Autobiografia del velista sardo che ha circumnavigato il pianeta
È appena passata la mezzanotte, mi muovo dentro casa in punta di piedi, a luci spente, limito a piccoli flash l’uso della lampada che ho allacciata sulla fronte. Nel buio mi piace stimolare udito e olfatto affinché collaborino a indicarmi la via. Preferisco che nessuno si accorga di me, per non turbare il momento magico che adoro, quando tutti dormono e io sono sveglio, complice solo di me stesso. Mi muovo attento per non far rumore, ma il cuore accelera. Nel silenzio, ho l’impressione che possano essere uditi anche i battiti del mio cuore quando l’incertezza si pronuncia. Qualcosa di più forte la fa tacere in modo che io possa proseguire i miei rituali.
Quando è calma di vento, il rumore della risacca dentro casa è percepito come silenzio, tanto le finestre sono vicine al mare. Ogni cosa si è abituata a questo concerto perenne dell’acqua sulla scogliera, ora tendo l’orecchio per valutare lo stato del mare e leggere meglio le note di questa musica che ha cambiato ritmo. Metto in tasca una mela, m’incammino a passo felpato verso il portone. Lo tiro dietro di me, imbocco le scale, attraverso rapido il giardino e sono fuori dal cancello. Scendo rapidamente la scalinata saltando i gradini due alla volta, inseguo il pensiero, più rapido di me, trangugio la mela e mi avvio verso il porto. Ancora pochi passi e sono davanti a Iena, la mia piccola barca in legno cabinata che a me sembra un peschereccio oceanico. La prua goffa e la cabina squadrata le danno un’aria da cartone animato. Tutti, a dispetto del suo nome aggressivo da animale della savana, la chiamano “La barca di Braccio di Ferro”. Eppure quella prua mi dà la sensazione di imponenza da rimorchiatore e la cabina… la cabina effettivamente è un po’ goffa. Però è confortevole, mi protegge dagli spruzzi e offre un piccolo riparo per riposare, all’occorrenza. In ogni caso le voglio bene, come bisogna volerne alla propria barca ed è importante che lei lo sappia: te ne sarà sempre riconoscente.
Tiro le cime di prua, salto a bordo, verifico ancora l’attrezzatura che ho già preparato nel pomeriggio, avvio il motore, mollo gli ormeggi e inserisco la retromarcia. Con una manovra ampia su tutto lo specchio d’acqua, protetto dai due moli, governo la mia pilotina come fossi al timone di una grande barca d’altura in partenza per i banchi di pesca. Il gioco di fantasia funziona e appaga il mio sentimento. La prua affonda dolcemente sulla prima onda al traverso del fanale verde dell’imboccatura del porto.
La luna non si è ancora accorta di noi. Appena fuori dal porto, sulla dritta, le luci fioche del lungomare sono l’ultimo riferimento prima di costeggiare il buio anfiteatro di roccia, formato da chilometri di montagne ricoperte da foreste che abbandonano il massiccio di calcare all’orlo della falesia. La roccia imponente è interrotta a tratti dalle còdule di piccoli fiumi che trasportano sino a riva detriti di calcare che il mare si fa carico di arrotondare formando spiagge bellissime. Non vi è insediamento umano per decine di chilometri, ogni cosa, in questa costa, deve attendere l’alba per rivedere la luce. La brezza è già invertita a quest’ora, una bava d’aria che sa di terra umida spira dalla costa, sa di sottobosco di leccio e di ginepro. Aromi che si mescolano al profumo di alghe e di sale come se tutto il selvaggio terrestre, approfittando della calma, scendesse al mare per possederlo, e restituirgli il favore di quando l’onda irritata dal vento di ma-
re la violenta con forza, fin dentro le più profonde cavità dei suoi umidi alveari: centinaia di grotte sopra e sotto la superficie del mare. Ora la brezza rinfresca e rinforza al traverso della Còdula Fuili, un canyon fossile dentro il quale l’aria proveniente dalle montagne si incanala discendente sino al mare. La luna, adesso affacciata all’orizzonte, lascia appena percepire i contorni di due enormi narici che un gigante di pietra adagiato sul fondo del mare tiene a pelo d’acqua per respirare sino alle profonde cavità dei suoi enormi e tortuosi polmoni: le due imponenti porte della grotta del Bue Marino.
Butto l’ancora di poppa a qualche lunghezza dal piccolo pontile in ferro e cemento al centro dell’ingresso più grande della grotta. Filo in mare quasi tutta la cima, vado a prua, ne assicuro altre due alle bitte; quando sono abbastanza vicino, salto sul pontile con le cime tra le mani. Non appena sarò in acqua verificherò la tenuta dell’ancora sul fondo. C’è un po’ di risacca da sudest; durante la mia assenza, voglio essere certo di lasciare la barca con un buon ancoraggio. Do volta con la cima a un ferro da cantiere ritorto e infilato a pressione in un foro sulla roccia; con l’altra cima, più alla lunga, faccio una gassa nell’asola di un grosso cavo di nylon consunto che fa due giri attorno a una stalattite saldamente ancorata al suolo. La luna è a tre quarti, il cielo abbastanza terso da consentire queste operazioni senza l’ausilio di luce artificiale. Tiro le cime di prua alle quali ho lasciato molto imbando, rimonto a bordo, recupero la cima dell’ancora sinché sento la tensione e do volta. Spengo il piccolo diesel da 8 cavalli che improvvisamente cede la scena alla voce del mare che, amplificata dalle cavità di questa enorme cattedrale calcarea, appare sproporzionata rispetto alla dimensione delle onde che la generano. Mi do subito da fare per non lasciare che questo rumore si impossessi del mio coraggio.

Fonte: La Nuova Sardegna

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