Con l'enciclica "Fratelli tutti" il Papa denuncia i guasti profondi prodotti su ogni uomo che abita questa Terra con parità di diritti: è sempre più  il punto di riferimento delle aspirazioni all'uguaglianza tra gli uomini e alla pace

L'enciclica “Fratelli tutti” di papa Francesco sconvolge totalmente la logica che ispira le azioni di numerose sedi di potere. Venuti meno grandi e moderni testimoni di pace e di uguaglianza, quali Gandhi, Mandela, Luther King, il pontefice si pone oggi sempre più come il punto di riferimento delle aspirazioni all'uguaglianza tra gli uomini e alla pace. Secondo Arturo Paoli, in un libro sulla parabola del buon samaritano (non a caso più volte richiamata da Francesco), profeta non è colui che predice il futuro, ma colui che anticipa la liberazione dell'uomo nella storia.

A questa stregua Francesco mostra la sua natura profetica denunciando l'egoismo delle nazioni, delle concentrazioni finanziarie e degli individui che pongono se stessi al di sopra di tutti gli altri. In tal senso forse egli è l'ultimo grande universalista e personalista, che continua a proporre un'antropologia oggi inaudita e inattuata, fedele ad un tempo al valore ugualitario dell'umanità e alla predicazione evangelica. Con una logica stringente, che si dipana in otto capitoli e 287 paragrafi, il Papa illumina i sentieri bui dell'egoismo che percorrono il mondo. Lo aveva già fatto con la precedente enciclica “Laudato si”, quando aveva denunciato i danni che la logica del profitto e la mentalità dissipativa dell'ambiente stanno producendo sul pianeta.

Ora prosegue denunciando i guasti profondi prodotti su ogni uomo che abita questa Terra con parità di diritti. Nella premessa afferma di ispirarsi ai principi di fraternità praticati da Francesco d'Assisi; ma chiaramente si rivolge ad ogni uomo in quanto tale. La fraternità non è un sentimento né un appello alla virtù, pure importanti, ma è un dover essere che riguarda ogni persona e affonda le radici nel diritto. Il ragionamento, anche di ispirazione giusnaturalistica come giacimento di diritti inalienabili dell'uomo derivanti dall'uguale natura umana (valore affermato anche da pensatori laici, come Norberto Bobbio), comporta la necessità che essi vengano riconosciuti, ma anche la denuncia del loro mancato soddisfacimento quando sono affermati in testi e statuti (a cominciare dalla stessa ONU, di cui invoca la profonda modifica proprio perché sia posta in condizione di garantire l'effettività dei principi: par. 173).

Pertanto, ogni uomo ed ogni nazione hanno innanzi tutto il diritto alla vita e alla dignità, dovendosi considerare la diversità come ricchezza. “È possibile desiderare un pianeta che assicuri terra, casa e lavoro a tutti. Questa è la vera via della pace” (par. 127). Perciò occorre contrastare il primato della finanza sull'uomo e l'uso distorto della tecnologia, che stanno togliendo il lavoro ed insieme la dignità dell'uomo. Così come occorre ricuperare la funzione sociale della proprietà. Né si deve sprecare l'occasione offerta dalla pandemia in corso, che rende tutti uguali e richiede risposte universali, tornando a cadere “in un febbrile consumismo e in nuove forme di auto-protezione egoistica”(par. 35). Non ci si salva da soli, ripete da tempo.

E' nell'ottavo ed ultimo capitolo che Francesco richiama il “prezioso apporto per la costruzione della fraternità e per la difesa nella giustizia della società” (par. 271) che le diverse religioni, in quanto fondate sull'uguaglianza tra gli uomini, devono prestare. Francesco non ha paura di affrontare un così delicato argomento dedicando alla “migliore politica” l'intero quinto capitolo. Nella visione di un mondo fatto da uguali per uguali non c'è spazio per il populismo in quanto strumentalizzazione della cultura di un popolo “al servizio del proprio progetto personale e della permanenza al potere” (par. 159), che rischia di travolgere l'alto concetto di popolo e la stessa democrazia. Né c'è posto per alcun sovranismo (alla “America first” di Trump) che tradisce l'universalità dei diritti di uguaglianza di ogni persona e, quindi, nega il concetto stesso di fraternità.

Nella parabola del buon samaritano, chi si prende cura dell'uomo ferito dai briganti non è un levita, non è un sacerdote, ma è un uomo di Samaria, terra aborrita e considerata ostile: segno palpabile di doverosità della fraternità fra i popoli e gli uomini, senza barriere. Francesco indica, così, l'unica e vera risposta ai problemi dell'immigrazione: redistribuzione della ricchezza, con aiuti ad ogni Paese che necessita di sviluppo, e al contempo accoglienza nello scambio che genera arricchimento. Per Francesco, la visione liberale è limitata perché non considera la fragilità umana. Il mercato non risolve tutto “senza forme interne di solidarietà e di fiducia reciproca” (par. 168).

I “movimenti popolari che aggregano disoccupati, lavoratori precari e informali e tanti altri che non rientrano facilmente nei canali già stabiliti” devono essere considerati “poeti sociali”, che a modo loro lavorano, propongono, promuovono e liberano. Con essi sarà possibile uno sviluppo umano integrale, che richiede di superare «quell’idea delle politiche sociali concepite come una politica verso i poveri, ma mai con i poveri, mai dei poveri” (par. 169). In questa situazione di ingiustizia e di sopraffazione Francesco “porta la spada”, metafora che allude all'impossibilità di quieto vivere finché esse permarranno nel mondo.

Non è difficile vedere una qualche consonanza con la teologia della liberazione che ne vide protagonista mons. Helder Camara proprio nell'America latina, la “fine del mondo” nella quale i cardinali elettori andarono a pescarlo.

Fonte: La Nuova Sardegna

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