Infermiera e volontaria della Croce Rossa, in campo in tutte le emergenze. «L’ospedale non mi bastava più, volevo aiutare anche gli invisibili»

SASSARI. Dorme una manciata di ore per notte e, assicura, sempre con un occhio mezzo aperto. Le chiamate possono arrivare anche alle tre o alle quattro del mattino e la parola d’ordine è scattare. Divisa, valigetta, mascherina e si parte: a soccorrere un senzatetto, a distribuire pasti agli alluvionati, a portare una parola di conforto a chi combatte il Covid in una Rsa e a chi in un amen ha perso tutto. Vincenza Congias, 55 anni, di Desulo, da una vita a Cagliari, è sicura di essere nata con una missione e un destino già scritto: «Rendermi utile, donare qualcosa agli altri».

Nessun dubbio, il suo percorso tracciato ai tempi della scuola è andato dritto senza sbavature: Vincenza è diventata infermiera giovanissima e carriera ne ha fatta parecchia, oggi è infatti coordinatrice del corpo infermieristico della chirurgia generale e del centro trapianti dell’ospedale Brotzu di Cagliari. Missione compiuta quindi? «No, non mi bastava – racconta Vincenza – volevo andare oltre, volevo aiutare “chi non si vede”, chi negli ospedali non arriva». Per questo nel 1997 è entrata nella Croce Rossa come infermiera volontaria. Ha sposato il motto dell’associazione che sentiva già suo “ama con forza, lavora e salva”, è diventata una “sorella” – «perché così ci chiamiamo tra noi» – e si è buttata con tutta l’energia possibile in un impegno che non concede tregua, ti assorbe h24 «e ti regala una gioia appagante, che non ti fa guardare mai l’orologio e che mi fa dire “ma perché non l’ho fatto prima”».

Una gioia contagiosa, perché l’ultimo bando per il reclutamento di crocerossine, tra novembre e dicembre, ha fatto il botto: 50 le aspiranti sorelle pronte a entrare in campo, molte delle quali giovanissime, tutte senza paura. Il Covid ha avuto almeno un effetto nobilissimo: «Ha amplificato il sentimento di solidarietà: siamo già circa 240, altre stanno completando il corso: c’è tanta voglia di mettersi a disposizione degli altri, dei più deboli soprattutto». Quelli che non si vedono, gli ultimi, che Vincenza cercava di raggiungere già quando era ragazzina.

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La missione. Da quasi un anno c’è anche il Covid, emergenza che si è aggiunta a tutte le altre che vedono impegnate le volontarie della Croce Rossa. «Noi infermiere agiamo sia in ambito sanitario che sociale, dipende dalle competenze e dalla formazione di ciascuna – spiega Vincenza Congias, che da qualche tempo è diventata ispettrice regionale e responsabile dei comitati provinciali della Croce Rossa. «A marzo, quando la pandemia è esplosa, abbiamo iniziato a operare sul fronte Covid in collaborazione con le Forze armate e la Protezione civile e siamo state distribuite a seconda delle necessità».

Negli aeroporti, nei controlli agli arrivi e alle partenze, negli ospedali e nelle case di riposo per supportare il personale sanitario ma anche per sostituirsi alle famiglie, tenute a distanza da un virus crudele che toglie anche la consolazione di una carezza di un figlio o di una mamma. «Abbiamo cercato di compensare noi, con le nostre parole e la nostra vicinanza speriamo di essere state di conforto nella sofferenza», dice Vincenza. Lo stesso conforto che hanno portato ai senzatetto, ai veri ultimi «ancora più soli durante il Covid e il lockdown». Le crocerossine fanno parte dell’unità di assistenza sanitaria mobile ai senza fissa dimora. Di notte il telefono squilla spesso, Vincenza e le altre sorelle lo sanno. «Distribuiamo pasti, vestiti e coperte ma facciamo anche attività di screening con i tamponi rapidi per arginare eventuali focolai».

Spesso si torna a casa all’alba e subito dopo si ricomincia. La primavera scorsa è partito “il servizio gentilezza”: «Ci siamo sostituite a chi non poteva uscire, portavamo a casa beni di prima necessità, cibo e medicinali. Ma anche altre cose, come un libro o un giornale, per affrontare meglio la reclusione forzata e la solitudine». Alcune hanno collaborato all’allestimento degli ospedali da campo, come quello di Nuoro. Altre hanno lasciato la Sardegna: sono andate in Lombardia, in quei mesi al centro del contagio. Il rischio è ancora altissimo «ma rispetto a marzo siamo più consapevoli di doverci proteggere con attenzione. Molte di noi hanno già fatto il vaccino nei rispettivi ambiti di lavoro, confido che presto tutte saremo coperte».
Non solo Covid. La sua prima alluvione è stata quella di Capoterra nel 2008. «Mi chiamarono e dopo pochi minuti ero già in viaggio – racconta Vincenza -. Arrivai in una grande palestra dove avevano radunato la popolazione, famiglie intere rimaste senza casa. Io dovevo prendere i nomi di tutti e disporre il trasferimento in una scuola allestita per accoglierli. Ricordo gli sguardi, la paura negli occhi. Ricordo come se fosse ieri una signora di una certa età che aveva in mano un sacchetto con qualche vestito e teneva in braccio una cagnetta: «Dovete portare via anche lei con me, è tutto quello che mi è rimasto».

L’ultima alluvione è invece recentissima, è quella di dicembre a Bitti: «Una situazione terribile, aggravata dalla emergenza Covid, di cui rimane dentro il coraggio, la voglia di reagire della comunità». Di mezzo, tra le due alluvioni, il terremoto in Abruzzo e poi quello in Emilia «oltre a tante missioni di soccorso e ricerche di dispersi con l’Aeronautica, con le Forze armate e la Protezione civile». Una vita in movimento per gli altri, senza chiedere nulla. Le crocerossine sono volontarie, lavorano gratis. «Il nostro è un compenso morale, il sorriso di chi ci ringrazia vale più di mille stipendi. Soprattutto se il sorriso è quello di un ultimo».
 

Fonte: La Nuova Sardegna

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