinico di Monserrato. A raccontarla è Ilaria Tola. La nonna, Silvana Cara, 84 anni, è arrivata a bordo di un’ambulanza, da Pabillonis, “per un inizio di ischemia. Solo all’ora di pranzo, il giorno dopo, abbiamo avuto sue notizie. È rimasta su una barella, le hanno messo un panno nonostante sia più che autosufficiente. Danno ancora la colpa al Covid per il divieto di visite da parte dei parenti, avremmo voluto poterla aiutare, fornirle un supporto”. Colpa, in questo caso, del boom di ricoveri che ha portato anche il polo monserratino ad avere più di un reparto pieno. “Non siamo cani o bestie, siamo esseri umani”. L’anziana è stata seguita dal personale del pronto soccorso, a pranzo ha mangiato “cinque ravioli” e bevuto “una bottiglietta d’acqua. Il medico, o un’infermiera del pronto soccorso, le avevano proposto di firmare per andare e farsi fare i controlli fuori. Ma, visto che ha avuto questa mezza ischemia, sia lei sia noi abbiamo rifiutato. Il personale del pronto soccorso ogni tanto le ha chiesto come stava, ma è chiaro che stare in un reparto è molto meglio”. Sul caso dell’83enne, dall’ospedale confermano la lunga attesa al pronto soccorso e spiegano di avere provveduto “al trasferimento in reparto della paziente, avvenuto solo al termine di una sanificazione. Prima è stata accudita in pronto soccorso. In questi giorni, soprattutto, abbiamo avuto un netto aumento di ricoveri”.

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