Il 10 gennaio non c’era un solo positivo nei dieci settori del penitenziario, adesso quasi il 14 per cento dei reclusi ha contratto il Covid

CAGLIARI. La variante Omicron sembra aver interrotto lo stato di calma piatta di cui aveva beneficiato il carcere di Uta fino a venti giorni fa: il 10 gennaio non c’era un solo positivo nei dieci settori del penitenziario, adesso sono 82 su circa 600 detenuti, come dire che quasi il 14 per cento dei reclusi ha contratto il Covid. Nessun allarme, almeno per ora: i detenuti positivi al tampone sono stati trasferiti in due reparti della struttura destinati a chi ha contratto il virus, ma nessuno - assicura il direttore sanitario Luciano Fei - ha finora accusato sintomi preoccupanti: «Un solo detenuto, con patologie pregresse piuttosto serie - spiega Fei - è stato trasferito due volte in ospedale ma ha firmato il foglio di dimissione volontaria per rientrare in carcere». Per i detenuti che hanno condiviso la cella con i positivi la procedura è quella standard: tampone subito, in caso di esito negativo nessuna quarantena.

Resta una domanda? Che cosa è accaduto nei primi giorni di gennaio? «Eravamo in una situazione invidiabile - avverte Fei - nessuno dei quasi seicento detenuti era risultato positivo nonostante i controlli continui. Purtroppo in quei giorni qualcuno è entrato nella struttura e la variante Omicron, molto più contagiosa delle altre, ha provocato questa situazione». I vaccini però sembrano aver salvato i reclusi da conseguenze gravi: «Abbiamo due terzi dei detenuti che hanno completato il ciclo vaccinale - fa i conti il direttiore sanitario - un terzo deve ancora ricevere la terza dose mentre i no vax sono soltanto venticinque e non c’è verso di convincerli. E’ chiaro che senza una vaccinazione così estesa la situazione sarebbe stata diversa».

Il dirigente medico smentisce la denuncia pubblica circolata nei giorni scorsi, secondo la quale al centro medico di Uta mancherebbero costantemente farmaci fondamentali: «Non è vero - taglia corto Fei - è accaduto che un giorno, ma davvero un giorno sia mancata la tachipirina. Certo, non deve succedere. Ma si è trattato di ventiquattr’ore». (m.l.)

Fonte: La Nuova Sardegna

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